CAPITOLO CXXII.

Scienziati. I libri. La stampa.

Carlo IV mandò al Petrarca un diploma, ove Giulio Cesare e Nerone

assolvevano l’Austria dalla dipendenza imperiale; ed esso il dichiarò

impostura. Scoperta di minimo merito, se allora non fosse stato

straordinario il dubitare di cosa scritta; e al Petrarca va lode

d’avere usato la critica, quantunque spesso in fallo, sovra di opere

attribuite ad autori falsi, o di cui scambiavansi il tempo e il nome.

Egli avea fatto una raccolta di medaglie, e si lagna che i Romani

ignorino le cose proprie, e per vile guadagno distruggano i preziosi

avanzi campati dai Barbari; e dell’averli restaurati encomia Cola

Rienzi, il quale dallo studio di questi aveva attinto l’ammirazione

pel buono stato antico[155]. Anche Guglielmo Pastrengo, grand’amico

del Petrarca, ustolava ad anticaglie ed iscrizioni; e il suo _Lessico

storico_, biblioteca generale degli scrittori sacri e profani, per

quanto imperfettissimo, attesta molta lettura. Nicolò Niccoli possedeva

una serie di medaglie, di cui si valse per accertare l’ortografia di

alcune voci.

Che le iscrizioni potessero venire in appoggio alla storia, l’aveano

già scorto gli antichi. Il Pizzicolli, detto Ciriaco Anconitano,

per incarico di papa Nicola V andò a farne una raccolta per Italia,

Grecia, Ungheria, e pei paesi di Levante ancora intatti dai Turchi; nè

noi col Poggio e col Decembrio teniamo ch’e’ fosse impostore, bensì

che spessissimo s’ingannasse nel giudicare il tempo, l’origine, la

destinazione de’ monumenti. Anche l’architetto frà Giocondo da Verona

ne raccolse di molte; a Reggio serbasi manoscritta la raccolta di

Michele Ferravino con disegni; una ne fece Nicolò Perotto, vescovo di

Manfredonia; altri altre di particolari provincie. Girolamo Bologni pel

primo v’aggiunse spiegazioni e commenti, talchè la storia presentavasi

appoggiata all’erudizione. Con testimonj di questa Bernardo Rucellaj,

splendido amico dei letterati, trattò della città di Roma; e Biondo

Flavio (-1463), segretario di Eugenio IV, ne illustrò gli edifizj,

il governo, le leggi, le cerimonie, la disciplina militare (_Romæ

instauratæ libri III — Romæ triumphantis libri IX_); poi nell’Italia

illustrata descrisse le quattordici regioni della penisola: ma era

possibile non incappasse in molti errori? Nega che esistesse un vulgare

parlato, contemporaneo allo scritto dei classici. Preparava anche una

storia d’Italia dalla caduta dell’Impero fino a’ suoi giorni.

De’ magistrati romani discorse Domenico Fiocchi (1497) fiorentino

Pomponio Leto calabrese, bastardo dei Sanseverino, cercò monumenti

_fin in riva al Tanai_, e pensava vedere le Indie; ma nel distolse la

compagnia de’ valentuomini, dei quali era capo nell’accademia romana.

Dilapidata la sua casa in una sollevazione ai tempi di Sisto IV,

«lui in giuppetto coi borzacchini e con la canna in mano se n’andò a

lamentare co’ superiori» (Infessura), e gli amici a gara il rifornirono

d’ogni occorrente. Sino alle lacrime il commoveano i monumenti, e per

ammirazione all’antichità pareangli selvaggi i costumi e le credenze

presenti, a tal segno che fu creduto empio. Di rimpatto Bonino

Mombrizio milanese in due eleganti volumi raccolse vite di santi, tolte

da biblioteche e archivj, copiando fin gli errori, e non discernendo le

apocrife.

Annio da Viterbo domenicano, per gran virtù e franchezza (1502) fu

elevato maestro del sacro palazzo, e odiato da Cesare Borgia che

forse il fece avvelenare. Nei trattati _Dell’impero de’ Turchi_ e

_De’ futuri trionfi de’ Cristiani_ deduceva dall’Apocalissi speranze

per la prossima caduta del nemico della cristianità. Era il tempo che

comparivano ad ogni ora nuovi documenti dell’antichità, onde furono

accolti con entusiasmo i suoi _Antiquitatum variarum volumina XVII_.

Erano autori antichissimi, atti a chiarire l’origine de’ popoli,

quali Beroso caldeo, Fabio Pittore, Mirsilo da Lesbo, Sempronio,

Archiloco, Catone, Metastene, Marceto, altri ed altri. Ne tripudiarono

gli eruditi, levando a cielo il fortunato Annio; a gara ingemmarono

le loro scritture coi bei trovati di esso; e tutte le storie uscite

in quel torno ne furono infette. Perocchè que’ frammenti non erano

che una finzione, e poco tardarono ad olezzare di falso. Ma era egli

ingannatore o ingannato? ancora se ne disputa, nè manca chi li crede

di fondo vero, comunque alterato; e il moderato quanto erudito Zeno,

esaminando la questione riprodottasi fra il domenicano Mazza che

pubblicò l’_Apologia_ di Annio, e il Macedo che la sostenne contro

il veronese Sparavieri, trova eccesso da un canto e dall’altro,

giudicandolo illuso da quelli che allora speculavano sopra la smania

delle scoperte antiche.

Intanto non è a dire quanta confusione ne venisse a tutti gli storici

nostri, massimamente municipali, che con intrepidezza risalivano a Noè

o almeno alla guerra di Troja, e cercavano tra Fenici e Caldei quel che

avevano in casa: i Milanesi seppero che Anglo figlio di Ettore fondò

Angleria, e fu stipite de’ Visconti, i quali perciò s’intitolavano

conti d’Angéra; i Comaschi ebbero in pronto un Comer figlio di Giafet

fondatore della loro città; Cremona un Cremone trojano (vedi Cap. II);

Gian Grisostomo Zanchi deduceva il nome così tedesco di Bergamo dalle

voci ebraiche _Beradin gom mon_, cioè _inundatorum clypeata civitas_,

che interpreta _Dei Galli regia città_. Nè va di miglior passo il

Platina nella storia di Mantova; ma in quella dei papi ripudia,

congettura, e se non sempre imbrocca, già era assai questo dubitare di

asserzioni d’antichi. Abbiamo detto a quali ardimenti si spingesse la

critica col Valla (pag. 314).

Conosciuti i modelli classici, migliorato il gusto, si volle che la

storia fosse anche bella; e tale fu scritta spesso in latino, talvolta

in vulgare. Dei vulgari già parlammo (tom. VII, pag. 332): fra i latini

è dei migliori Andrea Silvio Piccolomini, che in quella d’Austria

raccontò i fatti della Boemia e di Federico III, nella _Cosmografia_

descrisse l’Europa e l’Asia Minore, ed espose gli avvenimenti

dell’Italia dall’anno di sua nascita fino all’ultimo del suo

pontificato con vigorosa dicitura e studio dei caratteri e dei costumi.

Stamparonsi centoventi anni dopo, sotto il nome di Giovanni Gobellino

suo segretario, continuati fino al 1469 da Jacopo degli Ammanati

fiorentino, cui esso papa diede il cognome della propria famiglia e il

vescovado di Pavia e il cappel rosso.

