PAPI DURANTE LO SCISMA

URBANO VI

(Bartolomeo Prignano)

eletto il 9 aprile 1378

da sedici cardinali, quindici de’ quali poco poi eleggono

| CLEMENTE VII

| (Roberto di Ginevra)

| 21 settembre 1378

| |

BONIFAZIO IX BENEDETTO XIII

(Pietro Tomacelli) (Pietro di Luna)

2 novembre 1389 28 settembre 1394,

| deposto dal concilio

| di Pisa, 5 giugno

INNOCENZO VII 1409, poi da quello

(Cosma Meliorati) di Costanza, 26

17 ottobre 1404 lugl. 1417

| |

GREGORIO XII ALESSANDRO V |

(Angelo Correr) (Pietro Filargo) |

30 novembre 1406, 26 giugno 1409 |

deposto dal | |

concilio di Pisa, | |

5 giugno 1409; GIOVANNI XXIII |

abdica, 4 luglio (Baldassarre Cossa) CLEMENTE VIII

1415 17 maggio 1410 (Gilles Muñoz)

| deposto dal concilio in giugno 1424

MARTINO V di Costanza, 29 mag. eletto da due

(Ottone Colonna) 1415; abdica, 13 mag. cardinali;

11 nov. 1417 resta 1419 abdica, 26 luglio

papa, finendo lo scisma 1429

La prolungata dimora dei papi in Avignone d’estremo disgusto era motivo

agl’Italiani, avvezzi a bersagliarli finchè li possedono, ribramarli

appena gli abbiano perduti. E tanto più che, cessando i vantaggi,

non cessavano le noje; e di là arruffavano essi la patria nostra vie

peggio, perchè dei mali che le procacciavano non erano partecipi. Dal

1317 sino al chiudersi del secolo li vedemmo in guerra guerreggiata

contro i Visconti di Milano, e per sottomettere popoli rivoltosi, o

signorotti ripullulanti nelle terre papali; e non ostante le vittorie

di Bertrando del Poggetto e dell’Albornoz, altro effetto non ne

trassero che di rovinarle di popolo e di frutti.

Innocenzo VI (Stefano d’Aubert) (1352), che si diè tanto moto per

rintegrare il potere pontifizio in Italia, moderò il lusso di sua

Corte e de’ prelati, cacciò i parasiti e le male donne che in Avignone

trafficavano famosamente, e impinguò i nipoti, obbrobrio omai comune.

Al suo tempo il re di Francia, fiaccato dalle lotte coll’Inghilterra,

trovavasi impotente a salvaguardare il papa, ricovratosi sotto la sua

ala; il popolo stesso francese, tumultuante per quelle idee che oggi

si chiamano comunismo, facea macello di possidenti e di ricchi (_la

Jacquerie_); e le bande di ventura rimaste senza soldo fiutavano ove

fosse a saccheggiare. Mossero elle (1361) sopra Avignone, sicchè i

papi dovettero provvedere a difendersi e gridare al soccorso: ma non

n’ebbero se non dai nobili del contorno, i quali vi vedeano l’interesse

proprio, ed erano pagati dai cardinali; poi il marchese di Monferrato,

avuti centomila fiorini del tesoro papale, soldò quelle bande e le menò

in Italia per adoprarle nelle proprie nimicizie.

Se non che la peste era stata recata in Avignone da quelle ciurme, e

nove cardinali, settanta prelati e gran moltitudine perirono. Le quali

sventure faceano ribramare l’Italia, e Urbano V (Guglielmo di Grimoard)

(1362), buon principe e buon cristiano, divisava restituirvi la sede,

anche per tôrre agli altri vescovi il pretesto di lasciar vedove le

chiese, a sè la necessità di annuire alle crescenti domande del re

di Francia, e sottrarsi alle masnade che tratto tratto ritornavano a

taglieggiarlo, tra cui quella del famoso Bertrando Di Guesclin pretese

centomila lire e l’assoluzione plenaria. Ma i cardinali preferivano

Avignone, dove non si trovavano a fronte nè la petulanza d’una

plebe riottosa come la romana, nè la prepotenza de’ baroni; sicchè

vi si erano adagiati come in domicilio stabile, aveano fabbricato

suntuosamente, e quindi persuadevano il papa dover egli preferire la

Francia: questa, sua patria; questa, centro dell’Europa; questa, meglio

governata e quieta che l’Italia; questa, più santa di Roma perchè

religiosissima già la chiamava Cesare, e i Druidi vi esistevano prima

del cristianesimo; questa infine, più cara a Gesù Cristo perchè vi si

conservavano le reliquie più insigni[53].

I Turchi sempre più guadagnavano verso l’Europa; e Pietro Lusignano re

di Cipro girava le corti esortando a sostenere gli ultimi possessi de’

Crociati, se non voleano vedere la mezza luna drappellarsi rimpetto

all’Italia. Urbano sembrò compunto di questo pericolo; Carlo IV

imperatore fece grandi preparativi per una crociata, la quale però non

riuscì se non ad uno sbarco scarso ed infruttuoso sopra Alessandria

d’Egitto.

Però e il papa e l’imperatore presero accordo di ripristinare la santa

Sede a Roma. Questa città avea sempre altalenato fra insania demagogica

e oligarchica arroganza, or ribelle al pontefice per bizzarria, or

sottomessagli per paura. Si pensò ottenere maggior quiete col nominare

un podestà forestiero: ma i Romani sel recarono ad oltraggio, e

abolito il senatore, istituirono sette riformatori della Repubblica;

poi fra poco diedero poteri dittatorj a Lello Pocadote calzolajo, poi

ripristinarono i riformatori. Quale allettamento aveva dunque un papa a

ritornarvi? Pure sentiva esser fuori di posto in una terra dove vestiva

aspetto d’un esule ricoverato, piuttosto che d’un sovrano dei re; e

dove prelati quasi tutti francesi davano alla Corte un’aria nazionale,

ben diversa da quella cosmopolita che soleva in Roma; l’assenza

sua porgeva pretesto ai Romani di rivoltarsi, agli altri vescovi di

abbandonare le proprie sedi. Adunque, da che le conquiste dell’Albornoz

assicurarono il principato civile (1367), Urbano deliberò restituirsi

di qua dall’Alpi.

Appena se ne motivò, Roma e Italia tutta fecero gran sembianti

d’allegrezza; Napoli offrì cinque galee, Pisa tre, Genova quattro,

Venezia dieci, due Lucca. Ricevuto dappertutto con vive feste, e fra un

cantare al popolo d’Israele che usciva d’Egitto, alla casa di Giacobbe

dal popolo barbaro, non avea però troppi motivi a fidarsi de’ Romani.

In Viterbo, ove a lungo s’indugiò, una sommossa popolare tenne tre

giorni in pericolo il sacro collegio; e repressa dai cittadini, furono

arrestati cinquecento colpevoli, di cui cinquanta ebbero il bando,

sette la forca. L’arrivo di Nicolò II d’Este con settecento uomini

d’arme rassicurò il papa ad entrare a Roma, e celebrò sull’altare

papale, ove nessuno più da Bonifazio VIII in poi; e in Laterano

benedisse il popolo colle teste dei santi Pietro e Paolo, per le

quali fece fare due reliquiarj, che valsero trenta e più mila fiorini

d’oro. Abolì i riformatori, rimettendo un senatore semestrale con

tre conservatori; e tolse i tredici banderesi, capi de’ rioni fin con

diritto di sangue, e che traendo a sè tutti gli affari, rimanevano i

veri padroni della città.

Vi giunse poi, come avea promesso, Carlo IV con gran seguito di duchi

e marchesi, volendo procacciare alla quarta sua moglie lo spettacolo

della coronazione colla maggior maestà che fosse possibile. Anche

Giovanni Paleologo imperatore di Costantinopoli venne a fare omaggio

a Urbano, e riconoscere la Chiesa latina; spettacolo non più visto da

Teodosio in poi, gl’imperatori d’Oriente e d’Occidente inginocchiati

davanti al papa. Ma Carlo partì fretta fretta, e Urbano, che proponeasi

di rassettare la dignità della Chiesa coll’assistenza di cinquantamila

uomini da lui promessigli, si trovò in asso: che se finchè stette in

Avignone facea qualche mostra di vigoria adoprando l’oro racimolato da

tutta cristianità a domare questi signorotti lontani, allora si trovò

in loro balia e colla borsa vuota; mentre Bernabò Visconti, ridendosi

delle scomuniche, gli ammutinava tutte le città di Romagna. Vedendo

dunque non approdare a verun bene, malgrado le esortazioni de’ più e

del Petrarca, tornossi ad Avignone (1370), anzi vi consolidò l’esiglio

coll’eleggere altri cardinali francesi; e l’Italia continuò le minute

baruffe, ispirate da gelosie, esercitate dalle bande.

Caterina, nata in Siena (1347) da Benincasa ricco tintore, datasi alla

solitudine, alle austerità, all’orazione, fatto voto di verginità e

difesala contro la insistenza domestica, cominciò ad avere torrenti di

grazie dal Signore, il quale «le avea insegnato a fabbricarsi un ritiro

dentro dell’anima sua per richiudervisi di continuo, e le aveva anche

promesso di farvi trovare tal pace e riposo, che niuna tribolazione

potrebbe turbare»[54]. Si vestì terziaria di san Domenico, e superando

gli spasimi d’incurabili malattie e le impure tentazioni, ristorando

l’anima colle dolcezze della preghiera e colla carità verso gl’infermi

e i peccatori, ebbe rivelazioni e comunicazioni celestiali; Cristo in

visione le esibì a scegliere fra una corona d’oro e una di spine, e

poichè ella prese questa e la si calcò sul capo per somigliare a lui,

egli le diede a succhiare il proprio costato; un altro giorno cambiò il

cuore di lei col suo; la sposò anche solennemente, porgendole un anello

che sempre le rimase in dito, e ch’ella sola vedeva, come le stigmate

della passione. Tali e ben altre meraviglie ci sono narrate dal suo

confessore Raimondo di Capua, il quale dubitò lungamente fossero

allucinazioni di devota fantasia, fin quando non vide la giovane faccia

di Caterina trasformarsi in quella proprio del Redentore.

Fu privilegiata del dono di convertir peccatori, come fece di tutta

la famiglia Tolomei, e di due assassini dannati al patibolo; tantochè

il papa deputò tre Domenicani che in Siena ricevessero le confessioni

di quelli ch’essa avea tratti a penitenza. Del potere che la virtù

davale sugli animi, avea fatto uso a minorare i patimenti della sua

patria; cercò distogliere il feroce avventuriero Giovanni Acuto dal

più guerreggiare i Cristiani. Alla santa ebber ricorso i Fiorentini

quando il pontefice stava irato con essi; ed ella, schermitasi invano,

fu ricevuta a Firenze come in trionfo, ottenne pieni arbitrj, e al papa

scriveva: — Pregovi che vi mandiate proferendo come padre, in quel modo

che Dio vi ammaestrerà, a Lucca ed a Pisa, sovvenendoli in ciò che si

può, ed invitandoli a star fermi, perseveranti. Essi stanno in gran

pensiero, perocchè da voi non hanno conforto, e dalla contraria parte

sono stimolati e minacciati che facciano la pace; ma per infino a qui

al tutto non hanno acconsentito. Seguitate la mansuetudine e pazienza

dell’agnello immacolato Gesù Cristo, la cui vece tenete. Confidomi in

lui, che di questo e d’altre cose adoprerà tanto in voi, che n’adempirò

il desiderio vostro e mio; chè altro desiderio in questa vita io non

ho, se non di vedere l’onore di Dio, la pace vostra, e la riformazione

della santa Chiesa, e di vedere la vita della grazia in ogni creatura

che ha in sè ragione. Confortatevi, che la disposizione di qua, secondo

che mi è dato a sentire, è pure di volervi per padre, e specialmente

questa città tapinella, la quale è sempre stata figliuola della santità

vostra, e che costretta dalla necessità fece di quelle cose che le

sono spiaciute: voi medesimo gli scusate alla vostra santità, sicchè

coll’amo dell’amore voi gli pigliate. Potreste dire, _Per coscienza

io sono tenuto di conservare e racquistar quello della santa Chiesa_.

