Marte, cui deve il primo onor la spada,
Rese nel campo mille eroi guerrieri.
Ma fra l'orride stragi agli alti imperi
Schiude di gloria sanguinosa strada.
Nuovo Marte tu sei, e fai che cada,
L'audace Moro ai colpi tuoi non veri
Formi col brando i nostri, i tuoi piaceri;
Porti illustre vittoria u' più ti aggrada.
I tuoi seguaci in eleganti pruove
Con grati giri e con maestri passi
Spingi fra loro a belle pugne e nuove.
Così tu vinci il natural dell'arte,
Mentre i limiti suoi dolce sorpassi.
Or ceda a te l'onor lo stesso Marte»[359].
[359] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, p. 210.
E poichè Marte ha ceduto le armi a Torchiarotto, giova avvertire che
anche nei più grossi scontri le cose non si facevano troppo sul serio,
perchè poche tracce cruente si scoprono di partite cavalleresche.
_Capitolo XVIII._
_DAME BELLE, DAME BUONE, DAME VIRTUOSE._
Le donne che abbiamo qua e là, nel corso di queste pagine, incontrate,
non son le sole della società del tempo. Astri maggiori, splendenti di
luce propria nel firmamento muliebre della Nobiltà siciliana, esse
gareggiavano in attrattive di grazia dominatrice, in distinzione di
eleganza.
La vaghissima Marianna Mantegna, col suo delizioso neo sul seno
d'alabastro, ispirava al Meli la canzonetta _Lu Neu_, che contiene non
innocenti arditezze:
Tu filici, tu beatu
'Nzoccu si', purrettu o neu!
'Ntra ssu pettu delicatu
Oh putissi staricc'eu!
'Ntra ssi nivi ancora intatti
Comu sedi, comu spicchi!
Ali! lu cori già mi sbatti,
Fa la gula nnicchi nnicchi![360].
[360] _Meli_, _Poesie: Lirica_, ode XI, p. 38.
Gli occhi non sai se più penetranti o voluttuosi della Duchessa di
Floridia, Lucia Migliaccio, facevano battere cento cuori e penetravano
fino alle midolle del buon Poeta[361], che nella dolcissima tra le sue
dolci odi _L'Occhi_ cantava:
[361] _Palmieri de Miccichè_, _op. cit._, t. I, c. XI.
Ucchiuzzi niuri,
Si taliati[362]
Faciti càdiri
Munti e citati.
Ha tanta grazia
Ssa vavaredda[363]
Quannu si situa
Menza a vanedda,
Chi, veru martiri
Di lu disiu,
Cadi in deliquiu
Lu cori miu....[364].
[362] _Taliati_, guardate.
[363] _Vavaredda_, pupilla.
[364] _Meli_, _Poesie: Lirica_, ode V, p. 35.
Varie famiglie attribuiscono per tradizione a una loro propria
antenata la ispirazione di questa canzonetta. La verità è questa:
che il Meli la scrisse proprio per la Duchessa di Floridia, la
quale, rimasta vedova, alla morte di Maria Carolina, regina di
Napoli e Sicilia, divenne moglie morganatica, non felice nè ricca,
di Re Ferdinando III.
Riandando con la memoria e celebrando nel suo _Gemälde_ le principali
fattezze femminili da lui viste, il prof. Hager metteva in prima linea
la Principessa di Leonforte (poi di Butera), una vera Aspasia per le sue
forme e pel suo ingegno. Beltà come la sua, nessuno tra quanti la
conobbero ricordava: e tutti dicevano dei suoi occhi di gazzella, della
sua testa scultoria, resa maravigliosa dai ricchissimi gioielli[365].
Chi stenta a riconoscerla, la identifichi con la seconda Caterina
Branciforti, e saprà subito chi ella fosse, anche senza il ritratto che
ne fece il siculo poeta delle venustà del tempo[366].
[365] _Palmieri de Miccichè_, _op._ e _loc. cit._
[366] _Meli_, _Poesie_, p. 103.
Leggiadre le signore di Calascibetta, di Villarosata, di Castelforte e
molte altre minori. Rimettendo il piede in Terraferma, sul Ponte della
Maddalena, Hager incontrava (dicembre 1796), un'ultima volta ammirando,
la simpatica Principessa di Petrulla e la Marchesa d'Altavilla, di casa,
crediamo, Bologna, accompagnate dal Marchese di Roccaforte e dal
Principino della Cattolica[367].
[367] _Hager_, _Gemälde_, pp. 57 e segg. e 235.
E lì, a Napoli, gemme l'una più dell'altra preziosa, queste dame
componevano la corona della altera Maria Carolina, confermando con la
loro presenza l'antica reputazione del tipo estetico dell'Isola: forme
giunoniche e taglie mezzane, volti rosei ed ardenti e visi
sentimentalmente pallidi, chiome dai riflessi dell'ebano alternantisi
con le bionde oro, grandi occhi neri lampeggianti allato a languidi
cerulei, quali più, quali meno, imperiosi e carrezzevoli, dalle
interrogazioni rapide e dalle meste vaghezze d'un sogno.
Esse si eran chiamate Aurora Filingeri, Maria Gravina, Caterina Bonanno:
Principesse di Cutò, di Palagonia, di Roccafiorita (1775) e Marianna
Requesen Contessa di Buscemi (1777). Scomparse dalla vita e ritratte
dalla società, ricomparivano nelle grazie delle loro incantevoli
figliuole, o congiunte, o amiche, od anche emule: Marianna e Ferdinanda
Branciforti, Principessa di Butera l'una, Contessa di Mazarino l'altra,
Stefania Bologna Marchesa della Sambuca ed Anna-Maria Ventimiglia
Contessa Ventimiglia-Belmonte (1780). Belle, superbamente belle tutte,
come la Principessa di Carini Caterina La Grua, nome che richiama ad una
forte leggenda[368]: la Duchessa di Belmurgo Rosalia Platamone, la
Principessa di Villafranca Giuseppina Moncada, la Principessa di Scordia
Stefania Valguarnera e Felice di Napoli Marchesa di Giarratana (1797),
la quale non vuolsi confondere con la Lionora.
[368] Vedi nel presente vol., p. 42.
