[527] _Rezzonico_, _op. cit._, v. I, pp. 47-48.
A tanta profusione di ornamenti e di doni di natura il gusto dei patrizî
spese tesori. Gli artisti più illustri vi tornarono sempre, chiamati a
gareggiare di affreschi, di tele, di sculture, di ornati, che
attestavano non solo il merito loro, ma anche il senso squisito dei
signori che li chiamavano e largamente li retribuivano.
«Ma oh! quale contrasto all'atticismo della Valguarnera è la farnetica
villa di Palagonia!» esclamava Rezzonico della Torre un giorno che
recavasi a Bagheria insieme col Pretore di Palermo Duca di Cannizzaro,
col Principe di Grammonte cognato di lui e col Duca Calvello (19 agosto
1793).
La triste fama di essa gli era giunta a traverso le pagine quasi
incredibili dei viaggiatori che l'avean preceduto. Egli conosceva
Brydone e Riedesel, Houel, de Saint-Non, e forse de Borch e Bartels. Ma
il Cannizzaro ne ricordava altri, e più d'una volta avea sentito
raccontare del gentile Vicerè Caramanico, -- che avealo tenuto a pranzo,
-- d'un valente poeta e naturalista tedesco, il quale pochi anni innanzi
vi si era fermato pieno di sbalordimento, ripetendo non si sa che frasi
di sdegno e di orrore. Evidentemente parlava di W. Goethe, recatovisi
nella primavera del 1787[528].
[528] Le impressioni d'allora del Goethe si trovano conservate nella
_Italienische Reise_ (lettera del 9 Aprile 1787), la quale, come è
risaputo, non venne pubblicata prima del 1816-17.
Ora la fama era inferiore al vero circa i mostri della villa. Rezzonico
trovava il viale spogliato di moltissimi gruppi e busti e vasi che
preludevano a quelli fiancheggianti all'abitazione. Erano stati 200 e ne
trovava appena metà, che riddavano all'occhio e alla fantasia di chi li
guardasse.
«Sembravami il castello di Circe o di qualche fata, che di lemuri, di
larve, di farfarelli popolando loggie e tetti ed archi e viali godesse
atterrire, deludere, affascinare i pellegrini con istrani ludibrj
infernali, ed apparenze grottesche di uomini, di animali e di mostri
insieme accoppiati e misti. Qui vedi sopra un sol corpo annestate più
teste umane e ferine, ciclopi non solo triocoli ma sestocoli, orecchie
d'asino, di capra, di cinghiale e tempie d'uomini affisse, demoni che
abbracciano streghe o suonano violoni, e vanno imbacuccate di larghe
parrucche e di folte ricciaje anuti, cercopitechi, policefali, gerioni e
pagodi indiani...»[529]. E se hai forza di resistere, vedi un uomo che
cammina su due teste e sopra un piede, con occhi sul collo; e una testa
collocata a mezzo lo stomaco, e una testa di toro sul corpo di un uomo
appoggiantesi sulla coda d'un pesce[530].
[529] _Rezzonico_, _op. cit._, v. I, p. 45.
[530] _Palmieri de Miccichè_, _op. cit._, t. II, p. 216.
Completava tanta aberrazione di spirito del fondatore Gravina e del suo
discendente Ferdinando juniore la palazzina, nella quale di sopra, di
sotto, di fronte, ai lati, di dietro sei immensurabili specchi
milliplicavano capovolti i visitatori e le visitatrici, con effetti
indecenti. La fantasia e la mano di cento artisti e di cento artigiani
erano state esaurite nelle multiformi decorazioni interne arrampicantisi
su per gli angoli delle pareti, per gli stipiti delle aperture, fino
alle volte, tempestando di rabeschi disordinati, di frutti e conchiglie
sciupacchiate in mostriciattoli paurosi, il più piccolo spazio che
rimanesse libero. V'eran sedie di inestimabile valore, di dorature
eleganti e di marmi torno torno al soffice piumaccio: chi
spensieratamente vi si adagiasse, sentiva spilli ed aghi acutissimi.
Centomila scudi furon buttati in tanta follia: e quando l'opera parve
compiuta, il Principe Ferdinando non cessava di ripetere soddisfatto «di
avere avuto al mondo l'abilità di dar supplemento alla creazione degli
animali lasciata imperfetta da Domeneddio»[531]; ciò che dava piena
ragione al Meli di comporre l'arguto epigramma:
[531] _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. II, pp. 165-66.
Giovi guardau da la sua reggia immensa
La bella villa di Palagunia,
Unni l'arti impietrisci, eterna e addensa
L'aborti di bizzarra fantasia.
«Viju, dissi, la mia insufficienza;
Mostri n'escogitai quantu putia;
Ma duvi tirminau la mia putenza,
Ddà stissu incuminciau Palagunia»[532].
[532] Meli, _Poesie: Epigrammi_, I, p. 101.
Eppure quelle statue, parto di menti inferme, chi sa non debbano, nel
concetto creatore, raffigurare dei nobili contemporanei, tra' quali la
misantropia o la stravaganza dei Palagonia non trovava comunione!
Durante la villeggiatura, gli annoiati della vita cittadina ricevevano
in queste loro reggie; e l'abituale splendore della città sfoggiavano
pure nei lauti pranzi, nelle brillanti conversazioni, nei giuochi
arrischiati, nei passatempi cavallereschi. Pei giardini, per le tenute
pare ancor di sentire l'eco tarda ma sempre lieta del nitrir dei
cavalli, del sonare dei corni, dell'abbaiar delle mute, del richiamo dei
bracchieri e dei fischi e bussi delle battute di caccia, come delle
sonagliere dei cocchi principeschi, al chiudersi del secolo, superbi
della presenza di Re Ferdinando.