Quest'uso di dir male degli uomini e delle cose pubbliche era, come

abbiamo affermato innanzi, antico, molto antico, e per quanto si fosse

fatto a sopprimerlo, sempre vivo. Gli interessati vi ricorrevano sempre

che il bisogno lo imponesse per non lasciarsi sopraffare. Il Governo

sapevalo bene; e quando vi scorgeva una minaccia all'ordine pubblico ed

un'offesa alla sua dignità, si sfogava in bandi e comandamenti severi,

ripetizioni di altri precedenti e secolari. Dopo la giustizia del

Settembre 1773 sopra cennata, per la rivolta contro il Fogliani,

l'Arcivescovo Filangeri, Presidente del Regno, ordinava che «nessuna

persona di qualunque ceto e condizione nelle private conversazioni in

casa, nelle piazze, nei teatri, nelle cafetterie, nelle sagrestie, nelle

chiese, nei conventi, nelle congregazioni» osasse ricordare i fatti

avvenuti; nessuno «formare canzoni, sonetti, satire, leggende».

Disposizioni più severe emanava dieci anni dopo il Caracciolo, preso di

mira specialmente dalle classi nobile e civile. Egli non sapeva darsi

pace pensando che miserabili senza nome osassero gettare il ridicolo su

lui; sicchè, fingendo di prendersela pel decoro delle famiglie, vietava

«a qualunque persona, di qualsiasi grado, ceto e condizione si fosse il

poter comporre, pubblicare, spargere o affissare o scrivere tali libelli

e cartelli infamatori e contumeliosi, nè in versi, nè in prose, nè in

figure esprimenti il carattere, nè in satire, nè in pasquinj, nè in

qualunque altra guisa», e prometteva premî da trecento onze a chi

siffatti delitti segretamente denunziasse[182].

[182] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, pp. 244-46.

Egli avea ragione: nessuno più di lui era stato bersaglio di frizzi e

barzellette, tanto che avea dovuto mandare in carcere i nobili Vincenzo

di Pietro, Ugo delle Favare e Gaspare Palermo, sospetti di avergliene

fatti. Ma il pubblico, che dovea saperlo, rinunziava alle trecent'onze e

non faceva la spia a nessuno. In tempi più civili questo silenzio

sarebbe stato chiamato _omertà_ e _mafia_!

Le satire, le pasquinate continuarono senza posa fino al giorno della

partenza del bollente Vicerè (Gennaio 1786), in cui gliene vennero messe

sotto il muso non solo in italiano e in siciliano, ma anche in latino.

Gente incorreggibile questi Siciliani!

_Capitolo VIII._

_I GIACOBINI E LA POESIA POLITICA._

I versi popolareschi che abbiamo riferiti a proposito del pericolo

francese nel Mediterraneo, e dei Napoletani ribelli alla monarchia

potrebbero fornir materia d'un capitolo sulla poesia politica del tempo.

Questa materia non sarebbe scarsa, perchè in nessun secolo di storia

civile dell'isola s'incontra una fioritura di componimenti politici pari

a quella determinata dal precipitar degli eventi nell'ultimo decennio in

Palermo del sec. XVIII.

Se non che, l'argomento ci condurrebbe troppo in lungo, e noi lo

sciuperemmo a scapito degli studiosi, che ai dì nostri, con cure

indefesse, attendono a questa manifestazione dello spirito pubblico nei

tempi passati. Non intendiamo però lasciarlo senza una parola che giovi

a chiamar su di esso l'attenzione di coloro che volessero quando che sia

percorrere a tutto loro agio questo campo inesplorato.

Mano mano che l'eco della rivoluzione di Francia si ripercoteva tra noi,

e le mosse dei Francesi turbavano la olimpica tranquillità d'Europa, la

così detta pubblica opinione si commoveva ed accaniva contro di questi

in Palermo. I Francesi erano i nemici del trono e dell'altare. La

_Raccolta di Notizie_ di Palermo, come il _Compendio delle notizie_ e le

_Nuove di diverse Corti_ di Messina, nelle loro periodiche comparse non

lasciavano mai di dipingerne a foschi colori le imprese istillando

nell'animo dei leggitori avversione invincibile per la Francia, covo di

settarî e di malviventi. Guai a seguire le idee di essa! Chi ne avesse

avuta la tentazione, si sarebbe buscato il carcere e la galera; perchè

non era ammissibile che un suddito di S. M. Siciliana partecipasse a

principî sovversivi e, peggio, ad atti di ribellione.

Le carte segrete della Polizia e le cronache private offrono in questo

un triste spettacolo della politica del Governo e delle inclinazioni

reazionarie delle classi alta e bassa dei cittadini. L'alta, aggiogata

al Governo, non poteva non parteggiare per esso: e vi parteggiava anche

per la propria conservazione. Lo Stato era salute ed ordine; ogni

avversario del Monarca, avversario della casta che con la monarchia

faceva causa comune. La classe bassa, abbrutita dalla ignoranza, non era

in grado di comprendere, e, compresolo, di discernere quel che fosse di

vero nelle vaghe, contraddittorie notizie che giungevano fino ad essa;

la quale nel più frivolo fatto del giorno, in una festicciuola, p. e.,

in uno spettacolo interno, tutta si assorbiva, ignara od incurante dei

grandi avvenimenti di fuori. Ogni francese era un giacobino: ed il

giacobino un anarchico, pronto a sconvolgere l'ordine sociale, a radere

al suolo la chiesa, a manomettere la proprietà privata. Contro i

partigiani della Francia e i dottrinarî del tempo un libriccino scritto

pei vescovi da un vescovo ammoniva: «Oggi ogni pastore deve sapere come

condursi colla porzione di gregge composta di fiere orribili,

sanguinolenti e voraci: pantere, lupi, orsi e molto maggiormente di

volpi astute e maliziose; voglio dire questa razza che scorre per tutto

di filosofastri, massoni, saccentoni, politici ecc.»[183].

[183] _Avvisi politici a' Vescovi eletti, adattati a' tempi presenti_, p.

57. MDCCXCII.

Il Domenicano P. Crocenti consacrava una opera alle tendenze

giacobinesche[184]: e queste ed altre pubblicazioni simili evocando

antiche memorie riaccendevano e rinfocolavano vecchi rancori, non

ispenti ma sopiti, verso i Francesi del Vespro. Così tenevasi la

popolaglia disposta a menar le mani là dove capitasse un francese, od

anche un sospetto sorgesse, che il tale e tal altro forestiero fosse

dell'aborrita Francia.

[184] _Meditazioni filosofiche politiche sopra l'anarchico sistema

giacobino della Libertà ed Eguaglianza, Opera del_ _P. M. F. Dom.

Crocenti_, _de' Predicatori_, T. I. Messina, Fratelli del Nobolo,

1795.

E la classe media?

La classe media, non iscarsa di cultura, offriva qualche caso di

simpatia, più che verso la nazione nemica, verso il giacobinismo, ma non

per l'attrattiva che una setta od anche una segreta società suole

esercitare su spiriti facilmente eccitabili, bensì per un senso di

reazione alla tirannia dei governanti, alla prepotenza dei maggiorenti,

alla corruzione marcia degli uni e degli altri, ma specialmente per quel

fascino che in molti esercitano certe novità.

Se di tendenze repubblicane francofile e di Giacobinismo deve pertanto

parlarsi in Sicilia (e non può non parlarsene poichè vi fecero qualche

apparizione), bisogna metter gli occhi sul ceto civile in generale e,

come per analogia, sul clero secolare e regolare.

È curioso che per tutto un secolo non si preparasse movimento

rivoluzionario in Sicilia senza che qualche prete o frate se ne credesse

parte attiva, vera o presunta che essa fosse. La fine del settecento, il

1820, il 1848, il 1860 sono per questo memorabili date. Nello scorcio

del sec. XVIII, dopo l'editto reale contro i Giacobini (14 Marzo 1795),

i sacerdoti la passavano tra sospetti continui: ed ora veniva arrestato

l'arciprete di Troina (Luglio 1797); ora, acremente ripresi l'abate

Cancilla, professore di algebra e di geometria all'Accademia degli

Studî, ed uno dei due sacerdoti bibliotecarî della Libreria del Senato;

ora trascinati al Castello il sac. Mario La Rosa e varî frati

Conventuali e frati Minori.

Le indicazioni di persone sospette venivano da Napoli; da Napoli gli

ordini di cattura. Sovente i sospetti eran così deboli che il darvi

retta riducevasi ad una puerilità crudele.

Da Marsiglia un tale per burla o per vendetta od anche per insipienza

mandava una carta, una semplice carta, con l'indirizzo: _Al cittadino_

N. N., a _Troina_: e tosto alcuni Troinesi venivano improvvisamente

investiti, catturati e condotti come Giacobini a Palermo. Cinquantadue

tra nobili, civili, frati, monaci, additati come pericolosi dal Governo

centrale, erano chiamati e sgridati acremente solo perchè sparlavano del

Governo locale: come se questo dimostrasse addirittura una intesa coi

rivoluzionarî. Non era persona pacifica che potesse sottrarsi ai

sospetti, non persona sospetta che non fosse vittima di vessazioni

persistenti.

La introduzione di libri ritenuti pericolosi si combatteva con tutti gli

espedienti dei quali il Governo era maestro. Non si doveva attendere che

i libri uscissero dalla Dogana. Il teatino P. Sterzinger revisore aveva

l'obbligo di andarli ad esaminare uno per uno appena giunti e depositati

in dogana; e poichè alla merce egli solo non bastava più, attivi

cooperatori gli si associavano in una Commissione di revisione, che era

insieme di vigilanza, di censura preventiva e soppressiva[185].

[185] Erano essi Ros. Gregorio, P. Antonino Barcellona ed i canonici

Fleres, Leone, Basile, Melia.

Il provvedimento non era nuovo; ma pur sempre stupefacente. Siamo sempre

all'antica paura governativa di tutto ciò che potesse scuotere

l'ordinamento dello Stato; e quando non s'informava al principio

politico, si camuffava sotto quello morale e religioso. Il solo dubbio

che il libro fosse brutto, bastava al provvedimento che dovea impedirne

la entrata in commercio. Non si parlava più della _Philosophie de

l'histoire_, de _La chandelle d'Aras_, dell'_Examen important_ par

Mylord Bolingbroke, del _Catéchisme de l'honnête homme_ e del _Dialogue

de qui doute_ ecc.; non si parlava dei _Derniers mots d'Epictète à son

fils_ e del _Mémoire sur les libertés de l'église gallicane_,

pubblicazioni tutte bandite già fin dal 1769[186]; non si parlava

neppure dei libri di Rousseau, di Voltaire, di Diderot, di Volney, di

Elvezio, stati inappellabilmente proscritti; ma delle _Novelle_ del

Casti, dall'_Adone_ di G. B. Marino, del _Pastor fido_ del Guarini, del

_Decamerone_ del Boccaccio e dell'_Elegantia latini sermonis_[187].

[186] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 183-84.

[187] _G. La Mantia_, _Libri da bruciarsi per mano del boia_, appunti

presi nell'Archivio di Stato di Palermo, filza 1316.

E se questi libri si trovassero già per caso in città?...

Ecco un dubbio tormentoso per la Censura; la quale, non sapendo trovar

modo di liberarsene, ordinava a tutti i librai fissi e girovaghi la

presentazione del catalogo delle pubblicazioni in vendita nei loro

magazzini. L'ordine non poteva rivelare maggiore ingenuità in chi lo

emanava o provocava; mirando esso per tal modo a scovare libri proibiti,

come se i librai fossero tanto disaccordi da dichiararsene all'autorità

possessori con la certezza di esser buttati in fondo a un carcere. Pure

venne scrupolosamente eseguita; nè c'era da discutere trattandosi d'un

ordine del Presidente (il Presidente era per antonomasia il cav. G. B.

Asmundo Paternò), il quale, per farla breve, minacciava la chiusura

degli spacci ai ritardatarî.

E come se la lista dei libri proibiti fosse scarsa, il Presidente vi

aggiungeva la _Scienza della Legislazione_ del Filangeri e l'_Orlando

furioso_ dell'Ariosto[188]; mentre Ferdinando in persona si riserbava

l'autorizzazione delle scuole private, ed anche concedendola, vi vietava

l'insegnamento delle scienze[189].

[188] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., a. 1799, p. 461.

[189] _Raccolta di Notizie_, n. 14; 12 Marzo 1799. Vedi il cap.

_Accademia degli Studi_.

Dalle semplici catture si passava alle espulsioni ed ai confini. Alcuni

catturati in Palermo venivano imbarcati per Napoli; altri catturati in

Napoli imbarcati subito per Palermo. Giuseppe Gallego, Principe di

Militello, era di quelli; un figlio del Marchese Palmieri, dei secondi.

L'uno, bollato come degenere dalla sua casta, veniva mandato a

disposizione del Governo centrale; l'altro, in un monastero di nobili,

alieni da relazioni con Giacobini, a S. Martino[190], dove più tardi i

Reali doveano essere accolti con pranzi lautissimi, doni preziosi e

poesie riboccanti di fedeltà per essi, di orrore pei loro nemici di

Terraferma.

[190] _D'Angelo_, _Giornale_, anni 1797-1799, pp. 146-47, 151, 161-62,

197-98, 203, 209, 272, 328-31, 537, 733-34.

Tenevan dietro le esecuzioni: ed aprivano l'odissea funeraria il giovane

giureconsulto F. P. Di Blasi coi suoi compagni, e la continuavano D.

Pietro Lesa, tenente della truppa, il segretario di Jauch ed altri non

pochi.

Lo spettro del Giacobinismo si aggirava pauroso nella Reggia di Napoli

dapprima, in quella di Palermo dappoi, e rincorreva e perseguitava

Ferdinando e, innanzi che abbandonasse la città nostra, Mons. Lopez,

sognante, come il Sovrano, cospirazioni e rivolte.

Quali fossero da questo punto di vista le condizioni della Capitale ce

lo dice il Villabianca in una pagina del suo _Diario_; e noi, anche con

la certezza di tornare su quello che abbiam detto, la trascriviamo come

informe ma fedele pittura dello stato dell'Isola mentre vi mettevan

piede i sovrani.