Ohimè! io confesso bene che egli è la verità, ma parmi che quella cosa

che è più cara si debba meglio guardare. Il tesoro della Chiesa è il

sangue di Cristo, dato in prezzo per l’anima, perocchè il tesoro del

sangue non è pagato per la sostanza temporale, ma per salute dell’umana

generazione. Sicchè poniamo che siate tenuto di racquistare e conservar

il tesoro e la signoria della città, che la Chiesa ha perduto; molto

maggiormente siete tenuto di racquistare tante pecorelle che sono

un tesoro nella Chiesa, e troppo ne impoverisce quand’ella le perde.

Pace, pace, santissimo padre; piaccia alla santità vostra di ricevere

i vostri figliuoli, che hanno offeso voi padre; la benignità vostra

vinca la loro malizia e superbia; non vi sarà vergogna d’inchinarvi per

placare il cattivo figliuolo, ma saravvi grandissimo onore ed utilità

nel cospetto di Dio e degli uomini del mondo. Ohimè, babbo, non più

guerra per qualunque modo; conservando la vostra coscienza si può aver

la pace; la guerra si mandi sopra gl’infedeli, dove ella debba andare».

Fu poi in persona ad Avignone, e Urbano anch’egli rimise in lei ogni

differenza; ma altri ambasciadori fiorentini sturbarono la conclusione.

Caterina non cessò di esortare il papa ad armarsi alla crociata, ed

a restituirsi a Roma[55], come seppe indovinargli n’avea fatto voto

segreto. Al quale uopo avea con lei contribuito santa Brigida, nobile

svedese, che, perduto il marito mentre andavano pellegrini a San Jacopo

di Galizia, prese un vivere sempre più austero, e istituito l’ordine di

San Salvatore, venne in Montefiascone a cercarne la conferma ad Urbano,

cui annunziò averle la beata Vergine rivelato come pessimamente gli

avverrebbe se uscisse d’Italia. Non le diede egli ascolto, ma tornato

in Avignone, presto (1370) fu colpito dalla morte[56]. Pio a segno,

che si credettero operati miracoli al suo sepolcro, generoso colle

chiese e cogli studiosi, di cui manteneva un migliajo sulle Università,

avea regnato pei popoli non per sè: ma è un’insipida lode quella

attribuitagli dal Petrarca, di non aver fatto nessun malcontento.

Dopo una sola notte di conclave gli fu dato successore Pietro Roger,

modesto, virtuoso e insieme dottissimo, che già cardinale frequentava

a Perugia le lezioni di Baldo, e ne fu il più sapiente scolaro.

Volle il nome di Gregorio XI, e badando ai gravi mali d’Italia e alle

esortazioni di quelle sante[57], meglio che alle opposizioni del re

di Francia, piantossi in Vaticano (1377), e vide il gonfalone della

Repubblica e dei dodici rioni deposti ai suoi piedi: ma i magistrati

li ripigliarono ben presto, continuando a governare da sè; di che il

papa soffrì e si scontentò, e forse solo morte gl’inpedì di restituirsi

di là dall’Alpi. Pure egli fu l’ultimo papa francese; e dopo settantun

anno e tre mesi la santa Sede era stata riportata di Francia in

Italia. Le miserie di questa che fautori e avversari deplorano come

schiavitù di Babilonia, invigorirono la scossa che allora d’ogni parte

veniva alla maestosa unità cattolica, preponderante nel medioevo. Le

nazioni eransi formate attorno ai vescovi, donde l’assoluto potere

ecclesiastico, come d’un padre sopra i figli che generò e crebbe.

Costituitesi, riuniti molti territorj, nato il potere pubblico,

vollero svilupparsi dalle fasce della Chiesa per vivere di vita

propria, e compresero che il temporale potea sussistere disgiunto dallo

spirituale: onde alla società senza limite di spazio sottentravano

società particolari e distinte, all’andamento generale le parziali

destinazioni.

I tentativi di Bonifazio VIII per rintegrare la supremazia pontifizia

destarono ne’ principi quella gelosia, che proviene mentosto da reali

violenze che da paura. Alle immunità attribuite ai beni ed alle persone

degli ecclesiastici, i Comuni non esitavano por la mano, dovessero

anche affrontare gli anatemi del pontefice. Pistoja statuì che, chi

entrava chierico, perdesse diritto al patrimonio, nè dai parenti

potesse ripetere alcuna cosa, se non a titolo di largizione o per

infermità o per andare a studio. I Fiorentini sottoposero alle gravezze

e ai tribunali comuni gli ecclesiastici, perciò vietato di far voltura

in loro testa sul libro dell’estimo de’ beni a loro pervenuti, talchè

la ditta fosse sempre obbligata alle gravezze, e i beni medesimi

ipotecati a favore del Comune. Venezia, nella guerra del 1379 coi

Genovesi, decretò tutti i monasteri si armassero, e cacciò i monaci

che lo ricusarono come contrario al loro istituto. A Genova bastava

esser chierico per rimanere escluso da qualfosse pubblico impiego, per

la ragione che l’immunità gli avrebbe sottratti al castigo in caso di

trasgressione. Il comune di Perugia nel 1319 destinava un uffiziale

a sopravvegliare gli ecclesiastici; e propose che nessuna lettera si

mandasse al papa, foss’anche dal vescovo, se non suggellata dal Comune

(GRAZIANI). Torino faceva uno statuto _super iniquitate, superbia et

immoderata avaritia cleri et presbyterorum_, e li obbligava, oltre il

resto, a concorrere a mantenere il ponte sul Po.

Padova voleva aggravezzare i beni degli ecclesiastici, questi

ricusavano, e tant’oltre si andò che il Comune nel 1282 stabilì, chi

ammazzava un chierico pagasse un grosso e fosse assolto (GENNARI),

e vi ebbe chi ne profittò a sfogo di vendette. Meglio i Reggiani,

scomunicati dal vescovo nel 1280, si può dire scomunicarono lui,

vietando ogni relazione coi cherici, non pagar loro le decime, non dar

consiglio nè ajuto nè prestito, non pasti, non contratti con essi, non

entrare in casa loro, non macinarne il grano o fare il pane o radere

la barba; il che lo portò a pronta composizione. D’altra parte il papa

volendo rimeritare i Fiorentini d’avergli spediti ajuti in Lombardia,

nel 1323 concedette che il clero contribuisse alla spesa di fortificare

la città. Di rimpatto il legato pontifizio voleva essere investito

della pingue abazia dell’Impruneta; e perchè i Buondelmonti si opposero

considerandola come loro patrimonio, egli mise l’interdetto sulla

città.

Quando l’edifizio sociale era impiantato sulla fede, ogni opposizione

si risolveva in eresia: le scomuniche, contro cui eransi fiaccati

l’orgoglio e la potenza degl’imperatori sassoni e svevi, perdeano

efficacia dacchè prodigate in effetti mondani; i Siciliani durarono

ottant’anni in rotta colla Chiesa; i Visconti degli interdetti si

vendicavano col pesare viepeggio sugli ecclesiastici; e gli avvocati

ergeano la fronte contro i papi, ai quali erasi incurvata quella dei

re.

Ormai dalla fede assoluta passavasi alle religioni comparate. Maestro

Urbano da Bologna nel 1334 scrisse un commento di Averroe, che invogliò

a conoscere il testo; e quelle opere entrarono di moda, e con esse i

dubbj sulla vita futura e la pendenza al panteismo; e il Petrarca si

piange che la filosofia aristotelica inducesse al materialismo, tanto

che non otteneva nome di dotto e filosofo chi non aguzzasse la lingua

e la penna contro la religione. Un di costoro «i quali pensano non

aver fatto nulla se non abbajano contro di Cristo e della sovrumana

sua dottrina», andò a trovare il poeta a Venezia, e lo cuculiava

perchè avesse citato un detto dell’apostolo delle genti, e — Tienti la

tua religione, io non ne credo acca; il tuo Paolo, il tuo Agostino e

cotest’altri furono chiaccheroni; e deh potessi tu soffrire la lettura

di Averroe, che ben vedresti quanto e’ sorvola a cotesti tuoi buffoni».

Petrarca se ne stomacò, e tutto dolce ch’egli era, prese pel mantello e

mise fuor di casa il temerario.

Nè per tanto si rinnegava la Chiesa. Quei Patarini che l’aveano

conturbata due secoli prima, erano scomparsi d’Italia o nascosti;

il popolo amava le splendidezze del culto, se anche non ne venerava

l’austerità, e compiaceasi del papa e della corte pontifizia: gli

studiosi ostentavano questa incredulità accademica, ma non le si

conformavano nelle pratiche; e d’altra parte, non poteano essi

declamare contro la Corte romana colla libertà che avea usata Dante,

senza incorrere negli anatemi? Ma dacchè erasi trasportata in Avignone,

e Guelfi e Ghibellini del pari la bersagliavano, quasi cessasse

d’essere cattolica cessando d’essere romana. Il Sacchetti mercante, il

Petrarca canonico, il Pecorone frate, e persone di grande scienza e di

celebrata santità avventavansi contro quella Babilonia, che tal nome

meritava non meno pel lusso che per la corruzione, dove parea costume

ciò che altrove vizio, dove la disonestà accoppiavasi colla perfidia e

colle bassezze.

Ciò che altre volte sarebbe valso poco più che per esercizio di

retorica o sfogo di bile, diventava pericoloso allorchè, perdendosi

il senso de’ simboli, la società riducevasi affatto pratica; laonde

i politici guatavano con disgusto questa Corte che, vivendo nel

mondo, n’avea presa la licenza, le passioni, gl’intrighi, e reso la

Chiesa un mezzo di governo e di speculazione. Di tal passo venivasi

a vilipendere quel che prima erasi venerato, e declinava nei popoli

lo spirito d’obbedienza quando appunto i pontefici lasciavano

quello di dominazione. Allora parve insopportabile la giurisdizione

ecclesiastica, che colla pubblicazione del VI e VII libro delle

_Decretali_, poi delle _Estravaganti_ erasi estesa per modo, che

qualsivoglia lite poteva anche in prima istanza recarsi al pontefice.

Agostino Trionfe d’Ancona, agostiniano, che dettò a Parigi poi a

Napoli, carissimo ai re Carlo e Roberto, dedicò a Giovanni XXII una

_Somma della podestà ecclesiastica_, apologia dell’onnipotenza dei

papi: da Dio immediatamente derivare la loro giurisdizione, superiore

ad ogni altra perchè tutte giudica, da nessuna è giudicata; come

spirituale, così è temporale, perchè chi può il più può anche il meno:

non può il papa essere deposto dal concilio generale, nè giudicato

dopo morte: è assurdo appellarsi al concilio, giacchè questo non trae

autorità che dal pontefice, il quale unico può proferire sui punti di

fede, nè altri informare dell’eresia senz’ordine di esso. Come sposo

della Chiesa universale, tiene immediata giurisdizione sopra ogni

diocesi, e per sè o per mandati suoi vi può fare quel che vescovi e

parrochi. Al papa devono obbedienza Cristiani, Ebrei e Gentili; egli

può punire i tiranni e gli eretici anche con pene temporali; egli,

non i vescovi, scomunicare; fin di là della tomba estende il potere

per via delle indulgenze: potrebbe scegliere di qualsiasi paese

l’imperatore senza ministero degli elettori, o renderlo ereditario:

l’eletto dev’essere da lui confermato e giurarsegli ligio, e può da

lui essere deposto: tutti i re sono tenuti obbedire al pontefice, dal

quale traggono la potenza temporale: a lui può appellarsi chiunque si

sente gravato dal principe: e i principi e’ può correggere per peccati

pubblici, deporli anche, e istituire un re di qualsiasi regno.

L’esagerazione è sintomo di autorità minacciata; e sempre maggiore

ardimento pigliava l’opposizione. Guglielmo Occam, scolastico

nominatissimo, per favorire Lodovico Bavaro contendeva l’infallibilità

non solo al papa, ma anche al concilio universale e al clero; i

laici in corpo poter decidere risolutamente; contro il papa potersi

all’uopo adoprare anche la forza, o stabilirne diversi un dall’altro

indipendenti. Marsiglio di Mainardino da Padova, eloquente professore

all’Università di Parigi, poi rifuggito ad esso Lodovico, gli insinuò

che a lui competesse riformare gli abusi della Chiesa, perchè questa è

sottomessa all’Impero; e con Ubertino da Casale pubblicò il _Defensor

pacis_, ove già s’incontrano le negazioni di Calvino rispetto

all’autorità e costituzione della Chiesa; la potestà legislativa ed

esecutiva di questa fondarsi sul popolo che la trasmise al clero;

i gradi della gerarchia essere invenzione posteriore; il primato,

consistente solo nel convocare concilj ecumenici e dirigerli, non fu

dato al vescovo di Roma se non con autorizzazione d’uno di tali concilj

e del legislatore supremo, cioè di tutti i fedeli o dell’imperatore

che li rappresenta; Gesù non lasciò a capo della sua Chiesa verun

capo visibile, nè Pietro avea preminenza che per l’età; al sovrano,

purchè fedele, spetta l’istituire prelati, eleggere il papa, giudicare

i vescovi come Pilato giudicò Cristo, e deporli, convocare concilj e

regolarne le deliberazioni; eguali essendo i vescovi, l’imperatore solo

può elevarne uno sopra gli altri, e a grado suo abbassarlo[58]. Sì poco

sono moderne le dottrine che subordinano la Chiesa ai governi!

