Toscana. Tumulto de’ Ciompi. I Medici sormontano.
Torniamo ora gli sguardi verso l’Italia, dove la prisca infinità di
Stati è ormai riunita attorno a quattro principali, Lombardia, Toscana,
Stato Pontifizio, Napoli; e diciamo di ciascuno in particolare, dopo
esaminatene le vicende comuni.
Di Firenze l’età poetica può ritenersi chiusa colla morìa del 1348,
che vi uccise centomila uomini, alterò i costumi per le fortune
accumulate, e rincarì i salarj degli operaj. Nel 1352 una banda di
ladri, fingendo dar serenate a questa o a quella signora, pregava i
viandanti non passassero da quella via per non disturbare i suoni e gli
amori, e intanto svaligiava le case. Scoperto l’artifizio, ed esserne
capo Bordone Bordoni di famiglia primaria, il Filicaja confaloniere di
giustizia volea prenderne severa punizione; ma i parenti interposero
uffizj e denaro, tanto che i priori cassarono i collegi del
gonfaloniere. Questo, risoluto a voler eseguita la legge, abdicossi
della dignità e partì per Siena; ma il popolo cominciò ad esclamare che
non rendeasi più giustizia, e tumultuò a segno che fu forza richiamare
il Filicaja, il quale fece troncar la testa al Bordoni, esigliò i
complici, e al fine del magistero n’ebbe un premio di duemila fiorini.
Firenze procurò riparare a que’ danni istituendo l’Università, e poco
poi, ad istanza del Boccaccio, una cattedra di greco, la prima in
Occidente; potè assodare il suo dominio su Prato; occupò Volterra,
sottraendola alla tirannia di Bocchino Belforti. La sua sommissione a
Carlo IV non ha altro valore, se non dei centomila fiorini con cui ne
comprò la conferma de’ suoi privilegi; e nelle altre città non valse
che a rinfocare le dissensioni interne, le quali al partire di Carlo
proruppero, peggiorate dalle bande mercenarie, delle quali vedemmo come
trionfasse.
Tardi era sorta a libertà, e solo al chinare degli Svevi e col favore
dei papi; onde non soffrì i primi trambusti di quella gran rivoluzione
nè la lotta col Barbarossa, e potè far senno dell’altrui esperienza;
per forza o per trattati ridusse alle leggi comuni i signori vicini, e
si spiegò francamente papale; e con tanti magistrati, tutti elettivi e
di brevissima durata, otteneva che molti s’interessassero alle fortune
patrie, e negli uffizj acquistassero pratica, franchezza, largo e
generoso vedere.
Le proposizioni erano dalla Signoria presentate al consiglio del
_popolo grasso_ di cento persone; indi passavano all’assemblea,
composta del consiglio delle capitudini delle arti maggiori, e di
quello di credenza d’ottanta cittadini; in terza istanza venivasi
al consiglio del podestà, di ottanta membri, fra nobili e plebei:
dopo di che l’assemblea generale di tutti questi consigli votava,
e attribuiva forza di legge all’ordinanza. Tale forma variò nelle
particolarità, ma durò nel proposito di togliere la decisione suprema
al potere esecutivo, per affidarla a consigli popolari, ne’ quali
erano rappresentate tutte le forze vive della nazione, impedendo la
preponderanza d’un consiglio col riservare la definitiva risoluzione
all’assemblea generale.
Dappertutto le prime risoluzioni comunali furono piuttosto dovute
ai nobili, vale a dire della stirpe degli antichi conquistatori
e possidenti, che formatisi in comune, si volevano assicurare e
governare. Ma ben presto le società degli artigiani e i piccoli
possidenti fecero dare alla rivoluzione un secondo passo, eguagliandosi
alle antiche famiglie nella giustizia, negli uffizi, nei pesi. In
qualche luogo anzi vi si sovrapposero, e questo fu il caso di Firenze,
dove i nobili rimanevano esclusi da ogni impiego, le sole arti
partecipandovi; sicchè le famiglie che vi aspirassero, dovevano farsi
scrivere sulla matricola di qualche maestranza. Dante apparteneva a
quella degli speziali, e non rifina di declamare contro i villani
d’Aguglione, di Campi, di Certaldo, che erano venuti a Firenze a
imbastardire la semenza santa degli originarj, discendenti dai Romani.
Però nelle genti nuove non tardò a formarsi un’aristocrazia, le arti
maggiori e le minori erano gerarchicamente disposte, e tutt’occhi ad
escludere chi non fosse del loro numero.
Giano Della Bella represse viepiù i nobili col sancire non fosse
eleggibile se non chi realmente esercitava un arte: poi la potenza
collettiva de’ priori fu personificata nel gonfaloniere di giustizia,
che doveva presedere alla esecuzione di questa, eletto a due gradi dal
popolo, e con una guardia di mille, poi fin quattromila uomini, talchè
ben presto divenne il primo magistrato, e dirigeva a suo senno gli
affari pubblici.
A tutti i cittadini non nobili erano aperte le cariche; ma era
_divieto_ che due dello stesso casato sedessero contemporaneamente
nelle primarie. Le antiche famiglie essendo allargate in più rami, e
gelose di conservare i nomi tradizionali, cadevano spesso in questa
esclusione; quasi mai le nuove, le quali non conosceano tampoco due
generazioni di loro parenti: sicchè il governo veniva a persone sempre
meno esperte degli affari, e ai Guelfi di vecchio ceppo surrogavansi
Ghibellini.
Come contro gli antichi il _divieto_, così contro i nuovi militava
un altro statuto. Fin dal 1266 erasi cominciata l’amministrazione
della massa guelfa, con capitani di parte, due plebei e due
cavalieri, rinnovati ogni bimestre, e in continuo aumento di potenza
e d’arroganza. Nel 1358 Uguccione de’ Ricci, di famiglia emula degli
Albizzi, fece stanziare che, se un Ghibellino o non vero Guelfo
occupasse un impiego pubblico, incorresse una pena, che poteva essere
dalle cinquecento lire fin alla vita, in arbitrio del podestà, e sovra
deposizione di sei testimonj, approvati dai capitani di parte e dai
consoli delle arti. Questa legge, nuovo testimonio dell’esorbitare
delle fazioni, tendeva ad escludere chi possedesse meno di cinquecento
lire, e chiunque sgradisse ai capitani della massa guelfa. I priori
se ne avvidero e la tagliarono, pure modificata passò; ai capitani ne
furono aggiunti due artigiani, e portati a ventiquattro i testimonj
richiesti; ai due posti de’ cavalieri potevano aspirare anche i nobili;
e qualora uno, eletto ad un seggio della Signoria, fosse sospetto di
pensare ghibellino, verrebbe ammonito acciocchè non si esponesse al
pericolo della multa.
Era un sindacato terribile pei magistrati, e riduceva le elezioni in
mano de’ capitani di parte. Questa specie di terroristi esercitavano
con prepotenza l’infausto diritto di molestare i concittadini;
cercavano si votasse a palla scoperta per influire più efficacemente;
e una volta non riuscendo bastanti i voti, Bettino Ricasoli fece
serrare il palagio, e nessuno n’uscirebbe sinchè, al dispetto di
Dio e degli uomini, due non fossero dichiarati ghibellini; e da
ventidue volte uscito vano il partito, finalmente per istracchezza
fu votata l’ammonizione. Non era più l’antico fervore per la Chiesa
e per l’Impero, ma libidine di occupare gl’impieghi, di escluderne i
concorrenti, di far vendette[98]; e di tal passo viepiù restringevasi
l’oligarchia. Questa, comunque ella fosse salita al potere, vi mostrava
abilità e vigore; reprimeva i tentativi fatti per abbatterla, snidava
gl’incomodi castellani, e cercava il prosperamento della patria.
