Le provvide ordinanze di pulizia pubblica, richiamate in vigore nel

1799, trovavano compagne non meno provvide contro tutto ciò che potesse

anche lontanamente nuocere al comodo ed al decoro della città. Assidue

le cure che il Senato prendeva degli alberi copiosi e folti ond'eran

pieni e ornati i dintorni di essa; incessanti le premure di accrescerne

il numero e la estensione fin dove gli espedienti finanziarî e la natura

del suolo il consentisssero: onde il proponimento di piantarne nella

montagna di Gallo, che si vagheggiava d'imboschire[93]. Guardie all'uopo

destinate ne avean la custodia; carrettieri con botti, l'annaffiamento;

frati di varî ordini, la potagione[94]. In casi rari minacciavasi e

senz'altro applicavasi la pena dell'esilio a chi si permettesse di

metter la mano devastatrice sopra uno di quegli alberi[95].

[93] _Giornale di Sicilia_ del 12 Agosto 1794.

[94] Ai Cappuccini i superbi alberi della via di Mezzomorreale (corso

Calatafimi); agli Antoniniani, quelli dello stradone di S. Antonino

(corso Lincoln); ai Minimi, quelli di fuori di Porta Macqueda e

Porta Carini. Vedi _Provviste del Senato_, a. 1793-94, p. 452;

_Atti_, a. 1791-92, p. 146. -- _Sala_, _Dimostrazione dello Stato

del patrimonio di Palermo_, p. 214. Ms. dell'Arch. Com. di Palermo.

[95] _Atti del Senato_, a. 1777-78, p. 205.

La seguente ordinanza dimostra quale senso di estetica e di igiene fosse

negli antichi amministratori del Comune:

«Osservandosi da questa illustre Diputazione delle strade, che di giorno

in giorno vanno mancando e seccando gli alberi di pioppi, olivi ed

altri, piantati nelle strade che conducono da Porta S. Giorgio sino al

Molo e sino al Ciardone, per dare non meno il comodo a' cittadini di

passeggiare ne' tempi caldi e di rendere vieppiù magnifica la strada,

per causa che li padroni delle case, casini, luoghi od abitanti di essa,

in mille modi e maniere artificiose, li fanno desiccare e recidere e

scorticare; quindi la Diputazione, volendo ciò evitare, si è rivolta al

Re, il quale ha ordinato gravi pene pei trasgressori chiamando

responsabili i proprietari delle case e casine vicine e obbligandoli a

ripiantare il doppio degli alberi recisi, spiantati, scorticati,

mircati, scomparsi».

Gli ordinatori della pulizia urbana del sec. XX non sanno che la

esperienza del passato era stata guida di coloro che prima, assai prima

di loro, avevano studiato argomento così multiforme, ed importante per

la vita pubblica e privata. Eppure essi non hanno se non ripetuto

inconsciamente quello che avevano detto e fatto i nostri vecchi. La

esperienza è maestra: e la esperienza aveva insegnato quanto gravi

fossero le conseguenze di una dimessa pulizia stradale ed a quali

pericoli si esponessero gli abitanti trascurandone certi particolari

apparentemente frivoli. Chi presume il contrario, sconosce la vita di

casa sua, che è vita di quella grande famiglia che è la patria.

E poichè pulizia ed igiene si danno la mano, gli Archivi della città e

dello Stato ci offrono altre disposizioni acconce alla tutela di questa.

Ma per poco che voglia farsene la rassegna, si resta non solo confusi al

numero di esse, ma anche disillusi della vantata nostra sapienza del

genere.

Nel periodo che ci sforziamo d'illustrare sono disposizioni di tempi

anteriori. Ne rileviamo due, documenti della saviezza di molte altre.

Un nuovo bando del Pretore Marchese di S. Croce ordinava la buona

qualità del tabacco (1785). Altro se ne rinnovava ogni anno per le

modalità della immersione dei lini e del canape nei fiumi e pel seminato

dei risi.

Tanta ragionevolezza di provvedimenti, se ben seguita, avrebbe dovuto

far di Palermo una delle più pulite città d'Europa; ma, purtroppo, non

era così. La Capitale dell'Isola era molto lontana da ciò che il suo

magistrato si sforzava di avere. Ci sarebbe da giurare che tutti

gl'inconvenienti previsti, tutte le imitazioni designate, tutte le

licenze minacciosamente vietate, eran pratiche d'ogni giorno, d'ogni

ora. Oh! è proprio il caso di esclamare: _Bandi di Palermo e privilegi

di Messina!_ Solo a fermarsi sulla tanto desiderata nettezza delle

strade c'è da arrossire.

D'inverno le vie eran piene di mota; d'estate, di polvere. In una

solenne adunanza dell'Accademia del Buongusto nel Palazzo del Principe

di S. Flavia, in onore del Marchese di Regalmici, Onofrio Jerico

conchiudeva con questa spiritosa sestina una sua laude al riformatore

energico della città:

Dixi. Però 'na grazia v'addimmannu:

Com' 'un aju carrozza e vaju a pedi,

Vurria li strati netti tuttu l'annu.

O fangu, o pruvulazzu chi arrisedi

Sfascia li scarpi, allorda li quasetti,

E in procintu di càdiri mi metti[96].

[96] Ms. Qq. D. 102, p. 69 della Biblioteca Comunale.

A qualche cosa il Senato rimediava con la famosa botte di Giacona, che

dal 1746 offriva un modo pratico d'annaffiare le vie: una botte sopra un

carro, che al davanti avea un mulo, e di dietro, con le spalle al carro

medesimo, un uomo il quale, cianchettando ritroso, veniva dimenando a

destra ed a sinistra un grosso tubo di pelle sulla molesta polvere.

Povero Giacona! Il pubblico ingrato tradusse la tua manichetta in un

gesto somigliante a quello dell'annaffiatore, e in un motto che non

risponde alle tue ingegnose intenzioni, per le quali un annuale servizio

di 70 onze potò esser compiuto con sole 40![97].

[97] _Pitrè_, _Usi e Costumi_, v. II, p. 370-71.

Secondo un'antica ordinanza, passata in uso, ogni popolano ripuliva al

far del giorno il tratto innanzi all'uscio di casa sua, come ogni

mercante del Cassaro quello innanzi il suo negozio.

Goethe però il 5 Aprile del 1787 se la pigliava con un merciaiuolo, e

per esso coi Palermitani, «che lasciavano ammucchiare, diceva lui,

innanzi lo botteghe tante immondezze[98], che poi il vento ritornava

alle botteghe medesime»; ed il merciaiuolo, malizioso, gli faceva

osservare che «coloro ai quali spettava di provvedere alla pulizia

aveano grande influenza, e non si riusciva ad obbligarli a fare il loro

dovere. Se si sgombrasse, aggiungeva, tutta quella lordura, verrebbe in

luce lo stato miserando del sottostante selciato, e si scoprirebbero le

malversazioni della loro disonesta amministrazione» (Oh! come il mondo è

sempre lo stesso!).

[98] È curioso che l'usanza lamentata da Goethe fosse una antica

disposizione del Senato consacrata nei contratti di appalto della

spazzatura. Si prescrivea che le immondezze spazzate venissero

raccolte a mucchi, con l'intendimento che poi dovessero portarsi

via. Vedi il _Contratto_ citato nella nota 3 di questa pagina.

Concludeva poi scherzando: «le male lingue dicono essere la nobiltà

quella che favorisce questo stato di cose, affinchè le carrozze, andando

di sera alla passeggiata, possano proceder senza scosse, sopra un

pavimento meno duro»[99].

[99] _Goethe_, _op. cit._, lett. cit.

Ma quel merciaiuolo se non conosceva la storia del suo paese, se non

sapeva che già fin dai primi del quattrocento esistessero disposizioni

per la pulitura delle vie, se ignorava che nel 1600 il Comune avea dato

in appalto lo spazzamento ed annaffiamento giornaliero delle varie

strade e piazze[100]; poteva almeno dire a Goethe, cosa della quale egli

era testimonio, che otto anni innanzi (7 Ag. 1779) si era concertato la

spazzatura del Cassaro e della Strada Nuova in una maniera più

rispondente allo scopo. Poteva fargli osservare che certi carrettieri

aveano impegnata con gli ortolani la spazzatura; anzi, come s'è visto in

principio di questo capitolo, per antico decreto del Senato, le bestie

da soma che entravano in città cariche di ortaggi non potevano uscirne

senza la spazzatura delle famiglie, tanto nociva alla pubblica salute

quanto utile alla agricoltura[101]; e che i padroni delle botteghe

pagavano un bajocco (cent. 4) l'uno, per due spazzate la settimana,

fatte da 20 forzati. Poteva anche soggiungere, ed egli doveva saperlo di

preferenza, che per quanto il Senato facesse e nel Cassaro e nel Piano

della Martorana lastricando, ripulendo, non riusciva mai a sbarazzare la

immensa mota che le piogge continue vi producevano: difetto comune ad

altri punti della città, ed alla Marina particolarmente[102].

[100] _R. Starrabba_, _Contratto d'appalto_ ecc. in _Archivio stor.

sic._, nuova serie, a. II, fasc. II, pp. 204-9, Pal. 1877.

[101] _Capitoli del Senato_, t. II, f. 406; ms. dell'Archivio Comunale.

-- _Teixejra_, _op. cit._, cap. XIII, § 191.

[102] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 372; v. XXVII, p.

436.

Quando il Presidente Lopez ordinò delle spazzate periodiche, il Senato

non potè se non tornare a destinare una somma _ad hoc_ per l'avvenire,

ed affidare a «partitarî» questo servizio per le vie principali e per

una volta la settimana[103].

[103] Bando a stampa del Presidente del Regno, del Marzo 1797. Vedi

_D'Angelo_, _Giornale_, pp. 137-38; _Villabianca_, _Diario_ ined.,

a. 1797, pp. 115-16.

D'altro lato, bisogna esser logici. Il merciaiuolo di Goethe doveva

sapere qualche cosa, se con un forestiero a lui sconosciuto si apriva

intorno ad una pubblica accusa contro coloro ai quali incombeva la

sorveglianza della pulizia della città; altrimenti conviene ammettere la

solita malevolenza palermitana verso i Palermitani. Chi saranno stati i

malversatori aventi l'interesse di non far vedere le reali condizioni

del pavimento stradale? «I partitarî (appaltatori) delle strade o i

deputati alla nettezza», potrebbe dirsi; ma chi può affermarlo con piena

coscienza? Una sola rivelazione ci giunge per mezzo dei diaristi del

tempo, ed è: che i «maestri di mondezza» (sorvegliatori di pulizia

stradale) non erano immuni da colpe a danno del paese. Forse per loro

oscitanza, forse per delittuosità, questi maestri venivano dalla voce

pubblica accusati di corruzione; se no, come spiegarsi la sordidezza

delle strade ed il lezzo delle carogne di cani e di gatti?

È vero che questo inconveniente non era nuovo; ma gli spazzini addetti a

sì bassi servigi, portavano legati alla cintura degli uncini di ferro

coi quali rimovevano i ributtanti ospiti.

Stanco di tante porcherie un giorno il Senato mandò a spasso questi

inutili o disonesti «maestri»: e senz'altro ne abolì l'ufficio;

contemporaneamente provvide alla pulitezza ed al decoro della città con

una Deputazione di nobili, la quale con ufficiali adatti rispondesse

alla bisogna[104]. E così fu fatto.

[104] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1793, pp. 22-23.

_Capitolo IV._

_SENATO E SENATORI._

Magistrato supremo della città, il Senato mareggiava tra le

giurisdizioni ed i privilegi che re e vicerè per volger di secoli avean

profuso su di esso.

Grande di Spagna di prima classe, il Pretore procedeva a sinistra del Re

e gli stava di fronte, a capo coperto, nelle cappelle reali. Generale di

cavalleria, esso avea il comando supremo di tutte le truppe cittadine.

Alle opere filiali del Senato era preposto e sovraintendeva con vigile

cura. La Tavola o Banco, fondazione del Comune, avea in lui il

mallevadore de' capitali privati; in lui il tutore supremo il Monte di

Pietà; lui avea capo la Deputazione di salute, ond'egli traeva facoltà

di accordare o negare libera pratica a chi giungesse per mare a Palermo,

basso o alto che fosse e di qualsivoglia autorità investito. Mentre vi

era un Protomedico del Regno, il Pretore era Protomedico della Capitale

con poteri amplissimi sulla pubblica salute e sugli uomini ai quali era

essa affidata, sulla igiene e sulla pulizia urbana.

Talvolta egli avea potestà anche criminale, rappresentando l'antico

baiulo.

Nelle quattro grandi processioni e fiere dell'anno, il medesimo Pretore,

accompagnato da un giudice della sua Corte, girava togato per le strade

reggendo in mano il bastone, emblema di giurisdizione per la quiete del

popolo. Gli eruditi scoprirono «l'uguale meccanica scritta nella romana

Istoria e praticata dai consoli e pretori romani»; come un quissimile

degli antichi littori precedenti i consoli vedevano nei contestabili che

nelle pubbliche funzioni recavano il bastone sormontato dall'aquila.

Tutti ne sapevano qualche cosa; ma sopra tutti D. Pietro Teixejra,

storiografo del Senato[105].

[105] _Teixejra_, _op. cit._, §§ 305 e 349. Correggendo le stampe di

questo capitolo, ci cade in acconcio far menzione di un

bell'articolo di _F. Maggiore-Perni_: _Il Senato e

l'Amministrazione municipale di Palermo dai tempi più antichi al

1860_ (Pal. Lo Casto 1902).

Per queste ed altre eccelse facoltà, in bocca del Pretore posava la

sacra formola: _Do, dico, abdico._ Col _do_ esso concedeva ai giudici

della Corte pretoriana il modo di procedere nelle cause, come

l'eccezione ai rei e la possessione dei beni; nel _dico_ concentrava la

proibizione dei giorni di giudizio e la restituzione _in integrum_ per

le persone; nell'_abdico_ comprendeva il suo diritto in tutte le

cessioni sulla legge scritta: nella confisca dei beni, nella vendita di

essi all'incanto e via di seguito[106].

[106] _Teixejra_, _op. cit._, § 310.

Dal quale diritto traeva lume e forza quello civile e criminale che egli

esercitava sulle carceri del Palazzo pei trasgressori delle ordinanze e

dei bandi senatorii e le ingiunzioni al capo di Castellamare nel

ricevere questo o quel reo di ceto nobile o civile.

Se questo pare troppo, si pensi che v'era anche dell'altro. Bagheria e

Parco eran terre soggette al Senato, che vi esercitava amplissima

giurisdizione per mezzo di persone di sua fiducia e da esso delegate.

