CAPITOLO CXXIV.

Industria e commercio.

Tante ricchezze, quella coltura borghese, l’ampliamento della nazionale

civiltà, il lettore dovette accorgersi come fossero in gran parte

dovute al commercio, del quale è tempo che raccogliamo e svolgiamo

ciò che sparsamente abbiamo indicato; poichè, dopo la religione, nulla

accresce e diffonde la civiltà più che il commercio.

Che esso non fosse perito tampoco nel peggior fondo della barbarie,

ce ne caddero prove qua e là: migliorò poi coll’agricoltura, giacchè

questa e l’industria vanno di pari passo dovunque sono possibili; tutto

ciò che promove e deprime le arti e le fatiche d’una classe, opera

sull’altra; e i terreni inselvatichiscono ove langue il commercio,

come questo risente dell’abbandono di quelli. Noi indicammo come

l’agricoltura rinascesse, lenta sì ma ognor progressiva, col piantarsi

di nuova gente sopra gl’immensurabili latifondi degli antichi Romani,

suddivisi allora, e dal dominio del fisco tornati all’industria

particolare. Questa gente erano i Barbari da un lato, dall’altro i

monaci, che mescolandosi fra un popolo di servi e di coloni, resero

l’onore a quella prima fonte delle ricchezze. Ben presto le crociate

equivalsero a quel che oggi le grandi esposizioni; poichè nelle

città e nei bazar orientali i nostri videro gli scialli di Cascemir,

i diamanti di Golconda, le perle di Ormus, le seterie di Persia, le

mussoline dell’India, le arme di Damasco; e ne rapirono, ne comprarono,

concepirono desiderio di averne, di imitarle.

Però la mancanza di sicurezza, di regolari aspettative, di libertà

nel disporre de’ frutti della propria industria, immiserivano il

commercio, siccome oggi avviene in Turchia. Il diritto di lavorare

consideravasi prerogativa sovrana, e potere i principi venderla, dovere

i sudditi comprarla. Il popolo era impedito di associarsi per dati

intenti, e di trasferire la sua proprietà da un’applicazione ad altra

che credesse più vantaggiosa; intanto che certe persone ottenevano

di esercitare come privilegio quel che ai più restava inibito. Tali

angustie cessarono in Italia assai prima che altrove: ma oltre rimanere

i capitali in mano di soli nobili e del clero, causava impacci lo

sminuzzamento del paese, quando ad ogni varco di fiume, ad ogni gola di

monti vegliavano gli armigeri d’un castellano ad esigere un pedaggio,

che equivaleva ad una transazione per non essere svaligiati. A modo

d’esempio, chi si partisse da Torino aveva a pagarne uno quivi stesso,

poi a Rivoli, ad Avigliana, a Bussolino, a Susa: cinque volte in trenta

miglia. Lombardi e Veneziani andavano pel Sempione, donde a Sion, a

Losanna, a Ginevra, a Lione, ovvero per Clees nella Franca Contea.

I Genovesi per Asti e Poirino giungevano a Testona, e qui varcato il

Po sul ponte de’ Templari a Sant’Egidio, difilavano per Rivoli a Susa

e al Moncenisio: disvantaggiandone Torino, che perciò insisteva alla

gagliarda affinchè i Testonesi non lasciassero ai mercanti traversare

il ponte, ma li dirigessero sopra la loro città.

Le dogane si misuravano all’avidità del signore, non all’utile

del paese, e le tasse moltiplicavansi sotto variissimi nomi[236].

Passando per certe città, le merci si doveano sballare e scassare,

e gli abitanti aveano prelazione per la compera; altrove ai soli

natìi concedevasi di vendere, talchè sottentravano allo speculatore

forestiere. Il pericolo delle anime induceva i papi a interdire il

commercio coi Musulmani, e a gran fatica i Veneziani ne ottennero

dispensa, come l’ebbero poi anche i Francesi, escluso sempre il

portarvi armi e munizioni[237]. Per tema dei masnadieri in terra,

dei pirati in mare, doveasi procedere in carovane o con flottiglie,

anzichè isolati: alcuni, per ammansare i castellani, menavansi dietro

ciarlatani, sonatori, bestie rare: tutti i quali impacci costringevano

il traffico ad assumere aspetto di frode, e i pericoli e le vicende

sue faceanlo spesso abbandonare a quelli cui era negato ogni altro modo

d’arricchire, come gli Ebrei.

Il commercio dell’antichità e del medioevo conducevasi tult’altrimenti

dal moderno. Mancando la postalettere, poteansi tenere corrispondenze

concatenate? Quando pochissimi sapeano scrivere, e la carta era un

lusso, e le cifre arabiche appena si introducevano, e inestricabile la

varietà di monete e misure, quanto incomodi doveano tornare i conteggi

e la corrispondenza! Oggi la forma più consueta è la commissione,

cioè il fabbricatore affida a negozianti le merci da vendere per

conto; opportuna suddivisione di uffizj: allora invece egli medesimo

o suoi commessi andavano con navi o carovane a vendere e caricare, e

riconducevano gli avanzi e i baratti.

Le antiche strade romane erano state guaste per impedire le correrie

dei Barbari, ovvero da questi nelle guerre, o dal tempo; e agli

sminuzzati dominj che successero, qual interesse suggeriva di agevolare

le comunicazioni? I torrenti si sfrenavano, cadevano i ponti; onde

difficilissimi i trasporti: ed anche assai più tardi non viaggiavasi

che a cavallo. Caterina di Amedeo V di Savoja, andando sposa a Leopoldo

d’Austria nel 1315, cavalcò fino a Basilea, dove il palafreno fu

regalato ai minestrelli che cantavano le sue lodi. Maria di Brabante

seguì fino a Genova in lettiga il marito Amedeo V, quando nel 1310

accompagnava a Roma l’imperatore Enrico VII. Giovan Villani dà come un

gran fatto che uno spaccio del conclave di Perugia arrivasse in undici

giorni a Parigi per corrieri di mercanti[238]. Erano perciò in gran

conto i corrieri veloci, come Jaquet messaggere del conte di Savoja,

che in quattro giorni andò e tornò da Ginevra a Pavia nel 1399: nel

1380 Amedeo VI di Savoja donava due fiorini d’oro a Guglielmo frate

cluniacese, che faceva cinquantacinque e più leghe il giorno[239].

Altri importuni aggravj s’erano introdotti, quali l’albinaggio, per

cui cadeva al signore l’eredità dello straniero che morisse sulle sue

terre[240]; e il diritto di naufragio, per cui la nave che frangesse

diveniva preda dell’occupante, o del signore della costa, come tutti i

ributti del mare. Fin il goto Teodorico avea riprovato quest’inumanità;

il concilio Lateranese del 1079 pronunziò anatema chi spogliasse i

naufraghi; e Federico I, poi Federico II di Svevia avvalorarono questa

_libertà_ _della Chiesa_[241]: ma gl’interessati sapeano eluderla.

Sodare il debito sopra i possessi non usava durante il feudalismo,

nè era possibile allorchè quasi nessuno era padrone assoluto del

proprio podere: ma nelle repubbliche conoscevasi l’ipoteca coi modi

e le cautele che sembrano de’ moderni[242]. Più consueto era il dare

in pegno oggetti preziosi, e spesso i tesori delle chiese: o porgeano

malleveria altre persone disposte a subir fino il carcere se al dato

giorno non venisse soddisfatto il creditore[243].

Il forestiere (ed era forestiere chi abitava a poche miglia) non

restava protetto da leggi comuni o dalla generale giustizia, onde si

ricorse a strani compensi, come sono le rappresaglie. Se uno restasse

leso nella roba o nella persona, e non ottenesse soddisfazione, egli

stesso o i suoi accomunati potevano far danno a qualunque compaesano

dell’offensore. La rappresaglia derivava dall’antico sistema

dell’associazione, per cui tutti stavano garanti dell’accomunato.

Oberto Pelavicino signor di Cremona, pretendendosi creditore di Filippo

Torriano, allora capo del popolo milanese, sostenne nella sua città

tutti i negozianti di Milano colle loro mercanzie. La compagnia de’

Buonsignori di Siena dovendo ottantamila fiorini alla Chiesa romana, il

papa pronunziò interdetta tutta la città sinchè fossero pagati. Qualche

volta la rappresaglia si applicò a casi criminali; ed essendo ucciso un

Inglese da un Italiano della compagnia degli Spini, gli uffiziali della

giustizia appresero tutti i compatrioti di esso.

Le leggi posero regola a questo costume, e via via si cercò

prevenire il danno degl’innocenti. Lo statuto romano non concedeva la

rappresaglia se non quando fosse giuridicamente provato il danno[244].