Ma potea sperarsi di dar consistenza a un governo, dove ogni impiego
era attribuito dalla sorte, e rinnovato a brevi termini? Fuor di
esso formavasi un partito che realmente dirigeva la repubblica, e
che divenuto robusto, ricorreva al suffragio universale onde farsi
attribuire la _balìa_, cioè potere dittatorio, affidato a parecchi
membri, i quali rinnovavano le borse ponendovi nomi della loro
parzialità, esigliavano quei della contraria, estorcevano denari con
mezzi arbitrarj, e cessando lasciavano la repubblica nella stessa
altalena fra l’anarchia e l’arbitrio.
Pertanto nella città, o a dir meglio ne’ varj Comuni che la
componeano, distinti per fazione, per quartiere, per arte[99], forma
stabile di reggimento non aveasi; e, al contrario di Venezia, tutto
parea costituito per fare che gl’individui campeggiassero, mentre
illanguidivano i corpi dello Stato. Quindi il cadere dell’uno e
succedere dell’altro cangiava i partiti e partoriva violazioni di
diritti, ma non ne derivava mutamento alla costituzione, non alla
politica esterna.
Le case antiche mettevano ogni opera a mantenere la purezza guelfa
coll’applicare severamente l’_ammonizione_, e così eliminare
gli uomini nuovi, inclinando perciò all’aristocratico. Le nuove
pretendeano si levasse la nominale distinzione di Guelfi e Ghibellini,
spalleggiando l’opinione democratica. Gli antichi plebei guelfi, che
allora cominciavano a chiamarsi la nobiltà popolana, si schieravano
cogli Albizzi; coi Ricci, intitolati ghibellini, parteggiavano gli
Strozzi, gli Alberti e i Medici, famiglia salita in molta ricchezza
col commercio, e disertata dai nobili popolani. Gli otto della guerra
contro il papa addicevansi tutti a questa fazione come amici di
Bernabò, e parvero farla sormontare col resistere a forza spiegata
contro ai pontifizj. Gli Albizzi, forti dell’appoggio de’ vecchi nobili
e di chiunque era geloso degli otto della guerra, si schermivano
ammonendo, e rivalsero quando il popolo disse risolutamente: — Sono
stanco dei sacrifizj e della scomunica».
Gran colpo l’interdetto a città così fedele alla Chiesa: ma non che si
esacerbassero, gli animi si compunsero; «in ogni chiesa si cantavano
alla sera le laude, assistendovi uomini e femmine innumerevoli, e
spendendovi senza misura in cera e libri e simili occorrenze; ogni
giorno processione con reliquie e canti musici, e sin fanciulli di
dieci anni entravano nelle compagnie di Battuti; e più di cinquemila
n’andavano talora alle processioni, e fin ventimila nelle processioni
generali; e quei che assistevano alle prediche, orazioni, digiuni,
erano il cento per uno di quando si dicea la messa; molti giovani
nobili si ritirarono in gran penitenze a Fiesole, e convertivano
peccatrici, e benchè ricchi andavano ad accattare pei convertiti»
(MARCHIONNE). Poi insultavano ai fautori della guerra, e quando
scendevane alcuno dal palazzo «e’ gli dicevano: _Or va, fa guerra
colla Chiesa_, picchiavangli le panche dietro, facevangli le corregge
colla bocca, e così infino a casa lo rimetteano». A questo universale
desiderio e alle parole di santa Caterina bisognò piegarsi, presentare
le scuse al papa, e conchiudere pace. Allora i Ricci si trovano a
terra, ed esclusi dalla Signoria per la legge appunto che essi aveano
provocata; onde diguazzarono fazioni, sinchè una balìa dei dieci della
libertà per cinque anni vietò da ogni magistratura tre membri d’ambedue
le famiglie.
Così la tirannide degli oligarchi montava sempre più, blanditi da
tutti quelli che li temeano; finchè si trovarono alcuni buoni, che
opposero coraggiosa resistenza (1378). Silvestro di Alamanno de’
Medici, rettissimo cittadino, intraprendente, e caldo avversario de’
Ricci, essendo tratto gonfaloniere, fece istituire una balìa, la quale
ammaccò l’autorità dei capitani di parte, e lenì la severità contro
gli ammoniti e sospetti ed esuli ghibellini, lasciando loro speranza
della patria e degl’impieghi. Il popolo, che affollato sulla piazza
de’ Signori, avea fatto passare queste leggi contro la stabilita
oligarchia, e saccomannato le case degli Albizzi, degli Strozzi,
dei Buondelmonti e d’altri guelfi[100], temette che allo sbollire
cominciassero i castighi; onde, sollecitato dagli ammoniti, combinò
leghe di tanta forza, che la Signoria non osò punire i capi faziosi,
sebbene li conoscesse.
Ma nella democrazia la classe inferiore tramesta sempre per collocarsi
a fianco alla sovrastante, per vedersi poi ella stessa invidiata e
battuta da una più bassa. Quando la città si divise in arti, giudicata
ciascuna da proprj capi nelle controversie civili, alcuni esercizj
inferiori non formarono corpo, ma vennero considerati subalterni
ad altri (1378); e per esempio, tintori, tessitori, cardatori di
lana furono aggiunti ai drappieri. Ne nasceva che costoro, o quei
che andavano a giornata, se si querelavano in giudizio, trovassero
talvolta per giudici i proprj padroni od i consorti de’ loro avversarj.
Perciò pieni di corruccio, e temendo d’essere puniti de’ passati
subugli, i plebei o Ciompi cominciarono a brulicare, poi levandosi
in armi (20 luglio), tolsero al bargello quelli che la Signoria
avea fatti arrestare, incendiarono le case del gonfaloniere e de’
sospetti, piantarono forche sulle piazze per chi rubasse, conferirono
la cavalleria a Silvestro de’ Medici e sessantaquattro altri loro
prediletti, i quali per non essere uccisi accettarono l’onore
pericoloso, sebbene d’alcuni fosse stata il giorno stesso bruciata la
casa.
Preso il gonfalone (luglio), e assediata la Signoria in palazzo, i
Ciompi domandarono che i mestieri dipendenti dai fabbricanti di panno
formassero corporazione distinta, con consoli proprj, e così i tintori,
barbieri, farsettaj, cimatori, cappellaj, fabbricatori di pettini; si
sprigionassero tutti i rei, salvo i traditori e i ribelli; nessuno del
popolo minuto potesse per due anni chiamarsi in giudizio per debito al
dissotto di cinquanta fiorini. Queste ed altre minori domande furono
accettate, ma crescevano a misura che soddisfatte, tanto più che i
priori non seppero altro partito che abdicare. I ciompi occupano le
porte della città; Michele di Lando cardatore, che trovasi fra quella
folla scalzo ed in farsetto[101], vien tolto per capo, e affidatogli il
gonfalone di giustizia, col quale esso li precede al palazzo pubblico,
ed ivi dice alla ciurma: — Questo palazzo è vostro, vostra questa
città; esprimete la vostra volontà sovrana»; e la ciurma a piena gorgia
— Sii tu gonfaloniere, riforma tu il governo».