Prima che Ferdinando venisse in Palermo, e pensasse a proclamare _città_

Partinico, ragione di lepido risentimento del Villabianca, che pur vi

avea tenute, anch'essa, questa terra, era pel mero e misto impero

soggetta al Pretore.

Ce n'era abbastanza, crediamo, per fare inorgoglire non che qualunque

patrizio il più modesto cittadino palermitano, che pur sapea di non

poter mai e poi mai aspirare, non diciamo alle sublimi sfere del

Pretorato, od a quelle alte del Senato, ma alle altre di ufficiale

nobile al seguito del Senato medesimo, pel quale un pezzo di blasone era

indispensabile.

Il rosso associato al giallo era ed è tuttavia il colore senatorio della

città; stemma pubblico: l'aquila d'oro in campo rosso; damasco cremisino

le sopravvesti dei contestabili; rosso il drappo delle vesti dei

mazzieri, sulle quali si disegnavano vaghissimi fiori d'oro[107]; rosso

scarlatto e giallo la uniforme della fanteria e della cavalleria[108], e

rosso fiammante le livree dei sei paggi e dei sei cocchieri degli

equipaggi.

[107] Costavano fino a 120 onze! Vedi _Provviste del Senato_, a. 1779-80,

p. 362, a. 1795-96, pp. 255 e 374.

[108] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, XXVI, pp. 210-211.

Questo per coloro che circondavano il Senato; ma i singoli Senatori

nelle loro giornaliere funzioni indossavano ordinariamente «il vestito

alla francese in giamberga», come ci fa sapere il loro Cerimoniere[109];

nella mezza festa, toga semplice e cateniglia; nella grande festa, toga,

manica ricca e gioie.

[109] _De Franchis_, _op. cit._, p. 433.

Il Pretore dava la intonazione al Senato: e quando avea paggi suoi (e

raro è che non ne avesse), il colore della città veniva sostituito dalle

livree della sua famiglia. Questa, per la forma e pel colore, si

anteponeva talvolta a qualunque altra livrea, perchè indicava l'altezza

del casato. Ricordasi in proposito, per analogia di richiamo, che quando

il Principe di Paternò Moncada Capitan Giustiziere dovette recarsi nei

suoi stati in Sicilia, e trattenervisi alcuni mesi (1780), il Pretore

Regalmici ne ebbe la delegazione. Ora l'energico Marchese, zelando più

che l'amico assente, si affrettò a fare aggiungere alla Carboniera

ordinaria (la quale, come è risaputo, era il carcere di giurisdizione

del Pretore, dentro il Palazzo municipale) altra Carboniera per le

donne, ma non volle mai uscire a pubbliche comparse con gli ufficiali

vestiti in livree Paternoniane[110].

[110] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, 180; v. XXVII, 11-12.

La fanteria composta di trenta dragoni era a custodia delle dieci torri

di guardia del littorale (_torrari_); la cavalleria, di quaranta

soldati, sorvegliava le spiagge e segnava l'avvicinarsi di barche

sospette. Codesti eran detti «soldati di marina», e più tardi compagnia

o «milizia urbana», nome sfigurato oggi, con uno de' _qui-pro-quo_ della

fortuna di cui il popolo possiede il segreto, in _truppa babbana_.

Questa milizia rappresentava la forza propria del Senato sotto un

comandante nobile (Sergente maggiore), un Capitano delle torri, un

Alfiere, un Tenente e varî caporali, tutte persone civili; ed ogni anno,

il 1º Maggio, veniva passata in brillante rivista. Carlo II nel 1695,

confermando il privilegio di questa milizia al Senato, dava ad esso

facoltà di assoldarne -- in assenza del Vicerè -- quanta per la

sicurezza del Palazzo senatorio e della lanterna del Molo gliene

abbisognasse, investendola dei medesimi onori e trattamenti delle truppe

regolari regie, con divisa, tamburi, armi, bandiera e stemma della

città.

E qui cade acconcio un richiamo storico strettamente connesso col

privilegio di Carlo II.

Ciò che faceva il Senato facevano altri personaggi e comunità. La

Compagnia dei barrigelli di Butera era modellata su quella di Palermo,

benchè con iscopo un po' diverso. Ventiquattro soldati dragoni con

insegne proprie, timpani e trombe correvano frequentemente una parte del

Regno con la medesima libertà e giurisdizione delle compagnie reali. La

Compagnia di San Cimino, dello stato di Monreale, mancava di stendardo,

ma non della facoltà de' barrigelli di Butera: ed il Governo si serviva

di essa come di altre compagnie baronali per la tutela degl'interessi e

della sicurezza delle terre dei signori, quando le esigenze imponevano

estirpazione di banditi, soffocazione di tumulti, od altre gravi

pubbliche incombenze. Carlo VI riteneva potere con questo mezzo mettere

sul piede di guerra meglio che diecimila uomini[111].

[111] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, 420-425.

L'uscita del Senato era uno spettacolo sempre pittoresco, che chiamava

sulle vie popolani e civili.

La compagnia dei carabinieri di cavalleria della truppa senatoria

precedeva con le spade sguainate alle mani: regia preminenza più volte

ritolta e ridata dai Vicerè. I contestabili, dalle larghe code, che

coprivano muli o cavalli, e dal cappello ad embrici, eran sempre i

servi, non sempre fedeli, dei loro Senatori.

Seguivano le tre carrozze del Senato. Di queste diremo particolarmente

più innanzi.

Il rullo cadenzato dei tamburi, lo squillo monotono delle trombe ne

annunziava il movimento. Quando l'alto Magistrato stava per entrare

officialmente in una chiesa, festevole era lo scampanio; quand'era alla

vista di un baluardo, spari assordanti d'artiglieria lo salutavano,

anche perchè il Pretore era Capitan d'armi o di guerra del Val di

Mazzara. Sforniti di cannoni i baluardi e scompigliate le Maestranze

armate, queste pubbliche dimostrazioni, gravose al Comune, dannose alle

fabbriche dei privati, cessarono. I cannoni che avrebbero dovuto servire

alla difesa della patria, servirono per aiuto del Borbone in Napoli.

Le pretese di distinzione si acuivano tra gli ufficiali del Senato. Gli

ufficiali nobili alzavano la cresta in faccia ai Senatori, non

intendendo subire gradazioni lesive della loro dignità. Gli ufficiali

civili li aizzavano facendo con essi quelle che si direbbero congiure di

palazzo.

Una volta per la festa del Corpus Domini il Pretore Duca di Castellana,

ammalato, delegò, consenziente il corpo del Senato, un senatore; i

giudici pretoriani si negarono a prestargli omaggio, e ne seguì un

litigio che si portò fino al Protonotaro del Regno[112]. Il perno della

questione era questo: gli ufficiali nobili nelle processioni e in altre

pubbliche comparse del Senato devono andare a lato o dietro ai Senatori?

[112] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 284-85.

Il Cerimoniale dava ai Senatori facoltà di regolarsi come credevano; ma

gli ufficiali nobili non volevano riconoscere questa facoltà,

ritenendola arbitraria. I Senatori affettavano indifferenza e tiravan di

lungo; ma gli ufficiali sputavan veleno senza neppure ricordarsi della

benevola concessione fatta loro dal Senato d'un tappeto sotto le loro

sedie[113]; e tra il pretendere degli uni ed il rifiutarsi degli altri;

tra l'imporre di quelli e il disubbidire di questi, si giungeva per

lungo, eterno dissidio alla fine del secolo. Celebrandosi nel 1800,

presenti i Reali di Napoli, le funzioni della Settimana Santa, il ceto

civile faceva una tacita ma severa dimostrazione contro la senatoria

dignità: brillava per la sua assenza, come direbbe una frase moderna!

[113] Il Teixejra ce ne dice anche la misura: tre palmi! stabilita dai

_Capitoli del Senato_, t. III, p. 47.

Vecchio ed infermiccio, il Marchese Villabianca ne avea notizia fino a

casa, e nel suo _Diario_ consacrava questa nota, che nel decadimento

grammaticale accusa lo ingenuo sognatore del passato, il patrizio a cui

mancava la esatta visione del presente: «I paglietti hanno disdegno il

servire e corteggiare i magnati. Non v'è forma che questi benedetti

paglietti per la potenza che hanno nelle mani, di arrivare e conoscer sè

stessi, cioè la loro condizione, stato e differenza. La superbia e

l'orgoglio li mangia vivi»[114]. Eppure egli stesso negli anni passati

avea biasimato i suoi consorti e lodato le opere pubbliche dei

_poglietti_, tipo dei quali per amor patrio disinteressato il Presidente

Asmundo Paternò!

[114] _Diario_ ined., a. 1800, p. 220.

Ma non ci occupiamo di queste miserie, quando ben altro abbiamo da

vedere.

Due delle tre carrozze del Senato erano veramente belle. Nella prima

andava il Pretore coi Senatori; nella seconda, altri Senatori;

nell'ultima, il Cerimoniere, il Segretario e qualche ufficiale nobile. A

volte nella prima entrava tutto il Senato; nella seconda, la sua Corte;

la terza procedeva vuota per rispetto.

Eccole queste magnificenze!

Montate su traini e sospese con solidi tiranti di cuoio sopra molle,

esse sono, all'esterno, ricche di dorature e di dipinti allegorici:

all'interno, fulgide per la tappezzeria di raso rosso. La maggiore di

queste carrozze somiglia a quella di Carlo X serbata ora al Trianon, ma

le ruote son cariche di sculture; e nello insieme ha una linea più

armonica di quella della vettura di Caterina di Russia (1773)[115].

[115] _Il Festino di S. Rosalia nel 1896 in Pal._, p. 3. Palermo, Virzì,

1896.

Donde vengono queste carrozze?

Negli Atti ufficiali troviamo più volte cenno di carrozze pretorie.

Il più curioso è quello del 1789. S. M. accordò al Senato la carrozza

dell'abolito S. Uffizio contro il pagamento di onze 46[116]: il che

significa che il Senato prese od ebbe la carrozza, probabilmente di

gala, del grande Inquisitore, testimonio degli ultimi atti generali di

fede. La trasformazione degli stemmi fu presto fatta: alla croce

fiancheggiata dalla spada e dall'ulivo, col terribile motto: _Exurge,

Domine, et judica causam tuam_, venne sostituita l'ardita aquila

palermitana col classico S. P. Q. P.

[116] _Provviste del Senato_, a. 1788-89, p. 112.

Tre nuove carrozze uscivano l'8 Maggio 1796, festa di S. Cristina. La

più bella tra esse attestava non la opulenza del Comune, ma la

generosità dei privati. La fecero a contribuzioni proprie il Pretore, i

Senatori, il Presidente del Regno ed i nobili, che con singolar

munificenza vollero sopperire a questo bisogno del Senato. «Quel Senato,

già così ricco e magnifico..., non ha come potere uscire a gala, e deve

comparire accattone e cercare la elemosina per farsi una carrozza!»,

mormorava con profonda tristezza dentro la Biblioteca del Comune P.

Giovanni D'Angelo; ed esclamava: «Tempi meschinissimi!... Io di questa

mendicità non voglio nè posso ricercar la cagione. La indaghino i nostri

posteri»[117].

[117] _Giornale_ ined., a. 1792, pp. 100-102.

Ma la ragione, se vogliamo indagare la reticenza, può per un momento

sospettarsi negli amministratori della città, i quali, perchè in alto,

venivano presi di mira da chi stava in basso. Bisogna chiudere gli occhi

alla luce per non vedere che, più che alla disonestà degli uomini,

convenisse guardare all'indirizzo economico dei tempi ed alle teorie

amministrative che conducevano a fatale rovina gli erarî civici.

La nuova carrozza pretoriana era quanto di più splendido avesse prodotto

la Sicilia dal dì che veicoli del genere erano stati tra noi costruiti.

I più esperti operai ed artisti vi avean lavorato a gara di delicatezza

e di maestria, e Giuseppe Velasquez ne coronò l'opera con disegni che

destavano l'ammirazione di tutti al vederla passare[118].

[118] Costò onze 1171, 16.

Il fastigio del Senato non poteva non far gola agli amministratori delle

opere filiali di esso, non nuovi alla dignità pretoriana o senatoriale.

In seguito a recenti elezioni, i nuovi eletti eran punti dalla bramosia

di andare a prender possesso solenne delle loro cariche nelle carrozze

del Comune. Una pompa come quella non era da disprezzare! Ed il Principe

Conte S. Marco, benchè avesse i suoi superbi equipaggi, la desiderò e la

chiese. «In considerazione del merito e della nobiltà di esso principe»,

il Senato chinava il capo.

L'esempio è contagioso: e quando, compiuto il biennio del S. Marco, il

nuovo eletto D. Francesco Statella, Principe del Cassaro, dovette far la

funzione del suo possesso, si ricordò con letizia della carrozza

officiale e la riconobbe adatta alla sua dignità. Il Senato, _obtorto

collo_, consentiva anche stavolta; ma scorso, per non offender tanto

signore, un mese, facea «un appuntamento col quale proibiva di potersi

in avvenire accomodare (_prestare_) le carrozze proprie di esso Senato

alle opere filiali per qualunque siasi funzione»[119].

[119] _Atti del Senato_, a. 1794-95, p. 110; a. 1796-97, p. 78; a.

1797-98, p. 187.

Difatti, era troppo che signori di quel grado, i quali quando coi loro

equipaggi uscivano sulla via Alloro facevano maraviglia a chicchessia,

dovessero cercar la pompa del supremo Magistrato della città!

Prima di lasciare l'ambito veicolo ed il cerimoniale che lo accompagnava

anche nelle relazioni col rappresentante del Re, è opportuno un ricordo.

Il sedere in carrozza con S. E. tenendo la sinistra, era un'altra delle

prerogative del Pretore. Il Marchese Fogliani, che po' poi non guardava

tanto pel sottile la distanza tra lui ed il magnifico Senato, confermò

praticamente la prerogativa. S. E. il Principe Marcantonio Colonna di

Stigliano ne diede benigna conferma al Pretore Principe di Scordia (Dic.

1774 e Marzo 1775), facendoselo sedere allato in una visita annonaria

che volle fare con lui per Palermo.

È fama che codesta distinzione avesse voluto una volta arrogarsela il

March. di Geraci Ventimiglia recandosi col Vicerè Duca de Uzeda a

passeggiare alla Marina, e che questi, per tanta impertinenza, lo avesse

mandato in carcere. L'atto del Ventimiglia fu invero audace; ma il nobil

uomo non poteva dimenticare di essere il _Marchese_ per eccellenza, in

tutta Sicilia[120], un piccolo re dei suoi stati con facoltà, dicevasi,

di coniar moneta.

