I dati statistici confermano questa notizia.

Fino al 1647 soltanto le dame della prima aristocrazia si servivano

della carrozza. Gli uomini andavano a cavallo, ed i ministri regi del

Sacro Consiglio, i Presidenti ed i giudici, in chinea bianca, preceduti

da valletti e con gli algozini a fianco, che portavan alto le verghe

della potestà. Ebbene: fino a quell'anno le carrozze non erano più di

72. Un secolo e trentacinque anni dopo, nel 1782, erano più che

decuplicate: 784! senza, contare le timonelle, le carrozze dei militari,

dei signori regnicoli (provinciali), e non so quali altri veicoli del

genere.

Questa la ragione dell'eccesso di vetture notato dagli stranieri.

Eppure esso sarebbe stato comportabile, anche nel suo movimento

vertiginoso, se gravi inconvenienti non lo avessero accompagnato nelle

solite vie maggiori. Cocchieri padronali che voglion sopraffare

cocchieri da nolo; padroni che lasciano soverchiare, anzi impongono ai

loro cocchieri che soverchino il pubblico dei pedoni e passino primi ed

oltre, quali che i pedoni siano; carrozze e portantine che si fermano a

tutto comodo ed a tutta jattanza di chi vi è dentro, od escon dalle file

prescritte dall'autorità, invadendo il limitato spazio ed arrestando il

passaggio, non pur loro, ma anche di quanti debbono o vogliono andare a

piedi: ecco quello che si vede tuttodì. Ciò che oggi si dice _'mbrogghiu

di carrozzi_ (inviluppo, confusione; impedimento di libero corso) trae

appunto da questo abuso, che nè raccomandazioni, nè minacce, nè

punizioni, nè multe riuscivano ad infrenare[264].

[264] Vedi in proposito il bando viceregio di Marcantonio Colonna di

Stigliani in data del 12 Settembre 1777, che ne richiama un altro

del 23 Giugno 1767.

D'altro ordine sono le disposizioni del Senato pel tragitto per le

feste di S. Rosalia, del Senato pel passeggio e le fermate delle

carrozze, dei calessini, delle sedie volanti, delle persone a

cavallo nel Cassaro per le feste di S. Rosalia. Notiamo, p. e.,

quella del 10 Luglio 1796.

Di siffatta jattanza volle trarre partito per migliorare certe vie della

città, battute di continuo da veicoli e da uomini, il Vicerè Caracciolo.

Amico di lui era il Regalmici, che non poteva non approvarne le audacie

edili; e di questi erano amici, e del Vicerè ammiratori, il Sorrentino,

il Prades, il Castelnuovo, il Cefalà, sulla energia dei quali poteva

fare sicuro assegnamento.

Allora, guardando alle deplorevoli condizioni delle strade ed al guasto

che tuttodì veniva ad esse dalle carrozze, pensò come da tanto male

trarre altrettanto bene: richiamò certa disposizione di una tassa

annuale di tre onze non prima applicata, e ne decretò l'attuazione per

la durata di soli quattr'anni, tassa da pagarsi da tutti i padroni di

carrozze. Ciascuna rata avrebbe dato un introito di 2352 onze all'anno,

e questa sarebbe bastata al lastricamento di una parte delle vie Toledo

e Macqueda.

Dodici onze, per quanto scompartite, erano una spesa, ed i proprietarî

di carrozze si misero a sbraitare. -- «A buoni conti (mormoravano) che

si pensa di fare questo paglietta?... (_paglietta_, come si sa, nobili e

civili chiamavano il Caracciolo). Di punto in bianco vuole aggiustare il

mondo! Dopo di essersela presa con Dio ed i Santi, viene a prendersela

con la Nobiltà, solo perchè essa ha delle carrozze». -- «Sta a vedere

(osservavano altri) che il Cassaro, la Strada Nuova vanno in rovina per

noi! come se le carrozze delle Autorità non sciupassero il pavimento

esse pure!...». E con queste ed altre querimonie molti si accordarono di

non cedere, o, tutt'al più, di cedere solo alla forza.

La Deputazione incaricata della nuova tassa, sicura dell'appoggio

vicereale, si disponeva ad energiche risoluzioni. Venne l'ora delle

riscossioni, e mentre molti imprecando pagavano, altri si rifiutavano

bravando. Allora s'impegnò una lotta accanita, ma disuguale; piovvero le

coerzioni giudiziarie. Il Governo, limitando la libertà personale, che

era sua recente preoccupazione, faceva pegnorare molte carrozze: questa

sorte toccò anche alla Marchesa Geraci. Alle pegnorazioni seguirono le

vendite. Il Duca Colonna di Cesarò con gran rumore e generale dispetto

vide portata via la sua carrozza alle Quattro Cantoniere, dove, tra

perchè il provvedimento pareva odioso e perchè la popolazione era

ostile, nessuno volle comperarla.

I ricorsi alla Corte di Napoli non tardarono: e la Corte fece dare alla

potente Marchesa soddisfazione del pubblico affronto; ma permise

sequestri alle rendite dei morosi. I nobili ne sorrisero; i Deputati per

le strade sogghignarono; gli uni e gli altri in apparenza soddisfatti;

in sostanza scontenti, perchè, correggendo la forma, il provvedimento

regio lasciava le cose come stavano.

Esenti dalla nuova tassa e quindi liete rimasero le timonelle e i

_carriaggi_ comuni di persone del popolo.

Così davasi opera ai lastricati (_balatati_; 21 marzo 1782), che poi

dovevano costituire la gloria non solo del Regalmici, ma anche di altri

Pretori.

Quasi contemporaneamente avveniva un fatto che ha relazione col nostro

argomento.

Menava gran vanto di sè una certa Unione di locatarî di vetture e di

cavalli, la quale accampava non so che diritti di privativa concessi dal

Senato. Un D. Vincenzo Bosio, rappresentante di essa, visto che gli

affari della Società non andavano bene, pensò di richiamarsene al

Vicerè.

Evidentemente D. Vincenzo non conosceva l'uomo: e l'uomo, appena letto

il ricorso e sentito il parere della giunta dei Presidenti e del

Consultore, scrisse al Senato una delle sue taglienti lettere

annunziandogli di avere sciolta l'Unione, cancellati i capitoli di essa

e conceduto piena libertà ai privati di prendere a loro scelta vetture e

cavalli[265].

[265] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl_., v. XXVII, pp. 410-14. --

_Provviste del Senato_, a. 1784-85, pp. 381-82, 468. -- _D'Angelo_,

_Giornale_ ined., a. 1791, p. 7.

Torniamo alla tassa. Scorsero i quattr'anni prescritti, e si sperava non

se ne sarebbe più parlato; ma essa venne inasprita con la inclusione di

altri veicoli non tenuti di conto dianzi. Il 16 marzo del 1786 si torna

a pubblicare il bando sopra le carrozze con la seguente gradazione di

imposta: carrozze padronali, onze tre; birocci, timonelle, ossia

_tarioli_, _canestri_ a due cavalli senza cocchiere, padronali o di

affitto, due; _carriaggi_ ad un cavallo, carri da buoi, carretti, da

città e da fuori, onza una e tarì quindici; sedie volanti, onza

una[266].

[266] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1796, p. 625.

Stavolta le mormorazioni dei nobili trovarono eco tra' civili e tra'

plebei, e nessuno potè negare che l'esempio del Caracciolo era stato

fatale anche alla povera gente, che per un tozzo di pane dovea lavorare

giorno e notte all'aria aperta, alla pioggia, al sole, al vento, e di

questo scarso pane farne parte in danaro alla Deputazione per le strade.

Quello poi che toccava il colmo era la gravezza sulle seggette, per le

quali incominciava già la crisi della concorrenza dei _tarioli_, e la

fatica era, più che da uomini, da bestie.

La tassa rimase fissa per gli anni che seguirono, e l'ottocento, sotto

questo punto di vista, ereditò dal settecento un introito sicuro di

quasi tremila onze all'anno.

Scorrendo la lista dei tassati per quartieri nel giugno del 1801,

sorprende la differenza tra alcuni di essi. Quello di Siralcadi (Monte

di Pietà) era 559 onze; quello della Loggia (Castellammare), 645,15;

l'altro dell'Albergaria (Palazzo Reale), 650,15; quello, infine, della

Kalsa (Tribunali) 1071,15: totale 2926,15.

Donde tanta grazia d'involontarî contribuenti nel quartiere dei

pescatori della Kalsa? È chiaro: dal maggior numero di signori che vi

abitavano.

_Capitolo XIII._

_ABITUALE ASSENZA DEI PROPRIETARII DALLE LORO TERRE; TRISTE CONDIZIONE

DEI CAMPAGNUOLI._

Una barbara parola recente, _assenteismo_, risponde alla inveterata

abitudine di certi signori, di stare lontani dalle terre o dalle tenute

di loro proprietà.

Quest'abitudine, divenuta sistema, era ordinaria e quasi comune. Vuoi

per naturale ignavia, vuoi per carezzevole inclinazione alle beatitudini

dei grandi centri, vuoi per difetto di sicurezza e di strade, essi

abbandonavano a gabelloti i loro fondi. Li abbandonavano anche per altra

ragione, o per altra serie di ragioni. Villani poveri, spesso

impossibilitati a pagare, anticipazioni che occorreva far loro, lamenti

sull'anno cattivo, sulle piogge abbondanti, sulle inondazioni

devastatrici, sulle prolungate siccità; malsania insidiosa e letale di

lunghi tratti di terreni, distoglievano dal tenere per proprio conto

fondi, nei quali increscevole tornava loro lo stare. I baroni

riconobbero molto commodo essere in relazione con una sola persona che

pagava puntualmente ed anche anticipatamente[267]; si separarono dalla

terra e dai coltivatori, e si ridussero nelle città inciprignendo così

una piaga già da lungo tempo aperta.

[267] _G. Salvioli_, _Il villanaggio in Sicilia e la sua abolizione_, p.

25. Roma, 1902.

I viaggiatori più spassionati, giungendo da Messina o da altri paesi

dell'Isola per via di terra a Palermo, ne rimanevano impressionati, e

non potevano non prenderne nota. «Noi trovammo, dice de Saint-Non, i

nostri baroni palermitani passare voluttuosamente la vita in molle e

dolce ozio mangiando a due palmenti il prodotto di quella loro terra che

essi non visitarono mai»[268]. Il naturalista Stolberg, fermandosi un

giorno (4 giugno 1792) nell'ampio, abbandonato palazzo del Marchese di

S. Croce, di qua da Mongerbino, messosi a conversare con l'ospitale

castaldo, potè per sicure informazioni scrivere che «questi palazzi non

hanno mai visti i loro proprietari: e che vi son baroni, morti senza

aver mai visitati i loro beni»[269].

[268] _De Saint-Non_, _op. cit._, v. IV, I. part., p. 156.

[269] _Zu Stolberg_, _Reise_, III, p. 316.

A siffatti inconvenienti alludeva Paolo Balsamo quando nel maggio del

1808, presso il Ponte di Vicari, si permetteva di raccomandare al

Principe di Fitalia che con le sue splendide carrozze e livree trottasse

di meno nella passeggiata della Marina e di Toledo, e che invece

cavalcasse di più per le campagne[270]. Eppure il Fitalia era uomo molto

serio!

[270] _P. Balsamo_, _Giornale_, p. 14.

Questa lontananza si rifletteva sulla cultura delle terre e su coloro

stessi che dovevano attendervi. Un mediocre ma pomposo economista

palermitano del tempo, dopo avere riconosciuto il principio che in un

paese agricolo come la Sicilia le campagne debbano essere popolate più

che la città, lamentava la pratica siciliana del tutto contraria, cioè

che non si pensasse a popolare la campagna, e che di tutte le

popolazioni dedite all'agricoltura non si formasse una città sola. E,

con vedute nuove tra i suoi contemporanei, aggiungeva: «che in essa

tutti i coltivatori che voltarono le spalle alle campagne si ammettono

tra il numero di domestici; e per nostra maggiore vergogna si lasciano

unire al folto stuolo dei poveri volontarj e sovente dei vagabondi

viziosi. Con ciò si accresce il lusso, si moltiplicano le spese, ed

intanto! Ed intanto la nazione diviene sempre più miserabile»[271].

[271] _Dom. Giarrizzo_, _Prospetto dei saggi politici ed economici su la

pubblica e privata felicità della Sicilia_, p. 23. Palermo, G.

Sulli, MDCCLXXXVIII.

Anche questo fatto era evidente pei forestieri, ed uno tra i più

temperati osservava: «Le abitazioni son troppo lontane dai fondi. Il

contadino perde quattr'ore il giorno per andare e venire. Stanco di

queste gite, ha poca energia di lavorare. Bisognerebbe trovar modo di

diminuire tanta perdita di tempo e di accrescere le abitazioni rurali.

Qua e là i lavori mi son parsi solo per metà compiuti: nè io saprei dire

se per difetto di braccia o per mancanza di danaro; il che però non si

riterrà improbabile quando si pensi che nella raccolta dei frutti non si

attende che maturino.

«Il contadino diviene proprietario con un censo ch'egli paga al suo

padrone. A questo censo, molto acconcio a moltiplicare i coloni ed a

migliorare il suolo, bisognerebbe aggiungere la costruzione di vie

praticabili, in guisa da rendere agevole ed a buon patto la circolazione

delle derrate e soprattutto del grano, il cui trasporto vien compiuto a

schiena di mulo, e perciò con difficoltà, lentezza e spesa»[272].

[272] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XII, pp. 168-69.

Su quest'altro punto i lamenti dei forestieri non hanno riserbo. Münter,

andando da Palermo ad Alcamo, rilevava, cosa notata dianzi, che la

strada buona non andava oltre Monreale. «Al di là non si trova quasi

vestigio di pubblica via carrozzabile, e quindi l'unione ed il traffico

tra le città siciliane sono straordinariamente impediti, ed in certi

punti, quando la neve cade in abbondanza, tagliati. Invece di strade,

oltre quel paese, non sono altro che sentieri, su dei quali appena due

cavalli possono andare tra loro vicini: e perchè l'intera contrada è

molto montuosa e di nude balze ripiena, così tali passi sono assai

ripidi, formando al tempo stesso delle tortuosità che allungano sino a

trenta miglia circa la strada da Palermo ad Alcamo, che in linea retta

non sarebbe più di diciotto»[273].

[273] _Münter_, _op. cit._, vers. di F. Peranni, ecc., v. I, p. 28.

Palermo, 1823.

