Gli eruditi.
Non potremmo meglio che dal nome dei Medici principiar a discorrere dei
dotti di quel tempo. I quali da taluni sono vantati come dirozzatori
dell’Italia e dell’Europa, da altri accusati d’aver traviato la coltura
originale, e precorso a que’ pedanti, che sempre dappoi imbrattarono il
nostro paese, surrogando allo studio delle cose lo studio delle parole.
Chi non conosce progresso se non nel tornare indietro, nè bellezza se
non nell’imitazione dell’antico, dovette professare che, come i Greci
l’aveano anticamente dirozzata, così l’Italia dovesse a loro anche il
risorgimento moderno. I nostri lettori si rassegneranno essi a credere
che la patria di Dante deve la sua coltura ai lotolenti grammatici
fuggiti da Costantinopoli?
Per quanto il sangue e la civiltà slava si fossero trasfusi
nell’ellenica, i cittadini di Costantinopoli parlavano ancora la lingua
in cui Pindaro e Anacreonte aveano cantato, arringato Demostene e san
Giovanni Crisostomo. Con quanto profitto non avrebbero dunque potuto
applicarla alla intelligenza de’ classici, che tutti possedevano?
tanto più che il clero, non cacciato ai governi e alle guerre come il
feudale d’Europa, poteva requiare nelle lettere e nell’istruzione; e
che la sottigliezza della discussione filosofica e teologica portava a
scrupoleggiare sulla parola.
Ma la parola e null’altro essi curarono; dagli autori profani li
sviavano le dispute di scuola; e in generale custodivano la letteratura
classica come scienza morta; unico merito valutavano l’erudizione,
unica sapienza il ricordare. La fredda analisi loro, la critica
ciarliera, impertinente, sterile, non produssero verun’opera che
meritasse la posterità; sempre terra terra, limitandosi a raccogliere,
commentare, postillare, compilare, strepitare, prendendo la pazienza
per talento, la memoria per giudizio. Nella nuova efflorescenza che
ebbero in Italia, qual fu mai che trovasse, anzi neppur cercasse i
mezzi per cui tante bellezze erano state prodotte? o i capolavori
presentasse col confronto di fatti e d’uomini, coll’influenza dei
tempi, col mutuo coadjuvarsi dell’azione e del pensiero?
In modo ben più franco aveva esordito la letteratura italiana; e
la vedemmo lanciarsi gigante, bisognosa di originalità, s’una via
propria, non segregata, pure distinta dall’antica. Ma poco vi durò; e
invaghitasi degli antichi autori, non solo credette migliore ciò che
a quelli maggiormente s’accostasse, ma barbaro ciò che ne differisse;
la spontaneità bizzarra e scorretta rinnegò per un gusto severo e
canonico; l’entusiasmo dell’erudizione soffogò quell’originalità,
che non può rinvenirsi se non in verità nuove vivamente sentite e
naturalmente espresse nella lingua di tutti.
Il vago sentimento di ammirazione pei grandi nomi dell’antichità
classica mai non era venuto meno in Italia, e Dante l’avea consacrato
col farsi guidare da Virgilio a vedere il regno delle ombre, e col
professare di aver dedotto da lui lo bello stile. Esso Dante però quasi
solo di nome conobbe i classici; ma Petrarca e Boccaccio aveano sudato
a resuscitare la letteratura antica; e se il loro gusto certamente ne
restò raffinato, è a deplorare il Petrarca s’aspettasse immortalità dai
versi latini, e il Boccaccio introducesse un periodare esotico; donde
si ebbe un’altra fonte del linguaggio, l’imitazione de’ classici. Il
latino del Petrarca, comunque scorrevole, tien troppo del medioevo;
più disavvenente è quello del Boccaccio, che nelle etimologie greche
vagella, sino a formare un nuovo dio Demogorgone.
Albertino Mussato, Giovan da Cermenate notajo milanese, il Ferreto
storico degli Scaligeri, diedero opera a sfangare la lingua latina.
Felice Osio postillò passo passo la storia del Mussato, rivelando quel
che imitò da Simmaco, da Macrobio, da Sidonio, da Lattanzio, tanto che
a sedici linee d’originale sottopose ottantasei di note, singolare
documento della cura che cominciavasi a mettere allo stile: ma chi
sostenne l’improba fatica del leggerle, ne arguì che gli autori della
bassa latinità erano studiati più che non Livio e Cicerone.
Qui non era mancato mai chi conoscesse il greco, se non altro come
lingua liturgica ne’ pontificali di Roma e nell’ordinaria uffiziatura
de’ monaci di San Basilio; e a tacer l’uso che dovettero farne le città
commerciali, il vescovo Liutprando da Cremona affetta di lardellarne la
sua legazione; Gunzo cherico da Novara, in una disputa grammaticale coi
monaci di San Gallo nel X secolo, cita perfino il testo dell’Iliade;
poi di proposito fu tolto a studiare il greco quando si trattò del
riconciliare la Chiesa orientale colla nostra. Dal monaco calabrese
Barlaam, venuto da Costantinopoli ambasciatore, ricevette lezioni il
Petrarca senza grande profitto. Leonzio Filato, patrioto e scolaro di
quello, ebbe in Firenze tavola e quartiere dal Boccaccio, che l’impegnò
a tradurre Omero, tirandone di Levante un esemplare a grande spesa;
poi fece per lui dai Fiorentini istituire la prima cattedra di quella
lingua. Con maggior fortuna dettò colà e altrove Manuele Crisolara,
venuto nunzio dell’imperatore Manuele. Ambrogio camaldolese, al
principio del 1400, trovava in Mantova fanciulli e fanciulle istruiti
nel greco, tra cui la figliuola del marchese, di otto anni. Giovanni
Aurispa siciliano portò di Grecia ducentrentotto manoscritti, e ne
insegnò la lingua in molte città, servì di secretario ad Eugenio IV,
e finì la vita a Ferrara sotto la protezione degli Estensi. Gregorio
da Tiferno napoletano nel 1458 domandò e ottenne la prima cattedra di
greco all’Università di Parigi, con cento scudi d’assegno.
Una folata di Greci qui trasse, man mano che le loro patrie cadevano a’
Musulmani, quali Teodoro Gaza di Tessalónica, Giorgio da Trebisonda,
Giovanni Argiropulo, Demetrio Calcóndila, Giovanni Láscari prosapia
reale. Altro viatico non portando che la cognizione dei classici,
ne esageravano l’importanza, dichiarando barbaro ciò che a quelli
non somigliasse; onde il secolo delle creazioni fece luogo a quello
de’ retori e grammatici, e, come al fine dell’Impero romano, non
s’immaginava possibile il fare alcuna cosa bella diversamente dai
classici.
Gente di maggior conto era venuta al concilio di Firenze; e il
Bessarione, abbandonato lo scisma e nominato cardinale, qui accolse
Greci avveniticci, e ravvivò l’amore per Platone. Questo filosofo fu
letto in Firenze da Giorgio Gemistio Pletone (1400) peloponnesiaco,
che dedito affatto alla scuola alessandrina, eclettica tra il vangelo
e i filosofi antichi, proclama la morale dell’Accademia, la politica
di Sparta, fin la personificazione simbolica degli attributi di Dio
nelle divinità dell’Olimpo. Nel libro _De platonicæ atque aristotelicæ
philosophiæ differentia_ versando beffe sopra Aristotele, accannì gli
ammiratori di questo, e principalmente Teodoro Gaza e Genadio, il quale
considerava i Platonici d’allora come anticristiani. Il Bessarione
assunto arbitro, mostrò che Pletone eccedeva: ma Giorgio da Trebisonda,
abborracciatore di traduzioni, gli avventò uno sconcio libercolo,
flagellando Platone fin a posporlo a Maometto come legislatore, ed
imputare ad esso tutti i vizj, alla sua scuola tutte le sciagure. E di
qua e di là s’infervoravano, liti strepitose fra tant’altro strepito:
ma gl’Italiani, l’avesser letto o no, propendevano per Platone.