«Li Giacobini nel nostro paese, cioè in Palermo e nella Sicilia tutta,

non sono nè i nobili, nè i popolani, ma sono le persone che non ànno da

perdere, birbi ed assassini. Da costoro nasce il fermento tumultuante

che tanto tanto travaglia il Governo e a tutti strappa la quiete.

L'impegno di questi ribaldi è di saccheggiare le case dei ricchi e

mettere tutto a soqquadro, perchè coi spogli degli assassinati si

provvedessero nei lor bisogni.

«Che fanno dunque li più maligni di questa terza specie di gente? Dànno

a sentire a' plebei popolani e persone minute come li Giacobini e

traditori del Re sono li nobili, ricchi e li ministri di Stato: e come

tali esser di bene che il popolo piccandosi della fedeltà al Re

prendesse l'armi contro detti Giacobini, li massacrasse e ne facesse

l'esterminio con portarne le teste al Re. Così quindi praticando il

popolo, da una mano fa un servigio alla maestà del Sovrano, e dall'altra

mano, saccheggiandone le case, si arricchisce delle lor rapine.

«Le persone minute e i plebei, come che ignoranti ed innocenti quasi

tutti, si persuadono di tai consigli, e ne ànno cominciato l'opera; per

disgrazia incendia città e paesi, tutt'ora con accompagnarla di omicidij

e furti sebbene di poca leva.

«Li nobili, ministri e ricchi non se l'àn sognato di essere Giacobini, e

nè pure le maestranze e popolani, anche di buon senno; ma soltanto

quelli vili uomini scellerati e vagabondi.

«E questo quindi è il fermento che sta bollendo a' tempi nostri nelle

popolazioni e luoghi della Sicilia. La cosa intanto è seria e

pericolosa. Il Governo ora pensa al riparo di un luogo, ora pensa

all'altro. Si trova in una continua agitazione»[191].

[191] _Diario_ ined., a. 1799, pp. 172-73.

Se questo era l'ambiente governativo, nobilesco, popolare contro i

novatori e contro i Francesi, dei quali facevasi tutt'uno coi detestati

Giacobini, facile è presumere quale dovesse esser la poesia politica che

lo ritraeva.

Uno dei primi componimenti nel genere era un sonetto di Giuseppe da

Ponte. Questo sonetto, appena comparso, andò a ruba e, divenuto raro,

per onorevole eccezione veniva ristampato dalla _Raccolta di Notizie_,

come vedremo, specie di giornale ufficiale d'allora in Palermo. La

imitazione dell'Alfieri ci si sente in ogni verso.

Vantar tra ceppi libertà di Stato

In discorde Anarchia per l'uguaglianza,

Buon Governo cercar dall'ignoranza,

D'ogn'Erostrato far un Numa, un Cato;

Orrida povertà mirarsi allato,

E gli agi immaginar dell'abbondanza,

Cangiarsi a ogn'aura, e poi vantar costanza,

Chiamar felice un popol disperato;

Stragi, sangue, ruine, ire, spaventi

Piantar per base del Dominio eterno,

E grandezza chiamar vil tradimento;

Mostrare assassinando cuor fraterno,

Un trono rovesciar, e alzarne cento;

È questa, affè, Repubblica d'inferno[192]!

[192] _Raccolta di Notizie_, n. 61. Pal., 6 Sett. 1799.

Tipico altro sonetto _Contra li Giacubini_, del Meli, il quale celiando

schizzava veleno sopra la Francia e sopra quanti parteggiassero pei

nuovi apostoli che da essa partivano e in tutta Europa si diffondevano:

L'antichi ànnu vantatu a Santu Sanu

'Ntra li strani prodigj astutu e finu:

Sanava un ugnu e poi cadia la manu;

Cunzava un vrazzu, e ci ammuddia lu schinu.

Ora c'è n'autru apostulu baggianu,

Chi si 'un c'è frati, almenu c'è cucinu,

È natu in Francia, e poi di manu in manu

Scurrennu, s'è chiamatu _giacubinu_.

Duna a tutti pri re 'na staccia tisa;

Li fa uguali, però 'ntra li guai sulu,

Liberi, pirchì in bestij li stravisa.

Porta appressu frustati supra un mulu,

'Na Roma nuda, un Napuli 'n cammisa

E un'Italia scurciata e senza....

Nè resta ddocu sulu;

Chi li Fiandri o l'Olanna.... e 'nsumma pati

Desolata l'intera umanitati.

Cristi sù li vantati

Prodigj, ahimè, terribili e funesti

Di lu giacobinismu, orrenna pesti!

Oh scuncirtati testi!

Camina cu li cudi stu sunettu

Pirchì veni a li bestii direttu.

Nessuna allusione, come si vede, a Giacobinismo in Sicilia. Lo spirito

conservatore del poeta, monarchico più del monarca, non voleva neanche

supporre, che esso potesse trovare eco e far proseliti fra noi; ma, caso

mai, il corrosivo che è nell'apparente anodino sarebbe valso a

distogliere dai pericolosi principî coloro che ne avessero avuta la

tentazione.

In poche settimane, in fogli volanti, venivan fuori due inni di guerra

minaccianti strage ed esterminio ai Francesi. Il primo tuona in termini

abbastanza fieri perchè possa sospettarsi delle convinzioni dell'autore,

che sarà stato un mediocre uomo di lettere, ma che fu certo un cattivo

verseggiatore. Comincia così:

Chi s'aspetta? All'armi, all'armi!

Si mora tra un serra-serra,

Vinni l'ura di la guerra

Disiata da quant'à!

Ceda a nui la Francia infida

E 'na vota almenu impari

Cosa sù li frutti amari

D'una insana libertà.

Continua:

Nui lu pettu comu un brunzu

Alli baddi espuniremu,

Scrittu in pettu purtiremu:

«O la morti, o Diu e lu Rè!»

Impia Francia mmaliditta,

Abbastanza ài gaddiatu;

Pirchì troppu l'hai stiratu:

Rumpiremu l'arcu sò.

L'armi nostri s'hannu vistu

Di Francisi sangu lordi;

Forsi ancora 'un ti ricordi

La Sicilia quali fu.

E finisce:

Chi s'aspetta? All'armi, all'armi!

Via, curremu, o fidi amici;

Si lu Vespiru si fici

La Cumpeta si farà.

È la nota dominante in tutti gli scatti contro la Francia ed i Francesi,

la eterna minaccia della sonata delle campane e riscossa. Sarebbe da

vedere che cosa avessero fatto di eroico gli scamiciati e raccogliticci

volontarî, pei quali, e in bocca ai quali risonarono spavalderie di

questa fatta. Chi vide quella milizia ricordava con rincrescimento come

nella leva contro i Francesi fossero stati, secondo un'ordinanza,

accettati ed iscritti «inquisiti per delitti non gravi e non infamanti

anche se carcerati», e notava con soddisfazione che a buoni conti con

siffatto mezzo erasi «sbarazzata la folla de' ladri, de' malviventi o

della gente oziosa, che infestavano la pubblica tranquillità»[193].

[193] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1796, pp. 576, 589, 590.

L'altro inno è del notissimo D. Raffaele Drago, monaco cassinese, a

proposito della Seconda Divisione del Corpo franco de' volontarî

siciliani ordinato per cura e spesa di D. Saverio Oneto, Duca di

Sperlinga, della famiglia di quel Michele che freddava il suo

provocatore Beccadelli nell'anno 1799.

Vinni l'ura di cummattiri;

Già la trumma all'armi invita:

Damu, amici, e sangu e vita

Pri la patria e pri lu Re.

Opponèmucci a stu turbini,

Chi scurrennu va la terra;

Comu chista, nautra guerra

Santa e giusta nò, nun cc'è.

Già s'avanza l'avversariu,

Chi ha seduttu tanti genti

Cu prumissi fraudolenti

D'uguaglianza e libertà.

E segue con altri trentasei versi che battono sul medesimo tono[194].

[194] _Canzonetta siciliana per uso del corpo franco de' volontarj del

sig. Duca di Sperlinga da cantarsi al suono di una marcia

militare_. In Palermo, Solli, MDCCXCVI.

Alla testa del suo Corpo franco partiva lo Sperlinga a raggiungere

l'esercito reale; ed un caldo augurio di D. Pellegrino Terzo salutavalo

in un sonetto italiano. Il principio era questo:

Saverio, all'armi, all'armi, ecco rimbomba

L'italo ciel degli oricalchi al suono;

E l'empio Gallo al buon Fernando il trono

Stolto minaccia, a tal che mugghia e romba[195].

[195] In Palermo, Adorno, MDCCXCVI. È nella raccolta del Principe di

Trabia: _Miscellanee diverse di Sicilia_, v. 9 e 10; e nel _Diario_

ined. del Villabianca, a. 1796.

Quali tesori per quella spedizione profondesse il soverchiamente

liberale Duca, e con lui per la medesima causa altri nobili palermitani,

non sarebbe credibile se non ci fossero documenti, che fanno pensare ad

un vero sperpero di gente inconscia[196].

[196] _L. M. Majorca-Mortillaro_, _La Cappella Sperlinga_, pp. 46-47.

Pal., Reber, 1902.

L'odio dei poeti illetterati andava di pari passo con quello dei poeti

dotti. Dalle strade e dalle piazze passava nelle chiese. In tutti gli

abecedarî del tempo è riportata una canzonetta alla Madonna, canzonetta

che risuona ancora nelle argentine voci dei fanciulli portanti nella

prima quindicina d'Agosto i piccoli simulacri in cera di Maria Assunta.

Quivi i Francesi vanno di conserva coi Turchi nello attentare alla

religione cristiana:

Li Turchi e li Francisi

Nni vonnu arruinari:

A Maria âmu à chiamari;

Idda nn'ajutirà.

E nasceva e giungeva fino a noi in frammenti una filastrocca, con questo

principio:

Ò milli setticentu

Ottantanovi orrennu,

Annata mmaliditta

Di (_da_) chiddu Diu tremennu!

Tu la porta grapisti

Di danni e di ruina,

Pri tia muntau 'n triunfu

La Setta Giacubina.

Sunnu li Giacubini

Chi portanu sta pesta:

Triunfa lu Diavulu

E si cci fa la festa.

E si trasformava in siciliano e cantavasi a coro un'aria italiana,

giunta del Continente:

A sti 'nfami Giacubini

Cchiù la terra 'un li ricivi;

Cala forti la lavina

E a mari li purtirà!

A sti 'nfami Giacubini

Pezzi pezzi li farannu,

E li donni e picciriddi

La simenza si pirdirà.

A sti 'nfami Giacubini

Li viju afflitti e scunsulati

'Ntra lu 'nfernu straziati

Di lu Cifaru di ddà[197].

[197] _Archivio storico siciliano_, nuova serie, a. XVII, pp. 151 e segg.

Palermo, 1892.

E spuntavan fuori e s'imparavano da tutti e in tutti i siti lunghe

storie leggendarie della rivoluzione di Francia, nelle quali la

tetraggine delle scene parigine acuiva nel popolo l'orrore alla nazione

avversa, ed il nome di Giacobino perpetuavasi come ingiuria ai nemici

dell'ordine sociale[198].

[198] _Pitrè_, _Canti popolari sic._, 2ª ediz., n. 509. Pal. 1891.

Nuovo aspetto assumeva la poesia politica all'arrivo di Ferdinando III e

Carolina a Palermo. Non più i Giacobini, ma i Napolitani

repubblicaneggianti eran l'obbiettivo de' verseggiatori. La Francia però

era sempre presa di mira, la prima, la più evidente, essa che con i suoi

eserciti, coi suoi libri, coi suoi giornali, con la sua moda si era

riversata sull'Italia e sul Regno di Napoli, beato, secondo i pacifici

gaudenti, sotto l'egida dei Borboni. La libertà in nome della quale a

squarciagola si grida, è vana lusinga, inganno, tradimento. Chi cerca in

essa la sicurezza dello Stato, chi in essa vuol trovare la felicità, è

un illuso; il quale non tarderà a vedere che cosa costi l'aver

abbandonato il migliore dei re pel peggiore dei popoli.

Queste le manifestazioni comuni ed unanimi delle poesie stampate e delle

poesie scritte d'allora: e molte devono essere state, se ancora tante

oggidì ne avanzano. Appena poi la prima notizia della reazione

trionfante in Napoli giungeva a noi, all'odio pei ribelli si associava

il desiderio che nessun atto di clemenza venisse a temperare il rigore

delle leggi contro di essi.

Nell'atrio del R. Palazzo, verso le tre pomeridiane d'una afosa giornata

del Luglio 1799, una comitiva di cantanti recavasi a felicitare i

sovrani della recente loro vittoria oltre Faro. I versi della cantata

non son perfetti; ma il difetto non è dell'ab. Catinella, il quale

dovette scriverli come sapeva scriverli lui, in perfetta prosodia,

benchè potesse comporli meno servili:

Pr'un piattu di linticchi,

Di libertà figura,

Si curri a la malura

E si tradisci un Re.

O brutta sciliragini

Di sti ribelli indigni!

Tutti viraci signi

C'amuri nun ci nn'è.

Grida l'età cadenti

E grida la 'nnuccenza:

Nun cchiù, nun cchiù clemenza,

No, nun si nn'usa nò.

A forza d'armi e sangu

Si superau ssu mostru:

Castel Sant'Elmu è nostru,

Li spassi senti mò.

Sacra Real Famiglia,

La cosa è già finuta:

La libertà è battuta,

Favuri 'un cci nn'è cchiù.

Tocca a scialari a nui

Vassalli fedelissimi

E sempri nimicissimi

Di tutti sti _monsù_[199].

[199] Nelle più recenti edizioni del Meli (vedi _Puisii siciliani_, pp.

383-84; Palermo, L. Pedone Lauriel, 1884; _Opere poetiche_, pp.

