Furono i nostri che crearono la scienza delle ricchezze e della loro

distribuzione, misurarono la potenza del proprio paese e i mezzi con

cui farlo agli emuli prevalere, e tolsero a considerare tutt’Europa

come un sistema unico, ponderando perciò le forze delle singole parti;

e alcuni conti dei loro dogi o podestà potrebbero andar di paro coi

messaggi meglio compiuti dei presidenti americani[202]. I Fiorentini

volevano dai loro commessi un ragguaglio de’ paesi ove andavano; i

Veneziani ricevevano dai loro diplomatici informazioni continue, e da

queste possiamo ancora librare la civiltà e la potenza de’ varj Stati.

Quanta ricchezza non indicano nel paese le medesime guerre! Taciamo

Venezia, taciamo Genova, di cui non di rado qualche privato diveniva

principe, e i Lercari o i Giustiniani tenevano testa alla potenza

ottomana; ma Federico I di Sicilia ebbe cinquantotto galee in punto

d’arme, con centotredici l’affrontò Roberto di Napoli, e distrutte

si rinnovarono quasi per incanto. I nobili milanesi proposero a

Filippo Maria di mantenergli diecimila cavalli e altrettanti pedoni,

purchè lasciasse loro amministrare le pubbliche entrate, escludendone

cortigiani e favoriti. Dal 1377 al 1406 Firenze spese in sole guerre

undici milioni e mezzo di fiorini d’oro, da cento ogni libbra[203],

tributo di cittadini privati: settantasette case, dal 1430 al 53,

pagarono di straordinarj quattro milioni ottocentosettantacinquemila

fiorini; e lo stato popolare, dal 1527 al 30, cavò di straordinarj un

milione quattrocentodiciannovemila cinquecento fiorini. I tiranni pure

e gli oligarchi facevano gara di prosperare il proprio paese, sì pel

vantaggio che a loro medesimi ne ridondava, sì per emulare i vicini,

sì per palliare la servitù. Francesco Sforza scavava il canale della

Martesana ed ergeva l’ospedal grande a Milano; Gian Galeazzo ardiva

cominciarvi il duomo e la certosa di Pavia; i Medici, i Pitti, gli

Strozzi si eternarono per elegante magnificenza.

Ma in fatto di costumi e d’opinioni men che in niun’altra cosa si

può considerare l’Italia come una sola nazione; e se anche oggi, con

sì poche caratteristiche e con tante comunicazioni, immenso divario

corre dal Torinese, per esempio, al Siciliano, quanto più allora?

In Romagna poca attenzione si dà all’agricoltura e all’industria, le

ricchezze traendosi d’altronde che dalla terra; i suoi fiumi non sono

navigabili, ed essiccando lasciano esalazioni pestilenziali; talchè

l’uomo si scosta da quei paesi, che così peggiorano col cessare della

vegetazione artifiziale, e disordine e abbandono invadono le valli

inselvatichite e i piani deserti, per la cui ampiezza pochi casali

s’incontrano, perciò opportuna alle masnade; e il popolano, sentendosi

necessario al padrone che ne trae guadagno di stipendj militari,

acquista orgoglio e fierezza, quasi con ciò attesti discendere

dai conquistatori del mondo. Il Veneziano invece è indocilito dal

sentimento della dipendenza, che mal si confonderebbe con quella

pulizia che cerca sedurre ma senza bassezze; egli venera il denaro,

ambisce i godimenti, e gli aspetta da chi può procacciarli a lui, il

quale nulla può ripromettersi dagli onorevoli sudori versati sulla

terra. All’incontro il Genovese le falde delle Alpi e dell’Appennino

a forza d’arte vestì d’ulivi, aranci, vigneti, e non bastandogli lo

scarso territorio, s’avventura al mare, e dice, _Io vengo da Caffa_,

così come se fosse tornato dal porto. A Napoli il Governo svigorito

lascia crescere la colà prepotente inclinazione di isolarsi; e da un

lato si trincerano i baroni, dall’altra i popolani, non partecipandosi

i frutti del convivere sociale; la scarsa industria, l’indolenza,

il non curare del domani sono conseguenza del clima, de’ pochi

bisogni e de’ facili soddisfacimenti; come i vulcani del paese, dalle

esaltazioni si passa rapidamente all’inerzia, con poca costanza e

vacillante condotta; l’immaginazione fa ricorrere alle superstizioni,

l’inosservanza delle leggi lusinga a vendette private. La Toscana,

divisa in piccoli territorj, sembra fatta per la vita individuale delle

città, che in fatto ebbero ciascuna una storia particolare: nella parte

montagnosa si ricoverarono i signorotti, e trovarono buoni soldati; il

resto è coltivato con indefessa cura: e perchè a gran fatica basta alla

popolazione, questa si dedica anche all’industria, e così si sviluppa

quel vigore intellettuale, quella coscienza di se stessi, per cui i

Toscani si presentano come in una virilità matura, ma tutta robusta.

Dappertutto poi restavano distinti i costumi de’ principati da

quei delle repubbliche, in quelli i signori, in queste apparendo i

cittadini. Udiamo accagionare quei borghesi, che idolo si facessero

del denaro. È vera l’accusa? è ragionevole? Nell’età barbara e nella

feudale la ricchezza era mal distribuita in Italia, ma il clero colla

limosina, la feudalità col suo sminuzzamento prevennero quella piaga,

che oggi infistolisce col nome di pauperismo. Crebbe poi e si diffuse

la ricchezza; ma se questa è cattiva allorchè (come avvenne nell’età

romana) provenuta da mezzi immorali, e, sparsa con disuguaglianza, apre

un abisso fra le varie classi, e perciò aguzza le passioni sovversive,

essa torna giovevole all’individuo e alla società quando sia frutto di

lavoro onesto e di liberi contratti, e si spanda in tutte le classi.

Sta bene ai nostri tempi battaglieri e rivoluzionarj lo sbertare

i mercanti, e ripetere le ingiurie che Buonaparte scaraventava

all’Inghilterra: sta bene il rammentare che, quando Marsiglio Carrara

esulava a Firenze, la Signoria lo dichiarò esente da ogni molestia

per debito, salvo che fosse verso Fiorentini. Ma il mercante acquista

prudenza, attività, energia per mettersi in grado di accumulare il

capitale; col creare questo si ottiene l’agiatezza, la quale lascia

campo alla coltura dell’intelletto e dei costumi, ed elevando i salarj

fa progredire verso l’uguaglianza. Ricordiamoci che erano mercanti

Marco Polo, che primo ci descrisse l’Asia centrale e il Giappone;

il Fibonacci, che introduceva le cifre arabiche; Giovan Villani, il

migliore cronista del nostro e forse d’ogni altro paese, il quale, se

non il fare ingenuo e pittoresco di Joinville e Froissart, mostra però

la scienza positiva e il fermo tocco di chi maneggiò gli affari prima

di raccontarli. Non sono i mercanti fiorentini che vollero combattere i

venturieri quando i principi non sapeano che mercatarli?

Quegli operosi commerci rivelano abbastanza un vivere ben differente

dalla convulsiva inazione de’ giorni nostri, quando si cerca tutto

fuorchè il modo di essere contento del proprio stato; non si oziava

tanto sui caffè; non si camuffava d’amor di patria la poltroneria del

non mutar cielo; non si logoravano la salute e la ragione a fare e a

leggere giornali e romanzi. Lungi dal tenere disonorante il commercio,

vi accudivano in persona cittadini primarj. Archinti, D’Adda,

Castiglioni, Crivelli, Lampugnani, Melzi, Visconti, Vimercato erano

matricolati fra i mercanti di Milano; «il padre di Antonio Giacomini

(dice Machiavelli) fu mandato a Pisa, a faccende di mercatare,

nella quale tutta la nobiltà di Firenze si esercita, come nella cosa

più utile e più reputata nella patria loro»; Cosmo, già capo della

Repubblica fiorentina, non interruppe gli affari di banco, ne’ quali si

esercitavano e Strozzi e Pazzi e Guicciardini e Borromei e Rinuccini e

Salviati. Ne contraevano quelle abitudini casalinghe insieme e forbite,

che contrastavano colle fastose e rozze dell’aristocrazia forestiera; e

quest’agevolezza personale, questa energica risoluzione, quest’operare

sicuro, questa grazia nativa davano all’Italiano grande superiorità

sugli stranieri, e in conseguenza lo facevano più ammirato che amato,

anzi temuto, la finezza parendo astuzia, la galanteria corruzione, la

franchezza dispregio.