Le teoriche negative si traducevano in fatti: la bolla d’oro di Carlo

IV sottraeva il sacro romano impero dai papi; il re di Francia, non

che emanciparsi dalla supremazia di questi, li minacciava come sudditi

proprj; i lontani seguitavano a venerarli solo in quanto ne traessero

vantaggio.

Di mescolarsi nelle cose ecclesiastiche prendea pretesto l’autorità

secolare dagli scandali del tempio, quando la santa Sede, fatta

ligia dei re, non valeva a frenare la irruente corruzione, fosse la

grossolana del clero inferiore o la fastosa de’ prelati. Grave torto

faceva alla Chiesa il patriziato delle maggiori dignità: poichè essa,

che ripudiò sempre ogni distinzione di natali, attenendosi unicamente

ai meriti, vedeva il cardinalato e le nunziature affidarsi a taluni,

il cui unico titolo era l’essere degli Orsini o dei Colonna o dei

Savelli; e le costoro case, potenti in città per armi e per clientele,

trescavano a voglia anche nel santuario, prepotevano nelle elezioni dei

pontefici e ne’ loro consigli, con tirannide peggiore di quella degli

imperatori del secolo precedente, perchè più immediata. Le emulazioni

di queste famiglie, prorompenti spesso in guerra civile e in criminosi

attentati, s’insinuavano nel concistoro e nel conclave, e toglieano

al pontificato e al sacerdozio quella dignità che traggono dall’essere

superiori alle mondane rivolture.

I prelati sotto la stola mantenevano le abitudini dell’educazione

secolaresca e lusso sfrenato; ned altro testimonio ne voglio che il

concilio Lateranese III, il quale, avvisando i prelati quanto disdica

il camminare con treno sì numeroso e il consumare in un pranzo l’intera

annata della chiesa che visitano, vuole i cardinali s’accontentino di

quaranta o cinquanta vetture, gli arcivescovi di trenta o quaranta,

i vescovi di venticinque, gli arcidiaconi di cinque o sette, di due

cavalli i decani; tutti poi vadano senza cani da caccia nè uccelli.

Accumulavansi fin quaranta o cinquanta benefizj in una sola mano; e

vuolsi che Benedetto XII proponesse ai cardinali, se rinunziassero ad

averne più d’uno, assegnar loro centomila fiorini d’oro di rendita

e metà delle entrate dello Stato pontifizio; e ad essi non parvero

abbastanza. Pastori negligenti, sicchè nè tampoco veduta aveano la

loro greggia, esercitavano insolente giurisdizione tirannica; nel

clero minore ignoranza, venalità de’ sacramenti, comune l’ubriachezza,

sfacciata la libidine; nelle chiese e ne’ conventi si stabilivano

bettole e giuochi; le monache uscivano dai monasteri; trafficavasi di

grazie, dispense, perdoni.

Degli antichi Ordini religiosi rilassata la disciplina: perfino

in quel Montecassino, che fin allora avea dato ventiquattro papi,

ducento cardinali, milleseicento arcivescovi, ottomila vescovi,

molti canonizzati santi, i monaci vestivano bene, abitavano comodi,

riservavansi peculj particolari, anzi riceveano dal convento

una prebenda colla quale vivere in case secolari. Presa vergogna

dall’operosità e astinenza de’ Mendicanti, anch’essi dovettero

riformarsi, applicando agli studj; ma perchè a questi non pareva

potersi attendere degnamente che nelle Università, i monaci che v’erano

mandati vi trovavano incentivi e dissipamenti e peggio.

Però anche gli Ordini nuovi presto diminuirono l’esemplare fervore

primitivo, gli uni facendo divorzio dalla povertà, sposata dal loro

patriarca, gli altri per zelo dimenticando la carità. A tacere le

diatribe dei loro nemici, quali Mattia Paris e Pier delle Vigne, san

Bonaventura, generale de’ Francescani, nel 1257 dirigeva una querela

ai provinciali e guardiani; perchè a titolo di carità i fratelli

s’impacciassero d’affari pubblici e privati, di testamenti, di secreti

domestici. Sprezzando il lavoro, caddero nell’infingardaggine, e

mentre pregano ginocchione o meditano in cella, possono darsi a studj

vani o sbadigliare o dormire, e forse dai libri composti trarre una

vanità che non prenderebbero certo dal tessere fiscelle o stuoje, come

i primi romiti. Andando girelloni, riescono d’aggravio agli ospiti

e di scandalo; per rimettersi dalla stanchezza mangiano e dormono

di là del prefisso; scompigliano la regola del vivere; domandano con

tale importunità, da farli schifare quanto i ladri. La vastità delle

fabbriche turba la pace de’ conventi, incomoda gli amici, espone a

giudizj sinistri. Ai parrochi poi dispiaciono per la premura che si

danno intorno a funerali e a testamenti. Inoltre le città chiamavano i

frati a compor paci, gli abati ad eseguire commissioni, come gente non

pericolosa e di niuna spesa ne’ viaggi; l’Inquisizione li riduceva a

specie di magistrati criminali, con bidelli, famigli armati, carceri,

braccio secolare a loro disposizione, essi istituiti a profonda umiltà

e povertà esatta.

La regola di san Francesco imponeva tali austerità, che alcuni la

sentenziarono d’impossibile o di micidiale; sicchè papa Nicola III

credette doverla spiegare[59] nel senso che i frati Minori erano tenuti

osservare il vangelo, vivendo in obbedienza, in castità, in povertà

tale da non possedere cosa veruna; lo spossessamento totale per Dio

essere meritorio; averlo Cristo insegnato colla parola, confermato

coll’esempio, e gli apostoli ridotto in pratica; i Francescani vivendo

così, non faceansi suicidi nè tentavano Dio, giacchè confidandosi

nella Provvidenza, non però repudiavano gli espedienti suggeriti dalla

prudenza umana. Vi si chetarono gli avversarj, ma tra i Minoriti alcuni

ne trassero motivi d’un fanatico misticismo, da una parte asserendo

che la regola di san Francesco fosse il vero vangelo, dall’altra che la

spropriazione dovea portarli ad avere nulla più che il mero uso delle

cose necessarie alla vita.

Pier Giovanni d’Oliva di Linguadoca predicò siffatta dottrina, e

bersagliando la Chiesa ricca e mondana, annunziava i Minori, come

destinati a rigenerarla. Fece molti proseliti, e sotto papa Celestino

V, incline al vivere cenobita, ottennero di costituirsi in nuova

congregazione (1234), detta degli Eremiti Celestini. Perseguitati,

presero abito e capi particolari, e massime per la diocesi di Pisa

e tra i monti di Vecchiano e di Calci seguivano tenor di vita

più rigoroso, alla Chiesa visibile ricca, carnale, peccaminosa

affacciandone una frugale, povera, virtuosa. Tennero a quelle dottrine

Corrado da Offida, Pietro da Monticolo, Tommaso da Treviso, Corrado

da Spoleto, Jacopone da Todi, e col nome di Fraticelli o Frati

spirituali, ebbero capi frà Pietro da Macerata e Pietro da Fossombrone.

Bonifazio VIII li combattè vigorosamente, e proferitili eretici, li

fece processare e perseguire da frà Matteo di Chieti, sicchè essi

ricoverarono in un’isola dell’Arcipelago e in Sicilia, aggregando a sè

chiunque disertava dai Francescani per seguire una vita più austera;

cari al vulgo per l’aspetto di maggior perfezione, e avendo per

generale il mistico Ubertino da Casale. Angelo, plebeo senza lettere,

della vallata di Spoleto, n’avea radunati molti; e così l’ordine del

padre serafico restava scisso, nè Clemente V riuscì a riconciliarli nel

concilio di Vienne.

Il resistere, e la superbia che facilmente nasce dal rigore esagerato,

li portarono a farsi accanniti detrattori della santa Sede, negando

ch’ella potesse permettere ai Francescani di tener granajo e cantina, e

asserendo una vicina riforma. Ne seguirono perfino sommosse a Narbona,

in Sicilia, in Toscana; onde Giovanni XXII provvide a comandare la

soggezione, dicendo che «gran cosa è la povertà, più grande la castità,

ma superiore l’obbedienza»[60]. Eppure essi durarono contumaci,

appellando al futuro concilio, onde ebbero condanna; e quei che non vi

si sottomisero, fuggirono in Sicilia, ove Federico re di Trinacria,

sempre malvolto alla santa Sede, li protesse, e dove presero capo

Enrico di Ceva, professando sempre che la Chiesa era divenuta una

sinagoga, lupo il suo pastore.

Chi bestemmia Giovanni del rigore usato con essi, chi di essi fa beffa

come apostoli d’una ineffettibile povertà, non venga poi a declamare o

a sbigottirsi al cospetto del comunismo, forma moderna della medesima

dottrina.

Ma tra i dibattimenti avendo alcuno asserito che Gesù Cristo nè i

suoi apostoli non aveano nulla posseduto, la proposizione, rejetta

dai Domenicani e da altri, venne sostenuta dai Francescani; e poichè

la regola di san Francesco diceasi esprimere il vangelo, tornava

sott’altra apparenza il medesimo concetto dell’assoluta spropriazione.

Giovanni condannò anche questa dottrina; Michele di Cesena generale

dell’Ordine, Guglielmo Occam e Buonagrazia da Bergamo protestarono, e

rifuggiti a Pisa presso Lodovico Bavaro, lo sostennero e accannirono

nella lotta contro quel papa. Tale quistione insinuò ne’ Minoriti uno

spirito di sottigliezza, troppo contrario all’intento tutto pratico del

loro fondatore; e ne pullulavano altre quistioni, a dir poco, oziose:

se la regola astringesse sotto pena di peccato mortale o soltanto

veniale; se obbligasse ai consigli del vangelo quanto ai precetti; se

alle ammonizioni quanto ai comandi: dal che, facile tragitto, si passò

a sofisticare sul decalogo e sul vangelo; ed oltre la disputa sempre

accesa sull’immacolata concezione di Maria, un’altra ne ebbero coi

Domenicani, se il sangue di Cristo, uscito nella passione, restasse non

pertanto ipostaticamente unito al Verbo.

È difficile sincerare quanto abbiano di vero le oscene imputazioni che

accompagnano i processi di costoro, massime de’ Fraticelli, avvegnachè

l’opinione era straniata alla peggio, e la manìa de’ processi recò a

prestar fede ad assurdità, ribadite nel vulgo dai supplizj inflitti

e dalle declamazioni di chi avrebbe dovuto dissiparle. Anzi mi si fa

credibile che le procedure allora ordinate dagli statuti civili ed

ecclesiastici moltiplicassero le stregherie, dapprima quasi ignote.

Giovanni XXII nel 1322 notificava che «alcuni figli di perdizione,

allievi d’iniquità, dandosi alle ree operazioni di loro detestabili

malefizj, fabbricarono immagini di piombo o di pietra, sotto la

figura del re, per esercitare sovr’essa arti magiche, orribili e

vietate». E avendo gl’imputati declinato la giurisdizione ordinaria,

il papa incaricò tre cardinali d’esaminarli, e rimetterli ai giudici

secolari. Poi l’anno stesso meravigliasi de’ progressi delle scienze

occulte, commosso nelle viscere che molti, cristiani soltanto di

nome, lascino la luce della verità, e talmente siano involti nelle

nebbie dell’orrore, da fare alleanza colla morte e patto coll’inferno,

immolando ai demonj, adorandoli, fabbricando immagini, anelli, specchi,

fiale ed altri oggetti in cui legare i diavoli; e a questi domandano

risposte e ne ricevono, gl’implorano a soccorso dei depravati loro

desiderj, e in ricambio della vergognosa assistenza offrono vergognosa

servitù. O dolore! questa peste si diffonde oltremodo nel mondo,

infettando tutto il gregge di Cristo».

