Meli conferma la inusata eleganza del nuovo posto nei tanti

Gran cornacopj,

Specchi e lumeri,

Ed autri mobili

Di cavaleri;

donde il favore, non solo dell'aristocrazia, ma anche d'ogni altro ceto.

L'accorta padrona avea fatto le cose bene: larga _réclame_ per la città;

tende pel riparo dei signori e civili che si recassero da lei; tavoli

illuminati da due candele, ciascuno per le singole famiglie che

volessero divertirsi; per i villeggianti dei dintorni, ai quali non era

proibito di accedere «coi reciproci galanti», e per chi volesse andarvi

da Villabate, S. Cataldo, Mostazzola, Torrelunga. Zia Saveria era donna

che la sapeva più lunga di qualsiasi altro commerciante di Palermo, e

basta dire che, esempio unico nel genere di industria, faceva ordinarî

trattenimenti di musica, al suono dei quali

Si balla e canta,

Si canta e vivi,

o meglio vi si passa tra

Balli e tripudj,

Sàuti a muntuni,

Favuli e brinnisi

Soni e canzuni[523].

[523] _Meli_, _Poesie_: ode n. XXIX: _Zè Sciaveria_.

Ora, dopo cent'anni, solo il nome rimane della divertente contrada, ed

un documento di soggiogazione nell'Archivio del Comune[524]. Ma sul

vicino scoglio echeggia la dolcissima canzonetta del Meli:

[524] L'egr. avv. Guglielmo Savagnone, Direttore dell'Archivio Comunale

di Palermo, il quale con ogni maniera di gentilezze ha aiutato le

nostre ricerche per lo studio delle condizioni amministrative ed

economiche della città, ci fa conoscere che nel 1781 in favore del

Banco Comunale di Palermo veniva assegnata una «soggiogazione di

ducati 45 annui sopra la _casina_ (villa) e le case alla zia

Sciaveria, così detto _Romagnolo_». La contrada è denominata: _Zi

Sciaveria_; _Romagnolo_ figura come soprannome; e non vuolsi

dimenticare che quest'ultimo nome, ora tanto comune, nacque dalla

villa del Senatore Corrado Romagnolo.

Supra lu scogghiu

Di Mustazzola

L'àipa vola,

L'alba si fa!

La città non bastava a chi avesse modo di procurarsi agiatezze e svaghi;

ci voleva qualcos'altro fuori, nelle campagne dei dintorni. La povera

gente ci andava (come ci va sempre) nelle tanto attese ricorrenze

festive di Madonne e di santi, e nel calore della scampagnata consumava

il guadagno d'una intera settimana, quando il guadagno l'aveva, o quando

i pochi tarì ottenuti al Monte di Pietà dando in pegno un soggetto

qualsiasi di casa, glielo consentissero. La quale risoluzione pratica

non si arrestava in essa, ma passava ed estendevasi in un ceto meno

modesto, quello di certi impiegati e di piccoli trafficanti, ai quali

non sembrava vero di poter fare uno strappo all'abituale parsimonia

della vita. Per costoro non ricorrevano invano le biennali quarant'ore

del 14 settembre a Monte Pellegrino, il festino del 3 di maggio e le

quinquennali dimostranze di settembre in Monreale o in altri siti, come

una volta le feste di Maredolce e di Baida, la cui proverbiale Calata ha

anche oggi la somigliante in quella del Pellegrino.

Senza aver sostenuto fatiche di corpo, e perciò senza un pressante

bisogno di rinfrancarsi, rompendo la monotonia della vita cittadina

forse perduta, i nobili cercavano nella campagna semestrali ricreazioni.

Con le sue agiatezze e coi suoi ozî beati la campagna non era se non la

continuazione della città. A Mezzo Monreale, ai Colli, a Bagheria essi

andavano con la famiglia; e lungo stuolo di amici, di aderenti, di

familiari li seguivano. Tra le varie ville come tra' varî palazzi aveano

ben da scegliere. A guardare oggidì i palazzi magnatizi di Calvello, di

S, Giuseppe, di Guggino, di Maletto, di Tommaso Natale, di Pantelleria

ai Colli, e quelli innanzi ricordati[525], si rimane stupiti della

sontuosità di essi. L'architettura del tempo vi spiegò tutti i suoi

capricci di scale esterne e di appendici ornamentali. La ricchezza vi

tenne una corte di casette basse per la servitù, sulle quali

signorilmente levavasi l'edificio superbo. Quanto la vita moderna possa

immaginare di confortevole era apparecchiato con particolarità che

rispondevano alle ricercatezze, ai gusti più delicati. Oh no! non erano

solo gli Agrigentini che fabbricavano come se non dovessero morir mai e

mangiavano come se dovessero morire il domani!

