Nè unica nè sola è questa femmina nel costume corrente; perchè

Teni ogni donna

A lu sò latu

Lu 'nnamuratu

Cu gravità[413].

[413] _Meli_, _Poesie_, pp. 138-39, 373.

L'innamorato non era il cavalier servente. Quello era un infelice che

trascinava la catena d'una passione ardente; questo, felice, perchè

alieno da gelosie, sospetti, guai: distinzione fondamentale, fatta da un

testimonio del cicisbeismo. Una cicalata di Fr. Sampolo è la più sottile

psicologia del _Cavaler serventi_. Non conosciamo in proposito studio

intimo più fine, come della voce cicisbeo non conosciamo etimologia più

sicura di quella data da un vocabolarista siciliano d'allora[414]. Solo

il cavalier servente, secondo il Sampolo, gustava i più deliziosi

piaceri, veri o fittizî che fossero. Preferibile l'amore senza amaro,

com'era il suo. La dama ed il cavaliere godevano d'una felicità senza

limiti:

[414] _M. Pasqualino_ _da Palermo, Vocabolario siciliano etimologico,

italiano e latino_, t. I, p. 316 (Palermo, MDCCLXXXV): «_Cicisbeu_,

cicisbeo, dal franc. _ciche_, parvulus, e _beau_, pulcher».

Accussì stannu sempri in jochi e sciali

Senz'essiri nè amanti nè mariti;

Guadagnanu cu pocu capitali

Tirannu frutti, ma frutti squisiti....

Lu gran nimicu chi ognunu avirria

Fora la maliditta gilusia.

Ma egli questa gelosia non la conosce, e molto meno lei. La gelosia,

osserva il poeta, è morta, o presso a morire; talchè di giorno o di

notte, in pubblico o in privato, camminando o sedendo, in campagna o in

città, per tutti e due è cuccagna continua:

Cuccagna d'ogni gustu in generali:

La vista vidi così (_cose_) di allucchiri;

Lu gustu tasta così curdiali;

La 'ntisa senti cosi di 'nfuddiri;

Lu nasu ciàura (_odora_) così essenziali;

Lu tattu tocca cosi d' 'un si diri;

E l'armuzza 'mparissi assintumata

Cci fa lu lardu, ed è tutta scassata[415].

[415] Potenti questi due ultimi versi! i quali voglion dire: il cuore

fingendo (in mezzo a tanti piaceri) di svenirsi, ci ingrassa, ed è

al colmo della soddisfazione e della contentezza.

Quello che fa difetto non son mica i piaceri; ma il tempo; chè dei

piaceri se ne ha tanti che non si riesce tutti a goderseli; bisognerebbe

allungare i giorni con le sere, le sere con le notti,

E succedi a li voti (_volte_) e forsi spissu

Chi pàrinu cchiù jorna un jornu stissu.

Potrebbe osservarsi che non varrebbe la pena di perdere il sonno per

passatempi di siffatto genere; ma chi la pensa così, aggiunge Sampolo,

non capisce che l'uomo e la donna sono come la secchia e la fune, e che

fuoco novello spegne vecchio fuoco. Un sorriso asciuga una lacrima, una

giovane ringiovanisce un vecchio, e l'amore, a chi chiude, a chi apre un

paradiso; i balli son fatti per legare le anime; e amore tesse i fili

d'argento della tela della felicità.

Con un'analisi così delicata del cuore del cicisbeo, noi possiamo

lasciare lo spinoso tema; tanto il cicisbeismo in Sicilia fu assai più

temperato che in altre regioni d'Italia[416], e se si protrasse anche

fino ai primi del sec. XIX esso non fu se non l'ombra di se stesso.

Heinrich Westphal, che si volle nascondere sotto il pseudonimo di

Tommasini, parlando del nostro Cassaro, potè nel 1822 vedere soltanto

questo: che «nelle botteghe di galanteria entrano donne elegantemente

vestite, coi loro cicisbei o _cavalier serventi_, occupate a passare a

rassegna le novità parigine, e comperare questo o quell'altro, ovvero

anche a dare una specie di _Avis au lecteur_ al povero accompagnatore,

notando come veramente bello e di buon gusto il tale o tal altro

oggetto»[417].

[416] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXIII.

[417] _Justus Tommasini_, _Briefe aus Sizilien_, p. 32. Berlin, Nicolai.

1825.

Fortunatamente per noi lo stato morboso che in mezzo alla derisione del

popolo ed all'aperto disprezzo delle persone sane, compiè il suo

periodo, cessò del tutto. I cicisbei del settecento sono anche per la

Sicilia semplici ricordi storici, anzi reminiscenze archeologiche.

_Capitolo XX._

_LA MODA DELLE DONNE, IL PARRUCCHIERE._

La moda, che per lungo volger di tempo fu spiccatamente spagnuola, nella

seconda metà del settecento era senz'altro francese, o infranciosata.

Però, mentre le donne della campagna conservavano qualche cosa del

vestire antico, le civili di Palermo, Messina, Catania ecc. indossavano

lunghi manti neri, che scendendo dal capo coprivano interamente il

volto. Del medesimo costume si servivano anche le grandi dame quando di

mattina si recavano in chiesa: ma preferivano il bianco od il

variopinto, che era di seta e formava un _negligé_ ricco e piacevole.

Questo ci dicono i viaggiatori d'allora[418]; ma nessuno ci dice che

l'acconciatura del capo era il massimo dell'eleganza, il centro a cui

convergevano i raggi della grande ruota femminile: del qual silenzio

dev'essere stata la ragione la generalità dell'uso e la notorietà della

_toilette_ in Francia, in Germania, in Inghilterra. Quando uno dei

viaggiatori disse che le donne siciliane avevano chiome bellissime, e

sapevano in particolar guisa giovarsene per accrescere grazia alla loro

bellezza, disse molto e non disse nulla, perchè l'acconciatura del capo

meritava ben altra notizia.

[418] _Riedesel_, _op. cit._, p. 121. -- _Bartels_, v. II, p 605, v. III,

pp. 596-97. -- Un Voyageur italien, _Lettres_, lett. 16 ottobre

1876.

Riguardato con sottilissima cura, questo requisito di venustà muliebre

occupava il parrucchiere, la cameriera ed altre persone di casa.

Fedele ministro della vanità femminile, il parrucchiere non poteva ogni

giorno prestar l'opera sua; ma bastava che lo facesse una volta la

settimana o più, per lasciar paga la sua eletta cliente. Giacchè,

l'acconciatura del capo, così come per un certo tempo la ridusse il

figurino francese che veniva da Napoli, era un edificio mirabile di

mezza giornata di paziente, industre lavoro.

La vigilia di questo lavoro Madama andava a letto in ciocche

accartocciate: e fin dalle prime ore del domani stava ad attendere il

desiderato carnefice. Una intera batteria di ferri, ferretti, pettini,

bambagia, fettucce, nastri era a disposizione di lui, capitano e

stratego. Polveri e cosmetici popolavano la stanza. Il sapone di spiga

andava con le polveri dentifricie; l'acqua nanfa gareggiava con l'acqua

di rosa, la fior di mirto con la _sans-pareille_, e tutte con la

costosissima _acqua del paradiso_. Le pastiglie profumatorie si

associavano sovente con il ricercato liquore per togliere le macchie del

volto.

Atteso con febbrile impazienza, ecco giungere il parrucchiere.

Seguiamone le mosse con D. Pippo Romeo:

Si spoglia del vestito, si attacca un panno innanti,

Divide le incombenze a tutti i servi astanti.

Chi scioglie papigliotti, chi intreccia nocche e veli,

Chi penne, chi fettucce e chi posticci peli;

E mentre al disimpegno ciascun di lor s'adopra,

Superbo di sè stesso si accinge il fabbro all'opra.

Principia con il pettine a dar la prima carica,

Indi pomata e polvere senza contegno scarica;

Torna a levare e mettere, dissipa senza frutto,

Suda a compor la parte, poscia distrugge il tutto,

Riede a ricciare il pelo, unisce, disunisce,

Lascia il deforme, e il bello annichila e sbandisce;

Innalza il promontorio con stoppa e crine riccio,

Guarnisce riccamente di nocche il bel pasticcio;

E dopo il gran lavoro, tutto sudato e sfatto,

«Signora, consolatevi, dice, il scignò sta fatto»[419].

[419] _Cicalate_, pp. 39-40.

È fatto: e di nuova cipria si copre e di ornamenti di piume, che si

prestano ad equivoci di begli umori e di poeti[420]. La cipria è il

cavallo di battaglia del parrucchiere: e di cipria facevasi tanto

consumo che il Senato, a corto di quattrini, non sapendo dove metter le

mani, la gravava di due grani (cent. 4) il rotolo: gravezza che era

costretto subito a sopprimere (1790)[421]. Altra cipria gialla, detta

_pruvigghia atturrata_, usavasi per far bianche e rilucenti le

chiome[422].

[420] _Meli_, _Poesie: Lirica_, nn. IX e XI e altrove scherza su queste

penne, moda contro la quale penetrò in Palermo una stampa volante

col titolo: _Alle Dame romane per l'uso del pennacchio. Canzonetta_

(s. a.), che principiava così:

Quelle penne bianche e nere,

Che sul capo voi portate,

Care donne innamorate,

Vi fan crescere beltà.

[421] _Provviste del Senato_, a. 1792-93, p. 298, a. 1793-94, primi

fogli. -- _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1788, p. 447; a. 1789,

12 marzo; a. 1790, p. 424.

[422] _G. Alessi_, _Aneddoti della Sicilia_, n. 317. Ms. Qq. H, 43 della

Biblioteca Comunale.

Questa _frisatura_, una delle dieci diverse di moda, era chiamato

_gabbia_: e vera gabbia era, sulla quale potè lepidamente dirsi che:

Di lu concavu ancora di la luna

Vinniru pri mudellu a li capiddi

Nuvuli fatti a turri e bastiuna.

Poi di l'autri mudelli picciriddi

Cui fa trizzuddi mali assuttilati

Cui d'intilaci fa gaggi di griddi,

Vali a diri ddi scufii sbacantati

Chi contennu li càmmari e li alcovi

Cu medianti di ferrifilati[423].

[423] _Meli_, _Poesie: La Moda_ (4 aprile 1778). -- _Pippo Romeo_,

_Cicalate_, p. 38, nel 1772 aveva detto in Messina:

Non stranizzarti, amico, è questa oggi la moda:

Un promontorio in testa e palmi sei di coda.

Costumasi un tuppè degno di andare in fiera

Non so se sia castello, piramide o _montera_.

Ma con questo arnese sul capo come prender sonno la notte?

Ebbene: la moda provvedeva con un apparecchio di tela inamidata, specie

di fodera, di cuffia, della capacità di due teste, dentro la quale la

studiata ricciaia veniva custodita, dovesse anche scomparirvi dentro una

parte del viso. Il _mimì_, nome dello strano supplizio, era anche altra

maniera d'acconciatura, con la quale la volontaria martire della vanità

usciva di casa[424].

[424] _Pippo Romeo_, _Cicalate_, p. 38. -- _Meli_, _Poesie: Lirica_, n.

IX.

Tornando al parrucchiere, bisogna riaffermarne la importanza nelle case

signorili. Quando un uomo si presenta per cameriere in una di queste, la

cosa che gli si domandava era se sapesse pettinare da donna e da uomo:

ed è curioso che la _réclame_ rudimentale nei primi giornali di Palermo

s'iniziasse proprio con questi lisciatori di dame. Nel _Giornale di

Sicilia_, che conosceremo nel secondo volume di quest'opera, si legge:

7 Aprile 1794: «Un giovane palermitano della età di 22 a. vorrebbe

impiegarsi per cameriere, sapendo pettinare da uomo e da donna.