Con tali persuasioni, si estesero i supplizj per malìe. Il 1292

Pasqueta di Villafranca in Piemonte fu multata in quaranta soldi perchè

_faciebat sortilegia in visione stellarum_: nel 1363 Antonio Cariavano,

accusato di aver fatto grandinare in Pinerolo con libri necromantici,

fu multato in quaranta fiorini: nell’86 due della valle di San

Saturnino pagarono cenventi franchi d’oro per avere prestato fede a

un incanto gittato onde smorbare le loro mandre: nell’81 la nuora di

Francesca Troterj avendo smarrito una collana di perle, per trovarla

ricorse a maestro Antonio di Tresto da Moncalieri, il quale, pigliato

il secchiello dell’acquasanta, lo coprì con un altro, vi accese attorno

dodici candele, descrisse varie figure colla verga, e fece segni di

croce: poi mise per terra due candele in croce, e su quelle fece posare

il piede dritto della donna che avea smarrito il collare. Non so se si

trovasse: ma il maestro fu accusato al vicario del vescovo; e quegli

confessò nulla intendersi di magìe, ma far quelle frasche per ciuffare

qualche soldo ai credenzoni[61].

A questi mali è fortuna quando si trova da opporre caldo zelo,

soda pietà, scienza matura. Anime fervorose e gran santi neppur

allora mancarono: verso il 1319 nacquero gli Olivetani alla badia

di Montoliveto nella val dell’Ombrone senese, per opera del beato

Bernardo Tolomei; e lo sterile paese fu coltivato, adorna di pitture

la chiesa. Il beato Giovanni Dominici fiorentino, oratore famosissimo,

studiando al miglioramento de’ secolari e più de’ claustrali, fu

vero restauratore della vita regolare in Italia e in Sicilia, e

infine arcivescovo di Ragusi e cardinale: senza maestro s’approfondì

nelle scienze, mentre colle prediche traeva a monacarsi donzelle e

giovani. Nel riformare i Domenicani, cominciando a Firenze e Pisa, fu

accompagnato dal beato Lorenzo da Ripafratta, che fu maestro ed amico

a sant’Antonino, dal venerabile Tommaso Ajutamicristo, e da altri di

quell’Ordine, infervorati a pietà dalla beata Chiara de’ Gambacurti,

la quale avea riformato le Domenicane in Firenze, donde si diffusero a

Genova, a Parma, a Venezia. Anche il beato Raimondo da Capua operò a

ristabilire la regolarità ne’ conventi domenicani, insieme col beato

Marconino di Forlì, entrambi d’affettuosa pietà. Ai conforti del pio

Marco, parroco di San Michele in Padova, che gemea di veder depravato

l’ordine Benedettino, e Santa Giustina abbandonata ai disordini,

Luigi Barbo tolse a riformarlo con regole più severe, e che presto

si estesero a Genova, a Pavia, Milano e più lungi. I Camaldolesi

ridussero florido il Casentino, ed esemplarmente conservavasi il bel

bosco di abeti e di faggi. Il beato Giovanni Colombino, di nobile gente

senese ed elevato alle prime dignità, dalla pazienza della moglie

e dal leggendario dei santi fu chiamato a vita pia ed austera, e ad

assistere malati e pellegrini: poi ridottosi povero, andava predicando

penitenza, e raccolti alquanti seguaci, istituì l’ordine dei poveri

Gesuati, approvato da Urbano V il 1367; «e i forti cavalieri di Cristo,

fatti novelli sposi dell’altissima povertà, incominciarono allegramente

a mendicare,... e posti in un’altezza di mente, calcando il mondo

sotto i loro piedi, tutte le cose terrene stimavano come fango, e

tuttodì crescevano in desiderio di patire e sostenere pene per amore

di Cristo»[62]. Suor Agata stette murata gran tempo in s’una pila del

ponte Rubaconte a Firenze, poi nel 1434 fondò il monastero famoso delle

Murate.

Al tempo stesso diedero odore di gran santità in Siena Gioachino

Pelacani, che la sua devozione per Maria espandeva in carità pei

poveri (-1305), e Antonio Patrizj; Andrea de’ Dotti di San Sepolcro,

scolaro di Filippo Benizzi; Bonaventura Bonacorsi di Pistoja, caldo

ghibellino, che dal Benizzi stesso convertito, riparò i danni recati,

e edificò colle virtù più austere (-1315). Simone Ballachi, figlio del

conte di Sant’Arcangelo presso Rimini, dalla dissipazione raccoltosi

a Dio, esercitavasi ne’ più umili uffizj e nell’istruire bambini

e convertir peccatori (-1319). Agnese di Montepulciano domenicana,

Emilia Bicchieri di Vercelli (-1314), Benvenuta Fojano del Friuli

vennero illustrate per doni celesti; e così Margherita di Metela presso

Urbino, cieca nata; Chiara di Montefalco presso Spoleto, eremitana

(-1308); e quell’Oringa di Santa Croce presso Firenze, che divenne il

modello delle fantesche, dal santo Spirito illustrata alla conoscenza

di sublimi veri, sebben nè leggere sapesse, onde empì Lucca e Roma

della fama di sua virtù e carità, e presto de’ suoi miracoli. Gli

Orsini ci portano il loro sant’Andrea carmelitano, che, malgrado

l’illustre nascita, accattava pe’ poveri, e, malgrado la sua umiltà,

fu messo vescovo di Fiesole, ove continuò le austerità, e riconciliò

più volte la sua colle città vicine. Dai Falconieri uscivano Alessio,

Carissima e Giuliana, tutti venerati sugli altari; dai Soderini la

beata Giovanna (-1367) e un altro Giovanni (-1343); dai Vespignano di

Firenze il beato Giovanni; dagli Adimari il beato Ubaldo; dai Della

Rena di Certaldo la beata Giulia. Pellegrino de’ Latiozi di Forlì fu

stupendo per pazienza nel soffrire sia le percosse di quelli di cui

voleva acquietare i litigi, sia gli spasimi d’una cancrena (-1345).

Pietro Geremi di Palermo, già professore di diritto, diedesi a Bologna

a tali austerità, che si circondò il corpo di sette cerchi di ferro,

scena che molti convertì. Giovanni da Capistrano, dopo adoperato in

magistrature e negoziati, resosi francescano, si diè tutto all’amor di

Dio e del prossimo, e continuò a riconciliar nimicizie e risse nel nome

di Dio, e possedendo lo spirito di compunzione e il dono delle lacrime,

moltissimi convertiva, e spesso le donne dopo le sue prediche davano

in limosina tutti i loro ornamenti. Fra l’alto clero sono a mentovare

il beato Bertrando patriarca d’Aquileja che tanto operò alla riforma

di questa chiesa, e fu assassinato da masnadieri del conte di Gorizia

nel 1350; il beato Lorenzo Giustiniani, patriarca di Venezia; Matteo

da Cimarra vescovo di Girgenti; Nicola Alberga vescovo di Bologna,

adoperato, spesso a metter pace fra le città d’Italia e fra Inglesi e

Francesi[63].

Bernardino (1380-1444), dell’illustre famiglia degli Albizeschi di

Massa marittima, fu educato nella pietà e nella carità; nella peste del

Quattrocento si profuse a cura de’ malati di Siena, ove poi professossi

francescano della stretta osservanza. «Fu in concetto d’uomo grande

e meraviglioso nel predicare: ovunque andasse traeva con sè tutto il

popolo, eloquente e forte nel ragionare, d’incredibile memoria; di tal

grazia nella pronunzia, che non mai recava sazietà agli uditori; di

voce sì robusta e durevole, che mai non venivagli meno, e ciò ch’è più

mirabile, in grandissima folla era udito colla stessa facilità dal più

lontano come dal più vicino»[64]. Vincenzo Ferreri, che allora empiva

Italia delle virtù e de’ miracoli suoi, predicando ad Alessandria

esclamò: — Fra voi si trova un vaso d’elezione, un figlio di san

Francesco, che ben presto diffonderà immensa luce in tutta Italia, e

di sue virtù e dottrina usciranno i più insigni esempj». Pure oggi non

troviamo ne’ suoi sermoni che un fare stringato e scolastico.

E per verità sul pulpito, trionfo degli Ordini nuovi, non recavano

studj profondi e dogmatica precisione, ma zelo e modi popoleschi e

importuna applicazione alle circostanze giornaliere. Chi affronti la

noja di leggere le prediche rimasteci, non trova che aridi tessuti di

scolastica e di morale, rinzeppati di brani e brandelli d’autori sacri

e profani alla rinfusa, con dipinture ridicole o misticismo trasmodato,

talchè i grandi effetti non se ne saprebbero attribuire che al gesto,

alla voce, allo spettacolo, e in alcuni alla persuasione della santità.

Tali dobbiamo credere il beato Michele da Carcano, frate Alberto

da Sarzana, frate Ambrogio Spiera trevisano, ed altri, famosi per

conversioni ed efficacia morale. Alcuni non mancavano di merito

letterario, e noi lodammo altrove il Cavalca, il Passavanti, frà

Giordano di Rivalta. Quest’ultimo distingueva le devozioni dagli abusi,

in un modo da far meraviglia a chi in que’ tempi e in que’ frati non

sa vedere che superstizione. — Viene (diceva egli) viene l’uomo, e

andrà a Santo Jacopo in pellegrinaggio: ed anzi ch’egli sia là, cadrà

in uno peccato mortale talotta, e forse in due, e talotta in tre

peccati mortali, e talotta forse più. Or che pellegrinaggio è questo, o

stolti? che rileva questa andata? Dovete questo sapere, che, chi vuole

ricevere le indulgenze, conviene che ci vada puro, come s’egli andasse

a ricevere il corpo di Cristo. Or chi le riceve così puramente? e però

le genti ne sono ingannate. Di queste andate e di questi pellegrinaggi

io non ne consiglio persona, perch’io ci trovo più danno che pro.

Vanno le genti qua e là, e credonsi pigliare Iddio per li piedi:

siete ingannati, non è questa la via; meglio è raccoglierti un poco

in te medesimo, e pensare del Creatore, o piagnere i peccati tuoi o la

miseria del prossimo, che tutte le andate che tu fai».

Parole altrettanto libere avea proferite l’anno innanzi in Santa

Maria Novella: — E’ sono molti che si credono fare grandi opere a Dio;

intra noi, noi ce ne facciamo grandi beffe. Verrà una femmina, e porrà

sull’altare una gugliata di refe e tre fave, e parralle avere fatto

un grande fatto: or ecco opera! Simigliantemente de’ pellegrinaggi;

che pare così grande fatto di quelli che vanno in Galizia a Santo

Jacopo. Oh come pare grande opera questa, e di gran fatica cotal

viaggio grande! E vanterassi, e dirà, _Tre volte sono ito a Roma, due

volte ita a Santo Jacopo, e cotanti viaggi ho fatti_. E se vedesse in

Roma le femmine a girar cinque volte e sei all’altare, e’ par loro

avesse fatto un grande deposito, e rimproveranlo a Dio, come quello

Fariseo che dicea, _Io digiuno due dì della settimana_: or ecco grande

fatto! e manuchi, il dì che tu digiuni, una volta, e quella manduchi

bene e bello. Questo andare ne’ viaggi io l’ho per niente, e poche

persone ne consiglierei, e radissime volte; chè l’uomo cade molte

volte in peccato, ed hacci molti pericoli. Trovano molti scandoli

nella via, e non hanno pazienza; e tra loro molte volte si tenzonano

e adirano, e con l’oste e co’ compagni; e talotta fanno micidio ed

inganni e fornicazioni; e di questo si fa assai, e caggiono in peccato

mortale»[65].

I così fatti saranno stati non pochi, vogliamo crederlo: ma altri

cercava cattivar l’attenzione col mescere ai discorsi allusioni alla

politica; e chi predicava pei Guelfi, chi pei Ghibellini, pei Medici,

per lo Sforza; talora sorgeano in aperto attacco contro ai principi o

ai papi.

È bizzarro in taluni l’associare una pietà sincera, un’ingenuità

profonda, col ridicolo e col teatrale, in modo d’uscirne composizioni

grottesche e senza gusto, che non hanno di serio se non l’intenzione.