Lo spirito d’economia, lo sforzo delle classi industri per migliorare

la propria condizione, la frugalità nei godimenti, bastavano a

bilanciare le nobili profusioni nelle arti e le folli nella guerra; e

Smith le paragonava a quella che i medici chiamano forza medicatrice

della natura, che spesso restaura l’infermo a malgrado del male e delle

medicine. Avrebbe Firenze potuto repulsare tante nimicizie, e tanto

abbellirsi, quando non l’avessero soccorsa i cittadini che teneano

fondi nei magazzini di Venezia, di Parigi, d’Anversa, di Londra, e

sulle navi del Mediterraneo, dell’Eusino, dell’Oceano? Nè mai ne erano

avari per la libertà e pel decoro della patria. Reciprocamente il

tesoro pubblico era una specie di serbatojo per vantaggio di tutti:

nel 1466 gli argenti della Signoria di Firenze erano dati a prestanza a

Luigi di Piero Guicciardini e a Piero Capponi perchè con maggior pompa

potessero celebrare nozze[204].

E in Firenze, fors’anche perchè maggiormente e meglio ci è descritta,

appajono consuetudini affatto borghesi. La ristrettezza del territorio

obbliga ad usufruttarlo con ogni attenzione, e al lavoro de’ campi

unire l’industria; obbliga il proprietario a risparmiare e a speculare.

Quando altrove i nobili firmavano le carte colla croce _non sapendo

scrivere perchè baroni_, i Fiorentini stendeano i processi verbali

anche delle adunanze delle arti e mestieri; mercanti e manufattori

rendeano i proprj pareri per iscritto. Dino Compagni racconta che

sulla venuta di Carlo di Valois fu richiesto il parere dei settantadue

mestieri, imponendo loro «che ciascuno consigliasse per iscrittura se

alla sua arte piaceva che si lasciasse entrare a Firenze». Lo statuto

dei tesserandoli di seta a Lucca ordina che ogni tessitore o tessitrice

abbia un libro dove notare le tele che avrà dai mercanti, per poterlo

scontrare col libro di questi. Lo statuto dell’arte di Calimala del

1332 parla ogni tratto di scrivani, di registri, di rendiconto,

di bullettini. Chi può contenersi dalla maraviglia nel vedere i

Fiorentini, occupati in bottega a pesar lana e misurar drappi, fare poi

nel consiglio esperimento di tutte le possibili forme di costituzione,

porgere magistrati insigni dentro, accortissimi ambasciadori fuori;

insieme colle balle di mercanzie richiedere manoscritti, spacciare

lettere al merciajuolo e ai maggiori dotti; sul libro mastro, insieme

coi crediti registrare la storia della patria o del mondo, introdurre

la scrittura doppia, le cifre arabiche, l’algebra, fondare la prima

cattedra di greco, la prima di latino, la prima di leggere Dante?

Segretarj della repubblica erano un Bartolomeo Scala, un Carlo

Marsuppini, un Coluccio Salutati, un Bonaventura Munaci, ben presto un

Nicolò Machiavelli.

Qual prova maggiore di civiltà che i tanti scrittori? Leggete

il _Governo della famiglia_, e sentirete continuo quell’alito

dell’economia casalinga, che si briga delle particolarità senza

negligere le cose importanti, e risparmia un soldo, ma non si

arretra dallo spendere le migliaja di fiorini. L’autore diceva a’

suoi figliuoli: — Tutto l’anno accadono spese, cresce la gioventù,

apparecchiansi le doti; e volendo colla possessione soddisfare, non

basterebbe. E però è da intraprendere qualche esercizio civile, utile,

comodo a voi, atto ai vostri, col quale guadagnando possiate supplire

al bisogno. Potrebb’essere la mercatura; ma per mio riposo eleggerei

cosa più certa, e mi darei più volentieri a quegli esercizj, ne’ quali

si adoprano molte mani, e nei quali il denaro in molte persone si

sparge, e a molti bisognosi ne viene utilità. È officio del mercante

avere sempre la penna in mano; imperocchè indugiando lo scrivere,

le cose si dimenticano e invecchiano, e il fattore ne prende ardire

e licenza d’essere cattivo, vedendo il superiore negligente. Niuna

cosa tanto giova, niuna fa tanto buoni fattori, quanto la provvidenza

e sollecitudine del principale: stolto è veramente colui il quale

non saprà favellare de’ fatti suoi se non per bocca d’altri, e cieco

colui il quale non vedrà se non pegli occhi altrui... Le spese io le

considero necessarie o no. Chiamo volontarie quelle senza le quali

si può onestamente vivere, com’è avere bei libri, nobili corsieri,

argenterie, arazzi. Ora quel ch’è necessario, mi piace subito averlo

fatto, non fosse altro che per avermi scarico quel pensiere: epperò fo

le spese necessarie presto, e le volontarie con modo buono ed utile,

ch’è d’indugiare quando posso, per vedere se quella voglia cessasse

in quel mezzo, e non cessando, ho spazio di meglio pensare in che

modo spenda meno, e meglio mi soddisfaccia». E con che senno virile,

con che bontà senza sdulcinature, con che superiorità senz’arroganza

non tratta egli la donna! — Il marito e la moglie devono fare come

quelli che fanno la guardia sulle mura per la patria loro; se alcuno si

addormenta, colui non ha a male se il compagno lo desta. Così l’uomo

deve avere molto per bene se la donna, vedendo in lui mancamento, ne

lo avvisa. Quando io menai moglie, le dissi: _Donna mia, sopratutto

a me sarà a grado che tu faccia tre cose: la prima, che qui in questo

letto tu non desideri altr’uomo che me solo;_ ella arrossì ed abbassò

gli occhi: _la seconda, che abbi buona cura della famiglia, e la tenga

con onestà e pace; la terza, che provveda che le cose famigliari non si

trasferiscano male_. E fui avvertente nel persuaderla di mostrarsi ne’

suoi portamenti onesta, nè d’altra qualità o colore che naturalmente

ella si fosse: _La onestà della madre, le dissi, sempre fa parte di

dote alle figliuole; piace una bella persona, ma un disonesto cenno

subito la rende vile e brutta. Donna mia, tu non hai da piacere se

non a me: pensa non poter piacermi volendomi ingannare, mostrandomiti

quella che tu non fossi_. Tutte le mogli sono a’ mariti obbedienti

quando eglino sanno essere mariti. A me non piacque mai sottomettermi

alla donna mia; nè mi sarebbe paruto potermi far da lei obbedire

avendole dimostrato d’esserle servo».

V’era persone di buona casa che scriveano d’agricoltura come il

Vettori, o d’arti come il Neri, o del vivere civile come il Palmieri; e

chi sfogliasse i _Ricordi di cose famigliari, i Quaderni de’ conti_, i

_Prioristi_, come chiamavano una specie di mastro sul quale annotavano

i priori di quell’anno e insieme i principali accadimenti, stupirebbe

d’incontrare tanto estesa la maturità del buon senso e l’acume del

vedere. L’educazione pubblica era compita dalla domestica, poichè

il babbo o la nonna insegnavano al figliuolo a leggere, e il latino

allora necessario, e gli affari e la storia del paese; la servente vi

aggiungeva i racconti di fate e di ladri; tutto mescolato di proverbj,

non senza grossolanità e offese al costume. Faceasi musica a orecchia,

col flauto, il clarinetto, la mandòla accompagnando le canzoni per

istrada, o i rispetti e le ballate; spesso novellavasi, e si ridiceano

i proprj viaggi e quelli di Marco Polo.

Fin gente digiuna di lettere poetava, e nella barberia di un tal

Burchiello in Calimala convenivano fior di cittadini a discorrere,

celiare, improvvisare: ed egli fra loro sempre in buon tempo e sulle

burle, facea versi, tutti riboboli popoleschi e idee or da trivio or da

bordello, ma che si rileggono per quella naturalezza, che tanto scarsa

incontrasi fra i nostri. Gli accoppieremo Dino di Tura, anch’egli poeta

alla carlona; e Antonio Pucci campanaro, contemporaneo del Sacchetti,

che nel _Centiloquio_ ridusse in terzine la storia del Villani, ogni

canto facendo di cento terzine, e acrostica la prima lettera di ciascun

canto. Alquanto più tardi il Lazzero barbiere, bel capo e bizzarro,

stendea componimenti di scelto e pulito parlare.

E questo è particolare ai Toscani, che, mentre tutt’altrove non accade

quasi menzione se non della vita signorile, fra essi il notajo, il

mercante hanno storia in siffatti libri, a tacere anche qualche vita,

estesa per famigliare onoranza. Moltissime di quelle carte giacquero

dimentiche, molte furono edite, e ci porgono la più schietta dipintura

del vivere domestico d’allora. Ed erano talvolta opera di gente minuta,

che si gloriava del proprio mestiere, come altri farebbe del blasone.