283-84; Pal. MDCCCXCIII) questi versi vengono attribuiti al

grazioso poeta; ma un cronista del tempo li dà proprio al

Catinella. Vedi _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 621, Luglio 1799.

Ma mentre nelle aule della Reggia, tra una pietanza e l'altra della

giubilante Carolina, l'esultante coro inneggia ai Reali e freme a parole

verseggiate contro i rivoluzionarî di Napoli, fuori, nella città, in

Sicilia, una voce severa levasi dal popolo, per ben altro sofferente. La

vista cotidiana di un Re che nella Capitale dell'Isola consuma in

divertimenti e sollazzi un tempo che dovrebbe impiegare nelle cose dello

Stato, lo spettacolo indegno di mille cortigiani che mangiano e bevono

senza neanche guardare alla povera gente che muore di fame, scuote le

fibre di chi ne resta scandalizzato. Molti odono quella voce, nessuno

l'ascolta, nessuno la raccoglie; ma, dopo un secolo, la tradizione ce ne

ripercuote l'eco viva, come se quella voce parlasse ora la prima volta.

È un'alata sestina siciliana, della quale ogni verso è una pagina

storica:

Quattru scazzuna, cu' mancia e cu' vivi:

Li puvireddi morinu di fami;

Lu Re l'avemu ccà, nun cc'è' chi diri!

Autru nun pensa chi a caccïari;

'Nsutta po' joca cu li Giacubini,

E nui ristamu misi a li succari[200].

[200] _Archivio_ cit., p. 171.

Che amara ironia di versi, e quale contrasto con la storia, descrivente

la gioia dei Siciliani per la presenza dei Reali a Palermo!

_Capitolo IX._

_COME SI VIAGGIAVA PER MARE, I CORSARI E LA CATTURA DEL PRINCIPE DI

PATERNÒ._

Una tradizione popolare siciliana attribuiva virtù salutari maravigliose

a chi fosse riuscito a traversare incolume lo Stretto di Messina: ed il

berretto da lui usato in quella traversata era buono ad agevolare le

donne soprapparto.

La tradizione è speciosa; ma ha un grande significato, in quanto

conferma la vieta credenza nei pericoli del Faro, e nella fortuna di chi

li superasse. Non dimentichiamo la paura degli antichi pel vortice di

Cariddi e per lo scoglio di Scilla, onde il motto _Incidit in Scyllam

cupiens vitare Charybdym_. I Greci localizzarono in quel sito la

leggenda delle Sirene, le quali addormentavano col canto i naviganti e

li perdevano.

A passare dunque lo Stretto ci si pensava due volte.

Sotto il Governo spagnuolo i viaggi ordinarî erano per Barcellona o per

altri porti della penisola iberica; sotto il borbonico, per Napoli; rari

quelli per approdi più lontani, salvo che non si fosse marinai di

mestiere.

Un pacchetto (_packet-boat_), spesso regio, teneva il traffico tra

l'Isola ed il Continente. Il legno partiva ogni dieci, quindici giorni:

e la partenza, non meno che l'arrivo, era cosa _albo signanda lapillo_.

Bisognerebbe leggere qualche poesia del tempo per comprendere ciò che

rappresentasse agli occhi di certuni un viaggio nel Mediterraneo[201].

[201] Notevole un'anonima (del Principe di Francofonte) _Anacreontica

sulla Partenza da Palermo a Napoli_ di S. Eccellenza la Principessa

di Jaci (s. a.; ma in Palermo, 1767, in fol., 2 cc.).

Poco dopo il 1770 la feluca di padron Parata faceva da corriera tra le

due capitali, o portava lettere di privati e carte del Governo. Più

tardi, il regio pacchetto _Tartaro_, comandato dal cap. D. Filippo

Cianchi, e dipoi dal pilota D. Giovanni Fileti (anima di Mons. Gioeni, e

vita del Seminario nautico da quello fondato), eseguiva il medesimo

servizio, condiviso poi dal _Leone_, dall'_Aurora_ e dal brik inglese

_The Progress_. Il passeggiere aveva un camerino, una cuccetta e vitto,

e pagava ventisette ducati in Napoli, o nove onze in Palermo (pari a L.

113,50 d'oggi). Poteva pagare metà, ed anche meno, fino a tre ducati, o

un'onza; ma doveva rassegnarsi a diventare una merce, non diciamo da

stiva, ma da prua, con la razione e la branda dei marinai.

Al primo salpare, specialmente per un lungo viaggio, il bastimento dava

il segno della partenza col solito _tiro di leva_[202], colpo di

cannoncino: e tutti sapevano che un legno lasciava il porto. Una

canzonetta del tempo, che ogni giovane bacato d'amore cantava alla sua

bella nelle serenate estive, così frequenti allora, avea questi versi da

colascione:

[202] _Pippo Romeo_, _Raccolta di Cicalate_, p. 43. Messina, D'Angelo,

MDCCCLXXXV.

Ahimè! salpâr' già l'ancora

I legni alla Marina!

Già l'ora si avvicina,

Nice, del mio partir.

Senti il cannone, ascoltalo,

Che di partir m'invita;

Addio, mia cara vita,

Addio, mio caro ben![203].

[203] _G. Cammineci_, _Brevi cenni storici ecc. delle maschere siciliane

in Palermo_, pp. 19-20. Pal. 1884.

E noi daremo al legno che parte il buon viaggio: augurio del quale esso

ha gran bisogno.

I corsari infestavano i mari, specialmente mediterranei, ove le loro

galeotte, equipaggiate da uomini rotti ad ogni pericolo e delitto e

armati di coltellacci, jatagani, pugnali, pistole, tromboni, saette,

fiocine, viveano di catture gavazzando nel sangue dei morti e dei feriti

e nelle lacrime dei catturati.

Il legno, nel caso nostro, siciliano, palermitano, era alla sua volta

munito di cannoni e di moschettoni carichi sempre a palla, pronti a far

fuoco al primo appressarsi di galeotte sospette. Il timore era

incessante in tutta la navigazione; marinai stavan sempre alle vedette,

quale sul castello di prua, quale sulla carrozza della camera, e quale

sulla coffa dell'albero maestro: e non sì tosto scoprivano un punto

nero, una vela, un segno equivoco, ne davano avviso. In un batter

d'occhio la ciurma era tutta in piedi: chi dietro i cannoncini, chi col

suo enorme schioppettone a pietra focaia in braccia, chi con le accette

in mano ad impedire l'abbordo, pronti tutti a vender cara la vita.

I non lieti incontri non erano rari, e quando i barbareschi, misurando

le proprie forze con quelle probabili del legno che incontravano, non

viravan di bordo fino a dileguarsi, gli abbordaggi erano improvvisi,

fulminei; feroci gli assalti: e se una parte soccombeva, l'altra restava

mal viva.

Le coste della Sicilia erano anche per questo fortificate, e a brevi

distanze custodite da torri di guardie, le quali di notte

corrispondevano con _fani_, fuochi e segni di vigilanza alimentati da

_torrari_. La torre più vicina a Palermo era quella dell'Acqua de'

Corsari, contrada triste per infami approdi. La villa S. Marco di

Bernardo Filingeri, seconda per antichità tra quelle di Bagheria, avea

nel mezzo una torre con ponti levatoi a guisa di fortezza per resistere

alle incursioni[204].

[204] _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. II, p. 161.

Un canto popolare, nato probabilmente tra noi, e certo diffuso in tutta

Italia, accusa l'imminente arrivo di predoni, che vogliono precipitarsi

sul tugurio d'una terra e, tra il ferro ed il fuoco, manometter tutto,

portarne via fanciulle e giovanotti da vendere ai mercati d'Algeri. Quel

canto è un grido di guerra:

All'armi, all'armi, la campana sona,

Li Turchi sunnu junti a la Marina!

E la campana della torre di S. Antonio coi suoi improvvisi, precipitati

colpi chiama all'armi: e le donne de' minacciati villaggi fuggono

atterrite: e gli uomini corrono a difendere contro i cani infedeli le

loro case, i lor figli, i loro santi.

Palermo avea bene i suoi «soldati di marina», che ne custodivano le

spiagge dal Pellegrino allo Scoglio di Mustazzola ed anche a Bagheria;

ma che potevano essi fare, questi soldati, impotenti come erano a

resistere ai pirati che giungevano fino a Mondello, anzi fino al tiro

della Lanterna del Molo?

I ricordi dell'ardimentoso Spalacchiata, corsaro trapanese della

galeotta del Principe di Furnari contro i Turchi, eran sempre vivi; ma

vivi eran del pari quelli delle dieci prede del rinnegato Vito Scardino,

trapanese pur esso, che con ferocia inaudita e crescente a danno dei

Siciliani corseggiava pei nostri mari. Se il Re ai voti del Parlamento

del 1778 concesse a ciascuno dei suoi vassalli dell'Isola di armare

legni contro i pirati[205], non ebbe modo d'impedire che due figli del

Marchese Lungarini, recandosi in Madrid alla Corte del Re Cattolico come

guardie del corpo, cadessero nei lacci degli astuti Algerini, a poche

miglia da Majorca.

[205] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 233; v. XXVII, p.

164 e 170-71; anni 1778 e 1781.

Le notizie della vita miseranda alla quale i captivi andavano

assoggettati erano commoventi. «Spogliati e lasciati in camicia e con un

bastone sugli occhi», essi venivano trascinati schiavi al bagno; poco e

muffito pane, il nutrimento: scarsa e malsana l'acqua, pesanti i ceppi

ai piedi. Più fortunati, i Lungarini scioglievan vele dalle galere, se

le caricavano sulle spalle, le rappezzavano, attendendo a non men bassi

servizi. E frattanto, quanti loro compagni di sorte non gemevano in

tormenti!...

Il forte di Castellammare, che avrebbe dovuto essere la principale

difesa della città, non era nè la principale nè l'ultima. Quando la sera

del 17 Maggio 1779 giungeva la fregata francese _Attalanta_ e faceva il

consueto saluto, e i nostri artiglieri dovevano restituirlo, due lunghe

ore ci vollero perchè si caricassero i cannoni sugli affusti[206].

[206] _Sonnini_, _Voyage_ cit., t. I, c. IV.

Con questa prospettiva non era coraggio che bastasse. Alla più lieve

occasione, alla visita di pirati i marinai, i passeggieri, dissennati

dalla paura, prendevano il largo o raggiungevano la spiaggia. Il 19

Aprile del 1797 (si noti la data!), V. Emanuele Sergio, Segretario del

Presidente del Regno, emanava una circolare a stampa per dire che «le

perdite considerevoli dei bastimenti mercantili che cadono in preda dei

corsari barbareschi» derivano da questo: «che facendo la maggior parte

de' bastimenti nazionali la lor navigazione nel Mediterraneo radendo

terra, all'apparire un corsaro barbaresco i rispettivi equipaggi, senza

fare la minima resistenza, abbandonano subito il proprio bastimento e

corrono a salvarsi in terra. Tali frequenti volontari abbandoni,

nell'atto che privano i proprietarj de' loro bastimenti e delle merci di

cui sono carichi, aumentano le forze del nemico, che, con il

considerevole guadagno che ricava dalla vendita di essi, si alletta vie

più alla pirateria; per cui si vede di giorno in giorno crescere il

numero dei corsari». E finiva raccomandando che non potendosi resistere,

pur salvandosi l'equipaggio, si colasse a fondo o si bruciasse il legno

che non si potesse altrimenti salvare.

Il consiglio, dato da un uomo pratico come il Sergio, ad istigazione di

un lupo di mare come il Maresciallo e Comandante della R. Marina

Forteguerri, mostra la supina incoscienza dello stato vero delle cose.

La pirateria era diventata una istituzione internazionale ed un pericolo

cotidiano per tutti. Alle prime avvisaglie di movimenti in Napoli, i

pirati algerini facevano causa comune coi corsari francesi (1794).

Qualche legno inglese andava in corso anch'esso. Nè solo bastimenti in

viaggio eran minacciati di cattura! Il porto di Palermo restò alla mercè

dell'ultimo ladrone straniero. Un giorno (13 Luglio 1797) una nave

inglese voleva dar la caccia ad una nave spagnuola; non potendo

riuscirvi, volge la prua verso un veliero palermitano carico di

mercanzie e, incredibile! lo cattura innanzi la Lanterna. Senza

contrasto, imbaldanzisce; oltrepassa imperterrito il capo del Molo e

ruba a man salva quanti più legni può, nel porto, proprio dentro il

porto, «divenuto (dice indignato un ottimo prete d'allora) asilo di

ladri, ossia, per servirci delle stesse parole [dei cittadini],

_portella di mare_»[207].

[207] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., n. 501. -- _Villabianca_, _Diario_

ined., a. 1794, p. 431; a. 1798, pp. 127-28. _Purtedda di mari_,

ladronaia.

Così le indisturbate scorrerie di Algerini, Tunisini, Tripoletani nelle

nostre spiagge son presto spiegate, e si comprende perchè i _torrari_

non rispondano più come una volta al loro ufficio, ed il Senato si

rassegni in silenzio alle sollecitazioni del Vicerè per la provvista

della polvere nelle torri[208], ed i cannoni vengano inchiodati, e la

gente senza colpo ferire vigliaccamente fugga. Così ancora si spiega la

famosa cattura del Principe di Paternò; la quale per la maniera onde fu

perpetrata ed ebbe fine, appresta dolorose pagine alla storia della

pirateria nell'Isola. Noi non la lasceremo senza una breve notizia,

questa cattura; ed il lettore non vorrà rifiutarsi a scorrere con noi

questo episodio della nostra vita passata.

[208] _Provviste del Senato_, a. 1793-94, p. 525.

D. Gian Luigi Moncada, Principe di Paternò, Duca di S. Giovanni, Conte

di Caltanissetta, di Adernò, di Cammarata ecc. ecc., partiva da Palermo

per Napoli sopra un veliero greco, la notte del 30 Luglio 1797. Nelle

vicinanze di Ustica per tradimento del capitano veniva assalito da una

galeotta turca e condotto con altri cinquanta passeggieri e sedici sue

persone di seguito a cinque miglia da Tunisi.