«Altro giovane romano di anni 24 cerca impiegarsi da cameriere. Sa

leggere, scrivere, far di conti, parlar francese, pettinare da

donna...».

28 Aprile. «Una persona di abilità, e che sa pettinare da donna,

vorrebbe impiegarsi da cameriere in qualche nobile casa».

7 Luglio. «Da Filippo Remajo, parrucchiere, che abita nel palazzo del

Principe di S. Lorenzo, si cerca impiego di cameriere, sapendo pettinare

da donna»[425].

[425] Una notizia inedita d'Archivio: Quando nel 1754 si ricompose in

forma di _Unione_ il sodalizio dei parrucchieri palermitani, il

numero dei soli maestri intervenuti fu di 98! Nel 1780 la

maestranza dei barbieri contava non meno di 250 soci. Vedi le

_Carte delle Maestranze di Palermo_ nell'Archivio Comunale.

In Messina, il parrucchiere Di Carlo era l'_enfant gâté_ della Nobiltà.

Una sera che egli, reduce da Napoli, ove andava a prendere le ultime

novità della moda, si recò, appena sbarcato, al ridotto carnevalesco

della Munizione, tutto il teatro si mise a rumore[426].

[426] _Pippo Romeo_, _Cicalate_, p. 210.

Per il fatto che egli penetrava fino nei _boudoirs_ delle signore, il

parrucchiere era a parte di tutte le cronache d'alcova, e adibito in

incombenze delicatissime. Il lettore potrà averne un'idea quando saprà

di una certa vertenza tra i partigiani delle artiste Bolognese e

Andreozzi nel S. Cecilia (1797-98), della parte attiva, eccessivamente

attiva, che vi ebbe a favore di quest'ultima il Pretore Principe

Giuseppe Valguarnera e del dietroscena delle dame cospiratrici ed

occulte attrici per mezzo dei loro parrucchieri[427].

[427] Vedi nel vol. II, il cap. _Teatri_.

Che perciò a furia di scatricchiar capelli e costruire toupets certi

accreditati parrucchieri riuscissero a mettere insieme larghi guadagni,

è naturale. Giuseppe Fraccomio potè per tal modo convertirsi in

mercante, e come tale divenire principale impresario della grande

Beneficiata di S. Cristina[428]. Carlo Biscottino, che nei giorni di

maggiore splendore per lei servì la Duchessa di Floridia in Palermo, e

la seguì poi alla Corte di Napoli, moglie di Ferdinando, potè con

frequenti prestiti sopperire ai bisogni di essa, resi ogni dì più gravi

dai nuovi doveri dalla sua altissima posizione e dalla taccagneria del

vecchio Re: donde non guadagni[429] gli vennero, ma influenza che pochi

poterono vantare eguale, ed il conforto di due eccellenti partiti per le

sue vaghe figliuole, una delle quali divenne Marchesa.

[428] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1790, p. 336.

[429] _Palmieri de Miccichè_, _op. cit._, t. I, ch. X.

Lasciamo l'artista del capo, e prendiamo la moda di tutta la persona.

Con le _munteri_ e gli _scignò_, con i _chiuvetti_ ed i _tuppi_

altissimi, andavano i _cantusci_ o _andriè_, ed i _tonti_, detti pure

guardinfanti, ed i busti, che avevano il loro complemento in scarpine di

drappo ornate di rose e di altri fiori artificiali. Il _cantusciu_

(forse da _qu'on touche_ franc.) era una veste di lusso, composta di

drappi a colori, lunga e ristretta alle maniche. Il _tonto_ un forte,

inflessibile crinolino di ossi di balena, sul quale il faceto D. Pippo

sicilianamente piacevoleggiava coi suoi concittadini messinesi:

Spuntannu un guardanfanti l'omini tutti allura

Un largu ossequiusu facïanu a la Signura,

E chidda, cu ddu tontu, e dda gran cuda strana

Chi trascinava 'n terra, paria vera suvrana:

Chiudianu l'occhi tutti, nè cc'era di imbarazza

Pirchi scupava ognuna sarmi di pruvulazzu;

Ed era chiddu tontu un baluardu forti,

'Na rocca inespugnabili chi difinnia li torti.

(Mi servu di metafuri, chi la mudestia un velu

Esiggi in ogni cantu, nè tuttu vi rivelu!)

Ddu bustu trapuntatu, simili a un fucularu

Di pisu undici rotula, sirvia di gran riparu;

L'invernu li guardava di friddu e di punturi,

L'està li depurava a forza di suduri,

Eternu, inistrudibili, supra lu quali spissu

Fundava un testaturi lu sò fidi-cummissu,

Insumma era curazza, furtizza, bastiuni

Cchiù forti pri cummattiri l'Andria, Macrifuni[430],

'Na vera citatedda ferma, sicura e soda.

Oh busti! oh guardinfanti! oh biniditta moda![431].

[430] Due fortezze di Messina.

[431] _Cicalate_, pp. 392-93.

Lo spirito d'imitazione si attua specialmente nelle cose che forse meno

lo meritano. Per esso la gara del vestire acuivasi nel medio ceto.

Invano si rievocavano le leggi suntuarie a correzione del lusso e ad

armonia dei ceti. Chi poteva mettere insieme, non cerchiamo come, i

quattrini all'uopo, anche castigando lo stomaco voleva per la propria

moglie, per le figliuole gli abiti più eletti e l'indispensabile

parrucchiere coi relativi arnesi[432]. Cipria a profusione copriva

_toupets_ e _chignons_, patrimonio festivo delle donne civili;

_andriennes_ e scarpettine seriche ne completavano il costume.

[432] _Meli_, _Poesie_, pp. 89-90.

Quando nell'ottobre del 1772 una vera alluvione venne a guastare la

festa data dal Vicerè Fogliani a tutte le classi della cittadinanza a

Mezzo Monreale, i cantastorie fecero argomento delle loro colascionate

la rovina delle vesti e delle superbe pettinature delle donne non

nobili; ed un poetucolo ne traeva ragione di avvertimenti alla città,

una volta rigida di morale; e si scandalizzava

Di li fimmini attillati,

Schittuliddi e maritati,

Cu scufini e frisaturi[433]

Pri cumpàriri signuri.

Li fadeddi[434] a mezza gamma,

La scarpetta cu la ciamma,

E lu pettu tuttu nudu

Chi a pinsàricci nni sudu.

[433] _Scufini_, cuffie; _frisaturi_, acconciature.

[434] _Fadedda_ o _fodedda_, gonnella, gonna.

E rimproverava mariti e padri che permettevano siffatte sconcezze,

incentivi frequenti di liti, zuffe, sangue[435].

[435] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 103.

Anche il Meli rimava sul medesimo tono, e con fine ironia ammoniva una

ragazza troppo modesta:

Nun ti vèstiri a l'antica,

Cà di tutti si' guardata;

Cumparisci pittinata

Cu la scuffia e lu tuppè.

Cu cianchetti[436], veli e pinni,

Cu fadedda bianca e fina,

Cu la scarpa 'ncarnatina

Fai vutari a cu' c'è c'è[437].

[436] _Cianchettu_, arnese imbottito per sotto le vesti delle donne,

buono ad aggiustare i fianchi (_cianchi_) ed il contorno della

vita.

[437] Farai voltare indietro a guardarti chichessia. _Meli_, _Poesie:

Lirica_, n. XI, p. 81.

Non avendo ove riporre ciò che il bisogno od il capriccio imponeva o

consigliava, le donne servivansi d'un elegante astuccio d'argento,

specie di _nécessaire_ da passeggio. Quest'arnese con altri gingilli

pendeva dal fianco delle signore, flagellato ad ogni istante e per ogni

loro movimento. Uno che ne abbiamo veduto, quante rivelazioni ci ha

fatte! Fremiti e svenevolezze, palpiti e speranze, mal simulate gelosie

ed ostentate freddezze, visioni fantastiche e delusioni amare, e gioie

evanescenti come guizzi di baleno che rompa la notte e la renda più

cupa....

Mentre non si conosceva ancora il sigaro, il tabacco da fiuto era lo

_chic_ per le donne, la delizia degli uomini. I medici non eran tutti

d'accordo sulla vera azione di esso; e, come a Napoli ed a Parigi, chi

lo vantava salutare, chi lo sprezzava come dannoso alla testa. Federico

di Prussia, artistica fusione di genialità e di stranezza, di poesia e

di prosa, il quale alla vigilia d'una battaglia scriveva barzellettando

a Monsieur de Voltaire, ne portava ripiene le tasche; Ferdinando di

Napoli regalava tabacchiere, ma non pigliava tabacco.

Un giorno uno dei più illustri professori dell'Accademia degli studî

(Università) leggeva una palinodia contro gli effetti perniciosi di

esso. Durante la firitera, in mezzo a continua ilarità del pubblico, non

faceva altro che stabaccare; e quando, a lettura finita, uno degli

uditori gli chiese a bruciapelo a chi dovesse credersi, se all'oratore

che avea tanto gridato contro il tabacco, o al maestro che ne avea preso

a manate, il dotto uomo, confuso, mendicando una risposta, tornava

istintivamente a fiutare.

Pertanto si spiega come, stanco dei continui reclami dei consumatori, il

Governo s'indusse ad abolire (1781) il dazio proibitivo del tabacco,

gravando invece la mano sulla farina, sull'orzo, sul vino!

La tabacchiera era d'avorio, o d'argento, o di oro. I damerini che se ne

stavano a tessere e ritessere la Marina, al primo incontrarsi con una

dama, facevano a gara nell'offrirgliela[438]: e non v'era dama che non

avesse la sua. Molte ragazze, nelle quali la buona educazione non sempre

riusciva a moderare la vanità degli ornamenti, la volevano.

L'aristocratico educandato Carolino proibiva alle alunne l'uso di

«orologi, ricordini, odorini, astucci e simili cose inutili e vane», e

permetteva le tabacchiere solo «in caso di tale infermità che non

ammettesse altro medicamento che il tabacco».

[438] _Meli_, _Poesie_, p. 373:

Cu' ci offerisci

La tabacchera,

Cui la stuccera

Ci prujrà.

Come devono essere state carine quelle amabili convittrici a gingillarsi

coi loro ciondoli e mandar su l'odorosa polvere di Nicot!...

In mezzo a tante metamorfosi camaleontiche, la moda femminile serbava

sempre la massima cura delle chiome. Questa cura subì una certa

decadenza dopo la rivoluzione francese del 1793 ed in seguito al

crescente progresso del giacobinismo in alcune parti d'Italia.

Stranezza! Mentre si cercava di soppiantare la parrucca coi proprî

capelli tra gli uomini amanti di novità, cominciavasi invece a studiare

tra le donne ogni espediente per sostituirla alle proprie, anche più

belle, chiome: codesti uomini e codeste donne appartenevano alla classe

più alta.

Alle prime avvisaglie, il Sovrano rimase allarmato e, non sapendo fare

di meglio, proibì le parrucche femminili. Il divieto ritardò, non impedì

la graduale introduzione del costume, deformatore delle muliebri

fattezze. Il primo tentativo partì (nessuno lo immaginerebbe!) da una

dama della Regina, che era pure una delle tre più belle ma più discusse

dame d'allora. Il marito, gentiluomo di Corte, Grande di Spagna, uno dei

dodici Cavalieri siciliani dell'Ordine di S. Gennaro, con esercizio, ne

rimase scosso; ma nulla fece per temperare il rigore del suo Re, il

quale, contro la predilezione della capricciosa donna pel monastero

della Concezione, la mandò all'Assunta, monastero di penitenza.

