Costumi cittadini, signorili e mercantili. Lusso crescente. Cultura
estesa. Origini del teatro.
Tutto ci fa sentire che tocca al fine l’età sinora descritta: onde
vogliamo fermarci a salutare ancora un tratto questa generazione che
passa; generazione di istinto più che d’intelletto, che non avea
la conoscenza compiuta della morale verità, nè seppe le passioni
trasformare in principj morali.
Le città erano impresse d’un carattere monumentale, che manca
alle moderne. Tutte cinte di mura, difesa pubblica; e benchè così
frequenti fossero e sieno nel nostro paese, fra l’una e l’altra
incontravansi spesso borgate e villaggi, la più parte fortificati,
talchè intercettavano o difendevano le comunicazioni. Davanti alle
città o nel cuore v’avea quasi dappertutto almeno un ponte, che offriva
altri ostacoli al nemico. In ognuna vedeansi i resti delle torri, da
cui aveano dominato le prische famiglie signorili, e che la libertà
aveva svettate o ridotte a mero ornamento. Dove poi erasi elevato un
principe, a difesa propria e offesa altrui aveva elevato una rôcca, la
quale doveva incutere tanto sgomento, quanta confidenza ispiravano le
chiese.
Queste non pareano mai troppe quando la religione era anima della
società; e grandeggiava la cattedrale, che dall’esterno o dai luoghi
di primitiva devozione era stata trasferita nel centro degli abitari.
Isolarla non sarebbesi pensato, benchè davanti solesse avere una
piazza, e in giro un sagrato erboso, talvolta cinto di muro e acconcio
alle adunanze. Finchè durò la dominazione de’ vescovi, il palazzo
di questi era distinto dalla città, munito, e spesso comprendeva
vastissimi tratti; ma dappertutto dovette cedere ai Comuni, salvo Udine
e poc’altri: però que’ recinti e gli amplissimi chiostri rimasero
sempre luogo d’asilo. Ed ecclesiastici e monasteri possedevano la
maggiore e miglior parte della campagna; e aspetto e intenzione
religiosa conservavano tutti gl’istituti di pietà e di educazione,
fondati e diretti dalla Chiesa o sotto i suoi auspizj.
Le case eransi congegnate malamente di legno, fango, paglia, quali ne
mostra ancora tante la pulitissima Francia: non frenato da regolamenti,
ognuno invadeva quel più che potesse dello spazzo pubblico, sporgeva
i piani superiori e le scale e gli agiamenti sopra le vie, che ne
rimanevano anguste e soffogate (Capitolo XCVIII princ.) Di buon’ora
però si volle abitare meglio; e la pietra, i mattoni, i tegoli
provvidero alla solidità e alla sicurezza. La regolare disposizione
delle strade di Torino ne palesa l’origine principesca.
I nomi alle vie applicavansi popolarmente secondo i luoghi cui
mettevano e principalmente le chiese vicine: spesso secondo l’industria
che vi si esercitava, o la famiglia che v’avea casa: il che pure ci
rivela una stabilità di famiglie e di botteghe, oggi svanita. Degli
odierni numeri teneano vece o un motto, o uno stemma, o una insegna
fabbrile, una pittura, una terra cotta, uno smalto.
Illuminazione notturna non si conosceva; solo in parte supplivano
le lampade accese ai frequenti tabernacoli. Fortunate le città che
avessero acque correnti per lavarsi, o spesse pioggie! altrimenti la
poca cura nel gettare le immondizie, massime nelle intercapedini, i
branchi di majali che razzolavano liberamente tra queste, l’abbondanza
di stalle donde ogni mattina menavansi fuori le giovenche a pascere,
come tuttora accade di vedere in parecchie città di Romagna, impedivano
la pulitezza.
Fra le case plebee discernevansi i palazzi signorili, che talvolta
abbracciavano vasti quartieri; come in Milano quel de’ Visconti, che
giungeva da San Giovanni in Conca fino all’arcivescovado, e quel dei
Pusterla da Sant’Alessandro fin alla Vedra. Spesso v’erano annessi
portici, o prolungati tutt’al lungo delle strade, come in Bologna,
in Mantova e altrove, od isolati, come il coperto de’ Figini e la
loggia degli Osj a Milano, la loggia de’ Bardi e le altre di Firenze,
ove convenivano i dipendenti d’una famiglia, od un’intera fazione a
confabulare, spassarsi, trattare di affari. Una più grande faceva
l’uffizio delle borse odierne, e spesso erano sotto alla sala del
parlamento, come vedesi ancora nella piazza de’ Mercanti a Milano, nel
broletto a Monza, e così a Padova, a Vicenza, altrove.
Il palazzo del Comune, oltre servire alle adunanze, era e una
testimonianza della ricchezza del paese, e un deposito de’ suoi
ricordi, ornandosi con cimelj antichi e con lapide e monumenti nuovi,
massime cogli stemmi o cogli encomj de’ magistrati. Come la chiesa
aveva campana, così volle averla il Comune succedutole; ed era vanto
il farne elevata o ricca la torre. Sulla piazza stava spesso eretta
la forca, feroce simbolo della podestà di sangue. Oltre l’armeria, non
dovevano mancare vasti magazzini, ove un’esagerata precauzione riponea
gran quantità di grano, di fieno, di vino, spesso imponendo a tutti i
possessori della campagna di portarvi la metà o un terzo del ricolto.
Non che le città, ogni borgo aveva istituzioni caritatevoli, massime
per infermi e pellegrini, fondate da qualche pio o da una confraternita
o da un’arte. Nel secolo che descriviamo si cominciò a concentrare
anche la beneficenza, che lo spirito domestico del medioevo aveva
sparpagliata, e ne vennero i grandiosi ospedali nelle città, meglio
amministrati per certo; se più conducenti al servizio de’ poveri, lo
dica altri. Nel 1431, per opera del vescovo, gli ospedali di Palermo
furono riuniti in quello di Santo Spirito; a Milano Francesco Sforza
dei varj formò l’ospedal Grande, reggia dei poveri; a Como persuase
altrettanto il beato Michele da Carcano nel 64; ad Asti nel 55 il
vescovo Filippo Roero per quello di Santa Maria; così a Cremona nel
50, e alquanto più tardi a Messina per l’ospedale di Santa Maria della
Pietà.
Nella lor cerchia ogni città conservava vita propria, propria politica;
mercanti dotati del senso pratico della vita; legulej sottili fino
alla malizia; nobili ancora spadaccini, ma già togati; clero basso
e mestierante colla sollecitudine del guadagno, ma colla drittura
ingenua e l’amor della giustizia; corporazioni laiche, oculatissime a
conservare i privilegi; tutti attenti a bilanciarsi fra la brutalità
de’ tiranni e la brutalità della canaglia. Spesso ancora, quantunque
crescessero gli eserciti, erano chiamati a difendersi dai soldati.
Avvicinavasi una banda? Contadini e pastori ravviano alla città i bovi,
le pecore, i bufali, vi conducono le scorte, i grani, gl’istromenti
rurali. Si chiudono le porte, si ritirano i ponti, si calano le
saracinesche, si tendono le catene; gli uni corrono di casa in casa a
cercare graticci, materasse, botti da serragliare le vie ed ammortire
i colpi; altri vanno ad allogare i poveri e gli avveniticci per le
taverne, i conventi, i portici; altri si stringono a consiglio col
comandante della piazza sopra i mezzi di difesa; mentre in palazzo si
divisano i modi di tenere d’occhio il comandante stesso, e impedire
che tradisca, egli mercenario. Quel misto d’eroismo e di paura,
d’esaltamento e di codardia, di gonfie minaccie e di accasciata
aspettazione, di litanie ed esposizioni in chiesa e di esercizj sul
campo che accompagnano l’avvicinarsi del pericolo, suscitano cento
aspetti e discorsi differenti, che si mescolano al rintocco della
campana, allo squillo delle trombe, ai falsi allarme che poi risolvonsi
in risate. Fra ciò arrivano feriti, infermi, spogliati, paurosi; e i
loro racconti, avidamente ascoltati, ripetuti, ingranditi, crescono
l’ansietà: qualche spavaldo giura vendicarli; qualche sofferente
crede e compatisce il coloro soffrire; altri è spedito a patteggiare
col nemico, a riscattarsi a denaro dal saccheggio; e ottenutolo,
versansi dalla città, abbracciandosi con quei che dianzi erano nemici,
bevendo, cantando con loro. Così protraevasi quell’attività febbrile e
quell’ansietà giornaliera che costituivano la educazione dell’uomo, e
produceano a vicenda esaltamento e prostrazione, slancio irriflessivo
o concentrazione devota, ma sempre la coscienza d’essere qualche cosa,
di qualche cosa potere; lontano dalla vulgarità in cui cade (noi lo
vediamo) una società governata da scettici, o da un despotismo che dà
le apparenze di ordine all’anarchia morale.
