CAPITOLO CXX.

Papi reduci in Roma. Congiura de’ Pazzi. Ferdinando di Napoli. Lorenzo

Medici.

Al concilio di Costanza erasi messo in disputa se più casta non

tornerebbe la Chiesa quando si spelagasse dal dominio temporale; ma un

oratore ragionò: — Tempo fu che io pensava convenientissimo il separare

la potenza terrena dalla spirituale; ma ora son chiaro che la virtù

senza forza è ridicola, e che il pontefice romano senza il patrimonio

della Chiesa non sarebbe che un servitore dei re e dei principi»[113].

E davvero la schiavitù d’Avignone avea persuaso e papi e signori

che importava assicurare alla santa Sede un’esistenza indipendente,

acciocchè non divenisse stromento ai regj arbitrj; e si diede opera a

consolidarne la potenza politica quando debilitavasi la spirituale.

Martino V, tornando a Roma, avea trovato il patrimonio della Chiesa

in isconquasso, ma fermo eppur pacifico con dignità lo ristabilì;

indusse Giovanna II di Napoli a restituirgli Roma occupata da Ladislao;

tolse Perugia a Braccio di Montone[114] e le altre terre ai tiranni

che n’avevano preso il dominio. I Malatesta, segnalati capitani,

eransi costituiti un bel principato a Rimini, sottomettendo Fano,

Pesaro, Camerino, Macerata, San Severino, Montesanto, Cingoli, Jesi,

Fermo, Gubbio; ma, morto Carlo, condottiero de’ più prodi e generosi,

perdettero ogni cosa, salvo Rimini, Fano e Cesena, lasciate a tre

nipoti di quello. Anche Borgo Sandonnino, la Pergola, Brettinoro,

Osimo, Cervia, Sinigaglia, furono riuniti al dominio papale. Bologna

non sapeva dimenticare la sua libertà; ma quando tentò ripristinarla

nel 1428, fu subito oppressa dalle bande venturiere. Le tante città

avvezze ad avere un principe e corte e lusso ed arti, piangeano il

sottentrato spopolamento. Il cardinale Albergati, santo di costumi

quanto accorto negli affari, seppe alla Sede pontificia ricuperare

importanza politica in Italia, coi maneggi ottenendo meglio che colle

guerre, e molte paci conciliando.

Roma era sottoposta al pontefice, ma conservava una rappresentanza

civica: e il senatore nell’entrare in Campidoglio giurava nelle mani

del conservatore di esercitare l’officio lealmente e in buona fede;

dare appoggio agli inquisitori dell’eresia e vantaggiar la fede; tener

Roma e il contado in pace e tranquillità, e purgati da malandrini;

conservare e difendere le ragioni, i beni, le giurisdizioni e dignità

della città e della camera, e ricuperare ciò che se ne fosse perduto;

mantenere e difendere gli spedali, i luoghi pii e religiosi; procedere

sommariamente nelle cause di questi, delle vedove, de’ pupilli e de’

poveri; far osservare da’ suoi uffiziali e giudici gli statuti fatti e

da fare, e il diritto civile, ed in mancanza loro il diritto canonico;

non far estorsione o sopruso, non chiedere grazie nei consigli, nè

cercare d’essere raffermo in carica, o assolto dal sindacato; far

sì che i marescialli, cioè esecutori degli ordini della curia di

Campidoglio, e loro famigli girassero giorno e notte armati; nulla

operare di contrario agli ordini de’ conservatori, anzi prestar

soccorso ad essi e alla loro camera.

Sia per le imposte, che a risarcire il paese (1431) doveva

moltiplicare, o sia pei soliti postumi d’ogni restaurazione, Martino

ottenne scarsa benevolenza, ed era appuntato di prodigare onori e

tesori a’ suoi nipoti. Lui morto, i cardinali trovavansi dissenzienti

sul chi nominargli successore; onde, per guadagnar tempo, diedero i

voti a quel che meno temeano, il veneziano Condulmier, che per questo

giuoco si trovò papa col nome di Eugenio IV. Severissimo ne’ digiuni

e in tutte le austerità, gran persecutore degli Ussiti di Boemia,

repugnante da’ consigli altrui per ostinarsi ne’ proprj, scarso di

lealtà e di politica, vedemmo quanta parte avesse nei maneggi civili e

religiosi del suo tempo, per effetto delle circostanze più che per sua

abilità.

Dal bel principio si trovò in urta coi sudditi, coi signori, coi

prelati. S’inimicò i Colonna col ridomandare i tesori che ad essi

aveva confidato il predecessore, e le città del Patrimonio, dove

rigalleggiavano i partiti e le antiche famiglie. E perchè i Colonna

con que’ denari raccolsero truppe e guerreggiarono gli Orsini, Eugenio

mise in prigione e ai tormenti i loro amici, e da ducento ne mandò al

patibolo, distrusse la casa e i monumenti di papa Martino, finchè i

Colonna restituirono settantacinquemila fiorini. Destinò a governare la

marca d’Ancona Giovanni Vitelleschi vescovo di Recanati, suo indegno

favorito, e uno de’ più disumani condottieri, che nella guerra di

Napoli giunse a promettere indulgenze a qualunque soldato tagliasse

un ulivo de’ nemici, poi tramò col Piccinino per assalire la Toscana

alleata, e fors’anche toglier di mezzo il papa e surrogarsegli. Questo

n’ebbe sentore, e a tradimento lo colse in castel Sant’Angelo, ove

presto s’intese ch’era morto.

Intanto la Chiesa era pericolata dal concilio di Basilea; tutta Romagna

sossopra; Francesco Sforza e Nicolò Fortebraccio vi entrarono dicendosi

autorizzati dal concilio a togliere que’ paesi al papa, cui restrinsero

quasi alla sola capitale. Egli guadagnossi lo Sforza, creandolo

marchese d’Ancona; ma gli altri capitani pretendeano altrettanto;

il popolo s’avventò alle armi proclamando la repubblica, e il papa a

stento si salvò a Firenze. Alfine il Piccinino, vincendo Fortebraccio,

rese a san Pietro le antiche appartenenze.

Tommaso, figlio del medico pisano Bartolomeo Parentucelli, per povertà

lasciò gli studj onde mettersi in Firenze educatore de’ figliuoli

di Rinaldo degli Albizzi, poi s’attaccò al cardinale Albergati come

segretario, medico, intendente, e in quei venti anni ebbe molto a

conoscere molti paesi e gli eruditi d’allora; copiò manoscritti e

v’aggiungeva note assennate, lo perchè Cosmo de’ Medici l’incaricò

di disporre i codici della biblioteca di San Marco, il che servì di

norma ad altre: da Eugenio papa adoprato in affari, e posto vescovo

di Bologna e cardinale, gli fu dato successore col nome di Nicola V

(1447). Egli ricompose la Chiesa ad unità coll’ottenere l’abdicazione

dell’antipapa Felice. Al Vespasiano, valente librajo ed erudito, autore

di molte biografie, diceva: — I nostri Fiorentini avrebber mai creduto

che un preticciuolo, fatto per sonar le campane, diverrebbe pontefice?»

e avendo quello risposto che ne esultavano e perchè il conosceano e ne

speravano pace, — Se Dio m’ajuta (soggiunse) altr’arma non adoprerò mai

a difesa mia che la croce di Gesù Cristo»[115].

