Sorprendere e fissare, prima che cominciasse a trasformarsi, la vita
pubblica e privata delle varie classi sociali nell'antica Capitale
dell'Isola, nell'ultimo ventennio del Settecento: ecco lo scopo del
presente lavoro.
Quella vita, così diversa dall'attuale, è in certe sue esteriorità, per
chi non se ne sia occupato di proposito, poco o punto nota: ed è tale,
non tanto pel comune preconcetto che la storia contemporanea sia
familiare a tutti, quanto perchè da molti si confonde la storia scritta
dei principali e più clamorosi avvenimenti con la vita, da scriversi,
del popolo in mezzo al quale gli avvenimenti si sono svolti.
I costumi, le consuetudini e le istituzioni nel periodo illustrato in
questo libro sono d'una importanza che ha pochi riscontri nella storia
generale di Sicilia. Perchè, se, per esempio, il quattrocento ha grande
somiglianza o analogia col cinquecento e questo col seicento, in quanto
inalterato rimaneva sempre l'ordinamento politico e civile, e con esso
le condizioni fisiche, morali e religiose, il settecento invece non ha
nulla che lo ravvicini all'ottocento. I due secoli divide un abisso, in
fondo al quale è facile scoprire che non cento ma quattro,
cinquecent'anni ha corsi la Sicilia dagli ultimi decennii di quel secolo
all'ultimo del seguente. Ciò che il 1789 ed il 1793 lasciarono intatto
tra noi, solo per lenta, impercettibile evoluzione di tempi e di uomini
si venne modificando, e potè del tutto mutarsi pei rivolgimenti
politici, che principiarono dalla sapiente rinunzia (imposta, peraltro,
dall'incalzare degli eventi) dei Baroni ai diritti feudali nel 1812; e
finirono ai moti siciliani del 1860; onde più tardi le nuove idee e
riforme sociali.
Come e per quali espedienti abbia io potuto dettare questo _Palermo_,
parrà solo in parte dalle citazioni a piè di pagina. Dico «in parte»,
perchè esse son le poche indispensabili a confortare le notizie da me
accennate. Se tutto quel che dico avessi dovuto documentare, le note
avrebbero affogato il testo, ed io avrei scritto non già un libro pel
gran pubblico, che cerca fatti in forma spigliata, ma un'opera per più
ristretto cerchio di persone.
Atti, Provviste, Bandi del Senato Palermitano nell'Archivio del Comune,
documenti svariati nell'Archivio di Stato, registri ed elenchi nella
Congregazione dei Bianchi ed in alcuni Reclusori, carte e manoscritti
d'ogni genere, e soprattutto diari non mai fin qui posti in luce (per
non citare se non le cose inedite) del Torremuzza, del D'Angelo, del
Camastra, e dell'inesauribile Villabianca[1] son le fonti alle quali ho
largamente attinto. Da questo, le moltissime vicende, ed i fatti, per
certi argomenti, nuovi, che io son riuscito a mettere insieme. Ma il
soffio della vita del momento, non avvertito, perchè ordinario ed
abituale, dalla vigile Polizia, dal provvido Senato, dal severo Governo,
dai diligenti diaristi, io non ho potuto altrimenti raccogliere che
tenendo dietro ai forestieri venuti tra noi. Le loro impressioni nessuno
fin qui mise a profitto nello studio dei costumi e delle condizioni
della civiltà nel secolo XVIII, nonostante che un illustre storico lo
avesse autorevolmente raccomandato[2].
[1] A ben giudicare dell'immenso _Diario Palermitano_ di quest'ultimo,
giova sapere che la parte finora stampata nella _Biblioteca_ del Di
Marzo giunge solo all'anno 1784, e che i 17 anni rimanenti, fino al
1801, vigilia della morte dell'Autore sono compresi in ponderosi
volumi mss. di ben 6584 pagine in-folio, che io ho spogliati al
pari di centinaia d'altri volumi, egualmente manoscritti,
dell'antico prezioso Archivio del Senato di Palermo.
[2] I. _La Lumia_, _Viaggiatori stranieri in Sicilia nel sec. XVIII_:
in «Rivista Sicula», a. III, v. VI, pp. 20-39. Palermo, Luglio
1871.