Antonio Bonfini d’Ascoli, vissuto in Ungheria alla corte di Mattia

Corvino e di Vladislao II fino al 1502, lasciò tre decadi della

storia di quel paese al modo di Tito Livio, cioè elegante e falsa,

pure preziosa dove ogn’altra ne manca. Filippo Bonaccorsi o Callimaco

Esperiente toscano, fuggito da Roma al disperdersi dell’accademia, dopo

lungo errare fu in Polonia accolto da re Casimiro, che collo storico

Giovanni Dlugos l’adoprò per educatore di suo figlio, segretario

proprio, e spesso ambasciadore. Scrisse i fasti di re Ladislao V e la

battaglia di Varna ove questi era perito; e un opuscolo sulle mosse de’

Veneziani per eccitare Tartari e Persi contro i Turchi.

Aurelio Brandolini, detto Lippo perchè cieco, poeta latino di Firenze,

in Ungheria caro a Mattia Corvino, morì a Parma il 1497, lasciando

moltissime opere.

Da Tommaso da Pizzano, astrologo bolognese a’ servigi di Carlo V di

Francia, nacque Cristina, che bella ed educata alla corte e alle

lettere, vide applaudite le prime sue poesie; poi per provvedere

alla sua povera vedovanza scrisse d’arte militare, la _Mutazione di

fortuna_, e la vita o piuttosto panegirico di quel re. A fatica oggi

può leggersi quel che allora tanto ammirossi: pure associa vivacità

poetica con fina ragionevolezza, delicato sentimento con forza.

Le scienze dunque erano uscite affatto dal santuario, e secolarizzate;

se la teologia rimaneva sempre la prima, non era più l’unica; e

sebbene in essa, fra tanti dissensi ecclesiastici, si moltiplicassero

dissertazioni e commenti, nessuno s’accostò alla potenza di Tommaso

d’Aquino e di Bonaventura. Quanti ragionamenti e sofisterie nella

quistione de’ Minoriti! In più serie e vitali quistioni ai concilj di

Basilea, di Costanza, di Firenze figurarono e nostrali e stranieri, e

principali Enea Silvio e il cancelliere Gerson.

A quest’ultimo i Francesi, a Tommaso da Kempis i Tedeschi, i nostri a

Giovanni Gersen abate di Vercelli[156], attribuiscono l’_Imitazione

di Cristo_, il libro più famoso del medioevo, e il più letto dopo

la Bibbia, e che si disse sarebbe il primo del mondo se questa non

esistesse: riprodotto in almeno mille ottocento edizioni, tradotto

in ogni lingua, senza che alcuna raggiunga la concisa energia di quel

latino, comunque scorretto, e simile alle figure di santi che allora

posavansi sui sepolcri, non mosse, eppur belle, e sopratutto soavi.

Non prende esso per intermediarj i profeti, i dottori, la Chiesa, ma

è un colloquio dell’anima col suo Creatore. Quest’intimità ne forma

l’attrattiva; e poichè non v’ha dispute, non sistemi e speculazione,

non decisioni particolari, ma impeti dell’anima, nulla d’intrinseco

ajuta a riconoscerne l’autore. Tale incertezza non mal gli si addice,

scomparendo affatto la personalità perchè rimangano soli il cuore e il

sentimento. In tempo di tanto litigare, ivi nessun alito di polemica;

al più qualche gemito sull’infelicità de’ tempi, e il consiglio di

ripararsene col formarsi una solitudine profonda, dove ascoltare Iddio

che parla. E sull’anime invelenite dall’amor della contesa come dovea

piovere ristorante quella parola: — Nella croce è salute, è vita, è

schermo dai nemici, è infondimento di superna dolcezza; nella croce è

vigore alla mente, gaudio allo spirito. Nella croce sta tutto, tutto

è riposto nel morire; nè alla vita e all’interna pace v’è altra via

che della croce e della cotidiana mortificazione. Cammina per dove

vuoi, cerca checchè tu vuoi; non troverai più alta strada di sopra,

nè più sicura di sotto, che quella della croce. Disponi le cose come

ti pare e piace, non però troverai altro che da patir qualche cosa.

La croce è sempre apparecchiata, e in ogni luogo ti aspetta: non

la puoi cansare dovunque tu corra. Se la porti di buon grado, ella

porterà te, e ti scorgerà al termine desiderato, dove sia fine al

patire: se forzatamente la porti, ti fai un peso, e viepiù gravi te

stesso, e nondimeno ti sarà forza portarla. Se una croce tu getti via,

un’altra ne troverai, forse più grave. Non è secondo l’uomo portar

la croce ed amarla, castigare il suo corpo e costringerlo in servitù,

fuggire gli onori, sostenere di buon grado gli scherni, disprezzare se

medesimo e bramare d’essere disprezzato, patire qualsivoglia danno, e

nessuna prosperità desiderare. Ma se ti fidi nel Signore, dal cielo

ti verrà fortezza, e alla tua signoria saranno soggettati il mondo

e la carne»[157]. E l’imitar Cristo è una iniziazione progressiva,

per mezzo dell’astinenza, poi dell’ascetismo, della comunicazione,

infine dell’unione. Questi successivi passaggi espose l’innominato al

popolo, colla lingua del chiostro; e divenne libro popolare quel ch’era

ascetico lavoro di monaco.

Nelle scuole aveano per tutto il medioevo contrastato i Realisti, che

propendendo all’unità di sostanza, giudicavano mere astrazioni i nomi

di genere, specie, individui; contro i Nominalisti, che proclamavano

la pluralità della sostanza, ripristinando l’individuazione, il

genere, la specie, all’universale non attribuendo altro valore che

d’un segno. Dappoi la battaglia erasi ingaggiata e continuava sotto

le antiche bandiere d’Aristotele e Platone, del ragionamento e

dell’entusiasmo, del sillogismo e dell’ispirazione. Dal 1313 al 16 un

frà Paolino minorita diresse a Marin Badoaro duca di Candia un trattato

italiano col titolo _De recto regimine_, dove analizza con semplicità

e chiarezza i doveri d’un magistrato; tiene pel governo d’un solo,

ma che si circondi di una consulta di savj. Parteggia invece per la

repubblica, almeno nei piccoli Stati, Egidio da Roma, educatore di

Filippo il Bello e arcivescovo di Bourges; di cui i due primi libri _De

regimine principum_ sono una direzione di coscienza pei re, il terzo

un trattato di diritto politico, esaminando le varie forme di governo

e le leggi civili che vi si riferiscono: nemicissimo della servitù

personale, non riconosce regno se non si conformi agli eterni canoni

della giustizia.