Uno scrive: — Io ebbi un avolo, e fu maniscalco, e fu tenuto il sommo

della città sua; ebbe tre figliuoli. Cristofano appresso il padre tenne

il pregio della mascalcìa, e avanzollo; mio padre avanzò Cristofano

dell’arte in sua vita; onde, volendo il padre che appresso sè uno de’

figliuoli rimanesse all’arte, convenne a me lasciare lo studio della

grammatica, come piacque a lui, e venire all’arte. Onde dinanzi a me

furono di mia gente sei l’un presso all’altro, ciascuno maniscalco; ed

io fui il settimo»[205].

Guido dell’Antella, cominciando dal 1298, scriveva i casalinghi

suoi ricordi, e come principiò a lavorare sotto negozianti, e per

essi stette in Provenza, in Francia, a Napoli, in Acri, poi divenne

loro socio, e tiene nota delle varie scritte relative a’ negozj e ai

possessi suoi, o a’ matrimonj. I figliuoli continuano quelle note: or

che si mena moglie con fiorini settecentotrenta d’oro, fra dote e doni;

or che si compra una casa per fiorini ducentodieci; or che si prende

una fante per fiorini sei l’anno, ovvero _una schiava_ per lire trenta;

or una balia per fiorini sedici d’oro che stia in casa; ovvero, se va

fuori, le si dà cinquanta soldi il mese, e per corredo una zana, un

mantellino con sedici bottoni a scodelline d’argento, un mantellino

cilestro, una cioppolina mischia, cinque pezze lane, cinque fascie,

quattordici pezze line, una coltricina, un guanciale con due foderuzze.

Se s’appigiona una bottega, s’aggiunge al fitto un’oca grassa per

l’ognissanti o per pasqua di Natale. Nei poderi si trova già introdotta

quella società fra padroni e contadini che dicesi mezzeria, e che

assicura al colono una protezione, e lo mette col padrone in comunanza

d’interessi, d’affetti, quasi di famiglia: il padrone, oltre dare il

fondo, si obbliga anticipare al villano il denaro per comprare buoi.

Galgano Guidini a ventotto mesi restò privo del padre, il quale non

gli lasciò che debiti; ma sua madre per allevarlo non si rimaritò più.

Il nonno lo tolse in casa, e gl’insegnò a leggere e fin al Donato,

poi lo mandò imparar grammatica a Siena: egli ben presto potè mettersi

ripetitore, e infine passò notaro. Morto il nonno che aveva fatto un

poco d’usura, sua madre fece restituzione. Galgano andò in qualità

di notaro coi varj uffizj, e cominciò a guadagnare, far masserizia

e comprare. Introdotto presso la beata Caterina, s’infervorò di lei

e di Dio, sicchè voleva abbandonare il mondo, se sua madre non si

fosse adoperata per fargli invece menar moglie. A Caterina viva e

morta conservò sempre devozione, la richiedeva di consigli, tradusse

in latino le opere che ella scriveva in italiano, perchè «chi sa

grammatica o ha scienza, non legge tanto volentieri le cose che sono

per vulgare». Ebbe molti figli, e «al primo (dice) posi nome Francesco,

a riverenza di san Francesco mio devoto; e posimi in cuore che, a onore

di san Francesco, io il farei frate dell’Ordine suo. E così voglio che

sia». De’ figliuoli, i più dette a balia, alcuni la moglie _tenne a suo

petto_[206].

Di bizzarre avventure ci è narratore Bonaccorso Pitti, destro quanto

un cavaliere di ventura del secolo passato. Ito in Prussia il 1376 a

vendere zafferano, passò a Buda, ove s’infermò in un’osteria. Ed ecco

una brigata di beoni che straviziavano e ballonzavano in un salotto

vicino, ne odono il piagnucolìo, e lo tolgono dalla coltrice, e

l’obbligano a ballare con loro; di che egli suda in modo che guarisce.

Due giorni dopo giocando guadagna mille fiorini a un Fiorentino

direttore della regia zecca, e procacciatisi sei cavalli, quattro

servi, un paggetto, rivolgesi alla patria coll’avanzo di cento fiorini.

Ivi prende capriccio per madonna Gemma, che stava a porta Pinti, e

tanto fa che può entrarle in casa, e dirle l’amor suo; al che ella

risponde, — Or bene, va difilato a Roma». Credendo darle prova d’amore

coll’obbedienza, e’ va di fatto, traverso ai soldati papalini allora

in guerra con Firenze, e dopo un mese ritorna sperando guiderdone. Ma

la donna ridendo, — Non sai (gli dice) che a porta Pinti, quando vuolsi

mandare uno colla malora, gli diciamo, _Va difilato a Roma?_»

Militò col re di Francia alle battaglie d’Ypres e di Mons: arricchitosi

in Inghilterra, riede a Parigi, e v’impiega diecimila fiorini in

lana; ne guadagna al giuoco cinquemila al conte di Savoja, che non

glieli pagò mai; e sposata una Albizzi nel 91, spedisce le sue lane

da Parigi in due bastimenti, un per Genova pagando il nove per cento

d’assicurazione, l’altro per Pisa pagandone il quattordici. Tornò a

Parigi come mastro delle stalle del duca d’Orléans, e seppe ripicchiare

le valenterie de’ baroni francesi. Fu de’ priori in Firenze nel 99,

quando vagavano le processioni de’ Flagellanti. L’anno seguente fu

spedito ambasciadore del Comune fiorentino all’imperatore Roberto, cui

mise in guardia contro Galeazzo Visconti, e contro i pugnali e veleni

che questo sapeva adoperare; di che Galeazzo gli volle tanto male, che

bandì una taglia sul capo di esso. Era de’ consoli sopra la fabbrica di

Santa Maria del Fiore, quando fu affidato a Brunelleschi il voltarne la

cupola. Nel 1422 fece pubblica perdonanza d’ogni ingiuria ai nemici, e

specialmente ai Ruscoli, promettendo essi e lor discendenti trattarsi

da amici. Nel 23, stando capitano a Castellaro in Romagna, scopre una

congiura, e fa decapitare sette complici. Così prosegue il racconto,

intarsiando i fatti pubblici co’ suoi personali, avvenimenti europei

coi computi mercantili.

Girolamo da Empoli scriveva la vita di Giovanni suo zio, mercante

come lui e figlio di mercanti. A sette anni già leggeva il salterio,

a tredici sapeva il latino e un po’ di greco, e suo padre gli facea

ripetere le lezioni, e gli avea formato un libriccino dov’erano

ritratte molte cose della sacra scrittura, e «su quello lo faceva

studiare acciò ch’egli avesse notizia e che s’innamorasse delle cose di

Dio». Il dì delle feste andava sempre ad una delle compagnie devote che

aveva istituite frà Savonarola. Tirato al banco di suo padre, cambiò

monete, delle quali assai forestiere conobbe in occasione che mezzo

mondo andava al giubileo del 1500: uscì poi per mettersi ne’ negozj di

Fiorentini a Lione, a Bruges a Lisbona, e fu inviato da essi a Calicut

pel passaggio di mare frescamente scoperto. Quel viaggio ripetè egli

tre volte, e ne mandava ragguagli a suo padre; e quando rivedea la

patria, si divertiva con quei che sapevano di mappamondo ad indicarne i

luoghi, e applicare i nomi de’ paesi veduti. Più volte tornò a Malacca

e fin nella Cina, e morì a Canton il 1518.

Sebbene finto per commedia, pure vedo il tipo dei massaj fiorentini

nel Nicomaco atteggiato nella _Clizia_ dal Machiavelli. — Soleva

essere un uomo grave, risoluto, rispettivo; dispensava il tempo suo

onorevolmente. E’ si levava la mattina di buon’ora, udiva la sua

messa, provvedeva al vitto del giorno. Dipoi, se egli aveva faccenda in

piazza, in mercato, a’ magistrati, e’ la faceva; quando che no, o e’

si riduceva con qualche cittadino tra ragionamenti onorevoli, o e’ si

ritirava in casa nello scrittojo, dove egli ragguagliava sue scritture,

riordinava suoi conti. Dipoi piacevolmente colla sua brigata desinava,

e desinato, ragionava con il figliuolo, ammonivalo, davagli a conoscere

gli uomini, e con qualche esempio antico e moderno gl’insegnava a

vivere. Andava dipoi fuora, consumava tutto il giorno o in faccende

o in diporti gravi ed onesti. Venuta la sera, sempre l’avemaria lo

trovava in casa; stavasi un poco con esso noi al fuoco, s’egli era

d’inverno; di poi se n’entrava nello scrittojo a rivedere le faccende

sue: alle tre ore si cenava allegramente. Questo ordine della sua vita

era un esempio a tutti gli altri di casa, e ciascuno si vergognava non

lo imitare».