Il fatto era grave; ma ancora di più per le complicazioni che doveano

avvenire dopo.

Giunto a Tunisi, egli credeva di poter comandare come in Sicilia;

dovette però persuadersi di essere divenuto un semplice schiavo, e che

la sua altezzosità era vana con coloro ai quali era affidato in

custodia. Raccoltosi allora in se stesso, cominciò a fare assegnamento

sulla interposizione del Re, di cui era Cavaliere di S. Gennaro e

Gentiluomo di Camera con chiavi d'oro, e del cognato Principe del Bosco

di Belvedere: nè mal si appose. Ferdinando fu sollecito di raccomandarlo

al Sultano; questi mandò un suo agente come ambasciatore al Reggente di

Tunisi; ed il cognato si mise in moto per la desiderata liberazione.

Tutto questo faceva sperare una buona riuscita; ma non bastava senza

l'argomento potentissimo del denaro. La preda era grossa, ed il

Reggente, o chi per esso, non se la sarebbe giammai lasciata

improvvidamente sfuggire di mano. La cattura di un Principe non era

fortuna di ogni giorno: e di principi di Paternò, ricchi sfondolati e

strapotenti, non vi era che un solo in Sicilia.

Cominciano le trattative pel riscatto. Il Paternò chiede di affrancare

sè ed i suoi sedici servitori. Lunghe, difficilissime le pratiche. Il

predatore impone, condizione _sine qua non_, e dopo quattro mesi e mezzo

di captività il Principe sottoscrive (14 Dic. 1797): il pagamento di

300,000 _pezzi duri_ sonanti, pari ad un milione e cinquecentotrenta

mila lire d'oggi. Il pagamento si sarebbe fatto in tre rate eguali a

brevi distanze, impegnando il Principe i suoi beni presenti e futuri.

Rimesso in libertà e tornato a Palermo, il Principe a tutto pensò fuori

che all'obbligazione contratta: ed è naturale. Egli s'era trovato a

viaggiare pei fatti suoi; andava a prestar servizio al Re; una masnada

di ladroni avealo proditoriamente assalito e tradotto in catene;

condannato contro ogni diritto di natura e delle genti a perpetua

schiavitù, avea soscritta, per liberarsi, un'obbligazione quasi

superiore alle sue forze presenti: ed ora lo presumevano tanto sciocco

da buttar via quella somma ingentissima!

Sdegnato della mancata promessa, il Bey fa sollecitare il moroso, e

minaccia rappresaglie. Il Governo tentenna un poco; poi messo al bivio

tra i danni conseguenti dall'ira del Bey e quelli del suo fedelissimo

suddito e benefattore (bisognerebbe leggere la lettera scritta dal Re al

Principe captivo per comprendere il significato di questa parola),

anteponendo alla giustizia la ragion di Stato ed il quieto vivere con la

Reggenza, ne prende le parti e fa citare in tribunale il Principe

amico....

Era seria questa citazione? Al collegio degli avvocati del Principe,

eterno litigante, non parve. Un'obbligazione strappata col coltello alla

gola non potea, dicevano essi, avere effetto legale; nessun tribunale

dover costringere a un patto imposto da una causa ingiusta, per

illegittimità di preda; mostruoso il solo pensare a legalità in un atto

di così sfrontata pirateria.

Ma Principe ed avvocati facevano i conti senza l'oste: e l'oste, cioè il

Reggente, faceva intendere al Governo di Napoli che se esso non gli

rendeva giustizia, la giustizia se la sarebbe fatta da sè. Laonde il

Governo, tutto sossopra per la paura, con una di quelle risoluzioni che

non paiono assolutamente credibili ai dì nostri, commetteva all'Avvocato

fiscale del R. Patrimonio di perorare le ragioni del Reggente contro il

Principe. Speciose codeste ragioni in bocca al Sovrano: «Attesochè si

tratta di articolo che interessa non che il privato, ma il pubblico

diritto, l'armonia fra le potenze, la fede delle convenzioni e che per

le dichiarazioni fatte dal Bey potrebbero seguirne le più dannose

conseguenze per gli Stati e i soldati del Re se non si vedesse

amministrata la più rigorosa e la più sollecita giustizia, ha comandato

e vuole che l'Avvocato fiscale del Patrimonio assista alla difesa di

questa causa e per la pubblica sicurezza che vi è interessata proponga

avanti il Magistrato del Commercio tutte quelle ulteriori istanze che

fossero opportune per la soddisfazione della comunicata polizza

debitoria».

E l'Avvocato fiscale, ossequente e sollecito, assume per tesi della sua

requisitoria un bel passo di Cicerone, che suona così: _Si quid singuli

temporibus adducti, hosti promiserint, est in ipso fides servanda_[209].

[209] _Cicer._, _De Officiis_, lib. I, c. 13.

La difesa del Reggente trionfa: il Principe è condannato «a soddisfare

il debito contenuto nella polizza di cui trattasi»; e la sentenza vien

fatta di pubblica ragione[210].

[210] Ecco il titolo di questo documento, che dobbiamo alla gentilezza

del cav. Vito Beltrani: _Memoria presentata al Magistrato del

Commercio dall'Avv. fisc. del R. Patrimonio March. Di Blasi in

sostegno delle istanze del Bey di Tunisi contro il Principe di

Paternò_. In Palermo, 1800, nella R. Stamperia. In 4º, pp. 20.

A tanta enormità di giudizio il Principe di Paternò comincia a pensare

sul serio ai fatti suoi; ma il Re non gliene dà il tempo, e direttamente

gl'intima che depositi nella Tavola (Banco pubblico) di Palermo la somma

che è stato condannato a pagare al Bey; e si affretta a darne

comunicazione al Senato della città[211]: ed il Principe, per pagare il

riscatto e le spese del processo, è costretto a fare dei prestiti dando

in ipoteca tutti i suoi feudi[212].

[211] _Provviste del Senato_, a. 1800-1, p. 307.

[212] Il fatto scandaloso fu estesamente narrato dal Villabianca

(_Diario_ inedito, a. 1797, pp. 261 e segg.), a cui attinse Em.

Pelaez pel suo opuscolo intitolato: _Un episodio di storia

siciliana_ (_Archivio stor. sic._, nuova serie, a. XII, pp. 133-50.

Pal. 1887). Ne fece, tra gli altri, cenno A. Sansone, _Storia del

R. Istituto nautico_ (p. 5. Pal. 1891). Nella Biblioteca privata

del Principe di Trabia esiste la copia delle lettere di Ferdinando

III al Paternò in cattura, al Sultano, e forse della Regina

Carolina alla sua Dama di Corte Principessa di Paternò, allora in

Napoli, e, se mal non ricordiamo, incinta.

L'argomento, per la sua importanza nella storia del diritto

internazionale, si presta ancora a nuove considerazioni, se non

alla scoperta di nuove particolarità.

Cose turche!...

Chiusa la digressione, torniamo ai disgraziati che capitavano nelle

zanne dei corsari.

L'Ordine religioso dei Mercedarî avea per istituto la redenzione degli

schiavi. Quest'Ordine avea in Palermo un convento al Capo, nel quartiere

di Siralcadi, ben diverso dall'altro, e maggiore, dei Mercedarî scalzi

ai Cartari, la cui Chiesa, maravigliosamente solida per costruzione,

veniva anni fa, per inconsulta deliberazione del consesso civico,

demolita. Cooperavano al medesimo fine pietoso e con espedienti poco

diversi, uomini per censo, dottrina e pietà insigni. Tutte le somme che

costoro accattando riuscivano a mettere insieme, spendevano per

restituire alla patria, alla famiglia ed al culto della Religione

cristiana quanti fosse loro concesso di riscattare.

Una sera del 1787 (12 Apr.) Goethe stando a chiacchierare nella bottega

di quel tale merciaiuolo che già conosciamo[213], vide passare a destra

ed a sinistra del Cassaro due staffieri vestiti con molta eleganza, i

quali portavano entrambi preziosi vassoi con monete di rame e d'argento.

Nel centro del Cassaro, in mezzo ad essi, non curante della mota che gli

sporcava le elegantissime calzature, il Principe di Palagonia, «serio,

senza darsi pensiero di tutti gli sguardi rivolti sopra di lui....

percorreva la città facendo la colletta per il riscatto degli

schiavi...». Goethe corre subito col pensiero ai tesori profusi nella

villa di Bagheria; ed il merciaiuolo osserva che questa pietà del

Principe «vale a mantenere sempre viva la memoria di quegl'infelici.

Onde sovente, coloro i quali ebbero a provare nella loro vita sventure

consimili, legano morendo somme ragguardevoli per il riscatto. Il

Principe di Palagonia, conchiude il venditore, è da molti anni

Presidente della pia opera che mira a quello scopo, ed ha fatto molto

bene»[214].

[213] Vedi il Cap. III, {p. 55}.

[214] _Goethe_, _op. cit._, lett. del 12 Aprile 1787.

Sedici anni prima, nell'Agosto del 1771, si erano con siffatto mezzo

riscattati ottantun cristiani dell'Isola, e l'Ordine dei Mercedarî avea

speso la ragguardevole somma di tredici mila onze.

Allora fu oggetto di private discussioni se non sarebbe stato meglio

impiegare tanto danaro in armamenti marittimi buoni a fare rispettare il

paese, ed a tenere a freno i barbareschi; ma si posò senz'altro il

quesito se fosse più civile premunirsi da future insidie che riscattare

gli sventurati i quali gemevano sotto il bastone degli inumani

predatori: e la pietà pei captivi del momento prevalse su quella per le

catture avvenire[215].

[215] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 296-99.

Il dolore attuale, dice Epicuro, determina la volontà.

In cosiffatte delizie, il viaggiatore tribolava da due a quattro giorni

per la traversata da Napoli a Palermo, che oggi lamentiamo di dover

compiere in sole dieci, undici ore[216]. E non mettiamo in conto il

fatto ordinario della bonaccia, che immobilizzava il legno, lo scirocco

contrario alla rotta per Palermo, e i temporali, ai quali si scampava

come per miracolo.

[216] Goethe nel 1787 sopra una corvetta v'impiegava quattro giorni;

altrettanti Ferdinando III e Carolina nel 1798; Rezzonico nel 1793

sul _Tartaro_, cinque; dodici Kephalides da Civitavecchia; Creuzé

de Lesser nel 1801, sul _S. Antonio_, era costretto ad approdare a

Milazzo, donde sopra muli s'avviava a Palermo.

Ma finalmente il legno giungeva in porto; e allora nuove tribolazioni

attendevano l'arrivato: la contumacia. E come sottrarvisi se regnavano

ora le febbri petecchiali in Napoli; ora le febbri maligne in

Civitavecchia, ora il vajuolo nero in Livorno; e qua e là il sospetto di

pestilenza?!

La contumacia si scontava al Lazzaretto pel viaggiatore: sulla nave per

l'equipaggio, ed anche per esso e pel viaggiatore. Come si passassero i

sette, i quattordici giorni di attesa all'Acquasanta, dove è adesso la

Regìa de' Tabacchi, segregati, quasi carcerati in una nuda cameretta,

immagini chi può; mentre il legno, non ammesso a libera pratica,

ancorato in rada e sotto vigilanza facile ad eludersi, caricava in

quarantena e ripartiva pel Continente.

E quando i lunghi giorni della espiazione della pena contumaciale eran

trascorsi, allora quante formalità a compiere per la libera pratica!

_Capitolo X._

_COME SI VIAGGIAVA PER TERRA._

Se questo era il viaggio per mare, immaginiamo quale fosse quello per

terra.

Un antico detto siciliano raccomandava ai viandanti la recita di una

certa preghiera al loro santo protettore:

Si vô' junciri sanu,

Nun ti scurdari lu _patrinnostru_ a Sanciulianu.

S. Giulianu l'Ospitaliero custodiva i viaggiatori: ed il paternostro,

comune anche fuori Sicilia, ha questa strofe:

Sanciulianu, 'ntra l'äuti munti,

Guarda li passi, e pöi li cunti:

Tu chi guardasti l'acqua e la via,

Guardami a mia e a la mè cumpagnia[217].

[217] _Pitrè_, _Usi e Costumi_, v. IV, pp. 308-9; e _Il Paternostro di S.

Giuliano_. Palermo, 1902.

Virtù preservatrici avea pure il _Postiglione_, ossia l'Epistolario di

S. Francesco di Paola, del quale correvano varie stampe palermitane,

tanto più ricercate quanto più antiche[218], e che si portava addosso e

particolarmente in seno.

[218] Eccone una delle due che ne possediamo: _Il Postiglione, che porta

alla notizia de' desiderosi del Cielo l'avvisi inviati dal Glorioso

Patriarca S. Francesco di Paola a' suoi Corrispondenti. Sesta

Impressione_. In Palermo MDCCLXC (_sic_). Per Salvatore Sanfilippo.

Con approvazione. In 12º picc., pp. 229.

Tanta preoccupazione spiega perchè prima di avventurarsi ad un viaggio,

chi avea un po' di roba al sole pensasse talora a far testamento, e

sovente a confessarsi e comunicarsi[219].

[219] L. _Perroni-Grande_, _Per la storia di Messina, e non per essa

soltanto_, p. 4. Messina, 1903.

Guardando ai mezzi moderni di locomozione, noi non potremo formarci

un'idea di quel che fosse in passato un viaggio per terra. Il venire a

Palermo da Trapani, p. e., da Girgenti, da Messina, e viceversa, era tal

cosa da mettere in pensiero: e la frase: _jiri d'un vallu a 'n' àutru_

per significare: recarsi da un luogo all'altro molto lontano, è lì ad

attestare quel che ci volesse per giungere ad un posto, specialmente

dovendosi muovere dall'interno dell'Isola. «Il Re stesso» scriveva nei

primi dell'ottocento un tedesco, «se vuole andare in carrozza, non può

farlo oltre Monreale e Termini», le sole vie carrozzabili d'allora, o

almeno le sole buone a tragittarsi. Le altre eran sentieri (_trazzeri_),

dove s'affondava nel fango a mezza gamba d'inverno, si soffocava tra

fitti nembi di polvere, di estate.