Accursio rimase tipo de’ glossatori, talchè sopra di lui si

concentrarono i biasimi e le lodi. Ma la sua grande compilazione

avea posto termine alle spiegazioni orali de’ professori, fin allora

usitate; le interpretazioni furono ristrette; i glossatori divennero

autorità unica, fino a dirsi che una glossa val più di cento testi. In

conseguenza la scienza decadde, e sottentrarono i giuristi scolastici,

che alla giurisprudenza applicarono i metodi dialettici; nel che

vedemmo illustri Baldo e Bártolo, il quale colla gran pratica del fôro

suppliva alla mancanza di storia e di filologia. Tutti i loro seguaci

sono prolissi e barbari; onde dagli umanisti erano tenuti per dappoco,

perchè conservavano ancora lo stile ispido, l’argomentare scolastico,

le affollate citazioni al par de’ teologi: pure alcuni cominciarono

a disselvatichire quegli studj, meditar Giustiniano con filologia e

storia, e Andrea Alciato fu de’ primi, poi i francesi Budeo e Mulineo,

e superiore a tutti il Cujaccio.

Molti ottennero celebrità per consulti legali e per opere o per

magistrature sostenute; ma col rinnovarsi della scienza i loro libri

non serbarono alcuna importanza, neppur d’erudizione. Chi non lodava

allora Paris de Puteo, alessandrino o napoletano, Giovan Antonio

Carafa, principe de’ giureconsulti, Matteo degli Afflitti, il più dotto

leggista di quanti furono prima o poi, i cui _Commenti sopra i feudi_

non hanno pari, e che raccogliendo le decisioni della curia napoletana,

diede origine alla nuova genìa dei _Decisionanti?_ Giovanni d’Andrea

bolognese o fiorentino fu in voce del maggior canonista; e le sue

figlie Novella e Bettina dettarono anch’esse. Paolo da Liazari, costui

scolaro, allevò Giovanni da Legnano, così celebre che alla sua morte

si chiusero le botteghe. Andrea d’Isernia fu nominato l’evangelista

del diritto feudale, e re Roberto il menò seco onde perorare alla

corte d’Avignone i diritti che vantava al trono di Napoli[158].

Gran lume al diritto civile recò pure Francesco Accolti d’Arezzo.

Guadagnò moltissimo di sua professione, e sperava anche il cappello

cardinalizio, ma Sisto IV gliel ricusò dicendo temeva di sottrarre alle

scienze un troppo illustre cultore. Volendo dimostrare ai suoi scolari

in Ferrara quanto importi conservare il buon nome, rubò della carne da

un macello: subito ne vennero imputati gli studenti, e due in cattiva

reputazione furono arrestati e correvano pericolo, quando l’Accolti

andò ad accusare se stesso: non si volle credergli, finchè non addusse

i testimonj e il motivo.

I canali, le macchine da guerra, i molini ad acqua e a vento, una

filatura in Bologna nel 1341 mossa per forza d’acqua ed equivalente

all’opera di quattromila filatrici, e i grandi lavori architettonici

e idraulici attestano coltivate la geometria e la meccanica. Nel 1455

Gaspare Nadi e Aristotele di Feravante trasportarono la torre della

Magione di Bologna colle sue fondamenta, alte ottanta piedi, colla

spesa di sole cencinquanta lire; e raddrizzarono il campanile di Cento,

che strapiombava più di cinque piedi[159].

Per servizio ora della magia, ora del commercio, le matematiche

venivano coltivate dai nostri. Paolo Dagomari, detto Dall’Abaco, pel

primo usò la virgola a distinguere in gruppi di tre cifre i numeri

troppo lunghi, e introdusse i taccuini. Molti trattati d’algebra

o, come dicevano, almacabala, si trovano nelle biblioteche; e

il primo messo a stampa fu l’italiano di Luca Pacioli da Borgo

Sansepolcro francescano, professore a Milano, che servì di base a

tutti i matematici del secolo seguente. «In quest’arte maggiore,

detta dal vulgo regola della cosa», arriva all’equazione di secondo

grado, non più in là del Fibonacci; se non che la sua osservazione

che le regole relative alle radici sorde possono riferirsi alle

grandezze incommensurabili pressente l’applicazione dell’algebra alla

geometria. Aveva visitato le città commerciali d’Italia, e porge

le diverse pratiche dei negozianti, esempj numerosissimi di conti,

cambj, arbitramenti, società, e principalmente la tenuta de’ libri in

scrittura doppia all’italiana, che tanto tardò ad essere adottata[160].

Giorgio Valla piacentino (-1500) scrisse una specie di enciclopedia

_de expetendis et fugiendis rebus_, desumendola da Greci e Latini, a

preferenza degli Arabi, e nel III cap. dà un trattato delle sezioni

coniche, forse primo dopo il risorgimento. Non abbiamo però matematici

nostri che equivalgano ai tedeschi Purbach e Regiomontano. Questo pel

primo costruì un almanacco colla posizione degli astri, gli eclissi, e

calcoli della situazione del sole e della luna per trent’anni; chiamato

a Roma per l’emendazione del calendario, vi morì in fresca età.

Gli astronomi erano tutti ubbie astrologiche, e ne formicola il

famoso _Libro del perchè_ del Manfredi: pure la scienza avanzò. Nelle

tavole di Giovanni Bianchini bolognese sono combinati tutti i moti dei

pianeti. Domenico Maria Novaro ferrarese determinò la posizione delle

stelle indicate nell’_Almagesto_, sospettò si fosse cambiato l’asse

di rotazione della terra, ed ebbe scolaro Copernico, cui suggerì il

concetto del sistema pitagorico. Paolo Toscanelli da Firenze confortò

le speranze di Cristoforo Colombo sulla possibilità di giungere alle

Indie dalla parte d’Occidente.

Le scienze naturali proseguivano in caccia di testi più che di

fatti, e solo nel secolo seguente appoggiaronsi alla sperienza e alle

matematiche, surrogando la realtà alle chimere, l’evidenza alle ipotesi

e all’autorità. Nè in medicina si paragonava lo stato sano col morboso;

e il libro del Ficino _Della vita umana_ è tutto formole per conservare

la salute e prolungare la vita con astrologiche osservanze; dalle

stelle deduce le malattie e l’efficacia dei rimedj; insegna ai vecchi

a ringiovanire bevendo sangue di giovani: delirj, comuni ad Arnaldo

Bacone, ad Arnaldo di Villanova ed ai migliori, ma combattuti da Pico

e dal Guainero pavese. Dino del Garbo, gloria dell’età sua, aggiunse

altre sottigliezze alle arabiche. Marsilio da Santa Sofia, Gentile

da Fuligno, Pietro da Tossignana, Guglielmo da Varignana, Cristoforo

Barziza, Giovanni da Concorezzo ed altri esercitarono con lode e

scrissero di medicina. Michele Savonarola padovano, buon osservatore,

francamente si emancipa da Averroe; eppure crede che Niccolò Piccinino

generasse di cento anni, che dopo la peste del 1348 invece di trentadue

denti se n’avessero ventidue o ventiquattro, e che col feto possa

uscire talvolta un animale.

I medici non rifuggivano dalla chirurgia, mentre questa fuor d’Italia

era abbandonata a barbieri ignoranti. Il salasso tenevasi operazione

d’importanza; contendevasi seriamente sul dove e quando praticarlo;

allorchè ne facesse bisogno, nelle case principesche adunavansi parenti

e amici, e se riescisse bene, ringraziavasi il Signore festeggiando.