Nella portata dei beni che presentava il 1378, messer Francesco

Rinuccini fa una lunghissima enumerazione di possessi e case:

inoltre doveva avere dal Comune fiorini d’oro quattordicimila

cinquecensettantaquattro, che sarebbero oggi più di trentottomila

scudi; da varj privati duemila cinquecento; e morendo egli testò per

cencinquantamila fiorini d’oro in contanti. Una famiglia così doviziosa

componeasi del padre, sei figli maschi, una femmina, tre nuore, quattro

figli de’ figli, quattro famigli, due fanti per conciare i cavalli,

due fantesche, una balia, una cameriera, un ortolano colla moglie e un

figliuolo, e otto cavalli.

Nel 1460 Cino di Filippo Rinuccini sposava Ginevra d’Ugolino di Nicolò

Martelli, d’anni sedici, ricevendo in dote mille quattrocento fiorini

d’oro, mille dei quali stavano sul Monte delle fanciulle, con altri

ducento d’interesse, oltre le donora di fiorini ducento. Esso le regalò

un vezzo di centotto perle, sei nel pendente, un rubino in tavola, un

frenello di dugensessantuna perla, che si chiamava vespajo, da mettere

in capo, il tutto in un astuccio di cuojo di Fiandra. Un’altra volta

le portò venti perle da fare fruscoli per il capo, che eran once tre,

e costarono fiorini dieci l’oncia; e in più volte gliene portò altre

assai. Prese egli poi ad uso per sei mesi una collana d’oro con perle

e rubini, per cui diede sicurtà di fiorini duecento. Regalò pure alla

sposa un fermaglio da testa, un pajo di coltellini col manico d’argento

dorato e smaltato alla parigina, un dirizzatojo d’argento colla guaina

pur fornita d’argento. Al desinare di nozze furono trenta convitati, e

la sposa ebbe in dono otto anelli con gioje che in tutto poteano valere

cinquanta fiorini d’oro. Non manca neppur la nota delle donora recate

dalla Ginevra[207].

Con tali reggimenti, e col tenersi unite, le famiglie aumentavano di

ricchezze, e di queste faceano comodità alla patria, o fabbricavano

palazzi che poi divennero residenze di principi. Largheggiavasi

pure assai nelle beneficenze, e alla distribuzione d’una limosina

a Firenze nel 1330 si presentarono diciottomila mendichi «senza i

poveri vergognosi e quelli degli spedali e religiosi mendicanti,

che in disparte ebbero la loro parte di limosina, che furono più di

quattromila»[208]. Sarà incredibile tanta quantità a chi non rammenti

certe distribuzioni che oggi ancora si fanno tra noi per antico

istituto, dove non il pitocco soltanto si presenta, ma tutti.

D’altra parte in Firenze stessa troviamo una gioventù scapestrata,

sciupona, disonesta, che logora la vita a bere e stripare, e mena a

burle e strapazzo chi più ama la quiete. Alcuni s’erano messi insieme

per molestare le persone tranquille; andarono da un medico fingendo

che Cosmo de’ Medici lo chiedesse, e come fu a un ponte, lo snudarono

e gli fecero sconcezze. A un prete collo stesso titolo fecero portare

il viatico, accompagnandolo colle torce, poi spentele, il lasciarono al

bujo. Il cavaliere del podestà fu preso da costoro, e tuffato in Arno,

e legato nudo a una colonna, ove la mattina fu trovato[209]. Chi troppe

più volesse sudicerie e frodi, non ha che a scorrere la seconda storia

di Giovan Cavalcanti, che prologa dall’inveire contro «la perversa

condizione, la insaziabile avarizia e la fastidiosa audacia de’ malvagi

cittadini».

Vero è che ciò avveniva quando la repubblica soffogava sotto l’incubo

principesco; ma conviene conchiudere che in ogni tempo fu nugolo e

sereno. Nè sobrj e pudichi erano i costumi di altre repubbliche; e

Venezia, se non osiamo dire che fomentasse, tollerava la corruttela,

tanto appiccaticcia in paese di estesi traffici e di accorrenti

forestieri: per allettare questi si moltiplicavano le feste, e la

maschera porgeva incentivo agli intrighi. Gli storici di Genova

deplorano il lusso delle case, tutte a vasi d’argento e d’oro, e

delle suntuose villeggiature nelle valli di Polcévera e di Bisagno. Un

poeta astigiano, capitatovi verso il 1415, entrando di domenica rimase

stupito del pubblico passeggio, le persone di qualità gli somigliarono

tanti senatori romani in porpora, le donne tante Veneri col cinto

dei vezzi: si scandolezzò d’alcune zitelle che stavano galantemente

ai balconi delle case, motteggiando chi passava, presenti le madri.

D’inverno e di primavera balli continui, e sin le fornaje vi portavano

scarpe di seta guarnite a perle. L’estate uscivano tutti alla campagna,

non ritenuti nè da impieghi nè da negozj; ma al fresco orezzo, alla

serenità marina davansi all’ozio e alla gola. Anche i poveri volevano

scialare i dì festivi; accattavan dal rigattiere un abito vecchio di

seta, e per le colline dell’intorno sbevazzavano le limosine raccolte

e le mercedi[210]. Il Comune di Torino nel 1436 appigionava una casa

a un Ginevrino per tenervi postribolo, esente da alloggi e servizio

militare e dalla tassa pel vino che vendeva: le donne non uscissero

senza licenza di lui, e non fosse aperto che a sportello: esse doveano

portare per distintivo un’aguglietta sulla spalla sinistra, e tutti i

giorni andare a messa in San Dalmazzo[211].

Di rozzi sentimenti, vale a dire senza rispetto alla dignità dell’uomo,

ci sono prova i feroci supplizj, consueti siccome sa chi appena scorse

una storia o cronaca qualunque. Nei registri della Camera dei conti di

Torino è notato che Giovanni Gujoto falsomonetiere fu tenuto in cattura

per ventun giorno, poi bollito e morto: e pel nolo della caldaja, il

ferro posto attraverso di essa per legarlo, le corde, l’olio, la legna,

il carbone, gli si dà debito. Filippo di Vigneulles, che dimorò a

Napoli nel 1487, vi vide bruciare uno per delitto contro natura; mozzar

le mani a un altro che avea battuto un sergente; impiccato uno per

aver tagliato monete; tre impiccati e arsi per moneta falsa, i quali

sarebbero stati cotti nell’olio se non fossero intervenute preghiere

istantissime[212]. Se pigliamo una delle cronache più modernamente

pubblicate, quella del Graziani, in solo poche carte troviamo che

nel 1441 a Perugia ad un tal Luca per istromento falso venne ficcato

nella lingua un uncinetto di ferro, legato a uno spago in modo che

dovesse tenerla sporgente; e così sopra una carretta colla mitera in

capo fu condotto al luogo dell’esecuzione: la lingua che già gli si

era stracciata, ivi gli fu mozza, e così le mani, e i moncherini gli

vennero stretti fra due carrucole; una mano fu affissa sulla porta

del palazzo, l’altra e la lingua sotto una gran pietra del chiostro

di San Lorenzo. L’anno seguente, uno che aveva morto un suo compagno

con un’accetta, poi gettatolo nel Tevere con una pietra al collo, fu

menato al supplizio con al collo la pietra stessa; poi tre manigoldi

col cappuccio in capo, uno gli diè tre colpi in fronte coll’accetta,

l’altro gli segò le vene della gola, il terzo lo sparò e cavogli le

interiora; poi squartato fu sospeso in quattro luoghi.

E poichè siamo con Perugia, aggiungeremo come il suo statuto del

1342 punisce il fatucchiere col fuoco, se non paga quattrocento

lire fra dieci giorni: di fatto nel 1445 una Santuccia, _indovina e

faturaja_, vi fu arsa, menandola al supplizio sopra un asino colla

faccia volta alla groppa, e con due demonj a lato che le tenevano una

mitera in capo[213]. A Firenze nel 1436 Angiola da Runci fu mandata

a morte perchè maliarda, con cappelli di morti in capo, e borsa e

moneta e molti brevi (CAMBI). Credevasi che gli eretici usassero arti

diaboliche: essi allevare e creare serpenti, essi eccitar procelle,

essi a cavalcione della scopa recarsi ai sabati, ove godeano banchetti

e abbracciamenti col diavolo chiamato Martino. Eugenio IV, in una

bolla data da Firenze il 10 aprile 1439 contro i padri del concilio di

Basilea, scagliasi pure contro i Valdesi e gli stregoni che infestavano

le provincie di Amedeo VIII di Savoja: e sappiamo che molti processi

furono seguiti da sanguinose condanne ne’ paesi montani, della Svizzera

principalmente, e in Francia. Avea dunque riacquistato fede, e non solo

vulgare, ma legale questa pagana follia del gettare incanti, la quale

giganteggiò poi miserabilmente nel secolo xvi.