Onest’uomo, animoso al primo avventarsi e, ch’è più raro, temperante
ed, assennato al regolare, il Lando pose termine alle prepotenze
degli otto della guerra, e insieme colla fermezza attutì le sêtte,
prevenne i saccheggi, rintegrò gli ammoniti, e bruciate le borse
da cui doveano sortirsi le magistrature, nominò una nuova Signoria
di tre dell’arti maggiori, tre delle minori, tre del popolo minuto,
rinforzati con milleducento balestrieri. La plebe, come succede, si
gridò tradita, corse al palazzo tumultuando, e stava tutto il dì
in piazza armata e schiamazzante, chiedendo ora proscrizioni, ora
divieti, ora concessioni, sollecitata da’ suoi piaggiatori che la
chiamavano popolo di Dio: e il Lando spiegò una risolutezza che mancò
spesso ad altri demagoghi, quella di negar soddisfazione a domande
fatte a quel modo; e allorchè s’accinsero a far violenza, spiegò il
gonfalone della giustizia, trasse la spada, ferì o disperse i ciompi,
cacciò un migliajo de’ più pertinaci, di modo che la moltitudine
trovossi imbrigliata dal proprio creato. Finito il suo tempo, egli
depose la dignità, e fu per onoranza ricondotto a casa dai donzelli
della Signoria con l’arme del popolo, targa, lancia e palafreno
magnificamente bardato.
La taglia guelfa si trovò allora soccombente (1379); e i Ghibellini
fattisi capipopolo, continuavano i sospetti e le provvigioni contro
i ricchi e potenti, e moltissimi giudicarono ad esiglio o a morte.
Giovanni Aouto mandò esibire rivelerebbe una trama ordita con Carlo
di Durazzo contro la Repubblica, se questa gli desse cinquantamila
fiorini e di poter salvare sei persone da morte, o ventimila fiorini
se le bastasse saper il trattato, non gli uomini. Di fatto si venne
in chiaro della cosa, e il popolo a furia voleva giustizia, o se la
farebbe col ferro e col fuoco; e per quanto gli uffiziali ripetessero
non trovare titoli bastanti contro gli accusati, fu forza uccidere
Piero degli Albizzi, lungamente capo della repubblica, e i primarj
suoi fautori; molti popolani furono degradati fra i nobili; e preso al
soldo l’Acuto, gli esagerati dominarono, facendo insulse e impertinenti
provvigioni, non solo contro i magnati, ma fin contro gli artieri meno
infimi; profondeansi adulazioni al popolo di Dio, e v’avea cavalieri
che faceansi tagliare gli sproni per ricevere di nuovo il cavalierato
dal basso popolo. Intanto altri ciompi fuorusciti rinterzavano
congiure, crescevano assassinj; e la plebe insospettita attribuiva
poteri smisurati agli uffiziali, chiedea nuovi rigori fin contro tutti
i parenti e consorti degli sbanditi, sempre dubitando perdere ciò che
male aveva acquistato.
Alle maestranze venne lezzo di tale disonesta tirannia (1382) e degli
_scorridori_ o spioni di cui si circondavano i triumviri de’ ciompi; e
in occasione che voleano di nuovo violentar la giustizia, i moderati
presero il sopravvento, il vulgo applaudì alla morte di quelli, dei
quali aveva applaudito le uccisioni, e con bestialità li straziò,
gridando _Vivano i Guelfi e le arti_; e non senza sanguinose baruffe si
formò la Signoria (1382 21 genn.), componendola di quattro delle arti
maggiori, cinque delle minori, esclusi nuovamente i ciompi, e abolite
le tribù del popolo[102]. Maso degli Albizzi, tirata a sè la podestà,
ruppe le leggi originate da quel tumulto, confinò i capipopolo, e, ciò
che parve indegnissimo, fin il savio Lando, di cui era merito se tutti
non erano stati uccisi; e fermò in istato i grandi, che vi durarono
per trentacinque anni. I migliori uomini di Stato erano morti od esuli;
gli altri, come avviene dopo le paure d’una rivoluzione, si stringeano
attorno a Maso, vegliando gli umori opposti che contrariavano senza
tregua e non senza tempesta. Il tumulto de’ ciompi aveva disgustato
della demagogia, e fatto luogo alla riazione secondo il solito, ove la
nobiltà tornava a soperchiare, giovandosi pure del sentito bisogno di
riposo.
Firenze, posta nel centro d’Italia e perciò tirata in tutte le vicende
di essa, si prefiggeva di tenere la bilancia fra i varj Stati, sempre
nell’intento di consolidarne la libertà, e d’impedire una monarchia
universale, che temeasi allora per l’Italia quanto di poi per tutta
l’Europa. Sopratutto stava in occhi contro l’ingrandire di Gian
Galeazzo a settentrione, e di Ladislao di Napoli, a mezzodì, perfido
quanto i Visconti, e valoroso come essi non erano: e in realtà la
padronanza dell’Italia non rimaneva in mano de’ forti, com’essi
presumeano, ma de’ Fiorentini, che coll’accorgimento sopravvegliavano
gli andamenti generali, e alla prepotenza d’un robusto opponeano la
lega dei deboli.
Ebbe essa modo d’insignorirsi d’Arezzo (1398) per compra; ma a cagione
di Montepulciano venuta in dissidio con Siena, questa cercò l’amicizia
di Gian Galeazzo, che subillato dai fuorusciti onde la Lombardia
formicolava, si obbligò a mantenere in Toscana settecento lancie per
servigio de’ Senesi. Firenze ebbe dunque lungamente a temere che Gian
Galeazzo s’impadronisse di Pisa e Siena e la togliesse in mezzo, nè
dall’insidie or aperte or celate di lui la liberò che la costui morte.
Firenze ne mena tripudio cantando col salmista, _Il laccio è rotto,
e noi siam fatti liberi_; e più non temendo per la propria libertà,
e gloriosa di essere sfuggita alle insidie del cardinale Albornoz,
punisce i feudatarj dell’Appennino che a questo aveano dato favore.
Costoro, da capitani dei marchesi antichi, s’erano mutati in signori
indipendenti, avanzo delle istituzioni germaniche; e fin allora si
erano sostenuti col dare ricovero ed ajuto a’ fuorusciti: ma più
nol poteano dacchè gl’imperatori trascuravano l’Italia, e l’elemento
popolare e cittadino prevaleva. Principale tra essi era Pier Saccone
de’ Tarlati, signore della rôcca di Pietramala, poggiata nell’Appennino
che separa la Toscana dalla Romagna nel val d’Arno aretino, a cavaliere
dell’antica strada mulattiera fra Arezzo ed Anghiari. Caldo ghibellino,
sottopose i vicini signori, gli Ubertini, i conti di Montedoglio e
Montefeltro, e i figli di Uguccione della Faggiuola spossessati di
Massa Trabaria (t. VII, p. 428). Suo fratello Guido era stato fatto
signore d’Arezzo, di cui era vescovo[103], e nel dominio gli successe
Piero, che teneva pure Bibbiena, Castello, Borgo Sansepolcro e tutta
la val Tiberina. Dappoi fu costretto cedere per dieci anni Arezzo ai
Fiorentini con tutto il contado: ma quando le città si rivoltarono
a Firenze dopo la cacciata del duca d’Atene, i Tarlati ne presero
occasione di ripigliare i loro castelli. Piero nella guerra de’
Visconti sempre parteggiò contro Firenze, sinchè la pace di Sarzana
(1353) lo ridusse in quiete.