Marsiglio Ficino, figlio d’un medico di Firenze, l’avea tradotto in
latino chiaro, con fedeltà mirabile pel tempo, e tanta da ajutare
a supplir qualche lacuna dove l’originale andò perduto. Più oscuro
riesce nel tradur Plotino perchè tale è il testo, e perchè il Ficino
aveva acquistato con quel misticismo una famigliarità ch’è di ben
pochi. Sopra quei modelli dettò poi una teologia dell’immortalità,
asserendo l’affinità della scienza colla religione. Perocchè la
gara di scuola erasi portata sui punti cardinali della filosofia e
teologia, quale l’immortalità dell’anima e la destinazione umana; e
i Peripatetici s’erano divisi tra Alessandro d’Afrodisia che credeva
l’anima inseparabile dal corpo e perire con esso, ed Averroe che
la faceva tornare a Dio ed esserne assorta. Il Ficino confutandoli
sostiene l’anima essere emanata dalla Divinità, e a questa poter ella
ricongiungersi mediante la vita ascetica; immortale, perchè altrimenti
l’uomo sarebbe l’essere più infelice; ripudia l’opinione dell’anima
universale: ma immaginoso più che ragionatore, eclettico senza
originalità nè vero spirito filosofico, nel suo entusiasmo confondeva
il sapere coll’arte e colla virtù. Una sua lettera, scoperta testè, ad
una cugina che avea perduto la sorella, e tutta consolazioni platoniche
d’ordine universale, di prigione del corpo, e simili idee; nessuna
di Cristo o di fede; anzi dal pulpito raccomandava la lettura del
divino Platone, e tentò perfino introdurne dei brani nell’uffiziatura
ecclesiastica. Per ordine di Cosmo de’ Medici, cui dovea l’educazione,
aprì un’accademia platonica, composta di mecenati, ascoltatori ed
allievi, che festeggiavano i natalizj di Platone e Cicerone. Io non
so che dire di Paolo II se si sgomentava di questo tornar pagana la
scienza, e staccarla dalla tradizione cristiana[130]. All’accusa
rispondeano che, quanto al seguir Platone, non faceano che imitar
sant’Agostino; che teologi e filosofi tutti allora disputavano di tali
quistioni, e le metteano in dubbio per giungere alla verità; che eresia
è l’ostinarsi nell’errore; mentre essi non disobbedivano la Chiesa, e
seguitavano le pratiche volute.
Col platonismo alessandrino ne rinacquero gli errori, le fantastiche
opinioni, la cabala. Giovanni Pico (1494) dei signori della Mirandola,
persuasosi che Aristotele e Platone in fondo concordino, tentò
ravvicinarne le dottrine, e pensando che il secondo avesse dedotto la
sapienza dagli Orientali, si volse a questi, massime ai cabalistici,
e di là trasse le più delle novecento tesi che in Roma propose sulla
logica, etica, fisica, metafisica, teologia, magia, offrendosi a
sostenerle. Egli avea fatto riserva dell’autorità della Chiesa; pure
alcune repugnavano all’ortodossia in modo, che ne sorse rumore, e
dalla persecuzione a fatica lo salvarono il grado suo e la protesta
di adottarle nel senso che il papa decreterebbe. Qui un dilagar di
scritture pro e contro, finchè Alessandro VI lo dichiarò irreprovevole,
e in fatto a quell’ora avea modificato le opinioni sue, come lasciati
gli amori e le facili voluttà.
Scrisse il libro più gagliardo contro l’astrologia; eppure pretendeva
colla cabala dar ragione della cosmogonia di Mosè e dell’incarnazione
del Verbo, e spiegava la Genesi in modo simbolico, secondo i quattro
mondi fisico, celeste, intellettuale e dell’uomo. Ideava un’esposizione
allegorica del Nuovo Testamento, una difesa della Vulgata e dei
Settanta contro gli Ebrei, un’apologia del cristianesimo contro tutti
gl’infedeli ed eretici, un’armonia della filosofia: ma a trentun anno
morì.
Da giovinetto avea fatto stupire l’Italia con una memoria sfasciata.
Tale l’ebbe pure Pietro Tommaj di Ravenna, il quale, udita una lezione,
la ripeteva cominciando dall’ultima parola; sapeva il Codice e le
infinite glosse; replicò centottanta testi, coi quali un frate milanese
avea provato l’immortalità dell’anima; e giocando a scacchi mentre
un altro faceva a’ dadi, ed egli stesso dettava due lettere, alla
fine seppe ridire tutte le mosse degli scacchi, tutte le combinazioni
dei dadi, tutte le parole delle due lettere cominciando dal fine.
Qual meraviglia se pareagli facilissimo un suo trattato di memoria
artifiziale, che gli altri trovano oscuro e scabroso?[131]. Della
memoria locale trattò eziandio Tommaso Golferani cremonese attorno al
1340, primo che di filosofia scrivesse in vulgare.
Dietro ai forestieri germogliò una fungaja d’umanisti e grammatici
nostri, di alcuno dei quali non parrà superfluo divisare a minuto i
casi. Giovanni Malpaghino di Ravenna, allievo prediletto del Petrarca,
aperse scuola di latino a Firenze, sceverando i modi degli autori bassi
dai classici, con tal frutto che il gusto della correttezza divenne
passione e moda. Da costui imparò il latino il Poggio[132], figlio
d’un povero Guccio Bracciolini aretino; ma al greco non si pose che di
quarant’anni. A Roma fu applicato a scrivere le lettere pontifizie,
e seguitò cinquant’anni, senz’obbligo di residenza, ma con sottile
assegno che nol sottraeva alla necessità. Con mostrargli le lettere
direttegli da Leonardo Bruno, suo condiscepolo a Firenze, indusse
Innocenzo VII a procacciarsi anche questa buona penna, e il Poggio
gustò le consolazioni d’un’amicizia che può beneficare. Succeduto
Gregorio XII, Bruno rimase in uffizio, Poggio andò a riposarsi a
Firenze, poi seguì Giovanni XXIII al concilio di Costanza.
Il gusto raffinato volsero di buon’ora i nostri a rintracciare autori
perduti, e in Italia o da Italiani si può dire fossero scoperti tutti
i classici. Petrarca ad Arezzo trovò alcun che delle _Istituzioni_
di Quintiliano, e delle orazioni di Cicerone, le tre prime _Deche_
di Livio, e cercava le altre, temendo non andassero smarrite con
Virgilio per ignavia degli uomini; fanciullo ricordavasi aver veduto i
libri _Delle cose umane e divine_ di Varrone, e lettere ed epigrammi
di Augusto, ora a noi sconosciuti. Ne’ suoi viaggi, appena vedesse
qualche monastero antico, — Chi sa non vi si celi qualche preziosità?»
e v’accorreva con desiderio[133]. Agli amici nulla chiedeva più
istantemente che qualche opera di Cicerone, e mandava perciò preghiere
e denari in Italia, in Francia, in Germania, in Grecia e fin nella
Spagna e nella Bretagna. Qual tripudio allorchè, a Liegi, città tutta
traffici, rinvenne due arringhe di quello, e in Verona le epistole
famigliari! Poi il Crotto gli spedì da Bergamo le _Tusculane_, Raimondo
Soranzo il trattato _De gloria_, ch’egli prestò al Convenevole, e nol
riebbe nè egli nè la posterità.
Il Boccaccio arrampicavasi pe’ solaj de’ conventi a stanar libri, e
gli esemplava di proprio pugno; e narrava a Benvenuto da Imola, che
andato a Montecassino, «e avido di veder la libreria, che aveva inteso
essere nobilissima, domandò ad un monaco graziosamente gli aprisse la
biblioteca. Quegli rispose secco, mostrandogli un’alta scala, _Salite
che è aperto._ Lieto v’ascese e trovò il ripostiglio di tanto tesoro
senza porta nè chiave: entrato, vide l’erba nata per le finestre, e
libri e scaffali coperti di polvere. Meravigliato, cominciò ad aprire
ora questo libro ora quello, e vi trovò molti volumi d’antichi e
rari, dei quali ad alcuno erano strappati quaderni, ad altri recisi i
margini, e in molte guise sformati. Compassionando che le fatiche e gli
studj d’incliti ingegni fossero venuti a mano di gente ignorantissima,
se ne partì colle lacrime agli occhi. E imbattutosi in un monaco
nel chiostro, gli domandò perchè volumi così preziosi fossero tanto
indegnamente mutilati. Il quale rispose, che alcuni monaci, per
guadagnare due o cinque soldi, radevano un quaterno, e ne formavano
uffiziuoli da vendere ai bambini; e coi ritagli de’ margini facevano
brevi da vendere alle donne. Or va, uomo studioso, e ti rompi il capo
per far libri»[134].
Il Poggio della sua dimora al concilio di Costanza profittò per cercare
manoscritti nei conventi d’oltralpe, affrontando asprezza di cielo,
scomodo di strade, scortesia di rifiuti. Principalmente ne rinvenne
nella badia di Sangallo «entro una specie di carbonaja oscura ed umida,
ove non si sarebbe pur voluto gettare un condannato a morte»; e tra
quelli, otto orazioni di Cicerone, le _Istituzioni_ di Quintiliano, tre
libri dell’_Argonautica_ di Valerio Fiacco, qualche cosa di Lattanzio,
l’Architettura di Vitruvio, i commenti d’Asconio Pediano a Cicerone,
la _Grammatica_ di Prisciano, ed altri non più veduti. Esortato dal
Bruno, dal Niccoli, dal Barbaro, dal Traversari, proseguì ricerche
in Germania e in Francia, e trovò altre arringhe di Cicerone, i poemi
di Silio Italico, di Manilio, di Lucrezio, parte di Petronio, Ammiano
Marcellino, Vegezio, Giulio Frontino, le matematiche di Giulio Firmico,
Nonio Marcello, dodici commedie di Plauto Columella, il quale era
talmente dimenticato, che non lo conobbero nè Vincenzo di Beauvais,
autore di un’enciclopedia, nè il nostro Pier Crescenzi, attento
raccoglitore di cose rustiche.
