CAPITOLO CXVIII.

L’impero d’Oriente, e sue relazioni coll’Italia. I Turchi a

Costantinopoli. Perdita delle colonie italiane. Venezia guerreggia i

Turchi.

Da mille anni era disfatto l’impero romano in Occidente, e ancora

sussisteva in Oriente, soprattutto mercè della incomparabile postura

di Costantinopoli. Sussisteva, ma agonizzante fra le deboli mani

d’imperatori, i quali, vanitosi d’una scienza ciarliera, superbi d’un

passato troppo diverso, assorti in un lusso corruttore, deliri dietro

a futili importanze, ignoravano o vilipendevano i costumi stranieri

e quelle idee che s’insignorivano del mondo. Un altro morbo erasi

ostinato addosso a quella pomposa società, le eresie; quasi le fosse

fatale il dover perire novamente pei sofismi, come già ai tempi della

miglior grandezza d’Atene. Lo Spirito Santo procede egli anche dal

Figlio come dal Padre? tale quistione, inestricabile ad argomenti, pose

a subuglio le scuole, le chiese, le piazze, le famiglie; avversò Roma a

Costantinopoli, i patriarchi ai papi, sinchè Fozio (862) separò affatto

la Chiesa greca dalla latina, e quell’impero si trovò nimicati coloro

a cui lo legava il comune interesse di resistere alle avvicinantisi

orde musulmane. Le crociate avevano pôrto ai Greci l’occasione di

rigenerarsi, innestando sul vecchio loro ceppo la civiltà moderna,

e vantaggiandosi reciprocamente coll’accomunare le qualità migliori:

ma essi non vi adoprarono che dispregio e mala fede; tergiversarono

imprese, di cui aveano il maggior bisogno e i primi vantaggi; e si

attirarono l’abbominazione de’ Latini. La conquista di Costantinopoli

per opera di questi avrebbe potuto risarcire l’Impero, se accettata

e sostenuta: odiosa invece e contrastata, non fece che crescerne la

debolezza, e ben tosto le dinastie antiche ebbero espulsi i Baldovini,

che andarono sparnazzando per Europa la loro miseria e titoli senza

valore.

Però coll’impero latino non erano caduti gli stabilimenti degli

Italiani in Levante. Pisa era oggimai ridotta a troppo piccolo conto;

ma Genova e Venezia avrebbero potuto assicurarsi il Mediterraneo,

l’Jonio e il mar Nero se si fossero tenute d’accordo; invece,

perseguendosi d’implacabili nimicizie, dagli insulti e dagli assalti

reciproci furono entrambe rovinate. I Genovesi, badando al proprio

interesse più che alla causa europea, aveano ajutato l’imperatore

Michele Paleologo a togliere ai Latini Costantinopoli (1261), dove

conservarono il sobborgo di Gàlata; e stipularono di rimanervi sotto

un podestà proprio, il quale presterebbe giuramento all’imperatore

prima di assumere la giurisdizione, e andrebbe ogni domenica a fargli

omaggio; l’imperatore non punirebbe alcuno di quella colonia se non

quando esso podestà ricusasse farlo; stretto divieto di asportare oro

o argento dalle terre imperiali, bensì vettovaglie, ma che dovessero

recarsi al Comune di Genova, non mai ai nemici dell’Impero; qualvolta

l’imperatore allestisse un’armata, potrebbe trattenere per servizio di

quella i navigli genovesi quand’anche fossero noleggiati da altri e già

in carico, e spedirli dovunque gli talentasse. I Genovesi di rimpatto

non si staccherebbero dall’Impero per qual si fosse comando di persona

coronata o no, nè per ecclesiastica scomunica[86]; cautela opportuna

quando era opinione non doversi fede agl’Infedeli, e per tali si

consideravano pure i Greci.

Dalla debolezza de’ quali i Genovesi traevano baldanza: un marinajo

vantò che fra breve i suoi sarebbero signori della capitale, e uccise

il Greco che nel ripigliava; un altro ricusò il saluto delle armi nel

passare davanti alla reggia. Il trovarsi però in sobborgo smurato

esponeva i Genovesi ed alla legale repressione degl’imperiali ed

alla violenza de’ Veneziani, che di fatto una volta gli assalsero,

e costrettili a rifuggire in Costantinopoli, ne incendiarono le

abitazioni. Pertanto i Genovesi chiesero di poter circonvallare Gàlata,

e con triplice muro che girava per quattromila quattrocento passi

chiusero i vasti magazzini e i nobili abituri prospettanti il mare; e

quel sobborgo avrebbe presto emulato Costantinopoli se questa non fosse

caduta. Di là scorrendo il mar Nero, dove possedeano Caffa, i Genovesi

portavano ai Greci il frumento dell’Ucrania, il caviale e pesce salato

della Meotide; spingeansi a ricevere nei porti della Crimea le droghe

e le gemme che dall’India vi affluivano colle carovane; e le fortezze,

sorte in tutte le fattorie, diventavano formidabili non meno agli

Europei che ai Tartari.

Già ne fu accennata la banda di venturieri catalani, che Ruggero di

Brindisi condusse a Costantinopoli, e che per un pezzo salvò l’impero

greco dai Turchi; ma insieme lo malmenavano a talento, come e peggio

che le compagnie di ventura in Italia. Andronico imperatore in palese

lo accarezzò, fino a sposarne una sorella; in secreto affilando

l’arma de’ vili, a tradimento lo uccise. Non per questo si dispersero

i suoi, e molte fiate posero il partito di conquistare l’Impero per

conto proprio o del re di Sicilia, il quale mandò anche l’infante

don Ferdinando a capitanarli. Se non che i Genovesi, da antico gelosi

dei Catalani, i loro più potenti competitori nel commercio del mare

occidentale, s’inasprirono pei favori che que’ venturieri guadagnavano

o rapivano in Oriente. Ne vennero risse aperte; e come i Catalani

offrivano all’imperatore di sfasciare gli stabilimenti genovesi e

liberarlo dalla costoro insolenza, così i Genovesi lo ajutarono a

mandare a sbaratto quella banda.

Nel mezzo di ciò, i Latini non cessavano d’osteggiare il greco impero,

considerandola quasi come un’impresa santa e un seguito delle crociate.

Carlo di Valois, figlio di Filippo il Bello, la cui moglie Caterina di

Courtenai avea portato in dote nominali diritti sopra quel trono, volea

questi ridurre in atto recuperandolo ai Latini; il che a molti pareva

l’unico modo di ritardarne la caduta. E tentò l’impresa: ma non avendo

meglio di cinquecento cavalieri, la fatica gli rispose scarsamente.

Quando Caterina di Valois sposò Filippo duca di Taranto, ne’ patti

nuziali si stipularono gli ajuti che il marito le darebbe per

ricuperare l’impero latino, e le provincie di Grecia di cui essa

a lui farebbe cessione. Il re di Francia suo parente, Venezia e il

papa ne secondavano le aspirazioni; e l’imperatore Andronico, non

potendo far conto su Genova straziata da discordie intestine, prese

la disperata risoluzione di ricorrere ai Turchi per difendersi dai

Cristiani. Al tempo stesso favoriva i Ghibellini contro Roberto re

di Napoli, affinchè questo rimanesse impedito dall’ajutare Filippo, e

mandò a Federico di Sicilia seicencinquantamila pesi d’oro coniato[87].

L’impresa infatto non ebbe seguito, e sopraggiunte nuove burrasche

nel regno di Napoli, ai principi di Taranto rimaneva appena forza di

galleggiare tra queste, non che potessero far valere sull’impero la

presunta eredità.

Ma crescendo sempre più le conquiste de’ Musulmani, quegli imperatori

sentivano che loro salvezza sarebbe stato il riconciliarsi colla Chiesa

latina. Già sotto Andronico il giovane avea molto adoperato a tal fine

il monaco basiliano Bernardo Barlaam di Seminara in Calabria, ingegno

vivo e Colto, che si fece ammirare dal Boccaccio a Napoli, dal Petrarca

ad Avignone; ma non ne venne a capo, pretendendo gli Orientali si

convocasse un concilio, che i nostri trovavano superfluo in quistioni

già decise.