Dame d'alto lignaggio, costoro brillavano con l'ideale di loro
gentilezza nei circoli, con la prestanza di loro signorilità nel ceto,
col fasto di loro casato nelle due Capitali e fuori.
Pieni d'ammirazione per tante dive dell'Olimpo siciliano, alcuni
scrittori del tempo non sapevano far differenza tra bellezza e bellezza.
I tipi più eletti eran lì, sorriso gaio di natura, fascino potente di
uomini, invidia mal celata di donne. Profili spiritualmente greci, dagli
occhi e dalla capigliatura corvina, dai lineamenti correttissimi, quelle
dive passavano ammirate tra la folla, corteggiate tra le conversazioni.
Bartels, astraendosi talvolta dalle sue severe lucubrazioni economiche e
storiche, vide «a Palermo ed a Venezia le più splendide donne, in faccia
alle quali anche Paride sarebbe restato incerto a chi assegnare il pomo
d'oro»[369].
[369] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 605.
Le figure più snelle offrivano anche allora agli osservatori stranieri
«un'idea di quelle bellezze che una volta servirono di modello a
Prassitele ed a Policleto in quest'Isola greca, e che infiammarono Aci
per Galatea». E lanciandoli fantasticamente in mezzo alle favole ed alla
storia, li richiamavano a quella siciliana che fece girare il capo ad
Eufemio, quando nel secolo IX l'Isola cadeva sotto la dominazione degli
Arabi[370].
[370] _Hager_, _Gemälde_, nella cit. vers. di M. Pitrè, p. 4.
Tra le rare onorificenze e, perchè rare, pregiate, qualcuna
concedevasene a donne, per meriti e virtù preclare.
Dopo il quarto ventennio del secolo la Marchesa Regiovanni, Sigismonda
Maria Ventimiglia, veniva insignita del sacro militare ordine
gerosolimitano con la medesima croce ed i medesimi privilegi che avean
goduto e godevano la Principessa di Valguarnera e la Marchesa
Fogliani-Malelupi. Lionora Di Napoli, Principessa e Marchesa di
Spaccaforno, indossava l'abito di Malta e la gran croce di
devozione[371]: e quando ogni anno il Gran Maestro dell'Ordine mandava
il solito tributo solenne del falcone a Re Ferdinando, ella, in mezzo ai
pochi cavalieri che della distinzione si onoravano, attirava gli
appassionati sguardi della folla.
[371] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 223; v. XX, p. 12.
Con queste, altre dame con altre insegne.
Poco prima dell'abolizione del S. Uffizio un Grande Inquisitore
viaggiava per le campagne di Sciacca. A un tratto, nel feudo Verdura,
una masnada di ladri sbuca da una macchia, lo assale ed è quasi per
finirlo. Non discosto da lui è la Duchessa Leofanti coi suoi uomini;
alle grida dell'assalito ed alle voci degli assalitori, ella, con
ardimento più che virile, accorre, investe e mette in fuga i ribaldi
salvando il malcapitato uomo. Per quest'atto la Duchessa veniva decorata
in perpetuo, per sè e per le sue discendenti, dell'Ordine cavalleresco
della SS. Inquisizione[372]. Quella crocetta verdescuro e bianca, pur
dopo la soppressione dell'aborrito Tribunale, fregiò più d'un petto
femminile, coprì molti palpiti, oggetto di fiero, inestinguibile odio e
di viva ammirazione.
[372] _V. Mortillaro_, _Leggende storiche siciliane dal XIII al XIX
secolo_. 2ª edizione, p. 177. Pal., Pensante, 1866.
E con le valenti erano anche le dame colte e virtuose, nelle quali
l'ardore del vero era così intenso come fecondo il culto del bello.
La spiritosa giovane Baronessa Martines metteva in musica con dolcezza
degna dell'originale qualche canzonetta che l'amabile Cantore delle
«Quattro Stagioni» scriveva per lei. Anna Maria Bonanno, ingegno pronto
e luminoso, con profondo intelletto studiava gli scelti volumi del suo
ricco studio; sì che a lei faceva omaggio della sua _Biblioteca galante_
il tipografo Rapetti[373]. Educando la prole alla pietà, non fu lieta
dei frutti della sua buona educazione; chè il figlio Agesilao si rendeva
un giorno colpevole di contumelie ad un Giudice del Concistoro[374].
[373] Firenze e Palermo, MDCCLXXVIII, p. III.
[374] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1797, p. 50.
Una figliuola del Principe di Campofranco, monaca in uno dei principali
monasteri, scriveva sapientemente di morale[375]: e fresca era la
memoria della povera Anna Maria Alliata, primogenita di Pietro, Duca di
Salaparuta, la quale, morendo a trentanove anni, lasciava nome di
cultrice di filosofia[376].
[375] _Houel_, _op. cit._, v. I, p. 67. Vedi pure nel vol. II di questa
nostra opera il cap. _Monache_.
[376] Gioverebbe accertarsi se fosse stata veramente indirizzata a lei la
odicina testè pubblicata nelle _Opere poetiche_ del _Meli_, ediz.
Alfano, p. 296:
Vulennu farisi
Virtù 'na cedda ecc.
Parlandosi della Principessa di Villafranca, a titolo di lode fu scritto
(1794) esser ella tutta dedita a conversazioni istruttive e ad
occupazioni ben diverse da quelle di altre donne. Il lettore prenda nota
di questa lode[377], e si procuri le _Lezioni sulla educazione_ della
culta dama.
[377] _Cannella_, _Lettre sur la littérature de Palerme_ ecc. pp. 42-43.
A Naples. 1794. Cfr. in questo nostro vol. il cap. _Libertà di
costume_.
Triste esperienza della vita ammaestra che gli uomini s'inchinano al
sole che nasce e voltano le spalle a quello che tramonta. Chi è in auge
od anche in ordinaria prosperità di fortuna è carezzato, corteggiato,
adulato; la sua stella declina, ed egli cade in dimenticanza. Il _Dum
eris felix_ di Ovidio si ripete assai più frequente di quel che si possa
immaginare.