Ciò avveniva nei primi di giugno del 1799. Pochi dì appresso (18 giugno)

partiva dal R. Palazzo una severissima lettera ai signori Capitani,

Giudici e Fiscali di Sicilia del seguente tenore:

«È pervenuta alla notizia del Re che siasi adottata dalle dame e da

altre donne l'uso delle parrucche, e che talune per uniformarsi vieppiù

ai sistemi repubblicani son giunte tant'oltre che fino anche si son rasi

intieramente i capelli trasformandosi in tal guisa notabilmente. S. M.

ha risoluto perciò che si proibisca affatto l'uso delle parrucche alle

donne sotto la pena della carcerazione, e per le dame in un monastero o

reclusorio che S. M. giudicherà, e per coloro che le lavorano o le

vendono soggiaceranno ugualmente alla pena della carcerazione parimenti

per quel tempo a S. M. ben visto ed alla perdita dei mobili. Con tale

espediente si renderà alla pubblica intelligenza la facilità di talune

di adattarsi a sì strani modi». Seguiva la firma del Ministro: «Il

Principe di Cassaro»[439].

[439] _Diario_ del Duchino di Camastra, nella Biblioteca Trabia, a. 1799.

A dispetto di Re e di Ministri, il parrucchino, stavolta politico, si

faceva strada anche tra coloro che non ne capivano il valore; e D. Pippo

Romeo col suo fare in apparenza allegro, in sostanza serio, nel

Carnevale del 1800, innanzi a numerosissimo pubblico dentro il teatro la

Munizione, declamava:

Finiu la purcaria, è la pilucca in moda,

E da lu nostra sessu si esalta, encomia e loda,

Qualunqui signuruzza chi vanta gustu finu

La trovu providuta d'un beddu pilucchinu,

O niuru, o castagnolu, o comu quadra ad iddi;

E quattru pila rizzi li portanu a li stiddi;

Li compranu salati. Tutti li frisaturi[440]

Di pila fannu un traficu, e vìnninu favuri!

Fineru li suspetti, scrupuli non cc'è chiù

D'esaminari e vìdiri.... di quali testa sù?[441].

[440] _Frisaturi_, voce qui usata nel significato di persone che

trafficassero di capelli posticci, di ricciaie e di parrucche.

[441] _Cicalate_, p. 354.

Vesti ed ornamenti, senza ombra di rispetto dovuto al pudore, si

abbandonavano all'andazzo dei tempi; con l'antiestetica acconciatura del

capo procedevano veli leggieri e civettuoli scialli, fascette cortissime

e sottilissimi lini, che scoprivano ciò che volevan coprire e rivelavano

appunto ciò che morali velleità miravano ad occultare. Anche qui il Meli

va chiamato come testimonio autorevole, il Meli che non sapeva chiudere

gli occhi ai calzoncini femminili alla turca, agli arnesi che colmavano

i fianchi, alle bianche e sottili gonne, per le quali a tutte ed a

ciascuna delle partigiane di tante risibili novità e _francisarii_,

Li gammi si cci vidinu,

Lu cintu cumparisci,

Ed accussì cchiù accrisci

La curiusità[442].

[442] _Poesie: Lirica_, nn. IX e XI. Costante è nel Meli la

preoccupazione delle novità della moda e della libertà francese.

Altronde, non sappiamo dirne di più quando per le particolarità di

questa toletta abbiamo la franca dichiarazione dello stesso D. Pippo, il

quale, sfogandosi contro la indecenza _fin de siècle_, si domandava:

Stu vèstiri mudernu senza cchù capu e cuda,

Chi parti su' cuverti, e parti su' a la nuda,

Senza cchiù spaddi e scianchi, senza principiu e fini,

Lu centru nun cchiù centru, la vita 'ntra li rini,

Fadetti di sei parmi, ch'appuntanu a li sciddi,

Scarpi cu li ligneddi, testi senza capiddi,

Pilucchi a battagghiuni, circhetti, castagnoli,

Senza disparitati di vecchi e di figghioli,[443]

Sta caristia di pila pri tantu gran cunsumu,

Stu beddu chi consisti in apparenza e fumu,

Sta razza di vintagghi, di menzu spangu a stentu,

Chi Suli non riparanu e mancu fannu ventu,

Sti scialli chi si portanu 'mparissi pri lu friddu

E pisa cchiù 'na pagghia, o un filu di capiddu,

Sti veli trasparenti, sta fina cammiciola,

Sti musulini oscuri, stu sciusciami chi vola,

Chi mettinu in prospettu chiddu chi duvirria

Ristari a lu cuvertu, su' rami di pazzia?[444].

[443] _Figghiolu_, nella parlata messinese, fanciullo, piccolo.

[444] _Cicalate_, p. 392.

Il ricordo dei ventagli è una brutta tentazione ad una rassegna delle

varie fogge che ne corsero. Quelli richiamati da D. Pippo erano di forme

nanerottole, ai quali, degradando sempre, si eran ridotti i mastodontici

ventagli dei tempi anteriori. Ma noi non possiamo fermarvi la nostra

attenzione; specialmente riflettendo che essi suscitaron la collera

dell'Arcivescovo Sanseverino e, che è tutto dire, del Vicerè Caracciolo.

Sotto la data del 7 luglio 1784 costui scriveva all'Avvocato Fiscale

della Gran Corte, avere inteso di ventagli donneschi in vendita presso

alcune botteghe di galanteria: ventagli con bizzarre figure, con la

Confessione e la Comunione; e di esser rimasto scandalizzato del fatto

che a maggior danno del veleno dell'empietà istillato negli spiriti

deboli, si aggiungesse la stampa di certe canzonette francesi, per le

quali mettevansi «pure in derisione i più sagrosanti misteri della

nostra Religione». E però incaricava esso Avvocato Fiscale «di proibire

immediatamente lo spaccio di tali ventagli, e formare al tempo stesso il

legale processo contro coloro che li hanno introdotti, come rei di

pubblicazione di stampa senza legali permessi»[445].

[445] _Reali Dispacci_, a. 1784, n. 1514, ff. 202-203. R. Archivio di

Stato di Palermo.

Il Vicerè che scriveva in questo modo era un enciclopedista convinto;

coloro che comperavano ed usavano i ventagli, erano delle donne che si

picchiavano il petto.

_Capitolo XXI._

_LA MODA DEGLI UOMINI._

Le fogge per gli uomini, tolte piccole modificazioni, rimanevano sempre

le stesse, e per oltre mezzo secolo inalterate. Si guardino un poco i

ritratti del tempo in un salone magnatizio d'oggi, e si troverà la

eterna parrucca incipriata, il magnifico giambergone (divenuto traslato

non sempre serio nella _giammèrica_) dalle candide e pieghevoli

manichette con _dentelles_, mutabili ad ogni tre o quattro giorni, con

il profuso panciotto che slarga in basso, e con calzoni di raso

attaccati a mezza gamba, là dove li raggiungono eleganti calze di

seta[446] uscenti da scarpine ornate di lucentissime fibbie d'oro o

d'argento.

[446] Nel 1775 prosperava ancora in Palermo una numerosa maestranza di

_conza-calzette_ di seta.

Diversa la etichetta pel lutto rigorosissimo: nel primo mese,

rattina, senza manichette e senza cipria, e con fibbie di lutto;

nel secondo e terzo, panno e poche assole come nel lutto rigoroso;

nel quinto e sesto, lutto più leggiero.

Chi poi avesse veduto questi signori per le strade, a passeggio

specialmente, avrebbe rilevato sopra la parrucca un cappello a tre pizzi

trinato e indorato, che la jattanza affidava talora ad un creato, ad uno

dei creati usi a tener dietro al padrone[447].

[447] Vedi nel cap. XIV, p. 233.

Nobili e civili andavano armati di spadino.

Quest'arme fino al 1782 era comune anche alla bassa gente. Dopo

l'omicidio commesso nella processione della Madonna Assunta, del quale

abbiam fatto cenno[448], essa venne severamente proibita, e si volle che

per lo avvenire «niuno degli artisti e degl'individui delle maestranze

che esercitano arti meccaniche, servitori di livrea, eziandio qualora

non vestono livrea, e qualunque altra persona del volgo inferiore, possa

da oggi (26 dic.) innanti portare al fianco o in altra guisa spada di

qualunque misura e forma, sciabole, sciabolette, guardafreni, squarcine

o altro genere di arme, ancora quando fossero vestiti di giamberga,

sotto le pene contenute nel bando proibitivo delle arme»[449].

[448] Vedi cap. VI, p. 116.

[449] Bando del Vicerè Caracciolo in data del 26 dicembre 1783.

Contro questa disposizione si levò un vero putiferio. Le stampe

attaccate nei soliti luoghi per la affissione, vennero stracciate dai

maestri, e riattaccate sotto i sospettosi occhi della Polizia; la quale,

sorpreso nel momento che tornava a stracciarle un prete, e arrestatolo,

lo condusse nelle carceri dello Arcivescovo. E perchè il Console degli

spadai si presentò al Vicerè per dirgli in un memoriale i danni della

nuova disposizione per la sua maestranza, quegli lo scacciò in così mala

maniera che il console ne rimase sconcertato[450].

[450] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 3-5.

Ai due ceti lo spadino non bastava; ci voleva pure, a compimento della

moda, un bastone, il cui manico con fiocchi di seta e d'oro, avea

sovente un valore cospicuo.

Dai taschini, anzi dalle grandi tasche del panciotto pendevano,

percotendo a destra ed a sinistra del ventre, due meravigliose

catene[451] con ciondoli preziosi e con orologi. L'uso nobiliare

chiamava _mostra_ (franc. _montre_) l'orologio: e di orologi si faceva

sfoggio singolare. Basta leggere il seguente avviso pubblicato

nell'unico giornale palermitano del 1794 per averne un'idea: «S'è

perduta una mostra d'oro montata alla francese, a quattro quadranti, dei

quali quello che denota li giorni del mese, ha li numeri scritti in oro

sopra striscia blò, come lo sono quelli dell'altro quadrante, che mostra

le ore ed i minuti, e che ha tutti li numeri in cifre. Tiene annessa una

catena d'oro di Napoli, nel di cui centro è dipinto un bastimento in

ovale che comparisce da ambedue le parti sotto cristallo, e vi è appesa

pure la chiave d'oro». E dopo questa descrizione necessaria a

riconoscimento, pel ricupero si avverte: «A chi la porterà, anche per

via di confessione, allo orologiaio sotto la casa del sig. Marchese di

Geraci, saranno date once quattro di mancia». Probabilmente il

proprietario sarà morto col desiderio di pagare quella mancia.

[451] _Santacolomba_, _op. cit._, p. 385.

Mentre la moda rimaneva come cristallizzata, una nuova ma breve, per

aberrazione della gioventù, ne sorgeva infra l'ultimo ventennio del

secolo: effetto di una anglomania acuta, che quasi in forma epidemica

invase quanti dispettavano il vecchio costume.

Costoro, professandosi devoti al _bon ton_, presero a seguire

rigorosamente fogge e pratiche inglesi. Indossavano abito scuro;

calzavano pantaloni di pelle e stivali, e sui capelli rialzati

piantavano un cappello tondo. Ora sì, ora no, portavano un nocchiuto

bastone, ma per lo più tenevano in tasca le mani. Salutare, era delitto

per loro; chiacchierare, avrebbeli resi indegni della loro società. Un

d'essi, che, dimentico un giorno della parte che rappresentava, si

abbandonò alla natural sua vivacità in una conversazione con un

forestiere, ricordandosi a un tratto di quel che era, voltossi di punto

in bianco e piantò in asso, senza neppur dire addio, il suo

interlocutore.

Secondo la rigida etichetta inglese, la loro biancheria doveva esser

molto semplice. Uno che fu sorpreso con merletti in quella, ne fu subito

severamente punito. Alcuni suoi compagni, senza profferir verbo, gli si

avvicinarono, gli strapparono i merletti e si allontanarono

tranquillamente come se nulla fosse stato.