I trenta e più viaggi dell'ultimo terzo del settecento, distribuiti in
meglio che cinquanta volumi pubblicati all'estero e non sempre
reperibili, contengono preziose e quasi tutte sicure notizie di
costumanze, pratiche, scene, qua e là vedute e udite da uomini colti, i
quali da curiosità mossi, con gravi disagi, ingenti spese, pericoli
immensi erano venuti a visitare un paese tagliato fuori del consorzio
d'Europa, e rappresentato come l'ultima Tule. Qui essi non compievano
inchieste in una sola settimana, come oggi purtroppo usa, correndo,
volando con la vaporiera da Messina a Taormina, a Catania, a Siracusa, a
Palermo, e viceversa, facendo escursioni a Girgenti, a Segesta, a
Selinunte, ed interrogando i primi sfaccendati che s'incontrino nella
piazza, o i primi malcontenti d'una amministrazione comunale del giorno.
Essi invece si fermavano mesi e mesi girando, visitando attentamente
ogni cosa, in portantina, su muli, a piedi, e patendo sovente il
digiuno, il freddo, lo scirocco e gli inenarrabili supplizi delle
osterie e dei fondachi.
E però non fu solo Goethe colui che, è stato detto, scoperse la Sicilia
ai Tedeschi. Le sue lettere del 1787 non videro la luce prima del
1817[3]; e le dolci carezze tra le quali egli durante la primavera di
quell'anno si cullò nella città mollemente adagiantesi ai piedi del
Pellegrino, rimasero lungamente ignote. Prima e dopo di lui, durante
cinque, sei lustri, percorsero, descrissero la Sicilia -- Palermo
soprattutto -- i suoi connazionali Riedesel, Salis Marschlins, Stolberg,
Reith, Hager[4], e quel Bartels, che, tanto ingiustamente da tutti
dimenticato, ha il maggior diritto alla considerazione di ogni buon
siciliano. La percorsero il danese Münter ed il viennese de Mayer e,
prima di Swinburne, l'inglese Brydone, che del suo soggiorno tra noi
offriva il primo modello di viaggio nell'isola con intendimenti moderni.
Il suo _Tour_ ebbe una dozzina di edizioni, versioni e riduzioni[5],
nonostante il controllo che volle farne il Conte de Borch.
[3] _Italiänische Reise_, Stuttgart und Tübingen, 1816-1817.
[4] [Nell'errata corrige in fondo al secondo volume l'A. avvertì che
«Hager, oriundo tedesco, era milanese»].
[5] Vedi _D'Ancona_, _Saggio di una Bibliografia di viaggi_, che segue
alla edizione del Viaggio in Italia di M. de Montaigne, p. 582, e
la mia _Bibliografia delle tradizioni popolari in Italia_, nn.
3651-3661.
Nè ciò è bastevole: oltre le cose non originalmente descritte da Audot e
da de la Porte, i francesi de la Platière, Houel, de Saint-Non, de Non,
Derveil, Sonnini, d'Espinchal, e gl'italiani Onorato Caetani, E. Q.
Visconti e Rezzonico, assai cose descrissero delle molte che videro, e
videro quelle che i siciliani non guardavano, come vecchie e non degnate
di attenzione.
A tutti questi viaggi io ho avuto la fortuna e la pazienza di far capo
con insperato frutto; e le affermazioni di essi ho potuto controllare,
corroborare e compiere con testimonianze d'altro genere: quelle dei
poeti contemporanei.
Giovanni Meli, cui vieti pregiudizi d'oltremonte non ha fatto mai
spassionatamente guardare in uno dei principali suoi aspetti, è il primo
gran pittore morale dell'età sua. Nessuno più coraggiosamente, più
argutamente di lui rilevò il guasto dell'ambiente e della società
d'allora; nessuno fu più realista del Meli, cui, solo nel 1874, nella
sua patria nativa, presso alla cattedra nella quale il simpatico poeta
insegnò, un improvvisato professore d'Università dovea con audacia senza
limite battezzare «arcade di buona fede!».
Se io sia riuscito a ricostruire nelle multiformi sue manifestazioni la
vita di Palermo nei giorni del suo vero o fittizio splendore, quando
questa vita per ineluttabile necessità di eventi si disponeva a
cangiamenti radicali, giudicheranno coloro che vorranno seguirmi nella
rassegna, forse apparentemente severa, ma sostanzialmente spregiudicata,
di ciò che facevano, di ciò che pensavano, di ciò che volevano i nostri
bisnonni.
Chi ha visto con quanto ardore e con quanta coscienza io mi sia
preparato per conoscere appieno ed intimamente questo passato, mi terrà
conto, se non altro, del buon volere e del mio culto per le memorie
storiche della Sicilia.