Veramente fu de’ papi più degni, e guardata la differenza dei tempi,

meritò meglio che Leone X per avvenuta protezione alla crescente

coltura. Fondò la biblioteca Vaticana con cinquemila volumi, ed accolse

quanti erano dotti; scriveano le sue lettere il Poggio, Giorgio da

Trebisonda, Cristoforo Garatone, Flavio Biondo, Leonardo Bruno, famosi

eruditi; teneva alla corte Antonio Loschi, Bartolomeo da Montepulciano,

Cincio romano, Lorenzo Valla, Pier Candido Decembrio, Teodoro Gaza,

Giovanni Aurispa, allora nominatissimi quanto oggi ignorati. A gara

gli erano dedicate opere, e di parecchie favorì la traduzione dal

greco: al Poggio per la versione del Diodoro donò liberamente; al

Valla cinquecento scudi d’oro pel Tucidide; millecinquecento al Guarini

per lo Strabone; cinquecento al Perotti pel Polibio; annui seicento a

Giannozzo Manetti, oltre il soldo di secretario, perchè s’occupasse

attorno ad opere sacre, e gli fece cominciare una versione della

Bibbia sopra il testo ebraico; al Filelfo, se traducesse Omero, gli

prometteva una bella casa in Roma, un podere e diecimila scudi; Giorgio

da Trebisonda ricusava come eccessiva una somma da esso regalatagli, ma

egli — Tieni, tieni; non avrai sempre un Nicola». Udendo lodare come

valenti poeti alcuni dimoranti in Roma, negò il merito loro, dicendo

per celia: — Se fossero buoni, perchè non verrebbero a me che accolgo

anche i mediocri?»

Fabbriche raddrizzò o intraprese da tutte parti, a Spoleto ed Orvieto

insigni palazzi, a Viterbo bagni per infermi, a Roma la mura, oltre

riparare le chiese rovinate nella lunga vedovanza, e principalmente

il Panteon d’Agrippa; fece eseguire «il più bel tappeto che sia tra’

Cristiani colle opere di Dio padre quando creò il mondo» (Corio); e

accingevasi a riedificare San Pietro, come simbolo della riedificata

Chiesa spirituale, al che gli diede i mezzi il giubileo, traendo folla

indicibile alle soglie degli apostoli.

Non altrettanto prendeva a cuore il bene de’ sudditi, o piuttosto

volea governarli con quel dispotismo, cui facilmente propendono

coloro che sentonsi superiori agli altri, e volenterosi del bene.

Non pochi erano disgustati pei rigori che accompagnano le improvvide

restaurazioni, le quali all’anarchia non credono poter riparare che col

despotismo; i vizj del clero e gli abusi della curia più risaltavano

dacchè eransi censurati alla libera nelle burrasche precedenti. La

festa dunque, con che era stata ricevuta la corte pontifizia al suo

ritorno, fece prestamente luogo a scontenti e alle solite gozzaje.

Perchè ha da stare il governo in man di preti, la più parte forestieri,

tutti per educazione inetti agli affari? Così diceva Stefano Porcari

nobile romano, e tentò instaurare la repubblica. Infervorandosi

alla canzone del Petrarca _Spirto gentil_, e parendogli esser egli

stesso quel cavaliero a cui «Roma, con gli occhi molli di pietà,

chiedea mercè da tutti i sette colli», macchinò per impadronirsene

a forza; arrolò masnade, e insinuatosi di soppiatto (1453) nella

città dond’era stato bandito, concertò di occupare il Campidoglio,

e nella festa dell’Epifania prendere il papa, i prelati e castel

Sant’Angelo. Ma avutone spia, il senatore ad una cena fece arrestare

i congiurati (gennajo), e il Porcari con nove altri impiccare ai

merli del castello[116]. Al pontefice l’aveano dipinta come una trama

d’assassinio, onde, da confidentissimo e ingenuo che era, cadde in

preda al sospetto, perseguitò i fuggiaschi, quanti colse fece mal

arrivati, e il breve resto di sua vita passò fra terrori e supplizj.

Presso al finire, ebbe a sè due pii monaci, e diceva loro: — Mai

persona non entra qua, che mi parli il vero. Sono talmente confuso

delle finzioni di quanti mi circondano, che, se non temessi lo

scandalo, rinunzierei al papato per tornare Tommaso da Sarzana.

Alfonso Borgia spagnuolo, ch’erasi mostrato tutto zelo contro i Turchi,

gli fu dato successore col nome di Calisto III (1455), e alla elezione

sua rincrudirono le fazioni dei Colonna e degli Orsini, e più quando

egli, gettati a spalle i rispetti umani, ingrandì i suoi nipoti con

feudi della Chiesa, creando Pietro duca di Spoleto, e fin meditando

porlo sul vacante trono di Napoli. La vita non gli bastò; e il

successivo conclave pensò antivenire tali abusi decretando che il papa

non potesse senza l’assenso dei cardinali tramutare da Roma la sede,

conferire cappelli o vescovadi, fare pace o guerra, alienare terre

ecclesiastiche.

Enea Silvio Piccolòmini, dottissimo in lettere e in ragion canonica,

scrittore di poesie e storie, ebbe primaria figura ne’ maneggi

d’allora. La sua gioventù avea tribolato fra le turbolenze della

patria; al concilio di Basilea assistette in servizio del cardinale

Domenico di Capranica; più volte mutò padrone, spesso fu ambasciadore,

indi segretario di Felice V, poi di Federico III imperatore. Descrisse

la storia di Boemia, lo stato di Europa sotto esso Federico, un

ragguaglio della Germania e del concilio di Basilea, dove votò

coll’opposizione; opere di gran conto perchè di testimonio oculare ed

oculato, oltre una raccolta di lettere d’amicizia e di affari[117].

Fatto papa col nome di Pio II (1458), sostenne con vigore

quell’autorità che come diplomatico avea bersagliata; e perchè gli si

rinfacciavano le prische opinioni, emanò una _bulla retractationum_,

ridicendosi di molte proposizioni lanciate contro la potestà

pontifizia, e massime contro Eugenio IV, dicendo essere cosa umana

il fallare, non averle sostenute per ostinazione ma per isbaglio,

importargli il ritrattarle affinchè non si attribuisse a Pio quelle

che erano opinioni di Enea[118]: nella qual occasione si fa ad esporre

parte della sua vita. Nel sinodo di Mantova proibì (_Execrabilis_),

pena la scomunica, di appellarsi dal papa al futuro concilio, tribunale

che non esiste: ma le sanzioni introdottesi fra le passate tempeste,

e il proposito de’ principi di voler eleggere i proprj vescovi, gli

cagionarono gravi disgusti. All’imperatore fece veduta la necessità

di stringersi alla sede pontifizia per resistere ai principi sovrani

di Germania, e che le domande di riforme ecclesiastiche andavano

indivisibili da quelle di politiche: lo perchè nelle diete germaniche

il legato aveva autorità quanto l’imperatore, e molto maggiori rendite.

Mentre poi, lottando di tutta la sua persuasione contro l’indifferenza

del secolo egoisto, disponeva la crociata contro i Turchi, spirò ad

Ancona. Il Pinturicchio storiò la vita di lui nella libreria vecchia di

Siena, secondo i cartoni di Rafaello.

Pietro Barbo veneziano, bell’uomo, destro ad ingrazianirsi gli animi

con piccoli servigi e col compatire agli altrui patimenti, sicchè il

chiamavano la Madonna della pietà, fu eletto (1464) col nome di Paolo

II con tal consenso, che prometteva uno de’ pontefici più grandi. A

tre cose mirò continuo: l’ingrandimento dei nipoti, pel quale fece

dichiarar nulla la capitolazione impostagli dal conclave; la crociata

contro gl’Infedeli; e la revoca della prammatica sanzione di Bourges,

ove dal clero gallicano pareangli intaccate le prerogative papali: e in

tutte fallì. Piovevano d’ogni parte lamenti che i sessanta abbreviatori

(collegio istituito da Pio II per estendere i brevi pontifizj in istile

purgato) facessero guadagno delle spedizioni, sia ricevendo regali,

sia colle simonie. Risoluto di svellere l’abuso, e parendogli degno di

Roma il dare ogni cosa gratuitamente, il papa gli abolì. Que’ sessanta

letterati, messi sulla via, furono altrettante voci accordatesi a

denigrarlo; e chi non sa quanto facilmente un branco di scriventi

raggiri l’opinione? Bartolomeo Sacchi di Piadena (il Platina), un

d’essi, tanto gli mancò di rispetto, che fu condannato alle carceri;

poi involto o sospettato d’una cospirazione, fu messo alla corda; del

che tolse vendetta col virulento sparlarne nelle sue _Vite dei papi_.