Stando Carlo IV a Pisa, egli di novantacinque anni andò a riverirlo col
vescovo d’Arezzo, Neri della Faggiuola, i Pazzi di Valdarno, e chiedeva
esser ripristinato nell’antica signoria; ma non l’ottenne. Sino ai
novantasei però stette capo de’ Ghibellini e formidabile a Firenze;
poi venuto all’agonia, e persuaso che i suoi nemici non prenderebbero
guardia contro di un moribondo, mandò per sorprendere il castello
degli Ubertini; ma i suoi furono respinti, e con tal dispiacere egli
morì (1356), e colla certezza che nessuno sosterrebbe la grandigia del
suo casato. In fatti suo figlio fu ben presto assediato nella paterna
rôcca, e costretto rassegnarla ai Fiorentini, che la demolirono. Anche
i conti della Gherardesca si sommisero a Firenze, che li costituì
vicarj di Bibbona e di quattordici castelli della Maremma: i Gambacorti
le soggettarono Bièntina, Cerbaja i conti Alberti di Mangona, gli
Spinetta Fivizzano: i Ricàsoli raccomandarono il castello di Brolio;
i conti di Battifolle vendettero quei di Belforte e di Gattaja;
altrettanto fecero i conti di Dovadola; il conte Jano degli Alberti
dovè cedere i suoi in Mugello.
Gli Ubaldini erano poderosi di terre e rôcche nella val del Senio e
nel vicariato di Firenzuola, talchè questo chiamavasi l’alpe degli
Ubaldini, donde più volte erano discesi a danno di Firenze. Nel 1362
Giovachino, signore di castel Pagano in val del Senio, morendo per
ferita avuta dal fratello Ottaviano, a costui danno chiamava erede il
comune di Firenze, il quale di quei dominj, contenenti dodici castelli,
costituì il _podere_ fiorentino (1372), estendendolo nelle vicinanze,
sinchè la schiatta degli Ubaldini, tante volte rivoltatasi contro il
comune di Firenze, restò annichilita. Sopra undici di loro fu messa la
taglia di mille fiorini d’oro, chi li desse vivi o morti; e nominati
alcuni _uffiziali delle alpi_ di Firenze, che munissero da quel lato
i luoghi della Repubblica: sicchè gli Ubaldini rinunziarono per mille
fiorini quattordici castelli che tuttora occupavano; Tommaso da Treviso
capitano del popolo ne menò trionfo, e gli Ubaldini furono sciolti
dal bando, restituiti in possesso de’ beni allodiali nel Mugello, e
dichiarati cittadini popolani[104]. I Santafiora furono sottomessi da
Siena, il castel della Sambuca dai Pistojesi, concentrandosi così più
sempre i poteri nelle città, mentre sopra queste vigoreggiava Firenze,
che ebbe sottoposto (1390) anche Montepulciano. Vero è che la tributò
la peste rinnovatasi nel 1400[105]; ma rifattasene, comprò Cortona per
sessantamila fiorini, e tolse i possessi ai conti Guido di Dovadola e
al conte di Poppi.
I Genovesi, dolenti che Venezia acquistando Padova si fosse tanto
rinforzata in terraferma, pensavano ad elevarle qualche avversario,
e non videro miglior modo che ingrandire Firenze col farle acquistar
Pisa, a patto che guerreggiasse i Veneziani. Indussero dunque
Gabriele Maria Visconti a vendere loro quella città e Ripafratta per
ducentoseimila fiorini: ma i Pisani, indignati di vedersi mercatare
come armento, si ricordano dell’antica nobiltà, afferrano le armi
(1405) e resistono, diretti da Giovanni Gambacorti. I Fiorentini
«scandolezzati dell’alterigia pisana» non vogliono sentire nè messi nè
patti; e risoluti ad ogni estremo per domarli, destinano dieci sopra
quella guerra fratricida. I Pisani li respinsero intrepidi; ricomposero
le inestinguibili nimicizie de’ Raspanti e Bergolini, prendendo insieme
l’eucaristia e stringendo parentadi; e benchè, dispersa da una burrasca
la flotta che recava grani di Sicilia, fossero ridotti i priori a
mangiare pan di linseme, e il popolo fin la gramigna delle strade,
pur resistono allo Sforza, a Tartaglia, a’ soldati, cui i Fiorentini
prometteano, se scalassero le mura, paga doppia, mese compito, il
saccheggio della città, centomila fiorini di mancia, ed armi e vesti
a piacere. E quando, dopo lungo assedio e consumate innumere vite,
il Gambacorti capitolò ricevendo denari, essi dovettero accettare la
servitù, ma molti abbandonarono la patria per sempre.
Gino Capponi, integerrimo petto, che in quella guerra si era segnalato
come commissario de’ Fiorentini, e a gran fatica salvò Pisa dal
saccheggio promesso ai venturieri, nominatone governatore, cercò
mitigare gli ordini del Comune vincitore e i fremiti del vinto; ma non
potè risparmiare il rigore. Quanto dovettero indispettirsi i Pisani
vedendo togliersi fin la testa di san Rossore, «come quella città,
priva della libertà e degli antichi onori, fosse ancora da’ suoi santi
abbandonata, e all’incontro Firenze di pompa, di gloria, di ricchezze
e di benedizione si riempisse»[106]. Alla prima occasione, tentarono
darsi ai nemici di Firenze, la quale allora meditò repressioni atroci,
chiamare a sè i nobili e megliostanti, cacciare tutti i cittadini dai
quindici ai sessant’anni, e altri spietati ordini, i quali abbiamo
ragione a credere non fossero messi ad effetto. Anzi troviamo che
la vincitrice mandò viveri in copia, poi si industriò, per ravvivar
quella che tanto avea faticato a spegnere; scrisse lettere, istruì
ambasciadori, trattò con principi, affinchè i tanti fuorusciti
ripatriassero; per venti anni francò d’ogni gravezza i forestieri che
andassero abitarvi famigliarmente; privilegiò di esenzioni e consoli
proprj i negozianti tedeschi di quattordici città perchè con quella
mercanteggiassero[107]; vi stabilì l’Università con lauta provvisione
e risedio magnifico. V’è però un bene che nessuna concessione pareggia
nè supplisce; ed è pena d’ogni conquistatore il vedersi obbligato a
spendere nel ribadire le catene e nel fare cittadelle e fortini, il
denaro che sarebbe richiesto al pubblico vantaggio.
Il Capponi fu lieto di vedere assicurato quell’acquisto col comprare
per centomila fiorini dai Genovesi il porto di Livorno, destinato
all’importanza che Pisa perdeva, e ad aprire ai Fiorentini traffici
lontani senza dipendere da Genova o da Venezia, e così colle private
crescere la fortuna pubblica. Subito fu provvisto alla sicurezza
di quel porto; vi si creò il magistrato de’ consoli di mare, che
erano sei cittadini fiorentini, di cui quattro estraevansi dalle
cinque arti maggiori, esclusa quella de’ giudici e notari, e due
dalle minori, principalmente occupati a prosperare la mercatura e la
marina, risolvere le cause marittime, e fabbricare una galea ogni sei
mesi, col legname delle foreste delle Cerbaje, facendo franche d’ogni
rappresaglia, anche in caso di guerra, le merci trasportate su quelle
galee. Ad esempio di Venezia, si stabilì edificare due galee grosse e
cinque sottili, da spedire ad Alessandria per spezierie ed altre merci,
e per esercitare la gioventù in cotali esercizj: vi s’imbarcarono
dodici giovani di buone famiglie, e dal soldano d’Egitto s’ottenne
d’avervi console, chiesa, fondaco, bagno, statera, bastagi, scrivano
proprio, per sicurezza dei mercanti e onorevolezza della nazione.
Furono posti consoli in tutte le parti di fedeli ed infedeli; e ben
tosto Firenze possedette navi per affrontar Genova e sconfiggerla.