Barlaam ritornato a Costantinopoli, ebbe a disputare con Palamas

arcivescovo di Tessalonica sulla luce increata. Palamas sosteneva

che fosse non la sostanza divina, ma emanazione di questa; e che gli

angeli e santi potessero questa contemplare, non l’essenza divina.

L’altro, al contrario, voleva non fosse nè l’essenza divina nè effetto

di questa, e che nessuna potenza valesse a rendere gli occhi umani

capaci di contemplare la divinità. È la quistione, su cui si fanno

tanti epigrammi: ma per la concatenazione degli errori e delle verità

portava, nell’opinione di Palamas; niente meno che la dualità della

sostanza eterna; in quella di Barlaam toglieva la visione beatifica

ai santi. Barlaam fu riprovato da un sinodo di Costantinopoli, onde

abbandonò la Grecia, scrisse contro lo scisma, e fatto vescovo di

Geraci, contribuì assai a restaurare gli studj in Italia.

Morto quel debole imperatore (1341), ogni cosa andò capopiede, finchè

a Giovanni Paleologo usurpò la corona il grandomestico Giovanni

Cantacuzeno (1347): ed egli pure per sostenersi non esitò a chiamare

in Europa i Turchi, che già all’Impero aveano tolto le provincie

d’Asia. Ma più che l’imperatore, signori di Costantinopoli in quel

tempo erano i Genovesi; e se sorreggeano con prestiti la miseria di

lui, impedivangli di crescere in potenza marittima per non trovarselo

concorrente: ed insultandone la maestà, ad onta sua occuparono e

bastionarono anche l’alto della collina, sul cui pendio aveano ottenuto

di piantare la loro colonia, comandando così allo stretto per cui si

passa al mar Nero; batterono la flotta dello imperatore, bloccarono

fin Constantinopoli (1351), nè egli potè chetarli che con forzate

concessioni.

In quel tempo, per respingere i Tartari che minacciavano gli

stabilimenti del mar Nero, erasi allestita una specie di crociata,

principalmente di navi venete, condotta da Umberto delfino di Vienne.

I Genovesi, appena le interne discordie il permisero, vi mandarono

la propria flotta, guidata da Simone Vignoso: ma questi, invece di

drizzare contro i Tartari, assalì e prese Scio, isola opportunissima,

a otto miglia dal continente, che signoreggia le vicine di Samo,

Metelino, Ténedo e lo stretto di Gallipoli, e che già altre volle era

stata posseduta da Genovesi. Cantacuzeno recosselo ad onta, ed arrestò

alquanti legni genovesi; ma i coloni di Galata si levano a stormo,

e minacciano di nuovo la capitale; l’imperatore reclama a Genova, ma

inutilmente, giacchè il Comune non esercitava alcuna autorità sopra i

lontani coloni; ond’egli non conobbe altro scampo che di ricorrere alla

gelosia di Venezia.

Questa era stata rattizzata dalla concorrenza nelle colonie della

Tana. Un Genovese, percosso da un Tartaro, lo uccise; e i Tartari

per vendetta malmenarono le persone e i beni di quanti Cristiani

mercatavano da quelle parti: i Genovesi tennero testa in Caffa,

abbastanza munita contro scorridori indisciplinati; e di là chiudeano

il passo del bosforo Cimmerio e perciò i traffici coi Tartari, i

quali vedeano andare a male le merci raccolte, e fallire le sperate

ricchezze. Non vollero rispettare quel blocco i Veneziani, di che

originarono nuovi conflitti. Venezia spedì trentatre galee fra di merci

e di soldati, che sotto Marco Ruzzini passassero alla Tana; ed egli,

incontrate nell’altura di Negroponte undici galee genovesi (1349 29

agosto), le circondò e prese allo arrembaggio. I Genovesi per riscossa

sorpresero Candia, donde liberarono le merci e le navi catturate. Alla

sua volta il Ruzzini sorprese Galata, gettò il fuoco in molti vascelli,

e propose all’imperatore di sottrarlo dalla prepotenza genovese;

ma quegli, temendo forse i liberatori quanto gli avversarj, renuì.

Lungamente le flotte delle due repubbliche insanguinarono i mari;

l’espertissimo ammiraglio Nicolò Pisani avea unito alle galee venete

l’armata de’ Greci, de’ Pisani e degli Aragonesi, sempre in discordia

con Genova ma all’isola dei Porti (1352 febbr.) fra Costantinopoli e

Calcedonia, nel fitto della notte e nello infuriar delle tempeste non

bastanti a spegnere l’ira degli uomini, fu sconfitto da Paganino Doria;

il mare e i lidi rimasero orridi de’ frantumi di sì trista vittoria;

e se i Veneti perdettero quattordici navi, dieci gli Aragonesi, due

i Greci, anche i Genovesi ne lasciarono tredici al nemico o alla

procella, e vuolsi che settecento nobili vi perissero, onde quasi ogni

famiglia dovette vestire il bruno, nè si permisero le solite feste del

trionfo.

Il Doria insuperbito, invitò il kan de’ Tartari a seco giurarsi contro

i Bisantini; e con Orcano, figlio, di quell’Osman che aveva fondato

l’impero turco, assalì l’imperatore Cantacuzeno, lo insultò nella

sua reggia, ed obbligollo a staccarsi dai Veneziani, e segnare un

trattato ove ai Genovesi concedeva tutti i privilegi tolti ai Veneti.

Questi dovettero promettere non approdare più per tre anni alla Tana,

contentandosi d’un banco a Caffa; i Greci, di non mescolarsi a litigi

che potessero nascere tra Genovesi, Veneti e Catalani; non mandare navi

di traffico alla Tana; restituire quanto avessero tolto ai Genovesi,

cui fosse libero comprare terre senza licenza dell’imperatore. Neppure

a tanto sarebbesi arrestata Genova, se una battaglia nelle alture di

Cagliari non avesse vendicato i Veneziani, i quali all’arrembaggio

tolsero ai Genovesi ben trentuna galee e quattromila prigionieri,

che buttarono al mare. Grave lutto alla città, che straziata

sempre nell’interno, bramò il riposo della servitù sottoponendosi

all’arcivescovo di Milano.

Francesco Gattilussio genovese, armate due navi per far sorte, secondò

Giovanni Paleologo a spodestare (1355) lo usurpatore Cantacuzeno;

e in premio chiese la sorella per moglie e l’isola di Metelino, che

restò di fatto nella sua discendenza. Già prima i Zaccaria, avendo

ajutato potentemente l’impero a recuperare l’isola di Negroponte,

n’aveano ottenuto le ricche cave d’allume in Focea. Per sostenersi nel

riacquistato dominio e contro gli Ottomani che già eransi impadroniti

di Gallipoli e d’Adrianopoli, il Paleologo era ricorso ad Innocenzo

VI, promettendo sottomettere la sua Chiesa alla romana; e il papa

esibì per sei mesi venti vascelli da guerra con cinquecento cavalieri e

mille fanti: ma Genovesi, Pisani, cavalieri di Rodi, il re di Cipro non

diedero retta alle sue esortazioni; Amedeo VI di Savoja, coadjuvato dai

Genovesi di Galata, mosse una spedizione (1366), ove ritolse ai Turchi

Gallipoli.

In quel bujo l’imperatore, non pago di sollecitare Urbano V per

ambasciadori, venne in persona a Roma quando si coronava Carlo IV,

e riconobbe la doppia processione dello Spirito Santo e la primazia

della Chiesa latina: ma la viziosa inettitudine di lui non ispirò

nè interesse nè pietà; poi la morte del papa (1369) interruppe ogni

effetto; e il Paleologo, passato a sollecitare i Veneziani, vi si

trovò in tali strettezze, che i creditori lo tennero agli arresti,

e la Signoria dichiarò non partirebbe finchè non si fosse sdebitato.