Non pensiamo a scusare i modi; ma la persecuzione tanto rinfacciata

a Paolo contro i restauratori della classica letteratura veniva da

ragionevole sgomento del vedere il paganesimo ripullulare nelle arti

belle non solo, ma nelle dottrine e nella vita; e cotesti eruditi,

vergognandosi del nome de’ santi ricevuto al battesimo, mutare

Pietro in Pierio o Petrejo, Giovanni in Giano o Gioviano, Vittore in

Vittorio o Nicio, Luca in Lucio o Lucillo, Marino in Glauco, Marco in

Callimaco[119]; celebrare feste all’antica, sacrificando un becco; e

col pretesto di rimettere in onore Platone, gittarsi a dottrine empie

od a pratiche teurgiche: cose lievi per avventura, ma che menano a

serie.

È moda il lodare uno perchè disapprovato dai papi, e al tempo stesso

mostrar che questi non aveano ragione di perseguitarli. Dalla stessa

lettera ove il Platina dal carcere racconta al cardinale Bessarione

il suo processo, appare come l’accademia di Pomponio Leto tendesse a

trasformare il paganizzamento letterario in religioso. Foss’anche stato

soltanto letterario, non v’è retto pensatore che non veda quanto danno

ne derivasse alla logica, alla morale, all’estetica, dacchè Cristo e

la redenzione doveano far luogo novamente alla voluttà pagana e alla

lepida guerra contro la famiglia e la società.

Dalla storia dei Papi che il Platina scrisse coll’avversione solita

ai perseguitati, i Protestanti raccolsero assai cose contro la corte

romana. Noi qui non abbiamo che a riflettere alla pochissima critica di

questo abborracciatore passionato.

Paolo spese profusamente in dissotterrare e raccogliere statue e

altre anticaglie, amò le arti belle, libri comprava e imprestava

liberalmente[120], e fece fare una tiara di cinquantamila marchi

d’argento (L. 275,000). Amava gli spassi, e frequenti feste dava al

popolo di Roma, e per goderne egli stesso volle che le corse non si

facessero per la strada Florida o Giulia, ma dall’arco di Domiziano

al palazzo di Venezia, dov’egli abitava. Negli statuti di Roma allora

pubblicati, si divisano i divertimenti, e specialmente quelli di Agone

e Testaccio coi pallj e gli anelli e i carri, e l’altre solennità,

che poi continuarono in occasione del carnevale. Per la pace del 1468,

festeggiata in tutta Italia, il papa ordinò giuochi e baldorie al modo

antico, dove principal parte aveano i banchetti: ed egli godeva veder

quando i giovani, quando i vecchi, o gli ebrei o i fanciulli, pinzi di

cibo, fare alla corsa, per guadagnare qualche carlino. Spesso gittava

denaro al popolo; una volta gli regalò 400 scudi, e di mascherate

splendidissime molto il rallegrava.

Ammassò ricchezze, ma non pei nipoti; dissero per mera avarizia, e

poteva essere per provvedere ai tanti bisogni di cui si gravava la

Chiesa. Concedette il titolo di duca di Ferrara a Borso d’Este, l’armò

cavaliere di san Pietro, e lo fece sedere non più tra gli arcivescovi

come quando era soltanto vicario pontifizio, ma tra’ cardinali, e gli

donò la rosa d’oro che per pasqua suol darsi a qualche gran principe;

con tali atti confermando l’alto dominio della santa Sede sopra

Ferrara. Menò lunga e turpe guerra con Roberto Malatesta, disputandogli

la signoria di Rimini, al qual uopo s’alleò coi Veneziani e con varj

signori; e perchè Napoli e Firenze stavano col Malatesta, fu per

divamparne tutta Italia, ma alfine Paolo gli riconobbe i feudi paterni.

Meglio meritò collo stringere tutti i potentati d’Italia in una lega,

onde mantenere l’indipendenza di ciascuno. Delle riforme divisate nella

curia però più non si parlava; rimoveasi sempre più l’idea di adunare

un concilio; e intanto profondeansi in commende e aspettative, e negli

altri lucrosi abusi.

In peggior fama rimase Sisto IV (1471), già Francesco Albescola

della Rovere. I ragazzi di cui circondavasi, fecero sparlare de’

suoi costumi; del suo rigore le guerre rinnovatesi tra i Colonna e

gli Orsini, per cui a sangue e fuoco egli mandò la città. Vescovadi,

principati, dignità, uffizj prodigò a due figli di suo fratello e due

di sua sorella Riario, i quali la maldicenza bucinava figli di lui,

e peggio. Leonardo della Rovere pose governator di Roma e sposò a una

bastarda di re Ferdinando, per ciò cedendo a questo il ducato di Sora

ed altri acquisti fatti penosamente da Pio II, i censi arretrati del

regno, ed esenzione dai futuri sinchè vivesse. Giuliano fece cardinale,

che poi divenne papa, e che intanto menava guerre contro Todi e

Spoleto. L’inetto Pietro Riario, di ventisei anni creato cardinale,

patriarca di Costantinopoli, arcivescovo di Firenze, legato di tutta

Italia, aveva una corte d’oltre cinquecento persone, e un fasto

senz’esempio, col quale e colle lascivie si logorò la vita. Allora

Sisto innalzò Giovanni della Rovere, facendolo principe di Sinigaglia

e Mondavio, staccate dalla Chiesa. Pel nipote Girolamo Riario, cui

ottenne la mano di Caterina di Galeazzo Sforza colla contea di Bosco,

comprò con quarantamila ducati la signoria d’Imola, ed una maggiore

gliene destinava nella Romagna colle spoglie de’ signorotti: ma perchè

trovò ostacolo nei Medici di Firenze, si unì ai tanti nemici di quella

casa, alla malevolenza de’ quali parea cader molto in acconcio la

giovinezza di Lorenzo e Giuliano figli di Pietro.

Delle famiglie storiche di Firenze le più erano state esigliate, i

Ricci, gli Albizzi, i Barbadori, i Peruzzi, gli Strozzi, i Machiavelli,

gli Acciajuoli, i Neroni, i Soderini; spogli d’ogni credito i Pitti

e i Capponi; e i due fratelli Medici teneano occhio perchè non si

rialzassero. Fra le antiche feudali, era di tutte splendidissima quella

dei Pazzi di val d’Arno, consorte già degli Ubaldini, degli Uberti, dei

Tarlati e d’altri Ghibellini; dopo lunghe lotte colla Repubblica, era

scesa in città e aveva giurato il comune; come le altre illustri era

stata esclusa dal governo: ma a Cosmo era bastato l’accorgimento di

non cozzarla, anzi la privilegiò di passare dai magnati fra’ plebei e

quindi venir abile alle cariche, e sua nipote Nanina Bianca sorella di

Lorenzo sposò a Guglielmo de’ Pazzi. Le dovizie acquistate col banco

ch’era de’ più accreditati del mondo, e le clientele di quella casa,

massime da che si fu imparentata co’ Borromei di San Miniato, davano

sempre maggior ombra ai Medici; onde Lorenzo fece dalla balìa stanziare

un regolamento che alterava l’ordine di successione in modo, che i

Pazzi non potessero ereditare da essi Borromei. Se ne corrucciarono

i Pazzi, e Francesco, uscito di patria, si pose a travagliare il

suo banco a Roma, dove Sisto IV lo ricevette in grazia, lo costituì

banchiere della santa Sede, e ne fomentò i rancori a danno dei Medici.