_G. Pitrè._
Palermo, 10 Febbraio 1904.
_Capitolo I._
_STATO POLITICO ED ECONOMICO DELLA SICILIA NELLA SECONDA METÀ DEL
SETTECENTO._
Chiamato al trono di Spagna Carlo III, la doppia corona di Napoli e di
Sicilia passava al minorenne figliuolo di lui, Ferdinando[6]. Le riforme
iniziate dal sapientissimo Principe venivano proseguite e fecondate
dall'accorto Ministro Tanucci, educato ai principî di Montesquieu e di
Hume: e l'Isola avviavasi ad altre riforme economiche, civili, sociali
per quanto lo consentissero i tempi, a grandi novità poco disposti e
pieghevoli.
[6] Anno 1759.
La lieve scossa recata alla istruzione pubblica dalla espulsione dei
Gesuiti (1767) veniva riparata dal savio provvedimento che assegnava il
cospicuo patrimonio della Compagnia alla beneficenza, agli studî ed alle
scuole che dappertutto si aprivano. Ustica e Pantelleria, approdo temuto
di barbareschi, si venivano colonizzando. Le imposte, già lasciate alla
capricciosa violenza di avidi appaltatori, passavano al Governo, che men
dura dovea renderne la riscossione. Si abbandonava il monopolio dei
grani e del tabacco; ed intanto che miglioravasi il Monte di Pietà, si
volgeva l'animo alla censuazione dei beni comunali; e, per quelli della
chiesa richiamavasi la legge dell'_ammortizzazione_ di Federico II lo
Svevo: richiamo seguìto, a breve distanza, dal divieto ai chierici di
farsi agenti nei tribunali.
L'abolizione del S. Uffizio riempiva di gioia anche gli stessi
ecclesiastici.
L'opera di rinnovamento progrediva rimediando a vecchie ingiustizie.
Dignità e titoli, sotto il dominio spagnuolo smisuratamente cresciuti
nel ceto nobile, si trovavan di fronte al ceto medio, che guadagnava in
diritti civili assurgendo a dignità non prima raggiunta. Molte
disuguaglianze e prerogative alla medio evo cadevano in oblio; e la
libertà e la indipendenza personale gradatamente si affermavano. Ai
vassalli, numeri senza personalità, senza ordine, senza grado,
concedevasi facoltà di lavorare fuori del territorio del signore:
concessione addirittura rivoluzionaria in un tempo in cui nessuno di
essi potea, senza permissione del Barone, trasportare da un luogo
all'altro il proprio prodotto, nessuno allontanarsi dalla sua
residenza[7]. Toglievasi per tal modo vigore a certi diritti angarici e
contrattazioni di servigio, traducentisi, quelli in monopolî
commerciali, queste in servitù personale. In altri termini, se il
feudalesimo vigeva, gli abusi ne erano in gran parte aboliti, e la
capacità giuridica delle persone rimaneva appena limitata dai vincoli
che tuttavia inceppavano gli agricoltori nelle terre feudali, e che in
ogni occasione venivan prescritti o almeno mitigati[8].
[7] _La Mantia_, _Storia della Legislazione civile e criminale di
Sicilia_, v. II, p. I, cap. II, p. 116. Palermo, 1874.
[8] _Palmeri_, _Saggio storico e politico sulla Costituzione del Regno
di Sicilia infino al 1816_, cap. V, p. 57. Palermo, 1848. --
_Gregorio_, _Considerazioni sopra la Storia di Sicilia_, v. I.
Palermo, 1861.
Intanto che promoveasi la costruzione di legni nell'Arsenale di
Palermo[9], si deliberava quella di otto grandi strade rotabili per
oltre 700 chilometri (1778), ma il voto dovea attender dell'altro il suo
compimento.
[9] _A. Sansone_, _Storia del R. Istituto Nautico_, p. 2. Palermo,
1892.
Un intrigo di Corte spingeva nuovo Vicerè in Sicilia Domenico
Caracciolo[10], il quale, informato alla politica anti-feudale ed
anti-ecclesiastica del Tanucci, usanze e pratiche arditamente, benchè
non sempre ponderatamente, affrontava; pur qualche volta costretto a
ritornare sopra i suoi decreti o per revocarli o per ammollirne la
durezza.
[10] _Lettres sur l'Italie en 1785. Nouvelle édition_, t. II, lettr.