Vincenzo Vianeo di Maida, Branca e Bojani di Tropea introdussero

l’innesto animale, rifacendo nasi. Il Governo veneto, come in molti

provvedimenti, così prevenne gli altri coll’ordinare, ai 7 maggio

1308, che ogni anno si sezionasse qualche cadavere. Nel 1315 Mondini

de’ Luzzi, professore a Bologna, ne dissecò pubblicamente, e diede

una descrizione del corpo umano fatta sul vero, e tavole anatomiche:

e sebbene non sappia francarsi dalla venerazione agli antichi, e

alle asserzioni di Galeno sagrifichi perfino l’evidenza, pure rimosse

molte asserzioni fantastiche, disse ciò che propriamente avea veduto,

e spiegò semplice e preciso; onde il suo libro per tre secoli rimase

testo; aggiungendovi le scoperte che man mano si facevano. Dopo lui

s’introdusse d’aprire ogni anno uno o due cadaveri nelle università:

Bartolomeo da Montagnana, professore a Padova, si vanta d’aver fatto

quattordici autopsie[161].

I farmacisti per lo più erano anche droghieri, laonde speziale

significò farmacista e confetturiere; e le città, nell’accordare le

licenze, v’aggiungevano l’obbligo di mandare alcuni dolci alla camera

del Comune. Saladino d’Ascoli diede un _Compendium aromatariorum_ per

norma dei farmacisti, dai quali pretende tante qualità, che pur beato

se la metà ne possedessero. Santo-Arduino fece altrettanto per Venezia,

Ciriaco degli Agosti di Tortona per l’Italia occidentale, Paolo Suardo

pel Milanese. Ermolao Barbaro e Nicolò Leoniceno, commentando Plinio,

giovarono assai alla botanica officinale. Nel 1415 Benedetto Rinio

medico e filosofo veneto, con lunga diligenza e peregrinazioni faceva

il _Liber de simplicibus_ in quattrocentrentadue faccie benissimo

dipinte da Andrea Amadio, e coi nomi latini, greci, arabi, slavi,

tedeschi. È la maggior raccolta che ancor si fosse fatta di piante e

fiori, col tempo opportuno a raccoglierli e l’applicazione medicinale;

e sta nella Marciana, coll’_Erbario o storia generale delle piante_,

lavorato nel secolo seguente da Pier Antonio Michiel.

Papa Benedetto XIII riprovò la magia come ereticale; e poichè

moltiplicavansi le guarigioni presunte miracolose alle tombe di san

Rocco, di santa Caterina da Siena, di sant’Andrea Corsini ed altri,

la Chiesa provvide non avesse a gridarsi al miracolo se non quando il

morbo fosse incurabile, e istantaneo il risanamento. La ricorrenza

delle pesti[162] crebbe la devozione per san Sebastiano, pel santo

Giobbe, per san Rocco principalmente, che di quell’età appunto dal

patrio Montpellier era pellegrinato in Italia onde assistere a’

contagiosi. Spesso ancora sulle facciate delle chiese e su tabernacoli

lungo le vie si dipingevano gigantesche figure di san Cristoforo,

la cui vista diceasi preservare dai cattivi incontri e dalle morti

improvvise, le quali sembra divenissero allora più frequenti; onde

spesseggiarono pure le invocazioni a sant’Andrea Avellino ed altre

devozioni preservative.

A richiamare dalla erudizione all’osservazione, dai testi ai fatti,

valsero alcune malattie nuove, come la morte nera; la tosse ferina,

comparsa nel 1414 sotto forma epidemica; la tarantola, epidemia

psichica che s’attribuiva al morso d’un ragno, e portava a ballare e

far attucci stravaganti. La lebbra vuolsi venuta in Italia co’ soldati

di Pompeo reduci dall’Egitto, ma presto si spense. Ricomparve al tempo

de’ Longobardi, poi di nuovo alle crociate: e forse non era cessata

mai del tutto, poichè ne cade menzione in miracolose guarigioni, e

negli ospedali istituiti; certamente Costantino, medico della scuola

salernitana, la decriveva precisa nel 1087, cioè avanti le crociate

che la diffusero. Al tempo che discorriamo pare scomparsa, giacchè il

Cardano non la conosceva, il Fracastoro la dice morbo raro[163], e gli

spedali de’ Lazzari diminuivano, per far luogo a quelli destinati a un

altro morbo, conseguenza e castigo della dissolutezza, che diffuso poi

al tempo della calata di Carlo VIII, fra noi ebbe il nome di francese,

di campano tra i Francesi. Dopo molto ragionarne resta dubbio se

venisse dall’America o fosse già conosciuto.

In complesso questa è un’età di reminiscenza, più che di fantasia e di

ragione; si fa tesoro delle cognizioni prische, anzichè conquistarne di

nuove; nè si mettono al vaglio dell’esperienza. Mancando la stampa, i

giornali, la posta, noi ci figuriamo che le opere di letteratura o di

scienza dovessero rimanere in angusto circolo, nè conoscersi lontano

le scoperte d’un paese. Però nelle università concorreva gente da

regioni remotissime, vi si comunicavano le cognizioni, i professori

vi portavano le opere proprie, i giovani voleano tornare in patria

arricchiti di qualche manoscritto, sicchè diffondeansi più prontamente

che non si possa credere. Gli autori stessi più volte, dopo pubblicato

un lavoro, lo correggevano, e ne facevano una seconda edizione, come

si pratica dopo la stampa: così Leonardo Fibonacci nel 1202 pubblicò

il suo _Abacus_, primo trattato d’algebra fra’ Cristiani; poi nel 28 ne

diede una nuova edizione con aggiunte.

Però i libri erano più venerati perchè rari; la quale venerazione

faceva che una notizia si tenesse per vera sol perchè scritta, si

ripetesse dai successivi perchè detta dai precedenti; che se la

sperienza la contraddicesse, non si smentiva l’autore, ma cercavasi

conciliarla, come si fa colla Bibbia, a costo di storpiare la verità.

Spesso s’ignoravano le scoperte e le lucubrazioni anteriori; e mentre

oggi non si perdona d’accingersi a un lavoro senza conoscere tutti i

precedenti, allora si trovano o accettati errori o ignorate verità, su

cui già da un pezzo altri aveva esercitato il giudizio.

Ad accelerare ed assicurare i progressi dello spirito umano valse

un’invenzione suprema di questo tempo, la stampa.

Gli antichi scrivevano sopra cuojo o foglie di palma, o sul libro,

cioè sulla seconda corteccia delle piante: dipoi si preparò carta o

colle fibre del papiro, canna propria dell’Egitto, ovvero con pelle

di pecora, la quale chiamossi _pergamena_ perchè a Pergamo inventata o

perfezionata. Tracciavano i caratteri con bocciuoli di canna, aguzzati

e intinti nell’inchiostro: le scritture di maggior conto incidevansi su

pietra, legno, metalli: per gli usi giornalieri sovra tavolette cerate

notavasi con uno stilo acuto, e si cancellava colla sua estremità

ottusa. Que’ papiri e quelle pergamene coprivansi da un lato solo,

appiccicando un foglio a piè dell’altro sinchè fosse compiuto un libro,

poi rololavansi (_volume_), e si fissavano con un bottone. Giulio

Cesare fu il primo che scrivesse sulle due faccie della pergamena

le lettere al senato, e divulgò l’uso di piegarla al modo de’ nostri

libri. Lisciare i fogli coll’avorio, profumarli coll’olio di cedro,

miniare e dorare le iniziali, le costole, il taglio, gli attaccagnoli,

era servigio degli schiavi libraj e grammatici, de’ quali ogni ricco

teneva uno o più: altri il facevano liberamente per venderli.