E noi da queste trasportiamoci in quelle città per adocchiarne a minuto
le costumanze ed i caratteri.
Ai Francesi, nelle diverse loro calate in Italia, appongono i cronisti
l’avere insegnato ai nostri a surrogare alle avite usanze novità sempre
varie, cercar di parere belli anzichè buoni, e ambire non tanto la
lode delle opere e dell’ingegno, quanto la vana e folle gloriola delle
frastaglie e del vestire acconcio, e variare portature, e quel lusso
che preferisce gli oggetti dilettevoli ai necessarj. Le carrozze furono
sostituite ai giumenti ed alle cavalcature, fin dagli uomini: sciali
nel vitto, nel vestire, nelle spese nuziali, nelle donazioni; perfino
artefici plebei, dice l’aulico pavese, usavano alle mense maggior
varietà e raffinata delicatura che non i nobili d’una volta; nè le
donne vulgari la cedevano alle ricche e gentili. E l’autore della vita
di Cola Rienzi, in suo favellar romanesco: — Di questo tempo cominciò
la gente ismisuratamente a mutare abiti, sì de vestimenta, sì de la
persona. Cominciò a far li pizzi de li cappucci lunghi; cominciò a
portare panni stretti alla catalana e collari, portare scarselle a
le correggie, e in capo portare cappelletti sopra lo cappuccio. Po’
portavano barbe grandi e folte, come bene gianetti spagnuoli vogliano
seguitare. Dinanzi a questo tempo queste cose non erano anco; se
radeano le persone la barba, e portavano vestimenta larghe e oneste; e
se ciascuna persona avessi portata barba, fora stato avuto in sospetto
d’esser uomo de pessima ragione, salvo non fosse spagnuolo ovvero
uomo de penitenzia. Ora è mutata condizione, idea, deletto: portano
cappelletto in capo per grande autoritate, folta barba a modo di
eremitano, scarsella a modo di pellegrino. Vedi nuova divisanza! e che
più è, chi non portassi cappelletto in capo, barba folta, scarsella
in cinta, non è tenuto covelle, ovvero poco, ovvero cosa nulla. Grande
capitana è la barba: chi porta barba è tenuto».
Del 1388 Giovanni Musso dipingeva i Piacentini sontuosissimi in tutto,
specialmente negli abiti. Le donne portano vesti lunghe e larghe di
velluto di seta di grana, o di panno di seta dorato, o di panno d’oro
o di lana scarlatto o pavonazzo, con ampie maniche fin a mezza la
mano, ed altre che pendono fin in terra, aguzze a maniera di scudi. E
sopra vi si pone talvolta da tre in cinque once di perle, che costano
dieci fiorini l’oncia; o nastri o cerchi d’oro al collo, a guisa dei
colletti dei cani; e in vita belle cinture d’argento dorato e di perle,
da valere venticinque fiorini ciascuna; e con tanta varietà di anelli
e pietre preziose pel costo di trenta in cinquanta fiorini: a tacer
quelle che portano le cipriane, vesti larghissime al piede e strette
indecentemente dal mezzo in su, e tutte impomellate dalla gola fin ai
piedi con bottoni dorati o perle. Ricchissimi poi sono i vezzi del
capo. Alcune usano mantellette che coprono appena le mani, foderate
di vajo e di zendado, e belle filze di coralli o d’ambra: le matrone
e le vecchie un mantello ampio, rotondo e crespo, sparato davanti,
se non che una spanna verso la gola ha bottoni d’argento dorato: e
ognuna ha tre mantelli, un cilestro, un pavonazzo, uno di camelloto
ondato. Le vedove istesso, ma tutto bruno senz’oro o perle. I giovani
hanno gabbani lunghi e larghi fin a terra con belle fodere di pelli
domestiche e selvatiche, di panno i più, altri di seta e velluto: e
sotto han vestiti corti e assettati, e dappertutto galloni di seta o
d’oro, e talvolta con cinture. Gli uomini maturi usano cappucci doppj
di panno e sovr’essi berrette di grana fatte a ferri; i giovani non
portano cappuccio che d’inverno, con becco lungo fin a terra; bianche
le scarpe, e talvolta con punta lunga fin tre once, imbottita di borra;
rasa la barba da mezzo l’orecchio in giù, e gran zazzera di capelli
rotonda. E tengono cavalli fin a cinque, e servi, a ciascun de’ quali
si dà fiorini dodici l’anno e il vitto.
Giovan Villani non volle «lasciare di far memoria di una sfoggiata
mutazione d’abito, che recarono di nuovo i Francesi che vennero in
Firenze il 1342. Chè colà dove anticamente il vestire ed abito era
il più bello, nobile ed onesto che niun’altra nazione, al modo dei
togati Romani, sì si vestivano i giovani una cotta, ovvero gonnella
corta e stretta, che non si potea vestire senza ajuto d’altri, e una
coreggia come cinghia di cavallo, con isfoggiata fibbia e puntale,
e con isfoggiata scarsella alla tedesca sopra il pettignone, e il
cappuccio a modo di sconcobrini (_giocolieri_) col battolo infino alla
cintola e più, ch’era cappuccio e mantello con molti fregi e intagli.
Il becchetto del cappuccio lungo sino a terra per avvolgere al capo
per lo freddo, e colle barbe lunghe per mostrarsi più fieri in arme.
I cavalieri vestivano con sorcotto ovvero guarnacca stretta, ivi suso
cinti, e le punte de’ manicottoli lunghe infino in terra, foderate di
vajo ed ermellini. Questa istranianza d’abito, non bello nè onesto,
fu di presente preso per li giovani di Firenze; e per le donne giovani
disordinati manicottoli».
Anche Galvano Fiamma, sotto il 1340, deplora che i giovani milanesi
sviarono dalle orme dei padri, e si trasformarono in straniere figure;
presero ad usare strette vesti alla spagnuola, e chiome tonde alla
francese, lunga barba alla barbarica, cavalcare con furiosi sproni alla
tedesca, parlare con varie lingue alla tartara. Le donne pure vagano
scollacciate, con vesti di seta e talvolta d’oro; acconcio il capo con
ricci alla forestiera; succinte in zone d’oro come amazzoni; camminano
coi calzari ritorti in su; giocano a tavole e dadi: cavalli da guerra,
splendenti armadure, e ch’è peggio, virili cuori, libertà degli animi,
sono ornamento delle donne e cure di tutta la gioventù, sprecando le
sostanze sudate dai genitori frugali.
Troviamo da altri deriso il farnetico delle donne, ora di ringrandire
la persona rizzando sul cucuzzolo i capelli, ora imberrettate, ora
colla chioma disciolta sulle spalle, con diverse maniere di bestie
appiccate al petto: l’alchimia faceva sua arte coprendone le magagne,
e con varj avvisi medicando la pelle. Ora, aperto il collaretto,
sfacciatamente mostravano; poi di tratto l’alzavano su fino agli
occhi: talora, stretta la cintura, gonfiavano di sotto come pregnanti;
tal altra con piombini tenevano intirizzite le guarnacche, a coprire
il calcagnino che le rialzava dal suolo; qualche altra poneano
mantello a somiglianza degli uomini Veneti, Genovesi, Catalani,
che prima serbavano mode proprie, si meschiavano poi talmente, da
non distinguerli. I milordini non chiamavansi contenti se l’uno
non superava l’altro in novità; sicchè ora s’adattavano la berretta
notturna, ora strozzati alla gola e allacciati di corde come fossero
balle, tantochè non potevano sedere che non ne schiantassero alcuna:
sempre anelanti dietro foggie straniere l’uno di Sorìa, quello di
Arabia, un terzo pareva d’Armenia, un altro portava il farsettino
all’ungherese; e chi larghi manicottoli, e gabbani di più versi, con
maniche giù dal dosso pendenti come fossero monchi, e larghe punte di
scarpe[185].
Queste lagnanze, oltre il solito andazzo di imbellire il passato
a rimprovero del presente, a noi sono indizio del crescere della
democrazia, per cui non rimanevano le condizioni separate fin
nell’abito e nelle guise. Che che poi ne dicano i declamatori,
il cangiare foggie non era consueto; e oltre che ciascun paese ne
conservava di proprie, per le quali si diceva «Questo è napoletano,
questo lombardo, questo genovese», anzi discerneasi il fiorentino
dal pisano e dal lucchese, gli abiti bastavano l’intera vita e
tramandavansi da una all’altra generazione.