Andronico suo figlio, lasciato reggente, non s’affrettò a mandargli

il denaro; Manuele fratei minore lo riscattò, vendendo se nulla

ancor gli restava: di che il Paleologo concepi avversione per quello,

predilezione per questo, e per isfogarla si fece persin vassallo di

Amurat I granturco. E quando Andronico cercò stronizzare il padre,

Amurat ne prese occasione di tragittarsi in Europa con grosso esercito

per domare questi litigiosi che s’abbaruffavano sull’orlo del sepolcro.

Andronico, che dal padre era stato imperfettamente accecato, col favore

dei Genovesi potè uscire dalla prigione e cacciarvi il padre: ma questi

fu ajutato alla fuga per lunga arte di Carlo Zeno veneziano, il quale

per mercede volle che dell’isola di Ténedo fosse investita la propria

nazione. Di qui vedemmo nascere terribile guerra fra Venezia e Genova,

e la vittoria de’ Veneziani a capo d’Anzio, vendicata poi a Pola sopra

Vittor Pisani da Pietro Doria, che menò la flotta genovese fino a

Chioggia.

Venezia s’accorse che si rovinava in paese minacciato dà si gagliardi

avversarj, e neglesse il mar Nero; laonde i Genovesi restarono arbitri

dell’Impero, e a loro posta metteano pace e attizzavano guerra fra que’

principi fratricidi, e neppur esitarono a patteggiare coi Turchi di mai

non guerreggiarli.

Quasi soli esercitavano essi il commercio della costa di Trebisonda,

ove col titolo d’imperatore dominava un principotto Comneno. Alla

costui corte Megallo Lercári mercante genovese, nel fare agli scacchi,

rissossi con un mal paggetto dell’imperatore, e avutone uno schiaffo,

e invano chiesta soddisfazione, armò due galee, depredò la costa,

e a quanti Greci cogliesse mozzava le orecchie e il naso. Un padre

il supplicò si caldamente a risparmiare questo supplizio ai figli

suoi, che il Lercari li perdonò, patto che recassero a Trebisonda

all’imperatore un barile di nasi e d’orecchie, e annunziassero non

desisterebbe finchè non avesse in mano il suo oltraggiatore. Tal era

la forza de’ Genovesi o la debolezza di que’ Greci, che l’imperatore in

persona venne a consegnare il paggio al Lercari, il quale s’accontentò

di porgli un piede sulla faccia dicendo: — Via costà, sciagurato; e

ringrazia la civiltà de’ Genovesi, che non bistrattano donne»[88].

I Turchi si avvicinavano alla capitale, non più da scorridori e con

subitarie devastazioni, ma passo passo conquistando; già Bajazet

la stringea d’appresso. Unica tavola nel naufragio, gl’imperatori

ricorsero all’Occidente; e Manuele Paleologo venne supplichevole a

Roma (1399). Se non che i Mongoli, condotti da Tamerlano imperatore

di Samarcanda, dopo rapide quanto estese vittorie nel cuor dell’Asia,

piombarono sopra i Turchi, vinsero Bajazet e lo fecero prigioniero.

Obbligati i Turchi a provvedere alla proprio difesa, venne ritardala la

caduta di Costantinopoli; poi i figli di Bajazet si osteggiarono fra

loro: eppure delle discordie e delle sconfitte di costoro non seppero

giovarsi i Greci per rivalere, e il successore d’Amurat II potea dire

al greco imperatore: — Chiudi le porte della tua città, e regna nel

recinto di essa; quant’è di fuori appartiene a me».

Di fatto l’Impero trovavasi ristretto ormai alla capitale e ad un lembo

della Tracia lungo cinquanta e largo trenta miglia, con poche centinaja

di soldati, stranieri i più. I Musulmani potevano chiamarsi barbari

soltanto al paragone di gente più colta: che se il sensuale orgoglio,

su cui è fondata la loro religione, gli arrestò sulla via della

civiltà, aveano però mietuto i frutti dell’araba e della persiana:

potenti per commercio, potentissimi per armi di mare e di terra, nelle

quali aveano introdotta una perfezione ignota ai Cristiani; presto

impararono l’uso della polvere; dicesi ottenessero dai Genovesi i

primi cannoni, e perfezionatone il maneggio, li volsero contro le

mura, forti soltanto per resistere alle catapulte. Primi introdussero

un esercito stanziale colla formidabile milizia de’ gianizzeri,

reclutata di fanciulli rapiti do ogni paese, e perciò staccati da

ogni affetto, ed usi fin da bambini alle ormi; milizia di gran lunga

superiore alle truppe vendereccie dei Cristiani. Senza i riguardi della

gente civile, coll’entusiasmo dello apostolato guerriero, credendo

fatalmente segnata l’ora della morte, e premio il paradiso a chi cada

in battaglia, piombavano su popoli che vagheggiavano le dolcezze della

pace; la Russia mal potea fronteggiarli, serva com’era dei Tartari;

alla generosa Ungheria erano tagliati i nervi dagli Austriaci,

che ambivano farla patrimonio della loro casa; l’Italia rimanea

sbocconcellata. Pertanto i Turchi, possedendo le coste del Mediterraneo

e dell’Arcipelago, poteano ridurre a pascialati la Polonia, l’Ungheria,

la Germania, l’Italia, sbiadare i loro cavalli sull’altare del

Vaticano, e restringere in angustissimi confini la civiltà cristiana.

Più incalzante si sentì il pericolo quando (1421) la bifida spada

fu posta nelle mani di Amurat II, uno de’ maggiori eroi dell’islam.

Manuele Paleologo pensò mettere una barriera all’avanzare de’ Turchi

col vendere ai Veneziani Salonicchio, forte di quaranta torri e

quarantamila abitanti, in eccellente golfo, e opportunissima al

commercio e a tutelare Negroponte. La Serenissima, allora invogliata

dal Foscari alle conquiste, se la prese, e mandò a giustificarsene

con Amurat, il quale per tutta risposta arrestò il messo, ed assediò

Salonicchio. La flotta veneta lo respinse, ed Amurat assalì la Morea, e

qualunque volta la Signoria mandava per fare accordi, egli rispondeva:

— Rendetemi Salonicchio»; infine la sorprese e pigliò (1429), dopo che

la Repubblica avea sciupato settecentomila ducati a difenderla.

Allora Amurat mette assedio a Costantinopoli (1431) con ducentomila

Turchi. Eugenio IV levò il grido d’allarme per annunziare il pericolo

che all’Europa e a tutta la cristianità sovrastava se Bisanzio perisse;

ma non era più entusiasmo di popoli che determinasse alle imprese,

bensì calcolo di principi, e questi erano occupati ciascuno in casa

propria a consolidare la prerogativa regia, ad estendere i dominj, a

fiancheggiarsi di parentele. Genova e Venezia dal pericolo ravvicinate,

si unirono bensì (1440) sotto lo stendardo delle sante chiavi; il

cardinale Giuliano Cesarini riuscì ad eccitare Polonia e Ungheria, più

da vicino minacciate; e l’esercito, composto d’avventurieri d’ogni

paese, condotto dal grande Giovanni Uniade, transilvano addestrato

nelle guerre d’Italia, assalì Amurat. Ma la battaglia di Varna (1444)

sparpagliò l’esercito crociato, e l’imperatore Giovanni III Paleologo

dovette comprare la pace.

Pace effimera; e già prima quell’imperatore non vedea modo al suo

bisogno che nei soccorsi d’Occidente; ma come riprometterseli se

non riconciliando la sua Chiesa alla latina? Stava allora adunato

il concilio di Ferrara (pag. 196), e il Paleologo sopra navi

veneziane fu trasportato in Italia, menando seco Giuseppe patriarca

di Costantinopoli, e i rappresentanti degli altri patriarchi, molti

prelati, cantori, monaci, filosofi, spiegando un fasto che cozzava

colla miseria, giacchè il papa avea dovuto anticipargli le spese.

