(_Ms._) La Sig. Principessa della Trabia.
Palermo.
Lasciamo la Biblioteca Trabia-Butera e rechiamoci alla Biblioteca
Comunale, ove il Mentore del futuro letterato ci conservava tesori di
erudizione contemporanea. Il _Diario palermitano_ edito ed inedito tante
tante volte sopra ricordato del Villabianca ha delle vere ghiottornie
del genere.
La forma dei piccoli avvisi cominciava a comparire verso il 1777; prima
del quale anno essi correvano su carta grande ad una sola colonna, e con
molta, fin troppa semplicità. Nella nuova forma tipografica, se nuova
può dirsi, venne diramato l'invito ad una serata da ballo della
Viceregina Principessa di Stigliano; uno della Duchessa di Sperlinga per
il figlio di essa Viceregina; uno del Principe di Paternò, Capitano, per
un lutto di due mesi, in seguito alla morte dell'Elettore di Baviera,
ed, esempio unico e solo, uno in caratteri d'oro, della Principessa di
Villafranca[490].
[490] M. Qq. D. 105, pp. 101, 138, 144, retro.
Nello stile vecchio il Villabianca ci dà a leggere le participazioni del
Principe di Trabia e del Duca di Sperlinga per le nozze dei loro
figli[491]. Certo, Aloisia Lanza voleva un gran bene al suo Saverio, e
perchè gli voleva un gran bene era lontana dal prevedere il grave
attentato che un giorno, proprio nella casa nuziale, avrebbe egli
commesso alla vita di lei. Di quel torno (1780) sono, tra cento altri,
gl'inviti del Marchese di Regalmici, Pretore prima, Capitan Giustiziere
poi, per occasioni di gale[492]; e del Marchese di Villabianca a
sacerdoti celebranti. Questo qui, per la sua singolarità, vuol esser
conosciuto di preferenza:
[491] _Diario_ dell'art. 1779, p. 86.
[492] _Diario_ del 1780, pp. 255 e 261.
IN OCCASIONE DI DOVER FARE LA LORO SOLENNE PROFESSIONE NEL VEN.
MONASTERO DI S. MARIA DELLE VERGINI LUNEDÌ CHE SONO LI 26 DELLO
SPIRANTE NOVEMBRE LA SIGNORA D. CONCETTA ELEONORA, E D. MARIA
BEATRICE EMMANUELE DE' MARCHESI DI VILLABIANCA SORELLE, VIENE
PREGATA LA DI LEI BONTÀ PER ACCRESCERE VIEPPIÙ LA POMPA COLLA
PRESENZA DI SUA MESSA, E SICURO DELLA SUA GENTILEZZA SI
OFFERISCE ALL'INCONTRO[493].
[493] 26 nov. 1781. _Diario_ a. 1781-82, p. 183.
Le due monachelle non ci resteranno sconosciute. Noi le vedremo il
giorno della visita della Viceregina Colonna a quel monastero, e le
sentiremo squisitamente sonare strumenti.... non monacali.
Poco prima che la Corte di Napoli venisse a Palermo, la Capitanessa
Principessa di Torremuzza invitava le dame ad illuminare le loro case
pel felice parto della Granduchessa di Toscana Luisa Amalia, e, venuta
la Corte, il Principe marito Capitan Giustiziere avvisava che S. M.
«tiene appartamento in Corte, e permette alla persona alla quale è
indirizzato l'invito d'intervenire»[494]. Si noti la concessione
_permette_, non _invita_ ad intervenire.
[494] _Diario_ ined., 19 sett 1798, p. 490; 3 febbr. 1799, p. 142.
La Capitanessa aveva rappresentanza ufficiale e andava ufficialmente
riguardata. Come il marito ai Signori, così lei alle dame partecipava i
reali o vicereali comandi; e come lei, così anche la Pretoressa per le
partecipazioni che il Pretore pel Senato faceva ai nobili in occasione
di ricevimenti al Palazzo Pretorio. Una volta che la Pretoressa nol
potè, la nuora ne tenne le veci, perchè la moglie del Pretore aveva il
dovere ed il privilegio di far gli onori di casa.