Chi sappia come il Münter viaggiasse tra noi nel 1785, penserà che, a

buoni conti, qualcosa di meglio possa essere stato più tardi. Ma non è

così. Sul finire del secolo, un altro economista palermitano non sapeva

acconciarsi al pensiero che una derrata prodotta in un distretto

dovesse, a cagione delle difficoltà e delle spese di trasporto,

consumarsi nel distretto medesimo; «donde l'abbondanza disgustosa, al

tempo stesso che un altro distretto n'era privo e che avrebbe pagata ad

un mediocre prezzo». Necessarie quindi le strade agevoli al trasporto

verso le città e i luoghi marittimi. Le spese sarebbero state minori

«non solo a riguardo di un minore tempo da impiegarvi, ma a risguardo

pure che ai cavalli ed alle mule da soma si sarebbero agevolmente potuto

sostituire delle carrette ben serrate, senza esporre i grani e le

derrate all'adulterazione, bagnamento ed altre solite frodi dei

vetturali»[274].

[274] _V. E. Sergio_, _Lettere sulla Polizia delle Pubbliche Strade di

Sicilia_, pp. XV-XVI e XX. Palermo, MDCCLXXVII, Rapetti.

Un'altra osservazione, pur essa nuova, scaturisce dalla coltivazione

della terra, resa, per difetto di animali, insufficiente.

La zappa non basta: ci vuol l'aratro, e l'aratro ha bisogno di bovi. Ora

i bovi, quando i baroni tenevano per conto proprio i loro feudi,

producevano. Da un certo tempo una pessima pratica era venuta

consigliandone la macellazione. L'esiziale esempio partì da due illustri

signori palermitani. Le campagne rimasero prive o scarse di bestiame: e

quando la crisi non potè più nascondersi, fu coraggiosamente gridato

doversi rifare, anche obbligandosi i signori all'antica economia rustica

di coltivare per conto proprio i loro feudi; il bisogno di far maggesi,

di abilitare gl'inquilini, avrebbe riprodotto il bestiame grosso, ed i

baroni si sarebbero rimessi nell'avita ricchezza. Gran danno invece

l'abbandono della cultura dei propri feudi, la perdita dei capitali

dalla campagna estratti; onde la decadenza dell'agricoltura, la povertà

dei _bracciali_, uomini addetti alla cultura della terra! Tutto, nel

modo che vedremo nel seguente capitolo, fu speso e consumato: ed il

lavoratore, che si conduceva conformemente a ciò che vedeva praticare e

che aveva appreso dai suoi padri, rimaneva sempre nella ignoranza dei

migliori metodi di coltivazione[275]. La terra produceva solo quello di

che la forza della natura benefica era capace; terra sfruttata sempre,

limitatamente aiutata dalla mano dell'uomo più che l'opera di viete e

dannose pratiche.

[275] _Giarrizzo_, _op. cit._, pp. 21-22, 24-28 e 30.

Pietro Lanza di Trabia ripeteva la decadenza dell'agricoltura in Sicilia

dalla povertà dei contadini, dalla falsa loro credenza che il lor

mestiere fosse il più vile, dalla condotta dei proprietarî che davano le

loro terre _in estaglio_, o in amministrazione, a persone che

scrupolosamente ripetevano quel che avevan visto fare ai loro nonni, dal

difetto di cognizioni agrarie, comuni fuori Sicilia[276]; proponeva

quindi un «Teatro agrario, o un Educandario», in cui potesse la gioventù

istruirsi nell'agricoltura[277].

[276] «Inceppato da ogni parte il commercio, oppressa l'agricoltura da

fidecommessi e da vincoli feudali; le nostre pratiche agrarie

irremovibili per inveterate usanze ereditarie; ignorati o non

applicati i metodi novelli». F. P., _Elogio di Niccolò Palmeri_; in

_Palmeri_, _Somma della Storia di Sicilia_, p. VII. Palermo, Meli,

1850.

[277] _P. Lanza, Principe di Trabia_, _Memoria sulla decadenza

dell'Agricoltura nella Sicilia_. In Napoli, MDCCLXXXVI.

Questo lavoro, di capitale importanza per gli studi agricoli,

economici e sociali del tempo in cui fu scritto e per le larghe

vedute dell'A., meriterebbe di esser degnamente conosciuto e

pregiato.

Il concetto, non raccolto allora da nessuno, neanche dal Re, al quale

veniva manifestato, doveva più tardi con altezza d'intendimenti

patriottici esser tradotto in pratica dal Principe di Castelnuovo;

concetto ragionevole, giacchè molti dei proprietari di grandi territorî

non avevano essi stessi idea esatta, compiuta di quel che occorresse per

migliorare i campi senza perder di vista la classe minuta che vi sudava.

Quanti han vissuto la vita della seconda metà dell'ottocento e respirano

le prime aure del novecento credono coscienza nuova, e però affermazione

suggerita dalla evoluzione dei tempi, il diritto degli umili a vivere

per mezzo del lavoro, la considerazione per la loro triste

condizione[278]. Scendendo a particolari, essi guardano con singolare

interesse quelli tra gli umili che intristiscono nelle asprezze dei

campi.

[278] Commiserava i poveri facchini del settecento Santacolomba, _op.

cit._, p. 377; i _bracciali_, Giarrizzo, pp. 46-47.

Eppure dovrebbero ricordare, e con soddisfazione ricordiamo anche noi,

che prima assai di essi e di noi (che con premuroso affetto seguiamo le

sorti dei diseredati dalla fortuna), una eletta di scrittori siciliani

nel secolo XVIII, senza apparato teatrale, senza pubblicità di giornali,

ma con idee che potrebbero dirsi moderne e sono antiche quanto il

Vangelo, perorava la causa di questi grami lavoratori e ne metteva in

evidenza l'opera proficua. Noti sono agli studiosi Antonio Pepi e

l'Ayala, il Guerra ed il Gallo-Gagliardo ed il forte Sergio; ma costoro

non son soli, nè, forse tutti, i più energici per quanto autorevoli.

Altro uomo, illustre nella poesia, sentì la missione rigeneratrice pei

poveri campagnuoli assai più e meglio che qualsivoglia altro

contemporaneo. Alle più sane fra le dottrine sociali d'oggi egli

precorse con un contributo di osservazioni maturate nel silenzio delle

pareti domestiche e nel raccoglimento dello spirito stanco delle

brutture della società. Qualcuno saprà che Giovanni Meli, scendendo

alcune volte dalle sublimi sfere della fantasia studiasse l'amara realtà

dei bisogni del popolino; ma pochi sapranno che argomento di sue cure

speciali egli facesse le condizioni miserrime degli uomini addetti

all'agricoltura ed alla pastorizia[279].

[279] _G. Meli_, _Riflessioni sullo stato presente del Regno di Sicilia

(1801) intorno all'agricoltura e alla pastorizia_. Autografo

pubblicato per cura del Prof. G. Navanteri. Ragusa, 1896.

Ora tra le verità da lui formulate è questa: che la gente civile era

così affascinata dal guasto del tempo che non s'accorgeva di essere

ingiusta verso i suoi benefattori. Questi benefattori, diceva, sono i

bifolchi, sono i villani, che bagnano del loro sudore la terra per

trarne i più salutari alimenti, d'alcuni dei quali non è loro concesso

un boccone, perchè tutto devono vendere alla Capitale.

Nel poema _D. Chisciotte e Sancio Panza_ questa verità egli, temendo che

per la sua crudezza potesse destare l'indignazione dei maggiorenti, la

mise in bocca allo stravagante eroe, il quale così ragionava:

Vui autri picurara e viddaneddi,

Chi stati notti e jornu sutta un vàusu

O zappannu, o guardannu picureddi,

Cu l'anca nuda e cu lu pedi scàusu,

Siti la basi di cità e casteddi,

Siti lu tuttu, ma 'un n'aviti làusu;

L'ingrata Società scorcia e maltratta

Ddu pettu chi la nutri e unni addatta[280].

[280] _Meli_, _Riflessioni_ cit., p. 8. -- _Poesie: D. Chisciotte_, c.

II, st. 21.

Egli stesso, aprendosi intimamente ad amici che sapevano comprenderlo, e

rimpiangendo che la Sicilia non avesse arti, nè manifatture, nè

commerci, riaffermava: tutto doversi ripetere dalla terra, che forma la

base, e dal mare che circonda l'Isola disagiata[281].

[281] Lo stesso, _Carteggio inedito_, pubblicato da G. Boglino, p. 55.

Palermo, 1881.

E poichè un certo risveglio a favore dell'agricoltura e quindi della

povera gente di campagna venivasi accennando e prometteva di

fortificarsi per impulso specialmente di pochi intelligenti signori che

vi pigliavan parte attiva, un amico del poeta, il Marchese Giarrizzo,

sosteneva: «La Società è in obbligo di prestare agl'individui che la

compongono i mezzi di sussistenza; questi non può procurarglieli, perchè

siano reali ed effettivi, che con l'agricoltura; ogni altro mezzo è

certamente precario»[282].

[282] _Giarrizzo_, _op. cit._, p. 16.

Non meno esiziale agli interessi agricoli della Sicilia deve ritenersi

la maniera ond'erano tenute le terre comunali. Il diritto di pascolare e

di legnare, indispensabile alla vita delle popolazioni rustiche,

anteriore a re ed a leggi, e da re e da leggi sempre riconosciuto,

impediva la coltivazione dei terreni; come la coltura che in alcuni si

faceva era sempre fittizia e poco o punto produttiva. I fondi del

comune, sentenziava il Gregorio, non son di nessuno; se non si usurpano,

si abbandonano o si trascurano, sì che divengono sterili e brulli. Le

terre poi a colture, perchè in mano a fittaioli, che le smungono a più

non posso, poco o punto ottenendone, ritraggono dai giurati che li danno

a fitto, ed i quali, perchè amministratori temporanei, non si

travagliano a promuoverne la maggiore e più permanente coltivazione. E

del resto l'amministratore d'oggi potrà domani esser fittaiolo![283].

[283] _R. Gregorio_, _Opere scelte_, 3ª edizione, p. 773. Palermo,

Pensante, 1853.

La impressione, pertanto, che lasciava la vista dell'interno e delle

coste dell'Isola era penosa: e non si riesce a comprendere, esclamava

maravigliato Hager, come mai la Sicilia possa essere stata, nei tempi

antichi, il granaio d'Italia![284].

[284] _Hager_, _Gemälde_, p. 199.

Qui un pauroso fantasma si leva a turbare le rosee speranze

dell'affaticato contadino e, salendo per la scala agricola, del colono.

Fissiamolo un poco questo fantasma, e riconosceremo in esso l'idra

divoratrice della miserabile classe dei campagnuoli. Ci soccorre con una

breve nota descrittiva un apologista del Senato, il Teixejra.

«Il colono riceve il frutto della terra inaffiata co' proprj sudori;

fatta la recollezione, un'indispensabile dovere l'obbliga ad esitarlo, e

ciò per soddisfare i diritti di terraggio, semente, cultura ed altri; e

non trovando così sollecito un compratore convien che ricorra ad un

trafficante usurajo, quale ceto di persone trovasi in ogni luogo: e da

questo riceve il prezzo, non a seconda della giustizia, ma regolato

dalla sola sete del guadagno. Ed ecco così, in pochissimo tempo,

arrivare il frumento di proprietà di un numero strabocchevole di coloni

al piccolo numero di trafficanti, o almeno de' fittajuoli, i quali,

ingrossata la massa, con questi mezzi dispongono dell'acquisto da'

padroni assoluti, e non lo mettono in vendita se non a prezzi

strabocchevoli»[285].

[285] _P. Teixejra_, _op. ined. cit._, t. I, § 243.

Che fremito di vita attuale in questa pagina, scritta più che un secolo

addietro! _Sunt lacrymae rerum!_

Ben è vero che il Monte Frumentario si contrapponeva a tanto danno di

uomini e di tempi; ma dal dì che venne istituito, esso non rispose mai

adeguatamente a' bisogni di chi vi ricorse. Gli interessi del 4% agli

appaltatori del Senato, del 5 ai proprietarî di grani introdotti nel

caricatore della città, del 6 a tutti i padroni esteri nei principali

caricatori del Regno, consumavano il capitale. Questo, già scarso, era

messo a pericolo dalle esigenze di chi offriva le sue derrate al Monte

rifiutandole a mercatanti avidi e disonesti: onde lo istituto venne a

fallire e, presso al fallimento, impose agli esausti cittadini sacrificî

superiori alle proprie forze, che li mettevano nell'alternativa o di

rifiutarsi ribellandosi o di sobbarcarsi impoverendosi.

E tornando là donde siamo partiti, cioè ai baroni, che, per non averne i

disagi, abbandonavano le loro vaste tenute, vediamoli un poco nella

Capitale.

La città offriva tutte le attrattive del tempo e della moda, circoli,

compagnie, feste, giuochi, passatempi, ai quali non era facile

rinunziare, anche perchè a molti gli espedienti per ben vivere stando

alle sicure entrate annuali non mancavano. Col fidecommesso i beni erano

accentrati; i secondi, i terzi geniti avean modo di limitare i loro

bisogni e certe esigenze fomentate dal fasto di famiglia. Il chiostro

poi non c'era per nulla.

_Capitolo XIV._

_NOBILTÀ E GARA DI FASTO._

La conquista normanna diede origine ad una monarchia a base di feudalità

e di privilegi, forza e vitalità di essa. Il feudo fu il substrato

dell'edificio che dovea sorgere e sorse. Crebbero i feudatarî e i

privilegiati, che costituirono una classe a sè con preminenze e diritti

non comuni. Crebbero per la natura delle primitive concessioni, e si

mantennero pel Diritto siculo, che il passaggio del titolo feudale

consente in linea retta, senza distinzione di sesso, fino all'ultimo e

più lontano gettone della famiglia e, in linea collaterale, sino al 6º

grado; e chi n'era investito, poteva alla sua volta, in virtù del famoso

_quos volueris_, se di tanto avea facoltà, concederlo, trasmetterlo a

capriccio.

Nel giorno della sua incoronazione (2 febbr. 1286) Re Giacomo creò ben

400 militi; 300 e più ne creò dieci anni dopo, per la sua, Federico II

l'Aragonese, innalzando a dignità di Conti un buon numero di

Baroni[286].

[286] _J. B. Caruso_, _Bibliotheca historica Regni Siciliae_, t. I, p.

144; t. II, p. 220. Panhormi, 1723. -- _R. Gregorio_,

_Considerazioni alla Storia di Sicilia_ ecc., lib. IV, cap. VI, n.

125.

Così nata l'alta classe, a poco a poco, col progredire dei secoli, col

succedersi degli avvenimenti, con gli incessanti bisogni dei sovrani,

diventava una legione con diritti e preminenze tutte proprie.

L'indirizzo impresso da Carlo III al Governo dell'Isola mirò anche a

ritornare ad usi gli abusi dei feudatarî, e gli usi a ricondurre nei

limiti compatibili coi tempi, assimilando alla feudalità di Napoli la

feudalità di Sicilia. E certo, se a questo non riuscì, a quello

accostossi con riforme sapienti, perchè non sempre fruttuose, vuoi per

incertezze del suo successore, vuoi per malferma volontà de' ministri e

vuoi per difficoltà di ordinamenti interni, non del tutto coerenti.