Fu ricevuto orrevolmente, estreme riverenze rendute al moribondo

rappresentante dell’antica maestà cesarea; Venezia gli prestò

venerazioni, di cui la libertà non era gelosa perchè non esprimevano

un omaggio, e perchè le spoglie di Costantinopoli che la abbellivano

diceano qual fosse più potente fra l’augusto troneggiante sulla poppa

della nave capitana, e il doge e i senatori che gli baciavano il

piede; a Ferrara ottenne le cerimonie di posto e di grado consuete

agl’imperatori antichi: ma i contrasti fra il concilio di Basilea ed

Eugenio IV impedirono ogni conchiusione. Convocatosi poi il concilio

a Firenze (1438), e ridottisi d’accordo sulle incomprensibili e

sulle pratiche quistioni, Eugenio si obbligò a pagare ai Greci il

ritorno, mantenere sempre due galee e trecento soldati per difesa

di Costantinopoli, e dieci galee per un anno ogniqualvolta venisse

richiesto; eccitare i principi europei a sovvenire quell’impero, e far

approdare a Costantinopoli tutte le navi che trasportavano pellegrini

in Terrasanta.

Ma gli amplessi e la riconciliazione, forse subdoli, certo interessati

per parte dei grandi che ne trattavano, doveano riuscire inapplicabili

al popolo e al basso clero greco, ignoranti e fanatici a segno, che

avrebbero preferito Maometto al papa. I monaci venerati dai loro eremi

maledivano a chi si fosse comunicato coi Latini; i popi chiudevano

le basiliche in faccia a chi s’era messo in relazione col legato in

Santa Sofia; il popolaccio nelle bettole cuculiava il pontefice e

gli azimati; i prelati medesimi, sentendo rinascere la coscienza o

l’orgoglio, si ritrattarono, e quel misero avanzo dell’impero romano

andò sovvertito fra nuovi e antichi credenti che a vicenda intitolavano

sè cattolici, eterodossi gli avversarj. Al vederli odiarsi perchè

gli uni nutrono la barba, gli altri la radono, questi consacrano pane

fermentato e quelli no, non si direbbero persone fradicie nella pace?

e invece roteava sul capo di tutti la scimitarra ottomana. Amurat

perdonò al Paleologo d’avere sollecitato la crociata, ma assalse i

fratelli di lui, tra’ quali era diviso il restante impero; ridusse a

sommissione Neri Acciajuoli signore dell’Acaja, di Atene, della Focide,

della Beozia; per l’istmo, invano fortificato, entrò nel Peloponneso

che devastò, incendiata Corinto, presa Patrasso, e menati sessantamila

schiavi.

Maometto II, succedutogli (1451) con maggior impeto guerresco,

s’accingeva ad annichilare quel fantasma dell’impero romano, e assediò

Costantinopoli con dugencinquantottomila armati e trecento navi.

Costantino Paleologo su quel trono tarlato sosteneasi con virtù degne

di miglior fortuna. Vedovo di una de’ Gattilussi di Genova, principi

di Metelino, cercò una Foscari di Venezia; ma avendo i consiglieri

suoi trovato non abbastanza decorose tali nozze, e preferitovi una

principessa di Georgia, si rese avversi i Veneziani di modo che

non abbastanza cooperarono alla difesa. I Genovesi di Galata ebber

ricorso alla madrepatria, e n’ottennero una grossa nave e macchine

e cinquecento uomini d’arme; ma sentendosi insufficienti, ebbero per

più savio consiglio il prendere accordo col Turco, promettendo essi di

restar neutrali, egli di rispettarli; doppia slealtà, perocchè Maometto

diceva che lasciava dormire il serpente finchè non avesse soffocato

il drago, e i Genovesi non lasciavano di soccorrere sottomano gli

assediati. La colonia genovese di Caffa inviò tre legni, che traverso

gravissimi pericoli, e menando strage nella flotta turca, provvide di

viveri la città. Nella quale trovavansi chiusi quasi cinquecentomila

Greci, e duemila Genovesi e Veneziani: ma non passavano i settemila gli

armati, con ventotto navi; oltrechè i Greci aborrivano i Latini sebbene

esponessero per loro la vita; fremettero quando il legato pontifizio,

venuto a parte del pericolo, cantò messa col pane azimo e l’acqua

diaccia; e gridavano: «Il cadere sotto Roma val quanto il cadere sotto

i Turchi».

All’indifferenza degli estrani e dei cittadini mal supplivano il

senno e il valore di Costantino. Affidò egli il comando della piazza

a Giustiniano Longo genovese, già podestà di Caffa e or principe

di Lemno, il quale lo secondava mirabilmente; meglio di chicchessia

sapeva squadronare, assalire, trovar ripieghi, reggere a fatiche, oppor

mine alle mine, coll’ajuto d’altri Genovesi, fidi a quella seconda

patria[89].

Però le munizioni venivano meno (1453); le artiglierie turche

fulminavano le decrepite mura con una furia mai più veduta di projetti,

e aveano fra altri un pezzo che tirava palle di milleducento libbre,

sicchè un colpo bastava a colar a fondo una nave. Maometto, non

potendo forzare la grossa catena del porto, fece trascinar le sue navi

attraverso alla lingua di terra che ne lo separava, forse secondato

dai Veneziani; talchè un mattino gli assediati svegliandosi le videro

entro il porto. Questo prodigio gittò lo scoraggiamento ne’ cittadini:

il Giustiniani tentò avventare il fuoco nella mirabile flotta, ma il

cannone del granturco mandò a fondo il brulotto con cencinquanta nostri

prodi. Il Giustiniani ferito si ritirò dal combattere, per quanto

Costantino il supplicasse fin chiamandolo fratello; e di fatto al suo

partire, che gli altri gli ascrivono a infamia colla facilità onde gli

inoperosi sputacchiano gli eroi, la costanza degli Italiani vacillò. Al

24 maggio erano aperte breccia per tutto, e Maometto annunziò l’assalto

generale pel venerdì 29, al che rispose d’ogni parte il grido d’Allah,

mentre gli assediati raffittivano in penitenze e comunioni, e supplicar

Madonne, e intuonare lugubri Kyrie eleison. Alfine dopo quarantotto

giorni d’assedio Costantinopoli, che avea resistito a sette assedj di

Arabi e cinque di Turchi, fu presa; dappertutto si gridò: — Dio solo è

Dio, e Maometto è il suo profeta»; e il gran-signore entrato in Santa

Sofia, ordinò al muezzin d’intimare la preghiera, salì all’altare e

pregò.

Costantino perì da eroe, e le poche navi italiane poterono salvare

alcuni degl’infelici che a calca vi ricoverarono, e massime i Genovesi

di Galata colle loro ricchezze. Eppure Maometto, che gridava a’ suoi

soldati — A voi i prigionieri, le ricchezze, le donne, ma riservate a

me la città e i fabbricati», confortava i Genovesi a rimanere sicuri;

ai pochi che gli diedero ascolto concedette di praticare il proprio

culto, sottoponendosi al testatico. I negozianti di Pera capitolarono,

e Maometto fece decapitare il balio di Venezia, ed arrestare quanti

Veneziani vi colse.

Venezia non potea pensare alla vendetta, e Bartolomeo Marcello dopo

un anno di trattative conchiuse la pace (1454). Nessuna parte recherà

danno all’altra, o ricetterà i rei di Stato o di furto, anzi li

consegnerà: libero commercio, pagandosi reciprocamene il due per cento

delle merci esitate nello Stato amico, e reciproca restituzione delle

robe de’ naufraghi e de’ morti: i Veneziani tributeranno ducentrentasei

ducati per le terre che tengono nell’impero turco: gli schiavi

veneziani saranno restituiti; ma se si fossero professati musulmani

si pagheranno mille aspri, cioè cinquanta ducati per ciascuno. Le

navi andando e tornando dal mar Nero rinfrescheranno nel porto di

Costantinopoli; possano portare qualunque merce di Cristiani, ma non

di Turchi; mantenute al patriarca costantinopolitano le entrate che

avesse in terra di Veneti; la Signoria possa mandare a quella città

un balio, che regga nel civile e renda giustizia fra’ Veneziani d’ogni

condizione. Il gransignore si obbliga a risarcire i danni ben provati,

che nella persona o nella roba avessero patito i Veneziani nella presa

di Costantinopoli. Essi possano introdurre nell’impero ogni sorta

moneta coniata o in verga; ma le verghe dovranno farsi bollare dalla

zecca.