Nei momenti più tristi del Marchese Fogliani, quando una turba
incosciente urlava: _Viva il Re! Fuori il Vicerè!_ pochi serbarono al
Principe contro cui s'imprecava i riguardi prodigati al Principe fino
allora regnante. Tra questi e sopra questi pochi fu una donna, la
Contessa di Caltanissetta, vedova Ruffo Moncada. Costei, degna di sue
copiose ricchezze, affrettavasi a far sapere all'afflitto Marchese che
teneva a disposizione di lui i suoi beni, e pronte a qualunque di lui
bisogno le migliaia di scudi della sua cassa[378]: offerta di anima
nobilissima, la quale aveva anche il coraggio di affrontare non pur la
impopolarità del momento, ma anche le ire della plebaglia d'allora.
[378] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 279.
Tra tante dame che non negavano un sorriso ai lodatori e forse
s'inebbriavano ai profumi del loro eccelso casato e del sangue generoso
dei loro avi, erano donne casalinghe ed economiche, tutte cura di
famiglia: tipo non unico ma perfetto, Rosalia dei Principi di Resuttana,
che meritò un bel ricordo in un libro di viaggi del tempo[379].
[379] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXIX.
Ad atti di religione attendeva la Consororita di S. Maria delle
Raccomandate, presso Porta di Vicari (S. Antonino). Per lungo volger
d'anni ne tennero le sorti ora Caterina Tommasi Principessa di Lampedusa
(1794), ora la Principessa di Furnari Maria Teresa Marziano (1800),
coadiuvate dalle _congiunte_. Alla Principessa Maddalena Gravina vedova
Rammacca e a Bernardina Oneto di S. Lorenzo (1794) seguivano la vedova
Duchessa di Castellana Antonia Bonanno (1795), la Baronessa Teresa
Schittini e la Principessa d'Aragona Marianna Naselli-Agliata (1798-99);
ed a queste Stefania Branciforti Principessa di Scordia (1800), sempre
piene di fiducia nella perpetua tesoriera vedova Principessa di S.
Giuseppe, Maria Barlotta.
Il numero delle vedove nella pia congrega fa pensare ai disinganni della
vita dopo le grandi sventure, per le quali il bisogno di conforto
religioso si fa più che mai imperioso, e le pratiche divote si levano
dal semplice misticismo al più profondo sentimento di Dio. Non abbiamo
le fedi di battesimo e di stato civile delle altre nobili consuore, ma
ci sentiamo quasi autorizzati a credere che tra esse non erano, poche
eccezioni fatte, nè giovani, nè ragazze, nè donne, alle quali più
sorridessero gioie di idealità avvenire.
Presso che ignoto l'uso moderno dei comitati. Il bene, chi sentiva di
doverlo fare, sapeva dove e come farlo. Tuttavia, eccezionalmente, un
Comitato misto di signori e di signore s'incontra verso la fine del
secolo. Nel luglio del 1796 l'Arcivescovo e Presidente del Regno Lopez y
Royo, affine d'ingraziarsi la Corte, nominava una commissione di dame,
di cavalieri e di mercanti che raccogliesse danaro tra i nobili ed i
civili a favore del Re. Col Pretore Principe del Cassaro era la
Pretoressa Felice Naselli, col Capitan Giustiziere Conte di San Marco la
Capitanessa Vittoria Filingeri nata Agliata, e Rosalia Di Napoli
Marchesa di Montescaglioso e la Principessa della Trabia Marianna
Branciforti Lanza, alla quale la carità non era impedimento negli uffici
di Dama della Regina, come non pareva distrazione alla passione, che in
lei si disse potente, pel giuoco.
La somma che questo Comitato potè mettere insieme fu cospicua, ma chi si
fosse trovato a sentire coloro ai quali chiedevasi una contribuzione, si
sarebbe senz'altro turate le orecchie.
Non un libro d'oro ci ha tramandato coi nomi le opere di codeste donne;
anzi i nomi stessi ci mancano, perchè molte di esse si restavano
nell'ombra. Giornali che le mettessero in evidenza non c'erano: e la
cronaca mondana correva orale piuttosto che stampata e divulgata come
ora tra i curiosi e gli sfaccendati. Eppure a noi è consentito affermare
che se non furono tutte Veneri le belle, la beltà di molte fu fine e
soave; se non eroine le buone, la loro benemerenza, chi se l'acquistò,
non fu fittizia nè bugiarda. Molte le creature deboli e leggiere, ma
molte anche le forti: e di fronte ad amori avventurosi, quali comportava
con la suggestione la triste morbosità dei tempi, vi ebbero affetti
elevati, che alle ebbrezze chimeriche contrapposero serenità ragionevoli
ed alle seduzioni materiali del corpo le sublimi idealità dello spirito.
Veniamo ora alle dolenti note dell'ambiente nel quale donne belle ed
avvenenti poterono non partecipare all'esercizio delle virtù ed esserne
distratte dalla influenza d'allora.
_Capitolo XIX._
_LIBERTÀ DI COSTUME, CICISBEISMO._
La storia non mai scritta della vita siciliana offre, per la seconda
metà del settecento, lo strano e quasi incredibile fenomeno d'una certa
rilassatezza di costume. Si tratta d'un lungo episodio -- chiamiamolo
così -- del poema morale dell'Isola, e bisogna rassegnarsi a percorrerlo
anche quando l'amor proprio di chi scrive e di chi legge ne resti
mortificato per la tradizionale aureola di rigidezza onde ogni buon
isolano si abbella. Per fortuna, gli attori dell'episodio sono,
relativamente alla popolazione intera, di numero sparutissimo, e di
quasi una sola classe.
Siamo dunque nello scorcio del secolo XVIII. La moda straniera, come
diremo, valicando monti e mari, veniva ad assidersi sovrana tra l'eterno
femminino della Capitale. La galanteria francese con orpelli ed insidie
tutto informava il costume dell'alta classe e, per imitazione, o per
esempio, o per contagio, della media.