Quello di Padova del 1258 permetteva di rifarsi sopra i beni di chi

avesse nociuto o de’ suoi concittadini; ma nel 69 si eccettuarono

gli ambasciadori o le persone venute a Padova per affari del proprio

Comune, e così i romei e pellegrini; nel 71 si prescriveva, quando un

cittadino si presentasse a domandar la rappresaglia contro un individuo

o un Comune, questo dovess’esserne avvertito dal podestà, affinchè

potesse giustificarsi o accordarsi; che se il consiglio de’ savj

decretasse aver luogo la rappresaglia, il podestà presenterà l’istanza

e il voto al gran consiglio, che deciderà a due terzi di voti. Nel

1266 a maestro Giovanni Manzio padovano, medico condotto a Ravenna,

erano stati per via rubati i danari, le robe e i libri, che erano

un Avicenna, un Serapione, un Almansor e qualcheduno d’astrologia: e

avendo il podestà scritto ripetutamente al Comune di Ravenna, mandatovi

ambasciadori, interposto anche il podestà di Bologna, nè ricevendo

soddisfazione, si autorizzò il medico alla rappresaglia. Anche nel 1302

quel Comune la concedette ai signori Carraresi contro i Torriani di

Milano per la dote di Elena della Torre. Una singolare rappresaglia è

portata dal cap. LVII dello statuto dell’arte di Calimala a Firenze del

1332: — Qualunque de’ mercatanti nostri si richiamerà per iscrittura

d’alcuno albergatore d’altra cittade o luogo, manderemo lettere a

quello albergatore a spese di quello mercante, che a certo termine

le debba aver pagate: la qual cosa se non farà, comanderemo a tutti i

nostri tenuti che non alberghino più con lui; e chi farà contra, sia

punito in lire venticinque per ciascuna volta».

La Chiesa provvide alla sicurezza coll’aprire mercati settimanali

o fiere annue alle solennità principali sopra terreno immune, quali

erano il sagrato delle chiese o i chiostri. La fiera di Bergamo vuolsi

concessa dall’imperatore Berengario ai canonici di San Vincenzo,

poi da Ottone alla chiesa di Sant’Alessandro[245]. Quella di Verona

fu istituita nell’807 dal vescovo Ratoldo sulla piazza di San Zeno

maggiore; nel 1049 le botteghe bruciarono; fu poi ristabilita nel

1187. Un marmo fuori della porta maggiore dell’atrio di Sant’Ambrogio a

Milano legge che Anselmo arcivescovo stabilì, per tre giorni avanti e

tre dopo la festa dei santi Gervaso e Protaso, nessuno molestasse per

debiti chi veniva a quella solennità. Anche a Bologna per la festa di

san Petronio i mercanti erano immuni di dazio e gabella otto giorni,

e nessuno poteva essere citato a pagare il dovuto (GHIRARDACCI). Negli

ordini del 1353 per la fiera di Sant’Andrea di Nizza a mare è assegnato

luogo distinto ai venditori di carni salate e formaggi, di spezierie,

di pelliccie, di ferro, rame, chiodi, d’argento, d’oro, di spade

e armi, di vetri, vasi di terra, corde, pentole, basti, e così pei

sartori, pei cambisti, per gli spacciatori di polli e altri volatili,

d’erbe e frutti e legumi, di tela, di ronzini ed altri animali di

piede rotondo, di porci e bovi, di merci varie; con prescrizioni per

ciascuno[246].

Molte strade erano affidate alla custodia dei monaci, come quella del

monte San Bernardo, ove il pio Bernardo da Mentone istituì l’ospizio;

come quella dell’Alpe fra Lucca e Modena, concessa ai frati di San

Pellegrino del Serchio; come il passo di Percussina in val di Greve,

con uno spedale assistito dalla compagnia del Bigallo di Firenze. La

strada mulattiera traverso al Sangotardo, forando la buca di Uri e

gettando il ponte detto del Diavolo, tanto parve meraviglioso, è dovuta

agli arcivescovi di Milano, che signoreggiavano la val Leventina. Fin

ai tempi di Carlo Magno le gole più elevate delle Alpi erano provvedute

di ospizj[247]; le varie nazioni che pellegrinavano in Italia se

ne procuravano di proprj ciascuna, sicchè, a tacer Roma, a Vercelli

trovammo ospedali di Franchi e d’Inglesi (tom. VII, pag. 107).

Man mano che città e borgate si redimevano in libertà, curavano

agevolezze al commercio. Nelle prime carte comunali è sempre pattuita

la sicurezza delle vie, l’esenzione da certi pedaggi, la moderazione

di tutti: e non v’ha statuto che non provveda al mantenimento delle

strade, anche con magistrati appositi. Dai castellani del contorno si

otteneva a denaro non molestassero le spedizioni, e dessero scorte;

alcuni perfino si costituivano garanti dei danni che altri soffrisse

sulle loro terre: tanto temevano che i mercadanti si mettessero

per altra traccia, togliendo il lucro portato dal passaggio e dagli

alloggi. Dimenticavansi le animosità pel comune interesse dei traffici;

s’istituivano tregue mercantili, luoghi di franchigia e neutralità.

Nel 1182 i consoli di Modena promettono sicurezza nel loro territorio

e pronta giustizia ai mercanti e alle persone di Lucca[248]. Nel 1183

Cremonesi e Bresciani giuravano una concordia, convenendo che le due

città si concedano a vicenda il transito; le persone fossero rispettate

sulle strade, eccetto i mercanti di paesi nimici all’una o all’altra

città; la moneta delle due collegate avesse corso nelle contrattazioni

reciproche, promettendo non se ne deteriorerà il valore intrinseco,

se non col voto del podestà e del consiglio[249]. Nel 1215 Milanesi

e Vercellesi faceano accordo che mai dai Milanesi per le persone o le

robe loro fosse esatto alcun pedaggio sul ponte che faceasi a Casale

sul Po. Nel 1217 il Comune d’Alessandria francava i Vercellesi da quel

che pagavano a Beale[250]. Il marchese Pelavicino, Buoso di Dovara,

il Comune di Cremona da una parte, e dall’altra Azzo d’Este, Lodovico

conte di Verona e le città di Mantova, Ferrara, Padova, alleandosi

per fiaccare Ezelino, convennero che, malgrado la guerra, _mercatores

de Tuscia semper secure possint ire, redire, stare, conversari cum

personis et mercibus per civitates et territoria Mantuæ, Ferrariæ,

Paduæ_. Nel 1262, Vicenza, Padova, Treviso, Verona giuraronsi reciproca

quiete, e di assicurar le strade a viaggiatori e trafficanti. Giovanni

Liprando ed Enrico da Arcore, sindaci dei mercanti di Milano, il

1276 portavano lamento a Filippo conte di Savoja per una sovrimposta

(_surrepsio_) da lui messa sulle merci che transitavano pe’ suoi

Stati, e stipularono quanto dovesse prendere per ogni balla di lana

di Milanesi che passasse di là, e pel pedaggio d’uomini e cavalli a

Villanova, al Ciablese e altrove, nulla pagando la bestia che ciascun

mercante cavalcava: i mercanti a vicenda giuravano non far le balle

più grosse del consueto, e ciascuna di otto panni di Chalons, di dieci

panni vergati di Provins, o del peso equivalente; e procurare che i

mercanti d’Italia diretti alle fiere di Champagne e di Francia passino

e tornino per le terre d’esso conte, il quale li riceve, pel suo

distretto, sotto il proprio salvocondotto[251].

I Comuni limitrofi mettevansi d’accordo per migliorare le strade, come

fecero Torino, Chieri, Testona nel 1204; Pistoja e Bologna nel 1298 per

aprire quella della Porretta. Nel 1219 Bergamo e Brescia pattuivano di

restaurare la strada di Palazzuolo, e reciprocamente compensare quelli

che dai masnadieri vi fossero danneggiati. Nel 1232 Bonifazio marchese

di Monferrato si obbligò verso il Comune di Genova di tenere in buon

ordine quella da Asti a Torino, nè esigere altro pedaggio che di soldi

sei e mezzo per carico, e nulla per le bestie scariche; i castellani

e nobili fra cui attraversa, obbligherà a mantenerla e custodirla, nè

introdurre veruna mala usanza[252]. Nella pace del 1279 Verona, Mantova

e Brescia convenivano che una strada correrebbe fra esse città per

Peschiera, Godio, Guidizzolo, Montechiaro, mantenuta da essi Comuni, e

sotto la vigilanza di dieci cavalcatori ogni Comune con tre capitani,

scelti fra mercanti e uomini di buona fama. Nel 1333 Franchino Rusca,

signore del Comune e del popolo di Como, conchiuse cogli uomini di

Blegno che tenessero in essere e in buona guardia le strade per la val

Leventina, e ajutassero i Comaschi contro chi le infestasse.