Gli alchimisti continuavano i loro sperimenti di tramutazione, e nel

1330 Pietro il Buono ferrarese compose a Pola la _Margarita pretiosa_,

combattendo l’alchimia non con fatti ma con argomentazioni, siccome

allora si usava. «Nessuna sostanza (dic’egli) può essere tramutata in

altra specie se non sia prima ridotta ne’ suoi elementi: ma l’alchimia

è scienza positiva. Berigardo da Pisa racconta che la tramutazione non

credeva possibile, fintantochè un valentuomo non gli diede un grosso

di polvere simile a quella del papavero selvatico, e dell’odore di

sal marino calcinato. «Comprai io stesso il crogiuolo, il carbone,

il mercurio in botteghe diverse, per impedire che in alcuno si fosse

messo dell’oro, come si pratica da’ ciarlatani. Sopra dieci grossi di

mercurio aggiunsi una presa di polvere; esposi tutto a fuoco assai

vivo; e in breve la massa si trovò convertita in quasi dieci grossi

d’oro, riconosciuto purissimo da diversi orefici. Se ciò non mi fosse

accaduto fuor della presenza di qualunque estrano, dubiterei di frode:

ma posso attestare con asseveranza che la cosa è così»[214].

Più estesa credenza otteneva l’astrologia, poichè la smania di

conoscere l’occulto è più vigorosa quanto è men suscettivo di

precisione l’oggetto cui si dirige, e il campo del meraviglioso è più

largo quanto più angusto quel della scienza. Troppi esempj ne vedemmo,

e da essa faceano dipendere i loro consigli Filippo Maria non meno

che la colta Firenze o la savia Venezia; le Università ne teneano

cattedre. Cecco Stabili d’Ascoli ancora giovane professò astrologia

in Bologna, e in un commento sopra la sfera di Giovanni di Sacrobosco

pose che nelle sfere superiori v’ha generazioni di spiriti maligni,

i quali per incantesimi si possono costringere a opere meravigliose:

queste ed altre follie lo fecero sospetto all’Inquisizione, che lo

mandò al rogo[215]. Il Petrarca recitava nel duomo di Milano l’orazione

inaugurale dei nipoti di Giovanni Visconti, quando l’astrologo gliela

interruppe, perchè avea scoperto essere quello il punto della più

benigna congiunzione dei pianeti. Per osservazione di astri fondaronsi

nel 1470 il castello di Pesaro, nel 92 i bastioni di Ferrara, nel 99

la rôcca della Mirandola: nel 94 i Fiorentini conferirono il bastone

di capitano generale a Paolo Vitelli nell’ora designata propizia dalle

stelle.

Giovan Villani, mercadante positivo e di buon senso, a cui il

maneggiare il braccio e le bilance non toglieva d’adoprarsi ne’ primarj

uffizj della patria, vedendo la grandezza di Castruccio signor di Lucca

minacciare di servitù l’intera Toscana, ne scrisse a frà Dionisio da

San Sepolcro, maestro a Parigi _in divinitade e filosofia_, per sapere

cosa gliene preconizzassero gli astri. E quello gli rispose: — Io vedo

Castruccio morto». Arrivò la risposta quando Castruccio era nel più

vivo della vittoria, onde il Villani la tenne celata, e ne rescrisse al

frate; il quale rispose: — Io raffermerò ciò che io scrissi per l’altra

lettera. Se Dio non ha mutato il suo giudizio e il corso del cielo,

io veggo Castruccio morto e sotterrato». E quando la seconda lettera

capitò a Firenze, Castruccio appunto era cadavere; e il Villani la

mostrò a’ priori suoi compagni, i quali «convennero che di tutte le sue

parti il giudicio di maestro Dionisio fu profezia». Questo frate fu in

molta grazia a Roberto re di Napoli, che lo pose vescovo di Monopoli;

e in molta stima al Petrarca, che morto lo pianse in versi, lodandogli

sovratutto la sapienza del leggere negli astri[216]: il Petrarca, che

pur berteggiava i medici e la medecina.

Del suo tempo, un incessante piovale ingrossò le acque dell’Arno per

modo, che coprì tutto il Casentino, il pian d’Arezzo, il Valdarno

superiore e le campagne attorno a Firenze, e la città stessa credette

arrivato l’ultimo suo giorno. Cessato il flagello, i savj posero in

disputa se fosse venuto per giudizio di Dio o colpa degli uomini; e il

Villani prendendo l’opinione media, che è sempre la più cauta e non

di rado la vera, crede «che il corso del sole s’accordasse in ciò a

punire i peccati dei Fiorentini». E soggiunge: — La notte che cominciò

il detto diluvio, uno santo romito nel suo solitario romitorio di sopra

alla badia di Vallombrosa istando in orazione, sentì e visibilmente

udì uno fracasso di demonj e di sembianza di schiere di cavalieri

armati, che cavalcassero a furore. E ciò sentendo il detto romito, si

fece il segno della santa croce, e fecesi al suo sportello, e vide la

moltitudine de’ detti cavalieri terribili e neri; e scongiurando alcuno

dalla parte di Dio che gli dicesse che ciò significava, e’ gli disse:

_Noi andiamo a sommergere la città di Firenze per li loro peccati, se

Iddio il concederà_. E questo io autore ebbi dall’abate di Vallombrosa,

uomo religioso e degno di fede, che disaminando l’ebbe dal detto

romito»[217]. I Fiorentini riconoscendo il giudizio di Dio, pensarono

a migliorarsi, lasciando i mali guadagni, l’avarizia, la vanità, i

soprusi fatti ai vicini: e conseguenza buona veniva da una cattiva

premessa.

Forse per ciò gli ecclesiastici parvero talora consentire a simili

ubbìe, ma le più volte li troviamo rappresentare il buon senso; e il

famoso frà Giovanni da Schio disapprovava gli strologamenti, e frà

Giordano da Rivalta sulla piazza di Santa Maria Novella a Firenze

predicò contro chi prestava fede agli influssi delle stelle[218].

Famoso in questi errori fu Pietro d’Abano, il quale dalla congiunzione

de’ pianeti deduceva il cambiar di regni, di leggi, di religioni,

e le venute di Nabucco, Mosè, Alessandro Magno, del Nazareno, di

Maometto[219]. Il Landino commentando Dante scriveva: — È certo che

nel 1483 a’ 25 novembre avrà luogo la congiunzione di saturno con

giove in scorpione, lo che annunzia cambiamento di religione; e poichè

giove prevale a saturno, il cambiamento sarà in meglio». Per istrana

coincidenza, Lutero nacque il 22 di quel novembre. Quando Pico della

Mirandola combattè l’astrologia, ne venne scandalo, e Luca Bellanti

famoso astronomo tolse a confutarlo, deplorando che un nome sì illustre

fosse deturpato col pubblicare quell’opera; e allorchè questi morì

giovane come gli aveano predetto, si volle vedervi un castigo alla sua

incredulità.

Nuovo malanno fu nel 1322 l’arrivo degli Zingari, gente indiana,

che diceva provenir dall’Egitto, e sotto un duca passava di terra in

terra mendicando, rubando, dicendo la ventura, e professando volersi

recare ai piedi del papa, al quale del resto non credeva meglio che

a chicchessia altro, intendendo solo a guadagni, comunque turpi ne

fossero i modi. «A dì 18 di luglio venne in Bologna un duca d’Egitto,

il quale avea nome il duca Andrea; e venne con donne e putti e uomini

del suo paese; e poteano essere ben cento persone... Aveano un decreto

del re d’Ungheria ch’era imperadore, per vigor di cui essi poteano

rubare per tutti quei sette anni per tutto dove andassero, e che non

potesse esser fatta loro giustizia. Sicchè quando arrivarono a Bologna,

alloggiarono alla porta di Galliera dentro e di fuori; e dormivano

sotto i portici, salvo che il duca alloggiava nell’albergo del re.

Stettero in Bologna quindici giorni. In quel tempo molta gente andava

a vederli per rispetto della moglie del duca, che sapeva indovinare

e dir quello che una persona dovea avere in sua vita, ed anche quello

che avea al presente, e quanti figliuoli, e se una femina era cattiva o

buona, o altre cose. Di cose assai diceva il vero... Pochi vi andavano

che loro non rubassero la borsa, o non tagliassero il tessuto alle

femine. Anche andavano le femine loro per la città a sei e a otto

insieme; entravano nelle case de’ cittadini, e davano loro ciancie;

alcune di quelle si ficcava sotto quello che poteva avere. Anche

andavano nelle botteghe, mostrando di voler comperare alcuna cosa, e

una di loro rubava...»[220].

Più si ampliavano i principati e più il lusso; e la calata di Federico

III, non accompagnato da armi, diede occasione a grandiose feste,

volendo i signorotti far dimenticare le recenti usurpazioni collo

sfoggiare suntuosità e regali. Re Alfonso di Sicilia spese in onorarlo

cencinquantamila fiorini, diede una caccia numerosissima, un desinare

che mai il simile, dove vivande più costose che delicate mangiavansi

in piatti d’argento, confetti d’ogni specie si gettavano, le fontane

zampillavano di greco e moscatello, e ognuno potea berne in tazze

d’argento[221]. Federico ricambiava col profondere titoli, de’ quali

d’allora in poi si fece bottega; e più dacchè egli concesse ad altri il

diritto di conferirne. Altrettanto fece Renato a Napoli; e questi nuovi

titolati amarono lo sfarzo, e credettero dignità il sottrarsi agli

uffizj, vivere nell’ozio decorato, far frasche, e stare sul punto del

convenevole.