Un'altra citazione e non più. I nobili solevano recarsi ai periodici
convegni del Palazzo Viceregio; con loro o senza di loro, le dame non
mancavano mai. Un giorno però un ordine superiore, forse del
neo-Presidente del Regno, o dispensava le dame dallo intervento, o
rimandava a lutto finito le geniali adunanze; e allora la moglie del
Capitan Giustiziere si affrettava a far giungere di casa in casa questa
circolare:
LA PRINCIPESSA DI GALATI
CAPITANESSA
RIVERENDOLA DIVOTAMENTE LE AVVISA
CHE PER L'ACCADUTA MORTE,
DEL FU PRINCIPE DI CARAMANICO VICERÈ
SI È STABILITO DI NON INTERVENIRE DAME
NELLA GALLERIA DEL GIORNO 12 CORRENTE.
L'avviso era ampio, il doppio degli ordinarî: e non poteva non esser
tale, data la grande sventura della improvvisa scomparsa del buon
Principe, tanto festeggiato l'anno innanzi appena recuperata la effimera
guarigione.
_Capitolo XXV._
_PASSEGGIATE DELLA MARINA E DELLA VILLA GIULIA._
Fino al 1782 la piazza, già Colonna, poi Borbonica, comunemente Marina,
era compresa tra la Garita, a sinistra di chi esce da Porta Felice, e a
destra Porta dei Greci, trofeo glorioso dei giovani siciliani a Mahadia,
nella spedizione africana del Vicerè de Vega (1556). Dopo quell'anno,
raso il baluardo di questo nome e conservata la porta più religiosamente
che non abbian fatto posteri incoscienti delle patrie glorie[495], la
piazza, o passeggiata, si protrasse fino alla Flora o Villa Giulia.
[495] La insipiente accidia o acquiescenza dei pubblici Amministratori
dopo il 1860 tolse e fece portar via come ferro vecchio questa
porta, nè si sa dove sia andata a finire.
In questa Marina l'occhio spazia libero pel pittoresco golfo,
circoscritto dal classico ferro di cavallo che ha un capo nel Zafferano
ed un altro in quel Pellegrino che a W. Goethe parve «uno dei più bei
promontorî del mondo», e della cui bellezza di forma egli si credette
inabile a dar con le parole un'idea adeguata[496].
[496] _Goethe_, _op. cit._, lett. del 6 aprile 1787. -- G.,
_Wanderungen_, conferma (p. 22) che «in Italia non v'è monte più
bello».
Il sole vi dardeggia di giorno il fulgore dei suoi raggi; la luna, di
notte, ne inargenta le onde tremolanti; «solo il Bojardo e l'Ariosto,
dice un tedesco, ricordano luoghi più incantevoli»[497].
[497] G., _Wanderungen_, p. 21.
Là dove ora frondeggiano perenni le eritrinee, sorgevano, non sappiamo
se tutte ammirate, le statue di Carlo II, Carlo III, Ferdinando
III[498], dal furore del popolo abbattute più tardi insieme con altre,
forse per confuso dispetto di re fedifraghi e di regi patti non
mantenuti; al qual furore potè solo sottrarsi nella piazza Bologni
quella di Carlo V, che incarna pel popolo una dolorosa affermazione sul
caro dei viveri in Palermo[499]. Quelle statue erano intramezzate da due
fontane, decoro dell'artistico padiglione per la musica: e la cortina o
bastione concorreva alla bellezza della scena con ornamenti di archi e
di figure.
[498] Anni 1780, 1787, 1790.
[499] _Pitrè_, _Fiabe, Novelle e Racconti pop. sic._, v. IV, n. CCLXVIII.
Cfr. nel presente volume il cap. II, p. 27.
Forte, incessante il desiderio dei cittadini di recarsi ogni giorno a
questo luogo di svago, forte così da diventare una specie di bisogno. La
stagione inclemente e le giornate rigide non valevano a moderarlo. De
Saint-Non osservava che nella estate nessun palermitano avrebbe saputo
andare a letto senza aver prima fatto un giro in questo sito[500]. Ma
anche d'inverno e col freddo di tramontana Bartels vide signore, nobili
e borghesi, delicatissime di complessione affrontarvi una tempesta che
in continente avrebbe fatto paura[501]. Il recente prolungamento
esercitava un fascino su tutti.