Frequentissime convenzioni appellano a tal uopo; e prendendo solo

Firenze e in breve periodo, nel 1201 con Fortebraccio di Greccio ed

altri conti Ubaldini del Mugello convenne difenderebbero i Fiorentini

e le robe loro con guide e scorte in tutto il distretto e dominio; se

riportassero danno, li compenserebbero del proprio[253]; nel 1203 coi

Bolognesi di cessar reciprocamente le rappresaglie; nel 1250 franchigia

con Pisa, cui rinnovava ogni tratto; nell’81 co’ Genovesi libero

transito anche per terra, immunità da gabelle al paese di Fabriano,

e che garantissero tutte le merci caricate su loro navi; nell’82

con Lucca, Siena, Pistoja, Prato, Volterra, reciproca francazione

da gabelle o dazj, a somiglianza dell’odierna lega doganale; nel 90

libero transito con Ravenna e Faenza; nel 95 con Lucca, Prato, San

Geminiano, Colle, sicurezza per dieci anni, essi e loro alleati, da

ogni rappresaglia, malatolta, telone, pedaggio. Dacchè Mentone con

Roccabruna si separò da Monaco nel 1748, questa cara cittadina non

può comunicare con altre se non pel mare o per una via che passa sul

territorio di Roccabruna, e quel principe non può uscire dal suo

Stato in carrozza senz’attraversare paese nemico; i Mentonesi non

vogliono più mantenere quella strada; e i litigi che ne nascono, e

le conseguenze che ne verrebbero, possono spiegare l’importanza dei

trattati de’ Comuni del medioevo per le comunicazioni.

Pure il viaggiare fu sempre disagiato non solo, ma pericoloso. Dante

funesta celebrità diede a Rinieri da Corneto, che faceva guerra alle

strade. L’abate Pietro di Cluny venendo a visitare Eugenio III, fu

svaligiato dal marchese Obizzo Malaspina, se non che i Piacentini

costrinsero questo alla restituzione. Giovanni d’Andrea, celebre

canonista, mandato ambasciadore dal cardinale Bertrando del Poggetto

al Papa nel 1328, presso Pavia fu assalito e spogliato de’ libri

e della roba; e grossa somma ebbe a dare pel proprio riscatto. Il

Petrarca, la prima volta che fu a Roma, dovette rifuggire nel castello

dei Caprànica, sinchè il vescovo di Lombez nel venne a convogliare

con cento cavalieri; partendone dopo coronato, diede nei malandrini,

sicchè tornò indietro, e il popolo pensò a farlo scortare; ma altri lo

assalsero all’uscire di Parma. Giovanni Barile, mandato da re Roberto

di Napoli ad assistere a quella coronazione, fu svaligiato per viaggio,

e dovette dar volta.

Le maggiori apprensioni popolari, e in conseguenza i più estesi

provvedimenti sogliono dirigersi sull’annona; e se la scienza non

arrivò neppur adesso a persuadere che l’unico preservativo o il

palliativo migliore alle carestie è il lasciarla libera, si perdoni

a un tempo dove governava direttamente il popolo, soggetto a tutte le

paure, e che cogli infiniti impacci sovente produceva il male cui volea

farsi incontro. L’obbligo d’introdurre il ricolto nella città era una

cautela contro i signori castellani, che avrebbero potuto affamarla. Ma

spesso il proprietario dovea sagrificare le proprie convenienze alle

paure dei nulla aventi; l’autorità tassava i prezzi de’ comestibili e

degli altri oggetti di prima necessità, stabiliva magazzini, fissava

le ore e i modi del mercatarli. Così era delle vivande azotate; niuno

comprasse di là d’una data quantità di pesce, chè non ne rimanessero

privi gli altri; comparendo sul mercato qualche selvaggina grossa,

fosse fatta a pezzi, acciocchè potessero fruirne anche i men denarosi.

I rigori cresceano all’apprensione di carestia: mettevasi fin pena

la vita all’asportar grani; chi ne possedesse dovea notificarli, e

venderli al prezzo decretato. In Toscana tutto il grano era compro dal

Comune, che facea canova e lo dava per bullettini.

D’altri inciampi era causa la nimicizia fra i Comuni; e Lodi vietò

di portar biade a Milano, nè di tirarne vino, pena la testa. Altri

venivano da’ signori che voleano aggravezzare il transito delle merci

fin da una all’altra delle terre di loro dominio. E poichè alcuni

principi, come il re di Sicilia, riceveano gran parte del tributo in

derrate, restavano principali negozianti del loro paese, e ne facevano

monopolio. Federico II esigeva un conto esatto de’ cereali, de’ foraggi

e del vino che entrassero ne’ suoi magazzini; e dopo provvigionatone

i suoi palazzi e le fortezze, il resto si vendeva, principalmente

a mercadanti romani, o anche asportavasi direttamente per conto del

re, il quale, ove l’opportunità arridesse, ne spediva in Ispagna, in

Barberia su navi proprie o di Veneziani o Genovesi. Nel 1239 incaricava

il grand’ammiraglio di condurre a Tunisi, dove forse il ricolto era

fallito, cinquantamila salme di frumento, parte avuto dagli intendenti

regj, parte procurato al miglior costo; al qual fine se ne proibiva

ogni altra asportazione; e in Africa fu venduta la salma ventiquattro

tarì, locchè produsse quarantamila oncie d’oro, o due milioni e mezzo

di lire[254].

Questo andar e venire dei grani e delle altre derrate produceva

gran movimento mercantile; e i Veneziani specialmente cavavano dalla

Barberia, dalla Sicilia, dall’Egitto granaglie da provvigionare anche

altri paesi; dalla Barberia stessa e dal mar Nero, il sale, del cui

monopolio erano gelosissimi. Per quante volte i Padovani tentassero

mettere saline sul loro territorio, sempre i Veneziani gl’impedirono;

e sotto alla statua del doge Gradenigo, fra altri vanti, è scritto: _A

faciendo sale Paduanos marte coegi._

Fra le spezie, il pepe era indispensabile, quanto da due secoli in

qua lo zuccaro; cittaduole ne tenevano magazzini; in alcune il dazio

impostovi suppliva ad ogni altro; i signori di Basilea nel 1299 al

diritto di vender pane condizionavano la retribuzione di una libbra di

pepe l’anno. La cannella, il garofano, la curcuma o zafferano d’India,

pianta tintoria che prosperava anche nelle valli cretacee dell’Ombrone;

il zenzevero, il cubebe, l’anesi, le foglie di lauro, il cardamomo,

la noce moscada erano grato solletico ai sensi, oltre gli spighi di

lavanda côlti in Italia. Aggiungete la paglia della Mecca (_andropogon

schœnanthus_), la scamonea, il gàlbano, il laserpizio, la sarmentaria,

l’aloe, la mirra, la canfora del Giappone, lo zafferano[255], il

rabarbaro della Siberia meridionale, la sena, la cassia, il badeguar,

la galla del biancospino, il cisto di Creta da cui cavasi il làdano,

l’olio di sesamo, la gomma d’astragalo, la gomma gutta, la gomma

arabica, la sandracca d’Africa, il sangue di drago delle Canarie.

I frutti d’Italia, di Spagna, di Grecia, l’olio, il riso[256] erano

spacciati dagli speziali, come chiamavansi i venditori delle merci

suddette: il caffè non era conosciuto; poco lo zuccaro. Ai riti della

Chiesa occorrevano pure cera ed ambra; e a Venezia lavoravasi quella,

di questa si faceano crocifissi e paternostri, traendola dal Baltico.

Le ricerche sul prezzo dei generi di prima necessità e della mano

d’opera provano che non differiva molto dall’odierno, giacchè un

operajo ordinario fu e sarà sempre pagato quel tanto che si richiede

al suo vivere. Il prezzo delle altre materie troppo è difficile a

determinarsi in tanta varietà delle monete e incertezza dei patti

secondarj. Troverete della legna, ma non sapete se fu tagliata dai

boschi stessi del compratore; del vino, ma intendevasi condotto e

daziato? e in anno d’abbondanza, o di scarsezza? un mobile, ma forse

era un capo d’arte o di preziosa materia; un libro, ma forse traea

valore dalla legatura e dalle miniature[257].

Le ricchezze minerali non si neglessero. Le vene del Bergamasco e delle

valli Camonica e Trompia fin da antichissimo diedero molto ferro, al

quale eccellente tempra sapea darsi nel Comasco. Armi si fabbricavano

a Gardone, Lumezzane, Brescia; e Giovanni da Uzzano ricorda i pregiati

acciaj bresciani, e i badili, le lamiere, i fondi di padelle che si

tiravano di là. Il ricco minerale dell’Elba, di Pietrasanta, d’altre

parti della Toscana trasportavasi greggio o lavorato anche in Levante.

Venezia trasse partito dal ferro e dal rame del Friuli, della Carintia,

del Cadore; e pare lungo tempo le fabbriche sue conservassero il

secreto d’agevolare col borace la fusione. Rame s’avea pure da Massa

marittima, e in val Tiberina e in val di Cécina, dove anche solfato di

ferro.