Col nuovo papa Martino V il Poggio passò a Mantova, poi lusingato
con larghe promesse dal ricco vescovo di Winchester, tragittossi in
Inghilterra; ma deluso e disgustato dell’ignoranza che vi trovava e
della poca stima in cui v’era la bella letteratura, rivenne in Italia.
Quivi apprese come Gasparino Barziza avesse rinvenuto l’_Oratore_ di
Cicerone; non si sa chi le epistole ad Attico; Gherardo Landriano a
Lodi i libri dell’_Invenzione_ e _Ad Erennio_; Tommaso Inghirami di
Volterra a Bobbio trovava il _Viaggio_ di Rutilio Numaziano; Alessandro
d’Alessandro in un celliere a Napoli il Properzio: da Parigi si ebbero
le epistole di Plinio minore, da Germania le egloge di Calpurnio e di
Nemesiano.
Qual piacere doveva recare il leggere questi autori man mano che
si scoprivano, senza il disgusto che ora ce ne lasciano le scuole,
senza l’ottusione prodotta dall’abitudine! «La repubblica letteraria
(scriveva Lorenzo Medici al Poggio) ha di che rallegrarsi non solo
per le opere che trovaste, ma per quelle che avete a trovare ancora.
Qual gloria per voi che sieno resi alla luce gli scritti di sommi
autori! I secoli venturi rammenteranno che codici, di cui irreparabile
piangeasi la perdita, vostra mercè vennero ricuperati; e come Camillo
fu intitolato secondo fondatore di Roma, così voi potrete esser detto
secondo autore delle opere per voi ricomparse. Vostra mercè possediamo
intero Quintiliano, che dianzi avevamo solo per metà, e questa pure
mutila e difettosa. O acquisto prezioso! o inaspettato contento! ed
è pur vero ch’io potrò leggere tutto quel Quintiliano, che tanto
dilettami comechè mutolo e sformato? Vi scongiuro, mandatemelo al
più presto, ch’io possa almeno vederlo prima di morire ». E subito i
dotti buttavansi a commentarli, ridurli a buone lezioni, agevolarne
l’intelligenza, trarne ajuti allo scrivere corretto; e moltissimi greci
tradussero.
Gl’impiegati della cancelleria romana soleano raccorsi in una sala,
dove a gara ne sballavano delle grosse, tanto che, da bugia, era
chiamata il bugiale; e leggeano sulla cronaca di ciascuno, prete o
secolare, mozzo o cardinale, privato o governo. Da questo mondezzajo
il Poggio razzolò i suoi motti e racconti (_Facetiæ_), putidi
d’oscenità, le cose e le persone sacre trattando con tale audacia, che
i Protestanti vollero poi contarlo tra i loro precursori. Conversazioni
più sensate ritrae nella _Historia disceptativa convivialis_,
principalmente su punti filologici. Scrisse pure sulla nobiltà, sulla
sfortuna de’ principi, sulla varietà della fortuna.
Al suo trattato delle _Eleganze latine_ proemiò professando non
conterrebbe nulla che fosse già scritto da chichessia: invece è
suo merito l’avere utilizzato tutti i vecchi grammatici, per dare
riflessioni sullo scrivere, e buone regole intorno alla sintassi, alle
inflessioni, principalmente ai sinonimi; e fu ristampato, tradotto,
ristretto, compendiato, fin messo in versi. Ma se egli conoscevasi
di parole meglio di qualunque contemporaneo, non sapeva collocarle in
buono stile, e per iscrupolo di purezza rigettò anche frasi di conio
irreprovevole.
Ripristinato Cosmo, e spirando destra l’aura ai Medici, il Poggio
ne gustò i favori, e bramava terminare sua vita a Firenze; ebbe una
villetta nel Valdarno, modesta, ma abbellita di libri, di statue, di
pietre incise, di medaglie e di amici che lo visitavano; man mano che
la morte gli portasse via un amico, un protettore, esso gli tributava
lodi e lacrime. La Signoria volle gratificarlo dichiarando esente da
ogni tassa lui e sua casa; lo invitò poi secretario, ed egli tessè la
storia di quella città in otto libri latini dal 1350 al 1455, che non
finì e che rimase inedita fino al 1715, sol conoscendosi la traduzione
italiana fatta da un suo figliuolo.
E ben quattordici figli aveva egli da un’amica: pure a cinquantacinque
anni scrisse un dialogo se convenga o no il matrimonio, sposò una de’
Buondelmonti che avea diciott’anni e seicento fiorini di dote, e visse
con lei felice padre. Ebbe sepoltura (1459) in Santa Croce; ritratto di
mano del Pollajuolo nel palazzo pubblico, e una statua sulla facciata
di Santa Maria del Fiore.
Lorenzo Valla romano, con minor talento del Poggio suo emulo,
maggior erudizione filologica e storica qual dimostrò nelle _Eleganze
latine_, aveva elevato dubbj rarissimi a quel tempo; dichiarò spurie
la donazione di Costantino e la lettera di Cristo ad Abgaro re, nè
avere gli Apostoli composto ciascuno un articolo del simbolo; al
Nuovo Testamento appose annotazioni abbastanza severe colla vulgata,
egli primo fondando le spiegazioni sulla lingua originale. Distici e
sarcasmi scaraventava costui a moscacieca contro cardinali e grandi
che gli tardassero un favore; e contro l’ambizione della corte romana
invettive tali[135], che reputò prudenza ricovrarsi a Napoli, ove aprì
scuola d’eloquenza. Ma Nicola V, non che richiamarlo, gli regalò di
sua mano cinquecento scudi d’oro per avere tradotto Tucidide, e il
titolò canonico e scrittore apostolico. Eppure egli conservò libertà di
pensare e di scrivere; nel dialogo sull’avarizia e la lussuria flagella
i cattivi predicatori, ma specialmente i frati dell’Osservanza,
rimessiticcio de’ Francescani; poi in quello sull’ipocrisia tempesta
tutti i frati e il clero in generale.
Quattro libri d’invettive scagliò contro Bartolomeo Fazio, che
altrettanti gliene rimbalzò con pettoruta gonfiezza. Già contro
Giorgio da Trebisonda, grand’ammiratore di Cicerone, avea sostenuto la
prevalenza di Quintiliano con tanto furore, con quanto battagliò col
Guarino per anteporre Scipione a Giulio Cesare, e con un giureconsulto
bolognese sul punto se Lucio e Arunzio fossero figli o nipoti di
Tarquinio Prisco. Era dunque ben addestrato alle lotte quando si
accapigliò col Poggio, alle cui _Invettive_ oppose _Antidoti_ e
_Dialoghi_, con un diavolo per pelo. Accusato da costui d’aver rubato
denaro e falsato una ricevuta a Pavia, e in conseguenza essere stato
messo alla gogna, gli butta in faccia imputazioni che l’onestà neppur
consente d’accennare: e Nicola V, non che sopir la lite fra i due suoi
dipendenti, accettò la dedica degli _Antidoti_.
Francesco Filelfo, se volessimo credere al Poggio, fu generato da un
prete in una lavandaja; ma gli storici il fanno da buona famiglia
di Tolentino: studiò a Padova con tal frutto, che a diciotto anni
professava eloquenza colà, poi a Venezia, ove fu dichiarato cittadino,
e spedito secretario del balio a Costantinopoli per assecondare il
suo desiderio di famigliarizzarsi col greco. Questa lingua v’apprese
da Giovanni Crisolara, fratello del famoso Manuele, e l’imperatore
Giovanni Paleologo lo volle secretario e consigliere, e lo mandò
ministro all’imperatore Sigismondo: in tal qualità assistette in
Cracovia alle nozze di Ladislao re di Polonia, e vi recitò un’orazione
al cospetto de’ più grandi signori d’Europa. Reduce a Costantinopoli,
sposò la figlia del suo maestro, e con lei tornava in Italia; ma
trovò Venezia desolata dalla peste, gli amici fuggiti, i suoi libri
in contumacia. S’avviò dunque a Bologna dolente e bisognoso: ma quivi
trovossi accolto magnificamente, e offerti quattrocento cinquanta
zecchini l’anno per una cattedra di filosofia morale e d’eloquenza.
Essendosi Bologna ribellata al papa, il Filelfo ricoverò a Firenze,
dove instancabilmente propagava l’amore de’ classici. Di gran mattino
spiegava le Tusculane o l’Arte oratoria di Cicerone, Tito Livio od
Omero; riposatosi alcune ore, ricompariva a leggere Terenzio, le
epistole o qualche orazione di Cicerone, Tucidide o Senofonte; poi
le feste in Santa Maria del Fiore, _senza alcun pubblico o privato
premio_, commentava Dante. Quattrocento uditori seguivano le sue
lezioni, ed era applaudito, careggiato da uomini e donne e da quanto di
meglio aveva la città[136].