La fine del secolo XVIII offre la seguente statistica nobiliare: 142

Principi, 95 Duchi, 788 Marchesi, 59 Conti, e 1274 Baroni tra feudali e

di franco allodio[287]. Costoro erano tutti in legittimo possesso dei

loro titoli; però, oltre di essi, era un numero sterminato di persone

con titoli abusivi, non suffragati neanche da parvenze di successioni e

di antichità, di regolarità di concessione originaria o di legale

passaggio; onde quel severo dispaccio, comunicato al Senato palermitano,

col quale Ferdinando dichiarava per modo di regola (1799) che il

conceder titoli od altra distinzione d'onore fosse unicamente e

personalmente riservato alla sua Autorità[288].

[287] _Protonotaro del Regno: Indici d'Investiture_ voll. 1881-1883. Nel

R. Archivio di Stato di Palermo.

[288] _Provviste del Senato_, a. 1798-99, p. 733.

Come in Palermo, così a Messina, in Catania, in Siracusa, questi

titolati abitavano palazzi da gran signori; ma la loro signoria era

esercitata nell'interno dell'Isola. Nella Capitale, tutte le forme

esteriori di grandezza in equipaggi, livree, ricevimenti; lì gli avanzi

del baronaggio e degli usi feudali nel pieno loro vigore.

Nei dialoghi del giornale _Conversazione istruttiva_ del 1792, un

filosofo, pregato da un cavaliere che gli trovi un maestro pei suoi

figli, risponde che essi non istudieranno gran fatto. E che vorranno

essi fare se, usciti di collegio o liberi della custodia dell'aio, senza

la guida dei genitori, si troveranno slanciati nel gran mondo, vittime

della loro o inesperienza o tendenza malsana, tra teatri e banchi da

giuoco, tra sensali di cavalli e venditori di stoffe?[289].

[289] N. 2, Sabbato, 14 Genn. 1792.

Dai difetti biasimati da questo troppo catoniano filosofo defalchiamo il

molto che deve attribuirsi alla umana natura; siamo anche indulgenti

ripetendo dall'ambiente certe abitudini inveterate; questo è certo: che

rimane sempre molto di deplorevole.

La gara del lusso impelagava in ispese che non trovavan compenso nelle

entrate ordinarie e sicure. A molti patrimonî si dava fondo senza

smettersi dallo spensierato ed improvvido sperpero, che a fatale rovina

avea condotto famiglie per censo rinomate. Il regio Archivio di Stato in

Palermo pullula di processi giudiziarî, che accusano vecchi spenderecci

e giovani dissipatori, dal primo all'ultimo orgogliosi di un nome

onorato che non seppero illustrare, e di un casato alla cui corona non

curarono di aggiungere il verde d'una fogliolina. Accanto a patrizî

venerandi e benemeriti, che la gloria più bella riponevano nel ben fare

per la patria pel lustro edilizio, pel sollievo dei miseri, per le

istituzioni di carità, erano scioperati, che a nulla di grande, a nulla

di veramente utile volgevano l'animo. Rivaleggiando in occupazioni

lontane dalla virtù, la nobiltà radiosa delle opere impiccinivano in

manifestazioni, più che di volontà ferma, di velleità, senza un atto

energico che rivelasse la coscienza sicura del movimento estero, inteso

a trasformar tutto, mentre la inerzia locale tutto lasciava come

cristallizzato.

Un patrizio dei più buoni d'allora, che del patriziato scrisse con

dottrina di blasonista e con sincero entusiasmo e piena coscienza di

celebrare una degna istituzione, il Villabianca, ebbe sempre parole

roventi all'indirizzo dei malversatori delle proprie sostanze, e fremeva

perchè molti del suo ceto non fecondassero gli esempî degli avi, e

perchè nella pratica del bene restassero dietro a quelli del ceto medio,

i quali egli dichiarava inferiori.

Sotto la data del 30 agosto 1793, prendendo nota dell'arresto di un

allegro consuntore, faceva di costui uno dei tanti «seguaci della moda

libertina lussuriosa», ed usciva in parole molto ma molto gravi.

Inaugurandosi poi, in sostituzione dell'altra del 1676, la fontana della

Piazza del Carmine alla Albergaria, e sostenendone le spese il

Presidente di Giustizia altrove citato, G. B. Asmundo Paternò, non

nobile di nascita ma nobile di azioni, il Marchese Villabianca riteneva

vergognoso che non si emulasse la gloria di servire il paese in opere

pubbliche, e che i magnati del sangue si lasciassero superare dai

ministri di Legge. «Lo fa, diceva, il _paglietta_, perchè è virtuoso, e

si nega il magnate, perchè è vizioso. A lui il vizio fura le ricchezze e

lo fa vivere povero»[290].

[290] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1793, pp. 190-91; a. 1796, p.

387.

Quasi contemporaneamente l'ab. de Saint-Non trovava «gran quantità di

case nobili, ricche, fastose, belle donne e.... costumi da

Sibariti»[291].

[291] _De Saint-Non_, _op. cit._, t. IV, part. I, p. 138.

Questo, meno il poco detto dal de Mayer, è facile trovare nelle

scritture del tempo; quello però che si legge a stampa, desta un gran

senso di meraviglia.

Autori paesani e forestieri, ricercando la causa dell'ozio in Palermo,

la trovavano là dove realmente era: nel pregiudizio che un signore che

si rispettasse non dovesse in verun modo occuparsi di ciò che costituiva

occupazione ordinaria degli altri. Il ceto basso tribolava nelle fatiche

corporali; il medio sgobbava; ma il nobile non davasi punto da fare: non

sapendo sobbarcarsi alla modesta vita dell'impiegato, del mercante,

dell'architetto. Qualche eccezione era pel Foro; ma rara e da segnarsi a

dito. Due sole vie perciò rimaneva a battere: quella della milizia e

l'altra della Chiesa: e per esse si mettevano coloro che avevano la

sventura di esser nati dopo il primogenito, il quale, pel fidecommesso,

era il legittimo rappresentante della casa.

Questi cadetti pertanto entravano nei corpi distinti della milizia, dove

per lento corso potevan giungere a qualche grado. La disciplina militare

non era ostacolo alle inclinazioni succhiate col latte, mantenute dai

costumi delle famiglie, determinate dalla vista di persone e di cose,

che erano tentazioni continue[292]. Altri preferivano la vita

ecclesiastica secolare e più frequentemente regolare. Per quanto si

cercasse, non si trovavano conventi che loro convenissero. Nei conventi

si raccoglievano _soggetti_ di assai modesta condizione; raramente della

media; rarissimamente, quasi mai, della superiore. Una volta, quando i

Gesuiti erano nel loro splendore, sì che in Palermo contavano fino a sei

_case_, non mancava tra essi l'elemento aristocratico: eletti ingegni,

che gli accorti e severi Padri sapevano attirare alla Compagnia; ma dal

1767 i Gesuiti ramingavano fuori del Regno in attesa di tempi migliori.

Non restavano se non le case dei Teatini, dei preti di S. Filippo Neri,

ed i monasteri dei Benedettini. E qui eran ricevuti come a casa loro;

giacchè tra i Teatini ed i Filippini si ostentava meno la grandezza dei

natali e si curava più la educazione della gioventù: occupazione alla

quale essi attendevano come per missione civile e religiosa; e tra i

Benedettini, nella finezza della cocolla, nella sontuosità

dell'abitazione, nella lautezza delle mense, nella copia dei mezzi di

cultura, da pochi, per altro, messi a profitto, aveasi modo di sfoggiare

la superiorità d'origine.

[292] «I majorascati e certe.... maniere adottate nelle famiglie nobili

lor fan credere di conoscere il proprio casato, permettendo a' loro

secondogeniti darsi alla mercatura o ad altre utili professioni o

mestieri che potrebbero levarli dalla miseria. Quando un ragazzo ha

l'età di 10 a. e la femina molto minore, si racchiudono in un

monistero, ove, privi d'idee del mondo e del proprio essere,

ricevono una validissima impressione quelle che con tutta forza se

gl'imprimono da coloro che, pentiti dello stato, al quale anch'essi

furono sedotti, credono rivendicare la propria offesa

moltiplicandone il numero». _Guerra_, _Stato presente della città

di Messina_, pp. 48-49. Napoli, 1781.

I monasteri di S. Martino delle Scale e di Monreale avevano il loro

fratello maggiore in quello di S. Nicolò l'Arena in Catania. Le

ricchezze sconfinate, provenienti da 72 feudi pel solo monastero di

Monreale, potevano bene sopperire ai bisogni del gran numero di monaci,

che vi conducevano vita di agi campestri, alternata con quella non meno

agiata, ma più variata e mondana, di città. Qui altro monastero, quello

di S. Spirito, nel quartiere del Capo (attuale Caserma dei Pompieri

municipali), era la _Gangia_ di S. Martino, tutta a loro disposizione

quando l'aria dei monti non facesse per loro. Quei due monasteri eran

sempre aperti a chi vi giungesse, ed ai refettorî di essi poteva,

secondo il grado di civiltà, sedere chiunque, come alla sua foresteria

quanti cercassero ospitalità temporanea, rimasta fino a noi

tradizionalmente bella.

D'altro lato, alcuni dei primogeniti (non tutti, s'intende, giacchè

c'erano anche qui eccezioni lodevolissime, che chiamavano la generale

ammirazione su loro), schivi d'occupazioni fruttuose, sovente

anneghittivano nell'ozio, e per conseguenza nei disagi della vita[293].

O non inchinevoli, o non adatti al maneggio degli affari, preferivano il

dolce far nulla, come se la proposta di Galt di una Costituzione non li

riguardasse punto, o come se sogno da menti inferme fosse la previsione

che le loro fortune si sarebbero senz'altro aumentate quando per poco

avessero voluto attendere al commercio ed alla mercatura[294].

[293] _Houel_, _op. cit._, t. I, p. 71.

[294] _Galt_, _op. cit._, p. 38.

Vedremo nei seguenti capitoli le ragioni che per molti di essi era causa

di rovina; nel presente non saranno inopportuni pochi cenni, che

particolarmente illustrano quella vita o, come oggi si direbbe,

quell'ambiente.

Fu detto che essendo la principale Nobiltà della isola raccolta in

Palermo, il lusso degli equipaggi fosse eccessivo: e che essendo scarso

il numero dei forestieri, e tutte conoscendosi tra loro le persone del

paese, questo lusso non fosse giustificato neanche da occasioni

frequenti di mostrarsi in gala, di abbandonarsi a spese di whisky, di

carrozze, di cavalli e di altri rovinosi passatempi[295].

[295] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XV, p. 143.

L'osservazione non poteva essere più giusta, ma peggio seguita. Il lusso

c'era; e sempre e quando occasioni nuove od eccezionali sorgevano,

diventava più che pericoloso, specialmente se pei ricevimenti di persone

straniere d'alta levatura si destasse una gara tra i riceventi. Questa

gara giungeva anche al parossismo, e più si avviava alla sua fine e più

accaloravasi in manifestazioni di opulenza che talora degeneravano in

fittizie manifestazioni, ahi quanto laboriose! di ricchezza.

Il lettore ci segua un momento.

Pel primo parto di Maria Carolina (1772), il Vicerè Fogliani, nella

villa Zati a Mezzo Monreale, invitava la Nobiltà ad un ballo, il popolo

ad una cuccagna, tutti ad una fantastica illuminazione. I diaristi del

tempo si diffondono nei particolari di quella festa, e ci fanno sapere

che in limonate granite, sorbetti, pasticci, vini, rosolî e non so che

altro, furono spese ben 700 onze. Poco dopo, il Pretore non volle esser

da meno del Vicerè; ma la cassa del Comune era esausta, e non c'era dove

metter le mani. Che importa! La festa dovea tenersi, e si tenne: ed il

Palazzo Pretorio venne invaso da duemila persone in maschera, servite di

rinfreschi, ghiacci, torte grasse, vini d'ogni sorta, ed alle ore otto

della notte seguì una ben lauta cena, in ventitrè mense, protratta fino

a giorno pieno. Quel giorno medesimo lo inasprimento della meta di

alcuni commestibili[296] offriva ai malcontenti ragione di biasimo per

la inconsulta spesa.

[296] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 76.

Ma v'era un'altra Autorità, che non poteva starsene inoperosa. Il

Capitan Giustiziere, Principe di Partanna, invitava al suo palazzo del

Piano della Marina quanto di eletto offrisse la città. Da lì assistevasi

al giuoco dei tori sulla sottostante piazza: e tra gli ori e gli

argenti, tra i luccicanti cristalli ed i ricchi doppieri, tra le superbe

tappezzerie e le sfavillanti lumiere, altre duemila persone danzavano,

giocavano, mangiavano, servite da ventisei paggi, diretti da non so

quanti maestri di casa, con soldati svizzeri e alabardieri del Principe.

A conti fatti, il Principe Girolamo Grifeo metteva fuori presso a 650

onze!

La morbosa emulazione non si arrestava a spese per nessun verso

giustificabili. Il 15 dicembre del 1777 giungeva al Molo di Palermo il

primogenito del Vicerè Marcantonio Colonna, Principe di Stigliano, con

la novella sposa, Cecilia Ruffo, secondogenita del Duca della Bagnara;

ed il padre bandiva, in onore degli sposi, tre ricevimenti della Nobiltà

Palermitana nei prossimi giorni 20, 21 e 22; e tre feste da ballo nei dì

27 e 30, e 1º gennaio del nuovo anno. Alla vanità del parere ed alla

spensieratezza dello spendere non poteva offrirsi stimolo migliore. Ed

allora, che restava a fare all'Autorità cittadina, se non indire una

festa nel pubblico Palazzo ed invitarvi gli sposi? E questo fece il

Pretore, il quale, conoscendo le strettezze dell'erario, da quel

patrizio disinteressato che era volle stavolta spender di suo.

Qui avrebbe dovuto finir tutto e lasciarsi in pace gli sposi; ma

nossignore! Una seconda serata bandisce il Principe G. L. Moncada di

Paternò. E vada anche questa! Tanto il Principe era Capitan Giustiziere,

e non poteva sottrarsi ai doveri della carica; altronde non per nulla si

è altolocati; e non per nulla si hanno palazzi e quattrini. E comincia

una gara tra' signori per solennizzare il fausto evento di giovani che

nessuno di essi conosce e che ne hanno avuto già troppo con i tre

ricevimenti, le tre feste da ballo al Palazzo vicereale, e le due altre

del Pretore e del Capitan Giustiziere. Il Principe di Partanna, che nel

far onore ad ospiti vuol essere sempre primo, dà il segnale con una

festa alla sua casa. Segue il Principe di Giarratana, Troiano Settimo;

indi Antonio Statella, Marchese di Spaccaforno. Essendo stati pochi i

convitati, se ne mormora come di mancanza di riguardo. Tommaso Celestre,

non come Principe, ma come Marchese di S. Croce, vuol farsi apprezzare,

e dirama larghi inviti; e perchè è uno degli ordinatori del prossimo

costoso Carnevale, compie prodigi di magnificenza; imitato, non

superato, dal Duca di Cefalà Niccolò Diana, vecchia conoscenza dei

nostri lettori, e dal Principe e Duca d'Angiò Giovanni Gioeni.