[120] È noto che quando in Sicilia si diceva senz'altro _il Marchese_,

non s'intendeva se non lui, il Marchese di Geraci. Vedi

_Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, pp. 5 e 200.

Savia consuetudine quella del periodo limitato delle cariche e degli

alti uffici; savia perchè impediva il formarsi ed il prepotere di

clientele protette da un lato, spalleggianti dall'altro chi siffatti

ufficî a lungo s'infeudava.

Non più di due anni, spirati i quali non erano più rieleggibili, stavano

in ufficio Pretore e Senatori, i Governatori del Monte di Pietà e quelli

degli Spedali, il Deputato per la suprema generale Deputazione di salute

e di quella del Molo, delle torri e delle strade; il Deputato della

Terra di Partinico e l'altro della Terra di Bagheria ed altri di altre

opere filiali. Più rigorosi, perchè più brevi (un anno appena), gli

ufficî dei «giudici-senatori della gabella delli 12 tarì sopra ogni

cantàro d'olio, della gabella delle teste piccole» ecc.

Di altri dignitarî e di modesti ufficiali urbani pochi quelli che,

eletti, aveano da prestar giuramento; e tra essi l'Archivario della

Tavola, i Giudici idioti, i Deputati di piazza, i credenzieri della

carne, il Pretore, i Senatori, i Capitani delle torri, i Giudici

pretoriani, il Capitan giustiziere: persone sulla fede delle quali era

riposta la fede pubblica e sulle quali poggiavano le pietre angolari

degli interessi cittadini.

«L'ufficio di Senatore per regio dispaccio del 12 Maggio 1775, deve

conferirsi ai primogeniti e secondogeniti di famiglie magnatizie, titoli

e feudatari con vassalli e tutt'altri nobili, ed atti a tale ufficio, ma

con condizione che non usino il titolo di _Eccellenza_ abusivamente fin

qui preso, che compete al solo Pretore. La carica di Senatore sarà un

passo per conseguire quella di Pretore».

Così scrivea il 26 Agosto 1775 il Villabianca, che pure anni prima aveva

detto: «In Sicilia il solo Vicerè esige per forza l'_Eccellenza_ come

rappresentante la persona del sovrano»: e _Sua Eccellenza_ era per

antonomasia il Vicerè. Quando nell'Agosto del 1774 il Re sostituì la

Giunta pretoria (una vera Giunta amministrativa dei tempi nostri),

magistrato governativo di revisione degli atti del Senato, al Tribunale

del R. Patrimonio: Giunta «composta di cinque ottimati ex-Pretori ed

ex-Capitani giustizieri e patrizi della prima segnatura di nobiltà, cioè

_nati_ di famiglie pretorie e magnatizie», si pensò anche a questa grave

faccenda del titolo. Fu concertato (ed il concerto durò fino al secolo

XIX) che il ministro della Giunta pretoria scrivendo al Senato darebbe

dell'_Eccellenza_, firmandosi in pie' della lettera, e che il Senato

rispondendo col medesimo titolo non soscriverebbe nè come Senato nè come

Pretore, ma col solo nome di Segretario[121]. E nel sovrano comando del

1775 veniva anche prescritto che i Senatori non dovessero essere

obbligati a trattare con l'_Eccellenza_ il Pretore[122].

[121] _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, pp. 235-37, 371-72. v. XIX, p. 128.

[122] _Atti del Senato_, a. 1775, p. 377.

Vecchia costumanza, non mai intermessa, era quella che i nuovi nati dei

Senatori in atto fossero tenuti al fonte battesimale dal Senato in

corpo. Il battesimo assumeva un carattere di solennità particolare,

compiuta con tutta pompa dal Magistrato civico. Quale compare, esso

faceva un regalo alla comare, la senatoressa puerpera, alla levatrice,

agli ufficiali della parrocchia. La senatoressa riceveva cinquant'onze:

e se la puerpera era pretoressa in atto, cento. I Senatori non eran dei

vecchi, e le mogli loro, molto meno. Immagini perciò il lettore come

procedesse pel pubblico erario questa faccenda di sgravi, di battesimi e

di regali!

Non v'era anno che il prolifero Senato non festeggiasse una di queste

nobili comari, e che per conseguenza la cassa pretoria non si aprisse

per siffatte graziosità[123]. Nel 1770, in meno di due mesi, la festa si

ripeteva due volte: il 17 Gennaio pel primogenito del Sen. Salvatore

Valguarnera, Principe di Niscemi e Duca dell'Arenella, funzionante

l'Arciv. Sanseverino, e compare il Pretore Regalmici (al neonato veniva

imposto il nome di Giovanni, in omaggio al card. Giov. de Buccadoks,

Generale dei Domenicani, amico e parente del Niscemi); ed il 10 Marzo

per la figlia del Sen. Bernardo Filingeri, Principe di Mirto.

[123] 21 Ag. 1770. Il «Senatore Romagnuolo pel Senato battezza la figlia

del Sen. Carcamo, e dà in regalia al padre (_stavolta al

Senatore!_) onze 50 ed altre (10) ne dà alla levatrice ed agli

uffiziali della parrocchia».

13 Apr. 1771. Il Pretore Duca di Castellana a nome del Senato

battezza alla Kalsa la figlia del Sen. Corradino Romagnuolo, con le

solite regole di onze 40 (?) al detto Romagnuolo, e di onze 10 alla

levatrice (_Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 229 e

277).

5 Luglio 1773. Il Senato battezzò il figlio del Senat. Gius.

Carcamo, il quale «dalla cassa del Senato tirò la solita regalia di

onze 50». _Diario_, XX, 167. Questo Sen. Carcamo in meno di tre

anni prendeva 90 onze!

Nel 1782 però abbiamo due begli esempî di dignitoso rifiuto per parte

del Principe di Valguarnera e Montaperto e del Duca di Belmurgo, ai

quali il Senato avea tenuto a battesimo i figliuoli[124]. Ma sono _rari

nantes in gurgite vasto_.

[124] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 294-95 e 308, e

XXVII, 429.

Infatti nel medesimo anno la Giunta pretoria permetteva al Senato di

cavare dall'erario comunale la solita somma per la puerpera Principessa

di S. Lorenzo; nel 1785 per la Principessa di Fiumesalato e per la

Baronessa Morfino[125], tre pretoresse l'una più fresca e promettente

dell'altra.

[125] _Provviste_, a. 1781-82, p. 517; a. 1784-85, pp. 89, 188.

Nei «Nuovi regolamenti stabiliti per il buono ordine

dell'amministrazione dell'annona del Senato di questa città di Palermo e

patrimonio di essa approvati dalla Maestà sua con real dispaccio de' 16

Agosto 1788», l'articolo XIII ordinava l'abolizione delle regalie «pelli

parti delle mogli del Pretore e Senatori: non essendo giusto che

ritrovandosi il corpo amministrato in somma decadenza e sbilancio, gli

amministratori, in danno del pubblico, fruiscano delli vantaggi»[126].

Ma siamo sempre ai bandi di Palermo! Infatti verso la fine dell'anno un

nuovo battesimo senatoriale è lì lì per riaprire la cassa del Comune e

metterne fuori le vietate e volute cinquant'onze. La senatoressa

Marianna Branciforti si sgrava di una vezzosa bambina, la quale deve

ricevere il nome di Beatrice. Il Senato si apparecchia al consueto

battesimo; ma il Principe di Trabia, Pietro Lanza e Stella, nol

consente, non già per l'onore, al quale non rinunzierebbe, ma per la

gravezza che ne verrà al Comune. Potrebbe limitarsi ai nobili rifiuti

precedenti del Valguarnera e del Belmurgo, ma va più in là. La sera del

30 Dicembre, martedì, chiama uno dei suoi familiari con la moglie,

«persone minute», e da esse fa tenere al fonte la neonata. La geniale

risoluzione suscita rumore, dove con plauso e dove con senso di

maraviglia; ma primi a lodarla sono i Senatori. Il Villabianca, non

sempre facile dispensatore di lodi, e che rivede volentieri uno di casa

Lanza, il Duchino di Camastra, frequentare la sua casa e studiare il suo

_Diario_, se ne mostra soddisfatto, e vuole che «serva questa buona

introduzione in beneficio e rilievo in qualche maniera della cosa

pubblica»; e «Dio volesse» esclama «che il di lui esempio venisse dai

successori padri seguitato!».

[126] _Riforma_, p. 90.

E lo sarà stato certamente. Ma il simpatico Principe non trovò riscontro

se non in se stesso. Dieci anni dopo, al giungere dei Reali a Palermo,

nominato Ministro Segretario di Stato (1799), rifiutava cinquemila scudi

annuali di emolumento[127].

[127] _Diario_ ined., a. 1787-88, pp. 611-12; a. 1799, p. 155.

Più dannoso al non florido patrimonio urbano erano certi battesimi che

il Senato faceva a personaggi estranei alla famiglia e più elevati. Ne

ricordiamo un solo. La neonata Melelupi Soragno, nipote del Vicerè

Fogliani, veniva tenuta al fonte dal Pretore del tempo: e la madre

riceveva un orologio d'oro smaltato, a ripetizione, un astuccetto d'oro

per bocca, una reliquia di S. Rosalia incastonata pur essa in oro, con

preziosa statuetta della Santa e non so che altro: non picciolo

dispendio, come si vede, ma che pur veniva compensato dal signorile

ricevimento fatto dal Vicerè al Senato; ed il Vicerè era una eccellente

persona, con la quale i Senatori erano in ottime relazioni.

Onore poi del Magistrato civico era la parte attiva, generosa ch'esso

prendeva ad ogni piccola e grande sventura del paese. Incendî, tremuoti,

alluvioni, carestie lo trovavano sempre al suo posto di tutore,

benefattore, padre dei cittadini. In una notte freddissima d'inverno del

1775 (5 Dic.) prendeva fuoco la bottega d'un confettiere a Ballarò; ed

il Pretore Principe di Resuttana coi Senatori, lì sul luogo, con l'aiuto

dei maestri carrozzieri e di due compagnie di fanteria, era lieto di

veder domare l'incendio. Il medesimo avveniva in una notte d'autunno (22

Ott.) dell'anno seguente, nel Conservatorio del Buonpastore[128]; e

negli incendî del forno civico di Porta di Vicari (16 Giugno), del

Monastero Valverde, della casa di Giuseppe Merlo Marchese di S.

Elisabetta al Garraffello, della bottega del fruttaiuolo Neglia del

Conte Federico in via Biscottari (30 Giugno, 12 Agosto, 19 Settembre

1787): tre incendî in soli quattro mesi, che ai dì nostri, con le solite

lustre e frasi d'uso, provocherebbero tre solenni _inchieste_ ufficiali,

probabilmente senza venire a capo di nulla.

[128] _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 158; XXI, 392; XXVI, 39.

In uno scoppio di polvere nel bastione di Porta S. Giorgio (21 Febbr.

1788), il Pretore facea prodigi di abnegazione; non meno che nei gravi

infortunî del forno di Maiorca ai Formari (21 Febbr., 3 Sett. 1788), e

più oltre in quelli del forno di via Materassai (30 Maggio 1793), nei

quali, dovere è il confessarlo, la parte migliore della nobiltà

coadiuvava il Pretore Duca di Cannizzaro ed il Senato per mantener

l'ordine e dare salvezza a tutta la contrada, esposta a sicuro disastro.

Opere generose come queste eran sovente compiute dai conciatori e sempre

dai pescatori della Kalsa[129].

[129] _Villabianca_, _Diario_ ined. a. 1785, p. 172; 1787, pp. 140, 175,

359; a. 1788, pp. 472, 513. -- _D'Angelo_, _Giornale_ ined., a.

1793, p. 63.

Mirabile la vigilanza sull'annona e sulla salute pubblica, in ragione,

s'intende, dei tempi, che è quanto dire dei sistemi e delle difficoltà

d'allora. Questa vigilanza era dove immediatamente, dove per mezzo di

deputazioni esercitata.

Ai lamenti dei cittadini per la cattiva qualità del pane e dell'olio il

Senato provvedeva con gravi multe a padroni di forni ed a commercianti

d'olio[130]: provvedimenti non rari se frequenti erano le infrazioni dei

bandi da parte degli interessati.

[130] _Provviste del Senato_, a. 1793-94, p. 126; a. 1795-96, p. 158.

I forni pubblici, i lombardi inclusi, pel numero al quale eran giunti

(23 fino al 1768), imponevano sorveglianza assidua, oculata; e

preoccupazione fissa d'un Senatore scrupoloso de' suoi doveri era la

_meccanica_ del pane.

_Meccanica_, parola comunissima a quei giorni, si diceva lo scandaglio

che tre volte l'anno il Senato eseguiva per vedere se una data quantità

di grano dèsse la presunta quantità di pane; _meccanica_ pure il mercato

che il Pretore faceva dei suoi grani con cittadini e fornai pubblici e

senatorî dandoli loro in vendita con notabile rincaro sui prezzi

correnti del caricatoio[131].

[131] _Teixejra_, op. cit., 238. -- _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._,

v. XX, p. 340.

La città avea un privilegio, che sarebbe stato di eccezionale importanza

se il Governo non si fosse studiato sempre di dimenticarlo.

Per concessione di Re Ferdinando (3 Sett. 1507), qualsiasi prammatica

regia o viceregia doveva prima esser sottoposta al Pretore ed ai

Senatori (una volta, jurati), perchè essi vedessero se in nulla ledesse

i privilegi e le consuetudini della Capitale. Vistala ed esaminatala,

con la solita formola: _Publicetur, salvis privilegiis urbis_, firmata

dal Sindaco, veniva pubblicata.

Nell'ultimo periodo del settecento era banditore del Comune D. Girolamo

De Franchis, l'ultimo di una generazione di banditori, il più popolare

ma anche il più antipatico tra tutti gli ufficiali pretorî. In lui si

vedeva il nunzio di tutte le disposizioni del Senato e della Deputazione

di nuove gabelle, disposizioni che non potevano non riuscire ostiche al

pubblico. Il Governo, sempre odioso pel popolo, veniva confuso col

Comune, e l'odio per entrambi s'impersonava nel banditore, come quello

che portava divieti, imponeva gravezze, limitava libertà personali,

prescriveva, minacciava, rivelava. L'antipatia per lui estendevasi ai

trombetti che lo accompagnavano: i quali alla lor volta mormoravano

malcontenti della scarsa mercede che loro toccava ad ogni «liberazione»

che dal Senato facevasi, a tutti i bandi proibitivi che si pubblicavano

_ad instar_ delle parti, e nella occasione di bandi di privilegi delle

strade Toledo e Macqueda[132].