Il racconto di queste sue compiacenze ci rivela il maggior suo
difetto, una stima di sè, non commensurabile se non al disprezzo di
ciò che non fosse lui. Doveva in conseguenza moltiplicarsi nemici,
che pubblicamente lo insultavano, sin a ridurlo a far le lezioni in
casa[137]. Avendogli un bravaccio tirato un colpo al viso, il Filelfo
mostrò crederlo mandato dai Medici, contro i quali parteggiava; e
forse con ciò volle scusarsi delle codarde invettive con cui aggravò
l’esiglio di Cosmo. Perciò allorchè questi tornò trionfante, egli
rifuggì a Siena, donde continuò a bersagliarlo, tanto che la Signoria
il proferì esigliato. Ed ecco quel tal bravaccio gli si avventa di
nuovo a Siena, ed egli il fa mettere alla tortura sinchè confessi
l’attentato. Fu multato in cinquecento lire, ma al Filelfo parvero
poche, e ne ottenne la condanna a morte, ch’egli stesso intercedette
fosse commutata nel taglio della mano, «preferendo (dic’egli) vivesse
mutilo ed infame, anzichè una pronta morte lo liberasse dai rimorsi e
dalla vergogna».
Intanto egli medesimo con altri fuorusciti macchinava contro i Medici,
e soldò un Greco per assassinare Cosmo. Il sicario fu scoperto, ed
ebbe tronche le mani; e sopra la costui confessione il Filelfo fu
condannato in contumacia al taglio della lingua e al bando perpetuo.
Se al Filelfo non restava che l’ira dell’impotente, Cosmo, sicuro
dell’autorità, aveva i mezzi e perciò il dovere d’essere generoso. E
il volle, e gli fece proporre la riconciliazione: ma il pedante ostentò
generosità col rifiutare e insultare; finse anzi di credersi mal sicuro
a Siena, e poichè era cerco dal papa, dal senato veneto, dal duca di
Milano, dalla repubblica di Bologna, dall’imperatore di Costantinopoli,
accettò di passare sei mesi a Bologna, ottenendovi l’inusato stipendio
di quattrocencinquanta ducati, poi si trasferì a Milano. Quivi
passò i sette anni meno tempestosi di sua vita, caro alla Corte,
dichiarato cittadino, e sempre più incocciandosi di que’ suoi meriti
incomparabili.
Nelle commozioni succedute alla morte di Filippo Maria, scrisse
proclami e lettere ai principi perchè sostenessero l’aurea repubblica;
poi orazioni ed encomj all’oppressore di questa Francesco Sforza, da
cui accettò nuovi favori, finchè il magnanimo Alfonso di Napoli mostrò
desiderio di vederlo. Mosse a quella volta, e «giunto a Roma (scrive
Vespasiano) nel tempo di papa Nicola, fece pensiere alla sua tornata
di visitare la sua santità. Inteso papa Nicola che era in Roma, subito
mandò a dire che l’andasse a visitare. Intesolo messer Francesco, andò
alla sua santità, e le prime parole che gli disse, furono: _Messer
Francesco, noi ci maravigliamo di voi, che passando di qui non ci
abbiate visitato_. Messer Francesco rispose come egli faceva pensiero
visitare il re Alfonso, e poi venire alla santità sua. Papa Nicola,
che sempre era stato amatore degli uomini letterati, volle che messer
Francesco conoscesse la sua gratitudine, e pigliò un legato di ducati
cinquecento, e sì gli disse: _Messer Francesco, questi denari vi
voglio io dare, perchè vi possiate fare le spese per la strada_. Messer
Francesco, veduta tanta liberalità usatagli, ringraziò la sua santità
infinite volte di tanta gratitudine usatagli». Il re di Napoli gli uscì
incontro fino a Capua, lo ornò cavaliere, e gli concesse di portare
l’arma d’Aragona; infine il coronò poeta.
Queste e ben altre particolarità raccolgonsi da trentasette libri di
sue lettere che sono alle stampe, e dalle altre opere dove spessissimo
parla di sè; e spessissimo ne parlano i pochi amici e molti nemici suoi
contemporanei. Egli componeva, traduceva, compilava; or traboccava la
bile contro gli avversarj; or filosofava nelle _Meditazioni fiorentine_
o nei _Banchetti milanesi_ o nella _Morale disciplina_; or commentava
il canzoniere del Petrarca, con indecenti allusioni agli amori del
poeta, ai papi, ai Medici; or in ventiquattro canti latini celebrava
gli Sforza, o in quarantotto italiani san Giovanni Battista; or tesseva
arringhe, da recitarsi dai podestà fiorentini quando uscivano di
carica, ovvero in proprio nome, e orazioni funebri, e consolatorie, e
liriche latine. Forza e calore non gli mancano, ma per purezza latina
è lontano troppo, non che dal Poliziano, dal Poggio, e move lo stomaco
colle sguajate scurrilità.
Circondato da tanti scolari, tra cui potea contare Pio II, Pietro
de’ Medici, Agostino Dati e Bernardo Giustiniani storici di Siena e
di Venezia, Alessandro di Alessandro autore dei _Genialium dierum,_
avrebbe potuto godere le compiacenze d’una vecchiaja onorata se
il portamento suo bisbetico non l’avesse tratto a sempre nuove
contese. Poi alle lusinghe della gloria voleva aggiungere la realtà
di ricca casa, codazzo di famigli, cavalli, tavola: col che non solo
corrompeva il proprio avvenire, ma si obbligava a chiedere vilmente
e vilmente accettare, sin col fingere le nozze di una sua figlia
onde avere pretesto a domandare regali; profondeva elogi, e poi
querelava d’ingrato chi i doni non proporzionasse all’avidità sua, e
svillaneggiava chi tardasse. Eppure quando Anton Marcello, patrizio
veneto, d’una consolatoria per la morte d’un figlio il gratificò con
un bacino d’argento del valore di cento zecchini, esso lo portò alla
Corte, e davanti al consiglio ne fece dono al duca di Milano. Forse che
ne sperasse un maggiore ricambio?
S’accapigliò esso pure col Poggio, il quale asserisce che il Filelfo da
giovane visse in ribalda amicizia con un prete cui era stato affidato;
che a Fano preso a calci e pugni, a stento rifuggì in una bettola, e
s’appiattò sotto un letto; che a Padova fu bastonato pubblicamente ed
espulso di città per opera d’uno cui avea corrotto il figlio, nè potè
sottrarsegli che fuggendo in Grecia; colà avere contaminato la figlia
del suo ospite, che poi dovette sposare; e altrettali lepidezze. Nuovi
appicci ebbe con Giorgio Mérula già suo discepolo, che avea scritto
_turcos_ invece di _turcas_, voce sulla quale non poteasi appellare
all’infallibilità de’ classici; altri per l’interpretazione d’un verso
greco, pel quale e il Traversari e il Marsuppini disputarono quanto i
teologi sopra un senso scritturale[138].
Galeazzo Maria Sforza non continuò i favori al Filelfo, che, da
diciassette anni addetto a quella famiglia, allora si trovò abbandonato
e povero, costretto a lottare colle necessità mediante una salute
di ferro e un’inconcussa pertinacia al lavoro. Que’ bei tempi ove
a gara vedeasi cercato, erano tramontati, ed egli non potea che
sfoggiare eloquenza sopra un nuovo tono, lamentandosi dell’abbandono
e dell’ingratitudine degli uomini. Da Pio II nulla ottenne, nulla
da Paolo II che pur l’aveva altre volte lodato e donato; sicchè
egli bestemmia papa e papato, lasciando fin trapelare l’intenzione
d’andarsene a Maometto II. Ma Sisto IV il chiamò a Roma ad una cattedra
di filosofia con buoni assegni e migliori promesse. V’ebbe accoglienze,
da soddisfare qualunque amor proprio; ma tornato a Milano a prendere la
sua famiglia, perdette la moglie di trentott’anni mentr’esso toccava
gli ottanta; di ventiquattro figli non gli restavano che quattro
fanciulle e un maschio, filologo come lui, e come lui presuntuoso,
difficile, accattabrighe; ed ebbe l’amarezza di veder morire anche
questo, sicchè si trovava isolato alla sera di sua vita. Milano era
allora sossopra per l’assassinio di Galeazzo Maria e la minorità di suo
figlio; la peste facea pericoloso il ritornare a Roma: onde il Filelfo,
che si era rappattumato coi Medici, e tenea da tempo corrispondenza
col magnifico Lorenzo, ottenne che la Signoria cancellasse le sentenze
contro di lui, e il ponesse su una cattedra di lingua e letteratura
greca; ma le fatiche del viaggio lo logorarono, e quindici giorni dopo
rimesso nella cara Firenze, morì (1481) di ottantatre anni. Una tale
longevità basterebbe a spiegare la sua morte, eppure si volle dire
gliel’accelerassero le virulente satire del Merula. Così gli erano
ricambiate le contumelie; ma non le aveva aspettate per confessare
d’essere trasceso negli sfoghi di sua bile[139].