[500] _De Saint-Non_, _op. cit._, t. IV, I. p., p. 141.
[501] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 353.
Noi dobbiamo visitarla nella stagione in cui l'abitudine vi chiamava una
volta il giorno la popolazione tutta; due volte il giorno, i ceti
superiori[502].
[502] _De Borch_, _op. cit._, t. II, p. 132.
Il 24 giugno la passeggiata estiva inauguravasi in forma chiassosa.
Delle vetture padronali, altre eran nuove, altre rifatte a nuovo.
All'ultimo sole che andava a nascondersi dietro Monte Cuccio
luccicavano, svariati e ricchi, gli stemmi d'argento. Cocchieri, lacchè,
_volantini_ pavoneggiavansi in abiti che l'uso voleva o supponeva usciti
dalle mani dei sarti.
Uno sempre, ma variato fino a settembre, lo spettacolo. Godiamcelo sulle
Mura delle Cattive. Qui (se la tradizione è plausibile) le vedove
(_cattivi_) che non vogliono farsi scorgere, ma che invece si mettono in
evidenza, vengono a prendere un po' d'aria, e la frequente loro presenza
dà il nome all'alto viale, ed il nome è etichetta della merce.
Brulica nell'ampio corso la folla di cavalieri e di dame, di borghesi e
di signore, di maestri e di donnicciuole. Preti e frati, impiegati e
professionisti, soldati e studenti, monachelle e pinzochere animano la
scena componendo e scomponendo, come in un caleidoscopio, gruppi
multicolori e distinti[503].
[503] Vedi il cap. XX, {p. 305}: _La moda delle donne_.
Verso la Garita siede maestoso in alto un uomo che narra e gesticola e
con un bastoncello in mano in forma di furberta trincia in aria dei
segni, o combatte corpo a corpo nemici che non ha. Egli è un
contastorie, che sa tutte le leggende di Rinaldo, di Carlo Magno,
d'Orlando, di Calloandro, di Guerino. Gli appassionati, chi in piedi,
chi su pancacce, con la spesa d'un _grano_, pendono religiosamente dalle
sue labbra.
A due passi da lui, in un teatrino di legno per farse e commedie in
dialetto, popolani ed anche civili entrano premurosi a sentire i
creatori della nuova arte nazionale[504]. Trombe e tamburi chiamano
uomini attempati e giovani ad uno steccato vicino, ove i lazzi di
pulcinella provocano ilarità e risa sgangherate; e dietro a tutti, con
uno sforzo assolutamente fantastico d'isolamento, il luogo della
contumacia (1788), non è guari scelto e costruito da chi trovò incomodo
e pericoloso nelle procelle quello di fronte alla Garita, presso la
chiesa di Piedigrotta (1787).
[504] Vedi nel v. II di quest'opera il cap. _Casotti_.
In mezzo a tanta confusione giungon distinte le voci dei venditori di
seme di zucca tostata e di acqua del pozzo di Santa Ninfa che a piè del
nostro bastione vengono ad attingere gli acquaiuoli della passeggiata.
Circolano, frattanto, nel centro «_phaetons_» secondo l'ultima moda e
fornimenti inglesi ornati d'argento e carrozze indorate, con le più
eleganti livree e con arditi cavalli allietanti non meno per le loro
magnifiche forme che pel loro bel colore, e che attirano con la loro
finezza e col loro fuoco gli sguardi di tutti. Qui un amico che guida da
sè i cavalli spumanti, o una coppia di attraenti bellezze, che dalla
vettura aperta mandano ardenti saluti, o che passeggiando,
amichevolmente conversano.... Qui, si fanno nuove conoscenze, si sentono
notizie interessanti, si combinano accordi di divertimenti e di
piaceri»[505].
[505] _Hager_, _Gemälde_, nell'opuscolo cit. _Donne e Passeggiate_, p. 7.