[132] _Provviste del Senato_, a. 1787-88, p. 195.

Torniamo al privilegio.

Contraria ad esso, una disposizione del Vicerè Principe di Caramanico

(1788) voleva che nessun ordine senatorio venisse bandito senza la

revisione e quindi il _placet_ dell'avvocato fiscale della Gran

Corte[133].

[133] _Provviste_ cit., p. 81.

Ecco la libertà concessa al Senato.

Questo Senato, che affogava tra le preminenze, stava sottoposto ad una

Giunta pretoria, e ben poco poteva fare senza la intelligenza, il

permesso del Vicerè, suo ingrato tutore. Lo stesso denaro che esso dovea

spendere per una festa da tenersi all'arrivo o alla partenza d'una

Autorità, mettiamo del Vicerè medesimo, dovea essere autorizzato da lui.

Se altri oggi ritiene il contrario, si disilluderà svolgendo gli _Atti_

e le _Provviste_ nell'Archivio comunale. E fa senso che mentre egli, il

Vicerè, era tutto miele col Pretore, coi Senatori, coi nobili che gli

facevan la corte, e ossequiato, carezzava individualmente quando gli uni

e quando gli altri e tutti insieme, nei suoi atti pubblici appariva ben

diverso. -- Imparzialità! dirà il lettore. -- Ingratitudine! diciam noi,

se si rispondeva col pungolo a chi, non demeritando, nell'esercizio

delle proprie funzioni faceva il meglio che potesse pel bene del paese!

Persistente poi lo studio di soffocare negli animi ogni sentimento di

patria carità.

Un ordine del Re (1787) faceva rimuovere dal vestibolo del palazzo di

città i medaglioni del Mongitore, del Presidente Marchese Drago, di

Carlo Napoli e di Giordano Cascini[134]. Il perchè della remozione è nel

decreto: perchè furon collocati senza autorità superiore. Ci voleva

anche il permesso per onorare le glorie siciliane! Il medaglione del

Cascini, biografo ed elogista di S. Rosalia, veniva confinato nella

sagrestia della chiesa consacrata alla Patrona della città; quello del

Mongitore, relegato nella Carboniera delle femmine, nella parte bassa

dell'atrio del palazzo. Degli altri due si smarrirono le tracce.

[134] _Provviste del Senato_, a. 1787-88, p. 110.

Ora in quest'atto, che pare semplicemente inconsulto, forse

c'inganniamo, è una meschina vendetta. Vediamo se è vero.

L'anno 1783 il Senato, forse per ingraziarsi il Sovrano, faceva istanza

perchè gli fosse consentito che la Fontana pretoria togliendosi dal

posto d'allora -- ed anche d'oggi -- venisse collocata in una piazza più

ampia, e che in luogo di quella si alzasse un monumento con una statua

al Sovrano medesimo. Domanda così servile non dissimula la bassezza di

coloro che la umiliarono al trono, a perpetua vergogna dei quali

dovrebbero consacrarsene i nomi in una lapide. Per la esecuzione

dell'opera fu ordinato che si monetassero i cannoni di bronzo fuori uso

tra' 120 dei baluardi della città[135].

[135] _Provviste del Senato_, a. 1782-83, p. 160.

O che la domanda fosse consigliata da circostanze del momento (c'era

allora un Vicerè mangia-nobili: ed il Senato, composto di nobili, era

forse stanco della lunga, disuguale lotta con lui), o che la somma

presunta fosse inferiore alla spesa da farsi, o che i Senatori fossero,

com'erano già, scaduti di ufficio, proposta e sovrano assenso (il Re

avea decretato a se stesso il monumento togliendone un altro d'arte, e

secolare, come i Vicerè approvavano le spese straordinarie del Comune

per regalie, pranzi, cuccagne da farsi in loro onore e beneficio![136]),

non ebbero esecuzione: la fontana non fu toccata e la statua non venne

eretta. Ebbene: per noi un occulto legame tra il decreto del 1783, che

approvava il monumento, e il decreto del 1787, che ordinava la

sconsigliata remozione dei monumentini ai quattro insigni patriotti

rappresentanti il diritto, la scienza, la storia siciliana, c'è;

rivincita tanto puerile quanto invincibile era l'avversione a qualunque

principio di sicilianità degl'Isolani.

[136] _Provviste del Senato_, a. 1785-86, p. 372.

Ed è notevole anche questo: che come nel sovrano dispaccio pel monumento

era Segretario di Stato e di Casa Reale un siciliano, il Marchese della

Sambuca, sceso indi a non molto (1787) dall'alto seggio in cui avea

dominato potente[137], così nell'altra contro gl'innocui medaglioni era

Ministro (di Giustizia e di Affari ecclesiastici) altro siciliano,

Marchese anche lui, ma non del valore del primo, il De Marco, vanità

boriosa, che nei marmi dei quattro venerandi uomini deve aver fatto

vedere all'augusto padrone una glorificazione audace dei diritti

baronali e siciliani contro la sovranità[138].

[137] Parecchie pagine che sott'altro aspetto lo riguardano lasciò il

Villabianca nel suo _Diario_, in _Biblioteca_, v. XXVII, pp.

383-86.

[138] Sul Marchese De Marco veggasi il severo giudizio del _Gorani_,

_Mémoires_, I, 138-39.

Un'altra notizia sui diritti degli amministrati, e chiuderemo con una

solenne adunanza del Senato e delle Maestranze della città.

Grandi i privilegi del cittadino palermitano. In bocca sua poteva stare

l'orgoglioso motto: _Civis romanus sum_; ed egli, messo in una posizione

superiore, quasi di razza, al regnicolo, ne profittava per ottenere

uffizî pubblici non consentiti ad altri siciliani, godere preminenze

solo dovute ai nativi della Capitale. Al che vuolsi anche aggiungere che

a condizione eguale di altri, egli era trattato eccezionalmente con una

procedura di particolari sottintesi e distinzioni. Un _prosecuto_

palermitano era sicuro che il fisco non gli metterebbe le mani addosso

senza aver prima ottemperato al tale o tal altro articolo di legge. D.

Gaetano Pensabene, imputato di omicidio e già latitante, nel 1784 si

rivolgeva al Sindaco della città, perchè sostenesse non potere il fisco

agire contro di lui, cittadino palermitano, anche perchè non v'era parte

querelante[139].

[139] _Provviste del Senato_, a. 1783-84, p. 71.

Qui è la chiave di tutto un sistema di piani per ottenere l'ambita

cittadinanza. Un regnicolo, solo per avere sposata una palermitana, in

virtù della vecchia formola: _per ductionem uxoris_, vi avea diritto,

esteso anche ai nipoti.

Ma ahimè in quante maniere non si eludeva la legge!

Ed ecco il rendiconto storico d'una seduta di operai dentro il Palazzo

Comunale.

Da tre giorni la campana di S. Antonio suona per preavvisare ai quattro

quartieri della Città il pubblico Consiglio, indetto dal Senato per la

meta da imporsi su alcuni comestibili. Le Maestranze degli argentieri e

degli orefici, dei sarti, degli scarpari, dei calderai e dei

chiavettieri (_magnani_) sono state invitate dal Contestabile maggiore.

È la mattina del 21 Novembre 1789. Alla spicciolata giungono gl'invitati

alla Casa pretoria: e quando scoccano le ore 17,31 (11 a. m.) tutti sono

militarmente nel salone delle grandi adunanze. Tra Maestri, Deputati di

piazza, loro _Esposti_, Contestabili, «Maestri di mondezza», non

giungono ancora a dugento, numero legale «per conchiudersi il

Consiglio»; ma v'è la banda del Senato: e con essa il numero è

raggiunto.

Ed ecco farsi innanzi, come in simili congiunture, servitori con vassoi

gremiti di sorbetti, e passarli a tutti i presenti. I sorbetti, che

sogliono coronare una funzione, stavolta ne formano la base: e dopo il

primo di mieta (_cannella_), ne viene un secondo di melarosa: due

rinfreschi, l'uno più squisito e persuasivo dell'altro. Il Senato coi

suoi ufficiali nobili e civili sta a chiacchierare nella «Camera di

negozio» dell'Eccellentissimo signor Pretore: e solo a trattamento

finito si muove.

L'avanzarsi grave del Magistrato è accolto con una profonda riverenza

dai rappresentanti del popolo. Chi l'uno, chi l'altro, tutti i maestri

conoscono i signori Senatori. Il primo venuto fuori è S. E. D. Bernardo

Filingeri Conte di San Marco, testè nominato Pretore; il secondo per

ordine di gerarchia e di anzianità è il Duca di Villareale, _priolu_;

terzo e quarto, i Principi della Trabia e del Cassaro; quinto, il

Marchese Ugo; sesto, il Duca di Villafiorita; ultimo il Duca di Paternò

dei Principi di Manganelli, Senatori. Mentre tutti sono in piedi

aspettando che il Capo gl'inviti a sedere, questi prende posto sotto il

_soglio_, e con lui i Senatori ed il Sindaco; davanti, i mazzieri ed i

maestri di cerimonie; dappiè, i Contestabili; da un lato, sei ufficiali

nobili del Senato; dall'altro.... nessuno! Le sedie vuote attendono i

Deputati di piazza nobili, i quali non si degnano d'intervenire, sempre

per la eterna pretesa delle preminenze, alle quali non sanno rinunziare.

Più giù ancora, in fondo, son due banchi per la musica: e torno torno

alle pareti, quattro altri pei maestri magnani, quattro per gli orafi,

sei pei calzolai, sette pei calderai, undici pei sarti.

Ad un cenno del Pretore suonano le trombe e gli oboe; ad un altro, si fa

silenzio; ed il Pretore pronunzia queste sacramentali parole:

«Nobili ed onorati cittadini, dovendo imporsi la meta alli formenti

forti, rosselli ed orgi (_orzi_), racina (_uva_) e vino, e dovendo farsi

alcune concessioni di terreno ed altri, ho fatto convocare voialtri

nobili ed onorati cittadini, per dare ognuno il vostro parere».

Detto questo, D. Gaspare Cordaro, attuario del Maestro Razionale, legge

la proposta. La faccenda, nel pubblico interesse, è vitale, e

meriterebbe una larga discussione. Quali ragioni determinano il

Magistrato a presentarla? In che misura vorrà essa applicarsi, la meta?

Quali risultati se ne vogliono ottenere? Questi punti interrogativi non

si affacciano alla mente di nessuno, non ostante che tutti siano

chiamati a quello che oggi si chiamerebbe _referendum_. Nessuno fiata;

tutti però si volgono al Sindaco Marchese della Motta d'Affermo, il

quale, come procuratore generale dei cittadini, si fa innanzi verso il

centro del salone, e in nome delle mute Maestranze si uniforma alla

proposta della meta sui frumenti. Però siccome quella sul vino e la

concessione del terreno gli sembra di non comune importanza, invoca il

parere di «dodici cavalieri: sei interessati, sei disinteressati»; e con

ciò anche il consenso di altri.

O che un accordo tra lui ed il Senato abbia preceduto, o che questa sia

la consuetudine, o che non ci sia altro da fare, le sue osservazioni,

consacrate in una scrittura, vengono dall'attuario senatoriale

pubblicamente lette. Allora gli attuarî del Maestro Razionale vanno in

giro ricevendo l'assentimento dei singoli convenuti; il sostituto del

Maestro Razionale D. Benedetto Giusino lo raccoglie, e ad alta voce

grida la vecchia formola: _Conclusum est_.

Il Senato scende dal _soglio_; i Consoli delle maestranze gli tengon

dietro; alla porta della sala il Pretore gli ringrazia cortesemente: e

la funzione è finita.

A quest'altro Novembre, per la festa di San Martino, Consoli e Maestri

riceveranno, graziosità del Pretore, i biscotti che prendono nome dal

Santo. E della graziosità godranno quanti nel Palazzo sono impiegati

alti e bassi, dai Maestri razionali agli amanuensi, dai Contestabili

agli attuarî, dal banditore al guardaroba, dai trombettieri ai paggi, e

perfino ai volanti ed alle cameriste della casa del Pretore: una

cuccagna che porta via da un migliaio e mezzo a duemila biscotti[140].

[140] _De Franchis_, _op. cit._, pp. 486-87.

_Capitolo V._

_CONDIZIONI ECONOMICHE DEL SENATO._

Non alieno mai dal fasto, al quale lo spingevano le secolari tradizioni

del paese, le naturali tendenze de' nobili e l'acquiescenza del Governo,

inteso sempre a concedere per guadagnare, il Senato si avviluppava nello

scompiglio della sua sconquassata finanza. Un malinteso sistema

economico imponeva provviste di grani, olii, latticinî, carboni, che

rispondessero alle esigenze della città pei bisogni eventuali. Così il

Senato si faceva compratore e rivenditore di comestibili, ne' quali

spendeva denaro che non aveva, e dai quali non ricavava il danaro che

avea speso. Vendeva quasi sempre a prezzi inferiori a quelli di compra,

sì che ci rimetteva somme ingenti[141], che poi andava cercando alle

casse pubbliche, agli istituti di credito, alle comunità religiose, ai

privati[142], pagando frutti onerosi. Quando, divorato dai debiti,

vendeva i capitali della illuminazione notturna, il _grano_ sopra le

estrazioni ed altri cespiti, e non avea più nulla su cui metter le

mani[143], lo si vedeva a contrattare con questa o con quella persona

per alcune migliaia di onze ai relativi interessi, che poi, alla

scadenza, stentava a soddisfare[144]; di che la necessità di nuovi

espedienti che lo togliessero alla triste condizione del momento. Si

direbbe che vivesse alla giornata avvalendosi di tutto ciò che fosse

buono a tirarla alla meglio. E gli espedienti si trovavano: e se ne

otteneva la sovrana approvazione nei non pochi dazî, dai quali tutta

dipendeva la vita materiale della città.

[141] Nel 1793 comperava l'olio ad onze 9 il quintale e lo vendeva ad

onze 7! Negli anni 1785-86 nella annona perdette la bellezza di

onze 53,455,17,10 (_Provviste del Senato_, pag. 64).

Peggio ancora nel 1660 o in quel torno. Panizzando e vendendo

140,000 salme di frumento, comprato parte ad onze 7, parte ad onze

8 la salma, il Senato ebbe una passività di 800,000 scudi!