Tutto ciò operavasi a mano; e poichè alle mende inevitabili s’univano

quelle varietà capricciose e quasi istintive che ognuno insinua

trascrivendo, differenti e scorrettissimi riuscivano i codici: chi

volesse qualche testo emendato, l’esemplava di proprio pugno, come

fecero pochi diligentissimi grammatici, o qualche dottore della Chiesa,

rendendo famose certe edizioni d’Omero e della Bibbia.

Col cristianesimo l’arte dello scrivere passò dagli schiavi ai monaci,

per la necessità di diffondere dottrine, polemiche, orazioni; san

Benedetto pose obbligo a’ suoi il copiarne; monache vi si esercitavano

pure. Quanto dell’antichità possediamo, ci arrivò quasi solo per man

di essi; onde è ingratitudine e illiberalità il querelarli se, meglio

degli autori classici, si piacquero trascrivere i santi Padri ed opere

di teologia. Intanto è vero che degli autori lodatici dagli antichi per

sommi, nessuno forse ci manca, e di questi possediamo il meglio; com’è

vero che, già prima della caduta dell’Impero occidentale, rarissimi

erano fatti alcuni, a cagion d’esempio Aristotele, di cui a’ migliori

giorni di Roma non era avanzato che un solo esemplare; talchè gran

merito reputavasi il farne estratti o compendj, come usarono Floro,

Giustino, Plinio, Costantino ed altri. L’agevolezza procacciata da

questi compilatori recava a prendere minor cura delle opere originali

dopo che se n’era stillato il buono e il meglio, laonde lasciaronsi

andar perdute.

Il guasto degli autori classici cominciò dunque assai prima de’

Barbari; le guerre e gl’incendj di questi ne mandarono a male altri

assai; zelo de’ buoni costumi, che lascio ad altri il condannare,

fece da ecclesiastici distruggere alcuni scandalosi ed immorali.

Era difficile il trarre d’Egitto il papiro; poi divenne impossibile

dacchè gli Arabi l’ebbero occupato. La pergamena, già costosa, crebbe

allora smodatamente di prezzo; onde si ricorse ad uno spediente già

noto agli antichi: ciò fu di raschiare le scritture antecedenti,

onde sovrapporvene di nuove[164]. Buon frate, per te aveano suprema

importanza un antifonario, una raccolta di preghiere, un trattato della

confessione; e quando per essi coprivi o la _Repubblica_ di Cicerone o

il codice Teodosiano, vi avevi tanto diritto quanto oggi n’abbiamo noi

d’usare l’opposto.

Gli antichi valeansi di lettere majuscole e senza interpunzione;

più tardi per espeditezza si raccorciarono, in modo da venirne il

carattere minuscolo. Per la ragione medesima s’introdussero certe

abbreviature o note, le quali furono portate fino a cinquemila, e

col loro mezzo poteano i _notari_ tener dietro a qualunque discorso

per accelerato[165]. Raccoglievano questi dapprima le decisioni del

senato e delle pubbliche adunanze, o le ultime volontà; onde passò

il titolo di notaro a indicare chi è rogato a mettere in iscritto un

atto spettante a fede pubblica. I veri caratteri tachigrafi caddero

in dimenticanza tale nei secoli venturi, che un salterio trovato a

Strasburgo dal Tritemio era registrato nel catalogo come di lingua

armena.

Le iscrizioni già al tempo dell’Impero aveano preso caratteri

d’inelegante magrezza, com’è a vedere su pei muri di Pompei e

d’altrove, e peggio nelle catacombe cristiane e ne’ tempi oscuri; pure

continuarono le lettere tonde. Ma nel XII secolo, mentre s’introduceva

il gusto gotico nell’architettura, anche i caratteri si fecero

angolosi, poi s’ingombrarono di ghirigori; usanza durata fin nel

secolo XV, quando ripigliò la buona calligrafia con gran varietà di

caratteri[166]. Jacopo fiorentino, frate camaldolese, dopo il 1300 è

ricordato come il migliore scrittore di lettere romane che fosse prima

o poi, sicchè la sua mano fu conservata in un tabernacolo. Angelo

Pezzana negli _Scrittori parmensi_ noverò sedici calligrafi valenti,

ai quali poi ne aggiunse altri otto nella _Storia di Parma_, tutti del

secolo XV o circa.

Vi si associò il lusso delle pitture, quasi ogni pagina portando

profili, cornici, figure, stemmi, lettere bizzarre (Cap. XCIX), talchè

un libro divenne il complesso di tutte le arti belle; poesia e retorica

nel comporlo, calligrafia nel trascriverlo, miniatura nell’ornarlo

in oro, carmino, oltremare, pellicceria nel prepararne la coperta,

cesellatura nell’abbellirlo di borchie, oreficeria ad incastonarvi

gemme, doratura a lisciarne i margini.

Qual meraviglia se i libri salirono a prezzi ingenti? Da’ cataloghi che

i libraj esponevano, e dalle tasse determinate dalle università siamo

informati d’alcuni di questi; ma non vuolsi dimenticare che spesso

li rincarivano le miniature. Nel 1279 a Bologna si diedero ottanta

lire (L. 435) per copiare una Bibbia; ventidue per l’Inforziato[167].

Melchiorre, librajo di Milano, chiedeva dieci ducati d’oro per

una copia delle epistole famigliari di Cicerone. Alfonso d’Aragona

scrisse da Firenze al Panormita, che il Poggio aveva a vendere un

Tito Livio per cenventi scudi d’oro; il Panormita alienò una masseria

per acquistarlo; e il Poggio ne comperò una col prezzo ritrattone.

Borso d’Este nel 1464 pagava otto ducati d’oro a Gherardo Ghislieri di

Bologna per avere alluminato un libro intitolato _Lancellotto_; nel 69,

quaranta ducati per un Giuseppe Ebreo e un Quinto Curzio; la famosa

sua Bibbia, due grandi volumi in pergamena, dove ogni pagina porta

miniature diverse, per opera di Franco de’ Rossi e Taddeo Crivelli, gli

costò milletrecento settantacinque zecchini[168]. Piccola cosa doveano

dunque essere le biblioteche d’allora, e re e papi erano scarsi di

libri quant’oggi un cherichetto[169].

Nondimeno certuni aveano potuto raccorne di molti, in Italia

specialmente, e di qui li cercavano gli studiosi, massime da Roma e

da’ conventi rinomati della Novalesa, della Cava, di Montecassino.