La libertà di fogge e di maniere, come sprigionata dalle secolari
pastoie, veniva arditamente fuori in non corrette manifestazioni. La
Francia era la gran tentatrice, e le sue lusinghe giungevano apertamente
o sottomano. Dalla Francia un galateo non prima sognato, dalla Francia
libri ed oggetti licenziosi. Le autorità civili e le ecclesiastiche
vigilavano zelantissime, confondendo sovente il male reale col male
immaginario, il bene assoluto col bene relativo; ma i loro occhi d'Argo
e le loro braccia di Briareo non riuscivan sempre ad impedire relazioni
occulte di commercio malsano, o creduto tale[380]. E che cosa,
d'altronde, non poteva penetrare in città, quando in una sola volta, non
meno di venti forestieri residenti in Palermo, usciti col pretesto di
andare a bere un thè sopra un legno straniero ancorato nel porto,
ritornavano di pieno giorno, carichi di preziose merci di
contrabbando?[381]. Nel 1782 si riusciva a metter le mani sopra non so
quanti ventagli giunti intatti da Parigi. Due anni dopo, per ordine
dell'Arcivescovo Sanseverino, non so quanti altri, con figure che
facevano arrossire anche i libertini, ne ardeva il boja; e nel 1790 si
diffondevano davanti alla polizia figure che erano il colmo della
sconcezza. Pure il malcostume al quale si chiudeva la porta entrava per
la finestra; e le frequenti arsioni di merci proibite non impedivano che
si facessero strada costumanze licenziose; anzi esse diventavano
patrimonio comune appunto quando le autorità si moltiplicavano nello
sbarrar loro la strada.
[380] Vedi il cap. VIII, {p. 133}.
[381] _Bartels_, _op. cit._, v. III.
Le prime conseguenze della inconsulta condotta del Governo le risentiva
la educazione, non più madre, ma madrigna; la quale preparava un
avvenire poco edificante per le donne anche delle buone famiglie.
Mentre, secondo Brydone, prima della celebrazione delle nozze non era
permessa domestichezza di sorta tra i giovani dei due sessi in Italia,
le signorine palermitane, disinvolte, affabili senza affettazione,
cominciavano a rallentare la severa consuetudine di stare ai fianchi
delle mamme. Mentre queste in Continente conducevano le figliuole in
società guardando non al diporto, ma al secondo fine di disporle al
matrimonio, pur sempre paurose che esse non venissero loro ad ogni
istante rapite, o che prendessero la fuga; in Sicilia mostravano una
certa confidenza nelle loro figliuole, e permettevano che il loro
carattere si svolgesse e maturasse[382].
[382] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXIX.
Bartels volle indagare lo spirito di questa nuova educazione, e ne trovò
le ragioni, alle quali facciamo larghe riserve. Ecco in proposito una
sua pagina, che gioverà come informazione, ma non già come
apprezzamento; perchè, alla maniera di altri del medesimo genere, questo
apprezzamento non corrisponde tutto alle condizioni del paese di allora.
«Il tenore di vita di società è libero e piacevole, e più leggiadro per
le nubili, le quali in tutto il resto d'Italia non compariscono mai. Qui
non si guarda più che tanto alla età acconcia a prender parte ai piaceri
del mondo. Una filosofia ben intesa, non più offuscata da principî
religiosi, ha preso piede fermo nella Capitale dell'Isola: e già si
riconosce quanto sia pericoloso per una ragazza ignara della vita il
passaggio improvviso dalla oscurità del chiostro alla luce abbagliante
del mondo, tanto più pericoloso in quanto il temperamento, per ragione
del clima, è ardente. Qui per le ragazze si stima necessaria la entrata
prematura in società, acciò non manchi in esse la conoscenza dei
pericoli stando ancora sotto la direzione dei genitori. Nè accade
fermarsi sulle particolarità di quest'argomento, perchè basta solo il
fatto che qui, come altrove in Italia, usa il cavalier servente, e che
per passione irrefrenata il palermitano cerca di spendere quanto più
può, e, in ogni occasione, di primeggiare. Così la madre non si occupa
assolutamente della educazione dei figli, i quali, com'è ovvio supporre,
non avranno alla loro volta imparato nulla. Però incontra in Palermo ciò
che non incontra fuori, in Italia: una ragazza che possa facilmente dare
un passo falso: e questa è conseguenza naturale della conoscenza precoce
dei piaceri mondani; conoscenza che, trovando la ragazza un cotal poco
emancipata dalla sorveglianza paterna e materna e completamente
abbandonata a se stessa, dà ad essa agio di profittare dei molti
godimenti.
«Non è pertanto a dubitare della influenza che questa pratica debba
esercitare sulla salute di lei, e del come essa sia ragione degli
infelici matrimonî che si contraggono, della rovina dei mariti e della
nervosità delle mogli»[383]. Al che concorrevano anche e in alto grado
gli sposalizî anticipati dei quali abbiam fatto cenno[384], e pei quali,
mogli a dodici, quattordici anni di età, erano nonne a trenta[385].
[383] _Bartels_, _op. cit._, v. III, pp. 597-99.
[384] Vedi a p. 275.
[385] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXII. -- _Hager_, _Gemälde_. --
_Meli_, _Poesie_, p. 87.
Durante ventun anno (1767-1787) tre tedeschi ed un francese scrissero in
termini niente lusinghieri delle donne palermitane; ed è notevole che i
loro giudizî indipendenti l'uno dall'altro, non presentano carattere
d'imitazione. Cominciò primo Riedesel dicendo che esse erano in preda ad
una grande libertà, e che i mariti s'avviavano a spogliarsi della
vecchia gelosia[386]. Goethe, non già perchè portava al petto come un
breviario il viaggio di Riedesel, ma perchè pensava con la sua testa e
vedeva coi suoi occhi, notava che le persone all'occorrenza si
corteggiavano a vicenda[387]. Terzo, un anonimo francese, facendo un
passo avanti, affermava essere soprattutto le donne che fornivano
aneddoti alla cronaca scandalosa[388]; e quarto, e malauguratamente non
ultimo, Bartels, passando il segno, imprimeva delle vere stimmate
all'alto femmineo sesso[389].
[386] _Riedesel_, _op. cit._, p. 121.
[387] _Goethe_, _op. cit._, lett. del 3 aprile 1787.
[388] _Lettres_, p. 346. A La Haye, MDCCLXXVII.
[389] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 581.
Queste ed altre accuse generali ci preparano a qualche notizia, meno
vaga per i luoghi e le date.
Il grande laboratorio, la fucina diciamo così, degli articoli onde si
componeva il nuovo o recente galateo sorgeva fuori la città chiusa. La
Marina era l'attrattiva più potente di chi amasse divertirsi senza
troppi scrupoli di.... morale.