Dall'altro lato, sotto della banchina, a cavalcioni, accoccolati,
carponi, in piedi, stanno lunghesso la spiaggia raisi della Kalsa, chi a
risarcire reti smagliate, chi a fornir d'esca e ad adugliare per la
prossima notte palangani, e chi sui gozzi tirati o da tirarsi a terra, a
frettare, ad aggottare con la vecchia sàssola l'acqua penetrata per le
falle: e quando or l'uno or l'altro di essi alza gli occhi verso tanti
sfaccendati, senza neppure fissarli, non sanno comprendere come possano
dirsi palermitani essi pure, i Kalsitani, se palermitani son tutti
costoro, che ogni giorno vengono qui a divertirsi.
E come possono essi, i poveri pescatori, veder di buon occhio, tutte
fronzoli, trine e belletti, vecchie impiastricciate di cerussa nelle
profonde rughe del viso e le quali vogliono gareggiare con le più
fresche ragazze? E come non sentirsi rimescolare al passaggio di una
che, tutta polvere e manteca, sfacciatamente invita un giovinotto a
farle compagnia nel passeggio, mentre altri zerbinotti la colmano dei
complimenti più leziosi?[506].
[506] _Meli_, _Poesie_: odi IX, XXIV, e pp. 372-74.
In tanto viavai il bel sole ha abbandonato sul Pellegrino la pietra
dell'Imperatore[507]: e noi, che dal baluardo non sappiamo più
discernere quel che la mancante luce non ci consente, rientriamo in
città. Stasera, chi ne avrà vaghezza, potrà rivenire a questo luogo
bellissimo, ma quanto mutato! Le tenebre lo avvolgeranno nel loro velo
misterioso, che solo la luna potrà per un istante diradare. Il curioso
cercatore di aneddoti potrà sguisciare tra la nuova folla sotto i
baluardi. Presso Porta Felice vedrà la Conversazione estiva della
Nobiltà: un crocchio d'indifferenti chiacchierare con le dame del
circolo; uno di annoiati ridire sul caldo della giornata, sulla mancanza
assoluta di notizie, sulle ultime disposizioni del Senato. Più in là,
fuori le _casine_ incavate nei baluardi, vedrà un muoversi confuso di
servitori carichi di sorbetti pei seduti lungo la _cortina_, pei nuovi
arrivati in carrozza, schivi di scomodarsi a scendere. Più in là ancora,
non lungi da Porta di Greci, potrà prender posto in una delle trattorie
che lottano contro la recente concorrenza di quella dell'_Astracheddi_
alla Flora, dove a tarda notte giovani spensierati accorreranno a
sbraciare in compagnia delle artiste da teatro che avran potuto
conquistare, _cortigiane_ dei secoli passati, _demi-mondaines_ dei
secoli avvenire.
[507] Cfr. _Pitrè_, _Usi e Costumi_, v. III, p. 110.
La Flora o Villa Giulia, creazione geniale del Pretore Regalmici, era
l'ideale dei giardini non meno pei Siciliani che pei forestieri.
Quando Goethe venne a Palermo (1787) essa non era ancora finita; eppure
parve a lui «maravigliosa», riflettente «un aspetto magico che vi
trasporta nei tempi antichi..., un vero incanto per l'occhio»[508]. Un
suo connazionale la disse «fatata», ed un altro ancora, «un vero
paradiso»[509].
[508] _Goethe_, _op. cit._, lett. del 7 aprile 1787.
[509] G., _Wanderungen_, p. 21. -- _Justus Tommasini_, pp. 54-55.
Chi vi si rechi oggi, spettatore o spettacolo, di giorno o di sera, nei
dolci tepori primaverili o nello splendore delle centomila fiammelle a
gas delle fresche notti di estate, non immagina, forse neanche sa che
quello fosse luogo di convegno della gente più spensierata; anzi, che
fosse il tempio della spensieratezza. Quando si è varcata una mezza
dozzina di decennî si è contati tra i _laudatores temporis acti_, tra i
disgustati del presente, tanto diverso dal buon tempo antico; ma non
dobbiamo disconoscere che il nostro umore oggidì è troppo nero perchè
possa ravvicinarsi, per via di paragone, a quello di un tempo. La
società moderna, risultato complessivo di condizioni psichiche, di
problemi sociali, di speranze e aspirazioni indefinite, con spostamenti
d'interessi, persone, cose, manifesta un turbamento abituale,
permanente, quale forse non si ebbe mai per lungo volger di secoli.