L’addobbo dei Fiorentini ci è bello ed elegantemente descritto da
Benedetto Varchi: — Passato il diciottesimo anno, vestivano in città
una veste o di saja o di rascia nera, lunga quasi fino a’ talloni, e a
dottori ed altre persone più gravi soppannata di taffetà e alcuna volta
d’ermesino o di tabì, quasi sempre nero, sparata dinanzi e dai lati,
ove si cavano fuori le braccia, ed increspata da capo, dove s’affibbia
alla forcella della gola con uno o due gangheri di dentro, e talvolta
con nastri e passamani di fuora, la qual veste si chiama lucco. I
nobili e i ricchi lo portano anche il verno, ma o foderato di pelli, o
soppannato di velluto, e talvolta di damasco. Di sotto poi chi porta un
sajo, chi una gabbanella, od altra vesticciuola di panno soppannata,
che chiamano casacche, e dove la state si porta sopra il farsetto o
giubbone solamente, e qualche volta sopra un sajo o altra vesticciuola
scempia di seta, con una berretta in capo di panno nero scempia, o
di rascia leggerissimamente soppannata con una piega dietro, che si
lascia cader giù in guisa che cuopre la collottola, e si chiama una
berretta alla civile. Nè ora si portano più sajoni con pettini e colle
maniche larghe che davano giù a mezza gamba, nè berrette che erano
per tre delle presenti, colle pieghe rimboccate all’insù, nè scarpette
goffamente fatte con calcagni di dietro.
«Il mantello è una veste lunga per lo più insino al collo del piede,
ordinariamente nero, ancorchè i ricchi, massimamente i medici, lo
portino pagonazzo o rosato, e aperto solo dinanzi e increspato da capo,
e s’affibbia con gangheri come i lucchi, nè si porta da chi ha il modo
a farsi il lucco, se non di verno sopra un sajo di velluto o di panno
e foderato. Il cappuccio ha tre parti; il mazzocchio, che è un cerchio
di borra coperto di panno, che gira e fascia dattorno alla testa e di
sopra, e soppannato dentro di rovescio, copre tutto il capo; la foggia,
o quella che pendendo in sulle spalle, difende la guancia sinistra;
il becchetto è una striscia doppia del medesimo panno, che va fino a
terra: si piega in sulla spalla, e bene spesso s’avvolge al collo, e
da coloro che vogliono essere più destri e più spediti, intorno alla
testa. Il pappafico era un altro modo di cappuccio che copriva le gote.
«La notte, nella quale si costuma in Firenze andar fuori assai, s’usano
in capo tôcchi, e in dosso cappe chiamate alla spagnuola, cioè colla
capperuccia dietro. In casa usa mettersi indosso un palandrano o
un catalano, con un berrettone in capo. La state alcune zimarre di
guarnello, o gavardine di sajo con un berrettino. Chi cavalca, porta
o cappa o gabbano, o di panno o di rasia; e chi va in vaggio, feltri.
Le calze tagliate al ginocchio, e con cosciali soppannati di taffetà,
e da molti frappate di velluto e bigherate. Mutan ogni domenica la
camicia, increspata da capo e alle mani, e tutti gli altri panni
fino al cintolo, ai guanti ed alla scarsella. Il cappuccio nel far
riverenza non si cava mai, se non al supremo magistrato, a un vescovo
o cardinale: e solo a cavalieri o magistrati, o dottori o canonici,
chinandosi il capo in segno d’umiltà, s’alza alquanto con due dita
dinanzi»[186].
Agli eccessi del lusso continuavano ad opporsi leggi suntuarie (t.
VII, p. 125), ma la ripetizione ne rivela l’inutilità: predicatori e
moralisti declamavano, e intanto le pompe crescevano di più in più.
S’aprivano talvolta corti bandite, ove i signori accorreano come a
rare occasioni di riunirsi e sfoggiare; i cavalieri a romper lancie,
ed a meritare in premio del valore l’applauso e i sospiri delle belle;
i popolani alle mense apprestate a tutti, ai vini che talora perfino
zampillavano da artifiziose fontane: abiti si regalavano a profusione,
e mille persone furono vestite dalla moglie di Matteo Visconti nelle
nozze di Galeazzo suo figlio, con Beatrice d’Este. La quale usanza di
regalar cose utili, anzichè un anello o una tabacchiera, a lungo fu
conservata.
Buonamente Aliprando, il quale stese la cronaca di Mantova nelle più
rozze terzine che uom possa leggere, descrive la corte bandita dai
Gonzaga menando tre spose in una volta. Assai baronia venne da tutte
parti, ognuno portando un dono di vesti di velluto, o di mischio di
lana, o di vajo e scarlatto, foderate quale d’agnello, quale di volpe
o coniglio, quale di vajo, con bottoni d’argento: ed erano non meno di
trecentrentotto, le quali furono compartite a buffoni e a magistrati.
D’argenteria chi donava coppe, chi cucchiaj, chi bacini, in tutto pel
peso di ducencinquanta marchi. Altri presentò taglieri e ciotole di
legno, quante bastassero a tutta la corte; la comunità de’ mercanti
regalò mille ducati; chi recò carne e pollame, chi superbi destrieri.
Essi Gonzaga poi regalarono ventotto cavalli, del valore di duemila
ducento ducati: le altre spese del fieno, dell’avena, del mangiare,
sommarono a cinquantaduemila lire. Venticinque cavalieri di nobiltà
furono vestiti: ed otto giorni si durò fra tornei, giostre e bagordi, e
sonare, ballare, cantare numerandosi fino a quattrocento sonatori, con
buffoni che se ne tornarono contenti di robe e di denaro.
Fu spettacolo nuovo, alla pace celebrata in Vicenza nel 1379 fra
Bernabò Visconti e gli Scaligeri, il vedere fuochi d’artifizio, pei
quali tutti stavano cogli occhi verso il cielo[187]. Nel 1397 Biordo
de’ Michelotti, signore di Perugia e delle circostanti città, ordinò
feste per menar moglie Giovanna Orsini. — E primieramente (leggesi
ne’ _Diarj_ del Graziani) fu ordinato che ogni famiglia del contado
facesse un presente, e poi che ogni comunità, villa e castello facesse
il suo presente, che furono paglia, biada, legne, grano, vino, polli,
vitelli, castrati, ova, cacio. Biordo fece bandire per tutte le terre,
che ciascuna persona che non fosse ribelle o condannata del Comune di
Perugia, potesse venire alle dette feste sicuramente; ed invitò tutti
i signori circonvicini, ordinando corte bandita per otto giorni; e
inoltre fece venir per guardia della sua vita moltissime genti delle
sue terre. Tutte le terre d’intorno gli mandarono ambasciatori con
onorevolissimi doni, e anche Venezia e Fiorenza; e quel di Fiorenza
menò dodici uomini d’arme per giostrare. Madonna contessa entrò con un
vestimento d’oro tirato, con molte gioje in testa; davanti andavano
tre paja di cofani, e sei donzelle con loro vestimenti di drappo.
Ella portava in capo una ghirlanda di sparagi; venivano con essa lei a
cavallo messer Chiavello signor di Fabriano, gl’imbasciatori di Venezia
e di Fiorenza. Tutte le gentildonne onorate le si fecero incontro
ballando, vestite a porta per porta secondo la sua divisa; e quelle che
non erano atte a ballare, andavano lor dietro.
«La comunità di Perugia donò ad ogni compagnia dieci fiorini d’oro.
Innanti ci era una gran moltitudine di trombe, le quali sonavano di
maniera che invitavano ciascuno a festa: fu fatto un bando che, durante
detta festa, non si aprisse bottega alcuna; che fu per lo spazio di
otto giorni. Fu fatta la mensa nella sala papale, e intorno ci erano
collocate assaissime tavole, ed eravi il luogo apposta per le torcie.
La tavola di Biordo era in capo, più eminente; alle altre furono per
ciascheduna fiata posti trecento taglieri; e fu allora raccontato che
in Toscana non si trovò mai la più bella corte. Le donne tutte s’erano
radunate in casa di Biordo, ed erano una compagnia reale.
«Il giorno seguente tutte le città, terre e luoghi le ferono presenti
e doni singolarissimi: e prima l’imbasciator di Venezia l’appresentò
un dono che valeva ducento fiorini d’oro; quel di Fiorenza le dette
un palio di scarlatto ed un cavallo covertato; quel di Città di
Castello un altro palio ed un cavallo; Castel della Pieve un altro
cavallo; Orvieto un finimento intero da tavola tutto d’argento; Todi
il medesimo, e di più due pezze intere di velluto; gli altri tre
imbasciatori fecero il simile. Oltre questo, ci furono moltissime
donne che si vestirono alla divisa di Biordo, e tutte quasi fecero tre
vesti per ciascuna, e andavano ballando per la piazza. Il mercoledì si
giostrò una barbuta con l’armi del Comune dietro; e si continuò fino a
notte, onde fu d’uopo adoperarvi le torcie».