Brydone, impressionato della sfrenata passione degli abitanti per le
pubbliche passeggiate, scriveva:
«Siccome i Palermitani in estate sono obbligati a mutare la notte in
giorno, il concerto musicale non principia prima della mezzanotte. Il
tocco è il segnale perchè i virtuosi diano fiato ai loro strumenti per
la sinfonia. A quell'ora la passeggiata formicola di pedoni e dì
carrozze, alle quali, perchè sian meglio favoriti gl'intrighi amorosi, è
vietato, qualunque sia il grado della persona, di portare lumi. Questi
vengono spenti a Porta Felice, ove i servitori attendono il ritorno de'
loro padroni: e tutti i passeggianti restano un'ora o due nelle tenebre,
a meno che le caste corna della luna, insinuandosi ad intervalli, non
vengano a dissiparle. Il concerto finisce verso le due del mattino, e
tutti i mariti rincasano a trovare le loro mogli.
«Questa usanza è ammirevole [vedi un po' che cosa vuol dire viaggiatore
giovane, come era il nostro inglese!] e non cagiona scandali. Un marito
non rifiuta mai alla sua metà il permesso di andare alla Marina; e le
signore per conto loro son tanto circospette che spessissimo coprono il
viso con maschere»[390].
[390] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXII.
Questo passo, per la crudezza delle affermazioni, è d'una estrema
gravità. Giammai nulla di simile era stato detto in proposito. Vietati i
lumi, che perciò si spegnevano a Porta Felice, la Marina rimaneva al
buio completo, come quello che meglio favorisse gli amori. Le signore
potevano andarvi senza i mariti, ed alcune anche mascherate.
Invero, non c'è da rimanere edificati! Ma è poi vero codesto? Il Conte
de Borch, che scrisse per controllare il viaggio di Brydone, spiega così
l'affare dei lumi: «Siccome la maggior parte dei nobili di sera si reca
alla Marina in veste da camera e le donne in semplice mussola bianca, si
ha tutta cura di non far entrare fiaccole accese; altronde, non se ne ha
bisogno, perchè la bella luna riflettendosi sul mare illumina tutto
d'intorno.
«Io, aggiunge, non mi farò il paladino della galanteria delle donne, qui
come altrove civette; ma sostenere che vi sia una legge positiva, un uso
pubblico stabilito che protegga il disordine, e questo abuso siasi
mantenuto da tempo immemorabile, è per me quanto di più assurdo si possa
immaginare»[391].
[391] _De Borch_, _op. cit._, t. II, pp. 132-33.
Il nobile savoiardo disegna con matita di rosa il paesaggio che il
viaggiatore inglese avea disegnato col carbone; ma la matita di rosa non
illumina la scena; e resta di fatto: che se non c'era una proibizione
ufficiale di lumi, c'era una consuetudine per la quale carrozze, sedie
volanti ed altri veicoli uscivano a lumi spenti nell'allegra piazza.
Mutate le parole, le cose suppergiù restano. Nell'Archivio del Comune, a
farlo apposta, non siamo riusciti a trovare documento di un solo fanale
in quella piazza. Altri forse lo troverà. La pubblica illuminazione,
principiata in Palermo nel 1746, quando ancora molte metropoli d'Europa
(lo dicono quelli che venivano dall'Estero, non lo diciamo noi) erano
allo scuro, non si estese oltre alle due vie principali, e quando vi si
estese non ebbe premure per la Marina, che, proprio nel secolo XVIII,
restava a discrezione della luna e degli _habitués_.
I viaggiatori di quello scorcio di secolo ripetono la notizia del
Brydone, non per sentita dire, ma per vista personale. Tutti furono a
Palermo, tutti assistettero alla scena; qualcuno solo ne trasse
particolarità che si prestano a sfavorevoli discussioni.
Il lettore abbia pazienza di proseguire con noi la galante rassegna.
Per un italiano del 1776, che non volle farsi conoscere, «la Marina è la
passeggiata universale ed il convegno della sera. La Polizia ne vieta
l'accesso alle fiaccole [non sarà stata la Polizia, sarà stato l'uso].
Al coperto d'una oscurità fitta passeggiano i mariti gelosi ed i timidi
amanti, nascondendo gli uni i loro possessi, attutendo gli altri le loro
fiamme. Ho visitato più volte queste tenebre misteriose, e non son
rimasto mai senza una certa penosa emozione alla vista del turbamento
che suole sempre accompagnare la felicità dell'uomo»[392].
[392] Un Voyageur italien, _Lettres_, lett. 16 ottobre 1776.
Che cosa debba intendersi per «possessi dei mariti gelosi» cerchi di
indovinare chi ci sa ben leggere! Noi procediamo oltre.
Per un altro scrittore del medesimo tempo la faccenda non è diversa.
L'abate de Saint-Non, persona colta e senza scrupoli, rilevava (1778):
«_La promenade charmante_ è un convegno dove nessun palermitano rinuncia
a fare un giro prima di andare a letto. Pare un sito privilegiato con
indulgenza plenaria per tutto quel che vi avviene, e pare altresì che i
Siciliani abbiano per esso dimenticato a tal segno la loro naturale
gelosia da proibire le fiaccole e tutto ciò che possa recare incomodo
alle piccole libertà clandestine. Molto difficile sarebbe darsi ragione
di siffatta singolarità, se non si sapesse già che essa, facendo
partecipare tutti ai medesimi vantaggi, soffoca e fa cessare le
mormorazioni di quei gelosi che per essa soffrono tormenti. Qui regna la
oscurità più misteriosa e la meglio rispettata: tutti vi si confondono e
smarriscono, tutti vi si cercano e vi si trovano»[393].
[393] _De Saint-Non_, _op. cit._, t. IV, p. I, p. 142.
A brevi intervalli noi possiamo con altri viaggiatori visitare il
piacevole ritrovo. Possiamo farlo col tedesco Bartels (1787), e
troveremo inalterata l'usanza della spengitura delle fiaccole, che
«senza etichetta, senza gelosia e con gentili scherzi» concorre a
rendere più brevi le notti[394]. Possiamo farlo col Cav. de Mayer
(1791): e se ci recherà fastidio la polvere sollevata dalle vetture,
confessiamolo candidamente: non è per la polvere in se stessa, ma perchè
la polvere «nuoce ai piaceri della sera»; e piaceri sono «il fresco, il
_laissez aller_, la libertà, gl'incontri»[395]. Possiamo farlo con altri
ancora; ma che più, a fronte di testimonianze così concordi?