Giungendo alla sponda d'un fiume, bisognava attendere che si abbassasse,

se ingrossato a cagion di piogge torrenziali, per guadarlo, con che

pericolo, lasciamo considerare[220]. Non rari quindi gli annegamenti.

V'era poi un altro guaio: la mancanza di sicurezza in certe contrade e

in certi tempi.

[220] Basterà leggere le pp. 80-82 del _Viaggio_ del _Rezzonico_, t. II.

Dei viaggiatori alcuni esagerarono questo pericolo; altri recisamente lo

negarono. Due esempi in questo ci soccorrono. Dotti venuti da Vienna e

fermatisi quasi nel medesimo tempo in Palermo, affermarono cose dei

tutto contrarie tra loro. A sentire il primo, il cav. De Mayer: «In

Sicilia si viaggia con sufficiente sicurezza ed a torto s'è perpetuata

la tradizione dell'esistenza di briganti che desolano il paese»; se

diamo retta al secondo, il Dr. Hager: «Il paese è tuttavia un soggiorno

continuo di masnadieri che girano per le contrade deserte e abbandonate,

assalendo viandanti solitarî ed uccidendoli senza pietà dopo averli

svaligiati»[221].

[221] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XVII, p. 178. -- _Hager_,

_Gemälde_, p. 212.

Chi dei due ha ragione?

Tra il 1801 ed il 1802 due altri stranieri percorrevano, tenendo quasi

il medesimo itinerario, la Sicilia: Creuzé de Lesser francese e Johann

Seume tedesco. L'uno scrive cose _de populo barbaro_ del brigantaggio,

l'altro si loda della sicurezza; anzi costui narra l'inatteso incontro

con un noto perseguitato dalla Giustizia, il quale, trovando lui (Seume)

sfornito di mangiare (giacchè il Seume, infastidito della mula, andava a

piedi), lo avrebbe generosamente provvisto[222].

[222] _Creuzé de Lesser_, _Voyage en Italie et en Sicile fait en MDCCCI

et MDCCCII_, p. 94. A Paris, Didot l'aîné, MDCCCVI. -- _Seume_,

_Spaziergang nach Syrakus im Jahre 1802_, p. 178. Leipzig, Reclam.

Giammai furono contraddizioni più aperte!

Necessario, ad ogni buon fine, che il viaggiatore provvedesse alla

propria sicurezza: al che riusciva prezioso l'accompagnamento dei

_campieri_, dei quali si chiedeva, come oggi si fa dei carabinieri, il

numero occorrente. «I Siciliani», scriveva il Barone di Riedesel in

Girgenti, «non farebbero sei miglia di cammino senza averne uno

almeno.... Il costume e l'abitudine che hanno di viaggiare, li rende

così timidi, che fa loro riguardare come indispensabile siffatta

scorta»[223].

[223] [_J. H. Von Riedesel_], _Reise durch Sicilien und

Gross-Griechenland_, I. Zürich. 1771.

Ma il Riedesel, potrebbe osservarsi, è già un po' antico, e le sue

notizie sono stantie: nientemeno del 1771! E va bene: sentiamo allora un

altro viaggiatore più recente.

Purtroppo, le cose non mutano d'una linea.

L'autore italiano delle _Lettres sur la Sicile_ osservava che «andando

per l'Isola i signori son circondati dai loro vassalli, armati da capo a

piedi e con buone cavalcature. I borghesi hanno sempre qualcuno che li

segue a piedi, e portano a cavallo il fucile di traverso. I forestieri

son provvisti di cavalieri assoldati dal Governo»[224].

[224] _Lettres sur la Sicile_ ecc. pp. 132-35.

I campieri, che diremo governativi, andavan divisi in tre compagnie in

ragione dei tre valli.

Nel 1770 si facevano ammontare a 120; nel 1791, a 200 circa[225]. Si

dice che fossero dei ladri matricolati, i quali però si facevan

mallevadori delle persone che prendevan sotto la loro custodia. Si dice

che fossero schiuma di ribaldi, dei quali però il Governo servivasi per

tenere a freno coloro che avessero la intenzione di disturbare i

viandanti. Si dice.... si dicon tante cose, che codesti campieri, a

traverso le lenti paurose dei viaggiatori d'oltralpe, son divenuti tanti

orchi maravigliosamente terribili. La verità poi è questa: che, traendo

o no origine sinistramente oscura, essi mantenevano quella che si dice

sicurezza pubblica, e consegnavano incolume al posto, a cui

s'indirizzava, il passeggiero senza che gli fosse torto un capello,

anzi, senza che nessuno osasse guardarlo in faccia. Avevano bensì certe

loro teorie intorno a quello che si chiama punto d'onore, ma

rispettavano e si facevan rispettare.

[225] _Brydone_, _op. cit._, lett. IV. -- _De M[ayer]_, _op. cit._, lett.

XIII, p. 139.

I signori ne tenevano anche per proprio conto e servizio personale, nè

più nè meno di quel che facciano ai dì nostri, nei quali i campieri

vestono divisa con distintivi speciali e con l'arme della casa a cui

appartengono.

Limitato il genere dei veicoli: la lettiga e la mula. Il cavallo di S.

Francesco, sovente preferito da chi non sapesse rassegnarsi ad una

disagiata cavalcatura. Per certi posti era possibile il carretto, ed

anche qualche carrozza o biroccio.

La lettiga era padronale e da nolo: l'una, come vedremo per la

portantina, finemente dipinta, miniata, ornata all'esterno, rivestita

all'interno di velluto, di raso, di broccato; l'altra, quale poteva

fornirla un Mariano Campanella qualunque, che viveva di

quell'industria[226]. Ma, bella o brutta, era sempre lettiga: e le due

persone vi sedevan dentro _vis-à-vis_ (donde il nome che sovente

pigliava la lettiga), sospese in alto, sorrette da due lunghi timoni

appoggiati alle due mule, l'una avanti, l'altra dietro, che col tardo

andare imprimevano ai timoni medesimi, per la loro elasticità, un

movimento di saliscendi che faceva dar di stomaco. Paolo Balsamo,

recandosi in questa maniera da Palermo alla Contea di Modica,

s'indispettiva pensando che a questo mondo vi fossero persone le quali

tenessero la lettiga «un migliore eccitante per il ventricolo che quello

della carrozza»[227]. Ombre venerate dei medici d'allora, il Cielo non

vi ascriva a peccato l'errore onde macchiaste la vostra coscienza di

sacerdoti d'Esculapio! Il vostro errore trova appena riscontro in quello

dei medici di sessant'anni fa, quando a centinaia dei nostri borghesi ed

impiegati, tutti affetti da ostruzione di fegato, consigliavasi di fare

un po' di equitazione; sì che ogni mattina, di primavera o di autunno,

frotte di uomini di età avanzata su pazienti asinelli della Pantelleria

si vedevano a trottare verso le falde del Monte Pellegrino, o verso la

Rocca di Monreale, o verso Boccadifalco: spettacoli non sai se più

comici o pietosi!

[226] Leggesi nel _Giornale di Commercio_ del 1794, n. 4: «Mercordì 30

corrente (Aprile) parte per Sciacca una lettica vuota, e si

ricercano passeggieri. È allogata nel Fondaco di Mastro Antonio a

Lattarini».

N. 8 «Mercoledì o Giovedì (28 o 29 Maggio) partono per Troina due

lettiche di Mariano Campanella vuote».

[227] _P. Balsamo_, _Giornale del viaggio fatto in Sicilia, e

particolarmente nella Contea di Modica_, p. 28. Palermo 1809.

La lettiga aveva due uomini di accompagnamento: uno a lato dei

viaggiatori, inteso a guidare ed aizzare gli animali; uno a cavallo,

dietro la lettiga. Viottole ripide e scoscese per creste di monti, fiumi

gonfi per recenti piogge, greti infocati dal sole, mettevano paura ai

viandanti più arditi; ma la pratica degli animali e quella vigile ed

esperta dei guidatori scansavan pericoli e danni. «Io mi meravigliava»,

scriveva il Rezzonico a proposito della sua gita da Palermo a Segesta,

«come potessero i muli ora inerpicarsi all'erta di que' dirupi sassosi,

ora passare fil filo d'uno in altro solco sulla margine d'un viottolo

che qual tenue cornice scorreva intorno all'inclinato piano d'un colle;

e più volte per l'orrore dell'imminente pericolo rivolgeva gli occhi

altrove, e morivano gli sguardi miei contro la schiena ardua del monte,

che quasi quasi poteva toccare distendendo la mano. Altre volte scendeva

in una cupa ed oscura voragine anzichè strada, e la lettica sugli omeri

de' muli rimbalzando per la scossa mi faceva temer vicina una gravissima

caduta. Ma veggendo che mai non ismucciava il piede a' solerti animali,

e più di loro fidandomi ormai, che de' condottieri vociferanti con

noioso metro, mi lasciava trasportare nella mobile carcere per que'

luoghi e sentieri sol culti dalle bestie, e valicava intrepido valli e

monti».

E ricordandosi pure di altra gita da Aci a Giarre sotto un violento

acquazzone, nel suo abituale stile ricercato raccontava:

«Cessata alquanto l'acqua, da cui mi fu preciso l'entrare in Jaci,

ripresi il cammino e fui per pentirmene amaramente; imperocchè sorvenne

la pioggia più di prima abbondante e dirotta; gonfiaronsi i torrentelli

e fiumiciattoli che scendono dai vicini monti, e l'acqua inoltre

raccogliendosi in varj canali, strariparono siffattamente che la valle,

per cui vi andammo, divenne una terribile e larghissima fiumana. Il

suolo tutto sassoso e declive rompeva l'acque, e feale rimbombare con

grande strepito, e i muli attoniti a tal vista e impauriti da sì grande

frastuono e flagellati sul dorso da' violenti scrosci, non volevano più

gire oltre. Il mulattiere a piedi non poteva punzecchiarli, giacchè

doveva per forza allontanarsi dalla lettica, e cercare saltellando di

sasso in sasso un luogo per porre i piedi; cosicchè, privo omai di

consiglio, l'istesso caporedine non sapeva come superare sì vasto

pelago, e più volte io temei che smucciassero i piedi a' travagliati

muli, e saltasser nel fiume. Da ogni banda accorrevano intanto nuovi

flutti, e traevano seco de' grossi ciottoloni, che minacciavano di

frangere la lettiga e di rompere gli stinchi dei miseri animali, che

colle orecchie abbassate l'iniqua lor mente e l'estrema fatica

appalesavan, rimprocciando tacitamente la temerità di loro guide

coll'arrestarsi ad ogni due passi»[228].

[228] _Rezzonico_, _op. cit._, v. I, pp. 120; II, 68-70.

Per buona ventura le cose non andavano sempre così, anzi ci andavan di

rado: e solo chi cercavali, certi guai, li trovava.

Nelle condizioni ordinarie, i mulattieri, camminando a passo, fornivano

quattro miglia l'ora e, tenuto conto della natura delle strade, che, in

generale, erano una serie di rovine, di precipizî e di sentieri pieni di

sassi, compivano viaggi straordinari.

Dai seguenti particolari il lettore può formarsi un'idea delle distanze

e del tempo necessario a percorrerle. Li desumiamo da un viaggio

affrettatamente fatto da Vaughan per andare a raggiungere il pacchetto

da Messina a Catania, in un sereno mese di Ottobre, e poi nel centro

della campagna di Girgenti. Da Messina a Fiumedinisi, partendo martedì

sera su tre muli, si facevano 18 miglia in quattr'ore e mezzo; da

Fiumedinisi a Caltagirone, dalle due di mattina del mercoledì alle sei

di sera, 42 miglia; da Caltagirone, dalle tre del mattino del giovedì

alle sei di sera, a Catania, 40 miglia; e poi a S. Maria, 12 miglia,

partendo alle dieci; dopo un riposo di due ore, a Licata, 30 miglia

senza fermate io non so quante altre ore. Cosicchè i muli della lettiga

compirono un viaggio di quella fatta dalle tre del martedì mattina alle

otto del venerdì[229].

[229] _A view of the Present state of Sicily_, pp. 23-24, nota. London,

Gale a. Curtis, 1811.

I muli portavano attaccati dei fili di campanelli alle testiere e in

giro sopra i selloni. Questo suono continuo, cadenzato, confuso con le

voci monotone e le cantilene dei mulattieri accresceva il supplizio del

viaggio[230]. Vogliamo sentirne una di siffatte cantilene? Ce la dice il

Rezzonico, che la udì nelle sue escursioni per l'Isola: _Au! cani, cani,

Spaccafurnu, cani!_ (_Spaccafurnu_ era una delle mule della sua lettiga

comprate a Spaccaforno), e si compiaceva di avere scoperto che queste

maniere d'incitare le mule lettighiere si chiudevano sempre in versi

endecasillabi[231].

[230] Ecco uno di tre indovinelli popolari sopra la lettiga, composti

forse nel Modicano, e senza forse provenienti di qui. Parla la

lettiga:

Cu lu _chi-ti-chi-tì_ vaju 'n Palermu,

Cu lu _chi-ti-chi-tì_ vaju a Missina,

Cu lu _chi-ti-chi-tì_ la portu china.

(_Pitrè_, _Indovinelli siciliani_, n. 387. Palermo, 1897).

[231] _Rezzonico_, v. I, p. 116.

Dove va a ficcarsi la prosodia!

Solo di tanto in tanto, a prestabilite distanze di sei, otto miglia, il

soffrire veniva interrotto dalle così dette _catene_, presso le quali la

comitiva fermavasi; ma anch'esse erano nuove molestie agli stanchi

molestati. La via, il sentiero trovavasi sbarrato da una catena di

ferro, tesa di traverso per impedire il passaggio dei veicoli e degli

animali da tiro, ai quali era fatto obbligo del pagamento d'un diritto

di barriera. Moltissimi comuni aveano facoltà di metterne: e non pochi

dei nostri coetanei ricorderanno i fastidî che s'incontravano nel

passaggio di Villabate, presso il fondaco della Milicia, presso Trabia

prima di giungere a Termini, e al ponte di Boarra, poco oltre Monreale.