Pertanto i Pazzi tramarono (1478) con Girolamo Riario e con Francesco

Salviati, che dai Medici non erasi voluto ricevere arcivescovo di Pisa;

e in Santa Maria del Fiore durante la messa di pasqua (26 aprile),

al momento dell’elevazione assalsero i due principi. Giuliano resta

ucciso, Lorenzo ferito si difende; Jacopo de’ Pazzi corre la città per

ammutinare il popolo, ma questo, gridando _Palle, Palle_, dà addosso

agli assassini e li trucida a furore, e i laceri brani porta infissi

sulle picche per la città. Francesco de’ Pazzi, che nell’abbattere

Giuliano erasi ferito da sè, fu tratto di letto, e in mezzo agl’insulti

plebei appiccato: più di settanta cittadini furono o con egual violenza

trucidati e sbranati, o coi successivi processi: l’arcivescovo di Pisa

fu impeso alla finestra del palazzo, ove erasi condotto come sicuro

d’insignorirsene: le istanze di Lorenzo camparono il Riario che cantava

messa. Dubitandosi che il pugnale onde fu percosso Lorenzo fosse

avvelenato, un Ridolfi si offrì a succhiarne la ferita. Poi corse voce

tra la plebe che le pioggie, le quali non sapeano cessare, fossero un

segno del cielo perchè Jacopo era stato sepolto in terra sacra, benchè

sul morire si fosse dato al diavolo: onde per ordine della Signoria

fu tratto la notte da Santa Croce, e sotterrato lungo la mura. Ma i

fanciulli saputolo, andarono a dissepellirlo, e col capestro che aveva

alla gola lo trascinarono per le vie, e bussavano alla porta di lui,

dicendo aprissero al padrone; e continuarono lo strapazzo finchè la

Signoria non mandò i famigli che lo buttarono in Arno, ove pure lungo

tempo galleggiò. Bernardo Bandini, l’assassino di Giuliano, era fuggito

a Costantinopoli; eppure ivi stesso fu côlto e tradotto a Firenze, ove

l’aspettava la forca.

Per quanto i Fiorentini implorassero perdono dello avere messo le

mani su persone sacre, e si sottomettessero alle comminate censure, il

papa li colpì di una terribile bolla; e volendo per guerra aperta ciò

ch’eragli fallito per tradimento, s’accordò a’ danni de’ Medici col re

di Napoli.

Il magnanimo Alfonso erasi destinato successore al trono di Napoli

Ferdinando suo figlio naturale, e i Napoletani lo preferivano agli

Aragonesi, eredi della Sicilia, perchè, non avendo altri dominj, non li

renderebbe provincia di stranieri; d’altra parte, tenendo Alfonso quel

trono per elezione, chi altro potea vantarvi diritti? Dal parlamento fu

dunque riconosciuto (1458), e così dal papa; confidava negli Orsini,

baroni potentissimi, di cui aveva sposato una figlia; pure il dominio

gli fu controverso da molti competitori; la fazione degli Angioini

rivisse, ed appoggiata dai Caldora, dai Sanseverino, dai principi

di Rossano e di Taranto, chiamò di Francia (1461) Giovanni figlio di

Renato, che al Sarno riportò insigne vittoria sopra Ferdinando.

Grand’ajuto avea prestato agli Angioini il braccio di Jacopo Piccinino,

figlio di Nicolò, che veduto Francesco Sforza divenire signore di

Milano, erasi ostinato a volere anch’esso un dominio; e quando la

pace di frà Simonetto pose quiete dappertutto, egli rizzò bandiera di

ventura, e accolse quanti voleano ancora esercitare il valore senza

badare al motivo. Tentò impadronirsi di Perugia e Bologna; respintone,

si gettò sul Senese menando guasto, finchè il duca di Milano e il papa

inviarono Roberto Sanseverino a reprimerlo; ma l’ottennero meglio col

pagargli ventimila fiorini. Quando poi Sigismondo Malatesta, figlio

di quel Pandolfo che dominò Bergamo e Brescia, voleva insignorirsi

di Pesaro, e insidiava Federico di Montefeltro duca d’Urbino, contro

di lui fu voltato il Piccinino, il quale sperperò la Romagna, fin

centoquindici castella predando in pochi giorni, e in una sola

cavalcata bottinando mille paja di buoi e cento uomini di taglia[121].

Le costui imprese sarebbero da eroe se non fossero state da masnadiero.

Come si ruppe guerra nel Napoletano, esitò con chi buttarsi, finchè

accettò il soldo di Giovanni d’Angiò, e spinse i guasti fin sotto Roma.

Ferdinando gli oppose Giorgio Castrioto, che con ottocento cavalli

venne dall’Epiro a ripagare Ferdinando de’ soccorsi prestatigli da

Alfonso (pag. 218), ma che comparve minore dell’aspettazione: — forse

qui combatteva per la patria e per la fede? Meglio profittò Ferdinando

col trarre di nuovo a sè i Sanseverino e gli Orsini, già ingelositi

degli incrementi di Giovanni, e speranzosi di nuove ricompense; poi a

liberarsi dal Piccinino, riverito come il miglior capitano superstite,

lo soldò assegnandogli novantamila ducati l’anno e la condotta di

tremila cavalli e cinquecento fanti e molti possessi. Avendolo

Francesco Sforza, antico emulo suo, invitato a Milano a sposare

sua figlia Drusiana, Ferdinando ne sollecitò il ritorno, l’accolse

con grandi manifestazioni d’onore, ma pochi giorni dopo coltolo a

tradimento, lo fece strangolare (1465 21 giugno). Con lui finiva la

scuola braccesca[122].

Giovanni d’Angiò più non potè che fuggire da un regno sempre infausto

a casa sua; molti regnicoli passarono seco a guerreggiare in Francia

e in Borgogna; e riprese le briglie, il re adoprò supplizj, confische,

tradimenti, per umiliare i baroni[123]. Giannantonio Orsini principe di

Taranto fra poco si trovò strangolato, dissero per opera di Ferdinando,

il quale addusse un testamento che lo faceva erede di Bari, Otranto,

Taranto, Altamura, d’un milione di fiorini in merci, cavalli, greggie,

altri mobili, e quattromila uomini di buone truppe: colpo mortale alla

fazione angioina. All’altro potentissimo Maria Marzano principe di

Rossano, duca di Sessa e d’altre terre, Ferdinando promise sposa una

figlia: poi quando, sotto l’ombra della pace conceduta, andò a caccia

da quelle parti, chiese abbracciarlo, e avutolo a sè, l’inviò prigione

a Napoli, e ne prese i figliuoli e gli Stati.

Superbo, doppio, avaro, Ferdinando malignò a guastare la pace che

in Italia durava dopo il 1454; col papa venne in urto per isminuire

il censo dovuto dal Regno; poi con esso e colla repubblica di Siena

cospirò per isvellere il dominio mediceo.

Siena, antica emula di Firenze come ghibellina, si era poi mutata alla

bandiera guelfa: ma se patria non sia, vien tedio a seguire le capiglie

interne e le replicate minaccie ch’ebbe a soffrire da poderosi vicini

o dai condottieri; fuori non esercitò mai grande efficacia, attesochè

dentro era trassinata fra una plebe invida e inetta, ed un’oligarchia

gelosa d’escludere le altre classi. I Monti, o vogliam dire gli

ordini de’ gentiluomini, dei nove, dei dodici, dei riformatori, del

popolo, la sbranavano, e l’uno prevalendo o l’altro, con alterne

persecuzioni logoravano le forze, e scapitavano di potenza e d’onore.

I gentiluomini, antichi proprietarj di tutto il terreno, prevalsi dal

1240 al 77, furono esclusi dalle magistrature, restando fin al 1355

superiore il Monte dei nove, in cui entrava una nobiltà popolana,

d’antiche ricchezze: poi fino al 68 primeggiò il Monte dei dodici,

cioè i ricchi mercanti; e fino all’84, quello dei riformatori: poi ora

questo, ora il popolo, eleggendo tre priori ciascuno, ed escludendo i

due primi, che restavano naturali nemici e sommovitori.