[394] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 554.
[395] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XV.
E le donne mascherate? Queste si, lasciamole alla responsabilità di
Brydone, che nessuno ne parlò mai e prima e dopo di lui. Solo la
tradizione ne fa timido cenno, accusando certe illustri dame (e dice tre
nomi), le quali a nascondere infedeltà colpevoli avrebbero ricorso al
mal sicuro espediente.
E del resto, perchè questo sotterfugio quando gli stessi italiani in
Palermo giudicavano preoccupazione non necessaria quella delle donne
borghesi di coprirsi del manto nero?[396]
[396] Un Voyageur italien, _op. cit._, p. 19, nota. -- _Lettres sur la
Sicile par un Voyageur italien à un de ses amis._ Amsterdam,
MDCCLXXVIII.
Ed ora, lasciamo il costume estivo della Marina, tanto esso non è se non
una delle molteplici esteriorità della vita palermitana, e veniamo ad
altro.
Siamo nel 1800. La Famiglia reale di Napoli è in Palermo. Il Duca du
Berry, con un seguito di brillanti ufficiali, arriva nel nostro porto e
viene a chiedere la mano d'una figliuola di Ferdinando III. Maria
Carolina è a Vienna e la si attende da una settimana all'altra. Il
signor d'Espinchal, uno degli ufficiali, senza perdere un solo dei
divertimenti della giornata, prende nota di quel che fa e di quel che
vede. Ecco una delle sue note:
«Maria Amelia ha diciott'anni: figura molto gradevole, ma nulla di
particolare in un paese dove di beltà non è difetto. Le sue maniere
dolci, gentili, timide anzichè no, ritraggono dalla etichetta troppo
affettata della Corte, in contrasto delle costumanze molto rilassate
della Sicilia».
Appressavasi l'estate: e la ducale comitiva francese passava la notte
tra le numerose conversazioni della città, nelle quali splendevano donne
eleganti e graziose, «dedite ai balli, alla Marina, ai passatempi
abituali in questo paese dolcissimo». La Flora era «il ritrovo delle più
belle donne della città, _des intrigues amoureuses_». Le dame,
appassionate pel fasto e per gli ornamenti, amavano «le feste, i
piaceri, e soprattutto _les intrigues de coeur, leur passetemps
habituel_, così che gli stranieri consideravano Palermo «come l'Eldorado
di Europa».
Dopo quattro mesi di attesa, non inutile per nessuno: non per il Duca
che, a buoni conti, passava buona parte del giorno presso l'Amelia, non
per la sua compagnia, che divideva gradevolmente, troppo gradevolmente,
il suo tempo tra le visite ai monumenti e quelle alle conversazioni; si
fu costretti a partire.
D'Espinchal, che è il solo cronista di quei giorni avventurosi, evocava
«le deliziosissime ore passate in questa città incantatrice, dove i
capricci della graziosa e vaga Duchessa di Sorrento aveano tali fascini
da render veramente felice chi vi si sottoponesse; dove era la Marchesa
Aceto, più costante in amicizia che in amore, e la bella, altera e
superba Principessa di Hesse, ai cui desideri tutti servivano
specialmente in amore, del quale ella era una delle più ardenti
sacerdotesse»[397].
[397] _D'Espinchal_, _op. cit._, pp. 48-50, 64.
Ma d'Espinchal era giovane, e la sua accesa fantasia poteva dar corpo
alle ombre, ed attribuire a molti il facile godimento di pochi, tra i
quali era pur lui. Tuttora giovane, benchè persona molto seria ed
artista di grande valore, l'architetto Houel che, visitando la casa del
Principe di Campofranco, rimaneva sorpreso di trovarvi più libertà che
in Francia[398]. Giovane e maldicente quell'altro ufficiale francese
Creuzé de Lesser che trovò «la Marina la passeggiata del miglior tono
specialmente di notte, ove si danno i ritrovi d'ogni genere»[399]: tutti
e tre da noi chiamati a testimonî stranieri nella non bella causa di
moralità.
[398] _Houel_, _op. cit._, t. I, p. 67.
[399] _Creuzé de Lesser_, _op. cit._, p. 109.
Più che straniero, poi, il figlio del Sultano del Marocco, Mohammed Ben
Osman, assistendo nel gennaio del 1783 ad una festa da ballo al Palazzo
Vicereale, si dichiarava scontento della libertà delle donne, «vedendole
comandar dappertutto gli uomini», dai quali esse «erano poco men che
adorate»[400]. Volgiamoci pertanto ai non giovani ed a Siciliani, anzi a
Palermitani, che non avevano ragione di esagerare, anzi dovevano aver
tutto l'interesse di attenuare ciò che non faceva loro onore.
[400] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 394.
E qui con amaro sorriso presentasi l'abate Meli. Nessuno più civilmente
di lui studiò la società del tempo, nessuno la ritrasse con maggior
fedeltà; l'opera sua quindi rispecchia quella vita. Più e più volte lo
sdegno del poeta eruppe contro la leggerezza dei suoi contemporanei; e
l'apparente sua festività era collera, tanto più grave quanto viva era
la interna lotta ch'egli dovea sostenere per non offendere il ceto nel
quale egli, medico retribuito e poeta carezzato, vivacchiava. Tutta, col
Meli, si percorre dispettando la scala di questa galanteria: dalla
misteriosa trasparenza dei veli che volevan coprire il collo delle
ragazze alla procace evidenza dei seno delle maritate, dalla furtiva
occhiata della monachella al fremito inverecondo della donna mondana.
Ecco qua la _Moda_. Tra le malattie in voga predomina quella dei
deliquî, pretesto all'amore, e certe smorfie per accreditarli; si finge
di
Trimari d'un cunigghiu, anzi sveniri,
Sfùjri li corna di li babbaluci,
Ma di l'autri mustàrrinni piaciri.