Argento si cavava a Perosa e nella valle di Lanzo in Piemonte, nelle

valli Seriana, Brembilla, di Scalve e in altre del Bergamasco. Le

argentiere di Montieri, mestissimo villaggio in Val di Merse, sono

donate nell’896 da Adalberto marchese di Toscana ad Alboino vescovo di

Volterra, confermate più volte, e segnatamente da Enrico IV, nel 1186,

purchè _episcopus et sui successores nobis nostrisque successoribus,

pro ipsis argenti fodinis, triginta marcas argenti examinati ad

pondus cameræ nostræ persolvant_. Federico II, in rotta col vescovo

di Volterra, affittava _argentariam nostram Monterii_ a Bentivegna

Davanzati fiorentino. Il diploma di Carlo IV del 1355 dice che _jamdiu

defuerint, et quasi steriles sint effectæ_; e la cava d’oro e d’argento

attivata nel Pistojese nel secolo xiii pare un sogno dei cronisti.

Bensì attorno al Mille già si hanno memorie d’argentiere presso Massa

marittima e nell’alpe Apuana di Pietrasanta, con profondi cunicoli,

scavati probabilmente da una consorteria di Lombardi che signoreggiava

la Versilia. Oro traevasi dalle arene del Ticino, dell’Adda, d’altri

fiumi; e al 1º novembre del 1000 Ottone III concede al vescovo di

Vercelli _totum aurum, quod invenitur et elaboratur infra vercellensem

episcopatum et comitatum Sanctæ Agatæ_[258].

Dalle moje di Volterra si avea sale, ma era ignota la produzione

dell’acido borico, oggi ricchezza di quei lagoni: ben se ne cavava

solfo; e un Genovese vi trovò l’allume, emancipandosi così dal trarne

da Tunisi, dalla Germania, da Focea, paesi occupati dai Turchi, assai

prima che si adoperassero le allumiere del Napoletano e della Tolfa

nella maremma romana. Lipari, donde in antico s’avea tutto l’allume,

per testimonio di Diodoro Siculo, talchè il prezzo rimaneva ad arbitrio

degli abitanti, da gran tempo cessò di somministrarne.

Anche sotto al feudalismo le arti si erano conservate al modo

antico, disposte in corpi o scuole o maestranze sotto proprj capi;

organizzazione dell’industria conforme a tempi, dove, non ancora

riconosciuta l’eguaglianza degli individui, venivano emancipati in

masse, e non intendendosi il lavoro libero, si facea che l’operajo

travagliasse pel maestro, come il villano pel signore[259]. Tutto vi

era regolato con una minuzia puerile: il filatore non poteva accoppiare

fil di canapa a quello di lino; il coltellinajo non fare manichi a

cucchiaj; non i ciotolaj e orciolari tornire un cucchiajo di legno; non

fondere sego di bue con quel di montone, non cera nuova con vecchia;

determinati gl’ingredienti delle tinture e de’ varj composti. Dovettero

nascerne impacci, conflitto, tirannie; i principi se ne fecero una

fiscalità; il monopolio si saldò a favore di pochi; ammende e multe

per ogni minima violazione, e giudici erano gli emuli, interessati a

cogliere in colpa.

Pure in que’ primordj i sindachi, i consigli, i probiviri, le frequenti

adunanze, le camere di disciplina, ove «mercantilmente si procede,

e i piati si scrivono vulgarmente senza giudici o procuratori o

notari, più di buona equità che di stretta ragione procedendo»[260],

riuscivano d’ammaestramento al vulgo, come le falde sorreggono

i bambini: compagni, fattori, discepoli, maestri formavano una

gerarchia di opportuna dipendenza: gli artigiani riuniti nei medesimi

quartieri, si vigilavano a vicenda ed emulavansi, così togliendo

o rimovendo le frodi, facili in popolo inavvezzo all’industria; si

soccorreano ne’ bisogni; il garzonato dava una garanzia di futura

abilità; nella suddivisione dei lavori dovea ciascuno raffinare il suo

speciale; lo spirito di corpo dava aria di gravità, e fece conoscere

e ponderare diritti; gli stendardi de’ santi patroni furono stendardi

d’indipendenza, e protessero l’individuo dalle vessazioni, talchè

divennero potenze sociali le classi laboriose, e formaronsi, vorrei

dire, dei feudatarj borghesi e nulla possidenti[261].

Nè però si creda non ne fossero conosciuti gl’inconvenienti; e al

1287 il Comune di Ferrara aboliva tutti i collegi d’arte, di qual

si fossero maniera e nome, talchè nessuno potesse fare adunanze o

collette. Eccettua il collegio de’ giudici, le confraternite devote, le

università delle contrade e ville, i fabbri, a cui si concede di avere

un commesso che compri il carbone e lo distribuisca ai singoli; quelli

poi che avessero beni comuni, possano deputare chi gli amministri. Ai

banditori pure sia lecito unirsi una o due volte l’anno per eleggere

due che li presiedano onde disporli e mandarli per utile del Comune. I

beccaj esercitino lor arte ne’ luoghi e modi stabiliti. Ogni artefice

od operajo richiesto per l’arte sua, deve subito andare, sebbene

l’opera cui è chiamato fosse da altro incominciata, e non cessare

neppur se altro fosse chiamato a lavorare in sua compagnia. Ma non

osino fare intelligenze e congiure tacite od espresse sui prezzi o sul

lavoro; e viepiù si tengano d’occhio i navalestri, pessima razza, che

molte frodi macchina contro l’utile de’ viandanti.

L’arte della lana, allora principalissima, dovette l’incremento

agli Umiliati, ordine istituito a Milano, al quale si fa pur merito

dell’invenzione de’ drappi d’oro e d’argento per chiese. A Firenze,

dove fondò Santa Caterina d’Ognissanti, era tenuto esente da ogni

dazio, e proibizione d’insudiciar le acque che andavano alle sue

gualchiere[262]. E là principalmente prosperò quell’arte, e nel 1338

vi si finivano ogn’anno ottantamila pezze di panno, del valore di

un milione e ducentomila zecchini[263], tirando le migliori lane

d’Inghilterra, Spagna, Francia, Portogallo, Barberia. L’arte di

Calimala traeva a buon conto panni grossolani di Fiandra, Picardia,

Linguadoca, e vi dava assetto e finimento tale da doppiarne il prezzo.

In venti magazzini entravano diecimila pezze l’anno, del costo di più

che trecentomila fiorini: ciascuna si _taccava_ con un bollettino, ove

notare la spesa di primo costo, del denajo di Dio, del recarlo a casa,

del tingerlo e ritingerlo, del cardarlo, cimarlo, spianarlo, piegarlo,

della bandinella, della maletolta, del teloneo, dell’uscita alle porte,

del legaggio, caricaggio, ostellaggio, e d’ogni altra spesa. Le due

fiere di san Simone e san Martino traevano a Firenze i più denarosi

mercanti di tutta Italia, sicchè vi correano quindici a sedici milioni

di fiorini.

In Siena, la gabella di quattro lire ogni pezza del panno asportato, la

più parte verso Levante, fu appaltata seicento zecchini. Gareggiavano

colle francesi e colle fiamminghe le fabbriche di Venezia e sua

terraferma, di Pisa, del Bolognese, del Ferrarese, animate dalla

proibizione dei drappi forestieri. In Verona al 1300 s’impannavano

l’anno ventimila pezze, oltre calze e berrette; e la Signoria veneta ne

comprava colà di sopraffini, da presentarne al gransignore (ZAGATA). A

Mantova le folle della lana erano privilegio del Comune, distruggendosi

quelle che alcun privato mettesse; e lo statuto prescrivea la qualità,

e il numero de’ fili, la dimensione del panno, il modo e la forma de’

telaj: non poteano lavorarne se non gli ascritti all’arte, i quali

prestavano giuramento avanti al podestà: ogni pezza finita presentavasi

al magistrato, che collaudata la bollava, o trovandola disforme dalle

prescrizioni, la buttava al fuoco, multando il lanajuolo. Ricchi e

monaci vi si dedicavano; nel 1500 vi si contavano quarantaquattro

fabbriche; e quando il re di Danimarca visitò i Gonzaga, se ne posero

in mostra cinquemila pezze: bellissimo parato per una città!

Milano e il suo territorio spediva alla sola Venezia per trecentomila

ducati l’anno in panni, e per centomila in canovaccio, cambiandoli con

cotone in fiocco e filato, lane francesi e catalane, tessuti d’oro e

di seta, pepe, cannella, zenzero, zuccaro, verzino e altre materie

coloranti, saponi e _schiavi_ per due milioni. Giovanni da Uzzano,

che nel 1440 compilò quanto era necessario sapersi da un mercante

intorno ai paesi, alle mercanzie, al cambio, al denaro, alle dogane, e

descrisse di porto in porto il viaggio che si faceva lungo le coste del

Mediterraneo, poi all’Jonio e al mar Maggiore, scriveva che «a Milano

càpitano quasi tutte le robe di Lombardia per mettere in Genova: si

trae da Milano mercerie infinite d’ogni ragione, armadure di maglia e

di piastre e d’ogni ragione, acciaj, ferri lavorati, fustani, tele e

panni assai fini; di Como panni assai e fini; di Monza panni grossi e

fini; e mettonsi a Venezia per navigare in Levante; di Verona e Mantova

panni; di Padova zafferano e lino; d’Alessandria lino, tele di guado

assai, e molto guado; di Monferrato zafferano, canovaccio, canape; di

Brescia acciaj, ferro, lino, zafferano, carte»[264].