Di sì strano episodio nella storia del viver nostro nessuno, altro che

Bartels, ne diede mai notizia; il quale riflettendovi sopra maravigliato

aggiungeva: Io spero che questa mania, così contraria all'indole del

popolo, non duri a lungo; altrimenti il palermitano diverrebbe un essere

pesante ed incivile. Disgraziatamente, questo esempio ha prodotto i suoi

effetti nel popolo: e se ne movete lagnanza, vi sentite rispondere:

«_Così fanno pure gl'Inglesi_»[452].

[452] _Bartels_, _op. cit._, v. III, pp. 539-40.

I seguaci della pazza usanza si chiamavano _intonati_: e _'ntunatu_ nel

dialetto siciliano resta anche oggi a denotare persona che stia sul

grave, o che affetti di non conoscere e di non sapere.

Ripigliamo il discorso del costume generale. Una reazione nacque anche

tra gli uomini, come l'abbiam veduta tra le donne; e causa ne furono i

rivolgimenti di Francia, echeggianti nelle principali città del

Continente e per esse in Napoli.

Il 29 marzo del 1798 il Presidente del Regno spediva al Principe di

Castelcicala, Ministro in Napoli, un secreto rapporto sulle nuove

maniere di vestire in Palermo, e chiedeva un apposito rescritto sovrano

per essere autorizzato a farle cessare. Il rapporto, quale è stato

trovato, dice così:

«Ecc.mo Signore. Corre qui voce costante che siasi da S. M. risoluta, ed

ordinata in codesta Dominante la riforma del vestire, e di certi tratti

esteriori, inconvenienti alla vita ed al costume di buoni Cattolici e di

fedeli Sudditi del Sovrano. Se ciò sia vero, avrei sommamente caro che

la M. S. si degnasse di far qua arrivare, e pubblicare la stessa Legge;

perchè lo stesso disordine si è qui da qualche tempo introdotto, ed è

allignata, e cresciuta a segno l'indecenza e deformità del vestire e

dell'abbigliarsi, o per meglio dire del trasformarsi, che non può

tollerarsi senza raccapriccio e ribrezzo, (e quantunque si procuri

coonestare come semplicità di animi, pure fanno sospettare fellonia di

cuori fazionarj e settarj. Nella lubricità del vestire, e dei tratti

esteriori, vi è tanta impunità, e si è giunto tanto oltre, che

dichiarandosi e infami e irregolari, si permette talora un'ostentazione

sì smodesta e lasciva, che non può rimirarsi senza orrore). Io diverse

volte me ne sono querelato pubblicamente, e non ho lasciato di

riprendere la indignità dello scandalo; ma non sono giovati nè i miei

risentimenti, nè le mie ammonizioni. Sarà perciò proprio delle paterne

cure di S. M. di trovarsi riparo a questo disordine, e di prefiggervi

pronto ed esemplar castigo; anche sul riflesso che la stessa apparenza

di uomini sì sconsigliati risveglia in ognuno la idea del giacobinismo e

dell'infame detestabile libertà.

«Prego V. E. a sollecitarmi da S. M. questa providenza, analoga a

quella, che si dice essersi costà promulgata»[453].

[453] _Real Segreteria, Incartamenti_, filza 5499, Archivio di Stato in

Palermo.

Dalle parole _e quantunque_ fino _senza orrore_ (qui segnate con

parentesi) è tracciata al margine della minuta una linea, che fa

supporre il tratto chiuso non essere stato partecipato nella

lettera ufficiale al Principe di Castelcicala. -- Dobbiamo questa

indicazione all'egr. avv. Francesco La Mantia, Archivista nel R.

Archivio di Stato in Palermo.

Questa allarmante relazione non dice in che consistessero le nuove

compromettenti fogge; ma da documenti posteriori si capisce subito.

Non degli enormi cravattoni allarmavasi il Governo, non dei ricci a

foglie di lattuga delle camicie, non dei ninnoli pendenti sulla

sottoveste; ma di certi peli che i giovani si lasciavano crescere sul

viso, abitualmente raso, di pochi capelli non incipriati sulla fronte, e

di non so che gambali di calzoni tendenti ad allungarsi dalle ginocchia

ai piedi: minacce, codeste, che facevano pensare ai pericoli che poteva

correre il Regno.

La lettera segreta del Presidente ebbe pronta risposta, e l'Arcivescovo

D. Filippo Lopez y Royo si vide autorizzato a pubblicare: come qualmente

il Re avesse appreso «con vero dispiacere l'abuso introdotto e assai

attualmente aumentato che la Gioventù si _trasformasse_ con strane e

singolarissime pettinature, con abiti strani e bizzarri e talvolta

indecenti con iscandalo de' buoni e con proprio vitupero e disdecoro». E

lo proibiva severamente[454].

[454] Bando del Presidente del Regno, Arcivescovo D. Filippo Lopez y

Royo, in data del 16 Giugno 1798.

Da ciò nuove, tassative disposizioni. Ordinavasi ai nobili che

vestissero decentemente «per esser d'esempio agli altri», e

moderatamente si pettinassero. «La moderazione -- dicevasi -- è nelle

parrucche e nella cipria», e si ricordavano le riflessioni fatte dal

Presidente del Regno ai nobili nel giorno che si erano presentati «alla

udienza in barbette» (_varbitti_)[455].

[455] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 204.

Dopo due mesi del suo arrivo a Palermo Ferdinando volle romperla con le

velleità novatrici, e per mezzo del Ministro Principe di Cassaro faceva

sapere al Capitan Giustiziere, Principe di Torremuzza (6 marzo 1799):

«S. M. ha veduto con suo dispiacere di esservi tuttora in questa

Capitale l'abuso del modo di vestire e di certi tratti esteriori

inconvenienti alla vita ed al buon costume; quando le precedenti sue

sovrane risoluzioni per le riforme avrebbero dovuto far entrar in sè

stessi coloro che lo hanno finora costumato con poca decenza e scandalo

e sommo disgusto delle persone serie d'ogni rispettivo ceto che ama la

decenza. La continuazione quindi di questo disordine nel vestire e

nell'abbigliarsi difformemente richiama la sovrana vigilanza di S. M. a

darvi l'opportuno rimedio; non potendolo tollerare senza raccapriccio e

ribrezzo; ed alla S. M. maggiormente rincresce il vedere nei luoghi

pubblici e circospetti l'uso di calzoni lunghi, senza legaccie, e di

calze brache o di calzoni chiamati alla pantalona.... nella città ove è

precisa la decenza e la priorità. [E rincresce pure a S. M.] il vedere

le barbette difformare le fisonomie e certe strane singolarissime

maniere di coprirsi la fronte con i capelli senza polvere di Cipro; li

quali, invece di adornare, trasformano il volto; e che in siffatto modo

disdicevole, precisamente alla Nobiltà, si ardisce di andare fin anche

nelle chiese». In coerenza a questo, «ha risoluto che si abolisca

addirittura siffatto abuso di vestire e che ognuno da oggi avanti pensi

a riformarlo a seconda delle sane sue intenzioni, e di quella decenza e

circospezione, i doveri di buon cattolico e gli obblighi di fedele

suddito». Finiva raccomandando la cieca rassegnazione ai sovrani voleri

e minacciando ai contravventori le pene della Giustizia.

Era un gridare al deserto. Quattro giorni dopo la promulgazione di

questo bando l'ab. Cannella, da poco tornato da Napoli, dove si era

ridotto dopo la sua romanzesca fuga in Francia, se la spassava col suo

inappuntabile vestito alla nuova moda: ed eccolo, quando meno se lo

attendeva, fermato, catturato e subito relegato nel Convento dei

Cappuccini[456].

[456] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., 10 marzo 1799, pp. 328-29.

I rigori crescevano man mano che la piena minacciava d'irrompere e

rovinare l'edificio dell'ordine così gravemente compromesso nelle

fantastiche visioni dei governanti. Il Vicario Generale della Diocesi

faceva predicare da tutti i pulpiti, in tutte le chiese, contro il

pericolo del nuovo costume, favorito da giovinastri refrattarî alla

osservanza della legge.

Non è tutto. Il Capitan Giustiziere, Principe di Fitalia, una brutta

mattina fa venire al suo Palazzo presso S. Anna tutti i parrucchieri e

tutti i sarti della città; e in termini severissimi ordina loro che non

s'arrischino più a tagliar capelli in modo da coprir la fronte, e di

cucire calzoni lunghi: pena il carcere e la frusta; e che denunziino

senza indugio all'Autorità gli sconsigliati che cercassero l'opera loro

per l'una e l'altra foggia condannata dai sovrani voleri[457].

[457] Lo stesso, _op. cit._, p. 568.

Rinunziamo alle malinconiche riflessioni che s'affacciano in chicchessia

per provvedimenti così insensati; e passiamo ad un fatto col quale si

chiudeva il secolo dell'Ottantanove.

È la sera del 18 gennaio 1800. Ferdinando con la reale consorte è al

teatro S. Cecilia, pieno zeppo di spettatori. Il fiore della Nobiltà

occupa tutti i palchi; i civili, le gradette, la platea. Delle dame

della Regina neppur una manca. Parrucche candidissime (solo di uomini!)

si muovono in mezzo a _toupets_ tempestati di gioie, fulgide sotto la

grande lumiera che pende dalla volta e per mille candele di cera di

Venezia piantate intorno alla impalcatura. Ed ecco farsi innanzi

pettoruto verso la platea un giovane sui trent'anni. Un improvviso

scatto del Re rivela qualcosa che deve averlo inattesamente colpito.

Egli ordina che si faccia venire alla sua presenza questo giovane.

-- «Chi sei?» gli chiede concitato e con la sua solita voce altisonante,

appena se lo vede innanzi.

-- «Francesco Perollo da Cefalù, suddito fedele di V. M.».

-- «E tuo padre»?

-- «Emanuele Perollo, Cavaliere Costantiniano ed ex-Senatore di

Palermo».

-- «Ed hai l'ardire, villanaccio impertinente, di comparire in pubblico

con quei capelli sulla fronte e con quei pantaloni fino ai piedi»?

Il giovane, più morto che vivo, non sa che rispondere; e tosto, ad un

brusco cenno del Re, vien preso da due birri e portato via in lettiga al

carcere.

Al domani, di pieno giorno, alle Quattro Cantoniere, ripetuti squilli di

tromba chiamavano la folla dei curiosi. Il boia lega al cavalletto

Francesco Perollo, reo di moda sediziosa, gli recide con forbici il

posticcio codino, le fedine, i gambali e li butta sprezzatamente per

terra; e scioltolo lo riconduce al carcere, non già dei nobili e dei

civili, come avrebbe dovuto essere, ma, per onta maggiore, dei plebei,

alla Vicaria[458].

[458] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 745. -- _Villabianca_, _Diario_

ined., a. 1800, p. 57-59.

La patria era salva!

Questo fatto non dovea rimanere isolato. Re Ferdinando nutriva la più

fiera avversione ai pantaloni ed alle fedine, ed un vero culto al codino

naturale ed alla cipria.

Dal primo giorno che sbarcò in Sicilia fino all'ultimo che se ne

allontanò per sempre, egli vide un terrorista, un repubblicano esaltato

in qualsiasi partigiano della nuova moda francese; e sovente ordinò la

berlina dopo la violenta, completa rasura del viso e del capo.

Una delle sue vittime fu D. Giuseppe Ruffo, fratello del Principe di

Scilla. Incitato a ballo dal Principe di Trabia a Mezzo Monreale,

costui, bello com'era della persona, si presentava con grandi barbette e

coi neri capelli senza polvere. L'esser egli un servitore fedele del suo

Re, l'aver seguito costui in Sicilia, abbandonando patria, beni,

famiglia, dovevano esser ragioni più che forti per metterlo al di sopra

di qualsivoglia sospetto di demagogia; ma non fu così. Appena il Re,

presente al ricevimento, lo vide entrare, gli corse incontro

imbestialito, gli afferrò con ambe le mani le fedine e, tira, tira con

quanta avea di forza come per istrappargliele, gli grida, con voce

stentorea: _Porco, briccone_! E se non fosse stato per la Regina, la

quale corse in aiuto di lui, chi sa che ne avrebbe fatto![459]

[459] _Palmieri de Miccichè_, _op. cit._, t. I, ch. XXXIV.