Nelle feste delle città commercianti la principale toccava alle arti,
distribuite in maestranze; e la cronaca del Canale ci divisa quelle
del 1268 per l’assunzione del Tiepolo in doge di Venezia. La prima
festa (dic’egli molto più prolissamente in francese) fu fatta in mare
davanti il palazzo del doge, e Piero Michele capitano fece apparecchiar
le galee, e navigare tutto davanti il palazzo anzi ch’egli se ne
andasse, e alzare l’applauso al doge in tale maniera: — Cristo vince,
Cristo regna, Cristo impera: a nostro signore Lorenzo Tiepolo, la Dio
grazia inclito doge di Vinegia, Dalmazia e Croazia, e dominatore della
quarta parte e mezzo dell’imperio di Romania, salvamento, onore, vita
e vittoria: san Marco, tu lo ajuta». Simil lode levarono e cantarono
quei delle altre galee; e poi le fece il capitano navigare per mezzo
Venezia; e se ne andarono a vedere la dogaressa, che li ricevette a
lieta ciera.
Di poi tutti i mestieri un dopo l’altro, riccamente apparecchiati,
andarono a vedere il lor signore e la donna di lui. Primieramente
quei di Torcello e delle altre contrade armarono il naviglio proprio e
vennero al doge e alla dogaressa. Quei di Murano aveano in nave galli
vivi[188], perchè si conoscesse donde fossero, e le loro bandiere erano
issate per mezzo il naviglio. I maestri fabbri e tutti i loro serventi
andarono insieme sotto un gonfalone, ciascuno una ghirlanda in capo,
e trombe ed altri strumenti con loro: montarono di sopra il palazzo,
e salutarono il doge augurandogli ciascuno vita e vittoria; ed egli
rendette loro salute e buone avventure. Discesi come erano andati, se
ne vennero fino a Sant’Agostino, ove la dogaressa era, e la salutarono,
ed ella rese loro salute siccome donna. I maestri pellicciaj d’opera
selvaggia addobbaronsi di ricchi mantelli di ermino e vajo ed altre
ricche pelli selvatiche, e i loro garzoni e fattorini guernirono molto
riccamente; misersi innanzi una bella bandiera, e dietro quella vennero
due a due. I maestri pellicciaj d’opera vecchia misero lor gonfalone
avanti, e le trombe, gli stromenti, le coppe d’argento e le fiale piene
di vino: e guernirono loro corpi molto riccamente di drappi di sciamito
e di zendado, di scarlatto e di molte altre ricche robbe soppannate di
vajo e di grigio e d’altre ricche pelli; ed i loro serventi piccoli
e grandi guernirono anche molto bellamente. Poi i pellaj di pelli
agnelline si misero il lor gonfalone avanti, le trombe e gli stromenti
e le coppe d’argento e le fiale caricate di vino, ed i maestri e tutti
i loro fattorini. I tesserandoli di nappe e tovaglie misero davanti
il gonfalone, e addobbarono i corpi loro e quelli de’ calcolajuoli e
serventi molto bellamente, e fecersi precedere da cembali e trombe e
coppe d’argento e fiale di vino, e sotto di buoni conducitori se ne
andarono cantando canzonette e cobbole pel doge; e venuti che furono
al palazzo, montarono i gradini, e lo salutarono cortesemente, ed egli
rese loro la salute molto bellamente; poi andarono a far lo stesso
colla dogaressa.
Allora comincia ad inforzare la gioja e la festa; chè primieramente
si vestirono di novello dieci de’ maestri sartori tutto di bianco a
stelle vermiglie, cotta e mantello foderati di pelliccerie: i maestri
lanajuoli col solito gonfalone e le trombe e le coppe d’argento e
le fiale di vino, e ciascuno un ramo d’ulivo nella mano, ed in capo
ghirlande pur d’ulivo: i maestri cotonieri che fanno i frustagni
di cotone, addobbaronsi tutto di nuovo, di cotte e di mantelli de’
frustagni che fanno, pellicciati riccamente: e così i maestri che fanno
le coltri e le giubbe: e fece ciascuno una nuova cappa di color bianco
sparsa di fiordalisi, e le cappe aveano ciascuna un capperone, ed essi
aveano ghirlande di perle operate ad oro sulle teste.
I maestri di drappi a oro se ne posero di ricchi, e i loro fattorini
pur di drappo a oro o di porpora e zendado, e in testa i capperoni
indorati e ghirlande di perle e di fregetti d’oro: misero il lor
gonfalone e bandiere avanti, e trombe e cembali. I calzolaj e loro
serventi ebber sulle teste delle ghirlande di perle e di fregetti a
oro. I merciaj andarono a vedere il lor signore con ricchi drappi, e
le teste e le robbe di fregetti a oro e di sete e di tutte beltà che
l’uomo potrebbe divisare. Quei che vendono i camangiari di carni salate
e formaggi, fecero lor gonfalone, avendo molto ricchi drappi tinti in
scarlatto ad oricello o in risanguine od altri colori, pellicciati di
vajo e di grigio, e sulla testa ricche ghirlande di perle e di fregetti
a oro. Succedono quelli che vendono uccelli di riviera e pesci del mare
e dei fiumi.
Poi i maestri barbieri ebbero con loro due uomini a cavallo, armati
di tutto punto, come i cavalieri erranti, e seco traevano quattro
damigelle, addobbate molto stranamente. Venuti al palazzo, ascesero,
salutarono il doge, ed egli rendette loro la salute; e immantinente
discese uno di quelli che a cavallo erano armati di tutte armi, e
disse al doge: — Messere, noi siamo due cavalieri erranti, che abbiam
cavalcato per trovare avventure; e tanto ci siamo penati e travagliati,
che abbiamo conquiso queste quattro damigelle: or siamo a vostra
corte venuti, e se ci ha nessun cavaliere che di quinc’entro venisse
avanti per provare suo corpo e per conquistare le strane damigelle da
noi, noi siamo apparecchiati per difenderle». Immantinente rispose il
doge, fossero i ben venuti, e che Domeneddio li lasci gioire di loro
conquiste; e — Ben voglio che voi siate onorati a mia corte, ma punto
non voglio che nullo di qui entro vi contraddica, e sì ve ne quieto del
tutto». Montò allora il cavaliere errante, e gridaron tutti: — Viva
nostro signore Lorenzo Tiepolo, nobile doge di Venezia»; poi se ne
ritornarono a dietro, grande gioja dimostrando, e se ne andaron tutti
in tale maniera a vedere la dogaressa, che molto bene li ricevè.
I maestri vetraj ornaronsi di ricchi scarlatti, foderati di vajo
e d’altri ricchi drappi, gli uomini carichi di loro lavorii, cioè
guastade ed oricanni ed altrettali vetrami gentili, e le coppe
d’argento e le fiale piene di vino. Si misero alla via cantando novelle
canzoni, nelle quali si diceva di Lorenzo Tiepolo e di suo padre, di
cui abbia l’anima Dio, che doge era stato. A tale gioja ed a tale festa
se ne andarono due a due molto bene arringati sotto il lor gonfalone
cantando e diportando sino al palagio. I maestri orafi addobbaronsi
di perle e d’oro e d’argento e di ricche e preziose pietre, cioè
di zaffiri, smeraldi, diamanti, topazj, giacinti, ametiste, rubini,
diaspri, carbonchj e d’altre pietre di gran valuta; e loro sergenti
anch’essi molto riccamente, e di cosa in cosa fecero come gli altri.
I maestri pettinajuoli v’andarono pure, menando gran gioja: quando
furono al doge, Ughetto, savio maestro, si mise avanti e disse: — Sire,
io prego Gesù Cristo e sua dolce madre e san Marco vi donino la sanità,
vita e vittoria, ed a governare lo onorato popolo veneziano in vittoria
e ad onore per tutta la vostra età». E il doge risposegli molto
saviamente, e quelli gridarono tutti insieme: — Viva nostro signore,
il valente messere Lorenzo Tiepolo, il nobile doge di Venezia». Que’
maestri pettinajuoli aveano con loro una lanterna piena d’uccelli
di diverse maniere; e per allietare il doge, ne aprirono la portina
per dove gli uccelli uscirono fuora tutti, volando qua e là a loro
talento[189].