Più tardo sorse l’artifizio della seta. Questa nel Codice rodio era

agguagliata in prezzo all’oro, e al tempo di Procopio quella di colori

ordinarj valea sei monete d’oro l’oncia, e il quadruplo la purpurea:

traevasi dai Seri, popolo dolce ma rozzo nel Tibet, o piuttosto

dall’Indo-Cina, come oggi par dimostrato. Due missionarj, colà portati

da zelo religioso, vi conobbero l’industrioso insetto, e come produca

quel filo prezioso; e recatene alcune uova in Europa, riuscirono a

educarli. Il Peloponneso, tosto piantato a gelsi, da questi dedusse

l’appellazione di Morea; e fabbriche istituite per l’impero orientale

scemarono se non tolsero il bisogno di ricorrere agli stranieri. I

Veneziani, assoggettata l’isola d’Arbo sulle coste di Dalmazia nel

1018, le imposero di contribuire ogni anno alquante libbre di seta; se

no, altrettanto peso d’oro puro. Alla presa di Costantinopoli estesero

le seterie, assicurandosene il monopolio mediante trattati coi principi

dell’Acaja.

In principio non conosceasi che il gelso nero, e il Crescenzio (cap.

14) si lamentava che le donne ne cogliessero le somme foglie per

nutrire certi bachi, il che impedisce ai frutti di maturare: forse

solo nel XIII secolo si portò il gelso bianco. I privati tardavano

a intenderne il vantaggio, talchè si dovea per legge ordinarne la

coltura: lo statuto di Modena del 1327 impone, chiunque abbia orto

chiuso vi pianti per pubblico vantaggio tre gelsi, tre fichi, tre

melogranati, tre mandorli; quel di Pescia del 1340 obbligava a

coltivarne; e un secolo dopo, per Toscana era imposto ad ogni contadino

di piantarne cinque ogni anno[265]; poi si proibì d’asportarne la

foglia, e nel 1423 si concedea franchigia a chi ne importasse.

Pretendono che Lodovico Sforza gl’introducesse nel suo parco di

Vigevano, donde si diffusero per Lombardia, di che a lui venne il

cognome di Moro. Una grida di Milano del 1470 impone si piantino almeno

cinque gelsi ogni cento pertiche; un’altra, di notificare quanti ne

esistevano, e la foglia loro si cedesse al maestro da seta a prezzo

equo, chi non volesse da sè nutrirne i bachi[266]. Ma già nel 1507

il Murlato, in una cronaca comasca manoscritta, nota che le campagne

attorno a Milano e a Como davano immagine d’una foresta di gelsi.

Vorrebbero che Ruggero di Sicilia dalla sua spedizione in Grecia

portasse telaj ed operaj di seta; ma noi vedemmo come anteriormente ne

tessessero i Saracini. Soggiungono che quell’arte fiorisse in Lucca,

e che quando Castruccio la prese, novecento famiglie di tessitori

si diffondessero per la restante Italia, trentuna delle quali nella

sola Venezia: pure fin dal 1225 l’arte della seta a Firenze formava

corporazione distinta, noverata fra le maggiori, e coll’insegna d’una

porta rossa in campo bianco; e nel 1248 i Veneziani proibirono il

commerciar di seta agli esattori delle tasse imposte ai fabbricatori di

essa. Frà Buonvicino da Riva in quel giro di tempo scrive che a Milano

si facevano panni _de lana nobili et de sirico, bombace, lino_: vero

è che traevasi da di fuori. Borghesano da Bologna inventò i torcitoj

nel 1272, tenuti in gelosissimo segreto, finchè, entrando il secolo

xiv, gl’insegnò ai Modenesi un tal Ugolino, che per questo fu in patria

appiccato in effigie[267].

Il setificio si estese a Pisa, Genova, Padova, Como, Verona, Vicenza,

Bassano, Bergamo, Ferrara, Bologna e nella Lombardia, a segno che la

seta indigena non bastando alle fabbriche, era d’uopo cercarne nella

Marca, nella Calabria, nelle isole greche. Non si tardò a lavorare

stoffe e broccati, intessendovi l’oro e l’argento, e ad applicarvi

fregi metallici col ricamo e coll’impressione; e nell’industria de’

broccati gareggiarono Venezia, Genova, Lucca, superate da Firenze.

Marino da Cataponte veneziano nel 1456 riceveva dal re di Napoli mille

scudi a prestito perchè in quel regno attivasse fabbriche di drappi

di seta e oro; immune d’ogni gabella la seta, l’oro filato, la grana

e tutto che servisse a tale lavorìo; gli operaj venissero trattati

come napoletani; nelle loro cause civili e criminali non fossero

riconosciuti da altro tribunale che dai loro consoli, i quali in

numero di tre venivano eletti ogni anno da tutti quelli iscritti sulla

matricola dell’arte, e ogni sabato doveano tener ragione. Altri diritti

furono concessi e sussidj a Francesco di Nerone e Girolamo di Goriante

fiorentini, a Pietro de’ Conversi genovese: anzi in appresso fu eretto

in Napoli un distinto tribunale _della nobil arte della seta_, da’ cui

decreti non davasi appello che al supremo consiglio, dove il giudice

facea la relazione stando in piedi a capo scoperto[268]. Diritti quasi

eguali v’ebbe l’arte della lana. Altri tessitori genovesi e fiorentini,

invitati da Carlo VIII, poneano a Tours le prime manifatture di seta in

Francia.

Quest’arte essendo molto scaduta in Lucca, ove prima tanto fioriva, si

cercò ravvivarla con regolamenti, che la dovettero anzi intristire. Lo

statuto del 1482 prescrive che nessuno possa tesser drappi di seta se

non sia arrolato nella scuola: per esservi scritto come capo maestro

vuolsi abbia lavorato quattro anni chi è nato in l’arte, e cinque chi

fuori. Chi lavora di tesser seta, non possa esercitare altr’arte ove

di quella si maneggi. Chi comincia a tessere una pezza, deva farla

marchiare, notandone il colore e la lunghezza. Non si tengano in casa

più telaj dei descritti. Per farsi immatricolare si paga un ducato

d’oro. La donna che si mariti fuor dell’arte, non possa insegnarla ad

altri. Non si piglino garzoni forestieri. I mercanti giurino di non

tingere zendadi con robbia nè sangue di becco, e i panni scarlatti

colorire con grana[269]. Potremmo in ciascun paese riscontrare questi

medesimi errori economici.

La tintoria era un accessorio quasi indispensabile per tutte queste

fabbricazioni. Da gran tempo l’allume era il mordente più consueto:

avevamo appreso dalla Francia e perfezionato l’uso del chermes e

della robbia: fu consacrato dalla pubblica riconoscenza il nome del

Fiorentino che nel secolo xiv introdusse dal Levante in patria il

tingere a oricello, cioè in violetto coll’uliva[270], derivandone

il cognome degli Oricellaj, alterato poi in Rucellaj. A Bologna

prosperavano le tintorie di seta e di panno in grana e scarlatto;

ed essendo nel 1220 per servizio di esse tirata in città l’acqua del

Savena, fu conosciuta tanto opportuna, che i tintori fecero solenne

festa con processione e fuochi per tre giorni (Ghirardacci).

Venezia, Genova e la Lombardia fabbricavano eziandio tele di cotone,

ma non da reggere il confronto di quelle di Mussul, mentre quelle

di lino e di canape, tessute principalmente in Lombardia, Padova,

Bologna e nel Piemonte, oltre soddisfare al consumo ogni dì crescente,

servivano anche a baratti coll’Asia. A pari colla seta erano prezzate

le pelliccie, distintivo de’ cavalieri e di alcune dignità civili

ed ecclesiastiche: di grossolane arrivavano da Svezia e Norvegia; da

Russia le preziose, massime dopo scoperta la Livonia; preparavansi a

Venezia, Bologna, Firenze, e in quantità erano spedite al Levante.

Il nome di Firenze richiama i cappelli di paglia intrecciata, arte

ben antica se in casa Ricci ancor si conserva quello che fu di santa

Caterina de’ Ricci. A Brozzi dapprima, poi si estese alla Lastra, a San

Piero, a Ponte, a San Donnino, e se ne mandava per tutto il mondo[271].