La storia non è finita: a brevi intervalli, altre feste vengono date da

Placido Notarbartolo Duca di Villarosa, da Giovanni Oneto Duca di

Sperlinga nella sua villa suburbana di Malaspina, e da Antonio Lucchesi

Palli Principe di Campofranco, Capitano della real Guardia degli

alabardieri, dentro il Palazzo del Vicerè.

E la gara continua, continua ancora nel palazzo del Conte d'Isnello

Domenico Termine, nel Cassaro con altra festa, cominciata col passeggio

delle carrozze di maschere e finita con balli mascherati; e si chiude

nel piano dei Bologni, dentro il palazzo Villafranca ove dell'unico

principato del Sacro Romano Impero in Sicilia meritamente si onora la

famiglia Alliata.

Cuccagna come questa non s'era mai vista da mezzo secolo in Palermo: e

chi se la godette, ne rimase entusiasta; «imperocchè furon feste

veramente superbe e degne di esser date anche alla persona del re

medesimo.» Alcune, quelle, p. e., di Angiò e Spaccaforno, costarono le

solite seicento onze, col magro compenso d'una visita di ringraziamento

del Vicerè[297].

[297] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 115-16 138-44.

Ci si consenta, mentre ci siamo, un ricordo o qualcosa di simile, di

data posteriore nei primi del sec. XIX.

Un bravo siciliano, che aveva molto viaggiato e molto veduto, parlando

d'una festa organata in Palermo dal Principe della Cattolica, non

trovava termini per dare un'idea anche lontana del gusto, della grazia e

della fantasia ond'essa era stata ordinata ed eseguita.

«Immensi saloni, dalle pareti coperte di specchi dall'alto in basso,

erano mascherati da alberi, testè divelti dalla terra, e tutti pieni di

frutte. Gli spazî tra il fogliame e gli specchi facevano credere ad un

altro mondo che passasse dall'altro lato della strada: la illusione era

completa. Si facevano balli inglesi sotto viali di pergolati, dai quali

pendevano grappoli d'uva matura e squisita; contraddanze francesi in

quadrati d'alberi, e tutt'intorno ad una ricca vasca, donde zampillava

un bel getto d'acqua che faceva dei giuochi. In fondo, nell'ultimo

salone, vedevasi una graziosissima collina, anch'essa imboschita, e nel

mezzo un sentiero, conducente alla sommità, a' cui due lati erano in

gran copia _bombons_ e _gâteaux_ d'ogni genere. Nessun domestico si

vedeva dai convitati; ma, a piè del colle, trenta o quaranta chiavette,

con indicazioni delle singole bibite e d'ogni rinfresco desiderabile,

come poncio caldo, poncio freddo, crema, caffè, thè, bordò; e, sotto, i

bicchieri, che, presi, si sostituivano con un turacciolo. La musica era

sentita bene; ma come non si vedevano domestici, così non si scoprivano

musicanti, celati dentro grotte coperte di fogliame. Solo all'ora della

cena si potè sapere che v'eran servitori.

«E se non è questa una _féerie_, esclamava il Palmieri, io non so che

cosa meriti questo nome!»[298].

[298] _Palmieri de Micciché_, _Pensées et Souvenirs_, t. I, c. XI, Paris.

Ecco le condizioni della società che ci occupa! L'alta posizione sociale

consigliava sacrificî, che le condizioni personali forse non

consentivano. Per una malintesa dignità, l'esempio diveniva contagioso:

se non s'avea, erasi costretti a mostrar d'avere; se non si era,

dovevasi fare ogni studio per comparir doviziosi.

Quest'esempio induceva un certo Gentile a tenere, sotto il Vicerè

Fogliani, una clamorosa festa, molto lodata e molto biasimata. «Se le

fanno i nobili le feste, avrà egli pensato, perchè non possono farle i

civili?» Il figlio di lui, avv. Matteo, altra ne tenne superiore alla

prima; e Diego Orlando, uno dei più famosi avvocati, ne traeva stimolo a

bandirne alla sua volta una (26 gennaio 1798), che quella e questa

superasse: e larghi inviti a stampa alle principali dame della città

mandava la Principessa di Belvedere Caterina Del Bosco, e più larghi

ancora a signori e civili l'Orlando medesimo, che, a titolo di lode per

lui, non pur profondeva dolciumi e rinfreschi, ma anche deliziava

gl'intervenuti col canto delle virtuose del teatro S. Cecilia[299].

[299] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1798, pp. 71-73.

Più tardi, quando S. A. Leopoldo di Borbone soscriveva per 100 copie

alla nuova edizione delle _Poesie_ del Meli, a due onze e tarì l'una, e

ne pagava anticipatamente il prezzo, un Presidente Marchese faceva

altrettanto, perchè nessuno potesse pensare che un dignitario come lui

facesse da meno di un Principe reale. Se poi il soscrittore

neo-Marchese, amico ed emulo di Ferdinando III nella caccia, non fece

onore alla sua firma, ed al momento della consegna dei libri negò al

Poeta le dugentottanta onze, il pubblico seppe almeno che egli stette

alla pari del Principe Leopoldo. E se un'arguta affabulazione

sull'incidente venne in testa al Meli[300], tanto meglio pel Presidente

che ne fu l'oggetto! È sempre qualche cosa _ex magnis inimicitiis

excellere_.

[300] _G. Pipitone_, _Giovanni Meli: I tempi, la vita, le opere_, p. 105.

Palermo, Sandron, 1898.

La distinzione fra i ceti aveva linee così nette, che una confusione non

poteva assolutamente nascere e, nata, prolungarsi. Poteva bensì dolersi

Em. Perollo che le cariche principali del comune venissero impartite

solo ai nobili. L'Autorità, alla quale egli rivolgevasi chiedendo la

partecipazione dei semplici cittadini a quelle cariche, nol degnava

neanche di risposta![301].

[301] _Provviste del Senato_, a. 1779-80, p. 462.

Aveva un bel dire il Santacolomba che gli uomini son tutti uguali, «e

manderebbe lo stesso odore d'arrosto messa sul fuoco la carne d'un alto

o di un basso personaggio». Egli stesso, nelle cui vene circolava sangue

non volgare, doveva poi convenire che «la civil polizia ha i suoi

scalini gerarchici: non tutti sovra tutti posano i piedi: chi si trova

più in alto, chi sta più basso. Il magnate, il nobile, il graduato esige

certe marche di rispetto dal semplice e dal civile; è dovere che gli si

paghino: volergli camminare a fianco è un'ingiuria»[302].

[302] _C. Santacolomba_, _op. cit._, p. 377.

Un giorno il Villabianca, andando in carrozza pel Cassaro in compagnia

del Principe di Paternò, era salutato forse con maggiore riguardo del

solito, ed egli ne traeva ragione di letizia, perchè ci vedeva gli

effetti dell'onore altissimo[303].

[303] _Diario_ ined., a. 1796, p. 472.

Ma il colmo di questo innato principio, fecondato e mantenuto dalla

educazione, avversa a tutto ciò che potesse fin lontanamente intorbidire

la purezza del ceto, è un aneddoto, che brevemente narreremo.

Festeggiavasi con un gran ballo il già detto parto della Regina

Carolina: ed «uno de' figli del fu Razionale del Patrimonio, Scicli,

perchè ebbe lo spirito di frammischiarsi in questa serata co' nobili,

avendo giuocato a tavolino di dame, ne fu messo fuori sul tardi dal

commissariato della celebrazione della festa, come persona affatto

ignobile ed incapace di unirsi colla Nobiltà. E questo fu fatto ad

istanza di quelle stesse dame che un'ora prima seco lui avean giuocato.

_Non licet omnibus adire Corinthum_. Pover'uomo! Egli spacciò tosto per

sua giustificazione essere originata la sua famiglia da avi nobili; ma

questa affatto non gli fu fatta buona»[304].

[304] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 346. Pel seguente

aneddoto vedi anche v. XX, pp. 62-63.

Questo aneddoto e questa osservazione può destare impressione oggi; ma

non poteva destarne allora, che i distacchi tra le classi erano nella

coscienza di tutti. Diremo, in proposito, cosa che darà ancora meglio la

prova dell'abisso che separava non solo i ceti tra loro, ma anche i

gradi d'un medesimo ceto.

Il 17 ottobre del 1779 il primogenito del Barone Ignazio Capozzo, un

bravo giovane a 22 anni, sposava la figlia del già morto Principe di

Torrebruna, Girolamo Landolina. I parenti tutti della fanciulla,

scandalizzati, si misero a gridare contro lo sposo, che avea osato levar

gli occhi verso la figliuola di sì gran signore; il contrasto tra lui e

lei essere stridente. Le grida si tradussero in ricorso legale al

Governo, non solo di Sicilia, ma anche di Napoli, e si chiese

l'annullamento del matrimonio. L'annullamento, a dir vero, parve troppo

al Governo; ma una punizione allo sposo, indispensabile; onde il Capozzo

con dispaccio sovrano venne carcerato, proprio carcerato! a

Castellammare, e poi relegato in non so quale riposta prigione del

Regno. E quando rientrò libero a casa sua, dovette benedire alla toga

del Tribunale del Concistoro vestita dal padre suo, ed alle parentele

nobili, state contratte dai suoi antenati.

Un giorno, senza che nessuno se lo aspettasse, il regio Convitto

Carolino pei nobili giovanetti fu soppresso. Che è che non è? si volle

romperla con la intrusione di qualche ragazzo «di recente nobiltà».

Bisognava rimediare allo sconcio: e vi si rimediò con la istituzione di

un nuovo Convitto, il _S. Ferdinando_, nel quale furono ammessi alunni

con cent'anni di nobiltà, almeno.

Seguiamo ora un po' davvicino la vita giornaliera, particolarmente da

salotto, dell'alta classe.

Eccoli, costoro:

Quant'aprinu la vucca,

ed hanno

Carrozzi e vulantini,

Gran tavuli e fistini,

Tutti (_ogni_) commodità[305].

[305] _Meli_, _Poesie_, p. 89.

Paggi, lacchè e servitori popolano le loro anticamere. Per poco che una

della famiglia, il signore soprattutto, la dama, il primogenito, si

muova da una stanza all'altra, si agitano in inchini profondi e in

attitudini rispettosissime. Fuori, cursori a piedi e _volanti_

accompagnano correndo le carrozze e disimpegnano altri urgenti servizî.

Ad essi vogliono, nella rapidità del fare, contrapporsi i servitori; ne

nascon gare a chi faccia più presto; e, questi in livrea, quelli nel

leggiero vestito ordinario, si rincorrono fuori le mura per vincere un

premio di agilità: prove pericolose, che il Governo è costretto a

vietare per impedire danni alla parte offesa e perdite a chi su di esse

scommetta[306].

[306] Il dì 28 Giugno 1788 il Vicerè Principe di Caramanico, «informato

delle perniziose gare che si eccitano tra' servidori di livrea e

volanti, i quali si sfidano a correre furiosamente per lunghi

tratti di vie fuori la città, colla lusinghiera speranza di

riportare chi primo giunga alla meta designata un qualche

guiderdone e una vera acclamazione del volgo; ed informato pure

delle scommesse che si fanno vicendevolmente in favore di

ciascheduno dei sfidanti, le proibisce e le vuol proibite». Stampa

del tempo.

Stringevasi al Bartels l'animo per l'affanno di codesti infelici nel

trottare al trotto dei cavalli mentre il padrone distrattamente godeva

in cocchi, livree, cavalli, specie quando egli fosse un villan rifatto,

che sfarzava con uomini da lui condotti dalla terra, della quale erano

utili braccia, come della famiglia indispensabile aiuto[307].

[307] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 602.

E volanti, lacchè, staffieri precedono, fiancheggiano e seguono i

signori che vanno a piedi o in vettura, di giorno o di notte, con torce

a vento se in vettura o in portantina, con ceri accesi se a piedi.

Codesto corteggio non era solo per comodità nelle vie buie o scarsamente

illuminate, ma anche per distinzione. L'arguto Brydone, che in Palermo

ebbe cortesie infinite di nobili amici, ricordava sorridendo

l'inalterabile loro costume di andare in carrozza; solo una volta potè

persuaderli a fare diversamente. Per condiscendenza essi scesero con lui

a piedi pel Cassaro, ma non prima che innanzi a loro andassero i

servitori con grosse torce di cera accese. Eppure il Cassaro era, per le

feste di S. Rosalia, illuminato a giorno![308].

[308] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXXIV.

Di siffatto uso rimane viva la memoria nel motto popolare dialogato: --

_Appressu!... -- Lu stafferi cu la torcia._

Talora uno di codesti servitori o staffieri teneva dietro al padrone

portandogli il nicchio[309].

[309] _D. Pippo Romeo_, _Cicalate_, p. 350.

A qualche vecchio signore abbiamo più volte chiesto dei servitori di

casa sua o d'altrui: e le risposte ci son parse sempre esagerate.

Lasciamole dunque queste notizie orali, ed atteniamoci alle scritte. Un

figlio di famiglia, un cadetto di casa Palmieri di Miccichè, ce ne fa

sapere qualcuna; la nostra opinione, peraltro, è formata sulle carte

tuttora esistenti, di spese. Il Palmieri scrive così:

«Dei domestici straordinario era il numero nelle case signorili, anche

più modeste. E bisogna vedere con che etichetta si regolassero. Il

cocchiere si sarebbe guardato bene dal salir sopra per servire a

colezione o in una serata; il domestico da livrea non si sarebbe mai

acconciato a cingere un fardello: questo avrebbe fatto soltanto il

mezza-livrea; e non è esagerazione se si porti il numero di tutta

codesta gente a ventidue, ventiquattro persone tra maestro di casa,

camerieri, domestici propriamente detti, cuochi, cocchieri, e via

discorrendo»[310]. V'eran case che tenevano fino a sei lacchè con

livree, alcune delle quali, per voler apparire ricche, riuscivano

stravaganti. Certe dame non avrebbero saputo uscire per le strade senza

un duplice appoggio ad entrambi i lati, quasi si svenissero ad ogni

passo.

[310] _Palmieri de Miccichè_, _op. cit._, t. I, c. XXXVI.