Mi apporrete che questi particolari nulla ingeriscono alla storia
d’Italia? Ma scopo nostro è conoscere gl’Italiani, nè credo che una
persona si mostri qual è ove s’ignorino i suoi abiti e i costumi suoi:
altri poi ha detto non conoscere un popolo chi non lo osservò nelle sue
feste. In quella che or descrivemmo, dovette parere vi passasse davanti
il medioevo, con quella libertà non individuale ma collettiva, dove,
piuttosto che uno Stato, erano a vedersi molti gruppi di famiglie, di
corporazioni, di Comuni, di chiesa, di nobiltà, ciascuno con leggi e
norme e divise sue proprie. E delle feste di Venezia potrebbe farsi un
libro, anzi fu fatto, ogni avvenimento pubblico essendovi commemorato
con solennità di devozione e di patriotismo (Cap. XCVIII).
Poichè il santo patrono usavasi sovente pel nome del Comune stesso,
dicendo San Marco, Sant’Ambrogio, San Pietro, per Venezia, Milano,
Roma, la festa di quello era altrettanto civile quanto religiosa. Lo
Statuto di Modena prescriveva che il giorno di san Geminiano d’ogni
famiglia dello Stato venisse uno alla città con un cero in mano, e
vi restasse fino a terza del domani; e così da ogni Comune forense
vi si portasse il vessillo, seguìto dagli uomini della villa o del
castello. A Ferrara, chiunque possedesse da cento lire in su doveva,
la vigilia di san Giorgio, portare un cero a mattutino. A Milano per
la natività di Maria doveano convenire tutti i Comuni dipendenti,
col proprio gonfalone: alla festa poi di sant’Ambrogio, secondo il
Decembrio, presentavasi all’altare di lui una gran mole di fiori ed
erbe, di uva matura con pampani verdi, tutto fatto di cera. Di tali
convegni non manca nessuna città dominatrice, e principalmente solenne
era il san Giovanni a Firenze. A Montecatino, quando per le litanie di
san Marco il clero scende alla pieve di Niévole, le donne continuano
il giorno intero, come in recuperata libertà, a sonar quelle campane,
sensibili per tutta la valle: la mattina di Risurrezione il celebrante
benedice molti corbelli di pane e di carne d’agnello, che poi sono
generosamente distribuiti a ciascheduno quasi in ristoro del digiuno
quaresimale[190].
Le feste religiose spesso avevano del beffardo, come le sculture
delle chiese. Tal era la cornomania che si celebrò a Roma fin verso
il Mille, avanzo di qualche solennità pagana. Il sabato dopo pasqua,
quando si aveano a cantare le litanie al papa, gli arcipreti delle
diciotto chiese diaconali colle campane convocavano il popolo; il
sacristano metteasi la cotta e una ghirlanda di fiori con corna, e in
mano un finobolo, canna di bronzo grossa quanto un braccio, e per metà
ornata di campanelli. Così andavasi processionalmente a San Giovanni
Laterano, e ciascun arciprete formando circolo colla sua plebe, si
cantava al pontefice: — Su, preghiere; Iddio per la tua prosperità;
Maria madre di Dio; su, preghiere. Buon giorno, o padrone; apriteci le
porte; noi veniamo a vedere il papa, vogliam salutarlo e fargli onore,
e cantargli le litanie, come si usava ai Cesari. Bravo, uom benigno,
papa che governi tutte cose al posto di Pietro; il cielo risplendette,
le nubi si dissiparono». Frattanto il sacristano pirovettava in mezzo
a ciascun circolo, scotendo le corna e il finobolo. Finite le litanie,
un arciprete s’avanzava traendosi dietro un asino, allestito dai
famigli della corte; un cameriere reggeva sopra la testa della bestia
un bacino con venti denari d’argento; e quell’arciprete, rovesciandosi
tre volte indietro, colla mano abbrancava più soldi che potesse da
quel piatto, e quanti ne pigliava erano suoi. Gli altri arcipreti
seguivano col clero deponendo ghirlande a’ piedi del papa; quello di
Via Lata deponeva insieme una volpe, che non essendo legata fuggiva; e
il papa davagli un bisante e mezzo: quel di Santa Maria in Aquiro, un
gallo colla corona, e riceveva un bisante e un quarto: l’arciprete di
Sant’Eustachio un cerbiatto, e toccava egual compenso: un solo bisante
gli altri, e la benedizione del pontefice. Reduci alla propria chiesa,
il sacristano nell’arnese stesso, con un prete e due compagni, portando
l’acquasantino e rami d’alloro e chicche, iva di porta in porta col
finobolo, benedicendo le case, mettendo foglie d’alloro sul fuoco, e
distribuendo le chicche ai fanciulli, cantando una cantilena in lingua
barbara, che cominciava: _Jaritan, jaritan, jajariasti. Raphayn,
jercoyn, jajariasti_; e il padrone della casa dava qualche mancia[191].
I banchetti erano solennità popolari e aristocratiche. Uno magnifico fu
imbandito, quando Gian Galeazzo Visconti fu investito duca di Milano,
nel cortile dell’Arengo, dove ora sta il palazzo reale; e, secondo il
Corio, da prima si presentò a ciascuno de’ convitati acqua alle mani,
stillata con preziosi odori; poi seguitarono le imbandigioni, tutte
accompagnate con trombe ed altri diversi suoni. La prima delle quali
fu marzapani e pignocate dorate con l’arme del serenissimo imperatore
e del nuovo duca, in tazze d’oro con vino bianco; indi pollastrelli
con sapore pavonazzo, uno per scodella e pane dorato; poi porci
due grandi dorati, e due vitelli parimenti dorati. Indi vi furono
portati grandissimi piattelli d’argento; e per cadauno pezzi due di
vitelli, pezzi quattro di castrato, pezzi due di cignali, capretti
due interi, pollastri quattro, capponi quattro, prosciutto uno, somata
uno, salsiccie due, e savore bianco per minestra, e vino greco. Dopo
furono portati altri piattelli di simile grandezza con pezzi quattro
di vitello arrosto, capretti due interi, lepri due intere, piccioni
grossi sei, uccelli quattro; poi pavoni quattro, cotti e vestiti;
orsi due dorati, con sapore citrino e vino leggiero. Vennero quindi
altri grandissimi piattelli d’argento con quattro fagiani per cadauno,
vestiti; a quelli seguitavano conche grandi d’argento, con un cervo
indorato, un daino similmente indorato, e capriuoli due con gelatine.
Poi piattelli come di sopra, con non poco numero di quaglie e pernici
con sapore verde; poi torte di carne indorate con pere cotte. Data
alle mani acqua, fatta con delicati odori, seguitavano pignocate in
forma di pesci inargentate; poi pane inargentato e malvasia, limoni
siroppati inargentati in tazze, pesce vestito con sapore rosso in
scodelle d’argento, pastelli d’anguille inargentati; poi piattelli
grandi di argento con lamprede e gelatina inargentata, trote grandi
con savore nero, e storioni due inargentati; indi torte grandi, verdi,
inargentate, mandorle fresche, persiche, e diversi confetti a varie
foggie. Compiuto il desinare, furono portati in su la mensa vasi
d’oro e d’argento, con fermagli, collane, anelli, e molte pezze di
panno d’oro, di seta, di porpora; il che tutto, secondo il grado, fu
presentato ai signori.
Dal Corio stesso ci sono divisati i regali che, vent’anni di poi,
corsero a quella Corte per le nozze della figliuola di Galeazzo
Visconti in Lionello d’Inghilterra. Cento taglieri furono disposti
nella sala maggiore pei primati, nelle altre i restanti; e tanto era
il sonare, che altro non s’udiva. Le imbandigioni venivano recate a
cavallo; e la prima messa furono porcellini dorati, con due leopardi
riccamente forniti e dodici coppie di segugi. Alla seconda lepri e
lucci dorati, cui seguivano sei coppie di levrieri, ornati di argento,
e sei astori. Alla terza vitello e trote, col presente di sei stivieri
con collari di velluto e fibbie dorate e cordoni di seta nera. Alla
quarta venivano pernici, quaglie, temoli dorati e dodici sparvieri
con sonagli d’argento, e dodici paja di bracchi. Per quinta diedero
anitre, cisoni e carpani, e dodici falchi, col cappelletto messo a
perle. Venne alla sesta carne di bove e capponi, con savore d’agliata
e storioni. Era la settima di vitelli e capponi con limonea e tinche,
e dodici arnesi da giostra, dodici lancie, altrettante selle dorate.