Caduta la metropoli, sussistevano ancora l’impero d’Iberia e quello

di Trebisonda sul mar Nero, dove i Genovesi conservavano Caffa in

Crimea; fra il Nero e l’Adriatico, i regni di Dalmazia, Bosnia,

Servia, Rascia, Bulgaria, Croazia, Transilvania, posti sotto l’alto

dominio dell’Ungheria; e là intorno i Valachi, razza romana; l’Epiro;

in Grecia il ducato di Atene; nel Peloponneso i despoti, fratelli

dell’ultimo Costantino. Creta, Negroponte, altre isole e parte della

Morea e dell’Albania appartenevano a’ Veneziani; Cipro a’ re Latini,

Metelino e Lesbo ai Gattilussi, Cefalonia e Zante a casa Tocco, Rodi ai

cavalieri di San Giovanni. Tutti questi, che aveano fin allora fissato

gli occhi a Costantinopoli, adesso volgeanli all’Italia, e massime al

papa e a Venezia; riboccava la patria nostra di Greci ed Orientali,

che esageravano le crudeltà de’ Turchi, e, stile de’ fuorusciti, la

facilità del ritoglier loro «la grande ingiusta preda».

D’altra parte i Turchi, occupata Costantinopoli e fattala lor sede,

pretendevansi succeduti agl’imperatori romani, e come tali divenire

padroni di quanto essi aveano posseduto, considerando usurpatori

quelli che ne tenevano alcun ritaglio. In tale pretensione avvolgeano

segnatamente l’Italia; e per lungo tempo, quando al granturco si

cingeva la sciabola, bevuto ch’egli avesse nella coppa de’ gianizzeri,

la rendea loro piena d’oro, proferendo: — A rivederci a Roma».

Maometto in fatti s’accinse a sterpare le piccole signorie fondatesi

nell’impero, e improvvisamente tolse a Genova Amastri, colonia si

opportuna ai commerci colla sponda meridionale del mar Nero, gli

abitanti trasferendo a Costantinopoli. Genova, vedendo non poter

mantenere la colonia di Galata sotto il cannone turco, con tutte le

altre di Levante le cedette ai protettori del banco di San Giorgio,

che col denaro le salvassero; e San Giorgio fece prova di suprema

abilità nel conservare tredici anni le colonie di Crimea; non potendo

farvi giungere soccorsi pel Bosforo chiuso dal granturco, soldò de’

Polacchi; poi bande italiane che per lunghissimo viaggio arrivarono

fin alla Tana; sollecitava la cristianità ad ajutarla, ma non era

nulla; sicchè anche Caffa fu presa, quarantamila suoi abitanti spediti

a Costantinopoli, millecinquecento fanciulli genovesi arrolati fra

i gianizzeri; Tana, Azoff e le altre città caddero senza ostacolo,

e fino alla pace di Adrianopoli del 1829 il mar Nero restò chiuso

a’ Cristiani, che appena schiuso doveano farlo teatro di terribili

martirj.

Gli Acciajuoli di Firenze erano succeduti ai Catalani di Sicilia

nel dominio d’Atene: e alla morte di Neri, la moglie di lui pose il

suo fanciullo sotto la protezione di Maometto II; poi innamoratasi

di Pietro Priuli veneziano, gli offrì farlo signore d’Atene se,

disfacendosi della prima moglie, lei sposasse. Come detto così fatto;

ma gli Ateniesi indignati ricorsero a Maometto, che fece scannare la

rea, e sterminò gli Acciajuoli.

Le discordie fra i despoti del Peloponneso offrirongli pretesto

d’intervenirvi, e Tommaso Paleologo fuggendone portò i suoi lamenti

e la testa di sant’Andrea al papa, al duca di Milano, ad altri, per

eccitarli a redimere la Grecia; ma morì di crepacuore, malattia degli

esuli. Davide Comneno, ultimo imperatore di Trebisonda, andò a finire

in esigilo.

Nell’Epiro rimpetto all’Italia si era con gloriosa imprudenza

ribellato Giorgio Castrioto, detto Scanderbeg; e incorati i marziali

Albanesi a resistere alla luna ottomana, vide fuggire innanzi a sè il

vittorioso Amurat. Maometto II propose soggiogarlo, e Scanderbeg nel

nuovo pericolo scrisse ad Alfonso re di Napoli chiedendogli soccorsi;

e n’ebbe viveri ed ausiliarj, condotti da Raimondo d’Orlaffa. Per

rimeritarlo de’ quali Scanderbeg venne poi in Italia a soccorrere re

Ferdinando figlio di lui, e n’ebbe in compenso San Pietro a Galatina,

piccola città della provincia d’Otranto, ove si fondò la prima colonia

albanese, cui ne tennero dietro altre a Siponto, a Trani, e là intorno

del promontorio Gargáno, e ne’ monti che separano la Daunia dall’antico

Sannio. Perocchè, al morire di Scanderbeg (1467), l’Epiro ricadde in

servitù; ma i suoi nella lunga guerra aveano acquistato molta perizia,

e su cavalli leggerissimi, con sopravvesta corta senza maniche e

imbottita per rintuzzare i colpi, bacinetto di ferro in testa, in

mano una zagaglia ferrata talvolta fin di dodici piedi, lunga spada,

piccolo scudo, mazza agli arcioni, si esercitavano al corso e al rapido

volteggiare, opportunissimi ad inseguire, ardere, spiare il nemico,

predare.

Dal doge Pietro Mocenigo furono assoldati quando volle tentare

l’impresa di Delo e Mitilene; poi presero servizio in Italia, ove

divennero terribili col nome di Stradiotti (στρατιώται). e fin agli

ultimi tempi v’ebbe sempre negli eserciti napoletani uno squadrone

reale macedone. Altri Cristiani, che non vollero piegarsi al giogo

turco, passarono a noi, chiedendo pane e sicurezza di culto, ottennero

terre nel Regno, le domesticarono, e ancora conservano la lingua

nativa e il rito greco e il vestire e i costumi, ancora gemono il loro

sangue disperso (_giaca in sprirus!_), ancora _danzano_ le miserie

dell’antica lor patria, ed essi, _sangue purissimo di Scanderbeg_,

dispregiano il sangue nero, sangue di volpi o di nottole degl’Italiani,

dai quali insegnano in proverbio dover guardarsi come il _falegname

dall’ascia_[90].

Alquanti Mainotti o Spartani giunsero a Genova, che li collocò

nell’isola di Corsica, ed obbligandoli alla decima de’ frutti e cinque

lire per fuoco, gl’investì delle terre incolte di Paoncia, Recida e

Piassologna, che a breve andare si videro colte e popolate. Costoro

si mantennero fedeli a Genova quando i Corsi le si rivoltarono, e

dalla forza superiore degl’insorgenti costretti ad imbarcarsi per

Ajaccio, lasciarono chiusi nella fortezza d’Uncivia ventisette dei

loro, i quali per cinque giorni respinsero duemila cinquecento Corsi, e

alfine si ritirarono in Ajaccio anch’essi. Le reliquie di tale colonia

incontransi oggi a Cargese ed Ajaccio, coi costumi, le usanze, i canti

patrj[91].

Ragusi si rassegnò a tributare mille ducati l’anno alla Porta per

conservare il proprio governo; diede ricovero a molti fuggiaschi da

Costantinopoli, poi alla stampa la prima tragedia regolare, e il primo

libro di commercio[92]; e fu come l’Atene del paese serbo, arricchendo

le lingue latina, italiana e slava.