_Capitolo XXII._

_PRANZI DI RICCHI E MANGIARE DI POVERI._

Tale essendo il lusso del vestire e dell'acconciarsi, facile cosa è lo

immaginare la vita alla quale esso dovesse corrispondere. Conversazioni,

feste da ballo, teatri, villeggiature si alternavano con feste e

spettacoli sacri e passatempi religiosi. D'estate o d'inverno, la

giornata era sempre breve, insufficiente alle occupazioni del corpo e

dello spirito. Tolte le poche ore della siesta, essa era tutta divisa

tra le molteplici cure volute dalla posizione sociale e dagli affari di

famiglia. La siesta era l'ora che seguiva al desinare: e se per taluni

il desinare era delizia, per altri era fastidio, se non sacrificio

penoso.

Incredibile il lusso delle mense aristocratiche, quali lo videro alcune

volte i forestieri invitati, e pieni di stupore. Mense imbandite di

tutto punto, con servizî di singolar pregio; ricchi vasi d'oro e

d'argento, spesso cesellati dai migliori artisti, miniature di squisita

fattura, componevano e ornavano quelle mense: ricchezza sterile, non

fecondata nè confortata da quella fruttuosa del capitale che circola e

produce. Le posate splendevano al pari de' piatti d'argento, e in una

festa datasi il 13 maggio 1799 alla nobiltà ed alla officialità militare

nel palazzo Butera (Principe, allora, D. Ercole Michele Branciforti e

Pignatelli) posate e piatti del prezioso metallo bastarono a più che 300

persone[460].

[460] La festa, principiata di sera, finì il dimani a 12 ore, con una

colazione profusissima, degna della profusissima cena della notte e

delle continue portate di sorbetti, liquori e vini forestieri. La

immensa terrazza dal lato del mare era convertita in galleria

coperta. Le due musiche di strumenti a fiato che allietaronla

costarono 100 onze; e la neve consumata pei gelati fu 40 carichi,

come a dire cinque migliaia di chilogrammi d'oggi. Vedi

_Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1799, pp. 354-56.

Ad un inglese nel 1770 la cucina siciliana parve un misto di francese e

di spagnuolo: e che l'_olla podrida_ serbasse «sempre il proprio posto e

la propria dignità in mezzo alla tavola, circondata da un trono di

fricassè, di fricandò, di ragù ecc., come un grave _Don_ spagnuolo in

mezzo ad uno stuolo di piccoli marchesini attillati»[461].

[461] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXIII.

Dopo quell'anno la cucina, al pari della moda, della quale faceva parte,

era presso la Nobiltà o tutta francese o molto infranciosata. Per

qualche lieve modificazione bisogna attendere il tempo degli Inglesi

(1806-1815).

Con ordine inappuntabile i servitori attendevano alle singole loro

incombenze; nelle grandi occasioni le pietanze seguivano alle pietanze,

con crescente soddisfazione dei trimalcioni e con pericolo degli

stomachi più agguerriti. Il numero di queste pietanze era l'indice della

grandezza della casa e del rispetto che essa imponeva a sè ed agli

altri. Anche qui i forestieri guardavano stranizzati, non riuscendo a

persuadersi che l'essere ricchi, o semplicemente agiati, imponesse, per

onorare un ospite, di far passare sotto il naso di lui dieci, quindici

piatti l'uno più costoso dell'altro.

Le principali specialità dell'Isola eran messe a contribuzione, e nelle

portate di secondo e terzo ordine si vedevano i cefali della Cala di

Palermo e le anguille del Biviere di Lentini, i caci di Calatafimi e le

_provole_ di Modica, il miele di Mascali ed il torrone di Piazza, il

moscato di Siracusa e la malvasia di Lipari. I monasteri della città

compievano l'opera culinaria, L'ab. Giovanni D'Angelo ci ragguaglia d'un

pranzo tenuto nel Convento di S. Domenico (15 maggio 1796), nel quale,

con l'intervento del Presidente del Regno, l'Arcivescovo Lopez y Royo,

di trenta altri illustri commensali e di cinque frati dell'Ordine dei

Predicatori, a compimento del Capitolo da questi tenuto e ad omaggio del

nuovo Provinciale eletto P. Pannuzzo, furon serviti 24 piatti e 64

intramessi e tornagusti oltre il pospasto ed sorbetti[462].

[462] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 105.

Prima ancora, Brydone aveva fornito curiose particolarità di un pranzo

offerto nel giugno del 1770 dalla Nobiltà di Girgenti al suo Vescovo;

pranzo al quale egli prese parte.

«Eravamo, egli dice, trenta commensali; ma, parola d'onore, non credo

che i piatti fossero stati meno di cento. Si servì in vasellame

d'argento, e, cosa singolare, una gran parte delle frutta portate al

secondo servizio, ed il primo piatto portato in giro fu di fragole».

Brydone le mangiò con latte e zucchero, ed i convitati gustarono il

nuovo condimento. Il _dessert_ si compose di frutta svariate e di

sorbetti anche più svariati, in forma così perfetta di pesche, fichi,

arance, nocciole, che uno dei commensali, inglese come Brydone, ne

rimase ingannato. Perchè, finita la seconda portata, e presentatiglisi a

guisa di retroguardia, altra maniera di gelati, un servitore gli pose

davanti una bella e grossa pesca, che egli prese per frutta naturale: e

tagliatala in mezzo, e portatane la metà alla bocca, a bella prima ne

rimase scosso, e come per allargare lo spazio gonfiò le gote. Ma la

intensità del freddo vincendola sul ripiego e sulla sofferenza, egli la

palleggiò con la lingua, poi non potendo più oltre resistere, con gli

occhi rossi di lacrime la rigettò disperato sul piatto, bestemmiando

come un turco ed imprecando al servitore, dal quale si credette burlato

quasi gli avesse profferto per quel frutto una palla di neve dipinta.

Tanto abuso di sorbetti richiama a quello della acqua gelata nella

stagione calda. Come senza di essa non si sarebbe saputo dare un passo

in città, così con essa si alternava ogni pietanza ed ogni intingolo. Il

nostro bravo forestiere, lodandosene altamente in Palermo, riconosceva

strano che questo lusso (a parer suo, il più grande e forse il più

salutare tra tutti i lussi) fosse ancora tanto trascurato in

Inghilterra: e rilevava con piacere la pratica dei medici siciliani di

dare al malato di malattie infiammatorie acqua gelata in quantità;

pratica spinta tant'oltre che un celebre medico d'allora copriva con

esito fortunato il petto e lo stomaco del paziente, di neve e

ghiaccio[463].

[463] _Brydone_, _op. cit._, lett. XX, e XXXIII.

Se non l'abbiamo fatto prima, vogliamo ora che ci cade in acconcio,

notare che l'etichetta del tempo non guardava al vestire da tavola; pare

anzi che in questo non si andasse tanto pel sottile[464]. Alla eleganza

delle vesti non si sacrificava punto la libertà del comodo: di che

qualche viaggiatore si maravigliava come di costumanza incoerente alla

vita di grandezza e di sussiego.

[464] _Galt_, _op. cit._, pp. 40-41.

Alle mense nobilesche raramente mancava qualche parassita, vecchia piaga

di chi ha. Quest'essere avea bene una casa, ma solo per dormire; il

resto della giornata divideva tra' suoi potenti amici, presso i quali

giungeva sempre con esattezza matematica. D'uno di essi fu detto:

Lu viditi affacciari a menzujornu,

'Ntra l'ura giusta chi firria lu spitu[465].

[465] _Melchiore_, _Poesie_, p. 62.

Egli andava ben vestito, ma si hanno forti dubbî se il sarto del suo

giamberghino fosse stato pagato. Il suo appetito era pari alla sua

sfrontatezza. Degl'intingoli, dei manicaretti che si passavano in giro,

tutto assaggiava, tutto mangiava, tutto trovava eccellente; e come per

isdebitarsi col suo generoso ospite vuotava il sacco di tutte le notizie

che avea potuto udire o leggere gironzolando di qua e di là. E l'ospite

non poteva non esserne soddisfatto, solleticato nella sua vanità di

ricco, di magnifico, e, altronde, non isdegnoso della compagnia di

persone che alla fin fine erano le più innocue creature del mondo.

Un signore savoiardo ha una pagina aspra per codesti parassiti, i quali

egli incontrava in ogni casa magnatizia, e che il padrone di casa, pur

disprezzandoli, tollerava, perchè il loro rumoroso stuolo serviva ad

accrescere pompa alla scena: «espediente infelice, diceva lui, che

obbliga il signore alla compagnia di uno stuolo di miserabili che gli

ronzano attorno, guidati dallo interesse di strisciare ai piedi del

fortunato»[466].

[466] _De Borch_, _op. cit._, t. II, p. 82.

Meli vedeva una ingiustizia sociale nel favore accordato a questa gente

a scapito di altra che lavora e non riceve nulla. Certi baroni

.... paganu beni e profumati

Li tanti parassiti muscagghiuni,

Chi si fannu vidiri affacinnati

E usurpanu lu lucru tuttu interu

Di chiddi chi fatiganu davveru[467].

[467] _Meli_, _Poesie: Lu boi e la muschitta_.

In mezzo a tanta festa di gola e di ghiottoneria, Palermitani e

Siciliani, dal primo all'ultimo, dal più alto al più basso, le solite

eccezioni fatte, erano frugalissimi nel mangiare, moderatissimi nel

bere. Nelle grandi mense, solo dopo il 1770 cominciarono a brindare alle

dame toccando i bicchieri, e bevendo alla loro salute: usanza, a quanto

pare, non mai udita nè seguita prima dell'esempio datone in Palermo da

due signori inglesi[468].

[468] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXIII.

Questa frugalità c'induce a guardare il rovescio della medaglia: il

mangiare, cioè, dell'infima classe, dalla quale in parte, e in parte

dalla superiore, ritraeva il ceto civile.

Non occorre uno studio per conoscere come si nutrisse la povera gente

che viveva col lavoro delle braccia. I cibi meno costosi, presi dal

regno vegetale, erano il suo alimento ordinario. Zuppe d'ogni maniera di

legumi e di verdure, il meglio che essa potesse permettersi quando il

frutto del lavoro glielo concedesse, o solo in qualche giorno della

settimana. Il suo alimento però era sempre a base di pane, quando

_fino_, di buona qualità, quando _murino_, di qualità inferiore; pane

scusso, pane con cipolla e, secondo le stagioni, con pomidoro non

maturo, con fave verdi, o con frutta fresche o secche, o con olive, o

con formaggio della peggiore qualità, con copiose libazioni d'acqua o

con un gotto di vino quando l'aveva[469]. Il caffè, la cioccolata le

eran note solo di nome, per quel che ne sentiva dire, o che ne vedeva

passando, o per qualche prova che poteva averne fatta in giorni di

poesia. Questi conforti mattutini erano, come abbiam veduto, riservati a

gente civile, e tale essa non poteva dirsi nella triplice partizione

della società. Non caffè con latte quindi bevea, perchè il latte andava

preso in giorni eccezionali, ed i medici preferivano per gli ammalati

quello d'asina.

[469] Una notizia in proposito ha _Galt_, _op. cit._, p. 40.