CVIII. À Lausanne, Mourier 1790.
Tra energici richiami forzatamente riducevasi dal 5 al 4% la rendita che
lo Stato pagava per soggiogazioni; e se per alcun grave interesse di
casta i tre bracci del Parlamento, quasi sempre uniti, erano in alcune
quistioni in disaccordo tra loro (come quando il baronale chiedeva una
legge contro il lusso e l'ecclesiastico un regolare catasto che
comprendesse i beni ecclesiastici e feudali), l'accordo regnava sempre
completo in tutto ciò che fosse bene del paese, e che servisse ad
infrenare l'autorità regia o viceregia prevalente alla parlamentare.
Laonde unanimi si opposero al Caracciolo medesimo, che il Parlamento
volea chiamato _congresso_, e _contributi_ i donativi (1782).
Sotto le terribili impressioni del tremuoto del 1783, Messina, ridotta a
desolazione, otteneva il porto franco: provvedimento non bastevole a
distruggere, ma efficace ad attenuare le conseguenze dell'immane
disastro.
Mentre da un lato si proponeva il censimento dei beni feudali,
dall'altro si restringeva -- sgradito colpo alla feudalità -- il mero e
misto impero, che ogni dì si stremava di forze.
Dello scoppio dell'89 in Francia, la Sicilia, per ragioni feudali,
civili, ecclesiastiche diversa da quella, non si risentì gran fatto;
perchè se in Francia il terzo stato abbatteva nobiltà e clero, in
Sicilia, clero e nobiltà sostenevano i diritti del Parlamento, qualunque
essi fossero e per quanto logorati dalle leggi e dal tempo.
L'aristocrazia e gli ecclesiastici aveano in sè tanto da esser giudicati
liberali; la potestà regia, per assoluta che fosse, rompeva contro tutto
un ordinamento, ch'era guarentigia dei diritti della nazione
siciliana[11].
Quale codest'ordinamento, non è chi non sappia. Per antico istituto, non
prima che la proponesse il Parlamento poteva il Re decretare una legge;
nè decretata, derogarvi da sè; nè, se penale e non proposta dal
Parlamento, farla valida per più d'un anno[12]. Il Re stesso, soggetto
alle leggi dello Stato, non avea facoltà di far cosa che tornasse in
pregiudizio delle Costituzioni, essendo lecito a' custodi di esse fin lo
impedire la esecuzione dei sovrani decreti[13]. Le basi della monarchia
riguardavano come incompatibile presso i privati l'esercizio del mero e
misto impero: e le concessioni che si vantavano, erano precarie ad
arbitrio del Re[14]. Ovvio pertanto il supporre come nessuna gravezza
potesse dal supremo Capo dello Stato imporsi senza il suffragio del
Parlamento, salvo che non intervenissero certi casi stabiliti da Giacomo
d'Aragona; e medesimamente come nessun mutuo coattivo di danaro e di
generi, non istimato necessario da quello, potesse dal monarca
decretarsi[15].
[11] _F. Maggiore-Perni_, _La Popolazione di Sicilia e di Palermo dal X
al XVIII secolo_, cap. XIX. Palermo, 1892.
[12] Cap. 418 Regis Alphonsi; Cap. 59 Regis Johannis.
[13] Cap. III Regis Friderici II; Cap. XXIX Regis Martini; Cap. XXXIX,
CMVII, CMXXXVI Regis Alphonsi; Cap. VII, CXLV Caroli V. Imp.
[14] Constitut. _Ea quae ad speciale decus_ Friderici Imp.; Cap. X Regis
Martini; Cap. CCCLVII et CMXXIX Regis Alphonsi; Cap. CXXVI Regis
Ferdinandi II; Cap. XX, LXX, CCXXXIV Caroli V Imperatoris; Cap.
XCIV Regis Philippi I. Vedi nella nota seguente l'opuscolo del
Ventura.
[15] _F. Ventura_, _Dei Diritti della Sicilia per la sua nazionale
indipendenza_. Seconda edizione, pp. 47-48. Palermo, dalla R.
Stamperia, marzo 1821.
Alle cariche dello Stato volevansi preferiti gli uomini virtuosi. Il
Parlamento, sola autorità di punire i delitti dei magistrati e di altri
pubblici funzionarî[16]. Condizione poi notevolissima: il Governo non
avea un esercito; la forza era nelle mani del popolo.
[16] _Ventura_, loc. cit.
Quale diversità di ordinamenti da quelli di Napoli! E frattanto quale
disparità di trattamento per opera del Governo centrale!