Maometto, risoluto di far riconoscere un solo Dio in cielo, un solo

signore in terra, proseguiva le vittorie, e conquistata la Bosnia e la

Servia, minacciava di correre a Vienna e a Roma. In que’ frangenti non

tacque la voce dei papi contro i Turchi. Già Clemente VI avea bandita

la crociata che conquistò Smirne; un’altra Urbano V per guerreggiare

fra i Serviani; una terza Bonifazio IX, che fu scompigliata a Nicopoli;

una quarta sotto Eugenio IV, andata a ruina nella giornata di Varna.

L’infelice successo non iscoraggiava Nicola V, che di nuovo bandì la

croce, ma senza effetto. Calisto III ordinò per tutta cristianità si

sonasse a mezzogiorno la campana dei Turchi; e sollecitava la Germania,

che nelle diete decretava denari ed uomini, ma non si vedevano mai.

Giovanni da Capistrano, nativo della provincia d’Aquila, dedicatosi

al fôro, da re Ladislao fu assunto giudice della grancorte della

Vicaria. Essendo condannato nel capo un poderoso barone, il re non solo

approvò la sentenza, ma la estese al primogenito di esso. I giudici

si piegavano alla reale volontà, ma Giovanni gli animò ad opporsi;

e avendo il re, non ostante, comandato l’esecuzione, Giovanni chiese

congedo da un impiego che non poteva esercitarsi senza ingiustizia e

andò francescano. Accompagnatosi a san Bernardino da Siena, missionava,

finchè, visto il pericolo sovrastante alla cristianità, corse esortando

alla guerra santa. A Vienna mostrasi ancora sul sagrato di Santo

Stefano il pulpito da cui egli predicò: il popolo veneravalo qual

taumaturgo, portava a lui carte e dadi da bruciare e riducevasi a

penitenza. Gli venne fatto di mettere insieme una quinta crociata

contro gli Ottomani, composta non di nobili e cavalieri, ma di vulgo,

studenti, frati, contadini armati di mazze e fronde. Frà Giovanni, solo

confidente quando tutta Europa dispera, procede adottando per grido di

guerra Gesù, e ridesta Giovanni Uniade, il quale, memore delle vittorie

e delle sconfitte antiche, assume il comando di quell’esercito, che

incomposto avanzasi contro i Turchi (1456), ed obbliga Maometto ad

allargare Belgrado, che assediava con trecento cannoni, lasciando

ventiquattromila uomini sul campo. In memoria, il papa istituì la

festa della Trasfigurazione al 6 agosto. Quasi fosse compiuta la

loro missione, l’Uniade muore dopo due settimane, e dopo tre mesi il

Capistrano[93]. Maometto occupa il resto della Serbia, menandone via

ducentomila prigionieri; nè più altri che la flotta pontifizia soccorre

le isole assalite.

Pio II volle assumersi la parte di Pietro Eremita (1458), esortando

tutta cristianità ad armarsi di conserva contro il Turco; e

logica e dialettica e retorica usava, troppo meno potenti che non

quell’eloquenza impreparata, la quale sgorgando dal cuore, strascina

irresistibilmente. Istituì l’ordine della madonna di Betlem, che presto

cadde colla presa di Lemno ove tenea sede. Raccolta poi in Mantova la

cristianità a concilio, proclamò la crociata (1458); v’assisteano quasi

tutti i principi d’Europa, e gli ambasciadori degli altri, e di Rodi,

Cipro, Lesbo, dell’Epiro, dell’Illiria, minacciati così da vicino. Il

papa vi sfoggiò eloquenza; altrettanto Francesco Filelfo, portando la

parola a nome del duca di Milano: i deputati della Morea dipinsero gli

orrori commessi dai Turchi e a schiavitù dei Greci. Chi non ricorda

con quanto fervore ai dì nostri le donne favorissero la causa dei

Greci insorti? non altrimenti fu allora, e a quell’assemblea perorarono

Ippolita Sforza e Isotta Nogarola. La prima, figlia di Francesco Sforza

e moglie di re Alfonso II, avea trascritto di suo pugno quasi tutti i

classici latini: l’altra, filosofessa, teologante, letterata, lasciò

moltissimi discorsi e lettere, e un singolare dialogo per difendere Eva

contro Adamo.

Le parole furon molte, e in conseguenza pochi i fatti. L’imperatore

Federico III era troppo inetto sicchè volesse affidarsegli il comando;

il re di Francia doveva badare alle cose domestiche: onde l’onore di

comandare la cristianità fu attribuito al duca di Borgogna; l’esercito

si leverebbe in Germania, verrebbe stipendiato da Francia, Spagna,

Italia a proporzione della ricchezza; Borso d’Este esibiva ben

trecentomila fiorini, forse sì generoso perchè prevedeva non verrebbe

l’occasione di sborsarli. Di fatto la pace tanto necessaria fu guasta,

e le armi raccolte si ritorsero dall’un contro l’altro. Il papa se

ne lagnava, e scriveva; — Dove ci possiamo voltare? a chi ricorrere?

Gridiamo soccorso ai principi cristiani, e non ci s’ascolta: imponiamo

decime al clero, e non le paga: pubblichiamo indulgenze, e ci accusano

di farne traffico».

Ogni dissiparsi di tali imprese aggiungeva orgoglio a Maometto, che le

conquiste sue accompagnava colla ferocia e l’oscenità. A’ Veneziani

vedemmo garantiti per patto alcuni privilegi in Costantinopoli e i

possessi: ma questi coll’estendersi dei Musulmani restavano quasi

isole in vasta inondazione, vicine ad essere assorte. Lievissima

cagione destò in fatto le ostilità. Uno schiavo ruba al bascià d’Atene

centomila aspri (1463), e fugge a Corone, terra veneta; i Turchi

lo ridomandano, e i Veneziani ricusano consegnarlo perchè fattosi

cristiano, nè tampoco restituiscono il denaro. Ostinatisi gli uni e

gli altri, ne venne guerra, ove il procuratore Loredano assicurava che

ventimila Greci non vedevano l’ora d’impugnar l’armi per San Marco,

sicchè facilmente si conquisterebbe tutta Morea: solite e facili

confidenze di chi crede che, per un popolo oppresso, l’esecrare il

giogo equivalga a saperselo scuotere dal collo. Ivi in fatto si portò

un esercito sotto Bertoldo d’Este, che vi morì gloriosamente: lo

capitanò poi Sigismondo Malatesta, ma le fazioni non riuscirono mai

decisive, e si sfoggiava più atrocità che strategia.

I Veneziani chiesero ajuti al papa; il quale, all’annunzio delle prime

loro vittorie, in concistoro esclamò: — Vedete come Dio suscitò il

fedele suo popolo, i figli nostri diletti, il senato e la nazione

veneta. Vedete come quelli che tutti tacciavano d’indifferenza e

pigrizia, prima degli altri abbiano prese le armi in onore di Dio. Si

sparlava de’ Veneziani; additavansi i soli che, in tanta pressura de’

Cristiani, negassero ajuto: ma ecco che soli essi vigilano, soli si

affaticano, soccorrono i Cristiani, si accingono a far vendetta sul

nemico di Cristo». Vedendo che la parola _Andate_ facea poco effetto,

il papa volle dire _Venite_, e risolse crociarsi egli stesso, non

già per combattere, ma per orare come Mosè sull’Oreb, coll’Eucaristia

sugli occhi, affinchè Dio concedesse vittoria: — Forse quando vedranno

il padre loro, il romano pontefice, il vicario di Cristo, vecchio

e infermo partire per la guerra sacra, arrossiranno di rimanersi

a casa, e abbracceranno con coraggio la difesa della santa nostra

religione»[94].

Generale parve l’impeto degl’Italiani alla santa impresa; due navi

esibiva il duca di Modena, una Bologna, una Lucca, cinque i cardinali,

oltre quelle del papa; Venezia darebbe la ciurma e i sopracomiti;

poi per le spese il pontefice si tassò in centomila fiorini,

ripromettendoseli dalle limosine di tutta cristianità; in altrettanti

Venezia, il re di Napoli ottantamila, settanta Milano, cinquanta

Firenze, venti il duca di Modena, metà tanti il marchese di Mantova,

quindicimila Siena, un terzo il marchese di Monferrato, ottomila Lucca.