(_Teixejra_, _op. cit._, cap. XV, § 237, p. 271). Vi furono annate

di giornaliere perdite di 3000 scudi, per le quali il Comune

dovette contrarre debiti di mezzo milione di scudi (_Ivi_, p. 262).

[142] Il Senato restituiva all'Amministrazione onze 1631,11,4 a conto di

onze 3430 avute in prestito da essa. Ben 5000 onze avea avute in

prestito dal S. Uffizio; 9200 dalla Eredità Carlina; 12,000 dalla

Congregazione Olivetana. Si consulti in proposito: _Riforma, fatta

dalla R. Giunta delegata da S. R. M. per conto d'introiti ed esiti,

tanto dell'Amministrazione d'annona che del civico patrimonio

dell'Ecc.mo Senato di questa Capitale_, pp. 79, 80, 82. In Palermo,

MDCCXCI.

Ogni anno poi c'incontriamo in documenti di siffatti prestiti negli

_Atti del Senato_. Eccone alcuni. Si autorizza il Banco a prestare

al Comune per la pubblica macellazione onze 5000 oltre le

precedenti 12,000. -- _14 Luglio 1788._ «Solito prèstamo delle

12,000 onze del Banco». -- _7 Agosto._ «Prèstamo di onze 5000 per

compra di neri (maiali) ed altre urgenze». -- _28 Ottobre._

«Prèstamo di onze 5000 a conto delle solite onze 12,000 per compra

di grani». -- _10 Aprile 1789._ «Prèstamo del Banco, di onze 13,000

per bestiame». -- _12 Agosto 1790._ «Prèstamo di altre onze 12,000

come sopra». -- _3 Gennaio 1791._ «Prèstamo di onze 3000 per compra

di neri colle solite cautele» (guarentigie). -- _6 Giugno 1795._

«Solito prèstamo di onze 24,000 dal Banco».

[143] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 404.

[144] 10 Ottobre 1789 -- Dal Governo si concede al Senato una dilazione e

dissequestro «per gli attrassi dei donativi». _Atti del Senato_,

1788-89, p. 64.

Abolito il diritto proibitivo del tabacco, si inasprivano i dazî sul

vino, sull'orzo e, peggio, sulla farina. Dalla odiosa sostituzione

speravasi trarre l'«abbisogna» per la passività; ma se ne fu ben

lontani, e si dovette ricorrere ad altre gravezze. E mentre angustie

nuove si aggiungevano ad angustie vecchie, privilegi, buone grazie e

favori mantenevansi intatti a detrimento dell'erario civico: e si

ritardavano riscossioni che sarebbero state provvidenze finanziarie.

Un principe, il cui titolo resta onorato in un suo successore nel sec.

XIX, avea contratto non sappiamo quali impegni; non volendo o non

potendo mantenerli al termine fatale, chiedeva di poterlo fare con

annuali soluzioni, che poi prolungava all'infinito e non compiva mai.

Monasteri, conventi e confraternite non pur domandavano esenzioni dal

dazio sulla neve, ma anche facevano istanze, non inefficaci per lo più,

di concessioni, invocando antichi privilegi, che si era troppo indugiato

ad abolire, e dimenticando prosperità che aveano potuto permetterle; ed

il Senato cedeva e concedeva, autorizzato a conservare nel suo bilancio

un gruppo di franchigie dei generi spettanti a monasteri ed a conventi e

perfino un impiegato per esse[145]. La voce _scasciatu_ è un ricordo di

codeste anomalie dei tempi[146].

[145] _Riforma_ cit., p. 113.

[146] «_Scasciatu_ si dice quel denaro che dà il Senato ai chierici

invece di franchigia». _M. Pasqualino_, _Vocab. sicil._, v. IV, p.

379, Palermo 1790. E meglio: «compenso in denaro che si paga agli

Ecclesiastici per l'esenzione che debbono godere da' dazii

pubblici». _Santacolomba_, _op. cit._, pag. 60.

Questo pagamento o rimborso si faceva, come sempre le cose del

Municipio di Palermo, con grande stento e ritardo: e la frase:

_pagari cu lu scasciatu_, pei nostri vecchi significava: essere

ritroso a soddisfare i debiti pigliando tempo quasi per aspettare

la riscossione di ciò che era solito una volta l'anno. _Traina_,

_Nuovo Vocab. sic.-ital._, p. 178, Palermo 1868.

E i bisogni crescevano anche dopo. Il Re avea imposto al Comune un

contributo annuale di 300 onze per la rovinosa fabbrica (la dicevano

restaurazione) del Duomo: e la Deputazione di essa ne voleva depositate

con anticipazione le rate trimestrali[147]. Nè, dopo che la Giunta

Pretoriana fu sostituita con la Giunta del Presidente e di un

Consigliere, le condizioni migliorarono; chè anzi si fecero più

critiche, perchè l'instancabile cercator di danaro, Re Ferdinando,

rafforzava le sue pretese con insistenze che pigliavan carattere

d'imposizione al Senato, al Clero secolare e regolare, al Parlamento.

Per poter mantenere il suo fastigio, per soddisfare ai suoi amici e

servi, ed ultimamente per tener fronte alla guerra minacciosa, la Corte,

caduta in istrettezze che mai le maggiori, sperava sottrarsene coi

soliti donativi. I donativi venivano, ma eran gocce d'acqua sulla terra

riarsa dal sole di estate; altri ne chiedeva, ed altri ottenevane

straordinarî, accresciuti da contribuzioni che assumevano nomi diversi

con insidiose lusinghe.

[147] _Provviste del Senato_, a. 1779-80, p. 20.

La Deputazione del Regno pagava ed avrebbe pensato alla riscossione!

Morto l'Arcivescovo Sanseverino, al novello Arcivescovo s'avea da fare

un dono d'argento di 200 onze (a. 1794), pagando l'arrendamento della

neve[148]. Quest'Arcivescovo, pel breve allontanamento del Vicerè

Principe di Caramanico, restava delegato alla Presidenza del Regno: e

dovere elementare era un attestato di attenzione di 600 onze da fornirsi

dai fondi civici (1794). Sarebbe stato strano poi che, tornato il Vicerè

al supremo governo, non si pensasse ad una nuova e grande offerta; e una

seconda volta ci si pensò. L'Arcivescovo, lui morto, veniva eletto

Presidente: ed un tributo, che dicevasi _consueto_, di altre 600 onze

doveva renderglisi (1795).

[148] _Provviste_, a. 1793-94, p. 46.

Al tirar delle somme, in pochi mesi la città avea messo fuori 1400 onze,

per la bella faccia di una fortunata vacuità di prelato, piovuto da

Monteroni (Leccese).

E fossero queste soltanto! Lopez y Royo godeva il diritto di «scegliere

ogni giorno per servizio della sua casa un giovenco»; e, con le ultime

riforme governative, soppresso questo diritto, riceveva un compenso

annuale di onze 324,22,4[149]. La Giunta esaminava e deliberava questo

pagamento all'Esattore degli introiti dell'Arcivescovo-Presidente.

[149] _Provviste_, 1798-99, p. 48. Nella _Riforma_ cit. il Senato

corrispondeva all'Arcivescovo onze 571,20 l'anno, cioè: 200 per

gabella di fosse di neve; 200 per accordo di non vender neve nel

suo palazzo; 171,20 per dette fosse (p. 21).

E poichè di esso avea ormai piene le tasche il Sovrano, e di nominarlo,

come egli ambiva, Vicerè non se la intendeva, e mandava in sua vece il

Principe de' Luzzi, altri 3000 scudi per volontà del Re dal palazzo

pretorio prendevano il volo pel Palazzo viceregio, sotto la ipocrita

causale di «solita dimostrazione![150]».

[150] _Provviste del Senato_, 1797-98, p. 738; 1798-99, p. 22.

Potrebbe supporsi che di Presidenti o di Vicerè avidi di danaro non ve

ne fosse che uno, il Lopez; ma affrettiamoci a dirlo: questo sarebbe una

offesa agli altri padroni napoletani. Tutti i Vicerè fecero a gara

nell'attingere alla cassa civica accampando diritti di regalie o di

compensi, o diritti trasformati; e gli _Atti_ del Comune rivelano come

la tanto vantata correttezza del Marchese di Villamajna non avesse

trattenuto il Vicerè Caracciolo dall'imporre al Senato il pagamento di

settant'onze per franchigia di cinquanta botti di vino e di trenta

quintali d'orzo, per rifarsi del danno che a lui proveniva dal nuovo

dazio imposto dal Comune in surrogazione del _jus_ proibitivo dei

fornai[151]. E quando questo Catone in ritardo, deposto l'occhialino col

quale stava perpetuamente a guardare chi passasse e che cosa si facesse

nel piano del Palazzo, recavasi a Napoli, ritornando portava in tasca un

regio dispaccio che imponeva al Senato il pagamento delle franchigie

spettantigli nei mesi d'assenza[152].

[151] _Atti del Senato_, a. 1781-82.

[152] _Provviste_, 1783-84, p. 50. Nella _Riforma_ cit. (p. 21) si

facevano buone al Vicerè a titoli diversi di franchigie, onze

483,10.

Poco importava, anzi non importava nulla, se la potenzialità economica

del paese non rispondesse più, stremata a cagione di sistemi agricoli

primitivi, non buoni ad accrescerla per fiacchezza di iniziativa, per

manco di speculazione, per difetto di braccia, di cultura, di viabilità,

di assistenza alla terra. Tutto dovea trarsi dalla città, e dove la

terra non potesse, dovea trarsi dai cittadini[153].

[153] Sarebbe da aggiungere altra pagina d'ingiustizie se volesse dirsi

della camorra che si esercitava dalla gente del palazzo del Vicerè

e da quella dell'Arcivescovo a danno dell'Erario comunale. Il

_zagàtu_, ossia monopolio dei generi, agevolava per varie forme e

maniere questa camorra; del quale _zagàtu_ vedi il cap.

_Maestranze_.

Preoccupato di siffatto stato di cose, del quale esso avea molta parte

di responsabilità, il Governo di Napoli incaricava la Giunta del

Presidente (Asmundo Paternò) e del Consultore (Simonetti) «di discutere

e riconoscere quali e quanti i debiti ed i pesi di questo Senato, della

Deputazione di nuove Gabelle e del pubblico pecuniario Banco ed in qual

tempo contratti ed altresì le rendite annue che dalli stessi si

possiedono». Trovando del disordine, essa ne indicasse la sorgente e i

mezzi onde correggerlo e preservarsene per l'avvenire. Le risposte furon

tre, distinte tra loro. Lasciamone due, che qui non c'interessano.

Quella sul patrimonio civico, con cifre eloquenti facea vedere che il

Comune introitava 70,236, 10, 9 in cifra tonda, ed esitava 82,867, 2, 4,

con una perdita annuale di 12,731, 15, 3.

Tra le cose più strane a danno dell'erario, una era enorme: le spese ed

i salarî per l'amministrazione delle vettovaglie, che dovevano gravare

sulla vendita di queste, gravavano invece sul bilancio della città.

Come si è detto innanzi, nello spaccio dei generi alimentari il Senato

vendeva al di sotto del prezzo di compra e, che è peggio, non poteva

gravare sui singoli generi le spese che per ciascuno di essi sopportava.

I fallimenti dei gabellotti, gli ex-computi loro fatti, le

strabocchevoli partite per la sterilità del 1784-85, la mancanza di varî

cespiti, le passate perdite per le provviste, erano ragioni più che

forti per spiegare la sempre crescente passività.

Il regime costituzionale d'oggi si trascina tra inchieste governative su

centinaia di comuni del Regno, ed offre, pascolo a curiosi ed a maligni,

ad onesti e a disonesti, operazioni losche, furti, ingiustizie, favori

indebitamente concessi, ovvero negligenze, guardate attraverso a lenti

d'immensurabile ingrandimento. Ma la vita amministrativa dei tempi

passati non andava immune da simili sconcezze. Nella _Riforma_, che

compendia codesta vita nel penultimo decennio del settecento, quanti

indebiti favori, quante colpevoli trascuratezze a danno del pubblico

erario! Per interi decennî (dal 1778 al 1788 e poi al 1791!) non si

riscotevano censi per concessioni di terreni comunali[154]. Abolito lo

sparo delle artiglierie per arrivi e partenze di Vicerè, la somma della

polvere occorrente continuava a figurare nelle spese; scomparsa

l'Armeria pretoria, se ne portava il carico di onze 1898 sull'esausto

bilancio, come pur si faceva di artiglieri e bombardieri per cannoni e

bombarde che più non si sparavano; e si vantava un credito di 24,660

onze, non saputo riscuotere, sopra _partitarii_, o impresarî, o

appaltatori!

[154] Se ne vuol sapere il perchè? Ce lo dice la _Riforma_ cit. (p. 55):

non era stata «ancora passata la corrispondente scrittura agli

ufficiali del Maestro Razionale del Senato, e per conseguenza

questi non avea mandato ancora la _significatoria_ all'Officio del

Tesoriere che avea l'obbligo della esazione...»: 1º Settembre 1788.

Vietate fin dall'anno 1776 le toghe d'allegrezza e di lutto, solite di

attribuirsi al Pretore, ai Senatori, agli ufficiali nobili per la venuta

d'un nuovo Vicerè e per morti illustri, continuava a pagarsene

indebitamente il fondo di onze 328. E poi «regalie, palmarî,

riconoscenze (gratificazioni), moratorie, rilasciti, difalchi,

transazioni», senza intesa del Sindaco e senza approvazione della Giunta

del Presidente e del Consultore.

«Vendere i capi d'annona come si comprano, escogitare i mezzi meno

pesanti al pubblico, onde equilibrare il disordinato urbano patrimonio e

lasciargli un annuo avanzo affinchè in ogni fine d'anno pretorio si

formi un esatto ed attento bilancio degli introiti ed esiti di

quell'anno, e tutto il più che avanza doversi girare ad un conto a parte

del Banco, sotto titolo di Colonna, o sia peculeo pelle urgenze del

Senato»; e sopratutto economia su tutta la linea: ecco i rimedi

arditamente proposti.

Ma non si recedeva di un passo dalla falsa via sulla quale si tribolava.