Al di sotto delle zuppe, come si chiamano tra noi, andavano altri cibi:

fave lesse non isbucciate, minestre ed erbaggi, che costavano solo la

cottura e non sempre esigevano condimenti di olio, bastando il vilissimo

sale di Cammarata o quello migliore di Trapani ed il pepe selvatico

della città[470]. Secondo le stagioni e le circostanze, usava anche

baccalà e tonno, che, copiosissima essendone la pesca e del tutto

mancanti i mezzi di esportazione, andava svilito al prezzo d'un baiocco

il rotolo (4 cent. di lira gr. 800), e che chiamavasi perciò _carni di

puvireddu_; e _sciala, poviru!_ gridavasi dai venditori per le piazze.

[470] Usava, difatti, ed usa ancora, lo _speziu sarvaggiu_, falso pepe,

ed il sale di _menza macina_, cioè non tutto raffinato.

Dall'agosto al dicembre i fichi d'India erano la provvidenza di quanti

non avessero da sfamarsi; e ciò non solo nella Capitale, ma anche in

tutta l'Isola. Galt sul principiare del secolo ne trovò quasi

incredibile il consumo. «In ogni parte voi v'incontrate in piantagioni

di fichi d'India, in ogni villaggio coperte ne sono le stalle. Ad ogni

angolo di strada di Palermo sono articolazioni (_pali_) di fichi

d'India. Se vi capita uno che mangi, il suo cibo non sarà che di fichi

d'India. Se egli porta un paniere, questo non sarà d'altro pieno che di

fichi d'India. Ogni asino che la mattina s'avvii alla città, è carico di

fichi d'India. Un contadino che in sul far della sera stia sopra una

pietra a contar monete di rame, non fa se non il conto di quel che gli

han prodotto i suoi fichi d'India. Se un genere è cattivo si dice che

non vale un fico d'India, mentre non v'è cosa più squisita al mondo che

un fico d'India. Ecco il solo lusso che gode il povero»[471].

[471] _Galt_, _op. cit._, p. 27.

Quale distacco tra chi avea e chi non avea!

_Capitolo XXIII._

_LUTTI DI CORTE, DI NOBILI, DI CIVILI, DI PLEBEI; SCENE MACABRE._

Le feste ed i lutti della Corte eran feste e lutti della Nobiltà; e

siccome di occasioni liete e tristi non era penuria nella Corte di

Napoli, feste e lutti si alternavano con frequenza di forme stridenti.

Carolina regalava ogni anno o due un figlio all'augusto marito, un

padrone ai sudditi fedeli; e bisogna riflettere che questi regali

andavano celebrati anche negli anniversarî, e che il Principe

ereditario, in età da prender moglie, presala, avea anche lui i suoi

figliolini, i quali non potevano passare inosservati. Or se si consideri

che la Casa Borbone, emanazione di quella paterna di Spagna, era

imparentata con la Casa d'Austria-Ungheria, con quelle di Toscana, di

Portogallo e con altre regnanti in mezza Europa, può immaginarsi quante

volte all'anno dovesse il Castello issare la bandiera, il Duomo

sciogliere le sue campane, la Curia intonare i suoi _Te Deum_, le

fortezze della città sparare i loro cannoni; e con tutto questo le

truppe fare le loro mostre, i nobili accorrere al baciamano di giorno ed

ai ricevimenti di sera. E non mettiamo in conto gli arrivi e le partenze

dei Vicerè, gli onomastici ed i compleanni loro e delle Viceregine:

salvo che non si fosse scapoli, come il placido Marchese Fogliani,

l'arcigno Marchese Caracciolo, il dabben Principe di Caramanico.

Diremo altrove delle feste d'altro genere; qui accenneremo soltanto ai

lutti.

Feste e lutti venivano, le une avvisate, gli altri intimati con

ispeciali inviti che, come abbiam detto e diremo, si sdoppiavano: uno,

p. e., del Capitan Giustiziere ai cavalieri, uno della Capitanessa alle

dame. Basta leggere codesti inviti o partecipazioni per formarsi un'idea

del lutto che si dovesse prendere:

_La Marchesa di S. Croce Capitanessa_

_nell'atto di riverirla, le fa sapere_

_di essere arrivata a S. E. con Dispaccio Reale_

_in data de' 24 dello scaduto Febrajo [1781]_

_la morte_[472] _seguita della Reggina vedova di Portogallo_

_ed avere la Reggina Nostra Signora_

_preso il lutto per mesi quattro due stretti,_

_e due più larghi,_

_che corsero dalli 18 dello stesso Febbrajo;_

_perciò S. E. Signor Presidente del Regno_

_ha determinato_

_che lo stesso si prattichi in questa Capitale_

_da tutte le Signore Dame,_

_e con pieno ossequio le si rassegna._

[472] _Arrivata la morte_, invece della _notizia della morte_!

Se la morte era di persona della Famiglia reale, il bruno doveva essere

intero, completo, fino alla mancanza della inevitabile cipria alle

parrucche e delle _dentelles_ alle maniche delle giamberghe. Così fu per

la morte della Imperatrice Maria Teresa, madre della Regina, notizia per

la quale fu mandata in giro (6 febbr. 1783) un'elegante circolare in

questi termini:

_Il Marchese di S. Croce Capitano Giustiziere_

_nell'atto di riverirla distintamente le fa sapere,_

_che dovendosi celebrare nel Duomo_

_per nove giorni continui l'Essequie, e Funerale_

_per la morte dell'Imperatrice Regina_

_Madre della Regina N. S._

_cominciando dal giorno 16 del corrente_

_per tutti li 24 dello stesso;_

_perciò S. E. Sig. Presidente del Regno il primo,_

_ed ultimo giorno, due ore prima al mezzogiorno_

_abbasserà al Duomo, ove terrà la Real Cappella:_

_ed in detti nove giorni_

_vestirsi in lutto rigoroso senza polvere, e manichetti_[473]

_e con pieno ossequio si resta._

[473] I _manichetti_ erano le _dentelles_ che si cucivano all'orlo delle

maniche.

Nove giorni di funerali! C'era da svenirsi; ma la Nobiltà c'era

abituata, e, se si toglie l'incomodo della levata mattutina, che po' poi

non era grave, non essendosi tenuta conversazione la sera innanzi, ad

esequie finite, rincasavasi con la soddisfazione di aver compiuto un

dovere, e forse con un po' d'appetito in corpo.

Alle dame, per la medesima ragione, era stata spedita per via di lacchè

altra partecipazione consimile a nome della Capitanessa Marchesa di S.

Croce.

Qui la sventura era grande, perchè legata strettamente alla Famiglia

regnante; ma per decessi di personaggi che in Sicilia nessuno conosceva,

e che solo l'aristocrazia avea sentiti nominare nell'annuo _Notiziario

di Corte_ del Gregorio, il lutto si raccomandava ed esigeva; e quando

una volta un signore credette di potervi derogare, e tenne una festa da

ballo, il Vicerè lo mandò subito in prigione, scandalizzato che durante

un lutto ci fosse un nobile che si permettesse di tenere festino in casa

sua. Ed il povero, mal consigliato signore, che era stato sempre una

buona persona, dovette prendere un mesetto di Castello.

Questa commedia del lutto veniva a stancare; perchè, o bisognava

privarsi di qualunque divertimento pubblico e privato, o smettere il

bruno: due cose che non istavano bene e che conveniva guardarsi

dall'affrontare. Perciò conciliando, come suol dirsi, capra e cavoli,

che cosa facevano le dame? serbavano il lutto stretto, e così abbrunate

recavansi a teatro, che, a buoni conti, avea vita per esse. Alla

medesima maniera andavano alle deliziose adunate della Marina ed alle

funzioni di chiesa: servendo così a Dio ed a mammona. Ma la trovata dava

troppo all'occhio, ed il Vicerè, che tutto vedeva, e non poteva

permetterlo, per mezzo della moglie del Capitan Giustiziere faceva un

giorno sapere come qualmente queste contraddizioni non potevano passare

inosservate, e che se si voleva prender parte ad una festa e si era in

lutto, non bisognava profanare il dolore. La Capitanessa, col suo

superbo stemma inquartato a capo d'un biglietto e con la corona

marchionale, notificava l'ordine caraccioliano:

_La Marchesa di S. Croce divotamente riverendola,_

_le partecipa che intesa S. E. Sig. Vicerè,_

_che alcune Dame nella occorrenza delle Feste Reali,_

_come di parto della Regina, ed altre_

_non lasciano di comparire vestite a lutto_

_ne' luoghi pubblici,_

_e nei Teatri s'è servita con biglietto delli 7 corrente_

_incaricarla di far avvertire le Signore Dame,_

_che sotto pena della Reale Indignazione,_

_non si facciano vedere_

_vestite a lutto ne' pubblici Luoghi, e Teatri_

_in simili occasioni,_

_e volendo in essi comparire, lasciar dovessero il Lutto;_

_e perciò in adempimento di tal comando,_

_glie ne passa il presente Avviso_

_pella dovuta esecuzione e regolamento_

_e con dovuto ossequio se le rassegna._

Le dame non se la presero calda, come, per dovere d'ufficio, dovea dare

a vedere di prenderla la moglie del Giustiziere, e come, per eccessiva

servilità alla Corte, fingeva d'averla presa il Vicerè. E, discorrendone

tra loro, tutte vi fecero sopra le loro argute osservazioni.

Tolti codesti incidenti, il lutto signorile procedeva, non diremo sulla

falsariga, ma in ragione della vecchia etichetta, e molto davvicino alle

prammatiche del Regno. Da anni ed anni il Governo non avea fatto altro

che dibattere il chiodo del 1737, cioè che bisognava vestire così e

così, senza arbitrarie innovazioni; ed ultimamente (1775), infastidito

della rilassatezza nella quale si era caduti, volle ribatterlo più

fortemente ancora, ricordando come dovesse vestirsi non solo dai nobili,

ma anche dagli altri ceti, in occasione di morti. In quel bando del

Vicerè Colonna gli eruditi riconosceranno una delle solite leggi

sontuarie: noi invece vediamo una delle tante manifestazioni della vita

d'allora, così diversa dall'attuale. Molti faranno le grandi meraviglie

che il Governo s'immischiasse anche nel vestire di lutto o penetrasse

nelle case per dire alle famiglie: «Queste si può fare; quest'altro non

si deve fare!». Ma dovranno pure persuadersi che la ragione di ciò è nei

tempi, che consigliavano disposizioni di quel genere, estese anche alle

fogge per nascite, per nozze, per morte e per altre circostanze e

condizioni della vita ordinaria.

Spigoliamo, adunque, nel largo campo aperto dal bando del 1775; ma nel

far ciò, asteniamoci dal manifestare qualunque osservazione possa

affacciarsi alla nostra mente. Le osservazioni sarebbero molte, e ci

distrarrebbero dall'argomento.

Il Vicerè ordinava:

«Per le morti delle persone reali gli uomini possano portare le

giamberghe nere di panno o bajetta, ed in tempo d'està di stamina

(_stamigna_), e le donne vestir di laniglia o cattivello (_filaticcio_),

dovendo durare il lutto per mesi sei. Con che però, alle famiglie de'

vassalli, di qualsivoglia stato e condizione che siano i lor padroni,

non si permetta portare lutti per morte di persone reali, poichè

bastantemente si manifesta il dolore di tanta universal perdita colli

lutti de' loro padroni».

Il medesimo ordinava per la morte dei nobili, dei Consiglieri di Stato,

dei Cavalieri di S. Gennaro e del Toson d'oro, dei Grandi di Spagna. Ai

visitatori, anche non parenti, consentiva pel solo primo giorno della

morte, non ancora sepolto il cadavere, il lutto, «permettendo anche alle

vedove il portar per uso proprio le fittuccie (_nastri_) a loro

arbitrio».