Di Roberto Caracciolo da Lecce, dai contemporanei supremato

nell’eloquenza, sciaguratamente ci restano alcuni sermoni, più

materia di riso che di compunzione[66]: sale in pergamo a predicar

la crociata, e, cavata la tonaca, rivelasi in abito da generale, come

pronto a guidar egli stesso l’impresa. Paolo Attavanti ad ogni tratto

cita Dante e Petrarca, e se ne gloria nella prefazione. Mariano da

Genazzano, levato a cielo dal Poliziano e da Pico della Mirandola,

«predicava attraendo con l’eloquenza sua molto popolo, perciocchè a

sua posta aveva le lagrime, le quali cadendogli dagli occhi per il

viso, le raccoglieva talvolta et gittavale al popolo»[67]. I discorsi

di Gabriele Barletta, sì reputato che dicevasi _Nescit prædicare qui

nescit barlettare_, darebbero sollazzo a qualche festevole brigata.

Per Pasqua racconta che molte persone offrironsi a Cristo onde

annunziare la sua risurrezione alla madre: egli non volle Adamo,

perchè, piacendogli i fichi, non si badasse per istrada; non Abele,

perchè andando non fosse ucciso da Caino; non Noè, perchè correvole

al vino; non il Battista, pel suo vestire troppo conosciuto; non il

buon ladrone, perchè aveva rotte le gambe; ma donne, per la popolosa

loquacità. Blandiva un sentimento troppo comune quando predicava: —

O voi donne di questi signori e usuraj, se si mettessero le vostre

vestimenta sotto il pressojo, ne scolerebbe il sangue de’ poveri».

L’erudito Bracciolini fa dire da Cincio in un suo dialogo: — Parmi

che tanto frà Bernardino da Siena, come altri troppi vadano errati per

istudio di brillare più che di giovare; non volti a curar le infermità

dell’animo delle quali si annunziano medici, quanto a ottenere gli

applausi del vulgo, trattano qualche volta recondite e ardue materie,

riprendono i vizj in modo che pare gl’insegnino, e per desiderio di

piacere trascurano il vero scopo di loro missione, quello di render

migliori gli uomini».

Contro i siffatti avea tonato l’Alighieri, dicendo:

Ora si va con motti e con iscede

A predicare; e pur che ben si rida,

Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.

I quali versi commentando, Benvenuto da Imola adduce alquante

scempiaggini di un Andrea vescovo di Firenze che mostrava in pulpito

un granello di seme di rapa, poi se ne traeva di sotto la tunica una

grossissima, e diceva: — Ecco quanto è mirabile la potenza di Dio, che

da sì piccol seme trae sì gran frutto». Poi: _O domini et dominæ, sit

vobis raccomandata monna Tessa cognata mea, quæ vadit Romam; nam in

veritate, si fuit per tempus ullum satis vaga et placibilis, nunc est

bene emendata: ideo vadit ad indulgentiam_[68].

Que’ modi erano certo men dignitosi, però più efficaci che non le

esanimi generalità, le perifrasi schizzinose, e i consigli senza

coraggio dei tempi d’oro. Ma se a persone semplici e credenti servivano

d’edificazione, tornavano a scandalo dacchè vi si applicassero la

critica e la negazione; e i predicatori usandone esageratamente,

davano appiglio ad accuse, alla lor volta esagerate. Il fervore, non

sempre disinteressato per certe devozioni nuove, come il rosario de’

Domenicani e lo scapolare de’ Carmeliti, faceva proclamarle quale

rimedio sufficiente a tutti i peccati, i quali perdevano l’orrore

quando annunziavasi così facile il redimerli, e ne veniva presunzione a

chi le osservasse, e confidenza d’una buona morte dopo vita ribalda.

Giacomo, arcivescovo di Téramo poi di Firenze, scrisse varie opere,

tra cui è rinomata una specie di romanzo col titolo _Consolatio

peccatorum_ o _Belial_: suppone che i demonj, indispettiti del trionfo

di Cristo sopra Lucifero, eleggano procuratore Belial per chiedere

giustizia a Dio contro le usurpazioni di Cristo; Dio commette la

decisione a Salomone; e Cristo citato, manda per rappresentante

Mosè, il quale adduce a testimonj giurati Abramo, Isacco, Giacobbe,

Davide, Virgilio, Ippocrate, Aristotele, il Battista. Belial li scarta

tutti, eccetto l’ultimo, sostiene la sua causa con finezza diabolica;

pure ha decisione contraria. Si appella, e Dio demanda la causa a

Giuseppe, se non che Belial preferisce scegliere degli arbitri; e sono

Aristotele ed Isaia per Mosè, per Belial Augusto e Geremia. I passi

più venerabili sono stiracchiati beffardamente; e dopo tutti i garbugli

della giurisprudenza, ove Belial imbarazza sovente Mosè men versato ne’

cavilli, gli arbitri danno di quelle vaghe decisioni, che lasciano ad

ambe le parti captare trionfo.

Così la credulità univasi alla miscredenza per dare fomite alla

corruttela, tanto più pericolosa, in quanto che «il maggior padre ad

altra opera intendeva» (PETRARCA). Gregorio XI aveva autorizzati i

cardinali ad eleggergli il successore a semplice pluralità di voci,

senza aspettare i fratelli assenti, per abbreviare al possibile la

vacanza: e poichè di sedici radunati quattro soli erano italiani,

il popolo di Roma, timoroso che l’eletto non tornasse ad Avignone,

circondò il conclave d’armi schiamazzando — Lo volemo romano»,

toccando le campane a martello, e minacciando entrarvi di forza. Dopo

tempestosissima discussione, questi, per ripiego e con riserve tacite

o espresse d’una più libera elezione, diedero i voti (1378 9 aprile)

a Bartolomeo Prignano di Napoli, arcivescovo di Bari; ma temendo che

il popolo lo disgradisse perchè non romano, fu gridato dal terrazzo

andassero a San Pietro e saprebbero chi era l’eletto. Il popolo intese

che l’eletto fosse il cardinale di San Pietro, vecchione di casa

Tebaldeschi; onde si cominciò a gridargli Viva e saccheggiarne il

palazzo secondo l’usanza, e adorar lui, che invano ingegnavasi a far

comprendere il vero. Di questo scompiglio s’avvantaggiarono gli altri

cardinali per fuggire nelle varie fortezze e ne’ feudi; l’arcivescovo

di Firenze presentò il Prignano ai pochi rimasti, con un sermone sul

testo _Talis debebat esse, ut esset nobis pontifex impollutus;_ e

questi sul testo _Timor et tremor venerunt super me, et contexerunt me

tenebræ_, cominciò a dissertare sulla dignità del posto e l’indegnità

propria, finchè l’arcivescovo gli fece intendere si trattava ora solo

di dichiarare se accettasse o no; ed egli disse di sì, e prese il nome

di Urbano VI.

Uomo di dottrina e coscienza, ma severo, melanconico, colleroso,

immoderato, avventatosi a riformare di colpo, vietò ai prelati d’usare

a tavola più d’una pietanza, com’egli stesso ne dava l’esempio;

minacciò non solo ai simoniaci, ma a chiunque di essi accettasse doni;

proponeasi, con creare cardinali nuovi, togliere la prevalenza che da

un secolo avevano i francesi; e ne’ concistori secreti li rabbuffava

indiscretamente, ad uno dava sin dello sciocco, a un altro ch’era

bugiardo come un calabrese. Queste sconvenienze, e il vedere ch’ei

voleva fermamente tenerli a Roma, indisposero i cardinali; e la più

parte separatisi da lui, protestarono l’elezione non essersi fatta

liberamente, ma sotto la costrizione di un popolo tumultuante; e

raccomandando la loro vita alla tutela di Bernardo di Sala, capo degli

avventurieri guaschi e bretoni che aveano fatto sì rovinoso governo

di Cesena, dichiarano non avere operato che per paura della morte;

Urbano essere intruso, apostato e anticristo; e a Fondi eleggono papa

(21 7bre) quel Roberto di Ginevra che come legato pontifizio avea data

a ruba e strazio la Romagna, e che si chiamò Clemente VII. Urbano fu

accettato in Italia, Germania, Inghilterra, Danimarca, Svezia, Polonia

e nel settentrione de’ Paesi Bassi; Clemente dalla regina di Napoli, da

Francia, Scozia, Savoja, Portogallo, Lorena, Castiglia; gli altri paesi

esitavano.

Urbano bandì contro del competitore una crociata colle indulgenze

concesse a quelle contro gl’infedeli: ma la compagnia de’ Bretoni,

soldata da Clemente, si difilò sopra Roma, e fece macello de’ cittadini

che sortirono per respingerla, ma non osò penetrare in città. Allora

i Romani diedero addosso a quanti Francesi cherici o laici colsero

in città; mentre gli Orsini e Francesco di Vico devoti a Clemente

devastavano i contorni, e Pietro Rostaing dal Castel Sant’Angelo

bombardava gli edifizj: una volta (1379) Silvestro di Buda, capitano

de’ Bretoni, sorprende i nobili adunati in Campidoglio e trucida sette

banderesi, ducento ricchi, innumerevole popolo, poi di nuovo lascia la

città.

Urbano solda Giovanni Acuto e Alberico da Barbiano, che secondato dai

cittadini, sorte addosso ai nemici, e sconfittili e fatti prigioni i

due capi, mena trionfo[69]; Castel Sant’Angelo si rende, e il papa

a piè scalzi, seguito da tutta la popolazione, torna in Vaticano.

Clemente allora ricovera a Napoli, ben accolto dai re; ma il popolo a

tumulto lo respinge, sicchè fugge in Provenza, e postosi ad Avignone,

moltiplica i cardinali, largheggia di aspettative, e sì poco contava

sullo Stato pontifizio, che volle almeno punire i Romani e deprimere

i feudatarj col costituirlo in _regno d’Adria_ a favore di Luigi

I d’Angiò, al quale, per averlo partigiano, prodiga esorbitanti

concessioni: tutta la decima in Francia, nel regno di Napoli, in

Austria, in Portogallo, in Iscozia; metà delle entrate di Castiglia

e d’Aragona, le spoglie de’ prelati che muojono, ogni censo biennale,

ogni emolumento della camera apostolica; il papa obbligherà a prestiti

gli ecclesiastici, darà in ipoteca Avignone, il contado Venesino

ed altre terre della Chiesa; inoltre gli assegna per feudi Ancona e

Benevento, e tutto giura sulla croce. Tale spreco facea dei beni di San

Pietro nella fiducia d’esser liberato dall’antagonista; mentre Urbano,

pien di sospetti, reggevasi con rigiri e sangue e torture, senza

riguardo a dignità o danni de’ prelati e cardinali.

Accannito alla regina Giovanna I, contro di lei come signore sovrano

del Reame e come scismatica sollecitò Luigi d’Ungheria, che affidò a

Carlo di Durazzo l’incarico di punirla. Urbano spogliò chiese e altari

per raccogliere ottantamila fiorini, che diede a Carlo, il quale in

ricambio promise riconoscere il regno dal papa, e appena coronatone

cedere il ducato di Durazzo a Francesco Batillo nipote di esso, e i

principati di Capua e d’Amalfi. Vedemmo come la spedizione riuscisse:

ma Carlo non pensava mantenere la parola, onde venne in piena rotta col

papa, il quale assediato in Nocera, sparnazzava scomuniche scandalose e

scandalosi decreti. I prelati sue creature s’erano concertati sul modo

di terminare le stravaganze d’un pontefice che prolungava una guerra

senza ragione, e farlo il mal arrivato; ma scopertili, Urbano non

gliela soffrì impunita (1386), e messi in ceppi l’arcivescovo d’Aquila

e sei cardinali, li trasse seco quando potè fuggire da Nocera; perchè

il primo non potea cavalcare a paro cogli altri, il fece uccidere e

abbandonare insepolto; giunto a Genova, e dicendosi circonvenuto da

cospirazioni, malgrado le istanze del doge, fece buttar nel mare i

cardinali, salvo un inglese reclamato dal suo re.

Qui comincia doppia serie di papi paralleli; ma qual era il vero?

Personaggi di senno e santità grande parteggiarono per l’uno e per

l’altro; prove in favore addussero questi e quelli, per modo che può

mettersi fuor di quistione la buona fede d’entrambi i partiti. La

Chiesa finora non ha proferito, benchè i nostri abbiano generalmente

considerato per antipapi quei che sedettero oltremonte, e il nome

d’alcuno di questi sia stato assunto da qualche papa successivo[70].