Quanto diversi invece quei nostri nonni di un bel secolo fa!
Vedeteli con che premura s'avviano alla Flora. Si direbbero preoccupati
di perdere un istante dello svago che li attende; si direbbe che in
mezzo a tanto rigoglio di alberi non sorga neppure il ricordo delle
cataste di legna che quivi si alzarono in orrendi _auto-da-fè_; ed al
profumo di tanti fiori sentano imbalsamare l'aria, non più pregna dei
sinistri vapori delle carni bruciate.
In tre ore diverse del giorno s'andava a respirare a pieni polmoni
quest'aria che la città chiusa non dava. Noi possiamo venirvi nelle
prime ore del mattino, nelle ultime del giorno, nel principio della
sera. Un gentile cavaliere c'invita di mattina: «Venitele a vedere in
questo giardino incantato le donne, in questa Flora che non ha la
eguale. Esse passeggiano; la bellezza del loro corpo, la grazia del loro
atteggiamento fanno di sè pompa naturale. Oh come vi guadagnano esse!
Una semplice mussola le copre; il verde degli aranci, l'oro del sole, il
bianco delle vesti scherzano con la luce e l'ombra. L'auretta mattutina
pare avvivi coi suoi carezzamenti la freschezza della bella tinta. No,
non manca nulla all'armonia del quadro!»[510].
[510] _De Mayer_, _op. cit._, lett. XV.
Torniamo più tardi.
Son ventidue ore: nei quattro viali che circondano in quadro la Villa
circolano signori in carrozza. Civili e popolani, palermitani e
regnicoli, attraversando i frondosi oleandri che tutta la chiudono in
giro, entrano a frotte spargendosi alcuni a sentire la musica,
liberalmente legata dal Principe Moncada, altri a numerare i cinquanta
busti donati dal Presidente Paternò, o a contemplare la fontana del
centro con l'orologio a sole e le vicine edicole di mons. Gioeni, altri
infine ad ammirare la solenne posa del _Palermo_ dello scultore
Marabitti. Delle sgradevoli figure che in semicerchio, di fronte a
_Palermo_, convulsamente si contorcono, tutti ignorano la ragione. Si
chiamavano _Scisma_, _Eresia_, _Maomettanismo_ quand'erano a piè del
brutto monumento di Carlo III a S. Anna; ma qui davvero nessuno ne
comprende il simbolo, specialmente dopo che Marabitti ve ne ha aggiunta
un'altra, la _Maldicenza_.
Due ore son passate rapidamente: e se non fosse il suono dell'Avemmaria,
che impone la cessazione della musica ufficiale, non se ne accorgerebbe
neanche un annoiato. Meno male che la Villa non si chiude, e vi si può
restare ad agio fino a tardi. I soldati di guardia la vigilano
d'intorno, e respingono pezzenti, mendici e gente in livrea[511].
Quattro lioncini voglion farla da vigili anch'essi, ma.... sono di marmo
e i due versi latini che il poeta Giuseppe Costa mise loro in bocca:
[511] Appena la Villa Giulia fu aperta al pubblico, il Principe di
Paternò G. L. Moncada, Capitan Giustiziere, legava al Senato (1778)
l'annua rendita di onze 50 per la musica da farvisi ogni giorno,
dal 1º luglio al 30 settembre, dalle ore 22 a mezz'ora di sera
(_Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 204). Gareggiando
di patriottismo il Presidente G. B. Paternò legava altra somma per
«la notturna illuminazione nel tempo estivo quando mancava la
luna». Monsignor Gioeni fece di suo le porte, i chioschi, la
fontana centrale, ecc. (_Teixejra_, _op. cit._, cap. XIV, §§
211-212).
Adsumus hic vigiles. Florae sunt numine plena
Omnia, quae lustrato Tu temerarie, cave[512];
[512] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 372-73; v.
XXVIII, pp. 176, 357-58; _Palermo d'oggigiorno_, v. II, p. 126.
non son altro che belle parole.
La scarsa luce della via Butera finisce in oscurità, fitta nella recente
Porta Carolina (Reale), o nella Porta di Greci. La Villa nelle sere buie
ha pochi fanali liberalmente apprestati dal Paternò Asmundo; ma di lumi
serotini non si ha bisogno quando fin la stessa luna riesce talvolta
molesta.