«Superbi gli equipaggi; cavalli di razza spagnuola, vigorosi corridori,

per le gite ordinarie; cavalli danesi, romani, napoletani, per le grandi

occasioni, che non mancavano mai. Eguale il lusso delle abitazioni. Si

sarebbe creduto di non averne una bastevole, se questa fosse stata meno

di cinque, sei stanze; dieci, dodici, quindici di fila componevano

l'appartamento del signore: cosa, a dir vero, perdonabile in Sicilia,

dove le adunate sono numerosissime, ed un quartiere piccolo non potrebbe

accogliere tutti coloro che la convenienza vuole invitati. E frattanto,

non v'è nulla di più strano che per un piccolo desinare di società e in

famiglia si debba attraversare un filare di stanze e di gallerie per

trovar poi in un gabinetto il signore o la signora con quattro o cinque

commensali. Si resta sorpresi vedendo queste stanze mobigliate in

damasco, tappezzerie ecc., sedie di cuoio o di paglia.... Il tono di

magnificenza sul quale tutto è montato, impedisce alla Nobiltà di

abbandonarsi al suo naturale gusto ospitale e socievole invitando i

forestieri. Si sentirebbe vergogna di offrire una zuppa come vien viene,

perchè non si vuol comparire altrimenti che in tutto il proprio

splendore. Difatti, quando un desinare od una festa si dà, non si

risparmia nulla. Pare che tutto si voglia buttar giù dalle finestre; ed

io metto pegno se si trovi un paese dove le cose si facciano con

magnificenza, gusto, e vorrei anche dire con raffinatezza voluttuosa più

che a Palermo»[311].

[311] _De Borch_, _op. cit._, t. II, pp. 78-80.

Pittura così viva potrebbe parere esagerata in chi l'ha fatta, il conte

de Borch; ma la esagerazione, caso mai, sarebbe stata in altri

visitatori della città. Tutti, infatti, descrivevano la magnificenza dei

palazzi; tutti guardavano attoniti camere spaziose ed alte, in lunga

fila, con arazzi di gran costo: ostentazione di splendore principesco;

tutti, il nugolo di creati: etichette ambulanti di agiatezza; e le

superbe livree cariche d'oro: affermazione perenne di grandezza

nobiliare, e le carrozze pesanti dell'antica forma, e l'esercito di

battistrada, avviso di signoria magnatizia. E non è sfuggito neanche

questo: che, dopo morto, lì alle catacombe dei Cappuccini, qualche

signore, avvolto nel comun sacco nero, con le mani irrigidite dalla

inesorabile Morte, ti presentava un cartellino per dirti: _Io sono il

Principe A._ -- _Io sono il Marchese B._ -- _Io sono il Conte C._[312].

[312] _Bartels_, _op. cit._, v. III, pp. 602-631.

Ma in mezzo a tanto fastigio di mobili, abiti, pranzi, feste, l'animo,

insoddisfatto, non s'acquetava ad un capriccio stato appagato, ad una

bizzarria compiuta, ad una delicatura non a tutti, e solo a chi avesse

mezzi, possibile. Un non so che d'indefinito, che è infelicità di non

gustar mai nulla, sopravanzava a tutto. I mobili erano una decorazione

mutabile, gli abiti una servitù giornaliera, i pranzi una parata, le

feste una distrazione effimera; ed il fastidio della ricchezza

arieggiava il soffrire della povertà: ricco e povero in qualche cosa si

somigliavano.

In una delle sue ingegnose concezioni, il Meli vide alcuni genî

divertirsi ad osservare le umane sciocchezze; ed un gran quadro

rappresentar figure e costumi della vita,

... chi espriminu lussu e spisi orrenni[313].

[313] _Meli_, _Poesie Lu Cafeaus_, p. 137.

Lusso vide dappertutto e grossi debiti il Villabianca; il quale, a

proposito del nobile Senato di Caltagirone, esclamava in versi:

Ah che il Senato non è più quel di pria!

Schiavo è fatto de' scribi e de' _sensali_;

correggendo l'ultima parola _farisei_[314].

[314] _Opuscoli_, Ms. Qq., E, 94, della Bibl. Com., opusc. n. 3, p. 103.

Perchè questo? potrà chiederci il lettore.

Chi guardi con criteri morali alle esteriorità, penserà che anche i

piaceri lasciano un gran vuoto, e che _possessa vilescunt_. Pure una

conoscenza più esatta delle persone e delle cose del tempo e delle

conseguenze alle quali dovea condurre questa dissipazione induce a

giudicare ben altrimenti.

«La maggior parte dei signori son coperti di debiti: e le entrate dei

pochi, inadeguate ai loro bisogni; molti vivono in uno stato di miseria

completa»[315].

[315] _Galt_, _op. cit._, p. 36.

Ecco il giudizio di un inglese, venuto nei primordî del sec. XIX a

studiare la Sicilia: giudizio assoluto, e, perchè assoluto, inesatto;

nel quale una gran parte di vero è bensì a presumere, senza potersi

provare.

E come provare che un uomo, apparentemente dovizioso, facesse sfoggio di

denaro non suo, che forse non avrebbe avuto possibilità di restituire?

A non radi intervalli una sentenza di tribunale metteva in vendita un

feudo: espropriazione forzata per debiti insoluti. Ed ora un Principe

veniva privato della baronia di Garbanoara col relativo feudo,

acquistato da Girolamo Fatta Oddo pel prezzo di diecimila

quattrocencinquant'onze[316]; ora un altro Principe vedevasi dismembrato

lo _stato_ e la Contea di Cammarata del feudo e della baronia di

Molinazzo, passato alla creditrice D. Lucia Sances[317]; ed ora

volontariamente, per contratto ordinario, quando uno e quando un altro

dei signori era costretto ad alienare qualcosa del suo patrimonio per

rispondere ad impegni gravi ed a bisogni pressanti.

[316] Sentenza del Tribunale della R. Gran Corte in data del 10 Settembre

1773. Atto del Not. Camillo M.a Pipitone in Palermo.

[317] Sentenza del Tribunale della R. Gran Corte, sede civile, in data

del 18 Febbraio 1779.

Uno studio sugli atti degli antichi notai di Palermo porta a

constatazioni dolorose. Valga per tutte questa: nel 1787 la sostanza

mobiliare del Principe Tommaso Palermo ascendeva alla somma di onze

44765,07 (Lire 570756,65); poco men che quattordici anni dopo,

nell'Aprile del 1801, quella sostanza era ridotta ad onze 3462,06 (L.

44041,26), della quale 207,04 in argenteria giacente al Monte di Pietà.

Non ardite speculazioni, non speciali bonifiche di terre, non atti

insigni di carità aveano consumato il patrimonio di Tommaso (41303,01);

ma il lusso, al quale erasi sfrenatamente abbandonato il figliuolo

Giuseppe, la cui eredità nel 1810 era quasi scomparsa[318]. Si parla

ancora di un feudo del valore di 80000 onze stato venduto per sole 7000!

E la causa di rivendica dei defraudati eredi si trascina ancora dopo un

secolo!

[318] Vedi Atti del notato Nicolò Barone di Palermo: inventario della

eredità di Tommaso Palermo, in data del 9 nov. 1787; Atti del not.

Rosario Averna: inventario dell'eredità di Giuseppe Giovanni, in

data del 10 aprile 1801; Atti del not. Marco Antonio Averna:

inventario del 18 agosto 1810. (Indicazione dell'avv. Giuseppe

Riservato).

Nondimeno, la qualificazione di ricche seguiva sempre molte famiglie.

Non poteva pronunziarsi il nome di questa o di quella, senza il

sottinteso delle sue cospicue ricchezze. Lo _stato_ tale, il feudo tale,

la tale o tal'altra tenuta fornivano ad essa danari a palate, che, per

quanto volesse spendersi, eran sempre molti. «La casa è forte»,

ripetevan tutti: ed il fatto stesso che il capo di quella casa si

mantenesse con tanta proprietà, non dava luogo a dubitare.

Eppure non era sempre così!

Mancano pubblici documenti o libri di cassa accessibili allo studioso,

dai quali possa di certa scienza rilevarsi quali gravami pesassero sulla

casa, notoriamente per grosse annuali entrate, più che ricca, opulenta.

Rara e debole quindi la diffidenza nei capitalisti e nei banchieri, alle

casse dei quali ad ogni urgenza ricorrevasi attingendo oro che

spensieratamente si profondeva, e «usando della loro fortuna come i

fanciulli dei giocherelli»[319].

[319] _G. Quattromani_, _Lettere su Messina e Palermo_, p. 48. Palermo,

1836.

Questo spendere alla scioperata però aveva un lato buono: quello di dar

da mangiare ad una poveraglia che sarebbe altrimenti rimasta priva di

pane in un paese senza fabbriche e senza considerevoli opificî, dove il

clima mette in corpo una certa pigrizia, sorella dell'accidia al lavoro.

Così la moltitudine, che vedeva circolare il capitale, rimaneva

soddisfatta.

Nuove leggi venivano a far conoscere a molti quel che solo pochi

s'andavan sussurrando all'orecchio: ed i fallimenti, rimasti all'ombra,

cadevano sotto i raggi del sole meridiano. La legge sulle soggiogazioni

parve un'ingiustizia verso i debitori, ma fu guarentigia dei creditori.

Le tristi condizioni descritte nel presente capitolo (che fa seguito al

precedente e si compie con quello sul _Giuoco_) furono energicamente

pennelleggiate dal più schietto pittore dei costumi del tempo, Giovanni

Meli. La invettiva che egli pone in bocca al popolano Sarudda nel

brindisi al Genio di _Palermo_ nella Fieravecchia è oramai documento

storico.

Ieu vivu a nnomu tò, vecchiu Palermu,

Pirchì eri a tempu la vera cuccagna;

Ti mantinivi cu tutta la magna,

Cu spata e pala, cu curazza ed ermu!

Ora fai lu galanti e pariginu:

Carrozzi, abiti, sfrazzi, gali e lussu;

Ma 'ntra la fitinzia dasti lu mussu,

Ca si' fallutu ahimè! senza un quatrinu.

Oziu, jocu, superbia mmaliditta

T'hannu purtatu a tagghiu di lavanca;

Tardu ora ti nn'avvidi e batti l'anca;

Scutta lu dannu, písciati la sditta!

_Capitolo XV._

_PASSIONE PEL GIUOCO._

Nello elenco delle Maestranze del settecento comparisce per la prima

volta quella dei _cartari_; questo significa che il numero dei

fabbricanti di carte era tale da costituire una vera e propria

corporazione, come le altre del tempo: e non poteva non esserne ragione

il considerevole spaccio della tanto ricercata e tanto pericolosa merce.

Un bando poi del 18 settembre 1785 imponeva la gabella per le carte da

giuoco.

Comune era nelle conversazioni pubbliche e private il giuoco; senza del

quale la distrazione più dilettevole, e quindi l'attrattiva migliore,

sarebbe mancata.

Nelle grandi feste con solenni ricevimenti, Vicerè, Pretori e signori di

alta levatura avrebbero creduto di venir meno alle regole elementari di

cortesia non ordinando sale con tavole per giuoco: e «fare il tavolino»

era, ed è tuttavia, la espressione propria di questa maniera di passare

il tempo e di mettere in moto la borsa.

Alcuni vi si appassionavano a tal segno che ogni altra cura passava per

loro in seconda linea. Il giuoco era fascino morboso, ossessione. Lunghe

ore del giorno, intere notti, essi rimanevano attaccati a quelle sedie,

a quelle tavole: gli occhi avidamente fissi sui gruzzoli di monete che

facevano monticelli nel centro; lo spirito tremebondo al muovere di una

carta, dalla quale dipendeva la sorte loro, della loro famiglia. Il

ricco d'oggi poteva non esserlo più domani; senza testamento, l'ultimo

giocatore diventare il facile erede d'un feudo. L'eguaglianza di ceto

regnava sovrana tra disuguali per censo; ogni cuore chiudevasi alla

pietà, ed il dolore d'uno era la gioia d'un altro.

Nè solo dei nobili era rovina il giuoco, ma, in generale, di qualunque

persona vi si appassionasse; e però della sua condizione economica,

della sua salute, della sua felicità di borghese[320].

[320] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 586.

La calabresella, il tressetti, la primiera: ecco i passatempi preferiti,

ma la bassetta specialmente, la quale si faceva anche con donne[321].

Come giuochi pericolosi d'_azzardo_, il Governo li bandiva sempre, e più

severamente che mai il 14 dicembre 1776. Il secondo Marcantonio Colonna

vietava non solo che si giocasse, ma anche che si vedesse giocare a

«bassetta, biribisso, primiera di qualsivoglia sorte, goffo, stopo con

invito, trenta e quaranta, cartetta, banco fallito, regia usanza, o sia

tuppa, faraone, paris e pinta, passa-dieci, sette a otto, scassa

quindici» ecc.; ed al contrario permetteva «quei giuochi leciti che si

usano per onesto sollievo del corpo e dello spirito, quali sono i

giuochi tresette, riversino, picchetto, gannellini, scarcinate,

calapresella, gabella ed altri simili non espressati, nè proibiti,

purchè non importino in qualunque modo e maniera invito e parata».

[321] _Melchiore_, _Poesie_, pp. 33-34.

Non è già, ripetiamo, che il giuoco fosse passatempo esclusivo dell'alto

ceto; tanto vero che il bando viceregio accordava che i giuochi permessi

ed altri d'altro genere, pur essi tollerati, si potessero usare «nelle

case de' particolari, nelle botteghe de' mercadanti, caffè, barbieri ed

altri artigiani, ed avanti le medesime»; ma ci vuol poco a vedere che

chi non possiede, non ha nulla da perdere: e le grandi fortune non

potevano restar compromesse da queste piccole concessioni. Le gravi

perdite avvenivano nelle grandi case, dove i pingui patrimonî erano

fomite alla malsana inclinazione.

Il Caracciolo rinnovò gli sforzi dei suoi predecessori col vecchio

bando, rimasto però lettera morta. Le condizioni dell'abuso eran sempre

le medesime dei secoli precedenti, a nulla essendo valsi capitoli di Re,

prammatiche e costituzioni di Vicerè. Il male si era invece acutizzato

per modo che egli dovette in forma solenne confessare essere in Palermo

il giuoco «funesta origine delle maggiori enormità...; tutti sieguono

perdutamente nella istessa ostinazione, non curando neppure la propria

rovina, nè lo scompiglio e desolazione delle proprie famiglie».

D. Ippolito de Franchis impiegò mezza giornata per leggere sulle

pubbliche piazze l'ordine viceregio[322]; ma fu fiato buttato anche il

suo, perchè la passione non riconosce impero di legge, ed i giuochi

proibiti continuarono nelle sale dorate e nei _rendez-vous_ d'ogni

sorta. Meli, che più volte alluse all'ingrato tema, vi lasciò cadere in

arguti terzetti la sua urbana satira, descrivendo i giocatori in gara

nell'assalire il più potente tra loro:

[322] Bando, e Comandamento d'ordine dell'Ecc.mo Sig. D. Domenico

Caracciolo ecc. Vicerè, 10 gennaio 1785.

E ddà si vidi càdiri da l'altu

Un suldatu senz'arma, e l'autru resta

Cu l'occhi bianchi e lustri comu smaltu;

N'autru di stizza e colira si 'mpesta,

E n'autru cu la sorti 'ntra lu pugnu

Va a tuccari lu celu cu la testa.