Internamente essa prosperava con ordinamenti buoni, cooperando ciascuno
per l’accrescimento della città. Chiunque era ammesso cittadino, dovea
fabbricare in Firenze una casa di almeno cento fiorini; le scritture
pubbliche si ridussero ne’ libri delle Riformagioni; si convertì in
legge la compilazione degli statuti; si migliorò la moneta; si creò un
nuovo Monte o vogliam dire debito pubblico; si formò il catasto col
nome di ciascun cittadino, l’età, la professione, l’importare della
sua fortuna in beni immobili e mobili d’ogni specie, tassando di mezzo
fiorino ogni cento di capitale. Valutavasi che nelle vie attorno al
Mercato nuovo fossero settantadue banchi, e girassero in contante
due milioni di fiorini d’oro. Allora si cominciò l’artifizio dell’oro
filato, si moltiplicò quello de’ drappi di seta, fu permesso a ciascuno
d’introdurre foglia di gelsi e allevare filugelli senza gabella.
Copiosissime ricchezze aveano accumulalo que’ magistrati mercanti,
e l’eguaglianza repubblicana non lasciava sfoggiarle in inutile
suntuosità, non grandi comitive di servi, non insultante sfarzo di
carrozze; a piedi andavano anche le mogli de’ primaj; leggi suntuarie
reprimevano il lusso, permettendo la magnificenza, sicchè spendeasi
in palazzi, chiese, quadri e statue, o in trarre rarità e libri dal
Levante. Si abbellì la città coll’opera dei primi artisti: fu provvisto
che ciascun’arte collocasse lo stemma proprio e la statua del santo
patrono in una delle nicchie esterne di Or San Michele, ove lavoravano
di marmo e di bronzo Donatello, Andrea del Verrocchio, Baccio da
Montelupo, Nanni del Bianco, Simone da Fiesole, Lorenzo Ghiberti: a
questo l’arte di Calimala allogò le porte di bronzo di San Giovanni,
dove riuscì sì famosamente, che fu dichiarato gonfaloniere, e infisso
il gonfalone alla sua porta in Borgallegri; mentre chiamavasi Filippo
Brunelleschi a voltare la cupola di Santa Reparata.
Per rimovere il pericolo di correre strabocchevolmente a guerre, si
prese che ad un consiglio di ducento, da rinnovarsi ogni sei mesi,
fossero fatte le proposte della Signoria, poi passate al consiglio dei
centrentuno, nel quale entravano la Signoria, i collegi, i capitani
guelfi, i dieci della libertà, i sei consiglieri della mercatanzia, i
21 consoli delle arti, e quarantotto altri cittadini; e se passassero,
doveano ancora sottoporsi al consiglio del popolo, indi a quello del
Comune; nè senza l’approvazione di questi quattro consigli veruna
provvisione avea forza. Speravasi che il dover consultare tanti
consigli indurrebbe alcuno a opporre il suo no; ma è sintomo di
debolezza il non saper rimediare che col moltiplicare i conflitti.
Insomma il governo rimaneva democratico, ingerendosi il popolo
direttamente dell’amministrazione; gran numero di cittadini v’erano
a vicenda chiamati, e i numerosi consigli pubblici erano scuola di
scienza civile: che se talvolta le passioni popolari e le fazioni
spingevano ad eccessi, in fondo la politica n’era generosa e insieme
arguta a scorgere i sottofini de’ papi e degl’imperatori, savio
ed abile il governo, civile la nazione, fida alla libertà anche a
gravissimo costo, devota alla santa Sede, non però ciecamente. Poco
valeva nelle armi, pure seppe opporre meglio che denaro alle bande di
ventura, e le avrebbe distrutte se i principotti non avessero avuto
troppo interesse a conservarle. Ella medesima se ne valse per fiaccare
i Visconti, e qualvolta cadde sotto la tirannia d’un soldato o della
plebaglia, non tardò a riscattarsene. Molti signori s’accomandavano
a Firenze, come i nobili di Guggio pe’ loro castelli nell’Imolese, i
marchesi di Lusuolo in Lunigiana, i Grimaldi di Monaco obbligandosi
a servire in persona con una galea, Gian Luigi dal Fiesco conte di
Lavagna promettendo condurre trenta lancie e ducento fanti, e ricevendo
stipendj.
Invece dei bassi o atroci delitti che insozzano le storie de’
principotti, Firenze ci tramandò i capolavori dell’arte e della
parola, i quali ne eternano la lode; le abbondarono cronisti e storici,
quali, dopo Dino e i Villani, furono Matteo Palmieri, Paolo e Giovanni
Morelli, Jacopo Salviati, Giannozzo Manetti, Amaretto Manelli, Domenico
Buoninsegna, Buonaccorso Pitti, Gino e Neri Capponi, Simone della Tosa,
Bernardo Rucellaj, Giovanni Cavalcanti, Lorenzo Buondelmonte, Filippo
Rinuccini; e la superiorità di costoro, che non soltanto raccontano più
colti e limpidi, ma giudicano ancora con grave assennatezza e spesso
con elevazione, è argomento del quanto la nazione fosse superiore alle
altre italiane nell’esaminare la politica, regolarla, sceverarla da
passioni; e come allo spirito di parte sovrastasse sempre l’amore della
patria.
Nei trentacinque anni ch’e’ presedette allo Stato, Maso degli
Albizzi mostrò abilità e coraggio; istrutto dall’avversa fortuna,
non imbaldanzito dalla benigna, strettamente alleato coi Veneziani,
tenne testa a Gian Galeazzo e a Ladislao, eppure non uscì mai dalla
condizione di privato: ma poichè la parte trionfante non seppe
astenersi nè dall’insolenza verso altrui, nè dalla sconcordia tra sè,
al morir suo le case degli Alberti, Medici, Ricci, Strozzi, Cavicciuli,
spesse volte d’uomini e di roba spogliate dai nobili popolani, e
rimosse dai pubblici uffizj, rifecero testa, e colle ricchezze e
coll’educazione mostravansi degne di amministrare lo Stato.
Giovanni di Bicci de’ Medici avea guadagnato largamente in traffici
di banco, massime durante il concilio di Costanza servendone al papa,
talchè avea credito illimitato e affari per tutto il mondo; pure
sembrò tanto benigno e scarco d’ambizioni, che si cessò d’escluderlo
dagl’impieghi. Coll’accomodare di denaro chi n’avesse bisogno, col
blandire al popolo, col mostrarsi moderato fra le esuberanze de’
parteggianti, si procacciò stima nell’universale, e più quando,
tumultuando il popolo per soverchie gravezze imposte a cagione
della guerra con Filippo Visconti, e volendo i nobili popolani
fiaccarlo collo sminuire il numero delle arti minori, egli si oppose
alla proposta, e sostenne l’alleggiamento e che si istituisse il
catasto, benchè su lui più che su altri, come maggior possidente,
dovesse gravare. Ricchi dunque e popolani studiavano trarlo dalla
loro; e malgrado l’opposizione di Nicolò da Uzzano, amico di Maso e
suo successore nel primato civile, il portarono (1421) al posto di
gonfaloniere, che con gran decoro sostenne fino a morte.
Cosmo suo primogenito ne ereditò (1429) il credito e l’importanza,
e a capo della fazione recò l’abilità e le virtù paterne, e maggior
animo nelle cose pubbliche; grave e cortese ne’ modi, liberale a
proporzione delle ingenti ricchezze; entrante, conoscitore profondo
degli uomini, longanime nello aspettar l’esito de’ disegni fermamente
concetti; franco nel manifestare i suoi pareri, eppur tenuto come
prudentissimo: inclinato alle vie dolci, ma sapendo all’uopo dar passi
robusti; francheggiato da molti amici e clienti, ai quali era sempre
disposto a fare servigio dell’aver suo. Di squisito gusto nelle arti,
di molta erudizione, di retto giudizio, favorendo le lettere e le
arti apriva nuove strade alla crescente operosità: il giro de’ banchi,
per cui non trovavansi più ridotti a miseria, legava gli sbanditi per
interesse e per gratitudine alla famiglia che più lavorava di cambio; i
condottieri deponevano presso di quella i loro avanzi, o le domandavano
anticipazioni. Più dovizioso riusciva Cosmo perchè non abbandonò mai
il vivere privato; senza sfarzo di casa che abbagliasse i cittadini,
senza comprare stranieri ministri, o scialacquare in pranzi e comparse,
o assoldar truppe, mai non dispose per sè più di quarantasei in
cinquantamila fiorini l’anno, mentre lo Sforza ne spendea trecentomila
prima di salire duca. E appunto le virtù private, i temperati consigli,
il sentimento popolare, la calma fra le burrasche fazioniere, la lauta
beneficenza furono stromenti alla potenza de’ Medici.