«Da questa massa in denaro, dice poi con sicurezza invidiabile la

Giunta, negli opportuni tempi far si dovranno le compre prudenziali

delli tre primarj e necessarj generi di grano, latticini ed olio, di cui

non può il Senato in verun conto starne senza totalmente, per occorrere

al sovvenimento di questa popolazione quando vi fosse mancanza, nulla

ostante la libertà a chiunque di poter vendere a consonanza

degl'inculcati ordini della Maestà del Sovrano; ma pure dovrà in ogni

tempo valersene per ritrovarsi provveduto in tutte le urgenze della

città. Il fornimento delle varie colonne è provista fissa». «La nuova

libertà di vendere varî generi di annona» non può sottrarre il Senato al

dovere delle solite provviste «per moderare li prezzi a fronte de' pochi

trafficanti e per non restare mancante un genere tanto sperimentato,

necessario e desiderato». Condizione indispensabile; le centomila onze

della consumata Colonna frumentaria devono rifornirsi![155].

[155] Per la Colonna o Monte frumentario v. il cap. _Assenteismo._

Non v'era dunque resipiscenza; nè ve ne poteva essere, perchè il

riconoscimento dell'errore e quindi il passaggio dal male al bene non

poteva affacciarsi alla mente dei maggiorenti ed assurgere a coscienza

pubblica quando il sistema economico dominante persisteva. Si cercava il

bene degli amministrati col male che involontariamente loro si faceva:

male che non di rado prendeva proporzioni allarmanti pel deteriorare dei

generi chiusi nei magazzini del Comune!

I suggerimenti della R. Giunta portano la data del 1786; due anni dopo

erano voleri sovrani; tre anni appresso (1791) pigliavan carattere di

_Riforma_[156].

[156] È quella indicata nella nota 1 di pag. 96.

Ma ahimè! se la cosa pubblica mutava indirizzo, il disavanzo cresceva,

non per incuria di ufficiali, non per disonestà di Senatori, ma pei

principî dei tempi e per gli errori degli uomini. Quasi tutti i danni

fin qui deplorati sono dello scorcio del secolo, in seguito

all'applicazione della _Riforma_. Nè essa è unica o sola, nè altre

precedenti erano state più fortunate. A che valse infatti quella del

1739? a che, l'ultima del 1776?

L'anno 1793 segna la maggiore rovina delle finanze del Comune: anno di

carestia e di fame, in cui il sistema della Colonna frumentaria, delle

provvigioni vittuarie, delle vendite pretoriane trascinava a nuovi

disastri finanziarî, che più tardi dovean tradursi nell'insopportabile

caro dei viveri sia per le guerre dei Francesi (1796), sia per le truppe

richieste dagl'Inglesi nel Mediterraneo e per l'affluenza dei

forestieri, specialmente de' Napoletani, a Palermo (1799)[157].

[157] _Sansone_, _Gli Avvenimenti_ cit., cap. II.

Dettando l'opera tuttora, inedita sull'_Origine e giurisdizione

dell'ecc.mo Senato_, il Teixejra, più volte citato, usciva dall'abituale

suo riserbo nel giudicare i sovrani provvedimenti relativi all'azienda

comunale. «La libertà di panizzare, egli diceva, è stata una rovina pel

paese: nobili, forestieri, proprietarî, monopolisti ne hanno tratto poco

utile; la povera gente gravissimo danno; povertà e libertà son due date

eterogenee ed opposte così che vanno sempre in collisione; avvegnachè la

introdotta libertà non fa esente il Senato di soccorrere nel bisogno i

poveri; e perciò mantenersi si dee sempre una certa provvigione di grani

per provvedere nei casi fortuiti il popol tutto, il quale non può restar

soddisfatto del pane di voluttà, il quale non riconosce limiti per la

quantità e leggi per la qualità. E vi è di più: che questo voluttuoso

pane non potrà trovarsi in tutti i tempi con la uguale abbondanza,

perchè nei tempi di penuria mancar sogliono queste braccia dirette

soltanto dal privato guadagno e non dalla comune felicità; ed ecco in

tal caso mancare questo precario sussidio, o almeno con tale minorativa

che uguaglia la mancanza[158]. La libertà di panizzare (aggiungo) ha

portato anche questo: che quasi tutte le comunità religiose vendono pane

pubblicamente, nulla curando le chiesastiche proibizioni in canone

ridotte»[159].

[158] _Teixejra_, _op. cit._, cap. XV, § 242.

[159] Vedi Lettere della Sacra Congregazione in data del 15 Maggio 1685,

esecutoriate in Palermo il 30 Luglio del medesimo anno. _Teixejra_,

cap. XV, § 244.

Queste osservazioni hanno valore quasi officiale. Il Teixejra scriveva

per incarico e con la compiacenza del Senato, il quale premiavalo di un

lavoro, che era la sua glorificazione. Avrebbe potuto il glorificatore

scrivere ben centoquindici pagine contro l'abolita proibizione di libera

vendita decretata dal Re senza il pieno consenso del Senato? La sua

dissertazione quindi rispecchia le opinioni del consesso civico: ed è

tutto dire.

_Capitolo VI._

_LE MAESTRANZE._

Le Maestranze palermitane apparvero all'apogeo della loro potenza negli

scomposti tumulti del 1773. Senza una rivoluzione nelle forme classiche

delle rivoluzioni siciliane, il Vicerè Fogliani doveva abbandonare per

sempre la Capitale e, come can battuto, andarsi ad imbarcare per Napoli.

Le Maestranze lo scossero dalle fondamenta solide di 12 anni, lo

mandaron via e, da Porta Nuova a Porta Felice, gli protessero la vita

dalla folla schiamazzante[160].

[160] Sotto la data del Settembre 1773 il Villabianca, _Diario_, V. XX

della _Biblioteca_, v. XX pag. 292, scriveva:

«Le maestranze della città, ossian collegi di arti, sono al numero

di 74, e tutte poi, fatto il calcolo, press'a poco vanno a formare

un corpo di 30,000 uomini atti alle armi, trovandosi quasi ogni

singulo lo schioppo in casa ed armi offensive di ogni sorta per la

custodia del loro tetto, ma molto più per l'uso ed il piacere della

caccia e pel mestiere della guerra».

Fino a quell'anno erano state padrone dei baluardi di cinta, dei cannoni

di difesa, della sicurezza notturna della città e, armate di tutto punto

quali guardie cittadine, braccio forte dell'Autorità, avean fatto le

ronde, mantenuto il buon ordine, fiere della fiducia che il Governo

riponeva in loro.

Erano esse una istituzione con organamento politico, economico,

possibile solo nel tempo della loro prosperità, e ne era forza il

principio religioso. Base fondamentale il monopolio dell'arte, limite

alla produzione di pochi, attentato continuo alla libera concorrenza.

Regolamenti statutari riconoscevano il monopolio sulle persone e sul

lavoro, ed il riconoscimento di essi da parte del Senato in Palermo come

in Messina, e del Vicerè in altri paesi dell'Isola, dava alle

corporazioni personalità giuridica.

Fu tempo che alle Maestranze principali se ne aggregavano delle mezzane

ed anche delle infime, le quali, in mancanza di personalità propria, si

acconciavano a quella dei consoli dell'arte maggiore. Se non che, questa

specie di giurisdizione, nascente da inferiorità di forze economiche e

morali, agitava il loro spirito e lo faceva pensare alla soggezione loro

imposta o creata dalla mancanza di rappresentanti proprî. Da qui

risentimenti e scissure, ricorsi e litigi, nei quali ad artisti

privilegiati e ricchi di privative vedevansi mescolati «artigiani ed

operai di mezzana sfera, ed intrusa gente inferiore, e presto la più

servile»[161].

[161] _Villabianca_, _Opuscoli palermitani_, v. VII. Ms. Qq. E, 7, 9

della Biblioteca Comunale.

I deboli si dolevano delle sopraffazioni dei forti: e forti erano gli

ascritti alle arti maggiori ed i _vocali_, cioè gli aventi diritto al

voto (_voce_). Giacchè come non a tutti era consentito di presentarsi a

lavorare senza essere prima riconosciuti lavoranti, così in seno alle

Maestranze nessuno poteva dirsi maestro. Maestro era il più alto grado

della scala della maestranza, ed a questo non si giungeva se non dopo

alcuni anni di _lavorantado_.

Il lavorante in una bottega era pagato a tanto il giorno o a tanto per

opera; ma il maestro non poteva associarselo al lavoro, perchè il

lavorante non avea personalità giuridica. A lui perciò, privo di

rappresentanza officiale, non era consentito aprire bottega, nè gestire,

altro che temporaneamente, quella degli altri. Il suo _lavorantado_

durava tre o più anni, fino a tanto che nella maestranza non vi fosse un

posto per lui, o che il lavoro esigesse maggiori braccia riconosciute o

uomini patentati. Allora egli, munito degli attestati del suo tirocinio,

presentavasi al Console per far gli esami tecnici di abilitazione al

maestrato, pronto, non sì tosto venisse dichiarato abile, a pagarne le

tasse al Consolato, le buone grazie ai futuri colleghi e alla cappella:

tasse, secondo i tempi e le maestranze, variabili dai 10 tarì pei

muratori (a. 1487), alle 6 onze pei forgiatori (a. 1772). L'esame

versava sopra l'arte del candidato, con una o più opere. Il giudizio non

era privo di una certa severità e, se sfavorevole, inappellabile.

Riconosciuto maestro, l'operaio avea raggiunta la meta delle sue

aspirazioni. Non più asservimento a maestri, solo dipendenza dal

Console, dignità alla quale poteva aspirare anche lui; e poi facoltà di

aprir bottega, di farsi valere nel sodalizio e quindi di votare

(prerogativa di grande valore); coscienza di sapere le sue gioie e i

suoi dolori condivisi da tutta la corporazione, sicurezza di soccorso in

caso di malattia, di assistenza alla famiglia in caso di morte, di

conforto di legati alle figliuole orfane. E da parte sua conosceva bene

i suoi doveri di moralità, di religione, di fratellanza, senza i quali

maestro onorato non vi poteva essere; e si sarebbe guardato dal tenere

più di due garzoni da istruire, dal togliere avventori ai suoi compagni,

dall'accrescere lo spaccio della propria merce mandandola a vendere per

le strade, dal violare un solo articolo dei Capitoli, dal disubbidire al

Console, e, in generale, dall'esser tepido nel sostenere gl'interessi e

il decoro della corporazione.

Contro tanta democrazia di istituzioni e di pratiche cozzavano

giurisdizioni e privilegi del tutto medievali: dal privilegio di foro

per sè al privilegio pei figli e pei generi, il che oggi si direbbe

ingiustizia sociale. Ve n'è poi una, alla quale ogni principio moderno

di libertà ripugna, il garzonato.

Il ragazzo che aspirava a diventare maestro doveva per alcuni anni

obbligarsi (e l'obbligazione era legale) a star sotto il tale o tal

altro maestro, avente bottega ed officina. Questi s'impegnava ad

istruirlo in casa propria.

Condizioni così semplici sono veramente patriarcali; ma esse sembrano

fatte a posta per nascondere stato e condizioni di cose insopportabili.

L'alunno accolto in bottega ed ospitato in casa facea parte della

famiglia del maestro, ma non come figlio, bensì come _picciotto_, al

quale non era fatica nè basso servizio che non si comandasse; e dove

egli, per negligenza o per ottusità di mente, mancasse, guai per lui!

Poichè, come vi sono anime gentili, ve ne sono anche (e disgraziatamente

in assai maggior numero) crudeli. Costoro, abusando di un contratto

imposto dal bisogno del momento e dalla prospettiva dell'avvenire,

sfruttavano i poveri ragazzi ed insegnavano loro poco e male con maniere

disdicevoli a maestri ed a padri di famiglia. Le carte del tempo

conservano ricordi di discepoli, i quali, stanchi dei maltrattamenti

ricevuti, si richiamavano all'autorità per essere sciolti

dall'obbligazione e cambiar maestro, sinonimo di padrone. Il che ci fa

correre con la mente al sospetto che qualche cosa offuscasse sovente

l'animo del maestro, una certa qual gelosia di mestiere, una

preoccupazione che il giovanetto d'oggi potesse domani diventare un

emulo forte.

Notizie di scenate fanciullesche nel tempo di maggior prosperità delle

corporazioni ci soccorrono qui di luce chiarissima sulle relazioni tra

le varie maestranze. Nessuno ci ha detto mai, ed ora soltanto può

affermarsi con ragione, che queste relazioni non fossero sempre

plausibili, e che le manifestazioni di malumori, si potessero trovare

nella condotta degli allievi di esse. Di tanto in tanto costoro venivano

a zuffe; dispetti lungamente sopiti erompevano in violenti attacchi, nei

quali mancavano solo le armi per prender nome di battaglie. Fuori le

porte della città, in campo aperto, con bandiere spiegate, in giorni

precedentemente stabiliti, la ragazzaglia di alcuni mestieri e

particolarmente delle due parti, degli argentieri e dei conciatori,

facevano ai sassi tra loro con la evidente intenzione di offesa e di

difesa, quali che fossero i risultati finali di malconci e di feriti

d'ambe le parti. Come più tardi, e come forse prima, alla vittoria

seguivano urli di canti di gioia dei vincitori contro i perditori

sgominati, e rappresaglie che rinfocolavano odii ed eran seme maligno di

future vendette.

Una di codeste sassaiuole (Gennaio 1776), sventata a tempo, impedì danni

non lievi alla città ed ai privati. Il Vicerè, il Capitan Giustiziere,

il Senato stettero un momento in grande ansia; ma se ne rifecero a

misura di carbone quando, avuti tra le mani i capi della fallita zuffa,

li gratificarono di un cavallo per uno con venti sferzate, regalate loro

da un commissario invece che dal boia, come avrebbe dovuto essere:

quantunque si pensasse da ultimo a condannarli, i maggiori all'esilio,

ed i più piccoli dai dodici anni in giù, alla catena pei lavori

forzati[162].

[162] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, pp. 165-66. V. XXVI,

pp. 5-6.

Ma c'erano di mezzo i figli dei conciatori, e qualunque rigore delle

Autorità e severità dei cittadini pareva giustificata.

Di limitazione in limitazione, di privilegio in privilegio, si era

giunti alle più insopportabili prescrizioni. Proibito l'esercizio di

un'arte a chi potesse nuocere a coloro che l'esercitavano; proibita la

concorrenza sulle vendite: tutto monopolizzato sotto quel nome di

_zagato_, che era un ostacolo permanente al libero svolgersi del piccolo

e del grosso commercio, come al progresso delle manifatture e delle

industrie. Il _zagatu_ (una volta tabaccheria, poi merceria e da ultimo

pizzicheria), diritto di vendere una cosa, concesso mercè pagamento, era

il monopolio per eccellenza; e di _zagati_ se ne avea quanti si riusciva

ad ottenerne per via di protezioni, di influenze, di aiuti presso

l'eterna officina di favori e di mercedi, il Palazzo senatorio.