In cotesti, ve n’accorgete, la letteratura non era una distrazione, ma
vita; non istromento, ma fine. Il bisogno e l’abitudine dell’autorità
erano dalla teologia e dalla filosofia passati nella letteratura,
e tutti miravano alla conoscenza degli antichi, sicchè diventava
merito primo l’erudizione, principale opera il compilare e commentare
gli antichi o i loro commentatori, alcuni con lucida intelligenza,
alcuni senza gusto nè critica, tutti al medesimo intento; ciascuno
scegliendo un autore, cui idolatrava, e predicavalo col calore d’un
apostolato. L’entusiasmo invadeva persino la critica, e beato chi
avesse raddrizzato un passo scorretto, o indovinato un errore in un
testo o nell’emulo! poi litigi sull’interpretare qualche passo; la lesa
eleganza facea più vergogna che la lesa verità e convenienza; e codeste
stizze dei pedanti passionavano e dividevano città e provincie.
Marco Barbo veneziano, nipote di Paolo II, vescovo di Treviso poi di
Vicenza, infine cardinale e patriarca d’Aquileja, fu dottissimo in
greco, latino, astronomia, geometria, teologia, assai destro negli
affari, e perciò adoprato in molte legazioni, e principalmente nel
conciliare concordie. E una concordia egli fu chiamato a comporre fra
due potentati d’altro genere, Bartolomeo Platina e Rodrigo vescovo di
Calagóra, de’ quali il primo avea scritto in favor della pace, l’altro
della guerra.
Ma se queste miserabili capiglie sono spesso imitate dalla petulanza
odierna, non taciamo almeno di Leonardo Bruno d’Arezzo, che già vecchio
famosissimo e cancelliere della Repubblica fiorentina, in non so qual
disputa filosofica si trovò contraddetto dal giovane Giannozzo Manetti.
Gli applausi prodigati a questo irritarono il Bruno a segno che uscì
in parole ingiuriose: ma la calma con cui il Manetti rispose, lo fece
ravvedere. La mattina buon’ora fu alla casa del Manetti, domandò che
il seguisse, avendo a dirgli qualcosa; e mentre questi aspettava una
scena, ad alta voce e in mezzo alla gente gli narrò non aver potuto
dormire la notte pel torto fattogli, e volergliene chiedere scusa[140].
Francesco Barbaro senatore veneziano, erudito, eloquente, gran fautore
de’ letterati, sostenne molte magistrature e ambasciate, celebre per
l’abilità di mettere pace. Singolarmente come capitano di Brescia
rappattumò i cittadini dissenzienti, e li sostenne nel duro assedio
postovi dal Piccinino: del quale assedio egli scrisse la storia,
pubblicata sotto il nome del suo confidente Evangelista Manelino.
Brescia riconoscente gli regalò in duomo una bandiera e uno scudo
messi a oro, con un panegirico; e lo fece accompagnare splendidamente
a Venezia, e quivi di nuovo lodare davanti al doge. L’opera sua _De re
uxoria_ è forse il solo trattato morale di quel secolo che non calchi
servilmente le orme antiche.
Ermolao Barbaro procurò un’edizione di Plinio, correggendovi cinquemila
errori: ma quante migliaja ve ne lasciò! Gasparino Barziza bergamasco
col buttarsi tutto a Cicerone ne trasse un quasi istintivo sentimento
della proprietà ed eleganza, e fa sentire il buon modello nel giro
della frase, nella rotondità de’ periodi, nell’acconcio collocamento
delle parole. Trapassiamo Pier Paolo Vergerio di Capodistria, storico
dei Carraresi e maestro di Lionello d’Este; Carlo Marsuppini di
Arezzo, segretario della Repubblica fiorentina; Antonio Panormita, che
fu laureato poeta da Sigismondo imperatore, e dedicò a Cosmo Medici
l’_Hermaphroditus_, osceni epigrammi, vituperati dai monaci e appetiti
dai curiosi. Il Perotti vescovo di Siponto (_Cornucopia, sive linguæ
latinæ commentarii_) spiegò molte voci latine, lavorando su Marziale.
Cristoforo Landino, segretario della Signoria di Firenze, scrisse
poesie e trattati filosofici, volgarizzò Plinio e la _Sforziade_ di
Giovan Simonetta, e a Virgilio, Orazio, Dante appose lunghi commenti,
dedotti forse dalle lezioni che pubblicamente ne faceva, dove,
ampliando a tutto il poema l’intenzione che l’Alighieri professò in
qualche parte, sotto al letterale cercava un senso recondito e morale.
Ad imitazione di Platone e di Tullio, nelle _Disquisizioni camaldolesi_
dialoga con illustri personaggi, facendo amare la virtù senza troppo
sottilizzare sulle teoriche, pure non evitando le fantasticherie
platoniche. E il dialogo era adottato dal Valla per difendere
l’epicureismo, dal Platina, dal Palmieri, dall’Alberti, dal Pontano, da
Matteo Bosso; e Paolo Cortese, imitando quello _De claris oratoribus_,
ben caratterizzò i dotti del suo tempo.
Non v’avendo dizionarj nè grammatiche, uno dovea da se stesso nel
barbaro latino usuale riscontrare quello che si trovasse o no nei
classici; insomma indovinare le lingue, interpretare un autore mediante
l’altro, mettersi in traccia dell’oro a costo di perire nella miniera.
Noi, ricchi delle faticose lor veglie, li trattiamo con ingrato
disprezzo; noi tronfj di possedere quel che non vogliamo fare ad essi
gloria d’avere acquistato. E l’erudizione è come il bagaglio ad un
esercito, imbarazzante alla marcia, eppure indispensabile.
Storia, mitologia, antichità ridestaronsi per facilitare l’intelligenza
dei testi; ma que’ commenti riboccano di frivolezze e insulsaggini;
spesso s’appongono al falso, non bene conoscendo il senso, e tanto
meno la forza delle parole. La rarità dei testi e la riverenza per
l’autorità facea rispettare anche le lezioni più infelici; e non osando
correggerle, gli eruditi si limitavano a mostrare d’averle capite col
raffrontarle ad altri testi. I nostri non compresero abbastanza quanto
potessero trar profitto dal greco, modello e sorgente della letteratura
latina, lasciando tal lode principalmente alla scuola olandese.
Vennero più tardi e non nostri gli eruditi, che allo studio della
forma anteposero quel delle idee, ammirandole nella persuasione che
ciò che era pensato dagli antichi dev’essere il più perfetto, ma ancora
osservando l’autore come un essere sporadico, separato dai tempi e dai
casi. Solo adesso si cerca collocare l’autore nella storia, co’ suoi
contemporanei: la bellezza letteraria non è più il fine della critica,
ma uno de’ moventi e dei risultati della storia.
Quelle accannite controversie valsero ad accertare la filologia,
obbligando gli scrittori a rendere conto d’ogni frase e parola. A
grand’ajuto poi vennero i dizionarj, che sono i veri libri iniziatori
della filologia. Uno, ad imitazione di Papia, fu compilato da Uguccione
vescovo di Ferrara; Buoncompagno diede la disposizione artifiziosa e
naturale d’un dizionario; Giovanni da Genova, autore del _Catholicon_,
grosso volume stampato dal Guttenberg nel 1460, che comprende
grammatica e dizionario, è poco citato, eppure sa più di quanto
potrebbe aspettarsi: avea letto quantità di libri, cita moltissimi
classici latini, non ignora il greco[141], e come Papia e gli altri
lessicografi, non esclude i santi Padri, la cui intelligenza entrava
per sì gran parte negli studj d’allora. Il primo dizionario greco
sembra quello del monaco piacentino Giovanni Crestone; seguì il Grande
Etimologico (’Ετυμολογικὸν μέγα) di Marco Musuro, anteriori a quelli
di Roberto Costantino, di Scapula, di Enrico Stefano. Andrea Guarna
palermitano (_Grammaticæ opus novum, mira quadam arie et compendiosa,
seu bellum grammaticum_) pretendeva insegnar la grammatica colle regole
della guerra, esponendo le nimicizie fra il nome e il verbo, re del
regno di grammatica, le battaglie che si movono, cercando rinforzarsi
mediante l’ajuto del participio; infine si rappacificano. L’opera ebbe
da cento edizioni, fu ridotta in ottave, fu tradotta in francese.