Lucca era stata lungamente alleata di Firenze, poi al 1314 disertò
da’ Guelfi; e dopo lo sfavillante dominio di Castruccio e d’Uguccione,
andò soggetta a vicenda a Gherardino Spinola, a Giovanni di Luxemburg,
a Mastino della Scala, a’ Fiorentini, a’ Pisani, a Carlo IV[108], dal
quale poi nel 1369 riebbe la libertà, cioè di non esser sottomessa a
verun’altra città, ma soltanto all’impero. E quel fatto di cui fecero
tanta festa i contemporanei, e tanto scalpore gli storici posteriori;
concordi nel proclamare come liberatore quel Carlo, che realmente
sottoponeva, almeno in carta, quella repubblica al dominio imperiale.
Immune da dipendenza di vicini, Lucca esercitò alla cheta le
interne emulazioni fra i discendenti di Castruccio, i Fortiguerra,
gli Spinetta e i Guinigi. Quest’ultima famiglia vi primeggiava;
ma essendo perita quasi tutta nella peste del 1400, il giovinetto
Paolo sopravissuto fu da ser Giovanni Cambi (il cronista) indotto
a farsi _signore a bacchetta_, e perciò, scostandosi da Firenze,
unirsi a Galeazzo Visconti, col cui appoggio si assicurò il dominio.
Senza tampoco rispettare le forme, come faceano i precedenti, e
togliendo ogni autorità al Comune, trent’anni egli serbò quieta la
repubblica, ma dappoco e sempre in paura di cadere, nè seppe introdur
buone istituzioni, nè farsi amici, benchè circondato di favoriti,
di parentele, d’alleanze co’ principi, e fidente nella _cittadella_
che fabbricò; mancava di quel valore che le plebi stimano più che
le qualità utili, e alle bande mercenarie, massime di Braccio, non
oppugnava che con grossissimi donativi. Firenze, da cui improvvidamente
egli avea alienato la repubblica (1429), trovò pretesto a romper seco,
e vi spedì i venturieri Nicolò Fortebraccio e Bernardino della Carda,
che squarciarono il paese. Il celebre architetto Brunelleschi suggerì
di sommerger Lucca, chiudendo l’alveo del Serchio, sicchè l’acqua
scalzasse le mura e le abbattesse. A grande spesa si alzò di fatto
l’acqua attorno alle mura, che per tre giorni furono inondate, ma poi i
contadini riuscirono a sdrucire l’argine, sicchè la piena si rovesciò
addosso al campo fiorentino (1430) con immensa jattura. Poi Francesco
Sforza, spedito dal duca di Milano, mise in isbaratto i Fiorentini, e
ne invase il territorio.
Il Guinigi col senno, e i suoi figli col braccio, aveano difeso Lucca;
eppure caddero in sospetto di volerla tradire ai Fiorentini, e furono
mandati prigioni a Milano, ripristinando il governo all’antica con un
gonfaloniere e col consiglio degli anziani. I Fiorentini, che aveano
mostrato assumer la guerra soltanto per assicurarsi dal Guinigi,
la proseguirono per sottoporre Lucca come le altre città toscane;
ma Nicolò Piccinino, stipendiato da Genova, ligio al Visconti, li
sconfisse del tutto sul Serchio, invase lo Stato, avvicinossi a Pisa,
che facea sonare le sue catene, bramosa di romperle.
Tale impresa era stata da Cosmo francamente disapprovata, sicchè
l’infelice riuscita crebbe ad esso tanta reputazione quanta ne
toglieva agli Albizzi e a Nicolò da Uzzano. Questo però repugnava dai
partiti violenti, conoscendo che una rottura aperta darebbe trionfo ai
Medici. Ma morto lui e conchiusa pace con Lucca[109], inciprignirono i
malvagi umori, e Rinaldo, figlio di Maso degli Albizzi, capoparte più
avventato, entrò in grandi pratiche di abbassare e anche cacciar Cosmo,
e ripigliarsi lo Stato. Disposte sue fila, sonò a balìa, e convocò
una di quelle assemblee in piazza, dove tutti accorrevano a onde e
deliberavano a schiamazzo, per l’urgenza del caso trascendendo le
barriere costituzionali, e pochi arruffapopolo trascinavano a decidere
secondo la fazione. Quivi si diede la balìa a ducento cittadini
indicati da Rinaldo; e Cosmo, per accusa di denaro disperso nella
guerra di Lucca, fu condannato a morte: se non che egli, comprando alla
sua volta Bernardo Guadagni gonfaloniere e gli altri che a Rinaldo
già s’erano venduti, ottenne d’essere soltanto sbandito (1433), e la
famiglia sua relegata tra le nobili.
Andossene a Padova; e allora comparve quanto egli fosse grande, caro
dov’era, desiderato ove non era. La Signoria veneta mandò onorandolo,
e il richiedeva di pareri; chiunque avesse alcun bisogno, ricorreva
ad esso, e una sua raccomandazione bastava: a lui facevano capo i
negozianti, sicchè l’avresti detto un piccolo sovrano; mentre a Firenze
artisti, poveri, trafficanti lamentavano mancato il loro sostegno.
Rinaldo, incapace a lottare coll’avversario lontano che vicino aveva
oppresso, cercava inutilmente afforzarsi col riabilitare i nobili
alle cariche, da cui già da gran tempo erano esclusi, e fin colle
armi tentò far prevalere la sua parte: non girò intero un anno, che
interponendosi papa Eugenio IV, allora quivi dimorante pel concilio,
fu senza scandali tratta una Signoria (1434 7bre) propensa a Cosmo,
questi rintegrato in patria con accoglienze meravigliose, e sbanditi
o confinati da settanta de’ suoi avversarj. Rinaldo, non essendosi
lasciato persuadere dal papa, e ignaro della virtù dell’aspettare e far
a queto, andò a sollecitare Filippo Visconti contro Firenze; e mandò
dire a Cosmo — La gallina cova»; al che questo rispose: — Mal cova
la gallina fuori del nido». Rinaldo colle bande del Piccinino (1440)
penetrò fin alla montagna di Fiesole e nel Casentino: i Fiorentini gli
opposero Francesco Sforza, rotto dal quale intieramente ad Anghiari, e
invano travagliatosi da capo per ricuperare la patria, andò a finire in
Terrasanta.
Cosmo, tornato in trionfo, salutato benefattore del popolo e _padre
della patria_, pigliò vendetta proscrivendo molti avversarj, molti
condannando al supplizio e fin senza confessione, altri assassinati,
come Balduccio, condottiere valente di fanteria toscana, che il
gonfaloniere di giustizia fece pugnalare e buttar giù dal palazzo
senza processi. Con tali colpi otteneasi docilità e svogliava
dall’opposizione, e a chi l’avvertiva come la città per tanti banditi
venisse in calo, rispondeva: — Meglio città guasta che perduta; del
resto, non vi affannate, che con due canne di panno rasato posso fare
un uom dabbene», cioè riparare con gente nuova.