Non si pagava molto in vero: due _grana_ (cent. 4) per un animale da

sella o da basto; uno per un asino; quattro per un carretto; sei per una

lettiga con passeggieri, quattro se vuota[232]; speserelle che gravavano

sulla spesa maggiore concordata col lettighiere, il quale doveva perciò

pagarla di suo, ma, al contrario, molte volte, fingendo di mancare di

moneta spicciola, non pagava, chiedendola per la urgenza al suo

passeggiere, che, pur sicuro di non più riaverla, si affrettava a metter

fuori, impaziente di giungere dov'era indirizzato.

[232] Aggiungi: qualunque trasporto a due ruote e ad un cavallo, 4 grani;

a due cavalli, 6; biroccio a quattro ruote, 8; carretto carico di

pietra, 30!

Vedi ordinanza della Deputazione delle Gabelle in Palermo, in data

del Febbraio 1791.

E meno male che un decreto del Caracciolo avea fatto cessare il grave

abuso di certi birboni di riscuotere dai viandanti in alcune strade del

Regno una specie di taglia sotto il pretesto di sicurezza di esse!

Altrimenti, chi sa dove si sarebbe arrivati! Quel provvido decreto

assimilò per la pena l'abuso al furto di passo, cioè di campagna[233].

[233] Decreto del Caracciolo, in _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v.

XXVIII, p. 206.

Oltre la lettiga c'era, come abbiam detto, il cavallo ed il mulo, forse

più comodo per chi sapesse adattarvisi, o fosse armato di giobbica

pazienza. Voleva andarsi da Palermo a Messina? Potevasi aver guide e

muli a propria disposizione per 10 onze e 15 tarì, tutto compreso: mulo,

guida, vitto. Voleva percorrersi la Sicilia, a tutto suo piacere? Pagare

14 tarì il giorno per una guida ed un cavallo; ma se non si pensava in

tempo a provvedersi da mangiare a spese proprie, c'era da rimanere a

stomaco vuoto[234].

[234] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XIX, pp. 211-12.

_Capitolo XI._

_LOCANDE ED OSTERIE, CORRERIA O POSTA._

Quando nel 1793 il Conte Rezzonico metteva piede in Sicilia, egli non vi

trovava nè alberghi, nè locande; ma solo fondachi, secondo lui,

«caverne, anzichè ricetti d'uomini e per lo più senza letti e senza

mobili». Man mano che il nobile lombardo s'inoltrava per l'Isola,

confermavasi in questo sconfortante giudizio. Obbligato da piogge

violente a pernottare in Fiumedinisi, fermata ordinaria allora in Val

Demone, egli faceva esperimento della miseria e dello squallore di quei

luoghi. «Un casolare che tutto tentenna passeggiandone i palchi, e le

cui camere non si distinguono dalla stalla per la negrezza delle pareti

e per li frequenti screpoli, senza vetrate, senza mobili (dove andava

questo signore a cercare i mobili!) fuorchè alcune sedie sgominate ed un

lercio tavolino di piedi ineguali e zoppi, si fu l'albergo che m'accolse

e che io trovai delizioso per sottrarmi all'inclemenza di Giove

pluvio»[235].

[235] Vol. I, pp. 80, 114, 155.

V'era anche di peggio. Sovente si era costretti ad acconciarsi in

casolari, stamberghe e mal connessi granai, privi del necessario al

bisogno della giornata. Non solamente la carne, i polli, le uova, ma

talvolta anche il pane difettava; e quando l'acqua non era buona, si

dovea preferire certo vino tutt'altro che potabile.

Provvido perciò il consiglio dei due primi articoli del decalogo

popolare:

Primu: amari a Ddiu sopra ogni cosa;

Secunnu: 'un caminari senza spisa.

Più provvido però quello di fornirsi di commendatizie per autorità

civili e religiose: e questo consiglio era così accortamente seguito che

un vecchio vescovo, indirizzandosi ai vescovi novelli, in ragione dei

tempi ammoniva: se vi son prelati che credono potersi esimere dal dovere

di ospitare viandanti là dove sono alberghi e comunità religiose,

sappiano che la loro casa dev'essere aperta ai poveri ed ai

pellegrini[236].

[236] _Avvisi pratici ai vescovi eletti_ ecc., cap. III, p. 84.

Una lettera di presentazione pel superiore di un ordine religioso era

una provvidenza; ordine preferito, quello dei Cappuccini; i quali, a dir

la verità, per rendere men disagevole il viaggio, si moltiplicavano,

anche applicando un galateo molto sommario, del quale essi, umili

fraticelli per quanto dotti teologi e canonisti non misuravano le

conseguenze igieniche. Riedesel, Erydone, Delaporte, Houel, de

Saint-Non, Münter, de Mayer, Stolberg, Hager, tutti più o meno vi

ricorsero.

Ma anche nelle case religiose, quanti disagi prima di essere ricevuti!

«A Terranova, il posto più vicino a Malta (racconta quest'ultimo),

dovemmo stare dai Francescani; a Taormina, dove è il più splendido

teatro antico ed uno dei più bei panorami, ai Cappuccini. Quivi fui

messo insieme con un ricco americano lasciandosi il nostro discreto

seguito a bussare per oltre mezz'ora senza aprirglisi; tanto che dovette

andare da un calzolaio, nella seconda ordinaria locanda di quella città,

dove pure la bella Principessa di Belmonte, figlia del Marchese Verac,

poco tempo innanzi avea passata la notte, non osando recarsi, per

ragione della clausura, al Convento. Così dovette pure rassegnarsi a

fare Mylord Wicombe, figlio di Lord Landsdowne, col quale un anno prima

(1796) io era stato a Segesta, desinando ora in una cucina, ed ora in

una stalla»[237].

[237] _Hager_, _Gemälde_, p. 130.

Del difetto di locande facevano ripetuti lamenti i viaggiatori, senza

che nessuno sapesse o volesse darsene conto. «Il paese non ha locande!»

dicevasi; e non si considerava che la Sicilia non sempre nè per molti

era centro d'affari, e che per venirci occorreva una gran forza

d'abnegazione, una ferma volontà e quattrini da spendere.

Pochi quindi ci venivano, e non tali che ad una industria sicuramente

lucrosa incoraggiassero i paesani, pei quali, peraltro, in ragione della

indole e delle abitudini, il tornaconto della impresa industriale,

manifatturiera, commerciale che si tenti, dev'esser certo, largo ed

immediato.

Solo un accorto tedesco, nel secolo XIX, capì la cosa e con molto senso

pratico osservò: «Quello che gli Inglesi chiamano _comforts_, si

cercherebbe invano in Sicilia.... È invece da maravigliare che non si

stia peggio. Se non vi sono alberghi, gli è che non vi sono viaggiatori:

e chi viaggia non cerca albergo, e va a casa sua o a casa d'amici. Il

popolo basso non viaggia punto.... Come possono le osterie esser bene

assestate, se esse vengono visitate di rado da viaggiatori, almeno da

Siciliani? Quando un Siciliano di conto si mette in viaggio, porta con

sè quasi tutto l'occorrente; un corriere lo precede per mettere in

assetto il quartiere da notte nel vuoto palazzo d'un ricco amico; il

signore viene trasportato, in lettiga chiusa, da agili muli a grandi

giornate, e trova tutti pronti al suo arrivo. Le persone del ceto medio

hanno come da noi [tedeschi] raccomandazioni presso i loro conoscenti

nei paesi vicini; la classe infima non viaggia quasi punto, o dorme di

convento in convento. Aggiungi un'altra circostanza: i paesi importanti

sono nelle coste, dove si può andare in barca, e dove i disagi son

sempre minori di quelli per terra. Nel nostro lungo viaggio a traverso

l'Isola, il quale da Palermo a Messina non è stato meno di 150 miglia e

mezzo tedesche, noi abbiamo potuto incontrare forse tre o quattro

lettighe, solo con alti dignitarî ecclesiastici in giro per le loro

diocesi»[238].

[238] _Wanderungen_, p. 338.

E questo, nientemeno, nel 1822, dopo trenta anni che il Rezzonico avea

scritto: «Manca in una sì chiara città una buona locanda, perchè mancano

i forestieri: e così per tutta la Sicilia fino a Siracusa»[239].

[239] Vol. I, pag. 3.

In Palermo però, anche ab antico, le cose andavano diversamente[240].

Paesani e forestieri che potessero spendere, vi trovavano un albergo

superiore ad altri (così almeno dice Hager) del Continente, e nel quale

si poteva stare con una certa comodità: era quello di una signora

provenzale, presso Porta Felice, dirimpetto alla Casa dei Teatini, ora

Archivio di Stato. Quivi per mezzo secolo, dalla metà del settecento,

presero alloggio non solo i principali benestanti dell'Isola che non

avessero parenti od amici dove albergare in Palermo, ma anche gli

stranieri più illustri. Conosciuto per un breve ricordo del

Villabianca[241], esso accolse, tra gli altri, Brydone nel 1770, Sonnini

nel 1777, de Saint-Non nel 1782. Ora una lapide murata sul portone,

ricorda che

GIOVANNI VOLFANGO GOETHE

DURANTE IL SUO SOGGIORNO A PALERMO

NEL 1787

DIMORÒ IN QUESTA CASA

ALLORA PUBBLICO ALBERGO.

[240] Esempio: in una pergamena del Tabulario del soppresso ospedale di

S. Bartolomeo in Palermo, in data del 7 Aprile 1417, Xª indizione,

parlandosi della vendita d'un grande albergo, in contrada S. Biagio

(Palermo), e descrivendosene i varî corpi, lo si specifica: _cum

cortilibus, cammaris et aliis domibus cohopertis et discopertis_

(terrazze). _A. Flandina_, _La sala delle dame in Palermo_, p. 5.

Palermo, 1799.

[241] _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. II, pp. 70-71, scriveva:

«Madama di Montagna. Locanda nobile nel Cassaro morto del braccio

Kalsa. Viene conosciuta sotto il nome di locanda di Madama di

Montagna, ch'è appunto la degna dama che la mantiene. Questa è

l'unica locanda che ha somiglianza con le locande di fuori regno, e

in conseguenza vi prendono stanza tutti i forestieri e gran

signori, che vengono in Palermo per diletto di viaggiare».

Piccanti le osservazioni del Brydone intorno a questa locandiera, Madama

de Montaigne, al cui ritratto l'arguto giovane inglese consacrava alcune

pagine. «Non essendovi se non un solo albergo in Palermo, noi [Brydone

ed un suo amico, compagno di viaggio] dovemmo accettare le condizioni

che ci vennero fatte: cinque ducati al giorno. Siamo alloggiati poco

comodamente; ma è questo il primo albergo che abbiamo in vista in

Sicilia, e, difatti, può dirsi l'unico in tutta l'Isola.

«Lo tiene una francese chiacchierona e fastidiosa, la quale io temo ci

debba dare molto fastidio; non c'è verso di tenerla fuori le nostre

camere, e non viene mai senza raccontarci che il principe tale e il duca

tal altro furono sommamente lieti di stare da lei. Ci è facile capire

che tutti quanti dovessero essere cotti di lei; la quale perciò pare si

abbia a male che non lo siamo anche noi. Mi è stato giocoforza dirle che

noi siamo gente molto ritirata, e che la compagnia non ci piace

abbastanza; onde essa, come io mi sono accorto, non ci tiene più in

pregio; e questa mattina (19 Giugno 1770) traversando io, senza dirle

parola, la cucina, la ho sentita esclamare: _Ah mon Dieu! comme ces

anglois sont sauvages!_ Io credo che dovremmo avere per lei maggiori

attenzioni, altrimenti ci vedremo aumentar la pigione. Ma la è grassa

come un maiale e brutta quanto il diavolo, e s'imbelletta talmente le

due grosse gote che si direbbe essersi intonacata di Marocco rosso».

Brydone prosegue la sua descrizione fermandosi sui ritratti di lei e del

marito attaccati alle pareti della stanza di lui e sopra un certo

scambio di parole tra lui e lei, la quale avrebbe dato il tema di quei

ritratti al pittore; e conclude:

«Benchè sia stata vent'anni qui, madama è restata così perfettamente

francese come se non fosse mai uscita da Parigi, e guarda da alto in

basso e con grande disprezzo ogni donna di Palermo sol perchè le

palermitane non hanno mai avuto la fortuna di vedere quella capitale, nè

di udirne la musica sublime dell'Opera»[242].

[242] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXI.

Questo severo giudizio sull'albergatrice d'allora in Palermo fu alcuni

anni dopo comunicato in francese a lei stessa da un suo connazionale,

l'ingegnere Sonnini. «Madama montò in collera, e dimostrò (parla il

Sonnini) che Brydone s'era male apposto giudicandola una chiacchierona;

e mi raccontò certi aneddotuzzi, pei quali aveva dovuto pregare

l'inglese di procurarsi un altro alloggio; ed essa mi fece in proposito

un capitolo altrettanto lungo quanto quello di Brydone»[243].

[243] _Sonnini_, _Voyage_, ch. IV.

Sicchè si conferma anche qui l'antico avvertimento morale, che bisogna

sentire da tutte e due le orecchie.

Ad evitare pettegolezzi, lasciamo dunque la locanda della signora de

Montaigne; ma, gittando un'occhiata all'ultimo piano di essa ed ai

balconi che danno nel Cassaro, noi, con gli occhi della mente, vediamo

ancora il giovane Goethe sulla terrazza, estasiato nel godimento del

mare, del cielo e del Pellegrino, ch'egli non cessa di proclamare il più

bel promontorio del mondo[244].

[244] _Goethe_, _op. cit._, lett. del 3 Aprile 1787.

In occasioni eccezionali quest'albergo non bastava, e si era costretti a

ricorrere ad altri, quanto, oh quanto diversi!