La biblioteca del cardinale Giordano Orsini nel 1438, composta di

ducencinquantaquattro codici, stimavasi duemila cinquecento ducati

d’oro[170]. Tommaso da Sarzana ne comperava a credenza, ed accattava

per pagare copisti e miniatori. Il Petrarca lagnavasi che in tutto

Avignone non si trovasse un Plinio; ma una scelta biblioteca erasi

egli formata, che poi cedette per tenue compenso alla Repubblica

veneta: fra quei libri sono un Omero, donatogli da Sigeros ambasciatore

dell’Impero d’Oriente; un Sofocle, avuto da Leonzio Pilato, colla

traduzione dell’Iliade e dell’Odissea fatta da questo, ed esemplata

dal Boccaccio; un Quintiliano; tutte le opere di Cicerone, ricopiate

dal Petrarca stesso: forse è di suo pugno il Virgilio che si conserva

alla biblioteca Ambrosiana. Alla Marciana di Venezia servirono di

fondo i libri che il cardinale Bessarione avea compri per trentamila

zecchini, e che lasciò a quella «città retta dalla giustizia, dove le

leggi regnano, la saviezza e la probità governano, abitano la virtù,

la gravità, la buona fede». Cosmo de’ Medici, esulando colà, donò la

sua al convento di San Giorgio; poi in Firenze colla libreria privata

diede origine alla Laurenziana. Nicolò Niccoli gareggiava, secondo

sua fortuna, con esso nell’adunar libri, e ottocento volumi possedeva

fra greci, latini e orientali, esemplandoli egli stesso, riordinando e

correggendo testi malmenati dagli amanuensi, onde il chiamarono padre

dell’arte critica: lasciò quei libri ad uso pubblico, e furono messi

ne’ Domenicani di San Marco con una disposizione che servì di modello

alle future. Coluccio Salutato, lagnandosi del guasto de’ codici,

proponeva biblioteche pubbliche, dirette da dotti che discernessero

le lezioni migliori; e fece acquistarne una a Roberto di Napoli. Altri

signori l’imitarono; e rammentano un Andreolo de Ochis bresciano, che

venduto avrebbe beni, casa, donna, se stesso per aggiungere libri ai

molti che possedeva.

I lamenti per le scorrezioni delle copie cresceano quanto più

cresceva il desiderio di leggere; e Petrarca esclamava: — Chi recherà

efficace rimedio all’ignoranza e viltà dei copisti, che tutto guasta

e sconvolge?.... Nè fo querela dell’ortografia, già da lungo tempo

smarrita.... Costoro confondendo insieme originali e copie, dopo

aver promesso una, scrivono un’altra cosa affatto diversa, sì che

tu stesso più non riconosci quanto hai dettato. Se Cicerone, Livio,

altri egregi antichi, singolarmente Plinio Secondo, risuscitassero,

credi tu che intenderebbero i proprj libri? o che non piuttosto ad

ogni piè sospinto esitando, or opera altrui, or dettatura dei Barbari

li crederebbero?.... Non v’ha freno nè legge alcuna per tali copisti,

senza esame, senza prova alcuna trascelti: pari libertà non si dà

pei fabbri, per gli agricoltori, pei tesserandoli, per gli altri

artigiani».

Se la scorrezione sgarbava ne’ libri di letteratura, diveniva

importantissima in quelli che concernono la coscienza e la fede.

Pertanto fra gli Ebrei ogni esemplare della Bibbia doveva esser

riveduto dai rabbini; i quali dalla _Massora_ sapevano quanti versetti,

quante parole, quante lettere contenesse il sacro libro, e quante volte

ciascuna fosse ripetuta; e se trovassero qualche lettera di meno, o

scritta con inchiostro impuro, o su membrana preparata da incirconcisi,

bastava per dichiarar guasto quel testo e distruggerlo.

Rinfervorato l’amore degli studj, più vivo fu sentito il bisogno

di qualche succedaneo alla carta di membrana e di papiro, e dai

Cinesi i Tartari e gli Arabi, da questi gli Spagnuoli impararono a

farla di cotone, cui dopo il Mille si surrogarono i cenci di lino.

Se fosse vero che quella non si discerna da questa, come pretende

il Tiraboschi, n’avremmo una prova della sua perfezione, e poco

monterebbe il disputarne. Ad ogni modo erra il Cortusio differendo

al 1340 l’invenzione della carta di lino, la quale chiamossi papiro,

a differenza della bambagina[171]; e Pace da Fabriano, cui egli

ne ascrive il merito, forse non fece che trapiantare nel Trevisano

questa manifattura, già fiorente a Fabriano nella marca d’Ancona. Nè

ha fondamento l’asserire che la Repubblica fiorentina invitasse con

larghissimi privilegi quei di Fabriano a stabilire cartiere a Colle di

val d’Elsa, poichè in una carta del 6 marzo 1377 trovasi allogata per

venti anni una caduta d’acqua a favore di Michele di Colo da Colle, con

gora, casalino _et gualcheriam ad faciendas cartas,_ la quale già prima

era affidata a Bartolomeo di Angelo della Villa[172].

Dapprima adoperata solo per lettere ed istromenti, alla diffusione

delle dottrine non contribuì che nel secolo XIV, quando vi si

trascrissero libri. Dovettero questi allora rendersi men rari, e

qualche mercante ne troviamo alle Università di Germania e di Parigi; a

Firenze il Vespasiano nel 1446, un Melchior a Milano, Giovanni Aurispa

a Venezia poco dopo negoziavano di libri.

Pare condizione vitale della società che le scoperte vengano appunto

quand’essa ne ha bisogno per ispingersi con nuovo slancio. Allora

dunque che l’amore per la letteratura classica volgeva a cercar con

passione e riprodurre gli esemplari, e che le grandi controversie dei

re e della Chiesa faceano moltiplicare scritture, comparve l’arte più

mirabile fra le moderne, la stampa.

Dello scopritore si disputa. Pare i Cinesi la conoscessero da

antichissimo; stampe stereotipe faceansi in Europa, non per uso

letterario, bensì per figure di santi e carte da giuoco[173]; e Venezia

nel 1441 dava un privilegio, atteso che _l’arte di far le carte da

zugar e figure dipinte stampade era venuda a total defection_, in

grazia della gran quantità che n’entrava di forestiere. A quel modo

Lorenzo Coster di Harlem impresse facciate intere. Le prime stampe

furono dunque xilografiche, e la maggior parte veniva occupata da

figure; del che l’esempio più conosciuto è la _Bibbia de’ poveri_,

di quaranta fogli stampati da un lato solo: tutti poi son poco

voluminosi, eccetto i _Mirabilia Romæ_, specie d’itinerario a comodo

degli oltramontani che pellegrinavano alla gran città, e che consta

di centottanta facciate. Presto si avvisò potersi alle tavolette

sostituire caratteri mobili: e così se ne intagliarono di legno, poi di

piombo per arte di Giovanni Guttenberg da Magonza[174], cui l’orefice

Giovanni Faust somministrò capitali. Pietro Schöffer di Gernsheim al

piombo sostituì un metallo duro, e trovò l’inchiostro untuoso da ciò:

ancor più fece inventando i punzoni, sicchè, invece d’intagliarli uno

ad uno, si fusero i caratteri per mezzo di matrici. Il primo libro

stampato con caratteri mobili pare la Bibbia detta Mazarina, dalla

biblioteca in cui fu trovata, ed è del 1450 o 52 o più veramente 55:

alcuni esemplari sono sovra pergamena; bell’inchiostro, bei caratteri,

sebbene non sempre uniformi. Del 1454 si ha un opuscoletto di quattro

carte per esortare i Turchi con indulti di Nicola V; poi un almanacco

del 57.