Galeazzo Maria Sforza, appena succeduto duca, di sue ricchezze

volle dare spettacolo recandosi a Firenze con Bona di Savoja sua

moglie. «Seco avea i principali suoi feudatarj e consiglieri, tutti

dal liberalissimo duca presentati di panno d’oro e d’argento; i

famigli loro oltramodo a nuove foggie erano in ordine. I cortigiani,

provvigionati dal principe, erano vestiti di velluto ed altri finissimi

drappi di seta, e similmente i suoi camerieri con risplendenti

ricami; e tra questi glie n’era quaranta, ai quali avea donato una

collana d’oro, e quella di manco prezzo era di valore di cento ducati.

Cinquanta staffieri avea, tutti vestiti con due foggie, l’una di panno

d’argento, e l’altra di seta; e infino ai servitori di cucina erano

vestiti a diversi velluti e rasi. Cinquanta corsieri faceva condurre

seco con le selle di panno d’oro, staffili tessuti di seta e le staffe

dorate; e sopra i possenti cavalli erano puliti ragazzi; tutti vestiti

con giuppon di panno d’argento, ed una giornea di seta alla sforzesca.

Per la guardia di sua eccellenza avea cento uomini d’arme scelti, tutti

a modo di capitani in ordine, e cinquecento fanti eletti; ed ognuno dal

principe era stato presentato. Per la duchessa avea deputato cinquanta

chinee, e tutte con le sue selle e fornimenti d’oro e d’argento, sopra

i suoi paggi riccamente vestiti; dodici carrette avea, e tutte con

le coperte di panno d’oro e d’argento recamate alle ducali insegne. I

materassi dentro e piumacci erano di panno d’oro liccio sopra liccio,

alcuni d’argento, ed altri di raso cremisino, e fino a’ fornimenti di

cavalli erano coperti di seta. Fu questa comitiva di duemila cavalli e

ducento muli da carriaggio, tutti ad una foggia, di coperta ch’era di

damasco bianco e morello, ed il ducale in mezzo recamato di fino oro

ed argento, ed i mulattieri vestiti di nuovo alla sforzesca. Dietro

ancora si faceva condurre il duca cinquecento coppie di cani di diverse

maniere, e grandissimo numero di falconi e sparvieri. I trombetti e

i pifferi furono quaranta, molti buffoni avea, ed altri con diversi

strumenti a sonare. Si trova questo apparato solo essere costato

ducentomila ducati» (Corio).

Giunti a Pontremoli, presero alloggio nella fortezza per onorare

l’immagine di Maria Annunziata, che poco avanti era stata posta in

venerazione[222]. A Firenze i Medici non vollero restare di sotto,

e poterono aggiungervi finezza di belle arti; la città mantenne

del pubblico quel corteggio, e offrì tre rappresentazioni sacre,

l’Annunziazione in San Felice, l’Ascensione ne’ Carmelitani, la discesa

del Paracleto in Santo Spirito, che infelicemente prese fuoco. Ai buoni

dolse che quella comparsa introducesse un lusso fra loro inusato; e

certo la splendidezza dovette trascendere ogni misura quando vi mettean

gara lo Sforza, il magnifico Lorenzo, Sisto IV e i suoi nipoti Pietro

e Gerolamo Riario. Borso d’Este pregiavasi di possedere i migliori

falconi, i più bravi cani, i più pregiati destrieri; da settecento

cavalli avea nelle scuderie, da cento falconieri; e andando a caccia,

tutta la presa lasciava a chi l’accompagnasse. Tenea molti buffoni,

tra cui uno Scopola ebreo ricreduto, e fors’anche il Gonnella glorioso

matto, rimasto in popolare nominanza come il Meliolo, e più tardi frà

Mariano e frà Serafino alla corte d’Urbino.

Gran lusso sfoggiavasi pure nelle ambascerie; e quando Luigi XI

succedette re di Francia, e tutta Italia mandò a congratularlo, per

Firenze v’andò Pietro dei Pazzi, con una suntuosità che mai la maggiore

di vesti, gioje, famigli, ragazzi, cavalli, tanto che si volle girasse

per la città affinchè il popolo godesse di quella pompa senza eguale.

Alla corte «mutava ogni dì una vesta o due, e tutte ricchissime, e

il simile la famiglia sua ed i giovani ch’eran con lui... Donò sì

per la comunità, come di sua proprietà, a tutti quelli della corte

del re in modo, che non vi fu niuno ambasciadore che facesse quello

che fece Piero». Nel ritorno «gli vennero incontro tutti gli uomini

di condizione; tutte le strade e finestre erano piene. Entrò colla

famiglia sua, tutta vestita di nuovo ornatissimamente, in cioppe

di seta, e con perle alle maniche ed al cappello di grandissima

valuta»[223]. Costui andava da Firenze alla sua villa a piedi, tra via

mettendosi a mente la Eneide, i Trionfi del Petrarca, e molte orazioni

di Livio.

Allorchè Gian Galeazzo menò moglie Isabella d’Aragona, un Bergonzo

Botta ricevette gli sposi a Tortona in magnifici appartamenti, e li

servì d’un pasto in luogo ameno, fra dolce armonia, durante il quale

comparvero atteggiando e figurando Giasone col vello d’oro, Apollo

pastore, Diana cacciatrice, Orfeo cantante, Atalanta col cinghiale

caledonio, Iride, Teseo, Vertunno, quante ha insomma divinità la

mitologia, ognuno offrendo doni da par suo. Ebe versava nettare e

ambrosia; Apicio distribuiva salse sulle vivande; il Po, l’Adda, il

Ticino acque mellificate; il Verbano e il Lario abbondanza di cibi.

Levate poi le tavole, rappresentossi uno spettacolo di personaggi

storici ed allegorici: Semiramide, Elena, Medea, Cleopatra cantavano

i loro vanti vergognosi; ed erano messe in isbaratto dalla Fede

conjugale, che introduceva Lucrezia, Penelope, Giuditta, Porzia,

Sulpicia a celebrare la modestia e il pudore. Infine Sileno ubriaco

divertì col suo barcollare e cogli stramazzi[224]. In Milano poi

Leonardo da Vinci diresse le feste e formò una macchina figurante

il cielo con tutti i pianeti, rappresentati da numi che aggiravansi

secondo le leggi loro; e in ciascuno risedeva un musico, il quale

cantava le lodi degli sposi.

Nel 1473, passando Eleonora d’Aragona per Roma col concorso di più di

quarantamila cavalli, il cardinale Riario diede feste solennissime,

coperta d’arazzi la piazza de’ Santi Apostoli, con tre sale

d’indicibile splendidezza, e quattordici camere tappezzate una più

riccamente dell’altra, con letti di raso, di damasco, di panno d’oro, e

lenzuoli di tela rensa d’un solo pezzo, e pelliccie. «A volere scrivere

della magnificenza di questo inclito monsignor San Sisto (esclama il

Corio) troppo sarebbe lungo, e non frate, ma parea figliuolo di Cesare

primo imperatore: qui tutto mi perdo, nè sapria, non che dire, ma,

pur anche memorare una minima parte». Le tavole erano servite tutte in

argento, nè verun piatto mai si portò via dalla credenza; le vivande

figuravano bestie e storie. Vi fece da’ Fiorentini rappresentare la

Susanna «coi più veri atti e più attentamente che si potesse stimare»;

poi ne’ giorni seguenti san Giovanbattista, san Giacomo, Cristo che

vuota il limbo; e più spettacoloso il tributo che tutto il mondo

portava a Roma, ove difilaronsi settanta muli carichi, copertati di

panno con l’arma[225].

Di molti di siffatti spettacoli (Cap. XCVIII) abbiamo lo scritto, o

vogliam dire una tessera, come quella a un bel circa che si costumava

testè nelle commedie a soggetto. Nell’adorazione de’ Magi avevano

personaggio il bambino Gesù, un angelo, i tre re, Erode, suo figlio,

uno scudiere, un coro d’angeli, e pastori, oratori o interpreti,

scribi, donne, levatrici, popolo e un cantore col suo coro. Nel

mistero della Risurrezione figuravano Cristo, or sotto apparenza di

giardiniere, or nella sua propria, due angeli, tre Marie, Pietro,

Giovanni, apostoli e popoli: e prima atteggiavano tre monache vestite

da Marie, dicendo piano e mestamente certe strofe alternative, che

sono imprecazioni contro gli Ebrei[226]; entrate nel coro, dirigevansi

alla tomba; un angelo sustante innanzi al sepolcro, in veste dorata,

con mitra in capo, nella mano sinistra una palma, nella destra un

candeliere col clero, dicea versi rimati.