Per mezzo secolo fu partita la cristianità in due campi ostili,

e tra pontefici che rimbalzavansi calunnie e taccia d’intruso e

d’eretico. Come le nazioni, così erano divisi i cittadini, gli

scolari d’un’Università, i monaci d’un convento; ogni giorno dispute,

collisioni fin al sangue; due vescovi eletti dall’uno o dall’altro

pontefice si contendevano la medesima sede, aborrivansi le messe degli

uni o degli altri. I papi, per conservarsi partigiani, erano costretti

a rassegnarsi a minaccia, a importunità, a dissimulare e simulare,

intrigare, congiurare, promettere, concedere, guadagnar tempo, fingendo

di desiderare una riconciliazione, di cui aveano in mano il mezzo. Le

piaghe del papato, come il cadavere di Cesare, furono esposte agli

occhi di tutti, invelenite dalla collera de’ nemici non meno che

dai ripicchi dei pontefici rivali. La santa Sede, scapitando nella

venerazione, lasciava baldanza a’ principi di sminuirne l’autorità,

ai dotti di chiamarla a severo e passionato esame: le satire contro

di essa, che prima erano esercizio letterario, inteso, applaudito

e dimenticato, acquistavano peso quando uscivano dalla bocca de’

pontefici stessi, e portavano ad immediata applicazione; indubbio

entrava ne’ cuori più sinceri, l’indifferenza ne’ più generosi, la

disperazione ne’ più robusti: la beffa trovava di che esercitarsi sulle

cose sacre.

Urbano VI non depose mai il desiderio di restare arbitro del regno

di Napoli, escludendo e Ladislao e Luigi d’Angiò per mettere in

istato quel suo nipote che passava dal carcere alla reggia; intanto

scomunicava di qua di là, e mandava bande a devastare. Fra sì

deplorabili imprese, minacciato fin della vita dai Romani, miseramente

morì (1389 18 8bre), e i quattordici cardinali della sua obbedienza

elessero Pietro Tomacelli col nome di Bonifazio IX (5 9bre). Buon

parlatore, buon grammatico, non sapea scrivere, nè cantare, nè i

costumi della corte romana: onde non capiva di che si trattasse,

sentenziava senza conoscenza, e palesava avidità. Sospendendo la

folle guerra del suo predecessore, ricevette in grazia Ladislao, e

avventò scomuniche ai fautori di Luigi d’Angiò, che scendeva favorito

dall’altro papa.

A viva forza dovette occupar Roma e gli altri possedimenti

ecclesiastici, straziati dalle fazioni e dalle bande, e colla violenza

e i supplizj vi si sostenne. Urbano, accorciando l’intervallo del

giubileo, lo bandì pel 1390, ma non v’accorsero che i popoli ubbidienti

a Bonifazio, il quale mandò ne’ varj paesi a concedere l’indulgenza a

chi pagasse tanto, quanto gli sarebbe costato il viaggio a Roma[71].

I collettori trassero insieme ingenti somme, ma Bonifazio sospettò

alcuni d’averne distratte e li punì, altri furono trucidati dal popolo,

altri s’uccisero da sè. Sotto quel manto vi fu chi andò trafficando

di assoluzioni e dispense, non badando a pentimento o a riparazione o

ad abjura; gli abusi fecero fremere i pii, e la prodigalità del papa

stesso in fatto d’indulgenze recò non lieve scredito a quel tesoro di

grazie, di cui faceasi mercimonio; mentre la concessione di giubilei

a chiese parziali scemava l’aurifero concorso de’ pellegrini a Roma,

svogliati anche dalle bande di Bernardo di Sala, che professavasi

fedele a papa Clemente per ispogliare i dissenzienti.

I Colonna tramarono per togliere al papa la signoria temporale di

Roma, invasero la città, ma non furono secondati: trentuno de’ loro

masnadieri finirono sul patibolo; Bonifazio avventò contro i Colonna

una lunga bolla, dove ne enumera i delitti fin dal tempo di Bonifazio

VIII. Anche i Gaetani di Fondi circondavano con bande la città,

spogliando i pellegrini che andavano al nuovo giubileo del 1400. E

il papa facea denaro con concedere grazie, aspettative, cumuli di

benefizj; poi ad un tratto le abolì tutte, ma per aver pretesto a nuove

concessioni con guadagno nuovo.

A vicenda i cardinali di Clemente VII a questo diedero successore

Pier di Luna aragonese (1394 28 7bre), detto Benedetto XIII, uomo

d’astuta ambizione, ed egli, come l’altro, per procacciarsi partigiani

scialacquava privilegi, conniveva a traviamenti e usurpazioni,

spogliava il basso clero, sicchè i curati erano fin ridotti a

mendicare, mentre l’alto riservavasi le migliori grazie e le commende e

i benefizj, dandoli in appalto a persone dappoco.

La Chiesa talmente scaduta, sentivasi impotente a ricomporsi da se

stessa; e principi, università, giureconsulti, teologi disputavano

sui mezzi di ripristinarne l’unità. Il più ovvio sarebbe stato un

concilio generale: ma poichè il convocarlo riguardavasi da secoli come

attribuzione del papa, a qual dei due spettava? Si dovette ripiegare

con sinodi particolari; il re di Francia ne raccolse due, per cui

decisione egli mandò a tenere assediato più di quattro anni nel palazzo

d’Avignone Benedetto XII, sinchè non fosse ripristinata l’unione:

ma questi trovò modo a fuggire (1403), e per la persecuzione crebbe

di partigiani, ed ebbe dalla sua non solo il pio Vincenzo Ferreri,

ma i due lumi dell’Università parigina, l’eloquente Clemengis ed il

cancelliere Pietro d’Ailly.

Morto Bonifazio IX (1404 1 8bre), il popolo di Roma, diretto dai

Colonna e dai Savelli, gridò _Viva la libertà;_ e il conclave di non

più che nove cardinali elesse Innocenzo VII, già Cosma Meliorati,

valente canonista, abile agli affari, intemerato di costumi. Dovette

conquistare la propria residenza ajutato da re Ladislao, ma con

una capitolazione per cui lasciava a custodia del popolo tutti i

ponti e le porte; il senatore sarebbe eletto dal papa ma sovra una

tripla offerta dal popolo; i dieci della Camera amministrerebbero le

rendite, eccettuato il quartiere del Vaticano. Però ogni giorno nuove

pretensioni metteva innanzi il popolo, subillato dai Colonna e dai

reggenti Ghibellini, tanto che Innocenzo proruppe: — V’ho concesso

tutto; volete che vi dia anche la mia cappa?» E in fatto i tumulti

raffittirono, i cardinali dovettero mettersi sotto la protezione

d’un capitano di ventura Muscardo, fu trucidato un messo del papa, si

combatteva accannito; ed essendo il papa fuggito a Viterbo, Ladislao ne

profitta per impadronirsi di Roma.

Il papa fra breve morì (1406 6 9bre), e il veneziano Angelo Correr,

detto Gregorio XII, anch’esso giurò prima (30 9bre), professò poi

essere disposto ad abdicare tosto che il facesse anche Benedetto XIII:

ma com’ebbe assaggiato il comando, se ne inebbriò; alla conferenza

stabilita in Savona non comparve; e Benedetto, che era venuto fin a

Genova, parve star dal canto della ragione.

Tredici cardinali si raccolsero a Livorno per industriarsi all’unione,

protestando non riconoscere nessuno dei due competitori; e assumendo a

dirigere gl’interessi temporali e spirituali della Chiesa, convocarono

un concilio a Pisa (1409 25 marzo), intimando a ciascun papa venisse

ad abdicare, se no procederebbero contro di esso. Ma se consentivasi

al concilio l’autorità di deporre il pontefice, non era mutata in

repubblicana la costituzione della Chiesa, da secoli monarchica? e a

tale cambiamento erano acconci tempi di tanto scompiglio?

Ladislao di Napoli temeva un papa che potesse abolire l’indegna

cessione dello Stato, a lui fatta da Gregorio XII, onde s’oppose al

concilio di Pisa; i due papi non vi ascoltarono; Gregorio dichiarò

apostati e blasfemi que’ cardinali, e intimò il sinodo a Udine;

Benedetto l’aprì in Perpignano sua stanza; e così, oltre i due papi,

v’ebbe tre concilj. Pensate quanto ne restasse dal fondo sovvertita la

società! Morendo un vescovo, ciascun papa vuol dargli un successore,

onde scismi diocesani; pretendono potere stronizzare i re, onde un

nuovo fomite alla guerra intestina; e Napoli resta disputata fra

Luigi d’Angiò e Carlo d’Ungheria, la Castiglia fra il duca di Leon

e quello di Lancaster, l’Ungheria fra Carlo della Pace e Maria; il

debole imperatore Venceslao lasciava cascarsi di mano le redini della

Germania; l’Inghilterra straziava le proprie viscere fra le inimicizie

delle case di Lancaster e di York; la Francia durava nella guerra

centenne contro l’Inghilterra; nè voce risonava valevole ad imporre

la pace. Intanto che nel mondo cristiano cessava l’unità che n’è

l’essenza, Bajazet II granturco non solo stringeva Costantinopoli, ma

aveva invaso l’Ungheria e la Polonia; e nuovi barbari, i Tartari sotto

il terribile Tamerlano minacciavano all’Europa le devastazioni che

aveano recate all’Asia.

Gli animi, sgomentati fin alla disperazione, si volgeano a Dio, da

lui solo aspettando il termine a tanti guaj. Già nel 1260 vedemmo i

Flagellanti diffondersi per Italia. Nel 1334 frà Venturino da Bergamo,

«uomo di trentacinque anni, di piccola nazione e di non profonda

scienza, ma tanto efficace e ardente ne’ suoi ragionamenti, che

traendosi dietro più di diecimila Lombardi, la miglior parte nobili,

non era luogo ove arrivasse che non fosse ricevuto a guisa d’uomo

divino, e con tanto concorso di limosine, che per quindici dì che si

fermò a Firenze, non fu quasi momento di tempo che in sulla piazza di

Santa Maria Novella non si vedessono grandissime tavole apparecchiate

ove mangiavano quattrocento o cinquecento uomini per volta» (AMMIRATO),

andò ai perdoni di Roma co’ suoi, che portavano gonnella bianca

fin a mezza gamba, di sopra un tabarrello perso fin al ginocchio,

calze bianche, e stivali di corame fin a mezza gamba, in petto una

palomba bianca coll’ulivo in bocca, nella man ritta il bordone, nella

manca il rosario[72], e con non mai stanchevoli voci gridando pace

e misericordia. Cresciuto forse a trentamila seguaci, e come profeta

parlando de’ mali futuri, passò anche alla corte d’Avignone sperando

grandi indulgenze; ma al papa sembrò scorgervi ambizione o leggerezza,

e frà Venturino fu messo al tormento e in carcere: donde poi mosse

colla crociata, e morì a Smirne.

Quella devozione andarina rinfervorò nel 1399, avendola la Madonna

indicata in Irlanda ad un villano, come il miglior preservativo da

pesti e guerre: onde in veste bianca, coperti di cappucci in modo

che non distinguevansi donne da uomini se non per una croce rossa,

si posero in via tre a tre, ognuno confessato, chiesto perdono agli

offesi, perdonato agli offensori, restituito il maltolto. Così giravano

per nove giorni almen tre chiese al giorno, e venendo in un paese,

intonavano orazioni e lo _Stabat mater_, poi tre _Miserere_ entrando

in chiesa. Per quella novena faceano vita quaresimale, non dormendo in

letto, non isvestendosi, molti andavano scalzi; finivano col mandare

alle prossime città, invitandole per parte di Maria Vergine ad assumere

la stessa devozione.