Si gioca a carte: guerra di spade, bastoni e dardi d'amore; nubili,
mogli e vedove, tutte posson dirsi paghe e contente, in quanto
A un latu ànnu l'amanti o niuru o biunnu,
Secunnu lu capricciu, e all'autru latu
La sfera, lu quatranti e mappamunnu[401].
[401] _Meli_, _Poesie: Lu Cafeaus_, p. 137.
Ecco _Non cchiu Porta Filici_. L'estate è finita, cessata è la Marina, i
nobili tornano assidui alla conversazione del palazzo Cesarò, dove tra i
due sessi
Si tratta a la francisa,
Nun su' nenti gilusi,
Su' tutti afittuusi,
Nun c'è nè meu nè tò.
Per iddi è impulizia
Qualura la sua dama
'Un joca, 'un balla, 'un ama.
Ma fa lu fattu sò.
Anzi taluni stilanu
Chi lu maritu va,
Pri stari in libertà,
Unni la mogghi 'un c'è.
Hannu morali a parti;
La liggi sua briusa
'N'è nenti scrupulusa,
Ognunu fa per sè.
E come la libera moda ha riconosciuto naturale l'uso di prendere a
braccio la prima ballerina che s'incontri a passeggio, così per questa
si spende e si spande[402].
[402] _Meli_, _Poesie: Ma chi pittura_, p. 372; _Nun cchiù Porta Filici_,
p. 89.
Ecco _Ma chi pittura!_ Il buon Meli, disgustato delle scene alle quali
gli tocca assistere, pennelleggia le condizioni dei tre ceti. A lavoro
finito, egli non ha il coraggio di dare alle stampe la sua poesia, e la
lascia manoscritta. È carità di patriota, o incontentabilità d'artista?
Nol sappiamo; però è certo che in essa vuolsi vedere un documento di
quella vita che non ha avuto ancora un illustratore con le vedute
moderne.
In Palermo tutto vede bizzarria e sfacciataggine il poeta; la vanità
regna immoderata:
Nun c'è vergogna,
Nun c'è russuri,
Pocu è l'onuri
E l'onestà.
La desiderata Marina è sempre il luogo favorito di certa gente. L'amore
vi assume carattere di liberalità; la gelosia ne fugge; e se vi fa
capolino, vi è, come avanzo di barbarie, derisa. Ogni donna -- continua
piacevoleggiando, il poeta -- ha il suo amante e chi non ne ha, potrà
occhieggiando procurarselo; e allora complimenti a tutt'andare, e subito
confidenza.
Chi tocchi amabili,
Chi duci vezzi,
Chi pezzi pezzi
Lu cori sfa!
Le vesti di queste donne sono scollacciate quali si addicono al tratto,
che la moda impone libero dai vieti pregiudizî di dignitoso riserbo
nelle donne, di sommo rispetto alle mogli altrui. Tutto questo al buio,
A la francisa,
Senza cannili:
Chistu è lu stili
Di la cità.
E sempre nella fortunata piazza,
E specialmenti
La siritina
'Ntra la Marina
C'è libertà.
E così, sempre alla Marina, ove Palermo, la Sicilia, accentra quanto del
suo peggio moderno abbia mandato Parigi:
Chista è la Francia
Di sta Marina[403].
[403] _Meli_, _Poesie: In lodi di la Flora_, p. 77; _Ma chi pittura!_ pp.
372-74.
Se così è al palazzo Cesarò, nelle case private, ai pubblici passeggi,
che c'è mai da aspettarsi altrove? L'ambiente è sempre uno: tutti lo
respirano, e vi prosperano.
Queste le scene reali che tuttodì cadono sotto gli occhi del Meli.
Cent'anni dopo, un dilettante di lettere, dovea venire a battezzare
«arcade di buona fede» il poeta che così aveva scritto!
Un prete contemporaneamente cantava:
Oggi viju introdutta certa usanza,
Chi pari chi cci sia qualchi indecenza;
In ogni casa, cui canta, cui danza,
Va pri li pedi pedi l'Eccellenza.
Nun si vidi cchiù un quatru 'ntra 'na stanza,
Cu cornacopi speddi (_finisce_) ed accumenza.
Li credituri e la povira panza
Sunnu custritti a fari pinitenza[404].
[404] _Melchiore_, _Poesie_, p. 104.
E non isfuggirà a nessuno il _calembour_ della cornucopia.
Il Villabianca, raccogliendo le voci popolari del tempo in cui il
Regalmici faceva sorgere la Flora, mentre prima avea pensato ad un
camposanto o carnaio (_carnala_), osservava che:
La carnala fu in flora a commutari.
Acciò 'ntra chiddi fraschi e ddi virduri
Putissiru li vivi agumintari;
dove l'allusione è così trasparente che viene spontanea alle labbra la
casta invocazione:
Musa, deh copri di benigno velo
L'incauta scena....
Quando poi la licenza si traduceva in fatti scandalosi, il medesimo
Villabianca, acceso di sdegno contro coloro che ne erano gli attori,
usciva in una invettiva che è forse la più sanguinosa ch'egli abbia
lanciata contro la moda del libertinaggio, contro le famiglie che ne
inalberavano la bandiera, contro la società che tollerava siffatte
vergogne. Noi stessi, non osiamo riferirla[405]. Nè l'Arcivescovo
Serafino Filangeri, Presidente del Regno, era stato meno severo[406].
[405] _Diario_ ined., a. 1798, p. 412.
[406] Vedi bando del 13 ottobre 1774.
Prove indirette di questa realtà di cose potrebbero sorgere da
particolari indagini da farsi sull'argomento in archivi speciali. Nei
diversi reclusorî d'allora molte nobili e civili signore venivano
ospitate. Quante le une? quante le altre? quali di spontanea loro
volontà? quali per volere di parenti o per ordine superiore? Giacchè,
per citare un solo esempio, se tra il 1770 ed il 1804 meglio che
quattordici grandi titolate entrarono nel solo Conservatorio della
Divina Provvidenza (Suor Vincenza) a Porta S. Giorgio[407], bisognerebbe
cercare quali lo fecero, se alcuna ve ne fu, per propria elezione, quali
_obtorto collo_. In quel ritiro, come negli altri simili d'allora,
nessuna dama andava a chiudersi senza gravi ragioni, e queste non
potevano non essere d'indole estremamente delicata: o che i doveri
coniugali avessero, per passioni inconsiderate, ricevuto qualche colpo,
o che la condotta del marito si riflettesse sulla moglie, la quale,
appunto perchè donna, rimaneva esposta alla solita maldicenza, che
talora risparmia l'uomo notoriamente infedele ed accusa la donna forse
lievemente indiziata di colpevolezza, quando non del tutto innocente.