Le armi davano lavoro a molti opifizj, dovendo ogni feudatario fornirne

i suoi uomini, ogni libero se stesso, ogni armatore il proprio legno.

Corazzaj e spadaj formavano una delle arti in Firenze; in Milano dura

il nome alle contrade degli Spadaj e Speronaj: e le armi della lupa

quivi fabbricate erano cerche persino fuori di cristianità.

L’arte del vetro, della quale fino dal xiii secolo aveva esposto i

metodi il patrizio Manni, e che era concentrata in Murano, andò sempre

in meglio; e Venezia lavorava come semplici ornamenti conosciuti

col nome di _conterie_, così imitazioni di gemme, vasi comuni e

costosi cristalli, vetri di finestre e specchi suntuosi. Una fontana

di cristallo in argento fabbricata a Murano, fu comprata tremila

e cinquecento zecchini da un duca di Milano. Una legge del 1255

provvide per gelosamente conservare quest’industria al paese; e chi la

esercitasse, godeva privilegi tali, che il matrimonio d’un patrizio

colla figlia d’un vetrajo non derogava la nobiltà, e la moglie del

nobile muranese sedeva pari a quelle della dominante; l’operajo che ne

migrasse, era reo di morte.

Vi si lavorava pure attivamente di conciar pelli, e dorare cuoj per

le tappezzerie e marocchini. Moltissimi orefici con eleganza pari

all’abilità legavano gemme e facevano d’ogni maniera ornamenti fin dal

secolo XII, gareggiando con Genova, Bologna, Parma, Cremona, Mantova,

Perugia, Milano che n’era mercato ed emporio per l’Italia media.

Fin dal 1123 appare indizio della catenella, che ogni Veneziana poi

volle avere a più giri attorno al collo e ai polsi. I camini in forma

di campana, i terrazzi di pietruzze e calcistruzzo battuti v’erano

comodità antiche, e da Venezia si propagarono al resto d’Italia.

Disputarono agli Orientali la fabbrica de’ camelotti e delle rascie; la

canapa convertivano in cordami, il filo in trine, migliaja di povere

addestrandosi al rinomato punto in aria. Il borace, che traevano

dall’Egitto e dalla Cina, soli i Veneziani sapeano preparare, come

il cremor di tartaro, la biacca, la lacca, il cinabro, il sublimato,

probabilmente imparati dagli Arabi. Molto si lavorava di cera, la cui

imbiancatura non v’era pregiudicata dalla polvere; di zuccari prima

della scoperta d’America, di liquori, di sapone. A Perasco faceansi le

corde armoniche, nel Vicentino i panni, a Salò il refe. La zecca, oltre

la moneta nazionale, ne lavorava pei paesi con cui trafficavano, ed

anche coll’impronta dei re barbari. Le cartiere del Friuli e di Brescia

diedero un altro capo di asportazione ai Veneziani, che presto la nuova

arte de’ libri stampati aggiunsero alle antiche: una nave catalana

nel 1380 aveva caricato a Genova per la Fiandra ventidue balle _paperi

scrivabilis_[272].

Le varie arti v’erano unite in fraglie, regolate da matricole scritte

(_mariegole_), dove pure si deponevano i secreti dell’arte, e la

poteva esercitare solo chi vi fosse registrato o chi avesse educato

un trovatello. Aveano particolare magistratura di conciliazione: con

tenui contribuzioni si preparavano mutui soccorsi, ed ergevano chiese

e scuole, la cui magnificenza desta ancora la meraviglia. Il magistrato

dei sensali giudicava in prima istanza la propria corporazione, potendo

condannare fino a tre anni di galera; i giudici della seta e la camera

del purgo giudicavano de’ setajuoli e lanajuoli.

Di gran mistero avvolgevansi le manifatture, gli olj e sali medicinali;

la teriaca, famoso polifarmaco, tenuto qual panacea universale, e di

cui fin seicentomila libbre l’anno si asportavano; le tinture, massime

lo scarlatto e il chermisi, non doveansi fare che al tempo determinato

dalla legge, e con apparato d’incantesimo, e con baje di giganti col

cappellone, di uccellacci o d’altro che portassero gl’ingredienti:

meschini spedienti ma comuni, che, invece di cercare la superiorità nel

migliorare, assonnavano nella fiducia della proibita concorrenza.

Il fiorentino Dei, che vergò violenti diatribe contro i Veneziani, e si

vantava d’aver fatto gran male ad essi in tutti i paesi, e massimamente

aizzando i Turchi a loro danno, li rimprovera perchè sui mercati,

dove i Fiorentini comparivano con broccati e drappi di gran valuta,

essi non portassero che aghi, seta da cucire e far frange, sonagli,

arme, vetrame e bazzecole. Prova che i Veneziani eransi accorti come i

piccoli guadagni moltiplicati equivalgono ai grossi, e quanto giovi lo

speculare sovra oggetti minuti ma di gran consumo.

Con tutti quei regolamenti e con infinite minuzie e precauzioni,

consonanti all’economia politica d’allora, il Governo voleva

attirare ai Veneziani tutti i vantaggi del commercio europeo, nutrire

l’industria per mezzo dell’industria, assicurare alle fabbriche del

paese un’occupazione costante, non lasciando mai venir meno le materie

prime. Siffatto sistema a lungo andare poteva cessar di produrre i

vantaggi che si speravano nello stabilirlo; ma l’incertezza del futuro

e la poca probabilità di cambiamenti possono giustificare la condotta

del senato, mentre il paese vi va debitore di grandi lucri e ricchezze.

Del resto noi, tuttora impigliati fra tante pastoje, potremmo apporre

a que’ vecchi se non aveano ancora imparato che in ogni materia,

ma più nel commercio, il meglio che possa farsi è il non governar

troppo? Essi invece per favorire il commercio moltiplicarono leggi,

alcune delle quali non poteano che pregiudicargli, come avviene delle

vincolanti. Conviene però confessare che conoscevano il principale

scopo del commercio, qual è di conguagliare la ricerca coll’offerta, la

produzione col consumo, nè mai c’incontra di vedere quegl’ingombri di

manifatture non ismaltite, che sono il disastro dell’odierna industria,

comunque giganteggiata pel sussidio delle scienze, delle belle arti,

dello spirito d’associazione, della suddivisione de’ lavori.

Procuravasi la buona fede coll’infamare chi fallisse al debito: e a

Milano, a Firenze, altrove doveva acculacciare una pietra: la _pietra

del vitupero_ stava nella sala della Ragione a Padova; a Monza,

chi rassegnava i beni dovea presentarsi alla pubblica assemblea, e

scalzo, nudo, in sole brache ascendere sopra la pietra, e starvi dal

principio al fine dell’adunanza; a Lucca, siccome nell’antica Roma,

l’oberato portava un berretto giallo, e se un creditore l’incontrasse

senza questo, avea diritto di farlo arrestare. Con un rigore, di cui

l’Inghilterra pur offre esempio, nel 1398 i Fiorentini stanziarono

che i falliti potessero forzarsi a far da boja, quando altro non ce ne

fosse[273].

Nel 1253 i Cremonesi stipularono coi Genovesi che, se qualche Genovese

abbia fatto credito a un Cremonese nel distretto di Genova, il

creditore deva richiedere per mezzo del Comune di Genova il Comune di

Cremona, il quale sarà obbligato ottenergliene la soddisfazione. Se

il debitore confessi il debito e nol paghi subito, venga arrestato

e consegnato al creditore esso e i figli, per essere sostenuto nel

carcere de’ malfattori, o condotto fuori del distretto di Cremona

cinque miglia, dove il creditore vorrà. Se il debitore fuggisse di

carcere, il Comune di Cremona pagherà. Se pagasse il debito, non si

rilascerà finchè non dia una sicurezza di stare al giudizio. Del

debitore confesso poi si avrà soddisfazione prima col mobile poi

coll’immobile, a stima di arbitri giurati, in modo che il Comune

lo riceva e paghi secondo tale stima. Se poi non abbia nè mobile nè

immobile, sarà consegnato co’ suoi figli maschi al creditore e condotto

come sopra. Se fuggissero, siano dichiarati forestieri (_forestetur_)

al Comune di Cremona; e se mai vi tornino, tengansi obbligati a

soddisfare al creditore[274].

Di buon’ora si cominciò a mettere in iscritto le convenzioni

commerciali, e pur testè fu pubblicato il repertorio di Giovanni

Scriba notajo di Genova, il quale pel solo anno 1161 contiene

cenquarantacinque atti privati, di società, di proteste, di

divisioni[275]. Pel più antico istrumento mercantile vi è dato

un atto del 1155, ove un Aucello giura portare a trafficar in

Sicilia e a Salerno lire sessantadue, ricevute da Oberto Usodimare.