Come di fatti ordinarî della vita, nè storie, nè diarî se ne occupano;

ne testimoniano invece le _Provviste_ dell'Archivio della città, dove la

pazienza del ricercatore ha modo di confermare che in mezzo a tante cose

belle ed oneste, molte ve ne avea nè oneste nè belle.

Una delle più severe prescrizioni era quella delle distanze tra bottega

e bottega congenere. Non se ne poteva aprire una che non distasse

quaranta palmi, partendo dalla _bancata_ (dal banco), da altra della

esistente. Il Senato lo vietava: ed il venditore vecchio lo avrebbe

messo a rumore a furia di ricorsi contro il nuovo. Non mancavano

tuttavia modi di eludere leggi e regolamenti, e di fare degli strappi al

grande organismo rappresentato dal Magistrato municipale.

Senza di questo un pescatore, _rais_ Modesto Marino, non avrebbe potuto

divenire un vinaiuolo, e molto meno aprire spaccio di vino a trentasette

palmi dalla bottega più vicina; nè maestro Giuseppe Errante aprirne una

di concia-calzette con dieci palmi di meno di quelli prescritti dai

Capitoli; nè maestro Giuseppe Arcuri ottenere un posto da vendervi

sapone nella strada Macqueda con passi assai di meno dei quaranta,

voluti per la bottega preesistente rimpetto alla Congregazione delle

Dame. Inoltre, certa Signora non avrebbe insistito per aprire il

_zagato_ che possedeva sotto il proprio villino, nello stradone di

Mezzomorreale, e farvi vendere, come pel passato, non sappiamo che cosa,

sorpassandosi alla mancante distanza voluta[163].

[163] _Provviste del Senato_, a. 1779-80, pp. 288, 584, 612, 823.

Tanta larghezza, ed altra ancora che torna inutile rilevare, in un solo

anno (1780), incoraggiava a chiedere ancora: e le domande di dispense e

di eccezioni fioccavano, ed il Senato, come vigile custode degli

ordinamenti del genere, così arbitro supremo in tutte le liti,

dispensava, eccettuava, sentenziava indiscusso. Alla tempesta delle

suppliche e delle istanze seguiva sempre la pioggia delle concessioni e

delle grazie.

Ampie, quasi illimitate le facoltà del Console. Ad esso il

riconoscimento dei titoli che davan diritto al maestrato; ad esso i

giudizî sulle liti del mestiere tra' varî gradi dell'associazione; ad

esso le sentenze di multe, di carcere, di privazione dei beneficî, di

espulsione dalla maestranza; ad esso, per dir tutto, l'autorità di

giudice «idioto», o, come diremmo oggi, conciliatore. Inappellabili le

sue sentenze; e chi contro di esse si richiamasse ai tribunali ordinarî,

veniva quasi ribelle, come uscito dalla casta che lo tutelava,

condannato all'ostracismo.

Il feudalesimo delle alte classi non avrebbe potuto, sotto questo

aspetto, trovare più evidente riscontro di quello che offriva questo

feudalesimo del popolo.

Abbiamo detto esser forza delle Maestranze il principio religioso.

L'affermazione potrebbe discutersi; ma i fatti son lì a provarla. Senza

di esso le corporazioni non avrebbero avuto ragione di esistere: e

crediamo di apporci al vero, partecipando alla opinione di chi non è

guari ammetteva le Maestranze «aver avuto preparazione nelle compagnie

religiose dette di disciplina» ed essere state «una specializzazione,

una trasformazione civile di esse; onde i capitoli di alcune compagnie

sono il substrato degli statuti di alcune corporazioni»[164].

[164] _G. Beccaria_, nell'_Archivio Storico sic._, nuova serie, a. XXII,

pp. 264 e 276-77. Palermo, 1897.

Ogni maestranza avea il suo santo protettore: i sarti S. Oliva, i

parrucchieri S. Maria Maddalena, i calzolai S. Crispino, i falegnami S.

Giuseppe, i pescatori S. Pietro, ecc. Nel giorno della festa patronale i

maestri non lavoravano; bensì rinnovavano le cariche ed assistevano alla

messa ed alle funzioni ecclesiastiche nella cappella della corporazione,

e conducevano in processione la statua del santo. Nella cappella si

scorge lo sdoppiamento della società in corporazione e in confraternita,

giacchè la maestranza metteva capo alla congregazione (confraternita)

schiettamente religiosa, che si attaccava a quella senza farne parte

integrale, anzi quasi sempre avendo amministrazione propria con la

cooperazione del cappellano. In quella cappella, la confraternita, quasi

sodalizio diverso dalla corporazione, che tale era essenzialmente,

compieva le pratiche religiose e tutelava gl'interessi sociali,

economici, amministrativi della maestranza. Lì le adunanze dei maestri,

come dei congregati; lì le trattazioni degli affari, gli esami degli

aspiranti al maestrato, le elezioni; lì si decidevano le sorti di tutto

un corpo di artigiani. Pensiero pietoso poi, per quanto nocivo alla

pubblica salute: sotto la cappella si seppellivano i confrati defunti,

sì che vivi e morti erano in tacita comunione tra loro.

La maggiore delle feste religiose nelle quale il duplice carattere delle

Maestranze dava pubblica e solenne mostra di sè, era quella dell'Assunta

a Mezz'Agosto. Quivi in giamberga o senza, con lo spadino a fianco,

antico privilegio o abuso, prendevan parte alla lieta mostra conducendo

ciascuna il proprio _ciliu_, cereo, da offrire alla Vergine. Un _ruolo_

annuale a stampa, qualche giorno prima della festa, indiceva l'ordine da

tenersi nella processione ed il posto che a ciascuna maestranza

spettava. Chi voglia oggi trovare la ragione dell'ordine, dovrebbe

indagare le origini delle singole Maestranze, la loro natura, le loro

vicende, il dividersi, il fondersi, il trasformarsi loro, i privilegi e

gli abusi che ne accompagnavano l'esistenza.

Queste vicende sarebbero materia per la conoscenza delle condizioni

economiche e sociali del paese, pagine della storia del diritto, fatti

ed aneddoti che lumeggiano il carattere del popolo siciliano.

Il Vicerè Caracciolo vide sempre male i collegi delle arti, e cercò una

buona occasione per romperne la compagine.

La occasione venne propizia. Nella processione dei cerei il 15 Agosto

1782, a cagione d'una lite insorta tra due maestranze, un maestro dei

gallinai venne ucciso; lo spettacolo religioso, funestato. Il Caracciolo

non cercò di meglio: e senz'altro decretò l'abolizione dello spadino per

gli artigiani e la graduale soppressione ora di uno, ora di un altro

collegio di arti e mestieri. Primo a fare scomparire fu quello dei

macinatori; secondo, quello dei Lombardi che venivano in Palermo a

vender grasce; terzo, quello dei bordonari; poi quello dei

cocchieri[165], contro i quali più tardi, pur restituendo qualche

collegio annullato, il Governo fu sempre inesorabile.

[165] _Pollaci-Nuccio_, _Delle Maestranze in Sicilia_, nelle _Nuove

Effem. Sicil._, serie III, v. V, p. 262. Pal. 1877.

Nel 1786 il Caracciolo era già andato via, ma le soppressioni

continuavano ancora. La malevolenza di lui, echeggiando in Napoli,

proseguiva nel suo successore; tuttavia non così sorda da non sentire le

voci di reazione degl'interessati, nè così intollerante da resistere al

rumore dei ceti civile e nobile, che dalle nuove riforme pigliavan

pretesto ad agitarsi, non per tenerezza delle vecchie corporazioni

artigiane, divenute oramai troppo prepotenti e, secondo le idee del

tempo, insopportabili, ma per naturale avversione alle idee innovatrici

del Caracciolo.

Le Maestranze in quell'anno venivano ridotte a 59, divise in due

categorie, l'una di quindici per la vendita dei comestibili, dipendente

dal Senato, (bottegai, pizzicagnoli, tavernieri, pasticcieri, macellai

ecc.); l'altra di quarantaquattro, per le arti meccaniche, soggette ad

una commissione governativa. Gli antichi capitoli venivano sostituiti

con altri compilati dalla Giunta; abolito il privilegio del foro,

formato per un cumulo di tacite acquiescenze e costituente un tribunale

speciale dentro un tribunale generale: e però, il magistrato ordinario,

competente a giudicare i maestri; bandite le privative; non più

consentite le tasse di entrata.

Colpo più grave le Maestranze non potevano avere, sì che ne rimasero

scompigliate e stordite. Ma le idee liberiste cominciavano a farsi

strada in Italia, e, pel Governo di Napoli, nel Governo di Sicilia. Le

Maestranze avevano fatto il loro tempo, e cadevano sotto il peso di quel

privilegio col quale e pel quale si erano mantenute. Chi consideri bene

la lor vita sociale, economica e industriale, rivelata dalle carte che

ce ne rimangono, scoprirà subito il tarlo che le avea lentamente róse,

ed il male incurabile che era venuto minandone la esistenza, un dì

rigogliosa e fiorente. Oppresse da debiti per ispese che non avean

compenso nelle entrate; inclinate a feste religiose imponenti gravezze

non facili a sostenersi; morose a pagamenti di tasse obbligatorie, le

quali, per quanto ingiuste, eran necessarie alla giornaliera funzione

del magistrato, si dibattevano tra le strette del volere e del non

potere. Le liti, cooperatrici delle costosissime solennità religiose nel

lavoro di rovina, le rendevano inabili a qualsiasi atto di energia,

escluso quello solo della giurisdizione, che i Consoli eran gelosi di

esercitare sulle tre classi della corporazione: liti di gente contro

gente, di associazione contro associazione, per lesione di privilegi e

per non retta interpretazione di Capitoli.

Ordinarî i ricorsi per lesioni di preminenze e per negata reintegrazione

in diritti perduti, o infirmati per mancata osservanza dei Capitoli.

Comunissime le richieste di maestri morosi ai pagamenti, imploranti la

dispensa di essi, la quale consentisse loro l'ambita elezione a cariche

ufficiali, non altrimenti permessa dai Capitoli medesimi.

Il Senato, la cui competenza in siffatte liti era sempre da tutti

riconosciuta e dai Vicerè riconfermata, e nel cui palazzo questi

Capitoli venivano conservati, se ne occupava come delle faccende più

importanti per la cosa pubblica[166].

[166] _Provviste del Senato_, a. 1780, p. 373.

Per anni ed anni i maestri d'acqua (fontanieri) litigarono per

emanciparsi da un consolato, quello dei muratori, al quale non avean

diritto di salire. Emancipazione simile, battagliando, conseguivano

gl'intagliatori e gli scalpellini. «Semolai e vermicellai» non si

stancavano dall'invocare, ciascuno nel proprio interesse, certi diritti

di preferenza, loro contrastati. Dimentichi di una legge perpetua che li

accomunava all'unico consolato dei paratori di chiesa, i fiorai

ricusavano di prender parte secondaria ad un istituto del quale non

potevano rappresentare la funzione principale e propria[167]. I

pescatori, non potendo più andare d'accordo nella stessa loro

corporazione, si scindevano per rioni della Kalsa, di S. Pietro, del

Borgo (mand. Tribunali, Castellammare, Molo) e, sotto le bandiere dei

loro santi e patroni, rivaleggiavano più che non usassero, essi di lor

natura alieni da quistioni. Nelle solenni comparse officiali le ire

esplodevano per malintese e mal sopportate precedenze nel ruolo.

[167] _Atti del Senato_, a. 1775-76, p. 383; a. 1777-78, p. 416.

Faticoso quanto rincrescevole il tener dietro, sulla scorta dei

documenti d'archivio, a questi sodalizî, perdentisi in futili pretesti

pel conseguimento d'una rappresentanza purchessia, o per l'impedimento

di un consolato a quello tra essi che credevano non meritarlo. Nel vanto

del loro forte passato s'affannavano a cercar vigore alla debolezza del

presente: e si confortavano nel titolo di milizie reali, dato loro da

Carlo III[168], rimpiangendo l'abrogazione del diploma di Filippo III,

che concedeva l'altissimo privilegio di liberare ogni anno un condannato

a morte[169].

[168] _Capitoli del Senato_, t. III, pp. 55-56. Pal. 1768.

[169] _Teixejra_, _op. cit._, v. I, cap. X. -- _De Vio_, _Privilegia_, a.

1612, pp. 466 e seg.

Il tempo che corse tra la campagna iniziata dal Caracciolo e la fine del

secolo passò meno turbinoso di quel che si potesse al primo istante

prevedere.

Risensate dall'improvviso colpo ricevuto, le Maestranze pensarono

seriamente a rialzarsi. Prive in parte di armi materiali e morali, non

tutte avevano espedienti a resistere. Le loro sessantamila braccia di

ieri, le cento e più mila dei giorni migliori della loro vita non si

moveranno più a difesa della città, non potranno più agitarsi nella

rivendicazione di diritti proibitivi[170], nella restrizione di

esercizî, nella osservanza di monopoli, nella imposizione di

contribuzioni obbligatorie di feste e di cerei[171]; ma non rimarranno

inerti. Se non altro pel loro numero, una grande energia è ancora in

esse. Ora l'una, ora l'altra delle corporazioni, pensa a ricostituirsi

chiedendo il riconoscimento ufficiale. La loro azione non cessa di

svolgersi sotto l'alto patrocinio e la autorevole vigilanza del Senato,

il quale continua a tenerne conto; il Pretore, Console dei consoli, non

lascia di averli, quali li ebbe sempre, «onorati uomini»: prova patente

il suo solenne invito del 1789, nel quale il voto delle Maestranze fu

chiesto come suffragio del popolo[172]. Dove non possano e non vogliano

ricomporsi nella soppressa forma di collegio, cercano altrimenti di

ordinarsi: e gli orafi e gli argentieri ricompariscono in compagnie ad

azioni, proprio nel medesimo anno (1794), in cui altra maestranza assume

parvenze di confraternita (S. Filippo d'Argirò e SS. Ecce Homo), sotto

la quale viene senz'altro riconosciuta.

[170] Tra le _Provviste del Senato_, a. 1784-85, pp. 435, 530, è un

viglietto di S. E. al Senato perchè, in seguito alla abolizione del

Collegio de' misuratori, che erano in numero di 30, intìmi loro il

divieto della privativa del loro mestiere.

[171] Notevole questo: che il 15 Agosto del 1787 non potè aver luogo la

solita festa dei _cilii_, perchè la riscossione delle tasse annuali

dei maestri fu proibita dal Re. _Vinc. Torremuzza_, _Giornale

Istorico_ inedito, p. 444. Ms. della Bibl. Com. di Palermo.