Lo studio delle antiche lingue affinò il gusto, ma coll’imitazione
spense l’originalità; si pensò a conoscere la civiltà vetusta, più che
a perfezionare la moderna; e fra quegli studiosi, immagini, pensieri,
leggi poetiche erano d’altri tempi; non un lampo di genio, non un
impeto d’eloquenza per compiangere le sventure d’allora, o magnificare
la nuova civiltà. Sconcio peggior che letterario, s’insegnò a separare
il sentimento dalla parola, la letteratura dall’azione, la forma
dal pensiero, e giudicare degli uomini come degli autori non dalla
sostanza ma dallo stile. Anche servilità di modi introducevano onde
valersi delle frasi di Orazio e di Plinio; e adulazioni, che avrebbero
arrossito ad esprimere nella lingua con cui parlavano ai loro amici.
Chiamati alle magistrature, e massime in uffizio di segretarj, non
valevano (salvo alcuni, come il Salutati e il Piccolomini) se non a
recitare orazioni di parata; nelle quali non stringevano sulle positive
importanze, ma badavano a ciò che meglio potesse esprimersi in latino.
Il Petrarca, incaricato di rispondere ai Genovesi quando vennero
offrirsi al signor di Milano, nol seppe perchè non preparato. A un
discorso che il Marsuppini a nome della Signoria fiorentina recitò a
Federico III, Enea Silvio fe risposta senza retorica ma con domande
positive, e quegli non seppe replicare. Insomma erano buoni solo per
l’apparato, e perciò amavano le corti, e non poco contribuirono a
soffocare le antiche abitudini popolane: perocchè alle repubbliche
di magistrati attenti alla domestica sul pubblico bene preferivano le
corti ove ottenner protezione e sfoggiare eloquenza; e con belle frasi
palliavano la tirannide e scagionavano l’iniquità.
Studj di tal natura non potevano alimentarsi che dalla protezione, e
l’ebbero.
L’Università di Bologna conservò la sua altezza, ed Innocenzo VI le
concesse la facoltà teologica (t. VI, p. 385): Gregorio XI vi fondò il
lauto collegio detto dal suo nome, con ricchissimi doni, fra i quali
son notevoli cennovantatre libri. I Trevisani apersero un’Università
(1314) procacciandosi nove famosi dottori, fra cui Pietro d’Abano.
Pisa nel 1339 ne pose una, mantenendola colla decima sui beni degli
ecclesiastici; tutti i libri occorrenti fece immuni da gabelle; ebbe
privilegi da papi e imperatori, ma poi ne’ disastri successivi la vide
eclissata. I Fiorentini fondarono uno studio (1348), e per illustrarlo
invitavano il Petrarca a leggere qual libro gli piacesse. Il senese,
aperto nel 1320, poi sciolto, fu riordinato sotto gli auspizj di Carlo
IV (1357) (t. VI, p. 392), che ne autorò uno anche a Lucca (1369).
L’Università di Piacenza, sorta per opera di Innocenzo IV (1246),
poi scaduta, fu ridesta da Gian Galeazzo (1397). In Milano tenevansi
pubbliche lezioni di giurisprudenza, venticinque maestri di grammatica
e logica, quaranta scrivani, più di sessanta maestri elementari, più di
centottanta professori di medicina, e filosofi, e chimici, molti de’
quali salariati per assistere i poveri. L’Università di Pavia, aperta
(1362) e prosperata dai Visconti (al dire dell’Azario) perchè v’avea
sovrabbondanza di case, e a buon patto il vino, il frumento, la legna,
non annichilò le scuole di Milano, giacchè gli statuti concedeano che
natii o avveniticci vi potessero studiare leggi, decretali, fisica,
chirurgia, tabellionato, arti liberali[142]. Clemente fondò quella
di Perugia nel 1307: Bonifazio VIII quella di Fermo nel 1303 ed una
a Roma, dove ormai non restavano che scuole d’elementi; ma l’esiglio
avignonese la lasciò ricadere: Giovanni XXII ne istituì una in Corsica
il 1331; Benedetto XII in Verona il 1339. Il concilio ecumenico di
Vienne ordinò che nelle università di Roma, Parigi, Oxford, Bologna,
Salamanca v’avesse due maestri di lingua ebraica, araba e caldea. Anche
Torino, come che dedita di preferenza alle armi, nel 1353 tenea per
otto anni esentati dal militare gli artisti che andassero ad abitarvi;
nel 66 chiamò e fece cittadino un maestro di umane lettere; a un
altro assegnò dieci fiorini perchè insegnasse medicina; e nel 75 fondò
scuole[143]; e la sua Università ebbe ampio privilegio da Lodovico di
Savoja nel 1436.
Ai letterati aumentavansi stipendj a gara, concedevansi onori,
s’affidavano ambasciate; il loro passaggio per le città era un
trionfo, alle esequie loro assistevano i principi: Carlo IV concesse a
Bartolo d’inquartare al suo stemma l’arme di Boemia; e questo insigne
giureconsulto sostenne che un dottore, dopo insegnato dieci anni
diritto civile, è cavaliere _ipso facto_. Tutti i principi faceano il
mecenate, da Roberto di Napoli che diceva — Rimarrei più volentieri
senza diadema che senza lettere», fin a Luchino Visconti che scrivea
versi lodati dal facile Petrarca, a Giovanni che facea leggere in
cattedra Dante, al cupo Filippo Maria, al quale Lucca attestò la
riconoscenza col regalargli due codici[144], e al cui segretario Cicco
Simonetta moltissime opere si trovano dedicate con elogi pomposissimi.
Francesco Sforza accolse l’architetto Francesco Filarete, Bonino
Mombrizio professore d’eloquenza, il Filelfo, il Simonetta e il
Decembrio storici, Lodrisio Crivelli poeta, Franchino Gaffurio primo
che aprisse scuola di musica, Costantino Lascaris che a Milano stampò
la prima grammatica greca; e mandava in Toscana chi comprasse per
lui tutti i libri degni, e raccogliesse quanti scrittori si potessero
avere. Gian Galeazzo cercò trarre a Milano la Cristina di Pizzano che
vivea poveramente in Francia, e molti versi compose. A non ripetere
d’Alfonso d’Aragona, di Nicola V e d’Eugenio IV, Jacopo di Carrara
spedì dodici giovani alle scuole di Parigi, e Francesco il vecchio
visitava spesso ad Arquà il Petrarca. L’imperatore Sigismondo coronò
poeta a Parma un Tommaso Cambiatore e Antonio Beccatelli panormita; il
quale dal Visconti ottenne lo stipendio di ottocento scudi d’oro, da
re Alfonso la nobiltà e missioni importanti e doni fin di mille scudi
in una volta. Più prodigo Federico III laureò poeti Nicolò Perotti, il
Piccolomini, il Cimbriaco, il Bologni, due Amasei, un Rolandello, un
Lazarelli. Firenze coronò Ciriaco d’Ancona e Leonardo Bruno; Verona
Giovanni Panteo; Roma l’Aurelini e il Pinzonio; Milano Bernardo
Bellincioni: glorie d’un giorno.
E ognuno prendea parte a quelle glorie, a quelle dispute; la scoperta
d’un codice era un avvenimento clamoroso; le più delle epistole
versano sopra la ricerca di manoscritti; il duca di Glocester ringrazia
fervorosamente Pier Candido Decembrio d’avergli mandato una traduzione
della _Repubblica_ di Platone; Mattia Corvino re d’Ungheria, dalla
moglie Beatrice di Napoli invogliato al lusso e ai raffinamenti
di corte, si circondò di letterati, procurando dell’Ungheria fare
un’altra Italia[145]. Col cercar libri e farne trar copie raccolse una
biblioteca di cinquantacinquemila volumi, quanti niun’altra al mondo
ne possedeva; e principalmente caro tenne Antonio Bonfini d’Ascoli,
che dettò la storia di quel paese. Le miscellanee del Poliziano erano
aspettate come il messia, e divorate appena uscissero. L’invidia o le
fazioni snidano un letterato? egli è sicuro di trovare onorificenze
e stipendj dovunque appaja, col solo patrimonio del proprio merito;
quando muore il giureconsulto Giovanni da Legnano, chiudonsi le
botteghe; quando l’unico Accolti recita versi, si feria per tutta la
città, si fa luminara, e dotti e prelati interrompono cogli applausi la
sua declamazione.