Una carta dell’anno stesso dice: «Io Ugero Lugaro confesso aver

quattrocentosessantasette lire di roba tua, o Guglielmo Filardo, che

devo portare ad Alessandria per trafficare a tuo conto: al ritorno

deve esser tuo il capitale e il profitto, eccetto sette bisanti che

mi vengono per la condotta. Di quelle lire devo far le spese del

mio vitto e per quanto occorre. Del mio, porto lire venti». Ai 19

settembre Ribaldo da Sarafia e Ferro di Campo mettono in società

quello lire cinquanta, questo trentacinque e il suo personale, e gli

utili si divideranno a metà. Al 6 luglio 1156 Lanfranco Pepe commette

il capitale di lire cinquanta a Bernardo Porcello che lo traffichi in

Genova, e dei profitti si farà a metà. In quel curioso repertorio molte

altre si hanno di queste associazioni del capitale coll’industria.

Opportunissima al commercio venne l’istituzione dei consolati, cioè

d’una speciale e compendiosa giurisdizione per le cause mercantili

sia nell’interno, sia fuori[276]. Ne’ paesi lontani più frequentati si

tenevano consoli, che e vigilassero sugli atti del commercio nazionale,

e giudicassero i negozianti loro compatrioti secondo leggi scritte

o le usanze o il buon senso. Tali sentenze costituirono un diritto

consuetudinario; poi un Catalano o più probabilmente un Italiano,

entrante il secolo xiii, pensò raccogliere le costumanze de’ porti

del Mediterraneo, e ne nacque il _Consolato de’ fatti marittimi_,

base anch’oggi di tale legislazione, e diritto comune ove manchino

disposizioni particolari. Doveano essere avanzi delle leggi antiche,

durate in pratica anche dopo periti i documenti; e vi si tratta, in

ducento capitoli, dei doveri e diritti dei patroni di nave e socj, de’

marinaj, mercanti, passeggeri; delle merci occultate, bagnate, guaste,

prese, gittate; degli attrezzi, delle armi, delle condizioni di nolo,

de’ cambj, delle assicurazioni[277]. A questo esempio furono compilati

il _Giudicato di Oleron_ per l’Oceano, e le _Ordinanze di Wisby_ pel

Settentrione.

Se pure le assicurazioni erano conosciute ai Romani, sì poco

erano consuete, che legislatori e giureconsulti non le credettero

meritevoli di speciale attenzione. Nei nuovi tempi si estesero,

e i primi esperimenti si restrinsero ad accomunare i rischi fra i

padroni del vascello e quelli che caricavano. Tanto ne parve bene,

che la compilazione Rodia, certo anteriore all’xi secolo, la legge

di Trani che vorrebbesi del 1060, quella di Venezia del 1253, le

imposero come obbligo. Però, non legando che persone cointeressate

nella spedizione, stavano a troppo gran pezza da quelle zarose e

insieme precise speculazioni, dove, calcolando i venti, le avarie, le

stagioni, e insieme le politiche eventualità, la guerra, la pirateria,

si offre l’intero rifacimento delle lor perdite, mediante una tenue

anticipazione.

Non ha appoggio chi le asserisce conosciute a Bruges nel 1310; e poichè

niuna legge marittima settentrionale ne parla, nè tampoco la grande

_Ordinanza anseatica_ del 1364, ci si fa credibile cominciassero fra

noi, dove gli statuti di Pisa del 1161 le ricordano[278]: nel 1300

il Pegolotti espone come ordinaria questa assicurazione di denari e

mercanzie «a salvi in terra, a rischio di genti e di mare, a tutto

periglio di mare, di gente, di fuoco, di corsali», con premio dal sei

al quindici per cento: il breve poi del porto di Cagliari prevede i

casi del _naulegar_ e del _sigurare_.

Ma grand’ala non poteva aprire il commercio quando sì scarso il

contante; non avendosi oro che dalle miniere di Spagna e Ungheria,

poca polvere dall’Africa, qualche paglia dai nostri fiumi; dell’argento

non ancora lavorandosi le cave dell’Harz; e il commercio coll’India e

la Cina dovendo saldarsi in moneta effettiva, perchè non avevano esse

bisogno delle derrate o manifatture europee; finchè l’Inghilterra ai

nostri giorni non riuscì a surrogarvi l’oppio e le cotonerie.

I Romani sentirono, ma non ripararono tale deficienza; la quale,

cresciuta collo sperpero della migrazione, poi per le crociate,

impacciava le transazioni. Gli è ben vero che queste nell’interno

erano assai rade, quando la proprietà restava legata da feudi, livelli,

diritti comunali, manimorte, e dall’attenzione di conservare l’avito

possesso: pel consumo usuale poi molto adoperavasi il baratto. Però

l’Italia ebbe sempre maggior correntezza di contante, sì perchè la sua

industria ve ne chiamava, in tempo che le altre nazioni limitavansi a

comprare e consumare, e tutto doveano procacciarsi a denaro, non avendo

di che far baratti; sì per lo speso dai tanti che qui erano condotti

dalla devozione o dall’ambizione o dagli affari; sì perchè la curia

romana da tutto il mondo riceveva o tributi, o tasse per dispense,

indulgenze, aspettative, brevetti, investiture e simili, o frutti di

benefizj lontani, investiti a prelati qui dimoranti.

Se ne valsero i nostri per applicarsi alla banca o al prestito, e

svilupparono le varie forme del credito. Quando ogni paese, ogni

feudo aveva zecca propria, e spediente di finanza consideravasi il

falsare o alterar le monete, nasceva un’inestricabile diversità di

titolo, d’impronte, di valore. Per sottrarsi alla quale non di rado

si stipulavano i pagamenti a peso, cioè a marco, diviso in otto once

di ventiquattro carati[279]; onde i negozianti, prima di rimpatriare,

col denaro avuto compravano oro e argento non coniato. Tanto più che

molti paesi, considerando il denaro come vera ricchezza, non come

solo stromento di cambio e misura del valore, impedivano gelosamente

l’asportarlo. A questo disagio e alle frodi, troppo facili sopra monete

non conosciute, ripararono Lombardi, Fiorentini, Senesi, nelle primarie

città aprendo scanni, col nome di banchieri o _campsores_; e ricevute

in deposito le somme, sborsavanle man mano che il depositante traesse

su loro, o facevanle a questo pagare dai proprj corrispondenti ove egli

si recasse. Tutte le operazioni che oggi si lodano come arte bancaria

o si vituperano come aggiotaggio, le troviamo già in uso; e Firenze

nel 1371 moderava i giuochi di borsa coll’imporre una tassa sopra la

vendita de’ fondi pubblici[280].

Una scolastica distinzione fra le ricchezze fruttifere e le

infruttifere, che poneva cioè il valore nelle cose medesime, non

nel servizio che rendono all’uomo, fece a molti, fino a’ dì nostri,

dichiarare illecito il guadagnar sul denaro; e fatto un precetto

del consiglio evangelico _Date a mutuo senza nulla sperarne_, si

giudicò peccato il lucrare un interesse. Ma poichè è troppo naturale

e vantaggioso che il capitalista accomodi al lavoratore, bisognava

illudere la coscienza co’ varj sotterfugi di cui gli usurieri sono

maestri. I governi poi pensarono a porre un limite agl’interessi

affinchè non se ne abusasse; quasi non dovessero, come in tutte

le altre mercanzie, proporzionarsi al rischio, alla ricerca, al

lucro del mutuante. Come avviene dei provvedimenti arbitrarj, anche

questo dovette altalenare; e poichè probabilmente le variazioni si

saranno legalizzate sol dopo che l’abuso era comune, non possiamo dal

variare degli interessi argomentare la maggior o minore ricchezza

pubblica, cioè il migliore impiego del denaro. Perocchè a volere

che in paese industre gl’interessi si proporzionino al vantaggio che

ne trae l’accattante, bisognerebbe che i divieti non perturbassero

l’equivalenza de’ servigi; e molte volte gl’interessi sono alti in

grazia non della prosperità, ma del rischio a cui il capitale si

espone. Così oggi in Levante, perchè il Corano vieta il ricevere

frutto, il prestatore non protetto dalla legge deve premunirsi dai

rischi della contravvenzione.

Il codice romano stabiliva il merito del quattro per le persone

illustri, dell’otto pei mercanti, del dodici per quelli di grado

inferiore che prestassero grano o derrate, del sei per gli altri; tanto

era mal compreso l’uffizio del denaro. Nel medio evo, il commercio

trasse il denaro nelle città, sicchè i signori castellani e principi

ne pativano disagio, e bisognava ne cercassero a usure trasmodate.