La maggior parti rusica un cutugnu,

Pirchì si senti supra l'anca dritta

Di lu cuntrariu sò lu rastu e l'ugnu[323].

[323] _Meli_, _Poesie: La Moda_.

Accecati come erano, non facevano mistero dell'audace trasgressione, e

non pensavano a nascondersi, neanche quando persone estranee al paese,

tra lo stupore e la paura per l'insensato sperpero, stavano a guardarli.

In barba al Governo, il biribissi faceva proseliti più che altro

passatempo; la attrattiva di poter prendere sessantaquattro volte più

della somma puntata sopra un numero, trascinava. Gli stessi giuochi

leciti, consentiti da Re e da Vicerè, compreso il Caracciolo, eran

tutt'altro che innocui, e bisognerebbe sapere che cosa ci fosse sotto,

se gli scacchi, stati introdotti dal Fogliani, destavano tanto

entusiasmo nelle conversazioni nobili e civili, come non sarebbe inutile

ricercare perchè infiniti proseliti contassero i tarocchi, fatti

conoscere dal Vicerè Gaetani di Sermoneta.

Quando poi giunse Hager, molto rari eran gli scacchi, perchè (il perchè

non ce lo dice lui, ma il Villabianca), trattandosi di lunghe partite, i

tavolini _ad hoc_ ed i lumi portavano sempre una spesa. Non nei caffè

come in Germania, ma in apposite sale, il bigliardo contava pure i suoi

cultori. Non birilli, non bersaglio e, incredibile, non tabacco da fumo.

Ben altro vide Hyppolite d'Espinchal nei beati giorni della estate del

1800 in mezzo all'alta Società palermitana. Udiamolo da lui: «Dalle 9 p.

m. in poi, noi restavamo liberi e andavamo alle numerose riunioni della

città, nelle quali molte graziose ed eleganti dame eran sempre occupate

in balli, musica e passatempi ordinarî in questo dolcissimo paese:

mentre i mariti, gli zii, i fratelli con vera frenesia si abbandonavano

a giuochi d'_azzardo_, dei quali son fanatici. Così non passava sera

senza probabilità di perdite enormi, tanto in ducati d'oro rotolanti sul

tavolo, quanto in debiti che si contraevano, di somme alle volte

spaventevoli»[324].

[324] _D'Espinchal_, _op. cit._, p. 49.

Eppure in Inghilterra, dalla bocca del celebre Fox, era uscito il famoso

detto: essere il primo piacere della vita quello di guadagnare al

giuoco; il secondo, quello di perdere!

Sotto la data del 2 marzo 1798 la cronaca cittadina riferiva la notizia

della morte d'una delle più illustri dame di Palermo, una Principessa

puro sangue, la quale al giuoco avea consumato non pure il suo, ma anche

l'altrui, rovinando il marito, degno, invero, di ben altra sorte.

L'unico suicidio del tempo avvenne per ragion di giuoco. Il patrizio

palermitano Giuseppe Chacon, non trovando conforto alle immense perdite

nel giuoco in Londra ed alla vergogna di non poterle pagare, si toglieva

la vita (1799), corsa fino allora gioconda per larghi guadagni nella

rivendita di quadri ch'egli ritirava dall'Isola in quella capitale[325].

[325] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1798, p. 323; a. 1799, p. 387.

Altro suicidio fu quello del controllo Fiorello, il 1º ottobre del

1818. Per tutta la città se ne fece un gran dire, di che fu eco un

forte sonetto del periodico _Mercurio Siculo_ (Palermo 1818, p.

76). Più tardi, nel 1832, lo statista F. Cacioppo potè scrivere:

«Il numero dei suicidj in Palermo non ascende comunemente che a due

o tre per anno. È questa un'utile osservazione, giacchè da essa

ricavasi, che il suicidio, sia per timor di religione, sia per

avversione pubblica a tali eccessi di disperatezza, non è radicato

fra noi, come lo è presso altre nazioni. Non bisogna che fare un

paragone con alcune delle principali città d'Europa per conoscere

la differenza, e lodare a questo riguardo la condotta del nostro

popolo». Il paragone era questo: a Copenaghen, 51 suicidî per anno

su 84,000 abitanti; a Parigi, 300 su 700,000; a Londra, 200 su

1,000,000; a Berlino, 57 su 166,584. (_Cenni statistici sulla

popolazione palermitana_, 52. Pal., Barcellona 1832).

Coi tempi nuovi, i suicidî in Palermo variano tra i 250 ai 300

all'anno, quali mancati, quali consumati!

Nuove di zecca le teorie sul giuoco, forse non dimenticate ora dopo un

secolo. Le somme perdute andavan pagate a qualunque costo, perciocchè

non esistendo un articolo di legge che costringesse a quel pagamento, e

dovendo starsi alla parola di chi giocava; questi, naturalmente, voleva

fare onore al suo nome ed alla sua parola, detta o scritta.

Un tale, che sopra un signore rovinato pel giuoco, vantava un vecchio

credito, pensò una volta, con uno stratagemma, di trar profitto da

questa rigida e fiera consuetudine per riavere il suo, che in cento

guise aveva sempre invano richiesto. Nelle prime ore d'una uggiosa

giornata, si presenta torvo in viso al suo nobile debitore, il quale

dormiva tuttavia la grossa. «Eccellenza, gli dice con aria di mistero e

di disperazione, stanotte, tentato dal mio maligno genio, ho giocato, e

perduto dugent'onze. Io non ho come pagarle...; vengo da V. E., non a

riscuotere il mio credito, ma ad implorare un aiuto...».

Il Principe, anima di vero giocatore, senza profferir parola, si alza da

letto, s'accosta ad uno scrigno, l'apre, ne trae fuori un sacchetto e

conta all'ingegnoso inventore della storiella cinquecento scudi l'uno

più lucente dell'altro, e lo ammonisce: «Caro mio, il danaro che si

perde al giuoco è danaro sacro, e si deve pagare. Ecco le dugent'onze;

ma guardatevi bene d'ora innanzi dal giocare più».

L'autore della trovata con due lacrime spremute dagli occhi si profuse

in ringraziamenti e benedizioni, e, tra riverenze e scappellate, scese a

precipizio le scale, non credendo a se stesso di aver potuto, per tale

sotterfugio e per una teoria di quella fatta, ricuperare il suo danaro.

Un'altra.

Nelle sale da giuoco non si doveva andare mai per curiosità: questa

regola, incomprensibile per chi non senta la brutta passione, era pur

tanto comunemente intesa da essersi fatto strada sin nelle basse sfere.

Uno dei facchini, che nei giorni di piogge impetuose allaganti certe

strade della città, facevano da marangoni ai Quattro Canti o in altri

posti del Cassaro, una notte trasportava a spalla un dopo l'altro

parecchi uomini, che venivano da aver giocato; ma quando l'ultimo di

essi, gli disse che egli tornava, non da giocare, ma da aver visto

giocare, lo lasciò, senz'altro, cadere nel torrente.

Costui non meritava nessun riguardo[326].

[326] Anche oggi tra i giocatori di carte usa dire per ischerzo:

_jiccàmulu nn'â ciumara_, a proposito di chi guardi e non giochi.

_Capitolo XVI._

_CIRCOLI DI CONVERSAZIONE, ROMANZI PIÙ IN USO._

Non fu nel settecento viaggiatore che non restasse impressionato di quei

«casini di conversazione», che per noi passavano inosservati. Di questi

casini, o circoli, o _clubs_, o _rendez-vous_, ce n'eran parecchi in

Palermo, e tutti per la Nobiltà. La quale se nel quattrocento e più

tardi, nelle ore antemeridiane, usava al largo della Cattedrale, onde la

denominazione di «Piano dei Cavalieri», rimasta per lungo tempo a quella

piazza[327]; verso la metà del settecento si adunava là dove ora son le

botteghe a pianterreno del monastero di S. Caterina, quasi rimpetto la

Chiesa di S. Matteo; il 1º settembre del 1769, nella casa del D.r

Domenico Caccamisi, presso la Cattedrale, e tre anni dopo anche nel

palazzo Cesarò[328], di fronte alla Chiesa del Salvatore. Quivi in tutte

le ore della sera gran numero di signori dell'aristocrazia convenivano;

e le dame più note della città allietavano della loro presenza il

geniale ritrovo, come di mattina la passavano in compagnia dei cavalieri

presso a S. Matteo.

[327] _Mongitore_, _Istoria del monastero dei Sett'Angeli_, cap. VII, p.

91. Palermo, 1726.

[328] _Meli_, in una sua lirica (ediz. cit., p. 89), ha questi versi:

Pri li signuri nobili

Ridutti ad opri boni

La Cunvirsazioni

Fissa unni Cisarò.

I due circoli non bastavan sempre. In estate se ne avea un altro, che

temperava i calori della stagione; ed era (1782) una delle _casine_

della Piazza Borbonica (Marina), dove «la nobiltà del corpo della Gran

Conversazione, cioè della maggiore, di cavalieri e dame, se la godono

nelle sere al fresco, facendovi dei tavolini a giuoco nel piano, e allo

spesso tenendovi feste da ballo. Il popolo intanto, che vi fa circolo e

n'è spettatore, e specialmente con esso la marineria vicina della Kalsa,

va a partecipare di tal godimento»[329].

[329] _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. I, p. 61.

Ottimo _club_ della buona compagnia, tenuto con magnificenza e poca

spesa da tutta la Nobiltà, la quale vi si raccoglieva e vi riceveva i

viaggiatori che le venivan presentati, il Cesarò restava aperto tutta la

giornata; ma le adunanze di esso cominciavano ad un'ora di notte (alle

nove di sera, cioè, in luglio), e finivano, alla maniera italiana di

computar le ore, a quattro o cinque ore, cioè, all'una dopo mezzanotte,

nella quale andavasi alla Marina[330].

[330] _De Saint-Non_, _op. cit._, t. IV, I. part., p. 141.

Quali fossero i giuochi, abbiam veduto nel capitolo precedente.

Qui accade confermare la buona decorazione de circolo, le vaste sale,

l'amabilità di chi vi si adunava e la incantevole libertà tra i due

sessi»: e la conferma viene appunto da un signore viennese che vi fu

ammesso[331].

[331] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XV, p. 148.

Il tema della conversazione è facile a indovinarsi. Gli uomini, secondo

i tempi e le occasioni, si occupavano di fatti interni del giorno,

giunti ultimamente a loro conoscenza per via di _volanti_, di cocchieri,

di servitori, di lacchè, gazzette ambulanti tutti; de' fatti esterni,

per mezzo di corrieri, fittaioli, procuratori, vassalli, amici, o per

sentita dire dai fogli stampati, o dalle persone giunte sia con l'ultimo

pacchetto da Napoli, sia con legni mercantili da Genova e Livorno, sia

con la vettura corriera da Messina, sia con forestieri provenienti da

Siracusa, Catania e Trapani[332]. Difformi per le cose nostre, uniformi

fin con le medesime parole per le straniere, i giudizî eran pronunciati

a traverso tanti «si dice» che era bazza se di dieci notizie riferite

nei circoli ve ne fosse una esatta.

[332] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, p. 77.

La politica estera vi entrava sempre; ma negli ultimi anni, poco o

punto. Se la Francia vi facea capolino, e non potea non farvelo, ciò era

pei suoi Giacobini.

Le donne, si comprende bene, non conversavano se non di cose loro, dei

loro abiti, dell'ultima moda. Un nuovo costume le interessava quanto può

interessare al sesso femminile il comparir belle, graziose, ben

portanti. L'uso voleva ricevimenti e feste: e ricevimenti e feste erano

argomenti dei loro discorsi. I piccoli e grandi intrighi d'amore si

prestavano a confidenze attraenti, che tutte le donne si sussurravano

all'orecchio e tutte si confidavano rinfronzolandole con particolarità

di luoghi, persone, parole, date, sulle quali si poteva giurare. Era il

solito crescendo di circostanze nella vecchia storiella del marito che,

volendo mettere a prova la segretezza della moglie, le confidò d'essersi

sgravato d'un uovo, il quale dalla mattina alla sera si era moltiplicato

fino a cinquanta.

Se talora una di esse usciva dalle frivolezze, per entrare in un campo

d'idee generose, poteva avere, avea magari, uditrici affettuosamente,

coscenziosamente benevoli, ma chi sa! forse non tali che si

determinassero all'iniziativa d'una opera nobile e santa. Le nobili e

sante opere della collettività dell'età moderna, non sono se non

l'attuazione di idee largamente pensate, vivamente illuminate dalla fede

nel bene e dall'abitudine all'esercizio della carità, di una o poche

persone.

«La maldicenza, diceva Hager, è di casa a Palermo come a Parigi. Gli

scherzi spiritosi e gli aneddoti faceti vengono raccontati nel gergo

siciliano, come in gergo si raccontano nella Senna»[333].

[333] _Hager_, _Gemälde_, nella versione citata a p. 267, nota.

Questa facile critica di persone e di cose veniva ordinariamente

interrotta dal giuoco, al quale anch'esse le dame, si davano un cotal

poco, o dalla conversazione coi cavalieri. Allora questa mutava aspetto:

la galanteria saliva dai teneri sguardi alle espressioni della cortesia

nell'antico significato della parola, ma scendeva alle dichiarazioni più

audaci, senza peraltro smettere i misurati inchini, i saluti compassati,

gli studiati complimenti, stereotipati sulla mimica dell'affettazione e

sulle formole d'un ghiacciato galateo[334]. Ed è senz'altro comico che

la etichetta imponesse, non solo da cavalieri a dame, ma anche da

cavalieri a cavalieri, un certo gergo ed una inflessione di voce che

oggi desterebbe la più grande ilarità. Di rito era il _Voscilenza_,

contrazione di _Vostra Eccellenza_, che essi si davano a tutto pasto.

[334] _Bartels_, _op. cit._, V. III, p. 600.

La conversazione però non si faceva solo nei circoli, ma anche, e forse

più, nei palazzi privati, per ricorrenze ed occasioni alle volte

eccezionali. Occasione non infrequente e pur sempre lieta il parto di

giovani donne. «Ogni notte si hanno molte conversazioni particolari

(nota P. Brydone), e vi recherà non poca sorpresa questo: che si tengono

sempre nelle camere delle puerpere». Questa circostanza era ignota al

Brydone, il quale una bella mattina vedevasi comparire il Duca di

Verdura (l'amico che a lui e ad un suo concittadino faceva gli onori del

paese), che in tutta fretta veniva a dirgli esser conveniente, anzi

indispensabile, una visita. «La Principessa di Paternò, ci disse, è

stata presa stanotte dai dolori del parto, ed a voi corre il dovere di

presentarle stasera i vostri omaggi. A bella prima credetti ad uno

scherzo; ma l'amico mi assicurò che parlava sul serio, e che sarebbe

stata grave mancanza la nostra di non farle quella visita. Così

sull'imbrunire ci recammo dalla Principessa e la trovammo seduta in

letto, in elegante _déshabillé_, circondata da varî amici. Parlava al

solito e pareva stèsse benissimo.