L'Ab. Richard de Saint-Non, giunto a Palermo coi suoi amici artisti il 2

Luglio 1778, trovò le locande affollate di forestieri venuti a vedere le

imminenti feste di S. Rosalia. «Noi, egli dice, non potemmo alloggiare

là dove ci si era proposto di andare, in un albergo tenuto da una

francese, che è il conforto ordinario dei viaggiatori a Palermo; ma lo

fummo in una casa che dà sul porto vecchio».

Quale poteva essere questa casa? Ce lo dice la tradizione. Da più d'un

secolo la _Locanda del Commercio_, a Porta Carbone, sulla Cala (porto

vecchio) riceve provinciali e forestieri di assai modesta condizione.

Ora, sia questa dell'Abate francese, sia quella del cav. viennese de

Mayer, fatto è che mitissime ne erano le spese, e non solo nella

Capitale, ma anche in Messina, in Catania e, in generale, in tutta

l'Isola[245].

[245] _R. De Saint-Non_, _Voyage_, t. IV, p. 139. -- _De M[ayer]_,

_Voyage_, p. 212.

Poichè tanto di quest'argomento degli alberghi, quanto di altri simili

non è stato scritto nulla finora, ci si consenta di aggiungere,

sorpassando il settecento, che il posto di Madama de Montaigne fu preso

dall'_Albergo della Gran Bretagna_ nella Piazza Marina, che avea balconi

sul Cassaro, a pochi passi della Chiesa della Catena. Nessuno ne dice

male; anzi il tedesco G., che si divertiva tanto a guardare la gente

andare avanti e indietro, ne dice molto bene.

La locanda di Tegoni sulla medesima piazza, là dove sorse molto più

tardi l'«Hôtel d'Italie», divenne la principale del suo tempo. Durante

la rivoluzione del 1820 vi stette il Generale Church[246].

[246] _De Bernardis_, _Rivoluzione di Palermo del 1820 espressa in

diciotto incisioni_.

I Siciliani che si recavano a Palermo, o eran dei signori, ed avevano

dove andare; o eran dei miseri mortali, e cercavano le locande d'infimo

ordine, delle quali la città era fin troppo provvista. Dicendo

_locande_, noi intendiamo le meschine, poco decenti stamberghe di

Lattarini; dove anche nel settecento erano accentrate, e, come ai dì

nostri, frequentate dai provinciali che venivano per liti in tribunali,

per contrattazioni con proprietari e signori, per compre e vendite. Ma

altre ve ne avea un po' qua, un po' là: nel piano della Fonderia, alla

Fieravecchia, presso la parrocchia di S. Giacomo, proprietà della Chiesa

di S. Maria la Nuova, del convento di S. Domenico, di Asdrubale Termine

di Vatticani e dello Spedale grande e nuovo.

E lì, a Lattarini, mettevano le vie dei Bordonari (_mulattieri_) e dei

Cavallari, gente che viveva guidando bestie da soma e da tiro.

Aggirandoci per tutta la contrada, noi possiamo anche oggi riconoscere

il fondaco d'Agnuni, quello dell'Oglio o fondaco grande o del Sù

Rosario, il fondaco piccolo dell'Oglio e, per non dire d'altro, quello

della Calata dello Spedale grande all'Albergaria e di S. Cosimo a

Siralcadi.

Quali le difficoltà del viaggio, tali quelle del carteggio.

Per limitato che fosse l'uso dello scrivere, ai bisogni più comuni esso

non poteva mancare. Tra Napoli e Palermo la corrispondenza era attiva;

più attiva però quella tra i varî paesi dell'Isola, specialmente con la

Capitale, alla quale per ogni ragione di negozî tutti si rivolgevano....

V'erano i _serii_, o corrieri espressi, per affari urgentissimi; ma non

tutti potevano permettersi la spesa occorrente, e si era costretti a far

capo alla correria ufficiale (posta), che a periodi partiva ed a periodi

avrebbe dovuto arrivare.

Esiste a Palermo anche oggi, innanzi il palazzo Bosco di Cattolica, una

piazzuola detta della _Correria vecchia_. Quivi fino al 1734 fu la posta

dei corrieri, donde in quell'anno passò al Piano dei Bologni, nel

Palazzo de' Villafranca, i cui padroni aveano il diritto ed il

privilegio della correria. Andate ad immaginare un servizio pubblico di

questo genere in mano a privati, per quanto egregi e rispettabili come i

Villafranca! Eppure altro che questo si vedeva nei tempi andati! nei

quali, ufficî e dignità retribuite erano non di rado concesse contro

pagamento, costituendo un vero e proprio privilegio. Il Governo

spagnuolo spillava danaro da tutte le parti ed in tutte le guise, e

quando la Casa Alliata de' Principi di Villafranca, per avere il

monopolio dei servigi postali, offrì a Carlo VI cinquantamila fiorini

contanti e centomila in soggiogazioni, Carlo non esitò un istante ed

intascò bel bello quei cinquantamila.

«Nei primi tempi del viceregno del Caracciolo s'intesero lagnanze circa

il servizio di correria. Pieghi disserrati e di nuovo chiusi, attrassi

(ritardi) di consegna di lettere per replicati procacci cagionarono

risentimenti. Il Duca Pietro Alliata e Gaetani, Luogotenente allora di

Corriere maggiore del Regno, fu accusato d'indolenza dal Caracciolo alla

Corte di Napoli. La verità è che si vollero rimettere in campo i diritti

inalienabili del Demanio, il potere regio, per sottrarlo alla Casa

Villafranca». Questa si difese, ed il Governo dovette provvisoriamente

pagarle la cospicua somma di 92,000 ducati prima di poter prendere per

conto suo l'esercizio di corrispondenza, che si affrettò a concedere ad

appalto ritraendone un profitto annuale tra le undici e le quattordici

mila onze[247]. La gazzetta degli _Avvisi_ di Napoli, in uno dei suoi

numeri del 1786, scrivea che il Principe di Villafranca si era

rassegnato ai voleri del Sovrano, e soggiungeva:

[247] _Ortolani_, _Sulle antiche e moderne tasse della Sicilia_, p. 49.

Palermo, 1813.

«La posta in Sicilia sta per mettersi sopra un piede molto più

rispettabile e più vantaggioso per la nazione. Le lettere del lato

orientale per Napoli non aspetteranno sette giorni a Messina; quelle di

città vicine come Alicata e Terranova non attenderanno quaranta giorni

per le risposte, e procacci pubblici assicureranno il trasporto interno

delle merci».

E cominciava la riforma.

La Posta dal palazzo Villafranca passava all'Ospizio degli arcivescovi

di Monreale, nella casa, cioè, di S. Cataldo di fronte all'attuale

Università degli Studî ed al lato meridionale del palazzo pretorio.

Giuseppe Gargano veniva nominato primo ministro di posta e Luogotenente

di Corriere maggiore pel Governo (questo Gargano era il Segretario del

Vicerè). I corrieri dalla livrea di Casa Alliata passavano alla divisa

(montura) turchina e rossa come le truppe, con una placca d'argento sul

petto, rappresentante le armi regie, ed uno sciabolotto a fianco. Nel

palazzo Villafranca rimaneva soltanto, e rimane anche oggi, l'archivio

della correria di tutta la Sicilia e la vecchia buca delle lettere, che

forse nessuno ha mai veduta.

Il dì 7 Aprile del 1787, Sabato Santo, la gente si accalcava innanzi ad

un foglio di carta attaccato alla porta nel nuovo ufficio, nel quale era

quest'avviso manoscritto:

«L'Officina della distribuzione delle Lettere del Regno in tutti giorni

della Settimana, fuori del Sabato, resterà aperta la mattina per tre ore

sino al mezzogiorno, e il dopopranzo dalle ore 21 sino alle 23.

L'Officina delle Lettere di fuori Regno resterà aperta per tre giorni

consecutivi dopo l'arrivo della Staffetta nelle ore della mattina e del

dopo pranzo come sopra dinotate, e negli altri giorni solo dopo pranzo

dalle ore 21 sino alle ore 23»[248].

[248] _Villabianca_, _Diario_ inedito, 1787, p. 127. Vedi pure

_Torremuzza_, _Giornale della città di Palermo_, p. 234. Ms. Qq. H,

2 della Bibl. Com. di Palermo.

Era una riforma anche questa, che segnava un gran passo nella vita

commerciale privata e pubblica.

Una nota del Marzo 1799 in Villabianca ci fa sapere che per la guerra di

Napoli il Re era servito da due pacchetti accompagnati da fregate e navi

da guerra che da Palermo andavano a Livorno, «luogo di correria per

l'Europa». La posta partiva ogni quindici giorni, di giovedì. La lettera

pagava in ragione del suo peso e della distanza che dovea percorrere. Il

peso era rappresentato dal foglio; e la tariffa minuta era tassativa per

le lettere di mezzo foglio, un foglio, un foglio e mezzo, due fogli, e

un'oncia (grammi 25) di peso. La lettera da un solo foglio per Roma

pagava 36 bajocchi; per l'Italia, 48; per Germania, Inghilterra, Olanda,

60; per la Spagna, 96; per Costantinopoli, 128[249]: il che vuol dire

che la tassa di una lettera ordinaria costituiva il guadagno d'una, due

giornate d'un maestro, d'un impiegato!

[249] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 327-28.

Nè c'è da dire che codesta gravezza di spesa fosse la conseguenza

immediata della guerra; perchè, come per lo innanzi, così anche dopo,

essa rimaneva la medesima. Ed ecco perchè le lettere costituivano un

contrabbando: ed il trovarne addosso ai viaggiatori in vettura corriera

dava ragione a multe.

_Capitolo XII._

_PORTANTINE E CARROZZE._

Chi si fosse messo a percorrere le vie principali della città, facendo

una punta alla Marina e, in certe ore del giorno, fuori altre porte

della città, si sarebbe sempre incontrato in portantine, o sedie

volanti, o seggette, come vogliamo chiamarle.

Chi oggi fa di queste una medesima cosa con le lettighe, cade in un

grosso errore. È vero, sì, che le une e le altre avevano stretta

somiglianza di forma; ma diverse ne erano le proporzioni, diversi i

trasportatori, diverso l'uso. Quelle erano per una sola persona; queste

per due e, in ragione, il doppio; quelle per affari, per visite, per

passeggiate; queste per viaggi più o meno lunghi; la sedia era portata a

mano da uomini; la lettiga caricata da animali.

Le portantine però avevano comune con la lettiga e con la carrozza la

qualità padronale e da nolo.

Diremo partitamente di esse.

La padronale era un'eleganza di fregi e dorature allo esterno, di ricche

stoffe all'interno: le facoltà di chi la possedeva si traducevano nel

maggiore o minor lusso. Dalla portantina della famiglia Sperlinga a

quella di casa Trabia, quali esse ci son giunte, è una scala ascendente

di particolarità l'una più bella dell'altra; imperciocchè dal severo

rivestimento in pelle nera sparsa di borchie indorate dell'una, alla

smagliante decorazione dell'altra, quali e quante gradazioni! Le quattro

fiammoline della prima, sprigionantisi dagli angoli, quasi a difesa

dell'aquila del centro, figurano come i puttini, i piccoli mostri in

giro della seconda, ripetentisi venti, trenta volte innanzi, dietro, ai

lati, nello sportello, nelle maniglie e perfino ai piedi: e non è spazio

libero che si sottragga ad un ghirigoro, ad un arabesco qualsiasi,

scolpito, intagliato, messo lì per incorniciare, nobilitandoli, quadri

mitologici di Aurore, Nettuni, Sirene, Satiri, Genietti dipinti, o quasi

miniati.

Rivaleggiano con questa, senza vincerla, altre portantine, dove la

profusione degli ornati, congiunta alla gaiezza delle figure simboliche,

inebbriatisi al profumo dei fiori onde s'inghirlandano, è tutta gaiezza

d'arte.

Dentro, altre bellezze, altre eleganze. Difese a destra, a sinistra, di

fronte, da tersi cristalli, riparate da rosee tendine, sopra soffici

cuscinetti e molli spalliere dal colore blasonico del casato, sotto

seriche bande, che da su in giù si aprono come a far largo ad una

candida testolina nell'angustissimo spazio di broccati, frange, trine

d'oro, stanno solennemente adagiate dame di grande levatura.

Pallido il viso, largamente scollata in alto la veste, stretta in basso

per fascette che a tante grazie ammezzano il respiro, ed a chi guardi

fan sognare voluttuose penombre, queste regine della nobiltà raccolgono

inchini e riverenze dei passanti.

Nè solo per diporto s'incontrano nelle feste profane ordinarie, ma anche

per occasioni eccezionali e rare e per ricorrenze sacre e religiose. Una

delle quali è quella della visita dei _Sepolcri_ in date chiese, nella

quali la esposizione del Cristo morto, nel Giovedì Santo, ha

l'attrattiva di artistici tappeti di sabbia, di composizioni di fiori di

passione, di rappresentazioni sacre, di splendide mostre di vasellame

d'argento. Il Senato ha le carrozze sontuose che già conosciamo, ma di

portantine si serve eccezionalmente per la gita al Monte Pellegrino

nella festa delle quarantore dentro la grotta del Santuario. Queste

portantine non son sue; forse appartengono al Pretore, o a qualcuno dei

Senatori, o ad altri che si pregiano di metterle a sua disposizione per

occasioni così solenni. Ne ha la Corte del Vicerè, come la Corte

dell'Arcivescovo; ne hanno le più aristocratiche famiglie, come qualche

ricca casa del ceto civile; ne hanno Valguarnera, Castelnuovo,

Regalmici, Belmonte, Partanna, S. Marco, Cassaro, Paternò, Sandoval ed

altri ed altri assai.

Mano mano che dalle alte si scende alle medie sfere, lo splendore scema,

e gli stemmi si riducono a semplici velleità emblematiche.

La tradizione parla di sedie volanti nei conventi e nei monasteri. Dei

Domenicani ne ricorda una, ad uso di non so qual P. Maestro, forse

supremo dignitario, e probabilmente della Inquisizione prima del 1782.

Portava dipinto l'emblema dell'Ordine: un cane con una fiaccola accesa

in bocca e varî motti biblici, tra' quali: _Quis ascendit in montem

sanctum Domini?_ da un lato; e dall'altro: _Innocens manibus et mundo

corde_.