Non si alterò il modo del governo e de’ magistrati di Firenze, ma tutto
dipendeva da Cosmo. Vedendo omai in ciascuna città italica dominare
una famiglia, pensò innalzar la sua in Firenze, non per armi, sibbene
coll’offrire agli ingegni attrattive e distrazioni nuove nelle arti
e nel sapere, avvivare il commercio, estendere la tela politica,
aumentare la propria importanza col darne alla patria su tutt’Italia,
e quiete a questa coll’equilibrarne gli Stati; a tal fine associò al
suo denaro la spada di Francesco Sforza, le due potenze di quell’età,
il banchiere e il condottiere. Potendo avere a disposizione tutti i
capitani di ventura, mantenne in bilancia le potenze d’Italia: alla sua
repubblica aggiunse Borgo Sansepolcro, Montedoglio, il Casentino e val
di Bagno.
Senza dunque sovvertire la costituzione e le leggi, fondava a cheto la
signoria delle ricchezze, le quali, mercè del commercio, aveano indotto
immensa disparità fra i cittadini, e procacciando ammiratori e clienti,
in pochi restringevano l’autorità, benchè durasse stato di popolo;
anzi in cinque soli fece Cosmo (1452) ridurre il diritto d’eleggere la
Signoria.
A fianco di lui figurava Neri Capponi, in consigli più sottile di Cosmo
e, ciò che questi non era, valente in armi e creduto dai soldati; il
quale, non cessando d’essergli amico, si tenne indipendente, e menò
gli affari più scabrosi. Loro mercè fu riordinata la tranquillità in
Firenze, ma insieme tolta la libertà, giacchè dal popolo, quante volte
volessero, faceano decretare una balìa dispotica, e riformare le borse,
e confinare chi li contrariava; mentre teneansi buoni gli amici col
secondarne le passioni, collocarli negli uffizj e ai governi, chiuder
gli occhi sulle arti onde s’ajutano i bassi, ligi ai potenti.
Alla morte di Neri (1455) parea dovesse ingrandire Cosmo, sciolto
da quest’ultimo contrappeso; ma il contrario gli accadde per averne
perduto l’appoggio. Gli avversarj pensano umiliarlo coll’abolire
le balìe, e tornare alla sorte l’elezione del gonfaloniere e della
Signoria; e il popolo va in gavazze, come di ricuperata libertà. Cosmo
però non discende pur d’un grado dalla ottenuta grandezza, perchè
temperatamente usata, e perchè gli uomini nuovi imborsati erano avvinti
a lui per interesse e mercatura, o ligi per gratitudine e speranze;
laddove non essendo più gl’impieghi concentrati in mano di pochi,
gl’inimici suoi si sottigliavano; i quali, avvedutisi dello sbaglio,
cercavano si ripristinasse la balìa. Cosmo, prima d’assentirvi, lasciò
che gustassero i frutti della loro inesperienza; ma quando (1458)
sortì gonfaloniere Luca Pitti, e’ lasciò tastassero la riforma. Il
Pitti, animoso e temerario, teneva col terrore un governo pigliato
colla forza: chiunque avesse bisogni o reclami, a lui ricorreva, alla
sua casa tutti i malviventi; e coi regali ricevuti, che vorrebbonsi
far ammontare a ventimila fiorini, e col dare sicurezza ai malfattori
che vi lavorassero, fabbricò il palazzo a Rusciano, e un altro in
città che maestoso grandeggiava sul _poggio_, mentre al piano i Medici
conservavano la ricca e pur semplice magione in via Larga.
Ritirato in questa, Cosmo appariva più grande dacchè non ritraeva
lustro che dal merito personale. Gliela abbellivano con dipinti frate
Angelico, Pippo, Masaccio; Donatello il consigliò a radunarvi capi
d’arte antichi; nelle corrispondenze sue non chiedeva solo merci e
denaro, ma codici, e mandava a trascriverne; accoglieva letterati,
massime quelli fuggiti di Costantinopoli; la biblioteca Laurenziana
ebbe origine dai libri di esso; un’altra ne collocò nella badia da lui
finita a piè del monte di Fiesole; una ne lasciò al convento di San
Giorgio in Venezia, dov’era stato ricoverato; comprò quella ove Nicolò
Niccoli avea radunato ottocento manoscritti, e la fece pubblica in
San Marco de’ Domenicani, fondazione sua non meno che San Girolamo a
Fiesole, San Francesco del Bosco in Mugello, e San Lorenzo in città,
ove pure cappelle a Santa Croce, all’Annunziata, a San Miniato,
negli Angeli, architettate dal Brunelleschi, da Michelozzo e da altri
eccellenti. Pie istituzioni avea lasciato a Venezia, un ospedale a
Gerusalemme, un acquedotto ad Assisi; onde non è meraviglia se fuori
veniva considerato come un gran principe, in patria vivendo tuttavia da
privato. Di sue ricchezze chi potrebbe levare il conto? I suoi poderi
di Careggi e Caffagiuolo poteano servire di modelli; aveva in proprio
o a fitto tutte le cave d’allume d’Italia, e per una sola in Romagna
pagava centomila fiorini annui; per Alessandria mercatava coll’India,
nè era città ove non tenesse banchi; prestò somme al re d’Inghilterra,
ne anticipò al duca di Borgogna. In questo riposo le gelosie della
libertà cadevano; i Fiorentini, come gli altri Italiani, si abituavano
a vedere grandezza altrove che nella politica; e l’artista, il
letterato, il grosso negoziante onoravansi d’andar esenti dalle
cariche, quanto un tempo d’esservi assunti.
Ma di due figliuoli rimastigli, il prediletto Giovanni morì a
quarantadue anni (1403); Pietro era rattratto di corpo e debole di
spirito; fanciulli i due costui figli, onde Cosmo cadente faceasi
portare pel vasto palazzo esclamando: — Troppo grande per sì piccola
famiglia». Di settantacinque anni morì (1464 1 agosto) nella sua
villa di Careggi, dopo stato trent’anni capo della repubblica e non
tiranno. E diceva a’ figliuoli: — Vi lascio infinite ricchezze che la
mia fortuna mi ha concedute, e vostra madre mi ajutò a conservare;
mantenetevi la grazia di ogni buon cittadino e della moltitudine;
e se non isviate dai costumi de’ maggiori, sempre il popolo vi
sarà larghissimo donatore di dignità. Perchè ciò avvenga, siate
misericordiosi ai poveri, graziosi e benigni agli abbienti, e solleciti
ad ajutarli nelle avversità: non consigliate mai contro la volontà del
popolo: non parlate a modo di dar parere, ma di amorevole ragionamento:
del palazzo non fate bottega, anzi aspettate d’esservi chiamati:
procurate di tener in pace il popolo e doviziosa la piazza: schivate
d’andare ai tribunali, per non impacciar la giustizia. Vi lascio netti
di macchie, eredi di gloria, e me ne parto lieto, e più lieto partirei
se vi vedessi in sajo anzichè in seta. Fatevi segno al popolo il men
che potete. Siavi raccomandata la Nanina madre vostra, e fate, dopo la
mia morte, di non mutarle stanza e trattamento. Pregate Dio per me, e
abbiatevi la mia benedizione»[110]. Fu compianto dagli amici pel bene
ricevuto, dai nemici pei mali che prevedevano quand’egli cessasse di
tenere in rispetto i potenti.