L'eco delle dolci note musicali del giorno si ripercuote ancora, e già
d'altre note risuonano luoghi più recessi: tambussio di cembali, mesto
pizzicar di chitarre, malinconia di voci argentine, lieto scoppiettar di
mani ne prendono, con l'avanzar della sera, il posto. Son le serenate
delle comitive dei canterini; è il fruscio delle coppie che ballano;
sono gli applausi della folla che ascolta e non sempre vede. Se la luna
ci favorisce, noi potremo ravvisare tra essa un modesto abate, la cui
canzone:
'Ntra lu pettu nun ci ha cori
Cui nun godi la Marina,
Cu sta bedda siritina
'Ntra sta Villa chi si fa?
che prima salutò la trasformazione della deserta funerea campagna[513],
è uscita or ora dalla bocca d'un giovane innamorato alternandosi con le
canzonette _Lu Gigghiu, A Dori, Li Piscaturi_ da una donna del vicino
viale. Egli, lo schivo Meli, lieto della scena, ricantando a sua volta
le lodi della Flora, esclamerà commosso:
[513] _Meli_, _Poesie: Canzuna scritta in tempu e nell'occasioni chi
incominciava a costruirsi la Villa Pubblica_, ecc.
La luna manna
Li soi amurusi
Rai luminusi
Pri cui va ddà;
e si rallegrerà di aver veduto
Cui balla e sona,
Cui canta e ridi,
mentre altri sgrana cialde e biscotti ed altri sorbisce gelati[514].
[514] Lo stesso, _Poesie_, pp. 35, 75, 77.
Povero Meli! condannato un secolo dopo alla berlina quando la berlina è
rimasta solo di nome, lì nella medesima Villa Giulia, in una amara
caricatura di statua, che il Municipio avea avuto la infelice idea di
far sorgere nella Piazza di S. Teresa, ed il Municipio stesso ha avuto
il buon senso di togliere per regalarla o relegarla in un angolo del
pubblico giardino. Oh no! il primo poeta della Sicilia non meritava il
ludibrio di quel monumento!
Se il chiaror della luna ci favorisce, noi potremo anche discernere lo
Scimonelli, che però, men fortunato dell'amico suo, s'avviene in una
«comitiva di cattivi dilettanti di canti, che più di una sera fu
fischiata», e forte si maraviglia che essa non comprenda, gli applausi
del pubblico essere una solenne canzonatura; onde è necessario smettere
dallo straziare minerali, vegetali, animali: statue, cioè, piante ed
uomini del luogo, dove pure
Li sònura e li canti
Piacinu a tutti....[515].
[515] _Scimonelli_, _Poesie: Contro una comitiva_, ecc.
Questo svago non fu smesso mai per lungo volger di estati: ed i
Palermitani attendevano ansiosi la stagione buona per goderselo sempre.
E quale svago più delizioso che concerti e canti notturni dei cittadini
più abili nell'arte della musica e del canto! Anche fuori di patria essi
vi tornavano col pensiero e lo celebravano con le parole. Il barone
Forno in Napoli diceva: «Due donne che abbiano sonora voce, cantando
l'una e l'altra in terza, ed un uomo che l'accompagni, in voce di basso,
cantando, dico, tutti e tre sull'unisono canzonette di gusto, non recan
eglino il maggior piacere del mondo, anche oggigiorno (1792), che siamo
per così dire sazj di sentire composizioni eccellenti della più scelta
ed armoniosa musica? Simili ariette, così cantate, si sentono con gran
diletto, tutte le sere estive, nella pubblica Villa di Palermo, e
moltissime persone di ogni ceto corrono ad esserne ascoltatrici»[516].
[516] _A. Forno_, _Opuscoli_, p. CCXXX. In Napoli, 1792.
Kephalides vi assistette nei primordî del sec. XIX, e «da ogni lato
intese chitarre e tamburelli e gran folla di spensierati ballando come
pazzi al suono d'un violino e con le mani facendo scoppiettar le
castagnette, mentre un vecchio batteva il sistro con le dita coperte
d'un grosso ditale di ferro».