Inoltre «che nelle case di lutto i parenti di qualunque grado, ed anche

del marito e moglie, non possano tenere le finestre delle stanze chiuse,

ma totalmente aperte. Che la sera non si possano tenere lampadi, ma

candele, non meno di due, nella stanza ove si ricevono visite; e le

donne per la morte dei mariti possano stare in casa soli tre mesi; e per

padre e madre, figlio o figlia, nonno o nonna, suocero o suocera, genero

o nuora, giorni nove; e per zii, zie e cugini carnali non possano aprir

lutto in casa, ma solamente vestirlo per giorni nove.

«Che nelle case di lutto, ancorchè il cadavere sia sopra terra,

solamente si possa coprire il suolo della camera, ove le vedove o vedovi

ricevono le visite di condoglianza, con mettere li portali (_tendine_)

neri alle porte o finestre, e questo per giorni nove, proibendosi, in

qualunque altro lutto, che non sia come sopra, di marito o moglie, li

panni neri o morati, senza poterne giammai parare di nero le mura».

E poichè chi più poteva spendere, più largheggiava nella erezione di

altari e nella pompa dei ceri innanzi il morto, il bando consentiva un

altare e solo dodici lumi; e circa i mortorî: che essi non dovessero

sonarsi fuori la parrocchia del defunto o la chiesa della sepoltura,

fosse essa d'una confraternita, fosse d'un convento; e che

l'associazione ecclesiastica non uscisse dalla cerchia della medesima

parrocchia e dei medesimi frati e consocî della confraternita.

«Che le parti ed eredi del cadavere non possano dare a' sudetti regolari

e confratelli, che interverranno all'associamento in forza del loro

invito, nè costoro ricevere e portare alle mani se non se una candela,

che al più non ecceda il peso di once tre: e per qualunque difonto o

difonta di qualsivoglia stato, grado e condizione, che fusse, non possa

eccedere il numero di cinquanta candele».

C'è egli dubbio che, a ragion di lusso o di pompa, ai processionanti si

dèsse più d'un cero, sì che il numero giungesse all'infinito?

«Che li baulli o tabuti, (_bauli o casse_) ne' quali si portano ad

interrare li difonti, non siano coverti di drappo d'oro, argento o seta,

ma di bajetta o panno, o di altra sorte di lana, con color nero o

morato, per essere sommamente improprii tutti gli altri colori, e solo

si permette il terzanello di colore; senza oro ed argento, e non altro,

per li baulli _seu_ tabuti di figlioli (_bambini_), che muoiono prima di

uscire dall'infanzia, sentendosi del pari ne' sudetti interri, in vigor

del presente bando, generalmente vietato checchessia altro mondano

somiglievole fasto.

«Che per qualsivoglia lutto, ancorchè sia della primaria nobiltà, non si

possano portare carrozze nere o sedie di mano (_portantine_) di drappo

nero o morato, o di qualunque altro colore, che dinotasse lutto, nè

tampoco usarsi qualsivoglia altro lusso»[474].

[474] Bando e Comandamento d'ordine dell'Ecc. D. Marcantonio Colonna

Principe d'Aliano in data del 6 marzo 1775.

A questa lungagnata seguivano le pene ai trasgressori: e le pene erano

minacciate con tanta severità che nessuno dubiterà della ferma

intenzione del Vicerè di farla finita coi contravventori. Si trattava

nientemeno di una multa di 500 scudi ai nobili e di un anno di carcere e

di altre pene ad arbitrio di S. E. a qualsivoglia altra persona. Per le

donne maritate, la pena sarebbe stata pagata dai mariti; per le vedove,

si sarebbe esatta da qualunque dei loro effetti; pei figli di famiglia,

dai genitori.

A ben comprendere le inibizioni di questo bando bisognerebbe riportarsi

ai vecchi eccessi che turbavano la società, e soprattutto alle teatrali

ostentazioni di dolore alle quali grandi e piccoli, madri e figli,

mariti e mogli si abbandonavano. Porte, usci, si tingevano in nero; di

nero si coprivan le pareti; si capovolgevano seggiole e deschi;

sparecchiate si lasciavan le mense; buio pesto regnava nelle stamberghe,

nelle camere, nelle sale, rischiarate appena dal debole chiarore di

qualche lucerna: e tutto ciò per mesi interi ed anche per anni se per

poco la perdita fosse stata di mariti o, in generale, di capi di

famiglia. Aggiungi altre esteriorità create e mantenute dalla vanità e

dalla jattanza, come il tramutamento in nero di qualunque colore di

fornimenti di animali da soma e da tiro, e carrette, e carrozze, e sedie

portatili e perfino lettighe padronali se si fosse stati nella

imprescindibile necessità di andare a udir messa (dovere che i Sinodi

diocesani richiamavano sempre, condannandone l'inadempimento), o di

recarsi da un sito all'altro dentro o fuori città, nei dintorni di essa,

o nel vallo, o più oltre ancora[475].

[475] Sul lutto specialmente nel popolo, può vedersi il cap. che ne parla

nei nostri _Usi e Costumi_, v. II, pp. 230-40.

Noi abbiamo parlato del bruno senza aver veduto ancora il morto per cui

il bruno andava preso.

Il cadavere veniva portato via subito senza pensarsi alla possibilità

d'una morte apparente. Questa possibilità turbava qualche persona

d'allora; ed il prof. Hager, che un giorno vide dentro il coro dei

Cappuccini, chiusa in un feretro, una giovane stata dianzi strappata al

desolato sposo, e che provò un grande raccapriccio scorgendo innanzi le

fosse della chiesa dei giustiziati, un'ora dopo lo strangolamento, i

compagni di congiura di F. P. Di Blasi (1795), ne parlò al Presidente

del Regno, il quale non se ne commosse nè molto nè poco[476].

[476] _Hager_, _Gemälde_, p. 125-27.

Le più strane costumanze s'incontravano nei due ceti estremi, la Nobiltà

e la bassa gente.

Nella Nobiltà tutto era un apparato di sontuosità che voleva attestare

quanto grave fosse stata la perdita. Quale la vita, tale la morte. Lo

splendore del palazzo si trasformava nelle gramaglie della chiesa ove i

funerali doveano celebrarsi. Molte le chiese che si facevano

partecipare, nel medesimo giorno e nelle medesime ore, ai suffragi, con

centinaia di messe e con migliaia di rintocchi di campane. Nella chiesa

del cadavere, immenso lo stuolo degl'invitati e la resa dei curiosi.

Sopra un cataletto a frange d'oro, in abito sfarzoso come per una festa

mondana, la fredda salma non istava, come d'ordinario, a giacere, ma

seduta quasi per mostrare l'esser suo[477].

[477] _Bartels_, _op. cit._, p. 629. Cfr. il cap. XIV, p. 256: _Nobiltà_.

Un capitolo sull'argomento riempirebbe di sorprese chi non abbia

familiarità con le tante sopravvivenze etniche dei popoli, descritte dai

moderni critici della civiltà.

Nel popolino la più comune era quella delle _reputatrici_, donne

prezzolate, che esercitavano il triste mestiere di piangere sui morti,

urlando nenie, strappandosi i capelli. Un parroco della città ne fu

testimonio pel suo rione, dove la più povera gente grameggiava in mezzo

alla più agiata. «Un solo rimasuglio di cantilene, dice il Santacolomba,

mi è accaduto sentire qualora m'è toccato d'assistere a ben morire ai

pescatori della Kalsa, e mi si dice che tuttora vi sia nelle piccole

terre del Regno: reliquia forse delle antiche prefiche»[478].

[478] _Santacolomba_, _op. cit._, p. 454.

Altro che «mi si dice»! L'usanza era così comune che più non si sarebbe

potuto trovare in inculti casali e in centri civili dell'Isola.

Sotto la data del maggio 1775, nel solito _Diario_ del Villabianca si

legge: «Sul cominciare di questo mese cessar vedesi la costumanza di

esporsi i cadaveri dei mendicanti nelle pubbliche piazze e contrade

della città; cattandovi la limosina pel suffragio delle anime e per la

spesarella dei facchini e del feretro li pii confrati dell'Opera della

Misericordia. Ciò venne ordinato dal Senato, non solo per dar favore

alli confrati della chiesa di S. Matteo del Cassaro [ma an]che per non

funestare i cittadini con quella luttuosa mostra[479]».

[479] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, pp. 337-38.

Varie confraternite aveano per pio istituto il seppellire coloro

che per estrema povertà sarebbero rimasti insepolti; erano quelle

di S. Giuseppe ab Arimathea, delle Sette Opere della Misericordia,

de' Pellegrini, di S. Ivone, di S. Giuliano, di S. Francesco, ecc.

Esse potevano limosinare in tutti quei giorni che dovesse

seppellirsi qualche povero, «il che in una città così popolosa

avviene quasi ogni giorno». _Fundatio publici Caemeterii_, p. 88.

Anno 1785.

La breve notizia è un guizzo di luce nel campo non del tutto esplorato

del costume. Come dev'essere stato orribile, andando per la città,

vedere nei posti più frequentati, fermi e circondati di curiosi,

cataletti, con sopravi figure contraffatte di uomini e di donne in

attesa di chi offerisse l'obolo per le spese del seppellimento!...

La provvida abolizione, peraltro, non tolse l'uso dei trasporti funebri

di poveri, di civili, di nobili. Il noto Segretario del Senato Teixejra

nel 1793 parlava ancora di questue dell'opera Santa di S. Giuseppe ab

Arimathea a beneficio dei defunti poveri[480].

[480] _Teixejra_, _op. cit._, cap. XII.

Nè mutò l'abolizione de' diritti parrocchiali per siffatte occasioni

luttuose. Quantunque non si pagasse più l'associo, la benedizione del

cadavere ed il trasporto di esso, pure questo, dove l'agiatezza lo

consentisse, o la vanità del fastigio lo esigesse, avea l'onore d'un

corteo di frati e di preti dalla casa alla chiesa o, quando qui non

fosse la sepoltura, al camposanto. Non lo mutò neppure il divieto di

quella tale associazione che per un _grano_ (cent. 2) la settimana

forniva ai contribuenti gratuito, se tale poteva dirsi, ed associo e

sepoltura e mortorio e messe ed altri postumi suffragi[481].

[481] R. Decreto del 15 Gennaio 1783.

Il morto volgare veniva acconciato in portantina, scoverta o no. La

distinzione s'avea anche in questa, perchè esisteva una gradazione

esteriore, dal cuoio nero semplice al legno lucido, ed ornato con un

pennacchio in alto, un cranio su due stinchi incrociati davanti, ed il

motto: _Memento mori_[482].

[482] _Galt_, _op. cit._, p. 50. Vedi nel presente vol., p. 219.

Non era raro che una portantina comune con un cadavere dal viso

mostruoso e ributtante si scambiasse per altra, rallegrata da un bel

viso sorridente, e viceversa. Hager si disse vittima di questo equivoco,

e lo ricordava con terrore[483].

[483] _Hager_, _Gemälde_, pp. 118-19.

Eppure, la vista di cotali spettacoli non dovea essere così brutta come

ne è adesso per noi il semplice ricordo. Ci si era nati, cresciuti, e

perciò abituati: ed a forza di giornaliere ripetizioni doveva tenersi

come una delle cose ordinarie della vita.

Fin nelle feste dei bimbi e dei fanciulli, e nelle strenne, che loro si

facevano e si fanno credere regalate dai congiunti trapassati, le triste

immagini potevano ricomparire, frammischiarsi, senza turbare i miti

sogni delle anime tenerelle. L'Arcivescovo Filangeri, fungendo da

Presidente del Regno (1773 e 1774), volle per due volte consecutive,

all'avvicinarsi della fiera per la commemorazione dei defunti, disporre

«che non si lavorassero le antiche immagini o figure di qualunque si sia

sorte di morti, di scheletri, di ossa, di teschi»[484] (anche di teschi

manipolati dai dolcieri per le strenne fanciullesche!); ma non si hanno

prove che con la venuta del novello Vicerè si fosse ottemperato al bando

presidenziale.