Queste cifre possono designare l’importanza relativa de’ potentati

italiani; ma ad Ancona, dove il papa avea dato la posta ai Crociati,

poc’altri comparvero (1463) che Ungheresi e Veneziani, oltre una turba

senza viveri nè denaro nè robustezza. Quando gli astrologi assicurarono

benefica la guardatura de’ pianeti, si salparono le ancore; ma la

morte del papa[95] e le sconcordie degli Italiani mandarono in fumo la

spedizione, del resto troppo sproporzionata all’intento.

Al nuovo pontefice Paolo II (1464) fu imposto dal conclave proseguisse

l’impresa, consacrandovi il prodotto delle cave dell’allume. Paolo

adunò a tal uopo un congresso di ambasciadori, e fu assegnata la quota

di ciascuno; ma non venne pagata, e la lega svanì. Ben egli aveva

accolto onorevolmente Scanderbeg, e regalatolo del cappello e dello

stocco benedetti e di qualche denaro; ma non potè che raccomandarlo ai

principi d’Europa.

Del resto Venezia, considerando le colonie per nulla meglio che un

campo da mietere, non aveva provveduto a incivilire e nazionalizzare

la costa d’Istria e Dalmazia; non vedeva come salute pubblica la

conservazione di esse, mostrando maggior ressa nell’acquisto d’una

provincia sul continente italiano; e mentre accampava diciottomila

cavalli pesanti contro il duca di Milano, non n’avea duemila nella

Morea, a vicenda presa e devastata dai nostri e dai Turchi. Coriolano

Cippico, che militava come sopracomito d’una galera veneta, e ci lasciò

il racconto di que’ fatti con curiose particolarità, ci mostra come

i Veneziani per antica consuetudine spartissero il bottino in modo,

che al generale toccava il decimo, al provveditore e agli uffiziali

una quota proporzionale al grado, il resto ai soldati, lo che doveva

incoraggiare al saccheggio: ai soldati retribuivansi tre ducati per

ogni prigioniero che menassero al campo, e ogni tratto si vedeva

vendere uomini e donne turchi all’incanto.

Maometto, stanco di veder guastate terre che riguardava come sue, giurò

di «mandar Venezia a consumare il suo sposalizio in fondo al mare» e

bandita la guerra sacra, diceva: — Giuro a Dio, unico, creatore d’ogni

cosa, non accorderò sonno ai miei occhi, non mangerò leccornie, non

cercherò cosa gradevole, non toccherò cosa bella, non volgerò la fronte

da occidente a oriente, se non rovescio e non fo calpestare da’ miei

cavalli gli Dei di legno, di rame, d’argento, d’oro o di pittura, che i

discepoli di Cristo sonosi fatti colle loro mani; giuro che sterminerò

la loro iniquità dalla faccia della terra, da levante a ponente, per la

gloria del Dio Sabaoth e del gran profeta Maometto. Fo dunque sapere a

tutti i circoncisi miei sudditi, credenti in Maometto, ai loro capi ed

ausiliari, s’essi hanno timor di Dio creatore del cielo e della terra,

e timore dell’invincibile mia potenza, che tutti devano recarsi presso

di me».

Con quattrocento navi e trecentomila guerrieri, se il terrore non

esagerò il numero, si difilò sovra Negroponte: sbarcatovi, cinque volte

assalì la città (1470 giugno), e Nicolò Canale ammiraglio veneto non

seppe abbastanza coraggiosamente adoperare le sue artiglierie, che

furono guardate come un prodigio perchè tiravano cinquantacinque colpi

il giorno; e fu presa sotto i suoi occhi la città, benchè ostinatissima

si difendesse via per via. Maometto aveva intimato la morte a chi

risparmiasse un solo prigioniero maggiore di vent’anni; e Paolo Erizzo,

che tenea la cittadella, essendosi reso a patto d’aver _salva la

testa_, Maometto gliela salvò, ma lo fece segare in due per espiazione

dei settantasettemila Turchi che si dissero periti sotto l’eroica

città. La flotta veneta, la migliore del mondo, aveva a fare colla

turca, inesperta, e composta di legni mercantili e di trasporto; onde

fu attribuito all’indecisione del Canale se non si trionfò, ed egli fu

mandato in catene a Venezia, surrogandogli Piero Mocenigo.

Quale spavento per l’Europa al conoscere che i Turchi erano formidabili

anche per mare, e che potevano portar le loro minaccie a tutti i porti!

Paolo II, secondato dal cardinale Bessarione e da altri greci profughi,

eccitava gl’italiani a sospendere le guerricciuole e rinnovare la lega

italiana del 1454, che di fatto si combinò (1470) tra Ferdinando di

Napoli più da vicino minacciato, re Giovanni di Aragona e di Sicilia,

le repubbliche di Venezia e Firenze, i duchi di Milano, di Modena,

di Ferrara, i marchesi di Mantova e Monferrato, il duca di Savoja,

e le repubbliche di Siena e Lucca: si spedì ad eccitare la Germania,

e Paolo Morosini ambasciator veneto a quella dieta diceva: — Van più

di due secoli che la nostra repubblica cominciò guerra coi Turchi; e

sola, massimamente in questi ultimi anni, ne sostenne gli attacchi

continui, nella Tracia e nell’Illiria. Comune è il pericolo della

cristianità, eppure i Veneziani sono lasciati soli a difenderla: il

sonno dell’Europa aggiunge baldanza ai nemici, che già si avanzano

per l’Illiria, per la Pannonia e per l’Adriatico, togliendo sicurezza

per terra e per mare. La speranza non è ancora perduta se i Tedeschi

spieghino quel valore, con cui si vuol difendere la casa e la libertà.

Venezia ha numerosa flotta, guarnigioni sulle coste, e venticinquemila

combattenti; re Ferdinando aggiungerà ventitre galee alle sessanta

nostre; colle altre d’Italia si sommerà alle cento; sicchè, dove i

Tedeschi ci assecondino per terra, non tarderà ad essere assicurata

tutta la cristianità»[96]. Altrettanto insistevano gli Ungheresi,

sentinella morta sull’altro adito de’ Turchi; ma l’imperatore era

inerte, la Germania pigra, l’Ungheria stessa e la Boemia straziavansi

nella guerra eccitata per le eresie degli Ussiti.

Piero Mocenigo manda a ferro e fuoco le isole e le coste, quantunque

abitate le più da Cristiani, promettendo un ducato ogni testa di

Musulmano portatagli; barbaro contro barbari. Con lui presero poi

conserva navi napoletane e papaline, e seguitarono i guasti senza

alcun onore di vittoria; mentre in ricambio i Turchi desolavano i

possedimenti veneziani. Hassan Bey rinnegato, bascià della Bosnia,

chiamato in Croazia (1469) con ventimila cavalli, dopo menato stragi,

passò per la Carniola, scese le Alpi che ivi si dibassano, e spinse

i suoi cavalli fino a tre miglia da Udine. Fortunatamente vi si

arrestò dopo uccisi diciottomila Cristiani, menatine quindicimila in

ischiavitù, distrutte le messi e gli armenti.

Un giovane siciliano, di nome Antonio, rimasto prigione a

Costantinopoli, riuscì a fuggire, e presentatosi al Mocenigo, gli

chiese una barca, promettendo incendiare la flotta turca. L’ebbe con

coraggiosi compagni, e fingendo vender frutte, si pose fra i Turchi,

e riuscì a mettere il fuoco ai bastimenti; ma s’apprese anche alla

sua barca, e nel fuggire fu côlto. Il gransignore volle vederlo, e

lo interrogò se avesse ricevuto qualche ingiuria di cui vendicarsi.

— Nessuna; ma voi siete nemici implacabili della cristianità, e me

fortunato se avessi potuto bruciar te come bruciai la tua flotta».