D’Irlanda varcarono in Inghilterra, in Francia, poi in Piemonte,

e da una parte piegarono alla Lombardia, dall’altra in numero di

cinquemila a Genova. I cittadini di questa s’avvolsero in lenzuoli,

e il vecchio loro arcivescovo Del Fiesco a cavallo li condusse

processionalmente, con dietro a coppia tutti gli abitanti, a visitar

le chiese, i cimiteri, le reliquie della città e del contorno, e per

nove giorni stettero chiuse le botteghe, sospesi gli affari, tutto

émpito di timor di Dio. I più robusti o devoti scesero per la riviera

di Levante, eccitando a fare altrettanto: da Lucca tremila cittadini,

malgrado i divieti, uscirono ver Pescia, indi a Pistoja, donde

quattromila li seguirono, e così i Pratesi e i Pisani, finchè giunsero

a Firenze. Quivi quarantamila cittadini visitavano le chiese, preceduti

dall’arcivescovo; toglievano di quello ch’era lor dato, e il soverchio

distribuivano ai poveri; non cercavano essere adagiati in case o

spedali, ma giacevano alla nuda aria; molti imprigionati per debiti

furono prosciolti. Il vescovo di Fiesole sin ventimila se ne trasse

dietro, per tutto facendo paci e concordie, restituzioni, prediche,

miracoli[73]. A Milano «venne grandissimo numero d’uomini, donne,

donzelle, garzoni, piccoli e grandi e d’ogni qualità, tutti scalzi, da

capo a piedi coperti di lenzuoli bianchi, che a fatica mostravano la

fronte; poi dietro a questi vi si adunarono tutti i popoli delle città

e ville, dalle quali uscendo, per otto giorni continui visitavano tre

chiese di villa, e spesse volte ad una di quelle faceano celebrare una

messa in canto; per tutte le vie in croce che trovavano, si gettavano a

terra gridando misericordia tre volte, e poi cantavano _Pater_ e _Ave_,

e altri cantici composti da san Bernardo, o litanie o altre orazioni.

Il popolo di ciascuna città o altro luogo, come veniva a quelle si

separava, ed entrando dentro denunziava agli altri rimanenti che

volessero pigliare il medesimo abito; di sorta che alcuna volta erano

mille, alcuna millecinquecento. Si celebrarono infinite concordie e

limosine, e molti si condussero a vera penitenza» (CORIO).

In Padova per quei giorni non fu commessa disonestà nè rissa; e le

processioni duravano dall’aurora fino alle due dopo nona, e se ne

contarono tremilaseicento; poi radunati nel prato della Valle, diedero

di sè meraviglioso spettacolo[74]. Da Bobbio altri si difilarono

su Piacenza, e con loro tutti i valligiani della Trebbia, sicchè vi

giunsero in più di settemila; poi a Firenzuola, a Borgo Sandonnino, a

Parma, dove arrivarono con quaranta carri di donne, bambini, malati;

di qui settemila partirono dietro al vescovo e ai gonfaloni delle

confraternite. I Veneziani li respinsero, ma il duca d’Este gli ebbe

accetti, e da Ferrara li menò a Belfiore. Il pontefice vi conobbe

scandali e sozzure, dubitò fino che il loro capo pensasse farsi papa,

onde li mandò a processo e al rogo.

Allora si moltiplicarono pertutto le confraternite, che con le

foggie visitavano le chiese e accompagnavano il viatico; e furono

principalmente diffuse dai santi Bernardino da Siena e Vincenzo

Ferreri, il quale anche andava predicando il finimondo. Molti, presso

al morire, faceansi porre le divise d’esse società, donde la devozione

venne estesa fra i secolari. Tale incondita pietà diffuse anche la

peste, che strage menò per Italia, e che funestò il giubileo.

Tutti inadeguati ripari agli scandali che sbranavano la Chiesa;

poichè le riforme non venivano di là donde solo avrebbero potuto

efficacemente. Null’ostante l’opposizione di re Ladislao, al concilio

di Pisa comparvero ventiquattro cardinali, quattro patriarchi, ventisei

arcivescovi, ottanta vescovi in persona, centodue per rappresentanti,

ottantasei abati in persona, ducentodue per procuratori, quarantun

priori, gli ambasciatori dei re, i deputati di oltre cento metropoli

e cattedrali, delle Università di Parigi, Tolosa, Orléans, Angers,

Montpellier, Bologna, Firenze, Vienna, Praga, Colonia, Oxford,

Cambridge, Cracovia, trecento dottori di teologia e diritto canonico.

Non essendosi presentati i due papi Gregorio e Benedetto, il concilio

si dichiarò ecumenico, e perciò giudice supremo di essi, e dopo

parecchi tentativi di conciliazione, levata loro l’obbedienza come

contumaci, li proferì scaduti e vacante il papato (1409 5 giugno); e

radunato il conclave sotto la guardia del granmaestro de’ Giovanniti,

sostituì Pietro Filargo (1409 26 giugno). Nato non si sa dove nè da

chi, mendicava a Candia quando fu raccolto da un frate Minore, e per

sapere ed abilità salì nel favore di Gian Galeazzo, che l’ebbe tra’

suoi consiglieri, poi vescovo di Vicenza, di Novara, indi arcivescovo

di Milano e cardinale, infine papa (7 agosto) col nome d’Alessandro

V, e chiuse il concilio. Teologo e predicatore, ma non leggista e

canonista, male intendeva gli affari e cercava scaricarsene; per bontà

cieca largheggiava benefizj e grazie abusive e stemperanti, non sapendo

misurare la liberalità ai mezzi; e quando più nulla gli rimaneva, dava

promesse: onde diceva: — Come vescovo fui ricco, povero come cardinale,

pitocco come papa».

Lasciavasi raggirare a senno da Baldassarre Cossa napoletano, che in

gioventù corse il mare come armatore; anche nel chericato conservò

abitudini secolaresche, abilissimo negli affari, vigoroso di carattere,

risoluto di sentenze. Ornato della porpora, fu spedito legato a

Bologna, la quale ricuperò alla santa Sede, e anche Faenza e Forlì,

che egli si tenne come signoria indipendente; e morto Alessandro dopo

soli dieci mesi di regno (1410 17 maggio), gli succedette col nome di

Giovanni XXIII. Costui, come avviene in tempi di partiti, fu accusato

delle colpe non solo più gravi, ma più brutali; a cui basterebbe

opporre il favore datogli dai Fiorentini, da Luigi d’Angiò, dal

conclave stesso, che troppo aveva interesse a fare una scelta prudente;

comunque siasi detto che egli ne acquistò i voti coll’artifizio e colla

forza militare che spiegò in Bologna.

Essendo allora stata ritolta Roma a Ladislao, il papa vi fece l’entrata

solennemente sotto la protezione dell’Angioino: ma bentosto Ladislao

torna vincitore; Bologna caccia i rappresentanti del pontefice, e

si dà al marchese di Ferrara. Ladislao però riconobbe il nuovo papa

ordinando a Gregorio di uscire da’ suoi Stati, e finse rassegnarsi

ai patti ch’egli stesso aveva imposti a Giovanni. Il concilio che

erasi promesso, fu raccolto (1415) a Roma; ma se vi s’introduceano

le questioni più urgenti, il cardinale Zabarella levavasi, con

eloquenti ambagi sviando dal proposito: poi fu prorogato col pretesto

della rinnovata nimistà di Ladislao, a cui il papa a fatica sfuggì,

ricoverando in Firenze, che di malavoglia lo accolse.

L’impero vacillava tra l’inetto Venceslao deposto e il mal eletto

Roberto palatino, morto il quale, gli furono dati due successori;

tanto pareva che ogni cosa dovesse scompigliarsi collo scompiglio del

papato. Alfine prevalse Sigismondo (1411), che, come re d’Ungheria,

s’era mostrato crudele e perfido, ma insieme valoroso, oprante,

indomito. Glorioso di allori côlti sopra i Turchi, si fisse in animo di

ricondurre ad unità la Chiesa; corse Francia, Polonia, Spagna, Italia;

e mentre il papa gli chiedeva soccorsi, esso lo stimolò a designare

il luogo d’un nuovo concilio. Per quanto Giovanni lo disgradisse,

dovette spedire legati a ciò, i quali indicarono Costanza, città

imperiale sulla riva occidentale del bel lago che divide la Svevia

dalla Svizzera, poco lungi dal luogo donde n’esce il Reno, e dove già

i Lombardi aveano patteggiato la loro libertà. Giovanni non sapea

darsi pace che l’adunanza di tutta cristianità si tenesse in luogo

dove gli oltramontani sarebbero più numerosi e indipendenti, ed ostili

alla sua autorità: si mosse in persona onde dissuadere Sigismondo; a

Lodi durarono lungamente in congresso, circondati da prelati l’uno,

da consiglieri l’altro; ma Sigismondo stette fermo, e il concilio fu

aperto (1414 5 9bre).

Le ingiurie ricambiatesi dai papi e dai cardinali aveano scossa

un’autorità che si fonda sulla virtù e sull’opinione. Se gl’Italiani

favorivano alla santa Sede pel vantaggio che ne traeva il loro paese,

eransene raffreddati dacchè quella vagava in esiglio; e gli stranieri

cominciavano a trovare oneroso questo migrare di tanto loro denaro

ad un’altra gente. La contesa coi frati Minori aveva mal volta alla

santa Sede la milizia sua più devota; e al vedere condannate persone

pie, cui sola colpa dicevasi la povertà, si richiamavano le dottrine

d’Arnaldo da Brescia contro i possessi ecclesiastici e la corruttela

derivatane. Nell’intento di riuscir superiore, ciascun partito era

ricorso a spedienti troppo dissonanti da quelli dell’apostolato:

Bonifazio IX aveva lasciato trafficare delle indulgenze e del suffragio

ai morti, pretendeva le annate dei vescovi eletti, a denaro dispensava

la pluralità di benefizj; Giovanni XXIII ebbe accusa di aver cavato oro

dalle medesime miniere, e moltiplicatolo colle usure. Dal disordine

esterno passatasi a criticare l’intima verità della Chiesa: si

spargeano libri e sermoni critici, anche in lingua vulgare[75]; i roghi

non bastavano a reprimere gli eretici in Francia. I Valdesi faceansi

più arditi, e Gregorio XI movea lamento perchè dalle valli subalpine si

propagassero, e discesi in Piemonte avessero trucidato un inquisitore a

Bricherasio, uno a Susa[76].

Bartolino da Piacenza verso il 1385 pubblicò alquante tesi legali

sul modo di trattare il papa qualora apparisse negligente, inetto a

governare, o capriccioso a ricusare il consiglio dei cardinali (com’era

il caso di Urbano VI); e conchiudeva potere questi mettergli de’

curatori, al cui parere fosse obbligato attenersi negli affari della

Chiesa. I Francesi colla prammatica sanzione di Bourges restrinsero

i diritti papali. In Inghilterra Giovanni Wiclef aveva impugnato

le indulgenze, la transustanziazione, la confessione auricolare,

domandato la secolarizzazione degli Ordini regolari e la povertà del

clero. Girolamo di Praga dall’Università di Oxford ne portò i libri in

Boemia, dove ebbero effetti più gravi, perocchè Giovanni Huss, che qui

già aveva alzato la voce contro la depravazione del clero, vi attinse

argomenti teologici e ardire a palesarsi. Essendo venuti alcuni monaci

a spacciare indulgenze, e avendo l’imperatore proibito il sacrilego

traffico, pigliò baldanza a declamare, in prima contro l’abuso, poi

contro le indulgenze medesime. Il popolo ascoltava volentieri; gli

studenti boemi se ne infervoravano; le quistioni religiose prendevano

colore politico d’aborrimento ai Tedeschi e d’aspirazioni repubblicane.

Dappertutto lo sparlare dei papi era considerato segno d’educazione

non vulgare, di ragione più elevata, di dispetto contro i governi,

di scontento generico; declamazioni di piazza, frizzi di scuola

fra la gioventù inesperta seminavano un vago desiderio di sottrarsi

all’autorità; sebbene, per quanto e le accuse si esagerassero e gli

errori si estendessero, non si pensasse ancora che la Chiesa si dovesse

distruggere anzichè riformare.

Quanto erano più ulcerate le piaghe, tanto più speravasi nel concilio,

che inoltre rannoderebbe in pace i principi cristiani per respingere la

sempre crescente minaccia degli Ottomani.

L’imperatore, assai principi, signori e conti assistettero

all’assemblea, ed è scritto vi si numerassero fin cencinquantamila

forestieri con trentamila cavalli; fra quelli, diciottomila

ecclesiastici e ducento dottori dell’Università di Parigi. Coi

fastosissimi cardinali faceano gara di lusso i tanti avveniticci,

giunti dagli estremi d’Europa, distinguendosi per abiti varj, armadure,

corteo pomposo. Vi accorrevano a spettacolo, a sollazzo, trovandovisi

trecenquarantasei commedianti e giullari, settecento cortigiane, e

tornei e sfide[77]; sicchè i gaudenti andavano in delizie, mentre

i pii pregavano, i dotti accingeansi a duelli dialettici, dai quali

apparirebbe l’odierno loro elevarsi allato ai grandi.