Facilmente riconoscete in ciò le origini del teatro. Benchè questo

fosse ito a fondo colla coltura romana, pure non si cessò affatto di

scrivere a modo di rappresentazioni; e l’erudita pazienza trasse fuori

alcune composizioni di forma e talora anche di soggetto antico[227],

e massime dialoghi a modo delle Bucoliche di Virgilio, da leggersi

e forse atteggiarsi alle mense singolarmente de’ vescovi, e drammi

per eccitare la devozione o alleviare la noja de’ chiostri. Ma se la

musa tragica latina ne’ suoi splendidi giorni nulla avea prodotto

di duraturo, poteva sperarsene allora? In effetto sono rozze vesti

all’antica, raffazzonate a concetti nuovi, e che basta l’avere

accennato. Comparvero poi i trovadori, che nelle sale dei grandi

rappresentavano anche commediole. Gli statuti di Bologna vietano ai

cantatori francesi di trattenersi su per le piazze a recitare. Una

cronaca milanese rammenta il teatro, ove «gli istrioni cantavano, come

or si canta di Rolando e Oliviero, e finito il canto, buffoni e mimi

toccavano la ghitarra, e con decente moto del corpo aggiravansi»[228];

ed Albertino Mussato cita come vetusto costume di cantare in palco e

in teatro imprese di re e di capitani. Anselmo de Faydit provenzale

vendeva commedie e tragedie, e per Bonifazio marchese di Monferrato

scrisse l’_Heresia dels Preyres_, che fu rappresentata[229]. Spesso

i concilj ne mandarono divieti, come incentivo di profanità; Tommaso

d’Aquino disputava se uno, privo d’altro mezzo, potesse esercitare

l’istrionato: tant’era lungi che quest’arte fosse perita.

Se rozzi esser dovessero di forme quei teatri e nulla l’arte dello

sceneggiare, non domandate; strani anacronismi vi si mescolavano a

sconvenienze, ma ogni cosa era sostenuta da un apparato di macchine

e di spettacolo che lusingava il vulgo. Scelto un fatto, metteasi

in azione un accidente dopo l’altro, senza darsi briga di unità o

d’interesse: non bastava un giorno? seguitavasi per due o più. Non

erano dunque tragedie o commedie, drammi o farse o di qualsiasi altra

classificazione da precettore, ma spettacoli, ed ogni cosa vi serviva,

la natura e l’arte, la musica e la pittura, il cantastorie e il

banderajo.

Drizzatisi gl’ingegni allo studio degli antichi, si tentò calzare

il socco e il coturno di essi. Il monumento più antico che resti in

Italia è l’_Eccerinis_ di Albertino Mussato, sul gusto di Seneca, ma

misto di racconto e dialogo. Nel primo atto, la madre narra ad Ezelino

ed Alberico da Romano averli essa concepiti dal demonio: nel secondo,

un messaggere espone i mali della patria e le fortune del tiranno:

nel terzo, Ezelino in Verona divisa col fratello altre malvagità da

aggiungere alle antiche, poi udita la presa di Padova, accorrono alla

riscossa, e il coro espone la spedizione e la vittoria d’Ezelino,

il suo ritorno a Verona e il macello de’ prigionieri: nel quarto, un

messaggero riferisce la guerra di Lombardia, la crociata e la morte del

tiranno: il quinto presenta la morte d’Alberico. Le passioni vi sono

espresse non senza forza, ben divisate la storia e il costume, continua

l’ispirazione nazionale, e non infelice la latinità. La prevalenza del

racconto sopra il dialogo eragli comune colle altre rappresentazioni

d’allora, e ci ajuta a comprendere il titolo di commedia applicato

da Dante al suo poema: lo scegliere poi argomenti contemporanei e

trattarli senza catene d’unità drammatiche, era un altro passo degli

originali cominciamenti della nostra letteratura.

Esso Mussato dettò sei altri drammi; di cui ci resta la _Morte

d’Achille_. Citansi di quel torno una commedia sull’espugnazione

di Cesena ed una sopra Medea, che a torto vollero attribuirsi al

Petrarca. Pier Paolo Vergerio ancora giovane scrisse una commedia _ad

juvenum mores corrigendos_; Leon Battista Alberti la _Philodoxeos_, la

_Philogenia_; Ugolino Pisani da Parma; e Gregorio Cornaro veneto una

tragedia, la _Progne_.

Sempre più gl’istinti della letteratura del medioevo soccombeano

all’arte erudita; e col solito vezzo di credere barbarie qualunque

passo arrischiato fuori del sentiero classico, si volle dire che

Pomponio Leto fosse il primo a instaurare il teatro, perchè ne’

cortili dei prelati facea rappresentare commedie di Terenzio e di

Plauto. Altre Corti vollero quel lusso, massime i principi di Ferrara,

il cui teatro vinse gli altri in magnificenza, e primamente vi si

rappresentarono commedie in rima. A Mantova si vide poi una produzione

che tolse il grido a tutte le precedenti, l’_Orfeo_ del Poliziano,

azione regolare e poesia elettissima, che conserva ancora tutta la

ricchezza de’ primitivi componimenti scenici, complesso delle arti

tutte. Dopo il prologo, nel quale è esposto il soggetto in ottave,

viene un atto pastorale, tutto idillio; ne segue uno ninfale, ove le

Driadi lamentano la morte d’Euridice; poi un eroico coi pianti d’Orfeo,

e sempre varietà di metri, e fin versi latini, acciocchè niun lacchezzo

mancasse allo spirito: il quarto atto necromantico presenta la calata

d’Orfeo all’inferno, ove da Plutone e Proserpina ottiene di ricondurre

Euridice, ma poi la riperde per aver violato la legge dell’abisso:

si chiude con un atto baccanale, pieno dell’esultanza brindante delle

Menadi ucciditrici d’Orfeo.

Pure le rappresentazioni teatrali s’atteneano di preferenza ai soggetti

sacri, chiamale storie, esempj, spettacoli, misteri, vita, martirio,

secondo il contenuto. Le più stendeansi in ottave, non divise in atti

e scene ma in giornate, e si recitavano con una specie di cantilena,

oltre gl’intermezzi propriamente in canto, e con ricchissimo corredo di

macchine, prospettive, comparse, balli, giostre, a studio de’ migliori

artisti. Atteggiavano giovinetti ascritti alle confraternite, nelle

quali s’affratellavano i gran signori coi più poveri. A Roma si diede

la _Passione di Cristo_, opera di Giuliano Dati, Bernardo di mastro

Antonio Romano, e Mariano Particappa; a Firenze la _Rappresentazione

e festa d’Abramo e Isacco suo figliuolo,_ di Feo Belcari; a Modena

i _Miracoli di san Geminiano_; Bernardo Pulci fece _Barlaam e

Giosafat_, Antonio Alamanni la _Conversione della Maddalena_, Roselli

il _Sansone_, Lorenzo Medici la _Rappresentazione di San Giovanni

e Paolo_, dove sono ritratte le lotte del cristianesimo contro

l’ipocrisia di Giuliano. Ben sessantasette di siffatti drammi a stampa

enumera il Cionelli nelle note alle poesie di esso Lorenzo, e la

collezione più copiosa sta nella libreria palatina di Firenze.

Il popolo andava matto di burlette e scede, e man mano che svolgevansi

i dialetti nuovi, s’introduceva una caricatura che parlasse in quelli,

e personificasse il carattere delle varie genti italiche. Bologna la

dotta contribuiva il suo Dottor Ballanzoni, Venezia il Pantalone Onesto

negoziante, Bergamo il lepido Arlecchino, Napoli l’arguto Pulcinella

e il Coviello e il Pulcariello ed altri[230], che tinta la faccia

di fuligine e villescamente calzati, davano sollazzo al popolo, e

faceano ridere le une città a spalle delle altre nemiche o rivali. E

le maschere piacquero a lungo perchè usavano il parlare spigliato e

spontaneo de’ vulgari, anzichè l’artifiziato de’ letterati, al primo

de’ quali sono affisse cento care memorie, nessuna all’altro.

Nè ai nostri avi erano insoliti i giuochi di sorte, passione violenta

de’ Germani fin prima che uscissero dalle selve natìe. Indarno la

Chiesa vi pose argine, indarno le repubbliche; ma alcune di queste

vollero specularvi sopra, dando in appalto il diritto di tener case

di giuoco o biscazze; e Venezia ne concedette il privilegio a quel

Barattiere che si dice alzasse le colonne sulla Piazzetta.