Signori illustri faceano versi, e ne conserviamo di Luchino Visconti e
di Bruzio suo figlio, di Guido Novello da Polenta, di Bosone da Gubbio,
di Francesco Novello Carrarese, di Cangrande, di Castruccio, d’Astorre
Manfredi di Faenza, di Lodovico degli Alidosi di Imola, tutti gran
signori. Aggiungete Lionello d’Este, le cui lettere sono delle migliori
del suo tempo; il Malatesta di Rimini, Gian Galeazzo e Lodovico
Sforza duchi, e il cardinale Ascanio costui fratello, e molte dame,
quali Isabella d’Aragona duchessa di Milano, Bianca d’Este, Domitilla
Trivulzi. All’imperatore Sigismondo, a Martino V pontefice recita
orazioni latine la Batista di Montefeltro, moglie di Galeazzo Malatesta
da Pesaro, la quale legge filosofia, e disputandone vince alcuni
professori. Costanza di Varano, nipote di lei, di quattordici anni
pronunzia un discorso latino a Bianca Maria Sforza, e per tutt’Italia
è ammirata ed encomiata tanto, che ottiene a’ suoi d’essere rintegrati
nella signoria di Camerino, ed è sposata da Alessandro Sforza signore
di Pesaro, poeta anch’esso. Un’altra Batista sua figlia e duchessa
di Camerino facea stupire principi e prelati coi discorsi latini che
improvvisava. Ippolita figlia di Francesco Sforza in Mantova davanti
al congresso raccolto perorò onde eccitare alla crociata, e ci rimane
esemplato di sua mano il trattato _De senectute_ di Cicerone.
Cosmo padre della patria stipendiò quarantacinque scrivani onde
provvedere la sua biblioteca. Lorenzo magnifico scriveva: — Quando
l’anima mia è stanca d’affari, e gli orecchi assordati dal cittadin
clamore, non mi vi saprei rassegnare se non cercassi refrigerio
nelle lettere, pace nella filosofia». Federico duca d’Urbino teneva
a Firenze e altrove da trenta a quaranta amanuensi, e spese in copie
meglio di trentamila ducati; e oltre la Bibbia che ancor si ammira
nella Vaticana, «ebbe altri libri assai (dice il Vespasiano), belli
in superlativo grado, coperti di chermisi, forniti d’ariento, miniati
elegantissimamente, e tutti iscritti in carta di cavretto; nè tra
quelli n’era niuno a stampa, che se ne sarebbe vergognato».
Tutti i signori raccolgono i profughi di Grecia, gli incorano a cercare
e tradur libri, assistono alle lezioni loro. Nicolò Acciajuoli, ito
da Firenze a Napoli mercatando, trovò grazia presso la principessa di
Taranto, che gli diede stato e cavalleria e ad educare il suo figlio
Luigi; presso il quale conservossi in grazia, fu fatto siniscalco, e al
mutar degli eventi tornato ricchissimo in patria, vi sfoggiò in modo
che i Fiorentini se ne adombrarono quasi volesse farsene dominatore,
e stanziarono ch’e’ non potesse ottenervi alcuna magistratura. Egli
allora sfogò la sua ambizione col mettersi protettore di dotti,
quali Zanobio Strada, Francesco Nelli, il Boccaccio. Il qual ultimo
volle poi seco a Napoli quando tornò, ma lo teneva a miseria,
sebbene l’esortasse continuo a scrivere le sue gesta. Alla magnifica
Certosa da lui eretta presso Firenze aggiunse un palazzo a foggia di
castello, ove cinquanta giovani doveano esser educati, con biblioteca
d’opere rare; disposizione rimasta priva d’effetto. Palla Strozzi,
cittadino ricchissimo e potentissimo in Firenze, dove ristabilì
l’Università, ebbe in casa Tommaso da Sarzana dappoi papa, chiamò
Manuele Crisolara, «mandò in Grecia per infiniti volumi, tutti alle sue
spese; la Cosmografia di Tolomeo colla pittura fece venire infino da
Costantinopoli; le Vite di Plutarco, le opere di Platone, e infiniti
libri degli altri. La _Politica_ di Aristotele non era in Italia, se
messer Palla non l’avesse fatta venir lui da Costantinopoli; e quando
messer Lionardo la tradusse, ebbe la copia di messer Palla»[146].
Esigliato il 1434, ebbe a sè «con bonissimo salario Giovanni
Argiropulo, a fine che gli leggesse più libri greci, di che lui aveva
desiderio di udire. Da un altro greco prendea lezioni straordinarie, e
traduceva san Giovanni Crisostomo».
Nicolò Niccoli vendette alcune possessioni per aver libri, che poi
mise a comodo del pubblico, e fece fabbricare la libreria di Santo
Spirito con banche per tenervi quei che erano appartenuti al Boccaccio;
ottocento codici lasciò, stimati seimila fiorini. Bartolomeo Valori gli
studj d’umanità «non tralasciò mai del tutto, ancorchè occupato nelle
cure domestiche e mercantili, ed implicato negli affari pubblici; se
non quando in età matura pervenuto, quel tempo che potè tutto nella
sacra Scrittura andò consumando, con partecipare i suoi studj con
i teologi di quell’età suoi domestici»[147]. Bernardo Rucellaj, che
nelle nozze colla figlia di Pietro de’ Medici spese trentasettemila
fiorini, sorresse l’accademia Platonica dopo mancato il magnifico
Lorenzo; e fattasi una splendida abitazione con giardini ornati di
monumenti antichi, vi tenea adunanze di dotti, che resero rinominati
gli _Orti oricellarj_. Branda Castiglione milanese, gran canonista,
e uno de’ migliori ornamenti de’ concilij di Firenze e di Costanza,
fatto cardinale, patrocinò munificamente le lettere, pose un collegio
a Castiglione con ricca biblioteca aperta a chiunque amasse le lettere,
ai quali facea far opere e distribuiva benefizj.
Nè più solo da lizze e da armeggiamenti si prendeva diletto e festa.
Quando il dottissimo patrizio veneto Lodovico Foscarini nel 1451 andò
podestà a Venezia, Isotta Nogarola sostenne una disputa se dovesse
attribuirsi la prima colpa a Adamo o ad Eva. Durante il concilio di
Ferrara, Ugo de’ Benzi senese, «tenuto ne’ suoi tempi principe de’
medici, invitò seco a desinare tutti que’ filosofi greci che erano
venuti a Ferrara; e dopo il splendido apparato venuto al fine a poco a
poco, pian piano cominciò a tirargli piacevolmente in disputa, sendo
già presente il marchese Nicolò, e tutti i filosofi che si trovavano
in quel concilio. Addusse in mezzo tutti i luoghi de la filosofia,
sopra quali par che fieramente contendino e sieno tra loro discordanti
Platone ed Aristotele, e disse ch’egli voleva difendere quella parte
che oppugnerebbero i Greci, seguissero Platone o vero Aristotele.
Non ricusando la contesa i Greci, durò molte ore la disputa; al fine
avendo Ugo padrone del convito fatto tacere i Greci ad un ad uno con
l’argomentazione e con la copia del dire, fu manifesto a tutti che i
Latini, come già avevano superato i Greci con la gloria de l’armi, così
nell’età nostra e di lettere e d’ogni specie di dottrina andavano a
tutti innanzi»[148].
A Firenze il 1441 fu annunziata, per cura di Lorenzo De’ Medici e di
Leon Battista Alberti, una gara pubblica di letterati, dove ciascuno
leggerebbe qualche suo componimento intorno alla vera amicizia, e il
migliore otterrebbe una corona d’argento in forma d’alloro. In Santa
Maria del Fiore, magnificamente parata e coll’intervento delle autorità
e di gran popolo, lessero lor composizioni Francesco Alberti, Antonio
Alli, Mariotto Davanzati, Francesco Malecarni, Benedetto Aretino,
Michele da Gigante, Leonardo Dati, applauditi come si suol essere
in tali circostanze: ma i segretarj di papa Eugenio, ai quali per
onoranza erasi rimesso il decidere, dichiararono che erano tutte belle
quasi del pari, e si trassero d’impaccio col decretare la corona alla
Chiesa[149]. Poi esso Lorenzo volle rinnovare dopo dodici secoli la
festa di Platone, che si celebrava ai tempi di Plotino e Porfirio; e
Firenze e Careggi seguitarono per più anni a festeggiare lo scolaro di
Socrate.
Anche fuori venivano cercati i nostri; e Gregorio di Tiferno, allievo
del Crisolara, nel 1458 ridestava gli studj classici nell’Università di
Parigi; nella quale professarono Tranquillo Andronico, Fausto Andreini,
Beroaldo, Balbi, Cornelio Vitelli, forse altri.
Conseguenza della stima allora profusa ai letterati fu l’affidare
ad essi l’educazione de’ principi, lasciata in prima a guerrieri e a
dame. Il Guarino allevò Lionello d’Este; tre figliuoli e una figlia
di Francesco Gonzaga di Mantova Vittorino da Feltre, collocato perciò
in un’abitazione da principe, con giardini, appartamenti sontuosi,
pitture, giuochi, sicchè a ragione chiamavasi la Giojosa. Vittorino
però non la pensava come certi odierni pedagoghi, che deva esser gaja
ed agevole l’educazione, mentre avvia ad una vita di triboli; sicchè
poco a poco fece sparire le delizie, e l’effeminata magnificenza
ridusse a parca severità. Eppure mostravasi padre affettuoso ancor
più che abile maestro; a lui accorreasi di Francia, di Germania, di
Grecia, e vi si trovava ogni mezzo di istruirsi nelle scienze e nelle
arti belle, avendo intorno a sè raccolto maestri d’ogni bel sapere. Da’
suoi scolari pretendeva esatta esposizione; col che avviò alla lettura
corretta. Nulla pubblicò, e, mirabil cosa tra que’ dotti iracondi, non
si trova chi di lui sparlasse. Francesco Prendilacqua suo discepolo ne
scrisse un’elegante vita, conseguendo il più bell’effetto, quello di
far amare il suo eroe.