Ma un’assemblea di tanto momento, sin dal principio reluttò ai modi

sagaci, con cui gl’Italiani e il papa tentavano dominarla. La Chiesa

nella sua universalità non distingue popoli, e valuta ciascun uomo pel

proprio valore; sicchè all’indole sua ripugnava il votare per nazioni,

come si pretese, dividendo il concilio in camera tedesca, italiana,

francese, inglese, spagnuola, le quali deliberassero distintamente

affine di elidere la superiorità degl’Italiani. Giovanni XXIII, come

presente, provveduto di gran denaro, e assistito dalle compre armi

di Federico d’Austria, sperava far considerare il concilio come una

continuazione di quello di Pisa, che avendo riconosciuto Alessandro

V, considerava lui come solo papa legittimo: inoltre voleva si

cominciasse dagli articoli di fede, poichè richiederebbero lunghe

dispute, e i prelati nella piccola città s’annojerebbero. Ma questi

pretesero che abdicassero e lui e Benedetto XIII che sostenevasi in

Ispagna, e Gregorio XII che aveva favore in Germania. Giovanni nella

seconda tornata protestò di farlo volontariamente se lo imitassero gli

altri due, anzi rinunziare ad ogni modo se con ciò potesse terminarsi

lo scisma; sicchè il giubilo e gli applausi andarono al colmo, e

l’imperatore gli si buttò ai piedi baciandoli. Ma poi pentito e

sbigottito fuggì; e allora i mirallegro si risolvono in costernazione,

Gregorio viene sospeso, e proclamato (1415) che il concilio trae

immediatamente da Cristo i suoi poteri, e ognuno, compreso il papa,

è tenuto obbedirgli in quanto concerne la fede, lo scisma, e la

riformazione generale della Chiesa nel capo e nelle membra. Gl’Italiani

protestarono invano. Giovanni, citato a giustificarsi delle più enormi

e scandalose imputazioni[78], dichiarossene colpevole, sottomettersi

a discrezione al concilio, pur beato se con ciò potesse render pace

alla Chiesa: e quello il destituì (29 maggio) come avesse disonorato

il popolo cristiano, ne spezzò il suggello e gli stemmi, gli tolse le

insegne pontifizie e la croce, e lo tenne in cortese prigionia[79].

Anche Gregorio, per mezzo di Carlo Malatesta signore di Rimini, a cui

protezione si era posto, mandò la rinunzia (4 luglio), riducendosi

cardinale di Porto. Solo Benedetto ostinavasi, scomunicando chi non

era con lui, e dichiarava «nel diluvio universale la sola arca della

Chiesa essere Paniscola dov’egli sedeva»: alfine, abbandonato anche

dalla Chiesa spagnuola per opera principalmente di Vincenzo Ferreri,

fu destituito (1417 26 luglio), terminando uno scisma che fu la

maggior prova a cui la Chiesa si trovasse esposta. Tante passioni,

tanti errori, eppure fu ancora alla Chiesa una che la cristianità

si ricoverò, e sotto il manto del ponteficato, di cui non erasi mai

impugnata l’autorità e l’unità, comunque restasse incerto chi ne era il

depositario, disputandosi del possesso e dell’esercizio dell’autorità,

non dell’autorità stessa.

Sbalzatine gl’indegni occupatori, bisognava surrogare un degno sul

trono di san Pietro. Sigismondo voleva che prima si riformasse la

Chiesa; gl’italiani incalzarono per la pronta nomina del papa Ottone

Colonna (11 9bre), il quale si volle chiamato Martino V. Sigismondo

aveva preveduto giusto; poichè Martino trovò modo di rinviare d’oggi

in domani le chieste riforme, logorando il tempo in divisamenti o

in concessioni secondarie, protestando contro gli appelli del papa

al concilio, riconfermando molti abusi; finchè dichiarò sciolto il

concilio (1418 22 aprile), e andossene a Roma.

I padri, vedendosi dal popolo sprezzati per le contese e i baccani

a cui prorompeano[80], e presi in sospetto come staccatisi dal

papa, vollero ostentare zelo della fede col perseguitare l’eresia, e

condannarono Giovanni Huss e Girolamo da Praga, i quali, malgrado il

salvacondotto imperiale[81], furono dati al braccio secolare e mandati

al rogo. Tristo rimedio la violenza; e ne pagò le pene Sigismondo, o

piuttosto i popoli espianti le colpe dei re: giacchè la Boemia divampò

d’un incendio, a spegnere il quale vi vollero torrenti di sangue.

Per compiere le riforme. Martino V indicò un nuovo concilio prima

a Pavia, poi a Siena, infine a Basilea; ma apertolo appena, morì

(1431). Nell’elezione di Eugenio IV (Gabriele Condulmier veneziano) i

conclavisti prefissero una specie di costituzione, che in alcuni punti

concerneva anche il governo civile. L’omaggio che il papa ricevea dai

feudatarj e dagl’impiegati, non riflettesse su lui solo, ma anche

sul collegio de’ cardinali, talchè a questo rimanessero obbligati

in sede vacante; metà dei proventi della Chiesa fosse riservata ai

cardinali; di conseguenza nessun atto politico importante poteva il

papa permettersi se non consenziente il sacro collegio, non pace o

guerra, non tasse nuove, non mutar la sede; inoltre il papa doveva

riformare la Corte, e tenere concilj periodici. Eugenio vi si obbligò;

e se quel costituto reggeva, il principato romano trovavasi ridotto ad

aristocrazia, ma forse era tolto il pretesto alla Riforma del secolo

seguente.

Eugenio, per giudizio d’un suo successore[82], fu pontefice d’animo

elevato, ma senza misura in nessuna cosa, intraprese sempre ciò che

voleva, non ciò che poteva. Fece egli aprire il concilio di Basilea

onde estirpare l’eresia, metter pace perpetua fra le nazioni cristiane,

togliere il lungo scisma de’ Greci, e riformare la Chiesa. Ma i padri

vi s’accinsero senza precise idee di quel che volevano operare, nè de’

limiti dell’autorità propria e di quella che pensavano restringere;

attaccavano un dopo l’altro gli abusi parziali, non proponevano un

rimedio radicale: onde vedendoli condursi con quella precipitazione

che sgomenta le autorità desiderose di dirigere, Eugenio sospese il

concilio. I padri non gli badando, citano lui pontefice, accusandolo

disobbediente; poi, spiegate le vele, dichiaransi ad esso superiori; nè

poter lui scioglierli o traslocarli.

Fittisi alla riforma della Chiesa, mozzano assai diritti curiali;

determinano la forma dell’elezione del papa, e il giuramento che

deva prestare; limitano le concessioni ch’e’ può fare ai parenti;

restringono i cardinali a ventiquattro, e ne escludono i nipoti.

L’imperatore di Costantinopoli, cercando appoggiare il cadente trono

sull’unione della sua Chiesa colla latina, domandò di venire in persona

col patriarca onde effettuare la riconciliazione. Perchè non poteva

sostener le spese del viaggio, si promise di mandar navi a prenderlo;

e la città d’Avignone anticipò settantamila fiorini, da rimborsarle

mediante i proventi delle indulgenze. Papa Eugenio indusse Giovanni

III Paleologo a chiedere che l’abboccamento si facesse in Italia; e in

fatto nella sezione 21ª del concilio di Basilea si proposero Ferrara e

Udine, e il papa confermò la proposta, e indusse i Veneziani a spedir

galere per trasportare l’imperatore.

Allora Eugenio, rimproverando al concilio i decreti incompetenti e

smoderati, lo trasferiva a Ferrara (1438). Ma i padri non si mossero,

eccetto due ed il legato; e mentre i prelati italiani maledicevano

al conciliabolo di Basilea, ed invitavano a spogliare i mercanti che

vi portassero roba, quello (nel quale primeggiava Nicola arcivescovo

di Palermo, ambasciadore d’Aragona e Sicilia, e tenuto pel maggior

canonista del suo tempo) continuava a cincischiare la giurisdizione

pontificia; anzi dichiarò sospeso il papa, e scismatico il consesso di

Ferrara; e per quanto i potentati s’intromettessero onde prevenire un

nuovo scisma, condannarono Eugenio (1439) come eretico, e surrogarongli

Amedeo VIII duca di Savoja, il quale dagli affari s’era ritirato

a Ripaglia a vita piuttosto voluttuosa che penitente[83], e che

sciaguratamente accettò l’uffizio d’antipapa col nome di Felice V.

Il concilio di Ferrara erasi aperto il 13 gennajo 1438 dal cardinale

Albergati, e gran pena si durò per regolarne il cerimoniale: ma la

peste scoppiata lo fece trasferire a Firenze[84] (1439). Ivi furono

messi in disputa i quattro punti dello scisma greco, cioè il procedere

dello Spirito Santo dal Padre e dal Figliuolo, l’uso degli azimi nella

comunione, la natura del purgatorio, la supremazia universale del papa.

Quell’unione fu famosa per insigni personaggi: il cardinale Giuliano

Cesarini, che di sua franchezza avea dato prova nell’appoggiare i

rimproveri che al papa faceva il concilio, ed allora sosteneva il

vero con incalzante ragionamento; Giovanni di Montenero provinciale

de’ Domenicani di Lombardia, versatissimo in divinità; Ambrogio

Traversari generale de’ Camaldolesi, che per ordine di Eugenio IV

era andato riformando molti conventi, e questi suoi giri descrisse

nell’_Odœporicon_; fra i Greci, Gemistio Platone insigne accademico,

Giorgio da Trebisonda, Giorgio Scolario ancora laico, e fra breve

patriarca di Costantinopoli, Marco Eugenio vescovo d’Efeso saldissimo

alle dottrine scismatiche, Dionigi vescovo di Sardi, e, a tacer altri,

il Bessarione arcivescovo di Nicea, sottile platonico, che sparse

anche il gusto d’una filosofia men cavillosa e arida, e che vinto dalla

verità venne alla Chiesa nostra, molti traendovi col proprio esempio.

Cosmo de’ Medici ricevette splendidamente il papa, i cardinali,

l’imperatore; il trasporto dei corpi de’ santi Zenobio, Eugenio,

Crescenzio, i funerali del patriarca di Costantinopoli, diedero

occasione a solennità; e la Signoria di Firenze regalò al papa

quattordici inquisiti di pena capitale (Cambi). Eugenio scomunicò

i prelati di Basilea; ma le lunghe dispute col patriarca di

Costantinopoli e co’ suoi dottori, agitate nella sala accanto a Santa

Maria Novella, non poteano condursi a conchiusione; laonde si venne

a una specie di transazione (6 luglio) per istabilire l’unione della

Chiesa orientale colla occidentale, stendendola s’una pergamena in

greco e in latino, e dopo che l’ebbero letta in latino il cardinale

Cesarini, in greco l’arcivescovo Bessarione, la soscrissero molti

prelati delle due Chiese per ordine di dignità; oltre il papa stesso e

l’imperatore Paleologo che vi fecero apporre le proprie bolle[85].

Federico III, nuovo imperatore, che avea procurato versar acqua su

questi incendj, spedì ad Eugenio il proprio segretario Enea Silvio

Piccolómini senese, per indurlo ad un concordato colla Germania, e

il papa sul letto di morte vi assentì, purchè non menomasse i diritti

della santa Sede. Nicola V succedutogli (1447), mostrossi tutto davvero

disposto ad accordi, talchè il sinodo di Basilea più non si resse;

Felice V abdicò, riservandosi tanti benefizj, che lo rendeano più ricco

del papa, ma presto morì. La pace fu dunque restituita alla Chiesa; e

il giubileo celebrato l’anno appresso, parve solennizzare il trionfo di

Roma.

Se il concilio di Basilea avesse con prudenza e carità provveduto

alla riforma della Chiesa, poteva prevenire i guaj che scoppiarono nel

secolo seguente. Sulle prime, non che intaccare la sovranità papale,

sanzionò il Decreto di Graziano, i cinque libri delle Decretali di

Gregorio IX, pare anche il sesto di Bonifazio; solo tolse ai papi le

riserve, il diritto di provvisione, e quello di mettere imposte sulle

chiese. Ma poi guidato a passione, pensò non solamente limitare la

potenza papale come quel di Costanza, ma sostituirvi la propria, e

preparò la rivolta protestante, al tempo stesso che l’apparenza di

ottenuta vittoria svogliava la Chiesa romana dalle riforme necessarie,

e assopiva in una sicurezza che dovea riuscire funestissima.

Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15) · 第 14 / 31 题