Del lotto è menzione in un editto del 9 gennajo 1448, quando

(invenzione di Cristoforo Taverna banchiere di Milano) si proposero

alla fortuna sette borse, la prima con cento ducati, con settantacinque

la seconda, e via digradando. Ogni posta costava un ducato; e

nell’invito si moveva calda esortazione a profittare di quell’insigne

benefizio di Dio, nè lasciarsi scappare il destro d’arricchire con sì

poco; — tant’è vecchia l’arte di ciurmare il povero popolo. Siffatta

maniera corse per Italia col nome di borse della ventura: poi al

1550 si stabilì regolarmente in Genova, con tanto profitto agli

imprenditori, che la repubblica ne volle una tassa di sessantamila lire

delle sue, cresciuta poi passo passo, tanto che nel 1730 ne traeva

trecensessantamila. Gli altri governi affrettaronsi ad imitarla,

acciocchè il denaro non uscisse di paese[231]. Clemente XI escluse

con bolla severissima il lotto da’ suoi Stati, dannando alle galere i

contravventori, e dicendo voler liberare i popoli da quella maligna

sanguisuga; ma sotto Innocenzo XIII s’aggiunse nel lotto di Roma

l’aumento del venti per cento sugli ambi, e dell’ottanta per cento sui

terni. E l’immorale gabella si propagò, senza che si pensi abolirla, ad

un sordido lucro posponendo la depravazione popolana.

Gli scacchi, invenzione orientale, sono spesso mentovati, e forse ce ne

fu portato l’uso dalle crociate[232]. Delle carte, non mai mentovate

dall’antichità classica, l’uso e le sottilissime combinazioni, che

faceano dire a Leibniz in nulla aver gli uomini adoprato tanto ingegno

quanto ne’ giuochi, ci arrivarono dall’Oriente per la Spagna. Di

buon’ora entrò il lusso in quella vanità, sicchè Filippo Maria Visconti

nel 1430 pagava millecinquecento monete d’oro un mazzo di carte dipinto

da Marziano da Tortona. Per combinare poi la crescente richiesta col

tenue prezzo, si inventò di stamparle con tavolette, le quali furono

avviamento alla più importante delle scoperte moderne, la stampa.

Questo nome ci fa dire d’un nuovo genere di occupazioni o passatempi,

a cui si volsero gl’Italiani d’allora. Il leggere avea potuto esser

diletto di ben pochi, in quella grande scarsità di libri; pure molto

desiderati erano i romanzi, i più de’ quali venivano di Francia,

e talvolta erano tradotti in nostro vulgare, più spesso imitati.

Le persone oneste rifuggivano da quella lettura; Guglielmo Venturi

d’Asti in testamento raccomandava a’ suoi figli d’odiarli, come sempre

avea fatto lui[233]; Boccaccio appone ad ipocrisia della vedova del

Corbaccio l’astenersi da tali racconti; dei quali Dante accennava i

pericoli in Francesca e Paolo, tratti a peccare dal leggere per diletto

gli amori di Isotta e Lancilotto. Al contrario, se ne dilettava il bel

mondo; e Michelangelo Trombetti, in un poema sulle gesta di Ugo conte

d’Alvernia nel 1488, manoscritto nella Laurenziana, annovera i romanzi

di cavalleria, cui consiglia a leggere, perchè _chi non se ne diletta,

è uomo senza ragione e bestiale_. Crebbe la lettura colla stampa, la

quale non si occupò soltanto di libri sacri e di classici: nè è inutile

sapere che dal 1473 al 98 uscirono dieci edizioni del Guerin Meschino;

e il _Milione_ di Marco Polo si stampò nel 1496, e già prima e più in

appresso corsero racconti di viaggi.

Come la letteratura, invaghita de’ capolavori antichi che si trovavano,

o dalla maggior facilità di possederli, si era gettata interamente

sull’imitare, tanto che ogni originalità minacciava scomparire fra

gli addobbi del convenzionale classicismo; così non sapevasi ammirare

che la società anteriore al cristianesimo, rilassavansi i costumi per

imitazione classica, e Gianantonio Campano vescovo di Téramo empie

le sue poesie di Silvie e Diane e Suriane, di cui spesso si lagna,

talvolta si loda; Ambrogio degli Angeli Traversari, generale dei

Camaldolesi, amico di Eugenio IV e suo legato a Basilea, in fama di

grand’erudizione non meno che d’onestissimi costumi, non iscrive mai a

Nicolò Niccoli senza salutare la sua Benvenuta, _donna fedelissima_,

eppur era una mantenuta, di avventure chiassose[234]; Cosmo de’

Medici accettò la dedica dell’_Hermaphroditus_ del Panormita, che

parea soverchiamente cinico persino al Poggio, sguajato narratore

egli stesso, benchè segretario apostolico; Enea Silvio Piccolomini,

gravissimo uomo e futuro papa, emulava in una novella la licenza del

Boccaccio.

Il senso morale veniva perturbato dal cominciare a vilipendere il

passato innanzi d’essersi premuniti per l’avvenire; laonde le coscienze

più elevate tentennavano e variavano, l’orgoglio insorgeva contro Dio,

la voluttà contro il dovere. Il sentimento religioso permaneva nelle

moltitudini, sebbene divenisse meno chiesastico; e istillato col latte,

potea sugli animi anche fra le passioni: ma i letterati lo vilipendeano

e conturbavano, non già per liberi ragionamenti, ma per l’autorità

di altri testi, fossero gli antichi classici od i loro commentatori,

nel cui nome mettevano bocca perfino nel dogma, professando di farlo

per esercizio di logica o d’erudizione. Ser Cambi al 1453 scrive che

il medico Giovanni Decani, il quale non credeva la resurrezione de’

morti, fu condannato alla forca a Firenze; e in quell’anno morì Carlo

d’Arezzo cancelliere della Signoria, ed ebbe grandissimi doni: «Dio

l’abbia onorato in cielo, se l’ha meritato, il che non si stima,

perchè morì senza confessione e comunione, e non come cristiano».

Dove ci risovviene di Lodovico Cortusio giureconsulto, che a Padova

morendo il 17 luglio 1418, lasciò per testamento che amici nè parenti

nol piangessero, se no rimanessero diseredati, mentre suo legatario

universale sarebbe quel che ridesse di miglior cuore: non si parino

a bruno la casa e la chiesa, ma fiori e fronde; musica invece delle

campane funebri; e cinquanta sonatori e cantanti procedano insieme

col clero, cantando _alleluja_ fra viole, trombe, liuti, tamburi,

ricevendo ciascuno un mezzo scudo. Il suo cadavere, entro una bara a

panni di varj colori gai e sfoggiati, sia portato da dodici donzelle

vestite di verde, che cantino arie allegre, e ricevano una dote. Non

rechino candele, ma ulivi e palme, e ghirlande di fiori; non lo seguano

monaci che han la tonaca nera. Così piuttosto in guisa di nozze che di

funerale fu sepolto in Santa Sofia.

Questo parlare di libri e letterati è già uno stacco dalle precorse

età; e l’amor della dottrina crebbe fin a passione. Ne vantaggiavano

il ben pensare e il retto operare? dubitiamo. Quei dotti (troppo il

notammo) non erano nulla meno che tipo di civili costumi: nelle loro

lettere o si abjettiscono per domandare, o strisciano ringraziamenti

per avere avuto, talora con una sguajata insistenza, quale vediam

nel Filelfo, una delle più famose penne; e piuttosto bravazzoni che

franchi, aggiogati all’autorità de’ loro classici, eppure intolleranti

d’ogni dissenso, anfanavano in tresche, volevansi alle mani un

coll’altro, e in sozze baruffe, non ultimo divertimento di quel secolo,

s’intaccavano non solo sulla dottrina, ma rinfacciandosi ogni mal

mendo[235].

Noi siamo a gran pezza da coloro che ammirano quello stuolo chiassoso

e intrigante di pedanti, quasi fossero stati i restauratori del buon

gusto in Italia. Già ne’ secoli precedenti i nostri ci si mostrarono

insigni in que’ punti ove l’intelligenza loro naturale non era

subordinata agli eventi o a tirannie, cioè nelle arti della parola

e del disegno. Anzi queste non erano soltanto un ornamento, ma fuse

nella vita, e non concepivasi il governo senza eloquenza, non le

solennità senza canti, non la religione senza immagini e tempj. Chè

a far prosperare le arti non basta nascano genj capaci di creare, ma

vuolsi tutto un popolo capace di gustarle; l’artista ha bisogno di

chi lo comprenda, delle simpatie del popolo; e il popolo fra noi vi

era portato dai meno urgenti bisogni, dall’attitudine al godere, dalla

naturale inclinazione al bello. O Firenze, non i Medici ti han fatta

così vaga, ma la repubblica; e la libertà dell’arte è anch’essa libertà

del pensiero.

Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15) · 第 21 / 31 题