Si appoggiò a loro il duca di Calabria figlio di re Ferdinando, cupido

d’acquistarvi signoria; e indusse a cernire dai varj Monti un nuovo,

detto degli aggregati, che solo ottenesse gli uffizj, gli altri tutti

eliminando. Costoro non poteano cautelarsi che colla forza, e perciò

stavano ligi al duca, e col padre suo presero parte a ruina di Lorenzo

Medici. Dico di Lorenzo, perchè il papa, esclamando al sacrilegio

d’avere appiccato un unto del Signore, mosse le truppe che già aveva

allestite per secondare la congiura de’ Pazzi, e dichiarò guerra

non alla repubblica, bensì a Lorenzo, _figlio di iniquità, alunno di

perdizione_. Però i Fiorentini fecero comune la causa di lui; mandarono

pel mondo un ragguaglio della congiura e le prove della complicità del

papa, il quale non se ne scolpò; e protestarono contro la scomunica,

appellando al futuro concilio. Trovarono ascolto, e molti principi

minacciarono Sisto IV di disdirgli obbedienza se turbasse la Chiesa

con una guerra senza giustizia: il re di Francia non solo sospese di

inviare le annate, dacchè le vedeva destinate contro Cristiani non

contro gl’Infedeli, ma minacciò aprire un concilio.

Ecco dunque il papa al funesto bivio di revocare una sentenza appena

proferita, spezzando da sè il bastone apostolico datogli per rompere

i vasi inutili, e piegandosi alle minaccie secolari; ovvero ostinarsi

in una guerra ingiusta. A questa si gittò Sisto, avendo accaparrati

i migliori condottieri, intrigato a suscitare contro di Venezia e di

Milano guerre, sollevazioni, perfino i Turchi, acciocchè quelle non

potessero soccorrere Firenze.

La quale, côlta dall’armi fra’ suoi studj pacifici, non vide miglior

partito che soldare un capitano, e fu Ercole duca di Ferrara: ma poichè

costui era genero di Ferdinando, se non la tradiva, menava fiaccamente

le fazioni. Lorenzo, vedendo la città disanimarsi e ai timorati fare

offesa l’interdetto, mentre i collegati avanzavano a gran passi, parve

colla sua generosità voler dare risalto alla vigliaccheria di questi,

e propose di avventurare sè solo, giacchè contra lui solo dicevansi

armati. Parte dunque di Firenze (1479 7 xbre), lasciando una siffatta

lettera alla Signoria: — Eccelsi signori, se io non v’ho altrimenti

fatto noto la cagione di mia partita, non è stato per presunzione, ma

perchè mi pare, negli affanni ne’ quali si trova la città nostra, si

richiegga più il fare che ’l dire. Parendomi che cotesta città abbia

desiderio e bisogno grandissimo di pace, e vedendo tutti gli altri

partiti scarsi, m’è paruto meglio mettere me in qualche pericolo, che

tenervi tutta la città. E però ho deliberato trasferirmi liberamente

a Napoli; perchè, essendo io principalmente perseguitato da’ nemici

nostri, potrei forse ancora essere cagione, andando nelle loro mani,

di far rendere pace alla vostra città. Una delle due: o veramente la

maestà del re ama cotesta città, come ha predicato, e non c’è miglior

via a farne sperienza, che andar liberamente nelle sue mani. Se ha

animo di occupare la nostra libertà, a me pare che sia bene intenderlo

presto; e più tosto con danno d’uno, che di tutto il resto. Ed io

son molto contento essere quello per due cagioni: la prima, perchè

potrebb’essere che i nemici nostri non cerchino altro che ’l male

solamente mio; l’altra che, avendo io nella città avuto più onore e

condizione che alcun altro cittadino a’ dì nostri, giudico essere più

obbligato che tutti gli altri ad operare per la patria mia, fino a

mettere la vita. Forse Iddio vuole che, come questa guerra cominciò col

sangue di mio fratello e mio, così ancora finisca per le mie mani; ed

io desidero solo che la vita e la morte, e ’l male e ’l bene mio sia

benefizio della città. Che se gli avversarj non vogliono altro che me,

mi avranno liberamente nelle mani: se vogliono altro, s’intenderà, ed a

me pare essere certo che tutti i nostri cittadini si disporranno alla

difesa della libertà come sempre hanno fatto i padri nostri. Vommene

con questa buona disposizione, e senza alcun altro rispetto che del

bene della città; e prego Iddio mi dia grazia di fare quello ch’è

obbligato ciascun cittadino per la sua patria».

Si presentò di fatto a Ferdinando (1480), il quale lo ricevette con

solenni dimostrazioni; e tocco da tale fiducia, o forse persuaso

da quanto esso gli espose intorno alle vendette che i Fiorentini

potrebbero fare chiamando in Italia il re di Francia, erede delle

ragioni di casa d’Angiò sul trono di Napoli, patteggiò la pace,

restituendo a Firenze tutti i luoghi presi. I Veneziani che s’erano

chiariti per Lorenzo, si trovarono allora soli esposti alle armi

nemiche; sicchè esclamandosi traditi, non aborrirono dall’eccitare i

Turchi a ricuperare le terre italiane, dipendenti in antico dall’Impero

orientale. Il gran visir Acmet Breche-Dente dalla Vallona sbarcò

(agosto) presso Otranto (pag. 231), e mandatala a sacco e sangue, e

lasciatavi forte guarnigione, andò a raccogliere altre forze. Tutta

Italia ne sbigottì: il papa accingevasi a fuggir oltremonte, mentre

consentiva alla pace coi Fiorentini ed eccitava gl’italiani all’arme,

abbandonando l’ambìta Siena. In fatto Alfonso di Calabria assalì

vigorosamente Otranto, la cui guarnigione, perduta la fiducia di nuovi

soccorsi alla morte di Maometto II, capitolò (1481).

La qual morte restituì baldanza ai principi cristiani, quasi con lui

cessasse ogni pericolo; e invece di unirsi cogli altri potentati

d’Italia per assicurarla dai Turchi, ed assalirli intanto che li

snervava la discordia tra’ figliuoli di Maometto, e che tutti i nostri

soldati, incaloriti dalla vittoria, gridavano A _Costantinopoli_, re

Ferdinando prende per sè tutte le armi e l’artiglieria, e si vendica

de’ Veneziani eccitando Ercole d’Este duca di Ferrara suo genero ad

impacciare il commercio di quelli sul Po. Così passioni malevole e

basse conciliano alleanze o infocano nimicizie.

I dominj del duca di Ferrara faceano gola al papa non meno che a

Venezia, attesa la loro situazione. Venezia si doleva che Ercole

tirasse il sale da Comacchio, e impedisse il Po a quello de’ Veneziani,

i quali ne tolsero motivo di dichiarargli guerra, prendendo capitani

(1484) Roberto Sanseverino, Roberto Malatesta, il marchese Gonzaga, i

conti Rossi di Parma e Torelli di Guastalla, altri de’ Fieschi e de’

Frangipani. Il papa fa causa con loro; e perchè Ferdinando non spedisca

soccorsi a suo genero, arma nelle Marche.

Tutta Italia fu arruffata da questo miserabile piato. Col duca

stavano Federico di Montefeltro e i Milanesi, e sedici savj di guerra

dirigevano le mosse; fazioni si mescolarono ad assedj e saccheggi;

le truppe di Ferdinando disputaronsi i Polesini del Po, ed ebbero a

soccombere al clima: ma in quel bollimento generale neppure una giusta

battaglia fu combattuta. Il papa aveva blandito Venezia soltanto per

farla stromento alle nepotesche ambizioni; e quando vide poter meglio

soddisfare coll’abbandonarla, fermò il piede col re di Napoli e col

duca di Ferrara, e pose Venezia all’interdetto, come turbatrice della

quiete d’Italia, e insidiatrice di Ferrara, dovuta alla santa Sede.