[172] Vedi innanzi, p. 91, e _De Franchis_, _Ceremoniale_ ined. pp.

488-97.

Il giorno dell'arrivo dei Reali di Napoli in Palermo (26 Dic. 1798),

«non armate, colle coccarde chermisi al cappello e coi loro ufficiali

indossanti le uniformi turchine e rosse», insieme con la guardia dei

miliziotti della Bambina, esse si trovano schierate nella via Macqueda e

nella via Toledo[173]; ed il Re ne resta grandemente compiaciuto.

[173] _A. Sansone_, _Avvenimenti_, p. XX.

Così dopo tante fortunose vicende le Maestranze rientrano nelle grazie

del Governo, che nel 1812, per suo tornaconto, le ripristina quali erano

state prima del 1784: provvedimento fuori luogo a favore d'una

istituzione indocile alle nuove idee civili ed economiche, non compresa

neanche da coloro che più erano interessati a prolungarne la esistenza.

Ott'anni ancora, ed esse si riaffermeranno nella rivoluzione del 1820,

con velleità di ordine, ma con atti torbidi e minacciosi.

Sarà l'ultimo supremo sforzo d'un gigante che finisce di decrepitezza.

Il 13 Marzo del 1822 un tratto di penna di Francesco I le faceva

scomparire per sempre. Di quasi 80 corporazioni non rimaneva altro che

il nome![174].

[174] Sull'argomento delle Maestranze in Sicilia, oltre le pubblicazioni

dell'_Orlando_, del _La Colla_, dello _Starrabba_, del _Lionti_ e i

cenni del _La Lumia_ (_Storie siciliane_, v. IV), e del _Di Marzio_

(_I Gagini e la Scultura in Sicilia_, v. II), notate dal _Cusumano_

nel _Giornale degli Economisti_, v. V, fasc. 3º, e gli scritti del

_Pollaci-Nuccio_ e del _Beccaria_ sopra citati, giova vedere: _F.

Maggiore-Perni_, _La Popolazione_ ecc., pp. 395-621; _F. G.

Savagnone_, _Le Maestranze siciliane e le loro origini dalle

corporazioni artigiane nel Medio Evo_ (Pal., Amenta, 1892), che

abbiamo molto utilmente tenuto sott'occhio in questa rapida corsa;

_G. Scherma_, _Delle Maestranze in Sicilia, contributo allo studio

della questione operaia_ (Pal., Reber, 1896), che però non abbiam

potuto leggere.

_Capitolo VII._

_CARTELLI E PASQUINATE._

L'antico costume di affidare ad una statua, ad un qualunque monumento le

voci di indignazione di una classe della società, del popolo o di alcune

persone di esso aveva la sua applicazione nella figura marmorea del

_Palermo_, in quella di bronzo di Carlo V alla Piazza Vigliena, o in

altro dei luoghi più frequentati della città.

Siffatto costume era una delle tante conferme dell'assoluta mancanza di

libertà di parola e della insormontabile difficoltà di dire il fatto

proprio rivelando cose che potessero suscitare lo sdegno dei governanti

e degli amministratori.

Nel tempo del quale ci occupiamo, e prima e dopo di esso, chi avrebbe

osato parlare a viso aperto? Chi rinfacciare al Governo centrale o

locale la riprovevole condotta ond'esso rendevasi colpevole in faccia

alla Sicilia? Questa condotta, subìta in silenzio, deplorata nelle

intime conversazioni, esecrata nei fremiti di spiriti indipendenti tra

noi, era solo pubblicamente censurata nei libri d'oltremonte. Coloro che

aveano visitata l'Isola, tornando alle loro case, la rivelavano nelle

relazioni stampate dei loro viaggi. I _Briefe_ del D.r Bartels sono in

questo genere la più severa condanna della Corte di Napoli e della Corte

di Palermo[175].

[175] Si scorrano qua e là i voll. IIº e IIIº, ma particolarmente le pp.

823-24 del IIº.

Le statue pertanto e le mura dicevano quello che gli uomini non potevano

o non osavano.

Di statue di _Palermo_ ve n'erano (e qui possiamo dire anche: ve ne

sono) parecchie: una, p. e., dentro l'atrio del Palazzo pretorio, una

nella piazzetta del Garraffo, una nella Fieravecchia: tutte tra loro

somiglianti per la magrezza del re coronato che si lascia

tranquillamente rodere il petto da un pingue serpente, e per la posa

solenne e maestosa nella quale il re se ne sta seduto.

Quest'ultima figura era e fu lungamente la favorita dai Palermitani: ai

suoi piedi i popolani del quartiere si raccoglievano chiacchierando; e

dal suo collo pendevano di tanto in tanto cartelli di collera, di

protesta, di minaccia, che non si sarebbero altrimenti potute ripetere

senza supplizî o bastonate.

E lo stecchito sovrano, sollevantesi di mezzo all'acqua della vasca che

lo attornia, rimaneva impassibile a tutte le berline alle quali lo

esponevano i suoi presunti capricciosi sudditi, senza uno scatto di

risentimento per le scenate che gli si facevano rappresentare. Se dopo i

tumulti contro il Vicerè Fogliani (Sett. 1773) appariva in _giamberga_,

parrucca, nicchio e spada al fianco, egli riaffermava la sua sovranità;

se al feroce strazio di tre giovanetti, veri o non veri colpevoli, dopo

quei tumulti, veniva coperto di gramaglia, egli voleva piangere col suo

popolo una giustizia che sconfinava e non colpiva i veri e principali

rei; e se gli si imbrattavano di pane e pasta volto e vestiti, ben a

ragione avea da deplorare i pessimi comestibili che impunemente

obbligavansi i suoi figli a mangiare; e quando una fitta sassaiuola di

fichi lo prendeva di mira, avea tutta la ragione di riconoscersi coperto

di tanta ignominia per la vigliaccheria nella quale i suoi Palermitani

eran caduti di fronte alla tirannia del Governo ed alla inettitudine del

Senato.

La segaligna statua di Carlo V nella Piazza Bologni, rispettata sempre

nei furori delle sommosse, non era risparmiata quando il malumore

serpeggiava nella cittadinanza, e quando una voce voleva farsi giungere

a' capi del Governo ed a quelli della città. Era un cireneo come il

vecchio Palermo e come l'aquila audace del Comune, la quale al domani

d'una sanguinosa esecuzione di giustizia compariva spennacchiata e grama

nella Conca d'oro, divenuta conca di.... immondezze.

E non si andava oltre quella piazza, nè si sognava di salire verso il

Palazzo reale, perchè ivi erano centinaia di Svizzeri a guardia, non

della città, ma del Vicerè.

L'incalzar degli eventi e le miserie cittadine resero indispensabile

questa tra le meno pericolose e tra le più efficaci manifestazioni di

malcontento e di rabbia.

Se la vanità della erudizione dovesse vincerla sulla parsimonia dello

scrivere, potremmo prenderla molto larga in quest'argomento. Potremmo,

p. e., ricordare una certa elezione di giudici capitaniali in persona di

Emanuele Lo Castro, di Serafino Castelli e di Pasqualino, elezione che

fece nascere il _calembour_, sanguinoso per le allusioni menelaiche al

primo ed al terzo e per le birresche al secondo, che avea il nome

(Castelli) comune con quello del carcere dei nobili e dei civili

(Castello a mare):

Mircatu di carni grassa di _Crastu_ (Lo Castro) _pasqualinu_,

pasciutu cu li malvuzzi di _Castell_'a mari.

Potremmo ricordare quella del Principe di Partanna Grifeo, a Pretore,

per la quale alla porta del Palazzo di città si trovarono attaccate

quattro P.P.P.P., iniziali delle parole: _Poviru_, _Palermu_, _Preturi_,

_Partanna_, allusive al fare spendereccio del nuovo capo del Senato.

Potremmo anche ridere alla vecchia _giamberga_ attaccata ai rastrelli

della nuova pescheria da un cenciaiuolo, unico, solitario compagno di un

portatore di roba di Faenza nella piazza Marina, quando nel Vicerè

Caracciolo sorse la infelice idea di un pubblico mercato in quel luogo,

triste pei ricordi del S. Uffizio, disagevole per il sole di estate e le

piogge d'inverno, e quindi rimasto deserto[176].

[176] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, pp. 70-71; v. XXVII,

pp. 205-6 e 322. -- _Mercato di Palermo_, pp. 5-6. Ms. Qq, E, 88

della Bibl. Comun. di Palermo.

Ma questi ed altri ricordi esorbitano dal nostro periodo, ed a noi non

preme raccoglierli.

Siamo al 1793: il caro dei viveri s'inacerbisce di giorno in giorno; i

granai comunali si vengono esaurendo; la città, come tutta l'Italia, è

minacciata di carestia, la quale, non ostante che lungamente e

ripetutamente prevista, giunge con tutta la crudezza e la desolazione

del suo treno.

Ridire quel che è stato detto sull'argomento, non occorre. L'Autorità

senatoria viene accusata del danno; essa che, secondo le solite voci,

non previde, essa che non seppe provvedere in tempo e, peggio ancora,

giocò con la cassa del Comune. Pretore è il Cannizzaro, Duca di

Belmurgo, e contro di lui convergono gli strali di tutta la

cittadinanza, invelenita avverso a lui usuraio, arricchitosi col denaro

della città, e frattanto consigliere di pazienza e di attesa!... Ma la

pazienza ha un limite, e un giorno i monelli del Mercato di Ballarò si

mettono a gridare per le strade:

Cu la fidi e la spiranza

Un guastidduni 'un jinchi panza[177]:

Preturi Cannizzaru

Ha misu Palermu cu'na canna a li manu.

[177] Un pane non riesce a sfamare. _Guastidduni_, come sì è detto

innanzi, forma e, secondo il sistema del tempo, peso voluto dalle

mete; il quale non doveva essere inferiore a rotoli due (chilogr.

1, gr. 600) pel prezzo di un tarì (cent. 42), ed era invece sceso a

poco più di metà.

Se non che, i soldati del Pretore te li acciuffano, ed il boia se ne

diverte con una buona fioccata di nerbate per uno.

Evidentemente questo Pretore Cannizzaro non era nelle buone grazie del

popolo, se dopo le chiassate delle Kalsitane sulle mura delle Cattive

alla Marina gli si faceva anche questa.

L'anno che segue v'è tanto ben di Dio che di carestia non accade più

parlare. Ma ahimè! le cose continuano come per l'innanzi, ed il pane che

si avea a grosse forme è bazza se si ha per metà del peso. Di chi la

colpa? Ci vuol tanto a vederlo?!... del Pretore! E tutti lo vogliono

ucciso, mentre il Vicerè Principe di Caramanico fa il possibile per

rendere meno gravi le conseguenze della crisi. Questo sentimento si vede

espresso al Pretorio nel seguente cartello:

Lu Vicerrè supra la vara staja[178],

Lu Pirituri sutta la mannara[179];

[178] Questo verso avrà potuto nascere così: «Staja lu Vicerrè supra la

vara».

[179] _Villabianca_, _Opuscoli palermitani_ inediti, v. XVIII, op. 3, p.

105. -- _Diario_ ined., a. 1793, p. 203.

e significa che del Pretore non se ne vuole più sentire a parlare.

Audaci, violente le minacce al Governo, che con inganni ed ipocrisie

tentava carpire la buona fede, non già del popolo, che non aveva nulla,

ma del medio e dell'alto ceto, che possedeva ori ed argenti, e dovea

andarli a depositare alla Zecca in cambio di moneta sonante. Strumento

servile del Governo in cosiffatta barbarica espoliazione l'arcivescovo

Lopez y Royo, Presidente e Capitan Generale del Regno per la improvvisa

morte del Caramanico, e tanto più servile ai danni del paese in quanto

sperava la nomina di Vicerè facendo il piacere de' Ministri di Napoli.

Avverso a lui si udirono canzoni e cartelli frementi di sdegno.

Siamo alle prime ore del mattino del 16 Aprile 1798, e attaccata alla

solita colonna del Palazzo del Comune ed alle abitazioni dei Ministri

del Consiglio e del Governo, si legge:

O v'aggiustati, tiranni, la testa,

O di li Morti faremu la festa.

E chi vuliti impuviriri a tutti?

Chi oru?! Chi argentu?! un....

e qui una mala parola[180].

[180] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 189. -- _Villabianca_, con

varianti, in _Diario_ ined., a. 1798, p. 202.

Il Governo di Napoli era sotto l'incubo dei Francesi scorrazzanti il

Mediterraneo con gli occhi fissi su Malta. La Corte, in preda ai timori

che poi dovevano spingerla alla rada di Palermo, avea chiesto cannoni,

soldati, danaro, e ne aveva ottenuti quanti non ne meritava. I Siciliani

parteggiavano per essa, ma non erano così ciechi da non vedere la

gravità della situazione: e poichè questa peggiorava di giorno in

giorno, il 21 Giugno un cartello trovavasi affisso alla colonna.

Stavolta era un dialogo tra due persone, composto di parole furbesche,

accuse dei componenti del Governo locale. Cominciava altra mala parola,

poi

...! Vennu li gaddi, addiu gaddini!

Addiu nassa, canigghia e puddicini!

E seguiva la risposta:

Addiu nassa, canigghia e puddicini!

Minchiuni! ch'è grossa! 'Na vota si mori!

dove, chi cerchi i doppi sensi, vedrà che i galli sono i Francesi, le

galline i Napoletani, la _massa_ la cricca governativa, la _canigghia_,

crusca, la mangiatoia dello Stato, alla quale (per conservare

l'allegoria) si direbbe che le galline bècchino, cioè i favoriti e gli

aderenti divorino: egli ultimi due versi esprimono la indifferenza de'

_cartellanti_ siciliani di fronte alle conseguenze delle minacce

francesi.

Gli eventi incalzano. Re Ferdinando ottiene una vittoria in uno scontro

coi Francesi, ma i Napoletani pei Palermitani son tutti giacobini,

compreso lo stesso loro S. Gennaro: la vittoria non è dovuta a questo

Santo, ma a S. Rosalia, patrona di Palermo, alla quale il Re dev'essersi

caldamente raccomandato. Quattro cattivi versi corsero in proposito:

T'haju fattu la varva, o San Ginnaru,

Giacchì t'ha' fattu giacubinu amaru,

Tradituri, putruni e da quagghiaru;

Viva, dunca, Rusulia e non Jinnaru![181].

[181] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1798, p. 284; a. 1799. p. 103.

La misura lasciamola all'ignoto poeta da colascione.

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1 · 第 11 / 21 题