[407] Un minuto spoglio di registri delle commoranti in questo Reclusorio
mi ha favorito, per graziosa raccomandazione del Presidente di
esso, sig. Ing. Giovanni Biondolillo, l'archivista avv. S.
Minutilla.
E se le quattordici dame, che pur tenevano ai loro servizi ciascuna le
sue cameriere, rappresentavano l'undecima parte delle ricoverate in quel
Reclusorio, quante saranno state le civili, maritate o vedove, che per
le medesime ragioni vi convivevano?
Con questa vita e con queste abitudini è facile comprendere come potesse
nella Capitale farsi strada il cicisbeismo, che tra le cattive fu la
peggiore delle mode. Non si cerchi nel popolo, perchè la rigidezza della
sua morale e quella gelosia che, per quanto esagerata da viaggiatori e
da romanzieri, era ed è sempre intensa, mal ne avrebbe comportato le
libere pratiche[408]. Il _cicisbeo_, o meglio, il _cavalier servente_
(giacchè solo con questa parola si conosce la brutta cosa nel popolo)
non esistette mai o, piuttosto, esistette solo di nome; il vero servente
nacque, potè prosperare nelle alte sfere sociali. Brydone, quelle sfere
le conobbe in Palermo, e trovò «generale anzi che no» la istituzione.
Bartels, senza circonlocuzioni e sottintesi, ne confermava, come in
altre parti d'Italia, l'usanza[409]; e tanto era comune che il non
trovarne in qualche famiglia parve lodevole eccezione. L'ab. Cannella
ascrisse a vanto della Principessa di Villafranca l'avere ella scelto un
dotto sacerdote per la conversazione, in luogo d'un cicisbeo che le
facesse la corte[410]; mentre, al contrario, un'altra giovane
Principessa non seppe rinunziare all'ordinario conforto d'un vagheggino
(un principone d'alto lignaggio) alla notizia che il marito fosse stato
catturato dai corsari barbareschi; vagheggino, ch'essa si tenne schiavo
d'amore in Napoli e in Palermo, come il Reggente si tenne schiavo di
pirateria in Algeri il non più giovane marito di lei[411].
[408] Un nobile ed ardito siciliano lasciava scritto: «L'amore è tutto in
Sicilia. Feroce nel popolo, esso perde sempre del suo colore scuro
salendo i diversi gradini della società, fino alla nobiltà, dove
prende nome di galanteria, od anche altro nome che suona men bene.
Cagione d'assassinî in quello...» _Palmieri de Miccichè_, _op.
cit._, t. I, ch. XL.
[409] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 598.
[410] _Cannella_, _Lettere_, pp. 42-43.
[411] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1797, p. 191. Questo nobilissimo
cicisbeo era il Principe di Roccaromana Capua.
Se riflettiamo un po' sopra queste cattive tendenze, verremo alla
dolorosa conclusione che vi son simpatie non approvate dalla legge
civile, vietate dalla ecclesiastica, le quali, secondo alcuni, non
intaccano certi articoli del decalogo. La educazione d'allora, parliamo
sempre del settecento, era, ahimè! troppo progredita perchè potesse
arrestarsi a proibizioni, riconosciute grette da quella società.
Il cavalier servente guardava con serenità calcolatrice la perdita del
tesoro che era suo; e seguiva istintivamente, forse senza conoscerla la
dantesca Semiramide,
Che libito fe' licito in sua legge.
Simile ad accorto capitano, egli dalla effimera perdita traeva ragione e
forza a conquiste, tanto facili quanto meno consentite o permesse. Una
fortezza che si perdeva, ne faceva supporre una che si vincesse; anzi la
fortezza perdevasi appunto perchè il capitano, niente premuroso di essa,
era alienato dagli stratagemmi di guerra necessarî ad espugnarne altra.
Ed a questa, espugnatala, egli consacrava se stesso, ogni sua cura, dal
primo istante in cui questo giovin signore, compagno del «giovin
signore» lombardo del Parini, riapriva gli occhi al sole già alto, al
far del nuovo giorno, in cui li chiudeva stanchi al sonno pertinace. Ad
essa e per essa spendeva, senza riguardi a conseguenze economiche, le
sostanze che aveva, se pure le aveva. Egli la custodiva, la teneva di
conto, ne visitava ad ore determinate gli angoli più recessi, e
l'addobbava e adornava di sua mano; giacchè a lui, solamente a lui, era
dal nuovo codice galante fatto diritto di accedere, padrone e servo,
signore e vassallo, cavaliere e valletto, capitano e soldato, là dove
codici oramai fuori moda non consentiron mai di levare gli occhi, non
che di mettere i piedi o di alzare le mani.
Usciamo di metafora.
Il cicisbeo era sempre in pieno esercizio in molte case signorili, in
quelle specialmente dove la cascaggine dei zerbinotti e le smancerie dei
ganimedi si credevano così innocue da limitarsi a leziosi inchini, e,
tutt'al più, a languide occhiate. Se qualche puritano ne faceva le
maraviglie, c'erano i non puritani, persone di mondo, che trovavano
opportuno lasciar fare.
Alla fin fine, che cosa è il cicisbeo se non un cavaliere della
galanteria, che volontariamente si rassegna ai capricci d'una bella o
d'una brutta dama? Come ellera all'albero, così egli si attacca a lei;
nè l'abbandona mai quando ella esce per la messa, per le prediche, per
le passeggiate, quando va al giuoco, ai ricevimenti, agli spettacoli.
Ella non va senza di lui, e quando la s'incontra è impossibile che egli,
vagheggino fedele, in ogni guisa non si adoperi a tenerla divertita e
soddisfatta di sua corte. A villeggiatura, in luogo solitario, legge
alla signora Metastasio, e spiega Voltaire e Rousseau[412]. C'è da
stupire, che sappia far questo; ma è così.
[412] Vedi in questo volume, p. 278.