Venezia, non badando alla condanna, ordina si continuino i riti,

ed appella al futuro concilio; e la guerra è proseguita con ingenti

sacrifizj e reciproci disastri[124].

Finalmente si arrivò alla pace di Bagnólo (1484 7 agosto), nella quale

Venezia cedeva il conquistato e ricuperava il perduto e i diritti di

navigazione sul Po, il Polesine di Rovigo, la privativa del sale: il

duca di Ferrara dovea rinunziare ai primitivi possessi della famiglia

d’Este: i Rossi, conti di San Secondo, perdeano tutti i dominj: nulla

aveva potuto il papa guadagnare pe’ nipoti suoi. Il trattato stesso

costituiva una lega italiana a comune difesa, de’ cui eserciti sarebbe

capitano Roberto Sanseverino, con diecimila ducati annui dal papa,

altrettanti dal re di Napoli, cinquantamila da Venezia e così dal

duca di Milano, diecimila da Firenze, e dai duchi di Ferrara, Modena e

Reggio.

Questo trattato segna un’êra nuova nella storia patria. Quando nel 1453

Nicolò V pacificava la penisola onde opporla ai Musulmani, si fece il

primo atto di concordia fra i potentati italiani. Poi nel 1470 Milano,

Napoli, Firenze, Roma s’alleavano contro il soverchiare di Venezia,

la quale unendosi poi a loro, costituiva una lega generale. Ora ecco

di nuovo l’Italia alleata contro Venezia, e finirsi con una generale

federazione. L’atto mostrasi come opera di pacificazione e di progresso

nazionale, come il termine d’infinite rivoluzioni. È necessità

di natura (vi è detto) cominciar dal male, dai disordini, dallo

scandalo; ma è legge di ragione arrivare alla concordia che nutrisce

la tranquillità, genera il ben essere, moltiplica i popoli, crea

l’abbondanza, propaga l’umanità. A tal uopo le potenze si perdonano i

danni e le guerre, _in qual sia modo fatte_, le rapine, gl’incendj, le

uccisioni, e senza frode o reticenza o cavillo giurano perpetua pace,

confederazione, unione e lega. Ogni memoria di Guelfi o Ghibellini

è abolita, dacchè si uniscono senza badare a origine o a storia;

promettendo al papa non dar mano ai baroni del suo paese, riconoscono

l’indipendenza degli Stati; assoldando un capitano comune vengono a

stabilire la base di tutte le federazioni, cioè che tutti i confederati

formano uno Stato solo contro il nemico, pur rimanendo distinti e

sovrani ciascuno; ma senza aspirare ad una matematica eguaglianza fra

loro, giacchè la somma da contribuire proporzionavano all’estensione

geografica. Il fatto irregolare ma storico della loro vicinanza vien

dunque dagli Stati italiani sottomesso a idee chiare; e se non tutta

Italia v’era compresa, se riservavasi _protocollo aperto_ al re di

Castiglia, è notevole però che dell’imperatore non si far pur cenno, e

il papa v’è considerato come un semplice signore; sepellendo così sotto

la concordia federale i due eterni fomiti delle disunioni. Fosse stato

per sempre!

La pacificazione d’Italia forse accelerò la morte (13 agosto) di quel

che sempre l’avea turbata, Sisto IV; «e fu (dice Machiavelli) il primo

che cominciasse a mostrare quanto un pontefice poteva, e come molte

cose chiamate per l’addietro errori, si potevano sotto la pontificale

autorità nascondere. Questo modo di procedere ambizioso lo fece più dai

principi d’Italia _stimare_, e ciascuno cercò di farselo amico». Mai

non si era così indegnamente trafficato nella curia: ne dichiarò venali

le cariche pubblicandone la tariffa; cercò guadagno dal distribuire i

benefizj e la porpora; mercatò di perdonanze; da’ sudditi smunse quanto

potè, e massime col fare incetta, poi procurare carestie artefatte

fissando egli stesso il prezzo, o mandandone fuori quando il potesse

a vantaggio, e traendone del cattivo pe’ suoi. Qualche volta piacevasi

vedere i soldati duellar fino a morte, e le scalee di San Pietro ebbero

a contaminarsi di sangue.

Appena Sisto spira, amareggiato dai falliti disegni, il palazzo de’

suoi nepoti è demolito, saccheggiati i pieni granaj; i Colonna, da

lui perseguitati, rientrano, e si mantengono coll’armi alla mano. I

cardinali si sforzarono di ovviare nuovi disordini collo stabilire

per capitolazione, il papa non potesse nominare più che un cardinale

della propria famiglia, governasse di concerto col sacro collegio,

e massime per alienare feudi della Chiesa dovesse ottenere due terzi

dei voti: ma meglio di questi sempre elusi ripieghi avrebbe giovato il

determinarsi ad una buona scelta. Fu detto che promettendo a ciascun

cardinale pingui posti e l’entrata di quattromila fiorini, ne ottenesse

i voti Giambattista Cybo genovese, che assunse il nome d’Innocenzo

VIII, e che le pasquinate dissero, a ragione chiamarsi padre,

poichè aveva sette figli naturali. Per questi legami e per debolezza

lasciavasi menare da indegni favoriti, che s’abbandonavano a sfrontata

venalità: Franceschetto Cybo s’impinguava col concedere impunità fino

ai masnadieri, di cui Roma era divenuta tana; di che il suo cameriere

con indegna celia lo scagionava dicendo che Dio non vuol la morte del

peccatore, ma che paghi e viva. Costui, che fu lo stipite dei duchi di

Massa e Carrara, consigliò il papa a creare una quantità d’impieghi,

per venderli caro a persone, le quali poi si rintegravano col far

mercato delle grazie apostoliche. Alcuni scrivani falsarono anche bolle

ed assoluzioni preventive per ogni sorta disordini: scoperti, furono

condannati a morte: si esibì pel loro riscatto cinquemila ducati, ma

pretendendosene sei, e non potendo trovarli, salirono al patibolo[125].

Non si dimentichi che questi aneddoti ci vengono da impurissima

fonte, come sono le ciancie d’anticamera, e le impudenze d’una cronaca

scandalosa; dalla quale si raccorrebbe perfino che colla trasfusione

del sangue di tre fanciulli tentasse Innocenzo prolungare la vita,

che i predecessori suoi versavano con santa generosità. Questo

deterioramento de’ pontefici doveva giustificare il flagello che già

fischiava in aria.

Le _prammatiche_ di re Ferdinando aveano principale scopo il

reprimere i baroni, proibendo esigessero dai vassalli oltre quello

che permettevano le costituzioni, nè gl’impedissero di vendere i

possessi a piacere; sottoposti tutti i beni all’estimo; ai magistrati

regj concesso di procedere d’uffizio in ogni misfatto, anche senza

querela della parte offesa; perseguitare i masnadieri e gli usurai in

qualsifosse luogo. Tale robustezza s’addiceva a tempi, in cui per tutta

Europa i re accentravano l’autorità pubblica, sparpagliata da prima;

ma rendeva Ferdinando esoso ai baroni, mentre a tutti spiacevano le

sue crudeltà nel punire, e l’avarizia esercitata con sozzi monopolj,

coll’accaparrare l’olio e il grano per rivenderli cari, col dare ai

villani de’ majali da ingrassare.