«Questa conversazione si ripete ogni notte, per tutta la convalescenza,

la quale dura da undici a dodici giorni: costumanza generale, poichè le

signore son molto prolifiche [sfido io, se sposavano dai 12 ai 15

anni!]; le conversazioni nella città son tre o quattro

contemporaneamente»[335].

[335] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXII.

Codesta piccante notizia venne confermata pienamente dal Cav. de Mayer.

Nel 1791 egli trovò che «a Palermo non s'invita, non si riceve

ordinariamente; ma le persone si vedono due, tre volte il giorno ed

anche più se hanno relazioni. Le adunanze si tengono presso le donne in

puerperio; e poichè esse sono feconde, frequentissime son le

adunanze»[336]: nè più nè meno che vent'anni prima avea veduto e detto

Brydone: salvo, s'intende, la parte di altri ricevimenti ordinarî e

straordinarî da aggiungere, come vedremo, a questa, esclusivamente

puerperale.

[336] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XV.

Brydone rimase lietamente sorpreso della facilità onde le dame

conversavano seco lui in inglese; facilità che crebbe a vera

disinvoltura al tempo degl'Inglesi in Sicilia. Più familiare ancora il

francese, che quasi ogni nobile possedeva, avendolo appreso, gli uomini

al R. Convitto S. Ferdinando, le donne al R. Educandario Carolino o, in

generale, sotto la guida d'una _bonne_ o d'un aio, che raramente mancava

nelle case signorili. Bisognava anche tener presente che non poche

signore erano state all'Estero, e ne avean preso lingua e fogge.

Di siffatta familiarità col francese, specialmente dame, usavano a tempo

e a luogo. Alla presenza di forestieri, che non comprendevano l'italiano

e meno ancora il siciliano, da persone finamente educate, con una

gentilezza, dice un tedesco, che confondeva, parlavano il francese,

ovvero, occorrendo, l'inglese[337]; e nel francese aveano, secondo la

mondana espressione d'un nobile ecclesiastico[338], «una chiave facile

ad aprire i gabinetti del cuore».

[337] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 596.

[338] _Santacolomba_, _op. cit._, p. 95.

Parlare poi di cultura femminile nel significato moderno della parola,

non si può, senza creare equivoci. Quella che vi era (e certo

rappresentava qualche cosa, allora) si raccoglie dal programma di studî

del Carolino per le nobili donzelle, dalla Regola dei Collegi di Maria

per le civili. Ordinariamente, poco leggevan le donne, e questo poco era

la minima parte di quel che si leggesse in Continente: in Venezia, p.

e., in Firenze, in Napoli, centri di pubblicazioni romanzesche; là, in

Venezia, sovente originali; qua, in Napoli, quasi sempre tradotte.

Di romanzi originali siciliani neppur uno ce n'è giunto: e forse non ve

n'ebbero; o, se mai, furono manifestazioni sporadiche, non riuscite a

farsi strada oltre lo scorcio del secolo, come l'invisibile _Romanzino

utile e piacevole_ di quel Francesco Carelli, che fu anima venduta del

Governo. Quando lo stampatore veneziano Rapetti, sotto gli auspicî della

Duchessa Anna-Maria Gioeni, volle iniziare in Palermo una _Biblioteca

galante_, dovette fermarsi al solo primo volume, mentre la medesima

_Biblioteca_, per il gran numero di compratori, veniva su prospera a

Firenze ed a Venezia.

I libri ameni, meglio favoriti dal sesso gentile, venivano per la via di

Genova e di Livorno, e più comunemente di Napoli. Le novelle e i romanzi

inglesi e francesi, pessimamente tradotti, tenevano il campo conquistato

dagli italiani.

Entrando nel _boudoir_ d'una dama, o d'una signora del ceto civile,

l'occhio si posava subito su qualche volume elegantemente rilegato della

_Nuova Biblioteca da campagna_, o della _Biblioteca piacevole_, o della

_Biblioteca di villeggiatura_: tre collezioni napoletane levate alle

stelle dalle leggitrici delle due Capitali del Regno. L'ab. Galanti,

autore d'uno studio sopra la morale e i diversi generi di sentimenti,

avea curato una di queste _Biblioteche_, ricca di ventinove tomi; ma

anche qui tutto era forestiero, dall'_Orfanella inglese_ alle _Memorie

di Fanny Spingler_, dalle _Novelle morali_ di Diderot agli _Amori di

milord Bomston_ di Rousseau, dalle _Novelle_ e dalle _Favole_ di St.

Lambert alla _Lucia_, alla _Giulia_, al _Varbeck_, agli _Aneddoti_ del

ricercato d'Arnaud. E vi si appassionavano le nostre damine, e vi

facevan cadere sopra le loro discussioncelle. Conversando con esse in

francese, Hager credette di accorgersi che difettassero di letture

francesi; e si maravigliò che ragazze e signore non sapessero di

Marmontel, di Crebillon, di Mercier[339]; ma ebbe il torto di

appoggiarsi a vaghe notizie negative; e dimenticava, o ignorava forse,

che ve n'erano appassionate per Rousseau e per Voltaire, le pagine dei

quali si facevano spiegare in luoghi nei quali nessuno potesse

sentirle[340]. Vero è che in pubblico mostravano molta simpatia per

l'Alfieri, il Metastasio, il Parini; vero che amavano molto il

Meli[341]; ma la loro predilezione era per la letteratura galante, da

gabinetto, come vogliamo chiamarla: e questa era tutta francese. Che se

gli scrittori nostri se ne scandalizzavano, è bene ricordare che essi

non aveano nulla di proprio da contrapporvi, e non pensavano a

soppiantarla. La _Scelta raccolta italiana di Romanzi_ di Milano (1787,

tredici volumi), rimase ignorata; ignorata pure la larga produzione di

quell'Antonio Piazza, che fu conosciutissimo nell'alta Italia. Solo

qualche racconto dell'inesauribile ab. Chiari penetrò in Sicilia, non

giungendo peraltro a scalzare nè il _Telemaco_ di Fénelon nè il

_Belisario_ di Marmontel, nè il _Diavolo zoppo_ e molto meno il _Gil

Blas di Santillana_ di Le Sage, che con i _Viaggi del Cap. Gulliver_

dello Swift ed i _Viaggi di Enrico Wanton_ del veneziano Sceriman

tenevano il posto d'onore. Siffatti libri piacevano a donne e ad uomini,

a vecchi ed a fanciulli; ma non riuscirono mai a inumidire tante ciglia

quante ne bagnarono gli _Amori di Adelaide e Comingio_, il

fortunatissimo tra i fortunati racconti divulgati per l'Isola.

[339] _Hager_, _Gemälde_, loc. cit.

[340] _Meli_, _Poesie: La Villeggiatura_.

[341] _Hager_, _op._ e _loc. cit._

Tornando ai circoli dei nobili, dobbiamo aggiungere che il principale

tra essi (poichè, come s'è visto, ve n'eran parecchi), era quello della

_Grande conversazione_, lì nel Palazzo Cesarò.

Di minute particolarità ce ne diede il Conte de Borch, da cui le

riportiamo.

Questo circolo è «una specie di club inglese, o di Caffè pubblico per la

Nobiltà, al quale vanno tutte le Dame e quanto di più eletto abbia la

città. In esso i forestieri ed i regnicoli, colmati d'ogni maniera di

garbatezze, sono come a casa loro, lieti di poter parlare di affari, di

contrarre conoscenze gradite senza soggezione e senza disuguaglianza. A

qualunque ora vi si ha caffè e rinfreschi a proprie spese. I socî

debbono esser tutti nobili, e vi sono ammessi a bussolo secreto e

strettissimo; sono dugento e pagano un'onza all'anno, e con questa somma

e con quella che si ricava dal giuoco si fa fronte alle spese di pigione

della bellissima casa, di servizio (servi e massari) e di

illuminazione.... Io ho veduto, conclude il nobile visitatore del 1777,

molte istituzioni simili, ma sento il dovere di dichiarare che quella di

Palermo supera le migliori che io abbia viste nel genere in

Italia»[342].

[342] _De Borch_, _op. cit._, t. II, lett. XV. Vedi anche _Torremuzza_,

_Giornale Istorico_ ined., carta 176.

La Conversazione sul finire del secolo non era più da Cesarò. Ai socî

parve un po' fuori centro: e centro per ogni buon palermitano è la

Piazza Vigliena. «Martedì 9 dicembre del 1800 il Re assiste alla

processione della Immacolata dalla casa del Barone Gugino (Bordonaro),

destinata alla Conversazione dei Cavalieri e Dame della città». Così

dice il n. 97 della _Raccolta di Notizie_, di quell'anno.

Ott'anni dopo, nel 1808, presso la casa di D. Giuseppe Valguarnera e

Gentile Peveri, Marchese di S. Lucia, allato della piazza di S.

Caterina, veniva demolito l'antico teatro dei _Travaglini_ e ricostruito

nella forma dell'attuale _Bellini_, allora, dal nome della regina,

_Carolino_. Una parte della casa del Marchese aggregavasi al nuovo

teatro, con diritto al proprietario di entrata e di libero accesso dallo

interno della propria abitazione; diritto passato più tardi a D. Teresa

Fasone, detta _di S. Isidoro_, rimasta celebre fino ad oggi, anche per

una certa avventura galante avuta con Ferdinando III[343].

[343] Da una nota testè trovata dall'onorevole Principe Pietro Lanza di

Trabia in un _Diario_ del suo bisnonno, D. Giuseppe Lanza e

Branciforti, sappiamo che proprio in quell'anno l'antico Circolo di

Cesarò passava accanto al teatro _Carolino_, cioè nella casa di S.

Lucia, e che l'anno seguente vi teneva una splendida festa. Vi

prendeva, o forse continuava a tenervi, il titolo di _Sego_:

titolo, dicono i vecchi, preso dalle candele di sego che vi si

accendevano, ma pure interpretato in altro senso.

Nel 1816 il diligentissimo cav. Gaspare Palermo scriveva: «In

questa stessa casa del Marchese di S. Lucia al presente si tiene la

Conversazione della Nobiltà, la quale vi passa dallo stesso teatro

senza uscire in istrada». (_Guida_, 2ª ediz., pp. 283-84).

Nell'anno di grazia 1904 nulla si è mutato. Il Circolo Bellini è il

ritrovo della Nobiltà autentica siciliana in Palermo; la quale pur

si divide tra quello già di Piazza Bologni, detto della

_Paglialora_, andato ora in via Ruggiero Settimo, presso la Badia

del Monte, ed il Circolo Geraci, composto in buona parte di

elementi civili o borghesi.

In quella casa trapiantavasi da ultimo, e prospera ancora, l'antica

_Grande Conversazione_.

_Capitolo XVII._

_OSPITALITÀ E GENTILEZZA. BALLI E DUELLI._

Una frase del Conte De Borch dianzi riferita suona lode della ospitalità

palermitana, virtù per la quale potè il Barone di Riedesel affermare che

gli uomini «amano ricevere gli stranieri, e questi passan con quelli

piacevolmente il tempo»[344]. Quella frase dobbiamo raccoglierla per

avvalorarla con testimonianze autorevoli. Facciamo parlare gli

stranieri, i quali ne fecero esperimento.

[344] _Riedesel_, _op. cit._, p. 122.

Il dovere di ospitalità era (e con lieto animo possiamo dire è)

profondamente sentito da ogni siciliano, fosse anche il meno colto.

Questo i viaggiatori decantavano a coro, e c'impongono di confessarlo

anche noi. Dei tanti che visitarono l'Isola, pochi furono quelli che non

ebbero occasione di accorgersi e di provare questa qualità, che agli

stranieri riusciva provvidenziale. In Palermo si spingeva fino alla

delicatezza. Il vecchio Genio della Città, cui la recente creazione

dello scultore Marabitti faceva nella Villa Giulia pompeggiare con

un'aquila ed un cane dappiè, simboleggia la naturale tendenza del

palermitano a nudrire lo straniero pur divorando sè stesso. Questo Genio

è ormai noto al lettore. I Palermitani, non benevoli verso i loro

concittadini, apron le braccia al primo che venga da fuori. Nel

commercio stesso, la bottega d'un _nazionale_ (come si diceva il

siciliano) era meno simpatica di quella d'un forestiere; e le botteghe

dei Lombardi aveano un concorso che altre non sognavano.

Nel 1787 l'Ab. Delaporte diceva: «La Sicilia offre ai viaggiatori

vantaggi veramente preziosi e quasi sconosciuti nei paesi nei quali si

crede supplire col danaro a molte virtù: è l'ospitalità generosa di

tutti gli abitanti, avanzo venerando di costumanze antiche, che formava

un legame invidiabile e sacro tra uomini di nazioni diverse. Io ne feci

più volte lieta esperienza. Provvisto di semplici lettere di

raccomandazione ricevute a Messina, io trovai amici dappertutto,

accolto, festeggiato con ogni maniera di servigi e sempre con una

gentilezza, con una cordialità che mi ha colmato di riconoscenza, e

addolcito le fatiche del viaggio»[345].

[345] _Le Voyageur françois_. Nouvelle édition, t. XXVIII, pp. 50-51. À

Paris, chez Moutard. MDCCLXXXVII.

Così pure un altro Abate, R. de Saint-Non: «Poche sono in Europa le

città nelle quali il tono generale sia più amabile, più onesto, e la

Nobiltà abbia tanta _politesse_, tanta naturale affabilità, quanta in

Palermo; al che concorre specialmente il _club_» dianzi citato[346].

[346] _De Saint-Non_, _op. cit._, t. IV, I par., p. 141.

Così il Dr. Hager: «L'indole del siciliano non è meno orgogliosa che

superba o sostenuta; ma i forestieri, come in una campagna che sia poco

frequentata, vi son ricevuti con ispecial dimestichezza ed ospitalità.

Si è lieti quando si vede arrivare qualcuno da lontane contrade: ogni

forestiere è veramente il benvenuto»[347].

[347] _Hager_, _Gemälde_, p. 187.

«Un forestiere che si regoli bene, non ha bisogno di commendatizie: è

subito accolto nelle migliori società. Nelle passeggiate pubbliche le

signore più aristocratiche gli rivolgono la parola, come pur fanno a

teatro se esse si accorgono che egli cerchi far la loro conoscenza; gli

domandano del suo paese, non dell'esser suo. _Eccellenza_ è il titolo

che gli danno. Soventi volte, tanto nelle passeggiate, quanto a teatro,

io non ebbi a durar fatica per conoscere le primarie famiglie. Invitato

ai loro circoli, ho avuto le prove d'una ospitalità amichevole, che si

cercherebbe invano in altre grandi città anche per via di lettere di

raccomandazione». Proseguendo, Bartels aggiunge: «Anche oggi, standomene

a contemplare in un palco la leggiadra bellezza della Principessa X, ho

avuto il piacere di veder cominciare da lei la conversazione, finita con

un suo invito al ricevimento di domani. In quali luoghi si va tanto

incontro al forestiere? Ma in quali altri luoghi si acquista tanta

celebrità ricevendo dei forestieri nella propria casa quanto a

Palermo?»[348].