Guido conte di Biandrate nel 1161 pattuiva quattro denari al mese, cioè

il venti per cento. Nel 1201 Arduino vescovo torinese conveniva con

Giacomo e Bartolomeo Sylo, se non restituisse fra due anni le dovute

152 lire susine, v’aggiungerebbe lire 13; se fra tre, lire 25; se fra

quattro, lire 58; se fra cinque, lire 90; se fra sei, lire 113: il

che era un modo di mascherare l’usura, maggiore del dodici per cento

(Cibrario). Nei conti di Giuliano di Nannino de’ Bardi con Pietro

di Francesco Piccioli nel 1427 al prestito di lire 2928 in un anno è

computato l’interesse di lire 878: lo che scontra il trenta per cento

(Pagnini). Il doge Mocenigo assegna il quaranta all’anno pei capitali

messi nel commercio. Federico II in Sicilia lasciò solo agli Ebrei il

prestare, e proibì di passare il dieci[281]; errore massiccio, emendato

dalle violazioni. Uno statuto veronese nel 1228 prefiggeva il dodici e

mezzo; uno di Modena del 70, il venti; uno di Cremona del 78 interdisse

agli Ebrei di esigere sui pegni più di sei denari per lira al mese.

Nel XIV secolo v’ha esempj del trentacinque. A Firenze erano ottanta

banchi, e il monte pagava il merito del dodici o quindici e non mai

più del venti: per moderare le usure, nel 1430 vi si chiamarono Ebrei,

i quali obbligavansi a non riscuotere di là dal venti; e quando nel 95

furono espulsi, si trovò, o almeno si disse che in cinquant’anni aveano

guadagnato 49,792,556 fiorini.

In Piemonte, morendo uno in fama d’avere guadagnato di usura, ogni

aver suo ricadeva nel fisco: al qual uopo con rigore si suggellava la

casa, s’imprigionavano la vedova e i figli acciocchè dichiarassero se

nulla tenessero nascosto: istituivasi l’indagine, dalla quale raramente

l’accusato usciva netto quando importava al fisco di trovarlo in colpa;

anche purgandosi, non veniva reintegrato della roba e dell’onore:

lo perchè tutti procuravano accordarsi col fisco, colpevoli o no

(Cibrario).

Il pregiudizio contro gli Ebrei impedì acquistassero proprietà

sode; onde si gettarono sulle arti e sul commercio, e non legati da

restrizioni clericali, e nell’obbrobrio loro poco adombrandosi di

nuova infamia, davano a prestito. Quei che doveano accattar denari da

loro, gli accusavano di esorbitanti usure; i rovinati, gl’infingardi

riversavano sopra di loro ogni colpa, pretesto a fraudarli del dovuto:

e così odiati e necessarj, menavano quella esistenza eccezionale, che

è una singolarità in mezzo alle singolarità del medioevo. Ma quel

continuo cacciarli per continuo restituirli attesta la cresciuta

importanza delle ricchezze commerciali, per cui l’opifizio ormai

equivaleva al castello. Che se in Francia e in Inghilterra gli

Ebrei erano esposti alle brutalità della plebe, alle persecuzioni

de’ preti, all’insaziabiltà dei re, che li chiamavano per ottenerne

denari a prestito, poi li sbandivano per farsi pagare la tolleranza,

da noi poteano trafficare, se non senza odio, almeno senza pericolo;

e se per l’opinione dello scannar figliuoli alla pasqua, la quale

vedemmo ridesta perfino ai giorni nostri, erano avversati non meno

dalla fanatica Napoli che dalla colta Firenze, spesso gli statuti li

riconoscevano, se non altro, per moderarli. Venezia nel 1400 a due

Ebrei concesse di fondare una banca di prestito; e quando s’impadronì

di Ravenna, prese obbligo di spedirvi banchieri ebrei; i quali aveano

case a Roma, a Firenze, a Pavia, a Parma, a Mantova, anzi in tutte le

principali città.

A Roma l’università degli Ebrei doveva pagare 1130 fiorini d’oro (come

da istromento inserito nella bolla di Bonifazio IX del 1399) che

servissero alle feste carnovalesche di piazza Navona e a Testacio.

Inoltre, al principio del carnovale, alcuni loro deputati doveano

presentarsi ai conservatori di Roma, implorando continuasse a loro la

protezione del popolo romano, e offrendo un mazzo di fiori e una cedola

di 20 scudi, da spendere in addobbare i palchi della magistratura

romana. Il primo conservatore rispondeva, che, se rimanessero quieti

e fedeli, non verrebbe lor meno la protezione del popolo e del papa.

Eguale omaggio faceano al senatore, che rispondeva in simili sensi.

A Martino V gli Ebrei d’Italia portarono lagnanze pei mali trattamenti

che soffrivano; ed egli, inerendo all’operato da’ suoi predecessori,

promulgò privilegi, e proibì agl’inquisitori e ad ogni altra persona

laica od ecclesiastica di predicar contro di loro e inviperire

la plebe, nè recare ad essi molestie, salvo se fossero fautori

dell’eresia, non obbligarli ai divini uffizj, non battezzarne alcuno

prima dei dodici anni. Nondimeno alcuni predicatori, massime de’

Mendicanti, persuadevano i Cristiani ad evitare ogni contatto cogli

Ebrei, non cuocer loro il pane, non prestar fuoco o servizj, non

riceverne prestanze, minacciandoli di ecclesiastiche censure; a tacer

quelli che, eccitati da ciò, ne sturbavano i possessi, li battevano,

ingiuriavano, uccidevano; col che «li rendeano più ostinati nella loro

perfidia, mentre colla carità potrebbero cattivarli». Laonde Pio II,

nella bolla 27 luglio 1459, toglie in protezione gli Ebrei; abbiano

sinagoghe e sepolture senza impaccio; nè vogliasi costringerli a vivere

a modo nostro, o lavorare il sabato; nè siano esclusi dal conversare

coi nostri, nè dal comprare o appigionar case e beni da Cristiani, e

far contratti, mercatare, tenere scuole delle scienze giudaiche[282].

Cogli Ebrei presto vennero a concorrenza Lombardi, Astigiani, Toscani,

Caorsini, aprendo banche in ogni canto d’Europa, e accomodando

di denaro non solo i privati, ma anche il pubblico, e massime in

Inghilterra, cautelandosi sopra i dazj. Gli statuti di Susa fin dal

xii secolo parlano di _casane_ stabilite in varie città d’Italia, cioè

banchi di prestanza e di cambio. Nel 1277 Filippo III re di Francia

catturò tutti i prestatori italiani sotto imputazione d’usuraj, ma

in fatto per ismungerli; e si lasciò calmare solo da sessantamila

libbre di parisj, che varrebbero oggi ventiquattro milioni[283]; poi

nel 94 stipulava col capitano e col corpo de’ cambisti italiani, che

gli dovessero un tanto per gli affari di cambio. Metz ne avea fin dal

1260, e nel 1370 restaurò le sue mura colla taglia percetta su questi

Lombardi; nel 1404 appaltava per dodici anni la sua banca a Giovanni

Frassinale di Vercelli per duemila e quattrocentotto fiorini di

Firenze.

Al pari degli Ebrei erano favoriti e odiati i Lombardi; tassate al

doppio delle altre le _lettere lombarde_, con cui la cancelleria

francese gli autorizzava al commercio; relegati in quartieri distinti

e chiusi, simili ai ghetti; e a volta a volta spogliati violentemente

od espulsi. Un’ordinanza del 6 gennajo 1477 invitava gli abitanti

di Amsterdam a ritirare i loro pegni dai Lombardi avanti il martedì

grasso, assolvendoli dagli interessi.

I Fiorentini principalmente applicarono a quest’industria; e

Frescobaldi, Bardi e Peruzzi, Capponi, Acciajuoli, Corsini, Ammannati

erano le più famose banche cantanti in Inghilterra e ne’ Paesi Bassi.

La casa dei figli di Caroccio degli Alberti dal 1348 al 57 aveva

filiali ad Avignone, Bruges, Napoli, Barletta, Venezia e altrove, le

quali pagavano o riscotevano le somme da rimettersi in Avignone alla

corte pontifizia o ad altre piazze di Francia, Fiandra, Germania,

Italia: contemporaneamente negoziava in grosso di panni, che da

Brusselles, Gand e altre terre di Fiandra, Francia, Inghilterra, per la

lor casa di Bruges erano spediti al fondaco di panni in Firenze, per la

via di Parigi, Marsiglia, Nizza, Pisa[284].

Destri com’erano, qual meraviglia se i nostri venivano adoprati per

consiglieri e ministri di finanza da principi? tanto più che non

poteano questi assumere veruna impresa se dal banchiere non ne avessero

assicurati i mezzi. Molti _siniscalcati_ della Francia meridionale

erano appaltati a compagnie di Lombardi, che si assumevano queste

imprese finanziarie[285]: a Lione case fiorentine, lucchesi, genovesi

faceano in grande il commercio d’asportazione e importazione de’

tessuti di lana e seta[286], e vi serba nome la via de’ Guadagni ove

questi teneano banca: ne’ libri mastri di Genova, di Pisa, di Messina,

in mancanza di altri documenti, vengono a cercar prove di nobiltà le

famiglie francesi che ambiscono di poter inserire la croce nel loro

stemma.

Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15) · 第 22 / 31 题