All’ottava portarono carne di bue, pesta e impastata con formaggio e
zucchero, ed anguille; poi dodici ricchi fornimenti da guerra, compiti
in tutto punto. Comparvero poscia carni e polli, e pesci in gelatina; e
dodici pezze di tôcca d’oro, altrettante di seta colorata. Indi corni
di gelatina saporita e grosse lamprede, col dono di due doglie di
vino, sei bacili ed altrettanti mortaj d’argento dorato. Consistette
l’undecima portata in capretti e paperi e agoni, col donativo di
sei corsieri bardati, ed altrettante lancie, targhe, cappelline
d’acciajo, una delle quali guarnita di bellissime perle. La duodecima
fu lepri e capriuoli in savore, con pesce zuccherato, accompagnati
da sei destrieri, altrettante lancie, e cappelli. Seguitarono carni
di bue e cervo con savore di zucchero e limone, tinche ed altri
pesci, e sei palafreni riccamente bardati: poi tinche, polli e sei
destrieri da giostra: indi piccioni, cavoli, fagiuoli, lingue salate,
carpione, ed un cappuccio e giubbone lavorati a compasso e soppannati
d’ermellino. La sedicesima fu di conigli, pavoni, cisoni, anguille
con savor di cedro, e un vasto bacile d’argento, un chiavacuore di
rubino e diamante, con una perla d’ingente prezzo, e quattro cinti
d’argento dorati. La decimasettima furono giuncate e formaggi, e il
dono di dodici bovi. La frutta venne allo sparecchio coi vini, e poi
cencinquanta cavalli per donare a baroni e signori, ed altre varie robe
e gioje. Ai buffoni toccarono cencinquanta vesti; e dopo molto torneare
e bagordare, lieto ognuno si partì.
Lungo sarebbe dire le stravaganze, di cui volevasi far pompa in tali
pasti. Qualche volta, al primo pungere del coltello dello scalco,
il tacchino creduto arrostito saltava bell’e vivo, scompigliando i
trionfi: qualch’altra di sotto un pasticcio sbucava un nano, facendo
le meraviglie della bella adunata. Questi tripudj rinnovavansi non
infrequenti; ed i cronisti si compiaciono talmente a descriverli, che
a noi non sarebbe parso di bene interpretarli se non gli avessimo in
ciò secondati; e tu rimani stupito quando nella pagina medesima essi
ti fanno il racconto d’un incendio, d’una sconfitta, d’una morìa, e
insieme di una solennità sfarzosa, alla quale mezzo mondo prese parte.
Dante si lagnava che il tempo e la dote fossero all’età sua usciti
di misura[192]; al qual passo Benvenuto da Imola spiega come per lo
innanzi un ricchissimo padre dava in dote alla figlia due o trecento
fiorini, mentre allora duemila o millecinquecento; le pulzelle
maritavansi ai venti o venticinque, ora a dodici o quindici. A Milano,
dove Landolfo il vecchio asseriva che sull’entrare del secolo X non si
contraevano matrimonj prima dei trent’anni, le Consuetudini più tardi
abolivano quelli conchiusi prima dei sette[193]. Pel 1348 abbiamo «le
spese di Bartolomeo di Caroccio degli Alberti: per lo costo delle nozze
e un desinare che si fece innanzi alle nozze a’ servitori, e denari
che ebbero i trombadori e altri buffoni, e denari dati a’ portatori,
e confetti, e tramutare masserizie, e per altre spese che a nozze
si richiede, lire cennovantasei; per la lettiera, cassa, cassone e
tettuccio, lire diciotto; per due para pianelle e due para scarpette,
lire una e soldi sedici». Ma le doti e i corredi delle signore e
principesse sorpassavano ogni credenza, e ne toccammo poco sopra.
Si hanno in sei volumi i _Monumenti della casa Del Verme_, ove, tra
molte altre curiosità, trovansi due corredi di spose, che vogliamo
qui riprodurre per esempio: — Nel 1474 Francesco degli Stampa di porta
Ticinese, della parrocchia di Santa Maria Valle a Milano, come corredo
della Bartolomea de’ Guaschi, riceve ducento sessantaquattro perle,
stimate ottanta ducati d’oro in oro; quattr’oncie di perle formate
a rete, per ventiquattro ducati; otto pezze di tela di lino fino per
far camicie, una di tela di stoppa (_revi_) per far tovagliuoli pel
capo; quattro pezze di fazzoletti (_panetorum_) che sono cinquantotto;
diciotto camicie da donna; trenta monete de tenere in testa; libbre
nove e mezzo di refe di lino bianco; uno specchio grande e uno più
piccolo; tre pettini d’avorio; un uffizietto della beata Vergine co’
suoi guarnimenti; un cofanetto, dorato di sopra; un _corriginus_ di
broccato d’oro cremisino co’ suoi fornimenti, e uno di broccato d’oro
cilestro col suo fornimento e con perle; un chiavacuore d’argento
dorato col suo agorajo d’argento dorato; due fodere lavorate in oro;
sei cuscini verdi di tappezzeria; dodici fodere di tela di lino fina
co’ suoi lavori intorno; una veste di damasco bianco coi fornimenti
dorati e col collare a perle; un’altra di drappo morello di grana
colle maniche strette, e con fornimenti dorati e con perle; un’altra
di drappo scarlatto di Londra colle sue balzane di velluto nero al
collare, alle maniche e ai piedi; una gamurra o socca di velluto
cilestro, e un’altra di drappo di lana rosso; un par di maniche di
broccato d’argento cilestro; un vestito di zetonino cilestro colle
maniche strette, e ricamato al bavaro e alle maniche; un vestito di
scarlatto colle maniche strette e ricamate, e col bavaro fatto di
punticelli; un vestito turchino colle maniche strette, ricamato alle
maniche e al bavaro; un vestito di velluto morello con maniche serrate
e guarnizioni fatte a telajo alle maniche; un vestito rosa secca
con maniche al modo stesso; uno di drappo verde scuro; una giubba di
velluto cremisino; una socca scarlatta, e una di drappo turchino; un
par di maniche di drappo d’oro riccio, un cremisino, e uno d’argento
cremisino, e uno di cilestro; un par di maniche di zetonino cremisino,
e uno di morello; uno di velluto cremisino, e uno di verde; un
corrigino d’argento dorato fatto a raggi (_a raziis_); un chiavacuore
d’argento dorato coi coltellini; una coreggia con tessuto d’oro e
guarnizioni d’argento dorato, ecc. Di tali doni rogò Francesco di
Besozzo, notajo di porta Comasina.
Molto più ricco è il corredo di Chiara Sforza, rimaritatasi il 1488 a
un Campofregoso. Nel solo ricamo sopra una manica vi sono da trentasei
in quarant’oncie di perle, stimate ducati quattrocento; sessantasette
perle da un ducato l’una; diciannove da tre carati il pezzo, a ducati
otto l’una; quattro da carati dodici in quattordici, a ducati cento
il pezzo; una di carati venticinque a ducati trecento; due rosette di
rubino, da sessanta ducati il pezzo; un rubino da tavola con quattro
perle, ducati settanta; quattro smeraldi in tavola, a ducati quindici
il pezzo; uno smeraldo quadro a faccette, ducati venti; oltre un
filo di trecento diciassette perle, da un ducato al pezzo. C’è una
perla a pero, di carati ventuno, stimata mille ducati; un mazzo di
cinquantaquattro giri di catena d’oro, pesante quarant’oncie; un
pendente con un balascio in tavola in mezzo, una punta di diamante e
una perla a pera, valutati ducati duemila; un altro fermaglio con un
balascio in tavola, ducati mille e seicento[194].[195]
Anche a Genova, per testimonio di Franco Sacchetti, «le nozze durano
quattro dì, e sempre si balla e canta, e mai non vi si proffera nè
vino, nè confetti, perocchè dicono che profferendo il vino e’ confetti
è uno accomiatare altrui; e l’ultimo dì la sposa giace col marito e non
prima».
E poichè dalle donne ben s’argomenta ai costumi d’un tempo, già
ricordammo (t. VII, p. 563) la Cia degli Ubaldini, che lasciata dal
marito Francesco Ordelaffi a difendere Cesena, perseverò governatrice
e capitana, finchè, ormai tutta ruine, la rese a patti onorevoli pe’
suoi soldati; per sè le bastò la protezione che la generosità ritrova
anche presso i nemici. È pure nota per le tradizioni Bianca de Rossi
moglie di Giovan della Porta governatore di Bassano, la quale, morto
il consorte, difese la città contro Ezelino tiranno: presa colle
armi in pugno, Ezelino cercò farle onta, ed essa precipitatasi da una
finestra si ruppe una spalla: guaritane e per forza vituperata, appena
libera di sè corse all’avello del marito, e messo il capo sotto il
coperchio, se lo schiacciò. Margherita da Ravenna, divenuta cieca a tre
anni, acquistò tanto estese cognizioni, che era consultata su punti di
teologia e di morale, e morì il 1505. Morata, figlia di Danese Orsini e
di una Beccaria, a Stradella levata al battesimo da Filippo Visconti,
sposata in Jacopo de’ Saracini di Siena, invece di danzare, la festa
divertivasi a leggere, e venne un portento di sapere come di virtù. A
Siena, nel pomposo incontro fatto a Federico III e sua moglie, ella
parve vestita troppo modestamente; ma a chi glie ne faceva appunto
rispose: — Le matrone senesi non devono far pompa che di modestia». E
interrogata quale fra tanti cavalieri che faceano corteo agli sposi,
le paresse il più leggiadro, — Io non guardo che mio marito». I Senesi
l’ebbero in concetto di santità, e quando il conte Jacopo Piccinino li
minacciava di sterminio, essa li rassicurò del pronto soccorso di Maria
Vergine, e che il conte non tarderebbe a scontar la pena, come avvenne.