[348] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 601.

Più tardi, nel secondo decennio dell'ottocento, Gino Capponi, percorsa

la Sicilia e giunto a Palermo, serbava nel suo Diario finora inedito

questo ricordo: «Non vi è forse altro paese dove questi (i forestieri)

siano così accetti, nè in altro luogo può il viaggiatore adempiere

meglio che qua l'oggetto che dovrebbe esser principalissimo, di vivere,

cioè, coi connazionali»[349].

[349] _M. Tabarrini_, _Gino Capponi, i suoi tempi, i suoi studi, i suoi

amici_, p. 36. Firenze, Barbèra, 1879.

Egli poteva ben ripetere quello che un altro toscano, Filippo Pananti,

reduce da Algeri, e ammaliato della franca affabilità e della gentilezza

affettuosa dei Principi di Villafranca e di Valguarnera, avea detto con

Catullo a proposito di certi uomini: «Coloro che li conosceranno un

giorno, li ameranno; e coloro che li avranno amati una volta, li

ameranno sempre»[350].

[350] _Pananti_, _Relazione d'un soggiorno in Algeri_, cap. XX.

Quali i padroni, tali i loro dipendenti; quali i nobili ed i civili,

tali i popolani. Questo principio di ospitalità era ed è innato in

tutti. La liberalità nel ricevere e trattare il forestiere senza un

fine, che non fosse quello di compiere un atto di convenienza e di buona

educazione, era pratica ordinaria.

Particolareggiando sulla squisita cortesia, il prof. Bartels

ragguagliava della ospitalità delle dame. Pareva a lui di trovarsi non

in un'isola, ma in un paese in contatto immediato e continuo col mondo.

Nessuno capitava mai in una casetta, in un abituro che non vi venisse

cordialmente festeggiato. Quando Stolberg, prima di giungere a Bagheria,

si fermò innanzi il palazzo del Marchese Celestre di S. Croce, il

castaldo (che per la sua gentilezza già conosciamo) offrì subito a lui

ed al suo compagno di viaggio, vino, letto e commodi d'ogni genere, che

lo confortarono dell'insopportabile scirocco della giornata[351].

[351] Vedi nel presente vol. p. 205, e _Zu Stolberg_, _Reise_, v. III, p.

316.

Ma noi abbiamo parlato di ospitalità e gentilezze senza parlare delle

forme con le quali l'una e le altre si svolgevano.

Accompagniamo un forestiere in una visita che egli, giungendo tra noi,

vada a fare. Ad immaginarla ci vorrebbe poco; pure non occorre giocare

di fantasia quando ci son testimonî di vista.

Il Bartels descrive una di codeste visite fatte da lui, e ricorda i

sonori annunzî dei servitori: _Signori forestieri!_ al suo inoltrarsi

nel salotto; ed il dignitoso ricevimento dell'ospite e la presentazione

di esso Bartels alla signora ed alla compagnia: tutto condotto in guisa

da mostrare la importanza del luogo e la solennità del momento[352].

[352] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 603.

L'inglese Vaughan scende a particolari, che hanno dello spiritoso e sono

verissimi. Riassumiamoli.

Facendo una visita a persone ragguardevoli, voi siete, secondo

l'etichetta, condotti per una lunga fila di stanze, probabilmente fino

ad un'ultima, in fondo, piccola ma bella, che è forse quella da letto,

ove, se indisposta, la dama riceve. In inverno vi viene offerto caffè;

in estate, acqua diaccia.

Finita la visita, il padrone di casa attraversa con voi le stanze e vi

accompagna, pronto a farvi un inchino. Importa che voi conosciate tutto

il cerimoniale del momento per non venir meno a' doveri che v'incombono.

Voi, p. e., cominciate ad inchinarvi pregando il Signore che non si dia

pena (_by no means_); ed egli vi risponde che non fa se non lo stretto

suo dovere. Voi vi provate di nuovo ad impedire tanto disagio, ma egli

vi prega di non privare il più umile dei vostri servitori di tanto onore

e piacere.... Se vi capita di lodare le sue belle sale, vi dichiara che

esse sono a vostra disposizione, e che tutto è merito delle vostre lodi.

Vi mostrate disposto ad esprimere la vostra obbligazione agli amici che

vi presentarono a Sua Eccellenza? Ebbene: Sua Eccellenza vi assicura che

la obbligazione è proprio sua, e che gli amici lo giudicavano

discretamente prevedendo il piacer suo nel ricevere un forestiere di

meriti così singolari, che -- voi rispondete -- «sono bontà sua».

Il resto si passa come si può, con ripetute insistenze per impedire

altro disturbo, e con le migliori espressioni di rincrescimento da parte

di lui per la occasione che gli si toglie di mostrare altrimenti la

propria stima: frase, questa, che, pronunziata a capo della scala,

v'impone le maniere più cortesi e gentili e le parole più rispondenti

alla vostra riconoscenza. Così inchinandovi e indietreggiando sempre,

potete andar soddisfatto di avere alla meglio compiuta la visita. Un'ora

dopo, riceverete una carta o una visita nell'albergo o nell'abitazione

da voi scelta.

Grande è lo stupore che un inglese prova nel sentirsi rispondere, quando

loda alcun che, case, cavalli, carrozze, che tutto è a disposizione di

lui. Un inglese vede in questo un complimento che basta esso solo a

dimostrare la differenza tra Siciliani ed Inglesi[353]; ma un italiano,

il Rezzonico, prima di lui, vi avea riconosciuto ben altro, e ne avea

preso argomento delle seguenti parole, lusinghiere per ogni isolano, ma

più ancora per la Nobiltà:

[353] _Vaughan_, _op. cit._, lett. V.

«L'urbanità, lo spirito, la bellezza delle dame di Palermo,

l'affabilissimo carattere de' cavalieri, ed i loro gentilissimi modi co'

viaggiatori sono invisibili catene che gli ritengono dolcemente in una

città tranquilla e piena d'ozio beato, che dopo il tumulto di Napoli

riesce aggradevole e deliziosa, per quell'equabile tenor di vita e

quella soave dimenticanza d'ogni cura e d'ogni fastidio che gli uomini

talvolta cercano indarno nelle torbide ed inquiete capitali del

continente»[354].

[354] _Rezzonico_, _op. cit._, v. I, p. 152.

Poichè nei ritrovi c'incontriamo sempre con donne, qualche altra notizia

di esse non dovrebbe tornare superflua. Ma dove cercarla se i nostri

scrittori, meno il Villabianca, non ne hanno alcuna? Peraltro, o essi la

danno buona, e allora son sospetti di piacenteria; o la danno cattiva, e

allora fanno nascere il dubbio di malanimo personale: e poi, v'è sempre

quell'ingrata figura del Palermo con quel brutto serpente!...

Facciam capo dunque ai forestieri. Hager, che si trattenne a lungo e

volentieri nei salotti eleganti e nei circoli di compagnia, ce ne dice

più di tutti.

«Il pianoforte, mobile di quasi tutta l'Europa, è anche qui abituale

dappertutto. Per mezzo di questo magnifico strumento ho imparato in

Palermo, accanto a dive siciliane, arie appassionate di Cimarosa e di

Fioravanti, e duetti di Andreozzi e di Tritto. L'amore si unisce

inosservato col canto; l'armonia del suono porta quella dei sentimenti,

e non si può immaginar nulla di divino più che un momento così

celestiale.

«Col pianoforte, pel quale si hanno in Palermo eccellenti sonatori e

compositori, va anche la chitarra, come nelle case della Spagna. Di

questa le ragazze si servono per accompagnare, con la delicatezza che è

propria di siffatto strumento, brevi canzonette popolari siciliane, il

cui contenuto scherzevolmente amoroso non cede in acutezza ed in arguzia

al tedesco. Pure la melodia è diversa, non solo dalla nostra, ma anche

da quella italiana, perchè suona proprio secondo il gusto asiatico, nel

modo che l'arte chiama _moll_ minore, nè più nè meno che io la udii

sulle rive del Bosforo. Essa fu importata dagli Arabi o dagli Aragonesi,

che ancora più lungamente tennero il dominio della Sicilia»[355].

[355] È superfluo il dire che quest'affermazione, così recisa, è per lo

meno discutibile.

E parlando delle donne palermitane:

«La loro andatura, i loro balli, ogni loro movimento tramandano un non

so che di dolce e di delicato; di esse tutto somiglia alle mimiche

attitudini che Rehberg a Napoli ha ritratto in assai gentile maniera in

Lady Hamilton. La loro conversazione è vivace, il loro sguardo

espressivo, ora con fisonomia languida, ora con sorrisi maliziosi, ora

con parole scherzevoli; il suono della loro voce è dolce, e la loro

presenza spira in tutti gli astanti serenità»[356].

[356] _Hager_, _Gemälde_ e _Maria Pitrè_, _Donne, passeggiate e società

in Palermo nello scorcio del sec. XVIII descritte da_ _J. Hager_,

pp. 5 e 6. Palermo, 1901. Cfr. pure _Goethe_, _op. cit._, lett. 16

marzo 1787.

Non ti pare egli, amabile lettore, che il prof. Hager, dimenticando per

poco il suo brutto arabo, per cui fu chiamato dal Re a giudicare della

_impostura saracena_ del Vella, abbia perduto la testa per qualche bella

ragazza, o bella dama?

I balli! Oh i balli eran pure un gran divertimento! Peccato che nessuno

d'allora abbia pensato a descriverli! Neanche questo stesso Hager, che

ci si trovò così di frequente; neanche d'Espinchal, che vi prese parte

godendo i beati ozii palermitani del 1800.

E che balli! Uno dei più graditi e forse dei tenuti più in conto, era il

minuetto, espressione della società d'allora, ma pur sempre grazioso.

Quando oggidì si vuole alludere a cosa che ci si somministri a

spilluzzico, sì che si rimanga un cotal poco in pena, usa dire in

Sicilia: _Mi fa lu manuettu cu lu suspiru_, frase che ricorda una

particolare figura della cerimoniosa danza, con pose mimiche di

prestabiliti sospiri. Avverso per indole a qualsiasi caricatura di vita,

il popolino non poteva guardare con piacere tutte quelle finzioni, e vi

creava sopra il non benevolo motto.

Ma il ballo non era un semplice esercizio fisico e di educazione, come

quello che s'insegnava alle nobili donzelle del R. Educandato Carolino

ed ai nobili giovinetti del R. Convitto S. Ferdinando; nè poteva, in

vero, dirsi uno svago da cenobiti. Francesco Sampolo, che ballò la parte

sua, perchè anche lui fu giovane, e della società del suo tempo studiò i

difetti, scrisse qualche verso in proposito; donde si vede a che ufficio

la danza servisse, e come le mani, i piedi, che si palpano, si toccano,

s'intrecciano, si stringono, s'avvinghiano, siano, ed eternamente

saranno, lacci potenti d'amore. Egli stesso, numerava un per uno questi

lacci, raffigurati da altrettanti balli. La seguente lista è la più

copiosa che da noi si conosca:

Lu quàcquaru, la starna, la scuzzisi,

Lu savojardu, lu 'ngaggiu d'amuri,

Lu valson, lu pulaccu, l'olannisi,

Lu manuettu di lu stissu Amuri.

L'ussaru, lu 'ngongò, lu tirolisi,

Lu sursì, l'alemanna, su' d'amuri

Ministri, chi cci 'mbrogghianu li carti

E fannu cchiù ruini chi 'un fa Marti.

Pedanteggiando, potrebbe discutersi sulla triplice comparsa della parola

_amuri_; però ci vuol poco a capire che essa non è fortuita, ma fatta

con arte. Se poi il lettore ha nel genere una certa erudizione che a noi

difetta, non troverà difficoltà a riportare ai nomi originali parte dei

quattordici nomi sicilianizzati di danze. Quei nomi, altronde, nei

ritrovi correvano quali erano giunti dall'estero, e bisognava sentire

con quale correttezza di pronunzia li dicesse, con quale franchezza di

tatto li insegnasse il più scrupoloso ministro d'Euterpe d'allora,

Domenico Dalmazzi.

Oh tre volte e quattro volte benedetto Maestro, che, lasciando per

Palermo la natia Genova, tante generazioni educasti all'arte che fu tua!

Morendo (1797), tu lasciasti largo compianto di fanciulle e di giovani

desiosi di danze; e chi sa che, trasportato per le vaghe regioni della

fantasia, non ti sarai, anche tu, abbandonato alle ineffabili dolcezze

sognate dal poeta, che cantava:

Mentri ca godi grata sinfunia

Di trummi, contrabassi e vijulini,

E senti lu cuncertu e l'armunia

Di citarri francisi e minnulini,

E ammira lu 'ntricciu e la mastria

Di li balletti e di li ballerini,

Ed è 'ntra li piaciri tutt'astrattu

Ogni armuzza si cogghi a lu strasattu[357].

[357] Ogni cuore vien preso all'improvviso.

_F. Sampolo_, _Parte quarta. Lu Cavaler serventi, Cicalata_, ottave

46 e 49. Ms. inedito, messo a nostra disposizione dal venerando

prof. Luigi Sampolo, figlio del valoroso poeta.

Con questi ardori è facile immaginare quel che dovesse avvenire tra le

teste calde dei giovani. Ad ogni menoma occasione sorgevano contrasti;

per lievi malintesi di inavvertite preferenze nei balli, per

impercettibili violazioni di etichette, passavasi a vie estreme; e

cartelli di sfida venivano issofatto lanciati, specie nei giorni di

ridotti carnevaleschi o al giungere di qualche bella, compromettente

artista del S. Cecilia o del S. Caterina (oggi teatro Bellini).

Ai duelli, altronde, si era per antica consuetudine adusati. Al S.

Ferdinando, tra le varie discipline che s'impartivano, non mancavano le

cavalleresche. La scherma, una delle cinque piaghe, non già d'Egitto, ma

della Sicilia, lamentate dal poeta benedettino P. Paolo Catania[358],

possedeva un abilissimo insegnante in un tal Torchiarotto. A lui faceva

codazzo uno stuolo interminabile di ammiratori; a lui si rivolgevano per

esser preparati coloro che cercavano nelle vertenze di cavalleria farsi

ragione.

[358] _P. Catania_, _Theatro ove si rappresentano le miserie umane_ ecc.

Palermo, 1665.

Una poesia, andata in giro tra gli schermidori di Palermo (1784), dà la

misura dell'ammirazione che gli professavano i suoi devoti. È una stampa

del tempo, che fedelmente ripubblichiamo:

«In lode del celebre maestro di spada D. Antonino Torchiarotto,

inventore e direttore del battimento nella contradanza allusiva alla

presa della fortezza di Algeri:

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1 · 第 13 / 21 题