[484] _Galt_, _op. cit._, p. 50. Vedi nel presente vol., p. 219.

Il provvedimento governativo per le seppellizioni nel nuovo cimitero di

S. Orsola non abolì l'uso delle inumazioni nelle chiese, ma ne diminuì

il numero. Le cosiddette sepolture _gentilizie_ continuarono a ricevere

i cadaveri di quelle famiglie che ne avessero la proprietà. Conventi e

monasteri erano per questo preferiti; ma preferiti erano, esclusivamente

per le donne, i sotterranei delle Cappuccinelle e, indistintamente per

gli uomini e per le donne, le catacombe dei Cappuccini. Lì

s'accoglievano le dame e le gentildonne dei migliori casati, e, vestite

da cappuccine, venivano allogate in nicchie; qui, invece, nobili,

civili, ecclesiastici, maestri, i cui congiunti potevano fare la spesa

del colatoio e del posto avvenire. In che forma, dopo essiccati,

venissero ridotti e come acconciati, si vede ancora nella triste

necropoli, che tutti i viaggiatori hanno con senso di ribrezzo visitata,

e dove solo un poeta di alta forma trovò non invidiabile ragione

d'ispirarsi.

La descrizione che ne lasciò Ippolito Pindemonte è artistica:

.... spaziose, oscure

Stanze sotterra, ove in lor nicchie, come

Simulacri diritti, intorno vanno

Corpi d'anima vôti, e con que' panni

Tuttora, in cui l'aura spirar fur visti

Sovra i muscoli morti e su la pelle

Così l'arte sudò, così caccionne

Fuori ogni rumor, che le sembianze antiche,

Non che le carni lor serbano i volti

Dopo cent'anni e più: morte li guarda

E in tema par d'aver fallito i colpi[485].

[485] _Pindemonte_, _I Sepolcri_.

Bei versi, invero, che non fanno onore ai gusti del malinconico Cantore

veronese, ma che bastarono a far dare il nome di _Via Pindemonte_ alla

strada dei Cappuccini.

Ora anche nel seppellimento una distinzione non poteva mancare. Tra le

gallerie ve n'era una anche pei nobili, e dove, mummificati e vestiti

d'un sacco nero i corpi di persone dozzinali venivano ordinariamente

appesi alle pareti, quelli di distinto casato, dissecati a quel modo ed

avvolti nei propri panni e veli, «con sacchetti d'erbe aromatiche sul

petto» venivan chiusi in casse, o bacheche, le quali il vecchio custode

del luogo apriva ai curiosi visitatori[486].

[486] _Rezzonico_, _op. cit._, v. I, pp. 52-53. Non c'è forse viaggiatore

che giungendo a Palermo non abbia cercato di visitare e poi

descrivere queste catacombe, ora non più aperte alle seppellizioni.

Se non andiamo errati, il primo straniero che ne abbia fatto

menzione fu nel 1726 D'Orville (in _Sicula_, pars I, caput V, p.

45; Amstelodami, MDCCLXVI). Seguirono nel 1770 Brydone (lett. XXV);

nel 1785 Münter (v. I, pp. 4-5); dopo il 1787 Bartels (v. III,

lett. XXXIV); nel 1793 il citato Rezzonico e poco dopo Hager (pp.

168-85).

_Capitolo XXIV._

_PARTECIPAZIONI._

Il lettore non tema di essere attristato con altre notizie funeree. Chi

muore giace, e chi vive si dà pace, dicono per proverbio i Toscani; ma

più efficacemente i Siciliani: _Tintu cu' mori, ca cu' arresta si

marita_. E proprio pei maritaggi, come per i ricevimenti, le gale, i

balli, i monacati, partivano gl'inviti da un palazzo e andavano ad un

altro, espressione della _grandeur_ delle titolate famiglie. Non un

invito che deviasse dal suo natural cammino, non una partecipazione che

uscisse dalla cerchia entro la quale se ne stava la classe elevata. Se

inviti per alcuno di essa dalla media classe partivano, raro è che,

giunti, si tenessero, per quanto graziosamente accolti; e se si

tenevano, circostanze e ragioni speciali dovevano averne determinata

l'accettazione: o che tra l'uno e l'altro dei due ceti fosse un'amicizia

tale da imporre a questo di spedire, a quello di accogliere l'invito

gentile, o che nel gentile patrizio fosse una singolare degnazione.

Senza di questo ciascuno rimaneva al posto che gli competeva.

Per quanto piccola, questa faccenda delle partecipazioni è una curiosità

anch'essa. Se ai dì nostri sono elementi di cronaca mondana la cravatta

di uno scombiccheratore di versi, la sottoveste d'un accozzatore di note

musicali, il tacco degli stivalini d'una _Nanà_ qualsiasi, e le più

futili cose della vita giornaliera assurgono ad importanza che rivela

soltanto la nostra miseria, perchè non devono queste dimenticate

delicatezze dei nostri vecchi entrare nella storia della eleganza

siciliana?

In una delle splendide sale del Palazzo Butera in Palermo[487] è la

ricca biblioteca della Casa. Tra i manoscritti del Duchino di Camastra,

che, dopo il 1805, dovea essere D. Giuseppe Lanza e Branciforti,

Principe di Trabia e di Batera, ed uno dei più colti ed affabili

letterati del sec. XIX, v'è un volume che fa per noi[488]. Giovinetto

ancora, l'intelligente patrizio piacevasi di prendere appunti nel

_Diario palermitano_ che il venerando Villabianca metteva in propria

casa a disposizione di lui[489]: e certo a siffatta amicizia è da

attribuire la spiccata tendenza del futuro scrittore alla erudizione

patria. I dotti lo chiamavano alle loro adunanze: ed una stampa del

tempo, che fa parte di quel volume, dice così:

[487] Vedi nel cap. II, p. 15.

[488] _Opuscoli_, t. 5, a. 1795. Ms. di proprietà dell'On. Pietro Lanza

Principe di Trabia, a cui siamo grati di aver egli messo a nostra

disposizione questo ed altri pregiati mss.

[489] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1796, pp. 583-85.

L'ACCADEMIA PALERMITANA DEL BUON GUSTO. DOMENICA LI 2 8BRE 1796

ALLE ORE 22 NEL PALAZZO DELL'ECC.MO SENATO IL SAC. D. GIOVANNI

D'ANGELO RECITERÀ UN DISCORSO CHE HA P. TITOLO LA GALLERIA DI

VERRE. SI PRIEGA IL SIG.RE DUCHINO CAMASTRA AD INTERVENIRE.

È, come si vede, una formola ordinaria, la quale verrà subito compresa

quando nel corso di quest'opera si leggerà che cosa fosse

quell'Accademia, e perchè si adunasse nel Palazzo del Senato, ed alle

ore 22.

Sotto l'anno 1795, il volume Butera offre le più distinte forme

tipografiche e letterarie di partecipazioni. Scorriamone qualcuna.

Sono pezzetti di carta di filo, non più larghi di dieci, non più lunghi

di sette centimetri. Lo stampato vi è incorniciato in fregi incisi e

litografati con disegni di artisti d'allora: ben povera cosa, invero,

che però non andava senza il nome latino degli autori: _Franciscus

Gramignani_, ovvero _Michael Ognibene sculpsit_. Si capisce che le

cornicette servivano ad inquadrare qualunque comunicazione. Ma in tanta

modestia di dimensioni e di forma quale profumo di gentilezza!

Eccone uno, il primo, che s'infiora del sorriso d'una nobil donna a

tutti nota:

LA MARCHESA DELLA CERDA

MENTRE DIVOTAMENTE LA RIVERISCE

SI DÀ L'ONORE DI SIGNIFICARLE IL GIÀ CONCHIUSO

MATRIMONIO

DI D. GIUSEPPE DI SANTO STEFANO

MARCHESE DELLA CERDA

SUO FIGLIO

CON D. GERTRUDE RUFFO

ZIA DEL PRINCIPE DI SCILLA

E CON PIENO OSSEQUIO SE LE RASSEGNA.

Non abbiam modo di vedere se la egregia Marchesa fosse, come pare,

vedova e, come supponiamo, madre di quel giovane che in Roma incontrò la

famosa avventura di strappare dalle unghie della gendarmeria pontificia

l'amico suo Cannella; ma se era la madre, essa deve aver presa molta

cura dell'ardito e sventurato abate, quando egli potè impunemente

ritornare a Palermo.

Eccone un altro, al quale mancano le forme tipografiche di epigrafia:

ESSENDOSI DI GIÀ STABILITE LE NOZZE FRA D. FRANCESCO PAOLO DI

MARIA AGLIATA PRIMOGENITO DEL BARONE DI ALLERI, E D. CASIMIRA

DRAGO, E MIRA FIGLIA DELLA MARCHESA D. FLAVIA DRAGO, E MIRA, IN

DISCARICO DI SUA ATTENZIONE IL BARONE DI ALLERI PADRE NE

PARTECIPA L'ADEMPIMENTO.

Non è bello, ma in una collezione non guasta.

Ecco uno sposo che, forse per esser privo dei genitori, _nomine proprio_

annunzia a parenti ed amici i suoi sponsali:

IL PRINCIPE DELLA CATENA

NELL'ATTO CHE DIVOTAMENTE

RIVERISCE L'E. V.

LE PARTECIPA LA CONCLUSIONE

DEL SUO MATRIMONIO, COLLA SIG. D. CATERINA

REQUESENZ, E BONANNO,

FIGLIA DEL PRINCIPE DELLA PANTELLERIA

E SPERANDO I GRAZIOSI EFFETTI

DI GRADIMENTO

SU DI QUESTI DOVEROSI UFFICI SE LE RASSEGNA.

Il padre della sposa avea una paginetta aneddotica nel zibaldone ms.

d'un aromatario d'allora; ma noi non saremo così indiscreti da

richiamarla a proposito d'una festa gentile di gentilissima fanciulla. E

seguitiamo a sfogliare il volume del Duchino di Camastra.

La seguente è una partecipazione di due signoroni, l'uno forse

congiunto, o tutore della sposa, l'altro sposo:

IL PRINCIPE DI MONTELEONE

ED IL PRINCIPE MARCHESE DI GIARRATANA

NELL'ATTO DI RIVERIRLA DIVOTAMENTE

LE PARTECIPANO IL CONCHIUSO MATRIMONIO

TRA D.A FELICE DI NAPOLI, E NASELLI,

FIGLIA DEL SIG. PRINCIPE DI RESUTTANO

ED IL SUDETTO PRINCIPE MARCHESE

DI GIARRATANA,

E SI RESTANO ALLA DI LEI UBBIDIENZA.

Questo pei residenti nella Capitale; ma quando gli amici eran lontani,

forma e formola cangiavano: lo stampino minuscolo diventava un foglio

grande di carta, e la dicitura epigrafica passava in epistolare. In

proposito incontriamo una lettera stampata della Principessa di Cutò in

Napoli alle sue nobili amiche in Palermo:

_Eccellenza._

_Piacente novella recherà a V. E. questo mio divotissimo foglio

della conclusione del Matrimonio tra la mia nipote D. Nicoletta

Filingeri figlia del fu Duca di Misidindino mio primogenito, ed

il Principe della Motta unigenito del Duca di Baranello.

Ascriverà l'E. V. questo mio ufficio come testimonianza di mio

rispettoso ossequio alla sua degnissima persona, e famiglia,

mentre io contrasegnandole l'onore de pregiatissimi suoi comandi

costantemente mi ripeto_

_Di V. E._

_Napoli, 18 Agosto 1798._

Div.ma Obl.ma serva e par[tecipan]te

_La Principessa di Cutò_.

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1 · 第 16 / 21 题