Di virtuose potremmo gran numero schierare ricorrendo al leggendario.
Voltiamo il quadro. La padovana Speronella, figliuola di Delesmanno,
a quattordici anni era già maritata in Jacopino da Carrara, quando
il conte Pagano, lasciato dal Barbarossa a governare Padova, se ne
invaghì, e presto l’ebbe rapita e sposata. I suoi, irritati, levarono
popolo contro lo straniero, che dovette cedere le fortezze e la
libertà. Allora la Speronella fu maritata ad uno de’ Traversari, col
quale rimasta alquanto, passò a Pietro Zausanno: e dopo tre anni ne
fuggì per isposare Ezelino da Romano. Questi, accolto a Monselice con
ogni guisa di miglior cortesia da Olderico di Fontana, come tornò a
casa, non sapeva finire di lodare alla moglie le gentilezze dell’ospite
e le maschie bellezze di esso: di che tanto desiderio si accese nella
malonesta donna, che per messaggi fu presto d’accordo col Fontana,
e da Ezelino se ne fuggì ad esso. Così passava di marito in marito,
mentre il precedente vivea ancora; poi lasciò un lungo testamento, il
quale non è che un catalogo di chiese e spedali, fra cui distribuiva
ogni aver suo; venti soldi a questa, quaranta a quella, stramazzi,
coltri, lenzuoli, coperte di pelle; a un ospizio i piumacci su cui
ella dormiva, e tovaglie e salviette ai pellegrini d’oltremare;
campi e denari a vescovi per riparare se mai avesse ad alcuno recato
nocumento[196].
Donnina amica di Bernabò, e Nisotta di Gian Galeazzo Visconti, aveano
al loro servizio cortigiani, musici, minestrelli; ai principi vicini
e nominatamente ai duchi di Savoja mandavano a regalare cani, cavalli,
cappelline, e ne riceveano il ricambio[197]. Agnese, figlia di Bernabò
e maritata in Francesco Gonzaga signore di Mantova, al marito non
voleva bene, e vie meno dacchè il vedeva amico ed alleato di Gian
Galeazzo uccisore del padre di lei. Presto s’intese con Antonio
di Scandiano, cameriere fidatissimo del Gonzaga; ma questo, saputa
la tresca, dissimulò lungamente il torto, poi ne volle un regolare
processo, da cui essendo apparsa la costoro reità, lui fe impiccare;
lei decapitare il 1391, benchè moglie d’un principe, cognata di due re.
Per delitto d’infedeltà poteano il duca Filippo Visconti e il Gonzaga
di Mantova mandare al patibolo la moglie, Nicola marchese di Ferrara la
sua Parisina Malatesti col figlio Ugo, Ercole Bentivoglio processare
Barbara Torelli: forse tutte innocenti, ma è un gran caso il vedere i
mariti dimostrarle ree pubblicamente, essi, cui non erano vergogna le
concubine e gli sterponi. Galeotto Manfredi principe di Faenza sposò
Francesca di Giovanni Bentivoglio, la quale ben presto sospettò il
marito d’altri amori, e per accertarsene origliò quand’esso conferiva
secretamente con un astrologo. Intese invece come si macchinasse contro
di suo padre; e non sapendo frenarsi, entrò nel gabinetto inveendo.
Galeotto rispose, e la battè; ed essa ne informò il padre, che
nottetempo avvicinatosi in armi a Faenza, la tolse seco: preparavasi
anche a far guerra al genero, quando Lorenzo de’ Medici, mediatore di
tutte le paci, li riconciliò, e ricondusse la donna al marito. Essa
però, stimolata a vendetta da nuove gelosie, ordì d’ammazzarlo: si
finse malata, e com’egli entrò a visitarla, il fece scannare da sicarj
appostati.
Un atto singolare ci resta, dove Galeazzo Maria Sforza, attesi
«gl’ingenui costumi, la vita pudica, la somma bellezza» di Lucia de
Mariano, e l’immenso ardore con che esso duca la ama, in parte fa, in
parte conferma amplissime donazioni a lei ad a’ figliuoli che essa gli
generò o genererà; e saldato il dono coi più sacri giuramenti, le pone
patto che «viva in divozione nostra, e non abbia mai da che fare, non
che con altro uomo, neppure col marito se non abbia da noi speciale
licenza in iscritto»[198]; gravi minaccie aggiunge a sua moglie Bona,
se mai rechi a costei il minimo disturbo. E quest’atto è rogato da
notari, sottoscritto dal consorte e da una schiera di gran nobili e
cavalieri milanesi.
Siffatta puzza non viene dalle case plebee, ma dai palazzi
principeschi. E ben diverso dal borghese era il vivere de’ signori,
molti de’ quali tenevansi ancora ne’ castelletti, rubando e scialando
come nel cuore della feudalità. Sino dal 1272 i Bolognesi aveano
battuto i conti di Mangona che svaligiavano i viandanti nelle
foreste di Ripaverde: ma ancora al 1391, nelle vicinanze della loro
città, molti castellani viveano del rubare ai contadini e ai buoni
campagnuoli. Il conte Garreto da Panìco con altri suoi compagni faceva
tal vita, or a spalle dell’uno, or dell’altro gavazzando: côlto poi
un Mengoccio del Borgo, ricco agricoltore, costoro lo trassero in
prigione per tormentarlo finchè ne smungessero un grosso riscatto:
fortunatamente una vecchia se n’accorse e ne avvertì i parenti, che,
prese l’armi, corsero a liberarlo. Il senato bolognese ordinò che
tutti i conti, capitani e altri nobili abitanti in villa, e che non
attendevano di propria mano alle faccende agresti, dovessero fra
quindici giorni venir abitare in città con tutti i parenti, pena la
confisca dei beni: ordine esagerato che attesta la gravezza del male, e
che fu poi ristretto alle famiglie pericolose.
Altro famoso malfattore, Alberto Gallucci, tutto il Bolognese empiva
di scelleraggini, nè per pubblici bandi o per ammonizioni del padre,
di amici, di religiosi volle mettersi al dovere. Si promisero dunque
mille fiorini d’oro a chi lo facesse prigioniero; chi l’uccidesse,
se era bandito avesse remissione; se alcuna comunità il pigliava,
restasse immune da collette per venti anni: si destinarono quattro
persone apposta con ducento cavalli per catturarlo, e ordine ai Comuni
che, qualora egli apparisse, toccassero a stormo. Alberto si pose a
cavalcione dei confini, donde ogni giorno peggio faceva ai Bolognesi.
Azzo, padre di lui, fu obbligato dar duemila lire per sicurtà che il
figlio non farebbe alcun danno; poi assoltone per la sua gran bontà,
egli medesimo risolse liberarne il paese, e coltolo il diede al
magistrato perchè eseguisse la legge. Il consiglio, mosso dall’insolito
caso, prendea pietà della canizie del padre e della sventataggine
del giovane, e volea commutar la pena in carcere perpetuo; ma Azzo
insistette caldamente perchè la giustizia avesse corso, e lui presente
fu decapitato[199].
Nicolò III d’Este signor di Ferrara nel 1414 volendo passare in
Francia, fu arrestato dal marchese Del Carretto, finchè pagasse
grosso riscatto. Galeazzo Maria Sforza, ch’era in Francia quando morì
suo padre, seppe che il duca di Savoja l’appostava per prenderlo ed
obbligarlo a cedergli qualche pezzo di Lombardia; e parte travestito,
parte difendendosi in una chiesa, parte ajutato da qualche fedele,
a grave rischio riuscì a traforarsi nel suo dominio. Gli Ubaldini
contano tra i loro fasti molti spogliamenti fatti tra val di Sieve
e val del Santerno. Uberto di Campagnatico assaliva tutti gli amici
della repubblica di Siena, finchè alcuni Senesi in veste di frate
s’introdussero nel cassero di lui e l’uccisero. Ghino di Tacco da
Torrita dal castello di Radicofani molestava i passeggeri, celebre
per la novella del Boccaccio. Il Piccinino porta rancore ad Eusebio
Caimo milanese, ch’era stato mezzano del matrimonio di Bianca con
Francesco Sforza, e lo fa pugnalare nel duomo di Milano. L’ingordigia
de’ principi apriva poi modo ai signori di scontare i delitti a denaro;
e Lazzarone della Rovere, signore di Vinovo, nel 1377 avendo ucciso
Florio suo cugino, ne pagò al conte di Savoja tremila fiorini, oltre
perdonargliene mille che gli doveva.