Questa portantina non vuol far dimenticare la famosa carrozza del

terribile Tribunale, stata ceduta al Senato[250].

[250] Vedi a p. 76 del presente volume, e _L. M. Majorca Mortillaro_,

_Lettighe e Portantine_, 2ª edizione, p. 79. Palermo, 1901.

La tradizione ricorda pure portantine nei monasteri della Pietà, delle

Stimmate, di S. Vito, della Concezione, usate pel trasporto ed anche per

diporto di superiore e, in casi d'inabilità fisica, di semplici suore

nei giardini e nei baluardi facienti parte dell'edificio[251].

[251] Quando alcuni anni fa, il dì 4 Settembre 1899, il Cardinal Celesia

volle recarsi al Santuario della Patrona di Palermo, la portantina

venne apprestata dalle nobili suore del Monastero di S. Caterina.

Vedi _Sicilia Cattolica_, 5 Settembre, 1899.

Nella portantina comune o da nolo l'ornamento mancava del tutto. Lo

scintillio delle dorature cedeva al nero della pelle rasa. Gli usi

diversi a tutto piegavano, fuori che a quello del semplice diporto.

Qualche medico se ne serviva per le ordinarie sue visite; qualche

magistrato per accessi giudiziarî; i predicatori per recarsi in chiesa e

da chiesa a casa. A quando a quando un delinquente, sotto valida scorta,

vi era chiuso dentro e portato in carcere; così del pari certi ammalati

gravi dal carcere (Vicaria), prima che la infermeria vi fosse costruita,

all'Ospedale grande e nuovo. I becchini poi vi ficcavan per forza e vi

raccomandavano con corregge alla vita cadaveri da condurre ai

Cappuccini, od al cimitero comune.

Potremmo esaminare uno per uno questi diversi stridenti ufficî; ma

troppo ci dilungheremmo; l'opportunità però di certe coincidenze non ci

dispenserà da notare debitori e falliti essere stati accolti in seggette

fiancheggiate da poliziotti, e, come un tempo alla pietra del vitupero,

condotti alle prigioni[252]; carnefici in espiazione di pena, portati

sotto custodia in una piazza a giustiziare un condannato, e levatrici in

tutta pompa a battezzar neonati. Nella farsa _Li Palermitani in festa_,

quando nel cuore della notte Nòfrio va a bussare all'uscio di Tòfalo,

perchè si levi, essendo improvvisamente giunto il Re (Ferdinando III),

Tòfalo esclama:

[252] È noto che anche in Sicilia fu in uso la pena del vitupero inflitta

ai falliti. Costoro dovevano, non occorre qui ricordare in che

forma indecente, in mezzo a pubblico tutt'altro che afflitto,

sedere sulla pietra della vergogna. Ricordo dell'indegna usanza è

la frase tuttora viva, ma non da tutti compresa: _Dari lu.... a la

balata_, la quale significa: fallire, ridursi sul lastrico.

_Seggia_ a st'ura? ch'è medicu, o mammana?

O runna chi a qualcunu s'attapància?[253].

[253] _Meli_, _Poesie_, p. 189. Significato di questi versi: una

portantina a quest'ora? sarà un medico, o una mammana? o una ronda

che acciuffi (catturi) qualcuno?

Il Dr. Hager, che trovò molto comune anche in Palermo la seggetta, si

maravigliava che l'uso la estendesse al trasporto dei morti non meno che

dei vivi. Quasi ogni giorno egli vide sedie portatili per cortei

funebri, nelle quali però, al primo suo giunger tra noi, nulla gli era

parso di scorgere. Un aneddoto in proposito fa parte di altro capitolo

di questo libro[254], e spiega perchè il colto orientalista non volle

mai entrare, finchè stette tra noi, in cosiffatte sedie, e molto meno

mettervi piede. Galt notò l'uso anche lui, e se ne ricordò sempre[255].

[254] _Lutti di corte, di nobili,_ ecc.

[255] _Hager_, _op. cit._, pp. 118-119. -- _Galt_, p. 50.

E pensare che in questo arnese, proprio in questo medesimo arnese, il

Venerdì Santo, i cappellani delle parrocchie si facevano condurre alla

Cattedrale a prendere l'olio santo per la Estrema Unzione da

somministrare ai moribondi durante l'anno!... Costume, questo, che

parrebbe stato introdotto nella Settimana Santa del 1777 per rispetto

all'altro, pietoso, di non andare in carrozza per la città nel giorno

commemorativo della Passione di G. Cristo[256].

[256] _Villabianca_, _Diario_, v. XXVI, 75. -- _Pitrè_, _Spettacoli e

Feste_, p. 213.

Secondo le sedie, i portantini. La differenza tra padronali e da nolo

costituiva due classi diverse di seggettieri; quelli da nolo facevan

parte da sè; si associavano nella devozione dei loro santi protettori

Euno e Giuliano, componendo la confraternita di _S. Uniu_, e abitavano

vicoli che prendevano nome da loro a Ballarò ed al Capo[257]. La vecchia

e non più ribattezzata «Via delle sedie volanti», che si apre di fronte

alla chiesa S. Cosmo, era loro abitazione e posto de' loro veicoli.

[257] A Ballarò era _vicolo dei Seggettieri_ quello che adesso si chiama

_Ant. Lomonaco Ciaccio_. Al Capo è sempre il _Vicolo dei

Seggettieri_, che sbocca sulla via Cappuccinelle.

Pei lettighieri poi, ricordati nel capo X, giova avvertire che,

come essi facevano una specie di maestranza per sè, così da loro

prendevano nome la _Via delle lettighe_ ed il _Vicolo dei

lettighieri_.

Facchini nati e cresciuti, i portantini erano rotti a qualunque

strapazzo del mestiere: e, la cinghia alla nuca, le estremità della

cinghia e le mani alle aste, si addossavano il gran carico, ansando e

sudando come.... bestie. Da ciò il loro soprannome di _mastru_ o

_vastasu di cinga_ (facchino da cinghia), il quale, ridotto a quello

semplicissimo di _cinga_, è giunto fino a noi, in un traslato di

dispregio di uomo che faccia e goda di fare atti incivili e bassi della

peggiore specie.

D'altra condotta e foggia i portantini padronali. Come parte del

servitorame d'una nobile casa vegetavano nelle anticamere, e conoscevano

a menadito tutte le forme della buona creanza e del _bon ton_. Ad un

cenno di Sua Eccellenza la Principessa, o la Duchessa, o la Marchesa, e

quando occorresse, di sua Eccellenza il Principe, o il Duca, o il

Marchese, erano in completo assetto di livrea, parrucca, nicchio

gallonato; assetto oh quanto scomodo, che rendeva loro difficile il

servizio, cui non bastavano ad alleviare aste artisticamente intagliate,

nè cinghie vellutate, come le catene d'oro non renderebbero meno penosi

i dolori della schiavitù.

Di sera, quando portavano a veglie ed a festini la dama, si aggiungeva

loro un numero di sei, otto paggi, che reggevano torce accese, le quali

essi, appena arrivati nel vetusto palazzo, si affrettavano a spegnere

nei buchi nascosti dietro le porte dei vestiboli.

Bella o brutta che fosse la portantina, l'andarvi dentro per affari

costava. Un _viaggio_, o per dir meglio, una corsa pel Cassaro o per la

Strada Nuova pagavasi due, tre tarì; poco o molto di più fuori città:

spesa non a tutti consentita dal proprio bilancio. C'erano, è vero, i

carrozzini; ma in paragone delle molte e molte sedie volanti, e del gran

numero di carrozze signorili, potevano dirsi pochissimi, o bisognava

contentarsi di quelli del noto _Vituzzu_.

In tanta scarsezza, un giorno, certo Antonio Bruno, accorto

commerciante, concepisce un'idea ardita per allora, ma pratica; quella

di acquistare un numero di carrozzelle nuove e di metterle a

disposizione del pubblico; pagamento d'una corsa, un tarì (cent. 42). Fu

una gran pensata! Il pubblico le accolse con gran favore, e dal prezzo

veramente medio del _tarì_ o _tariclu_ prese a chiamarle _tarioli_.

Se non che, la nuova impresa non poteva non danneggiare l'antica delle

portantine, e dal primo apparire dei tarioli i lettighieri se ne

risentirono. Si principiò col sorriso del giocatore che perde; seguì la

derisione dei cocchieri dei tarioli, e quando gl'interessi del mestiere

cominciarono, col considerevole sviluppo dei nuovi veicoli, a

pericolare, vennero gl'insulti, le ingiurie, i battibecchi, le zuffe, a

sedar le quali occorse l'intervento della Polizia. I tarioli si

moltiplicarono; nel solo Piano della Marina, rimpetto la Vicaria, sotto

le torve occhiate dei portantini della vicina _posta_, se ne contarono

fino a trenta il giorno. Nel 1785 i trenta erano ottantacinque, e due

anni dopo, centoventuno, che, secondo una opportuna ordinanza del

Capitan Giustiziere, portavano già segnato in cassetta il numero

progressivo del ruolo[258]. Oltre i _fiacres_ ordinarî, erano nel

medesimo Piano calessini a due ruote, coi quali, come a Napoli, si

poteva andare in mezzo alla più fitta popolazione[259].

[258] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII. _G. Alessi_,

_Prontuario di alcune noterelle ammassate brevemente alla rinfusa_,

n. 6. ms. Qq. 15 7 della Bibl. Com. di Palermo.

[259] _Hager_, _Gemälde_, p. 117.

L'uso di questi e di altrettali veicoli divenne così comune che forse

più non si sarebbe potuto, date le condizioni topografiche della città

ed i bisogni degli uomini d'affari. Questo stesso avvenne fuori Palermo.

Il _Giornale di Commercio_ ed il _Giornale di Sicilia_ ne annunziavano

sempre qualcuno in partenza per Partinico, indicando posti vuoti per

passeggieri che volessero profittarne. N'erano proprietarî, ciascuno per

proprio conto, Matteo D'Aquila e Girolamo Montalbano. Quest'ultimo nome

è giunto fino a noi come ditta di carrozze corriere per l'Isola, e

specialmente di carrozze per la città, ed è finito in quell'azzimato

nanerottolo che nella sua altezza di una spanna, colla sua posa di

personaggio importante, esigeva rispetto (e se lo faceva portare) da chi

potesse aver la tentazione di ridergli in faccia al solo vederlo.

Carrozze si annunziavano anche in vendita: e le offerte giornaliere

erano di carrozzini, di calessi come di «_vis-à-vis_ con aste di ferro»,

di berlingotti, di «carrozzini di gala» e di «carrettelle per campagna,

che si chiudono intieramente»[260].

[260] Vedi _Giornale di Commercio_ (1794) e _Giornale di Sicilia_, che

tenne dietro ad esso.

Tanto favore, non nuovo nè eccezionale, è espressione dell'indole

palermitana molto proclive alla vanità ed alle apparenze, e risponde

alla condizione delle cose del tempo ed allo spirito d'imitazione di ciò

che facevano gli altri, nel campo suggestivo della moda. La passione per

le carrozze, quasi innata in molti Siciliani, avea modo di affermarsi

specialmente nella Nobiltà; in seconda linea, nel ceto medio; quindi, in

qualsivoglia persona che avesse da poter comprare, o presumesse

mantenere un carrozzino pur che sia. Le cronache cittadine abbondano di

notizie su questo argomento, avvalorate dalle relazioni dei viaggiatori.

Due di questi, senza essersi veduti nè intesi mai, nel medesimo tempo

(1777), trovarono «prodigioso il numero delle vetture». Uno, l'abate de

Saint Non, notava esser «così proprio dei Palermitani il gusto di farsi

portare, che la carrozza era diventata oggetto di prima necessità in un

clima costantemente bello; godimento per godimento, spesso ottenuto con

sacrificio delle cose più utili alla vita»[261].

[261] _De Saint-Non_, _op. cit._, v. IV, part. I, p. 143.

Un altro, parlando del Cassaro e della Strada Nuova, nella seconda metà

di Maggio diceva: «La sera, il gran numero di botteghe e di caffè

illuminati, gli equipaggi che vi corrono rischiarati da torce, la

poveraglia che vi preme, nella principale e più larga di queste strade

(intendi il Cassaro) vi richiama allo splendore ed al fracasso della Via

St. Honoré di Parigi. I Siciliani vanno soltanto in carrozza; per una

persona agiata non sarebbe niente decente fare uso delle proprie gambe.

Le vetture sono moltissime, ed i forestieri possono procurarsene di

veramente buone per sette, otto franchi al giorno»[262].

[262] _Sonnini_, _op. cit._, t. I, p. 43.

La inclinazione alla carrozza, in gente che aveva buone gambe, nel tempo

che la città chiusa non girava più di quattro miglia, e tutti gli affari

si potevano sbrigare nelle poche vie maggiori, fu primamente rilevata da

Brydone, e fino a certo punto messa in dubbio da de Borch; ma, per

quello che diremo, è vera, verissima.

Il testimonio più sicuro del tempo, Villabianca, sotto la data del 1782,

scriveva: «Ai dì nostri il mantenimento delle carrozze è un lusso de'

nobili, credendo il volgo doversi reputar soltanto cavaliere colui che

ha carrozza e non va a piedi come le persone minute». Ecco adunque la

vettura segno manifesto di ricchezza. «Cangiano i tempi (continua il

sincero, ma aristocratico diarista), e sempre più invade la moda

corrente di tener carrozze per far mostra ognuno di sua nobiltà e del

carattere di sua persona, se non vogliam dire per una forza di frenesia

che ha invaso le persone degl'ignobili e molto più coloro che per la

ristrettezza degli averi non potrebbero farlo [com'è vero quel che trovò

de Saint-Non su questo godimento, ottenuto col sacrificio delle cose più

utili!...]; il che può bene compararsi all'antica moda, che è oggi in

disuso, di mantener schiavi in servizio di lor casa»[263].

[263] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 410.

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1 · 第 12 / 21 题