[525] Vedi cap. II: _Su e giù per Palermo_, pp. 35-36.

Mentre le strade carrozzabili erano scarse come le cose buone, una,

conducente ai Colli, non mancava (1768); alla quale poteva accedersi

anche per quella del Mulino a vento (Corso Scinà) uscendo da Porta

Maqueda dopo il taglio del baluardo di questo nome (1780).

Bagheria era per l'alta aristocrazia di Palermo quello che per l'alta

aristocrazia di Roma i Castelli. I grandi signori della Capitale

siciliana vi aveano ville magnifiche, anche superiori ai palazzi loro in

città. Giganteggiava su tutte quella di Butera, a cavaliere del nascente

sobborgo. Grandeggiava sulle cospicue quella di Valguarnera; delirava

sulle strane l'altra di Palagonia; e, sontuose tutte, quelle dei

Principi della Cattolica, di Cutò, di Rammacca, di Campofranco, del Duca

di Villarosa, del March. Inguaggiato, del Conte di S. Marco e di altri

signori. Sdegnato della Corte, o sdegnoso di cortigianerie, verso gli

sfruttatori Vicerè stranieri, dignitosamente ritiravasi nel suo nuovo

palazzo nella seconda metà del sec. XVII, D. Salvatore Branciforti,

Principe di Butera, e sul frontone, a lettere cubitali voleva scolpito:

_O Corte, addio_, e dentro, i versi spagnuoli:

Ya la speranza es perdida

Y un sol bien me consuela,

Que el tiempo, qui pasa y buela,

Lleverà presto la my vida[526].

[526] _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. II, p. 144.

Cento e più anni dopo (1797) il Principe Ercole Branciforti Pignatelli,

sull'ingresso della Villa alzava «per novità di sua grandezza» un

monastero di trappisti, nelle cui cellette, monaci in cera

rappresentavano varî momenti della vita claustrale. Sa egli il lettore

raffigurare quei due solitarî così pieni di sentimento reciproco? Sono

un giovane e una ragazza, i quali, ignari l'uno dell'altro, dopo una

vita tempestosa, perdute le speranze di congiungersi, nel mondo han

vestito il bianco saio. I visitatori li chiamano ancora _Adelaide_ e

_Comingio_, e ne raccontano le avventure secondo il commovente

romanzetto onde tanto si deliziavano giovani e vecchi. In altra cella

son le figure di Don Ercole e di Ferdinando III, entrambi camuffati da

monaci che giocano a carte. Ritratti più fedeli dei due personaggi non

offre nessun monumento della Sicilia. Nelle frequenti visite fattevi col

Principe di Butera dal 1799 in poi, S. M. riconosceva siffatta

somiglianza, e non poteva trattenersi dal ridere vedendosi convertito in

trappista, lui così acerbo nemico del silenzio, rumoroso nel parlare,

sghignazzante nel ridere.

Idillio perpetuo di anime innamorate, la villa Valguarnera era la reggia

tra le case principesche della verde vallata. I padroni vi tenevano

corte bandita di cavalieri e di dame, di amici e di vassalli, di

servitori e di valletti, ai quali offriva comoda residenza in ampie

stanze, grandi saloni con quadri, pitture ed ornamenti, un teatro

artisticamente decorato ed orti e frutteti e boschetti e giardini

pensili e logge e cortili e fonti e statue e quella Montagnola che è la

più deliziosa delle colline, il più giocondo asilo della pace e della

poesia. Man mano che si va su pei larghi avvolgimenti di quella vetta,

l'occhio si perde, tra i due promontorî, nella vista del mare turchino,

nelle lontananze cerulee, nelle varietà di colori distribuiti su ruvidi

macigni, e di fughe e degradazioni di luce per valloncelli e falde e

costiere; e nel salire un amorino impone col dito sulle labbra silenzio;

un genietto ti sorride lietamente, una Diana ti invita alla caccia, una

baccante ti danza e un Polifemo fistoleggia quasi per farti cantare

l'arietta del Metastasio scolpita ai suoi piedi:

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1 · 第 18 / 21 题