Milano nel 1288 contava quarantamila nobili, cioè uno ogni venticinque
abitanti; Firenze, nel 1336, settemila cinquecento, cioè uno ogni
venti; Venezia, dopo il 1500, seimila cencinquantadue, cioè uno ogni
ventidue: ma il nome di nobile significava cosa ben diversa in ciascuno
di questi paesi. Generalmente la democrazia aveva abraso le distinzioni
originarie e i privilegi legali: in tanto rimescolamento di fazioni, di
conquiste, d’esigli, di tirannidi, molte famiglie antiche o perirono
o si confusero colle borghesi, dalle quali poi sorsero alcune più
ricche, e costituirono una nobiltà nuova. Ogni famiglia era ormai
contraddistinta da un cognome; ma se non fosse divenuto celebre per
qualche titolo o per credito commerciale, facilmente lo cambiava per
capriccio, per un’eredità, per far grado a un protettore, a un padrino.
La nobiltà nuova non poteva opporre alla tirannia quegli argini, che
solo dal tempo acquistano solidità: quella poi creata dai tiranni non
valea nulla più che i diplomi, eccitava gelosia, mancava di efficacia.
I signori di Romagna, maggiormente dediti alle armi, e scarsi di
possessi, esercitavano i loro vassalli sia per sostenersi, sia per
farne mercato a servigio altrui. A Napoli re Luigi di Taranto istituì
la compagnia del Nodo, altri cavalieri, per desiderio di gloria,
ne formarono altre, e con insegne diverse andavano come cavalieri
erranti mostrando il lor valore dove guerra fosse, legati tra sè di
fratellanza; e dal segno che portavano, diceansi della Stella, della
Argata (per la nave d’Argo), della Leonza[200].
Però fra noi predominarono sempre le città, e in conseguenza non
troviamo quegli alti fatti cavallereschi, di cui si tesse la storia
delle famiglie insigni forestiere; que’ nostri signorotti tengono
del plebeo, o almeno del soldatesco, nè si gloriano di finezze
cavalleresche, nè si peritano a mancar di fede. Sulla politica
delle Corti non fa mestieri ripeterci; ma quelle frequenti taccie
d’avvelenamenti, veri sieno o supposti, ci rammentano gl’imperatori di
Roma, e palesano un ritorno verso la corruzione gentilesca. Le continue
rivoluzioni, per cui mezzo gli ambiziosi volevano surrogare il privato
dominio alla comune libertà, lasciavano interessi lesi; calde memorie
d’un franco stato, del quale non si ricordavano più i guaj; molti i
pretendenti, ove unica sanzione era la riuscita; molti gl’intolleranti
e dell’ingiustizia e della giustizia, e pochi gl’interessati a
difendere l’ordine pubblico. Il grosso del popolo non penò a chetarsi
a dominj che gli lasciavano quiete onde applicarsi alle sue arti e
gli crescevano sicurezza; ma le famiglie aristocratiche ribramavano la
fraudata autorità, e mal soffrivano un altro esercitasse la tirannia
ch’essi avrebbero per sè voluta. Le armi portate a servizio di qualche
signore, davano la soldatesca fiducia nella spada: del sangue come aver
ribrezzo quando la legge e i tiranni stessi ne versavano tanto?
Quindi gli attentati, frequenti quanto mal secondati, e usciti con
danno e con vergogna. La sollevazione di Cola Rienzi fra breve fu
imitata dal Porcari in Roma. Due congiure a Milano uccisero i principi,
senza produrre effetto durevole; altrettanto quella de’ Pazzi; peggio
quella de’ baroni nel Reame. In Bologna i Caledoli, beneficati ed
emuli di Annibale Bentivoglio, non meno poderoso in Romagna che
Lorenzo Medici in Toscana, tramano, e scoperti sono appiccati o
banditi. Bernardo Nardi fiorentino occupa Prato per farne piazza
de’ repubblicani; ma non sostenuto, è preso e giustiziato con molti.
Nicolò d’Este invade Ferrara per ricuperare il dominio paterno; ma
il popolo nol favorisce, ed Ercole d’Este lo appicca con venticinque
complici. Girolamo Gentile vuol ribellare Genova e Milano, e ne perde
la testa. Girolamo Riario, signore di Forlì ed Imola, è pugnalato nel
proprio palazzo. Biordo de’ Michelotti è ucciso a Perugia, e i Perugini
assalgono gli uccisori e bruciano la badia di San Pietro ove erasi
fatto il tradimento, e i traditori fanno dipingere alle porte e al
postribolo. Questi frequenti attentati tenevano in sospetto i tiranni,
e rendeanli peggiori; e i feroci supplizj che infliggevano a personali
nemici, sembravano giustificati dalla necessità dell’assicurarsi.
La costoro vita è un tessuto di fatti ancor più vergognosi che
orribili, sfacciata la mancanza di fede, applaudito il tradimento se
riusciva. Vedemmo quello a cui restò preso Bernabò Visconti. Paolo
Fregoso, cardinale arcivescovo di Genova, invita il doge suo nipote
colla moglie e i figliuoli a pranzo, e quivi li fa cogliere, mettere
ai tormenti, sinchè il doge non ordina che le fortezze si rendano
all’ambizioso zio. L’Oldrado, amicissimo di Gabrino Fondulo, passando
fuor di Castiglione, finge si sieno sferrati i cavalli, e manda per
un maniscalco. Gabrino, informatone, spedisce a invitarlo che entri e
si riposi; ed egli no, aver troppa fretta, rincrescergli di non poter
dare un bacio al suo Gabrino. Questo non vuol lasciarsi vincere in
cortesia; esce a salutarlo, ed è subitamente circondato dagli uomini
dell’Oldrado, il quale entra nel castello, prende la famiglia di
Gabrino e i molti tesori, e lui consegna a Filippo Visconti che lo
manda al supplizio. Nelle ore estreme confessò, l’unica cosa di cui si
pentisse era che, quando l’imperatore Sigismondo e il papa salirono
seco sul torrazzo di Cremona, non gli avesse trabalzati entrambi da
quell’altezza[201].
Il marchese Alberto d’Este, morendo nel 1393, avea dichiarato
successore Nicolò suo figlio naturale; ma Azzo pretendea avervi
migliori diritti, e li sostenne collo stipendiare Giovanni da Barbiano.
I tutori del fanciullo Nicolò tentarono costui perchè assassinasse
Azzo, ed egli il promise, purchè gli si dessero due castelli vicini
a Barbiano. Vennero i messi, davanti ai quali fu trucidato Azzo, ed
in conseguenza resi i castelli. Ma l’ucciso non era che un servo, e
Azzo piombò addosso alle squadre ferraresi e ne fe macello. Poco poi
Giovanni macchina d’impadronirsi di Bologna, e scoperto è mandato al
supplizio. Mille altri casi simili ci offrirebbe la storia de’ capitani
di ventura.
I popoli ne soffrono, e conoscono i vantaggi della libertà, tanto da
creder lieve ogni sacrifizio per ottenere che alfine alla egualità
innanzi ad un padrone si sostituisse l’egualità innanzi alla legge.
Vero è che le sventure d’allora sembrano maggiori perchè tutte si
registrano, nè erasi per anco ingenerata quella cascaggine che
fa credere ineluttabile necessità il patimento, e virtù il non
lamentarsene, e pace una tirannia che degrada senza tormentare. Massime
nelle repubbliche riscontriamo elevatezza di caratteri, potenza di
sacrifizj fatti al bene generale, maggior fedeltà alla parola: benchè
le passioni vi apparissero maggiormente, perchè in numerose masse e
meno frenate. E la stessa corruzione e la ribalda politica dei principi
non avviliva ancora i popoli, se anche li straziava.
Fra quel movimento frequentavano occasioni di esercitare le forze della
volontà e dell’intelletto, il che è sì gran parte della felicità;
riceveasi l’educazione dagli avvenimenti, e maestro era il subuglio
della città; anche nelle baruffe civili logoravansi alcune vite, ma
conosciamo tempi più puliti ove si uccide colla parola, s’induce negli
animi il dispetto, vi si formano quelle ulceri, la cui tabe e il puzzo
appestano la società.