Il granturco lo fece segare co’ suoi compagni, e Venezia beneficò la

famiglia di esso[97].

Sisto IV riuscì ancora a raccozzare alcune forze (1471), e cercando

l’amicizia de’ nemici de’ Turchi, ad Ussum Cassan scià di Persia

inviò frà Luigi di Bologna e Catarino Zeno, poi Giosafat Barbaro

con vasi d’oro e stoffe di Verona, il quale però non giunse alla sua

destinazione, per quanto pressato dal senato veneto. Cassan, stretta

alleanza coi nostri, aveva di fatto (1473) invasa l’Asia Minore; ma

sfornito d’artiglierie e di coraggio, presto si ritirò, lasciando quasi

soli al tremendo ballo i Veneziani, che non mancarono alla riputazione

di valore. All’assedio di Scutari, Antonio Loredano si ostina alla

difesa, e perchè popolo e soldati chiedeano di rendersi per mancanza di

cibo, si presenta collo stendardo di san Marco, e snudando il petto,

— Ecco le mie carni; saziatevene, ma continuate a resistere». Emulava

così Paolo Erizzo e sua figlia Anna, Alvise, Calbo, Giovanni Bondumier,

caduti martiri della religione e della patria a Negroponte. Pure i

Turchi prevalgono, e recano fra l’Isonzo e il Tagliamento la schiavitù

e la peste, diffusasi anche in Venezia, ove mieteva da cencinquanta

persone al giorno, e il maggior consiglio si trovò ridotto a non più di

ottanta persone.

Consunta da quindici anni di fierissima guerra, Venezia chiede pace

(1479), cedendo Scutari, Stalimene e quanto aveva in quella campagna

acquistato, conservando giurisdizione propria in Costantinopoli, ed

esenzione dalle dogane pel compenso di annui diecimila ducati. La

cristianità, accidiosa a soccorrere i Veneziani, sentendo crescere la

minaccia, gli accusa di viltà; il papa protesta che non aveano diritto

di terminar la guerra senza assenso di lui, e li pronunzia disertori;

i principotti italiani s’ingelosiscono che la Signoria, la quale fin là

gli aveva carezzati, potesse voltare contro di loro le armi.

Posto avanzato contro i Turchi stavano ancora i cavalieri di San

Giovanni, che, dopo perduta Acri, s’erano assisi a Cipro, dominata

dai Lusignano, continuando da Limisco ad osteggiare gl’infedeli:

poi turbati da continue risse coi Lusignano, si prefissero (1310)

conquistare l’isola di Rodi. Sorpresala colle isole adjacenti, vi si

fortificarono, di là bersagliando i Turchi, e dando mano a chiunque

gli osteggiasse. Indarno Orcano l’aveva assediata nel 1315; anzi i

cavalieri presero Smirne, e la tennero dal 1343 al 1401, quando gliela

strappò Tamerlano.

Sentì Maometto l’importanza di Rodi, e appena ebbe disimpacciata la

flotta, la drizzò contro quell’isola. Giambattista Orsini, che n’era

il trentesimottavo granmaestro, appellò i cavalieri d’ogni lingua, e

si fece conferire assoluto arbitrio sopra i beni e le forze quanto la

guerra durasse. Mescid bascià approdò (1480) con censessanta vascelli,

e sbarcati centomila uomini, assediò la capitale; ma i cavalieri si

valsero dell’opportunità e della forza dei posti con sì prodigioso

valore, che i Turchi dovettero levarsene d’attorno dopo ottantanove

giorni, lasciando novemila morti, e recando tredicimila feriti.

Diremo altrove come l’infame politica de’ tempi nuovi inducesse lo

Sforza, il re di Napoli, Firenze e il papa a istigare il granturco

contro Venezia. Nella guerra derivatane, Anton Grimani che comandava

restò vinto, e Venezia lo punì col mandarlo a confine: suo figlio

volle ostentare amor di patria collo stringergli egli stesso i ceppi ai

piedi. Allora fu che tutte le città a mare della Morea furono sottratte

a Venezia, la quale aveva cessato di ricuperar nella pace quel che

avesse perduto nelle battaglie.

Essa a vicenda, insidiata dal re di Napoli (agosto), istigò contro

di lui Maometto: sicchè dalla Vallona i Turchi sbarcati in Italia,

assalsero Otranto, che magnanimamente si difese; e prevalsi mercè

dell’artiglieria, vi uccisero l’arcivescovo Stefano Pendinello, i

canonici, i frati, violarono le monache, scannarono diecimila abitanti,

altrettanti ne mandarono schiavi, e vi posero forte guarnigione.

La nequizia de’ principi può sin diminuire l’orrore pel nome turco,

e Maometto faceva proclamare terrebbe esenti per dieci anni da

ogni imposta i paesi italiani che gli si dessero, dappoi non li

taglierebbe che d’una piastra per testa, e libertà di seguir le

leggi e la religione propria come facevasi a Costantinopoli. In fatto

millecinquecento soldati di re Ferdinando disertarono al granturco,

e si temè che Terra d’Otranto si desse tutta a lui; onde l’Italia fu

invasa da sgomento, e il papa si preparava a fuggire oltremonte. Se non

che il nembo parve dissipato allorchè Maometto a cinquantun anno morì

(1481), ripetendo: — Io voleva conquistar Rodi e l’Italia». Quanto egli

fosse temuto l’attestò il tripudio de’ Cristiani; papa Sisto IV ordinò

di far festa come in domenica, e solennizzare tre giorni fra continui

spari d’artiglieria, e processioni generali.

Buono per l’Italia che l’impeto de’ Turchi non tardò a rallentarsi,

e il despotismo non meno che il clima svigorì una potenza, che nuova

barbarie minacciava, e che mescolatasi all’Europa con trattati e

ambascerie, intepidiva quel suo fiero e micidiale fanatismo.

Venezia di tante perdite si rifece coll’acquisto di Cipro. Questa

grande isola era stata, in compenso del regno di Gerusalemme,

attribuita da Riccardo Cuor di Leone a Guido di Lusignano, nella cui

stirpe rimase fino alla morte dell’effeminato Giano III (1458). Jacopo

Lusignano, suo figlio naturale, pretendeva ereditarla a scapito della

sorella Carlotta, maritata in Luigi di Savoja. Occupatala, n’ebbe

investitura (1464) dal soldano d’Egitto, di cui l’isola riconosceasi

vassalla; e prese anche Famagosta, da novant’anni possesso de’

Genovesi. Carlotta fu costretta fuggire, ed intraprendente quant’era

dappoco il marito, impegnò a favor suo il papa, i cavalieri di Rodi, i

Genovesi: ma i Veneziani si chiarirono pel bastardo, e poichè questo

mancava di denari onde mantenervisi, Marco Cornaro veneziano suo

banchiere gli esibì centomila zecchini se volesse sposare la bella

sua nipote Caterina. Acciocchè non fosse disuguale al regio parentado,

questa fu adottata dalla repubblica di San Marco; e il titolo di vana

onorificenza divenne occasione d’importantissimo acquisto. Perocchè,

ucciso Jacopo (1475) e tempestando l’isola fra i pretendenti, la

Repubblica si dichiarò erede eventuale di Caterina, come la madre della

figlia; e col pretesto delle minaccie dei Turchi la indusse o costrinse

a rinunziare Cipro (1489). Caterina ricevette in cambio il castello

di Asolo nel Trevisano, dove conservando il titolo, e circondandosi di

lusso, di piaceri e di lettere, poco ebbe a ribramare il regno perduto.

Venezia ottenne così quell’isola, ubertosissima di vini, di biade,

d’olj, di rame; e a chi parlasse male di questo fatto, intimò sarebbe

annegato. I duchi di Savoja, a cui Carlotta avea rinunziato i suoi

diritti, protestarono, ma non poterono che aggiungere ai loro titoli

quello di re di Cipro, che poi divisero innocentemente cogli eredi di

Venezia.

Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15) · 第 15 / 31 题