Maffeo Vegio, che ebbe la baldanza di fare seicento versi di
supplemento all’Eneide, nel trattato dell’educazione[150] diede
buoni consigli ai maestri, deducendoli non solo dagli etnici, ma
anche dai santi Padri; bene espose le virtù e i vizj de’ giovani; e
all’educazione delle fanciulle applicò molti esempj, tratti da santa
Monica madre di sant’Agostino.
È strano che principi, futuri reggitori di popoli, s’affidassero a
gente ignara di governo, e sol capace per avventura di formare il prete
o l’avvocato. Ma il vezzo si perpetuò: e mentre gli antichi insegnavano
nelle scuole la storia e le idee della propria nazione, e lo studiar
le straniere fu curiosità o erudizione di pochi; nelle moderne, al
contrario, i figli si addestrarono in lingua diversa dalla materna, e
leggi e società estranee alla loro propria, onde i sentimenti attinti
dalla scuola discordarono da quelli che doveano avere nel mondo.
Molti poetarono latino, fra cui Zanobio Strada fiorentino, che n’ebbe
corona dall’imperatore, e del quale non ci rimangono che cinque
poveri versi. Il Petrarca loda moltissimi come degni d’alloro; anzi
del lor soverchio numero si lagna, «contagio che penetrò fin entro
la corte romana, ove giureconsulti e medici non badano ad Esculapio
e a Giustiniano, non a litiganti e infermi, ma a Virgilio ed Omero;
agricoltori, falegnami, muratori gettano gli stromenti delle arti
loro per trattenersi con Apollo e colle Muse. Temo d’avere col mio
esempio contribuito a tale farnetico». Battista Mantovano, onorato di
statua accanto a Virgilio, al quale Erasmo nol credeva inferiore, oggi
chi lo ricorda? Migliore è Giovian Pontano, preside dell’accademia
di Napoli, rimasta la più illustre al cadere della romana e della
fiorentina: e di fama più estesa Angelo da Montepulciano, col nome
di Poliziano. Raccolto giovinetto (1491) da Lorenzo Medici che ne
indovinò l’ingegno, a ventinove anni professò greca e latina eloquenza,
sapeva d’ebraico, ed ebbe ogni sorta di onori e d’insulti dagli emuli.
Le sue _Miscellanee_, raccolta di cento osservazioni di grammatica,
d’allusioni, di costumi sopra autori latini, erano reputate capolavoro,
e gloria l’esservi menzionato, come ingiuria il restarne dimentico.
Tratta egli que’ soggetti con solida e variata amenità, ben rara agli
eruditi, e con purezza superiore ai precedenti, sentendo al vivo
le bellezze romane, ben descrivendo, a gran proposito adoperando i
classici, comunque ridondi nelle descrizioni, abusi dei diminutivi
e degli arcaismi, e inciampi in improprietà[151]. Meglio meritò col
trasfondere i modi de’ classici nella poesia italiana, siccome il
Boccaccio avea fatto nella prosa, richiamandola all’eleganza.
Anche gl’ingegni migliori, a forza di pensar latino, si erano domati
alla servitù dell’imitazione; e come in quello si ricalcavano Virgilio
e Cicerone, così nell’italiano il Petrarca e il Boccaccio (Dante fu
dimenticato), e si cominciarono dispute eterne intorno alla lingua,
derivandone l’autorità da questo autore, anzichè ricorrere alla
parlata. Ma tristo effetto di quella idolatria per gli antichi era
stato il disprezzo per la lingua italiana, abbandonata col titolo di
vulgare. «Mi ricordo io (dice Benedetto Varchi) quando ero giovinetto,
che il primo e più severo comandamento che facevano generalmente i
padri a’ figliuoli, e i maestri a’ discepoli, era che eglino, nè per
bene nè per male, non leggesseno cose vulgare (per dirlo barbaramente
come loro): e maestro Guasparri Mariscotti da Marradi, che fu nella
grammatica mio precettore, uomo di duri e rozzi ma santissimi e buoni
costumi, avendo una volta inteso, in non so che modo, che Schiatta di
Bernardo Bagnesi ed io leggevamo il Petrarca di nascoso, ce ne diede
una buona grida, e poco mancò che non ci cacciasse dalla scuola».
Ne venne di conseguenza un gergo affettato insieme e rozzo, di
barbarismi vulgari mescolati a latinismi eruditi, senza sapore di
legamenti, senza scelta di frasi, senza nerbo di sintassi, ma contorto
e rabberciato, tutto toppe e rappezzi, simile a quello che poi s’imitò
per ischerzo, e si chiamò maccheronico e fidenziano. Chiunque abbia
letto qualche libro d’allora, potette averne un saggio; e se non
basti qualche passo da noi citato, e singolarmente la lettera del
Poliziano (pag. 300), soggiungeremo che il vescovo di Vercelli, il
presidente del consiglio, il capitano di Sant’Agata, ambasciadori del
duca di Savoja, scrivevano al duca di Milano nel 1484: — La Excellenza
del nostro signor duca a recevuto una lettera vostra, della quale
el tenore et contenu est che Lojis et Passin de Vimercà hano tractà
et conspirà de privare el signor Lodovico vostro degnissimo barba
dello governo ecc.»[152]. Frà Jacopo Filippo da Bergamo, autore d’una
storia generale col titolo di _Supplementum Chronicorum_, stampato
quattro volte in quel secolo e più altre dappoi, e lodato per rare
notizie, scriveva al cardinale Ippolito d’Este nel 1498: — Questi
itaque anni passati, havendo me tua Excellenzia mandato a donare
una bella mulla per mio usare, la acceptay cum gratiarum actione, et
poy statim cognosce me ancora gagliardo di posser caminare a’ piedi,
gela remanday. Ma di presente siendo molto invecchiato, et appresso
a li settanta anni di etade, non possendo quasi più caminare, cum una
indubitata fede me voglio ricorrere a la plentissima vostra signoria,
come quella a suo devotissimo oratore gli piaqua donarli una qualche
honesta chavalchatura; et questo prima per amore di Dio, et per
riconoscimento di tante mie fatiche, che hoe pigliato in ornare tutta
la illustrissima casa vostra etc....». E frà Francesco Colonna, autore
d’un eruditissimo e lascivo romanzo, _Hipnerotomachia Poliphili, ubi
humana omnia nonnisi somnium esse docet_, finge d’essersi in sogno
ritrovato «in una quieta e silente piaggia, di culto diserta, d’indi
poscia disaveduto con grande timore intrò in una invia et opaca silva»;
e così descrive l’aurora: «Phoebo in quel hora manando, che la fronte
di Matula Leucothea candidava, fora già dell’oceane onde, le volubili
rote sospese non dimostrava, ma sedulo cum gli sui volucri caballi
Pyroo primo et Eoo alquanto apparendo, ad dipingere le lycophe quadrige
morava». E di questo tenore prosegue tutto il dottissimo volume.
Se però decadeva l’italiano letterario, il popolare acquistava dovizia
e destrezza, e felicemente l’adoprarono alcuni Fiorentini, come Matteo
Palmieri nel dignitoso e sobrio trattato della _Vita civile_; Feo
Belcari, che con cara semplicità stese la _Vita di Giovanni Colombini_
e varie poesie divote[153] e rappresentazioni sceniche; e Agnolo
Pandolfini, nel _Governo della famiglia_[154], dialogo di persone
reali intorno a reali soggetti e ai bisogni quotidiani, con precetti
d’economia e di morale alla mano di tutti, ed esposti con purissima
proprietà, vero modello di simil genere di comporre. Alla stessa fonte
attinsero Luigi Pulci, il Poliziano, Lorenzo Medici, che saluteremo
quali precursori dell’aureo Cinquecento. Esso Lorenzo a diciassette
anni s’incontrò con Federico d’Aragona, figlio del re di Napoli, e
domandato da questo sui migliori poeti italiani, di propria mano gliene
trascrisse molti, insieme con alcune proprie composizioni. Di poi si
facea capo delle mascherate che uscivano il carnevale, con sempre nuove
invenzioni e addobbi; induceva i poeti a compor canzoni per quelle, e
ne componeva egli stesso; e scendeva sulla piazza a menar la danza, a
intonar l’aria, ad accordare gli strumenti, facendo arte di governo la
letizia d’un popolo ch’era alla vigilia di troppe sventure.