Di fatto Luca Pitti, d’ambizione e di talenti superiore, che già nella
vecchiezza di Cosmo avea fatta rivalere l’oligarchia, tiranneggiò
allora a baldanza, disponendo dell’erario e degli uffizj, mal
contrastato da Pietro Medici. Le famiglie di Firenze erano state
interessate a sostenere Cosmo, in grazia dei prestiti coi quali egli
soccorreva ai loro bisogni, persin talora prevedendone la domanda: ma
Pietro, volendo rimediare alle scosse date a’ suoi negozj dalle ingenti
spese e da fallimenti, e accorgendosi che andavano sempre in peggio da
che non v’attendeva in persona, ridomandò improvvisamente i capitali
per investirli in terreni: Pensate quanti dissesti! i fallimenti
susseguiti furono imputati a sua colpa, e tristo paragone faceasi colla
liberalità paterna. Si tramò dunque di togliergli la riputazione e
lo stato, e rintegrare la libertà; e pei maneggi del Pitti cassata la
balìa, si rimisero alla sorte le elezioni, e fu salutato gonfaloniere
Nicolò Soderini, a gran gioja del popolo. Lealissimo repubblicano ma
debole, domandava d’essere condotto, invece di saper condurre; quando
mise mano a riformare lo Stato per vie legali, si trovò attraversato
dalla fazione dei Pitti, speranti nello scompiglio; ond’egli uscì di
carica senz’essere a nulla approdato.
Moriva in quello stante (1466 8 marzo) il migliore amico de’ Medici,
Francesco Sforza; e Galeazzo Maria, figlio di quello, mandò chiedendo
fosse a lui continuato il soldo che retribuivasi a suo padre come
a condottiero della Repubblica. Quelli del Poggio, cioè i Pitti,
fissaronsi al no, e ordinarono cogli Acciajuoli, i Neroni, i Soderini,
facendo sottoscrivere tutti coloro che volessero salvar lo Stato
e ricuperare la libertà, e chiedendo ajuti a Buoso duca di Modena;
e pensavano forse assassinare Pietro e i suoi figliuoli Lorenzo e
Giuliano. Pietro, informatone a tempo, li prevenne colle armi e coi
trattati, e rimasto superiore, mandò in bando gli avversarj, di che si
rincalorirono le nimicizie. Luca Pitti, lasciatosi lusingare da Pietro
colla speranza d’un parentado, gli diede la lista de’ congiurati, onde
ne fu obbrobriato, e i suoi palazzi rimasti incompiuti attestarono
l’altezza della sua ambizione e i danni della sua imprudenza.
Gli espulsi, sotto Angelo Acciajuoli attestatisi cogli esuli del 1434,
e preso a capo Gian Francesco Strozzi, preparavano guerra aperta; e
Venezia, non volendo favorirli alla scoperta, lasciò entrasse al loro
soldo Bartolomeo Coleone suo capitano (1467), al quale s’accollarono
molti signorotti di Romagna, i Pio, i Pico, gli Ordelaffi, Ercole
d’Este, Astorre Manfredi di Faenza, Alessandro Sforza di Pesaro.
I Fiorentini si opposero, collegati con Galeazzo Maria e col re di
Napoli; e comandati dal prode Federico di Montefeltro signore d’Urbino,
alunno di Francesco Sforza, affrontaronsi (25 luglio) alla Molinella
nel territorio d’Imola, dove primamente il Coleone adoperò artiglierie
volanti, e dove, mancato il giorno, a lume di fiaccole si continuò la
mischia. La giornata fu sanguinosa oltre l’usato, ma non risolutiva;
la Repubblica fiorentina ebbe a logorare fin un milione trecentomila
fiorini d’oro; i fuorusciti, per diffalta di denaro, dovettero
desistere e compromettersi in Paolo II, il quale non riuscendo ad
accordarli, pubblicò articoli di pace, intimando scomunicato chi non
gli accettasse; e dove la conclusione era di restituire ciascuno ne’
pristini possessi; il Coleone con centomila ducati d’oro l’anno sarebbe
capo dell’esercito che dai signori tutti d’Italia volevasi mandare
contro i Turchi. Nulla stipulò a favore degli sbanditi, dei quali anzi
furono staggiti i beni; poi colla ragione o col pretesto di congiure
e attentati furono respinte le famiglie de’ Capponi, Strozzi, Pitti,
Alessandri, Soderini, ed alcuni mandati al supplizio[111]. Restarono
dunque peggiorati dell’avere e della persona, mentre Pietro, gottoso
e impotente di tutti i suoi membri, ignorava le sevizie de’ suoi, e
predicava moderazione e civiltà; e veramente trattava di ripatriare i
fuorusciti, quando morì (1469 2 xbre), soli cinque anni dopo il padre.
Tommaso Soderini seppe persuadere a conservar _principi dello
Stato_ i giovani figli di lui Lorenzo e Giuliano: i quali a cinque
_accoppiatori_ diedero diritto di nominare il consiglio de’ duecento;
balìa non più a tempo per casi urgenti, ma permanente e che poteva
ogni cosa, punire, esigliare, levar denaro. I Medici trovavansi dunque
in mano lo Stato, e potevano convertire a comodo proprio le somme
pubbliche, oltre quelle che per avventura riceveano da chi volesse
conservarsi in grado o soprusare impunemente; e la tirannia palliavano
con feste, colle largizioni, col proteggere artisti e letterati.
Lorenzo particolarmente è una delle fisonomie più simpatiche della
nostra storia, e ci restano alcuni suoi ricordi giovanili, di cara
semplicità: — Il secondo dì dopo la morte del padre mio, quantunque
io Lorenzo fossi molto giovane, cioè di anni ventuno, vennono a noi
a casa i principali della città e dello Stato a dolersi del caso,
e confortarne che pigliassi la cura della città e dello Stato, come
avevano fatto l’avolo e il padre mio; le quali cose, per essere contro
alla mia età e di gran carico e pericolo, malvolentieri accettai, e
solo per conservazione degli amici e sostanze nostre, perchè a Firenze
si può mal vivere senza lo Stato, delle quali insino a qui siamo
riusciti con onore e grazia, reputando tutto non da prudenza, ma per
grazia di Dio e per i buoni portamenti de’ miei passati. Di settembre
1471 fui eletto ambasciatore a Roma per l’incoronazione di papa Sisto
IV, dove fui molto onorato; e di quindi portai le due teste di marmo
antiche dell’immagine d’Augusto e di Agrippa, le quali mi donò detto
papa; e più portai la scodella nostra di calcidonio intagliata, con
molti altri cammei e medaglie, che si comprarono allora fra le altre in
calcidonio».
Morta una Simonetta gentildonna, fior di bellezza e di virtù, era
universalmente compianta; e quando col viso scoperto era portata a
sepellire, tutta Firenze fu in cordoglio. Lorenzo giovinetto deplorò
in versi quella morte, e per ispirarli di maggior verità, cercò
persuadersi d’essere invaghito dell’estinta; dal che passò a voler
ricercare se altra donna raggiungesse quel modello. E parvegli tale
una che egli celò, ma i biografi rivelarono essere Lucrezia Donati,
ch’e’ vide in una solennità, così bella che esclamò: — Deh fosse pari
alla Simonetta anche in virtù!» E chiestone, poi conosciutala, la
trovò migliore ancora della speranza, e d’ingegno meraviglioso senza
la presunzione che fa ridicole le saccenti. Questo amore lo fece schivo
dei diletti vulgari e delle affollate radunanze, dilettandosi piuttosto
nella solitudine, dove tutto rammemoravagli colei, da cui invece lo
distraevano i pensieri del mondo[112].
Quest’è il mostro della tragedia d’Alfieri, in cui è verseggiato un
nuovo tentativo che i nemici dei Medici fecero per abbattere i due
giovinetti.