Il vecchio è morto e seppellito: il sistro (_azzarinu_) si batte con un
ferro; ma la Flora non riecheggia più di cembali, nè di canti, nè di
balli, nè di grida di venditori. Il chiasso di chi mangiava e bevea
all'_Astracheddi_[517] è appena un ricordo del Meli. Fino i giocatori
alle bocce, incomodi e pericolosi ai passanti, sono per sempre
scomparsi. Nel 1822 un forestiere trovava già chiusa all'Avemmaria
questa Villa Giulia: ed ora, quando il popolo vi accorre numeroso, vuoi
di giorno, vuoi di sera, la musoneria ne è sempre la nota dominante.
[517] _Meli_, _Poesie_, p. 374 ed anche a p. 92.
_Capitolo XXVI._
_DIVERTIMENTI A PORTA NUOVA E A ZE SCIAVERIA; VILLEGGIATURA AI COLLI E A
BAGHERIA._
Ma non la sola Marina, non la sola Villa Giulia, eran teatri di
passatempi e di svaghi.
Un giorno non si sa come e perchè, i Palermitani mettono gli occhi sopra
la via fuori Porta Nuova e cominciano ad andarvi, dapprima in pochi, poi
in molti. Quanti amano il piacere, nuovo come passeggiata giornaliera
estiva, son tutti lì.
E la Marina? La Marina resta quasi deserta, solo frequentata dai
signori. Andate a leggere nel capriccio del Palermitano!
La passeggiata fuori Porta Nuova finiva a mezzanotte. Beato chi poteva
trovare un posticino nei sedili presso la fontana di S. Teresa! (Piazza
Indipendenza). Qualche solitario sognatore di vecchie storie guardando
la bella, anzi bellissima sirena della fontana versante dal seno copiosi
zampilli d'acqua, avrà riflettuto sulla labilità delle umane cose, e
sarà corso col pensiero al primo Marcantonio Colonna, alla più che dolce
amica di lui Baronessa di Miserandino, ed alle turbinose vicende di quel
marmo, di continuo, secondo i tempi e le esigenze estetiche, spostato da
un luogo all'altro, e finalmente allogato qui, donde poi, al domani
d'una rivoluzione (1860), doveva passare in un privato giardino[518].
[518] Chi vuol sapere altro di questa simbolica statua, legga il _Diario_
del Villabianca, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 358-62. Aggiungiamo per
la dolorosa cronaca, che dopo il 1860 per la eterna inconscienza di
amministratori incuranti d'ogni memoria storica, la sirena fu
venduta, o ceduta, o regalata ad un privato, che la tiene, dicono,
in un suo giardino di via Pietro Pisani.
Ma il gran pubblico, il pubblico grosso, pensava ad altro, e forse
neanche sapeva della passione gagliarda del Vicerè, forte così nella
giustizia pei delinquenti come nell'amore della sventurata dama di
Palermo. Per esso c'era più gusto a guardare le nuove baracche di
frutta, dolci, ed i nuovi caffè, che a contemplare la muta sirena.
Anche qui fu visto aggirarsi il Meli; anzi proprio da lui si è saputo
della diversione dalla Marina alla nuova passeggiata (nuova, s'intende,
per la forma che pigliava e per la passione dei frequentatori). Fu lui
che, cresciuto l'entusiasmo per _Porta Nuova_, volle andarvi, riandarvi,
e cantarla nella vita novella e nel movimento incessante, allegro di
coloro che vi si recavano. Fu lui che raccolse l'eco d'un
Coru di strumenti
Sunari a tinghitè,
e delle chitarre in mano ai più esperti figari della città; fu lui che
assistette alla ressa dei buontemponi, ed allo spensierato gironzolare
delle donne nel loro bianco costume di estate; e solo da lui sappiamo:
Ca cui cci va la sira
Ddà fora a Porta Nova,
Siddu ni fa la prova,
Mai si la scurdirà[519].
[519] _Meli_, _Poesie: Porta Nuova_, pp. 90-91.