Presto quell’arte giunse in Italia[175], e del 1465 abbiamo l’edizione

di Lattanzio e del _Cicero de oratore_ a Subiaco per Corrado

Schweinheim e Arnoldo Pannartz, coll’assistenza di Giovanni Andrea

Bussi di Vigevano, poi vescovo di Aleria; ma dicesi preceduta da un

_Donatus pro puerulis_. In Roma al 70 erano uscite almeno ventitre

edizioni di antichi. Giovanni da Spira, collocatosi a Venezia nel

69, vi lavora quanto a Roma; e così Vindelino suo fratello, poi

il francese Nicolò Jenson. Fino al 1500 s’erano stampate a Parigi

settecencinquantun’opere; in Italia quattromila novecentottantasette,

di cui a Firenze trecento, a Bologna ducennovantotto, a Milano

seicenventinove, a Roma novecenventicinque, a Venezia duemila

ottocentrentacinque; altre cinquanta città aveano stamperie. Anche

borgate vollero averne, come Sant’Orso presso Schio, Polliano nel

Veronese, Pieve di Sacco nel Padovano, Nonantola e Scandiano nel

Modenese, Ripoli presso Firenze. Le opere di Cicerone furono delle

prime; edite dallo Schweinheim a Roma e dal Jenson a Venezia; ma in

un corpo non comparvero che nel 98 a Milano pel Minuciano. Un Livio

imperfetto era appartenuto al Petrarca, poi l’ebbe Cristoforo Landino,

e su quella forma andò la prima stampa fattane a Roma forse fin dal 69,

poi nel 72; indi a Milano nel 78 dal Lavagna, e nell’80 dallo Zarotto;

e già a Venezia da Vindelino nel 70, a Roma ancora nel 71 e 72 da

Udalrico Gallo, a Treviso nell’80 e 83 da Michele Mazolino co’ tipi di

Giovan Vercelli, a Milano di nuovo nel 95: ma completo, almeno quale

ci resta, si vide solo a Magonza nel 1518. Di Vitruvio un esemplare si

aveva a Montecassino, e fu stampato a Roma nell’86, e commentato nel 95

da Silvano Morosini veneziano.

I copisti a mano erano di molta valentia e credito in Genova; e

temendo lo scapito che all’arte loro verrebbe dai torchi, ottennero

che quella Signoria li proibisse. Pertanto Mattia il Moravo, che vi

si era stabilito, passò a Napoli; e Giovan Bono tedesco, che a Savona

avea stampato Boezio, si trasferì a Milano. In conseguenza maestro

Filippo da Lavagna, ricco mercante innamorato di quest’arte, non potè

fondarla in patria, e la pose a Milano, primo stampatore nostrale che

si ricordi[176]. Gli disputa tale primato Antonio Zarotto di Parma,

che a Milano nel 1471 pubblicava Festo _De verborum significatione_,

e la _Cosmografia_ di Mela; l’anno dopo formava società con prete

Gabriele degli Orsoni, Pier Antonio da Borgo di Castiglione, Cola

Montano e Gabriele Paveri Fontana professori d’eloquenza, obbligandosi

egli a fondere caratteri, tenere in ordine i torchj, far l’inchiostro,

dirigere la tipografia. Fu il primo che stampasse libri liturgici

col celebre messale del 1475, e intagliasse punzoni di greco per la

grammatica del Lascari[177], mentre prima s’inscrivevano a mano. Vi

tennero dietro la _Batracomiomachia_ nell’85, l’Omero di Firenze

nell’88 a spese di Lorenzo Medici, l’Esiodo e Teocrito nel 93,

l’_Antologia_ nell’84, Luciano, Apollonio, il _Lessico_ di Suida: ma al

1495 non passavano la dozzina i libri greci stampati in Italia.

Il primo stampato italiano fu l’opera del Cennino orafo. A Reggio di

Calabria stamparonsi in ebraico i commenti di Jarchi sul Pentateuco nel

75; a Soncino nel Cremonese, per cura di Nathan Ismaele, il Pentateuco

nell’82; nell’86 i commenti del famoso Kimcki sui Profeti; nell’88

l’intera Bibbia con bellissimi caratteri, della quale non più che

cinque o sei esemplari si conoscono. A Cremona poi nel 1556 Vincenzo

Conti stampava i _Toledot_ e il salterio ebraico commentato dal Kimcki;

e in quella città, d’ordine dell’Inquisizione romana, si dice siano

stati abbruciati dodicimila esemplari di libri talmudici. Tipografie

ebraiche v’ebbe pure a Casalmaggiore e Sabbioneta. I primi caratteri

arabici si adoperarono a Fano da Gregorio Giorgi nel 1514 nelle sette

ore canoniche, poi da Pier Paolo Porro milanese.

A ristorare la deteriorata calligrafia sorse Aldo Manuzio di Sermoneta.

Dopo il _Museo_, prima opera da lui edita in Venezia nel 1495, il dotto

tipografo continuò venti anni attorno a classici latini e greci[178];

e si stupisce pensando che stampò per la prima volta Aristotele,

Aristofane, Tucidide, Sofocle, Erodoto, Senofonte, Erodiano, Demostene,

i Retori, gli Oratori, Platone, Ateneo, Dioscoride..... Adoprò il

carattere corsivo, detto _italico_ dai Francesi, ed inciso da Francesco

di Bologna, che tolse a modello la scrittura del Petrarca. Aldo stesso

le più comode e men dispendiose forme del dodicesimo, ossia piccolo

ottavo, sostituì alle solite in-folio: forse soltanto in Italia usavasi

l’in-quarto. Via via s’introdussero i registri dei fogli, prima che si

numerassero le pagine o le facciate; s’imparò a compartire gli spazj in

modo che le linee riuscissero eguali, senza code alla lettera finale;

poi vennero le virgole, poi le chiamate, e passo a passo la perfezione

presente.

La carta doveva emulare la pecora e il vitello (_vélin_), onde si facea

con cenci scelti di lino e di canapa, non imbianchita col liscivio che

oggi snerva la fibra vegetale: la pasta trituravasi lentamente colle

pile: ed il foglio, fatto a mano colla trecciuola, veniva incollato

fortemente colla gelatina, la quale lo induriva in modo che fin ad oggi

ne troviamo inalterate le qualità.

La carezza della carta e dell’inchiostro (il migliore traevasi da

Parigi), la tiratura diligentissima, i lavoranti ancora scarsi, e il

piccolo spaccio rendeano rischiose le imprese. Schweinheim e Pannartz

nel 1472 esposero a papa Sisto IV di trovarsi ridotti a povertà per

avere impresse tante opere senza esitarle; e dalla loro querela appare

che di consueto si tiravano copie ducensessantacinque, il doppio per

Virgilio, pe’ filosofici di Cicerone, e pei libri di teologia; in tutto

essi aveano prodotto dodicimila quattrocensettantacinque esemplari.

Anzichè arrischiare copiose edizioni, rinnovavansi; e quasi ogni anno

furono da Paolo Manuzio riprodotte le epistole famigliari di Marco

Tullio.