Peggio esacerbavano i fieri portamenti di suo figlio Alfonso di

Calabria. Costui (1485) fa proditoriamente arrestare Pietro Lallo

conte di Montorio, la cui famiglia da un secolo tenea il primato in

Aquila, ed occupa questa città. Essa lo caccia a furia, e si esibisce

ad Innocenzo VIII, col quale si collegano i principali baroni come a

signore sovrano del regno, ed a Ferdinando espongono i loro richiami,

e chiedono di non dover comparire in persona ai parlamenti, temendo

esservi presi e morti come i loro compagni; potere armar gente a difesa

dei proprj distretti, e mettersi al soldo di qualunque potenza non

fosse in guerra col re; questo non gravasse di straordinarie imposte

i loro vassalli, nè vi ponesse a quartiere le sue truppe. Ferdinando

finse darvi ascolto per guadagnar tempo e sconnetterli; ma essi,

accortisi del tranello, e risoluti di non cadere sotto all’aborrito

Alfonso, alzan bandiera papale in aperta rivolta: i Sanseverino, i

Del Balzo, gli Acquaviva, molti conti e principi e cavalieri, tra

cui il grand’ammiraglio, il gran siniscalco, il gran connestabile,

li secondano; il conte di Sarno, nobile antichissimo eppur dato ai

traffici con tanto utile che il re medesimo volle entrar seco in

società; Antonello Petrucci, che pe’ suoi talenti divenuto secretario

regio, accumulò onori e ricchezze e collocò altamente tutti i

figliuoli.

Ma i potentati vicini in cui fidavano, rimangono indifferenti od

ostili; il duca di Lorena, erede delle pretensioni angioine, che avea

promesso venire a soccorrerli, non giunge; Roberto Sanseverino valoroso

condottiero, messosi con loro, è sconfitto; Innocenzo VIII, che forse

gli aveva sobillati, si riconcilia con Ferdinando. Costretti a impetrar

pace, ottengono piena perdonanza dal re, il quale (1487) lascia al papa

Aquila ed i baroni che gli avevano fatto omaggio. Il trattato ebbe la

garanzia del papa, del re di Spagna, del re di Sicilia; eppure era un

lacciuolo. Appena i baroni ebbero deposte le armi, Ferdinando sollecitò

le nozze del figliuolo del conte di Sarno con una sua nipote, e tra le

feste e i balli fece arrestare lo sposo, il padre, il Petrucci e molti

baroni; poi, volendo quelle apparenze di giustizia che colà si sanno

troppo simulare, nominò una giunta e quattro pari, che li condannarono

a morte. E fu eseguita inesorabilmente; al fisco i loro beni,

perseguitati gli aderenti e uccisi chi in segreto, chi in pubblico,

nemmanco perdonando i fanciulli; appena la Bandella Gaetana potè fra

romanzeschi pericoli salvare i suoi figli, principi di Bisignano.

In secolo di tante perfidie questa rimase più famosamente esecrata;

e benchè Ferdinando mandasse a stampa il processo de’ baroni, non

risonava che un concerto di maledizioni. Innocenzo, cui egli ritolse

Aquila e ricusò il tributo promesso, lo proferì decaduto, e invitò

a quel trono Carlo VIII di Francia; principio di nuovi disastri

all’Italia.

A Firenze la congiura de’ Pazzi, come avviene dei tentativi falliti,

crebbe potere a Lorenzo, e più quando riuscì ad una pace, indarno a

lungo, maneggiata da consiglieri e ambasciatori. Cosmo avea provato

tutti i guaj e pochi frutti della dominazione, perchè nuova, e perchè

capo d’una fazione irrequieta, il diriger la quale gli costò più

che non il vincere l’avversa. Anche a suo figlio riuscivano impaccio

quei che pareano sostegni. Ma il pericolo di Lorenzo eccitò quella

devozione, ch’è singolare avviamento alle signorie smisurate; e gli

fu conferita autorità principesca, ch’egli adoprò a consolidare la sua

famiglia, non più col violare la costituzione, ma col fortificarla.

Diciassette riformatori ridussero a metà il tre per cento che pagavasi

pel debito pubblico, espediente che campò lo Stato dal fallire. Lorenzo

stesso, imputato di riparare col pubblico denaro le perdite al suo

privato cagionate dal lusso e dalla dissipazione de’ suoi agenti, non

trovò più decoroso il continuare i traffici, e ritirati i capitali,

gli investì in terreni: col quale espediente separò i proprj negozj

da quelli dei cittadini, che quasi interesse proprio aveano sostenuto

i suoi padri. Creò l’ultima balìa per istituire una magistratura

legislativa, di cui sin allora aveasi mancanza, e che dovea formarsi

di settanta membri e de’ gonfalonieri che man mano uscivano di carica,

ed essere consultata sopra tutti gli affari pubblici prima che gli

altri collegi deliberassero, nominare agli impieghi, amministrare il

tesoro. Così lasciava sussistere le forme repubblicane, ma se le facea

stromento al dominare. I settanta condussero il governo con quiete

e gloria, ma dipendente all’intuito dal principe, il quale avendo a

spendere ben poco ne’ magistrati, volgeva il denaro ai vantaggi suoi

domestici, e a sedurre, comprare o ammollire gli antichi repubblicani,

predisponendoli alla servitù de’ suoi successori. Sebbene però il

governo allora introdotto fosse tutto materiale e di speculazione,

Firenze n’ebbe la pace di cui tanto avea mestieri, e considerò quello

come il tempo suo più lieto: solita ventura de’ governi che succedono

a lunghi turbamenti, e a cui i popoli fanno merito del male che non

commettono.

Ormai tutta Toscana obbediva a Firenze, a patti o a forza essendosi,

da Siena in fuori, assoggettate le città e le signorie (pag. 244).

Pietrasanta, posseduta dal banco genovese di San Giorgio, fu ripigliata

dai Fiorentini nel 1484. Antonio Pucci, commissario di quella guerra,

insisteva presso il capitano perchè desse la battaglia; e questo

«dimostrava molte difficoltà’, e che vi si farebbe una beccheria

d’uomini. Il Pucci, veduta la sua pusillanimità o malizia, fece un

colpo da savio, e disse: _Orsù, capitano, datemi la vostra corazza, ed

io andrò a dare battaglia, e voi rimarrete con questi altri commissarj

a provvedere il bisogno_. Tali parole furono dette con tanta efficacia,

che il governatore si vergognò e, _Io v’ho detto il parer mio; niente

di meno farò il vostro_; e così dettono una grandissima battaglia,

in modo vi morì di molta brigata, e feriti da ogni banda. Di che il

Pucci usò un altro colpo di savio, accompagnato colla carità: che

andò, e fece rassettare tutti i feriti, e andogli a visitare e seco

il medico, e raccomandarli loro, e baciavali e commendavali, e seco

anche il cancelliere con denari, e diceva: _Orsù, fratelli, chi ha

bisogno di denari lo dica_; e davane loro e confortavali che non

temessino di niente. Quelle parole e fatti furono di tal efficacia

appresso a’ feriti come a’ sani, che si sariano buttati per marzocco

nel fuoco; e parea loro mill’anni si desse l’altra battaglia. E come si

dette, aveano dimenticato i pericoli, e mai si spiccarono che presero

Pietrasanta: e se passava quindici giorni, bisognava levarsi da campo

con vergogna e danno» (CAMBI).

Nell’87 si ricuperò Sarzana, stata tolta dai Fregosi. Volterra,

sollevatasi nel 49, fu punita; poi essendosi nel 72 scoperta una ricca

allumiera a Castelnuovo, i cittadini ne pretendeano la proprietà, e

negata, si ribellarono. I Fiorentini mandarono Federico d’Urbino, che,

assediata la città, la ridusse a capitolare: ma mentre se ne trattava,

un Veneziano nascostamente introdusse i soldati, che si buttarono al

sacco, invano trattenuti dal conte d’Urbino, che fece anche impiccare

il Veneziano. Così Volterra tornò ai Fiorentini, non più come alleata

ma suddita, senza privilegi, e tenuta in senno dalla torre del Maschio,

una delle peggiori prigioni di Stato.