D'altro lato, non dobbiamo giudicare priva d'un certo gusto la nuova
simpatia per la vecchia strada fuori Porta Nuova. Se oggi il Corso
Calatafimi è comodo e buono, allora che si chiamava, come ancora
volgarmente si chiama, strada di Mezzo Monreale, era anche bello, uno
dei più belli dei dintorni di Palermo. Da quella Porta fin sopra i
Cappuccini, platani, alvani e pioppi giganteggiavano in doppia fila
difendendo dal sole d'estate, dalle piogge d'inverno i passanti. Di
tratto in tratto, gaie d'aspetto vi sorgevano ville eleganti, e a
distanze regolari fontane di limpide e salutari acque, le quali
cent'anni dopo -- non un giorno più, non un giorno meno -- doveano come
impure e non potabili essere sostituite con altre, «dedotte dalle
eccelse vette dei Nebrodi» (come dice una sciocca iscrizione testè
murata nel prospetto del Palazzo municipale). Ed il popolo, eterno
poeta, non impassibile a tanta bellezza di natura e d'arte, cantava
lietamente:
Quant'è bedda la via di Murriali!
Cci su' li chiuppi (_pioppi_) fileri fileri,
E 'ntra lu menzu, li quattru funtani
Su' l'arricriu di li passaggeri[520].
[520] Di queste quattro fontane la 1ª era nella Piazza S. Teresa o
Indipendenza, ove ora sorge l'obelisco, la 2ª, sola che rimanga, al
fianco occidentale del R. Educatorio Maria Adelaide; la 3ª, nel
mezzo d'un piccolo anfiteatro, scomparsa dietro un muricciuolo
rimpetto l'antica Chiesa, oggi quartiere della Vittoria; la 4ª, di
fronte alla via dei Cappuccini, adesso Pindemonte.
Di là dalla Flora, oltre la Tonnarazza ed il Ponte di S. Erasmo, a
Romagnolo era _Zè Sciaveria_, altra delizia palermitana. Zè Sciaveria
(zia Saveria) era il nome della intraprendente donna, ch'ebbe il
coraggio di convertire la solitaria spiaggia in ameno ed elegante
ritrovo. Nulla di simile si era saputo ideare in città; e della città
esso raccoglieva il meglio delle trattorie e dei caffè, senza essere nè
trattoria nè caffè, o dell'una e dell'altro partecipando. La novità
della impresa, l'amenità del sito, fronteggiato a sinistra dalla
_silhouette_ del Pellegrino, lambito di fronte dalle ondicelle del
golfo, guardato a destra dalla batteria del Sacramento, dalla torre dei
Corsari, dal Castello di Ficarazzi, che guida l'occhio verso la montagna
di Solunto, e dietro ed intorno coronato dai monti Grifone, Gerbino e
Gibilrossa, ne facevano la grande attrattiva giornaliera d'ogni persona
che avesse voglia di passare qualche ora divertita.
Non era nata ancora ed era già celebre, ed a frotte vi andavano d'ogni
classe persone; giacchè Zè Sciaveria era un posto buono per tutti. Poeti
superiori come il Meli, mezzani come il Melchiore ne decantavano le
maraviglie; questi, anzi, inventava una favola per provare che il sito
avesse avuto origine divina, giacchè Encelado, sopravvissuto ai giganti
subissati da Giove, venne a nascondersi presso Mostazzola, amò la
Saveria, che durante tremila anni rimase incinta e diede poi in luce un
nanerottolo, padrone di questo luogo, uomo che avea mente e pensieri da
re.
Codesta allusione, in mancanza di notizie particolari, fa supporre aver
avuto la Saveria un figliolo forse gobbetto: e così sarebbe spiegata la
fortuna insolita del caffè-ristorante, come oggi si direbbe, o della
elegante taverna od osteria, come si diceva allora,
E chi ha nobilitatu sta cuntrata:
'Nfatti Dami, prelati e Vicerrè
Vennu ogni jornu a fari passiata;
E tanti e tanti senza li stestè[521]
Vennu ccà apposta, lassannu la Flora,
Sidennu a sti puliti canapè.
L'occhiu guarda lu mari e si ristora,
Godi vidennu culonni e perterra,
Orti, muntagni e la citati ancora[522].
[521] Senza i cavalli, cioè senza carrozze.
[522] _Melchiore_, _Poesie_, pp. 247-49.