Presto ai libri si aggiunsero figure[179]; e già nel 1467 a Roma

uscivano le _Meditazioni_ del cardinale de Turrecremata con intagli in

legno, dipoi coloriti; nel 72 il _Roberti Valturii opus de re militari_

con macchine, fortificazioni, assalti. Il _Monte santo di Dio_ e

la _Divina Commedia_ di Firenze nel 1481 portano disegni di Sandro

Botticelli, incisi in rame da Baccio Baldini: un Tolomeo a Roma per

lo Schweinheim, ha le carte in acciajo di Arnoldo Buchink, così uno a

Bologna, e uno pel Berlinghieri a Firenze.

Gli stampatori in principio furono tenuti da molto, e Sisto IV conferì

a Jenson il titolo di conte palatino. Facevano anche da libraj, e

primamente in un libro stampato a Ferrara il 1474 si trova il nome

di _bibliopola_. I Giunti, che stamparono a Firenze e Venezia, fin

dal 1514 aveano estese relazioni colla Germania[180]. Proteggeasi

l’interesse degli stampatori con privilegi; e il senato veneto ne

concedeva uno di cinque anni a Giovan da Spira nel 1469 per le epistole

di Cicerone, uno ad Ermanno di Lichtenstein nel 94 per lo _Speculum

historiale_ di Vincenzo di Beauvais: l’anno seguente Lodovico Sforza

lo conferiva per le opere del Campano a Michele Ferner ed Eustachio

Silber: Aldo il vecchio l’ottenne pel carattere corsivo[181]. Avendo

Angelo Arcimboldo trovato a Corbia cinque libri degli _Annali_ di

Tacito, Leone X ne privilegiò il Beroaldo, che gl’impresse a Roma nel

1515; nè per dieci anni nessuno potea riprodurli, pena la confisca

dell’edizione, ducento ducati e la scomunica.

Decreto di deporre alla pubblica biblioteca una copia d’ogni stampato

non conosco prima di quello del senato veneto nel 1603. In quello Stato

soprantendevano alla stampa i riformatori dello studio di Padova; e

gli editori, facendo registrare le opere che metteano ai torchi, ne

ottenevano privilegio per un decennio, purchè l’edizione uscisse al

tempo prefisso, e commendevole. I libraj di Bologna e così quelli di

Parigi e d’altri luoghi ove fosse università, dipendevano da questa,

che li nominava, e che ne esigeva giuramento e cauzione, e determinava

i prezzi.

I molti scrivani, rimasti scioperi, strillarono contro un’arte che li

riduceva alla mendicità, e che surrogava operaj meccanici agli eruditi

che dapprima collazionavano i codici onde sminuire gli errori de’

sonnacchiosi copisti; i miniatori si trovarono tolte le occasioni[182];

i possessori di biblioteche comprate a tesori, ne vedeano di colpo

decimato il valore; i dotti gelosi prevedevano reso comune il sapere,

che prima, costando denari e fatiche, assicurava onori e privilegi:

erano altrettanti nemici della nuova invenzione, e spargeano sinistre

voci, sino a tacciarla di magia, pericolosa essere cotesta divulgazione

del sapere, agevolare la corruzione degl’ingegni. Anche persone di

rette intenzioni se ne sgomentavano; ed Ermolao Barbaro suggeriva che,

attesa la frivolezza di molti, non si lasciasse pubblicare veruno

scritto se non approvato da giudici competenti. I Governi videro

altri pericoli che della frivolezza, e massime in Germania, ove si

parlava alto contro la Chiesa: onde ad alcuni libri troviamo apposta

l’approvazione superiore, forse per istanza dell’autore o dell’editore;

poi una bolla di Leone X, del 4 maggio 1515, portò che nessun libro si

stampasse senza previa autorizzazione.

Frattanto i manoscritti cessarono d’aver pregio altro che di curiosità,

e le opere divennero ricchezza comune. Ma per quanto si mettesse cura

a cercarne, molte dovettero sfuggire all’attenzione, per colpa de’

manoscritti stessi. In questi talvolta si trovavano cucite insieme

opere disparatissime, sicchè l’erudito, ingannato dal titolo del primo,

i minori lasciava inosservati. Altri erano copiati colle abbreviature

e note che dicemmo, talchè riusciva difficile il dicifrarle: e davvero

al vederle si direbbero caratteri cinesi, a tratti verticali più o

meno inclinati, connessi, traversati con altri di forma e posizione

varia. Benchè Giulio II, a insinuazione del Bembo, avesse proposto un

premio a chi vi riuscisse, i Benedettini nella _Scienza diplomatica_

lamentavano che sì poco si adoperasse a ottenere la chiave delle note

tironiane. Quando Tritemio scoprì un Lexicon di queste e un salterio

stenografato, si sperava rivelato l’arcano; ma l’effetto non rispose

all’aspettazione; finchè nel 1817 Knopp pubblicò la storia della

stenografia antica, l’analisi e la sintesi delle note, e un dizionario

di circa dodicimila segni, disposti per alfabeto[183].

Son dunque appena cominciati i lavori sui manoscritti di tal natura,

e può sperarsene frutto: ma qui non consistono tutte le difficoltà

presentate dagli originali. Apprendiamo da Dioscoride che l’inchiostro

degli antichi faceasi con gomma e nerofumo stemprati nell’acqua,

sicchè bagnando la pergamena, facilmente si cancellava. Al tempo di

Plinio, per mordente vi si aggiungeva aceto, indi vitriolo; ma nessuno

di questi neri resiste al tempo, sicchè le scritture ci arrivarono

sbiadite e illeggibili. Un’infusione di noce di galla ripristina

il colore, e meglio nella scrittura di tempi più remoti, quando

l’inchiostro teneasi denso di gomma, e grossi erano i tratti, scritti

con una canna.

Difficoltà maggiori presentano i palimsesti, dove, per tornare ad altro

uso il foglio, venne raschiata la scrittura anteriore. Molteplici

sperimenti si fecero per ristaurare i caratteri di prima, e alfine

la chimica ne trionfò. Ma qui nuovo incidente. Scomponendo i fogli

del manoscritto antico onde prepararli a un nuovo, talvolta si erano

allontanati due brani contigui, talaltra un foglio si adoprò ad un

lavoro, e il seguente ad un tutt’altro; poi si tagliarono in due o

più pezzi, o si tosarono per adattarli al sesto del nuovo libro. Dopo

dunque che l’esercitato occhio con buona lente rilevò l’antico sotto

al nuovo carattere, comincia la fatica del riordinare il lavoro,

ravvicinare le parti scostate, supplire alle lacune, far che le sparse

ossa rivivano. Son queste le pazienze intelligenti, alle quali andiamo

obbligati delle recenti scoperte di molti classici[184].

Un altro meraviglioso congegno fu quello di svolgere e leggere i rotoli

di papiro sepolti in Ercolano. Quando quella città venne scoperta,

trovaronsi in una stanza molti cilindri, che si gettarono come carbone,

finchè si avvertì essere papiri avvoltolati. Arrise dunque la speranza

di recuperare altre parti della eredità intellettuale degli antichi;

ma la lava gli avea carbonizzati, e solo i perseveranti studj del

padre scolopio Antonio Piaggio insegnarono a svolgerli e copiarli,

e con lunghissima attenzione cavarne nuove ricchezze letterarie e

archeologiche. E quante ne rimangono ancora sepolte, cura e compiacenza

de’ nostri nepoti!

Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15) · 第 19 / 31 题