Lorenzo frametteasi alle quistioni politiche d’Italia, e spesso

opportunamente; per esso gli Estensi ottennero la pace di Bagnolo che

li salvò; per esso gli Aragonesi la quiete dopo la congiura de’ baroni;

per esso Innocenzo VIII la sommessione di Bocolino de’ Gozoni, che,

sollevata Osimo, invitava i Turchi a sostenerlo; per esso fu all’Italia

ritardata l’invasione dei Francesi, inuzzoliti dalla chiamata di Sisto

IV. Era egli stato educato squisitamente da Cristoforo Landino, dal

greco Giovanni Argiropulo, da Marsilio Ficino, e dalla propria madre

Lucrezia Tornabuoni, protettrice e intelligente delle lettere. Vi unì

abilità in tutti gli esercizj del corpo; e il torneo, dove giovinetti

armeggiarono esso e il fratello, eccitò il Poliziano a comporre le

più belle ottave che ancor si fossero udite. Educava egli stesso

domesticamente i suoi figliuoli[126], e come d’erudizione, così era

pieno d’arguzie; e motti e burle di lui abbondano nelle raccolte di

quel tempo.

Venuto poi a capo dello Stato, meritò il titolo di Magnifico per lo

splendore onde tenne corte; chè corte veramente potea dirsi dacchè era

trattato alla pari dai principi, sebbene non portasse titolo. Faceasi

talora incaricare dai Fiorentini della esecuzione di qualche opera

utile, che egli stesso avea suggerita, e dove metteva del proprio. Le

case antiche, un tempo pari alla medicea, per quanto ricche e numerose,

più non comparivano che da suddite. Ridotti uniformi i voleri, segreti

i consigli, arbitraria la erogazione del pubblico denaro, accomodata

la città di nuove vie, e fortificatala contro i nemici, potè volgersi

alla politica esteriore, e tener le bilancie d’Italia in modo, che gli

stranieri non vi prevalessero.

So che, quanto fu stile l’esaltarlo durante la dominazione de’ Medici,

così il denigrarlo sotto gli Austriaci, e più dai moderni come autore

della susseguita servitù. Chi negherà ch’e’ vi trovasse preparato

il paese? e che libertà era quella, dove i cittadini migliori erano

stati proscritti? La nuova generazione avea perduto quel sentimento

del vivere franco e del concorrere al governo e al ben della patria,

ch’era parso felicità ai loro maggiori. Tra siffatti è agevole a

pochi sommovitori il turbare la quiete col pretesto della libertà; e

il reprimerli è dovere d’un capo restauratore. Un Frescobaldi tramò

d’uccidere Lorenzo, e fu mandato alla forca; Baldinotto Baldinotti

il tentò pure, e fu col figlio trascinato per le vie di Pistoja; e il

popolo, non che irritarsene, applaudì.

Siccome Augusto, adoperò a restituire i Fiorentini dalla vita pubblica

alla domestica, ma non trascese le condizioni di primo cittadino di

paese libero. L’ambizione di lui dovea pur restare lusingata allorchè,

dall’alto della sua villa, osservava questa città, bellissima di

antiche e nuove grandezze, dove Arnolfo, l’Orcagna, Masaccio aveano

insignemente attestato il risorgere delle arti, e Brunelleschi

fabbricato Santo Spirito, la più bella delle chiese, preparato nel

palazzo Pitti una futura reggia, e lanciata la meravigliosa cupola

della cattedrale, a cui la cedeva appena Santa Croce; Santa Maria

Novella appariva ornata e vaga come una sposa; San Lorenzo era stato

finito da Cosmo con quarantamila fiorini; con trentaseimila quel

convento di San Marco, nel quale già predicava una voce potente, che

fra poco dovea diventare formidabile. Contemplarla, e poter dire, —

Questa città è mia!» Vero è bene che Lorenzo udiva ancora fremiti

e minaccie repubblicane; ma li soffogava sotto i canti delle muse

ammansate e lo splendore delle arti belle e delle utili.

Allora «i giovani, più sciolti dell’usitato, in vestiri, in conviti,

in altre simili lascivie oltremodo spendeano; ed essendo oziosi,

in giuochi ed in femmine il tempo e le sostanze consumavano; e

gli studj loro erano apparire col vestire splendidi e col parlare

sagaci e astuti, e quello che più destramente mordeva gli altri,

era più savio e da più stimato» (MACHIAVELLI). Esso Lorenzo con

pompose mascherate offriva esercizio a pittori, a poeti, a musici,

ad artieri, e distrazione al vulgo; imitava il parlare contadinesco

nelle graziosissime stanze della _Nencia da Barberino_; nei _Beoni_,

contraffacendo Dante, mordeva i compagnoni del suo tempo, e dava il

modello delle satire in terza rima; nel teatro rinnovato chiamava

ad applaudire all’_Orfeo_ del Poliziano, reminiscenza classica, ed a

_misteri_ da lui stesso composti, prolungazione del medioevo. L’Ombrone

porta via l’isola Ambra, ch’egli aveva ornata d’ogni piacevolezza?

Lorenzo ne canta l’innamoramento d’un Dio e la metamorfosi, colla

facilità di Ovidio. Dai suoi scritti trapelano l’amore dell’indagine

filosofica, la vaghezza della vita casalinga e campestre, lontana

dalle brighe e dalle noje del comando. Nuovi fiori avea trapiantati

dall’Oriente alla sua villa di Careggi, bufali d’India vi ruminavano

erbe insolite[127]; e benchè l’esservi già per tutto mecenati, scuole,

biblioteche, non rendesse più così necessario ed insigne il favorire le

lettere come sotto Cosmo, pure Lorenzo cercava libri dappertutto[128],

fin a dire — Vorrei me n’offrissero tanti, che dovessi impegnare

i miei mobili per comprarli»; e avrebbe bramato che a Pico, che al

Poliziano, che agli altri amici nulla mancasse nella sua biblioteca

di quanto occorreva all’erudizione loro o alla curiosità. Ebbe un

orologio astronomico ingegnosissimo: fece porre in Santa Maria del

Fiore un busto di Giotto, e un mausoleo a Filippo Lippi, giacchè gli

Spoletini non gliene vollero cedere le ossa. La raccolta di sculture

antiche, cominciata dal Donatello, e che alla morte di Cosmo fu

stimata ventottomila fiorini, egli crebbe e dispose ne’ giardini

perchè servisse di scuola a giovani, che stipendiava o donava acciocchè

coltivassero le arti, uno de’ quali fu Michelangelo Buonarroti, di cui

indovinò e coltivò il genio volendoselo compagno e commensale. Quella

corona di dotti fiorì lo studio di Pisa da lui aperto il 1472, e a gara

esaltò Lorenzo ai contemporanei ed agli avvenire, sin a farlo credere

un grand’uomo[129].

Addolorato del corpo, lasciava gli affari ai figli Giuliano e

Pietro; mentre vedeva straccarico di benefizj ecclesiastici, e a soli

quattordici anni vestito cardinale l’altro, che poi doveva essere Leone

X. Alla campagna o ai bagni di Siena e della Porretta alleviava la noja

e gli spasimi colle erudite adunanze, dove il Ficino gli parlava di

Platone; il Landino, il Merula, il Leoniceno, il Calderino, d’Orazio,

di Virgilio, d’Ovidio; il Pulci lo spassava col recitargli le lepide

avventure degli eroi. Subì la comune sorte a soli quarantaquattro anni

(1492); «nè morì mai alcuno, non solamente in Firenze, ma in Italia

con tanta fama di prudenza, nè che tanto alla sua patria dolesse»

(MACHIAVELLI). Il gonfaloniere della repubblica si vestì di bruno; il

papa e i principi mandarono ambasciadori a condolersene colla patria,

come di pubblico lutto.

Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15) · 第 17 / 31 题