Un testimonio non sospetto di sicilianesimo, dopo di aver visitata nel
1778 l'Isola, scriveva:
«Questa bella parte dei dominî del Re di Napoli, dove fiorisce un
milione di uomini; alla quale la natura prodiga i suoi tesori; che in
altri tempi nutrì i Romani, e che ad Atene, a Roma, all'universo intero
diede d'ogni ragione capolavori d'arte, è da secoli abbandonata ai
Vicerè ed all'Etna! I Siciliani son ritenuti a Napoli come stranieri;
alla Corte, come nemici. Si crede che vessarli sia governarli, e che per
averli sudditi fedeli se ne debba fare schiavi sommessi. La Sicilia è
dal Ministero riguardata come un'escrescenza incomoda; la Corte non vede
se non Napoli»[17].
[17] _Lettres sur l'Italie_, ecc., t. II, lettre CVIII.
Nel 1795 scendevano i Francesi in Italia: e nobili ed ecclesiastici
profondevano denaro ed armi per difendere il paese. Solo pochi
ardimentosi cospiravano a favore dei Repubblicani d'oltralpe,
impromettendosi per siffatto espediente il bene dell'Isola; ma il nobile
tentativo aveva il suo epilogo nel taglione di F. P. Di Blasi e nel
capestro dei suoi compagni.
Stremato per gli ultimi donativi ordinarî e straordinarî lo Erario, un
decreto del 1798 imponeva la consegna degli ori e degli argenti delle
chiese e dei privati, il compenso dei quali assicurava con mendaci
promesse. Larghe e tutt'altro che cordiali le consegne, ma alla bisogna
insufficienti: quando il 26 Dicembre, inattesa, sbigottita, chiedente
asilo, giungeva la Corte.
Da quarant'anni Ferdinando III regnava in Sicilia, e in quarant'anni non
s'era mai sognato di mettervi piede. Nel 1792 il milanese Gorani avea
detto: «I Siciliani si dolgono che il loro Re non li abbia mai visitati,
che non siasi mai messo in grado di conoscere i loro mali, che li lasci
vegetare sopra un suolo pel quale soltanto la natura ha fatto
tutto»[18]. Quattr'anni dopo le cose erano immutate. «I Siciliani,
osservava Hager, non vedono il loro Re, che pur vorrebbero vedere, e pel
cui figliuolo [Francesco I] è stato preparato il palazzo reale di
Palermo. Ferdinando viaggia per Genova, per Vienna, per Francoforte; ma
non viene mai in Sicilia. Egli rimanda sempre questa venuta, e così è
passato tanto tempo»[19]. Quando venne, un'eco sgradevole di Napoli
rimpiangeva aver egli barattata la vecchia residenza di terraferma con
la nuova dell'Isola![20].
[18] _Gorani_, _Mémoires secrets et curieux des Cours, des gouvernements
et des moeurs des principaux états de l'Italie_, t. I, p. 456. A
Paris, 1793.
[19] _Hager_, _Gemälde von Palermo_, pp. 210-11. Berlin, 1799.
[20] _Notizia della città capitale delle due Sicilie e della Residenza
della Real Corte durante i due regni sotto un sovrano_, 1799.
Palermo, Solli.
No, non si poteva essere più ingiusti verso la Sicilia generosa!
Non ostante il lungo, semi-secolare rinnovamento che abbiamo fugacemente
seguito, preludio della vita del secolo XIX, l'Isola rimaneva in tale
depressione morale e materiale che a noi tardi nepoti parrà quasi
incredibile. Palermo, la stessa Palermo, partecipava a quella condizione
di cose, triste e dolorosa ad un tempo, nella quale di fronte alla
sprezzante ricchezza brancolava dimessa la povertà; accanto alla
dottrina profonda balbettava la crassa ignoranza. Quivi il culto sublime
della Divinità si confondeva con la superstizione delle pratiche, lo
smagliante corteo nuziale s'incontrava nel Cassaro col lugubre
cataletto: e con periodica, alterna vicenda si urlavano sguaiate canzoni
carnevalesche e si biascicavano paternostri di quaresime penitenti: e
recenti licenze di usi venivan cozzando contro viete restrizioni di
consuetudini, e leggi severe contro applicazioni negligenti, ed
aspirazioni sincere al bene contro accidiose attuazioni di esse.
Gli è che tutto un avanzo increscioso di abusi e di miserie gravava
sulla società. La forma del reggimento interno, rimettendo al Parlamento
la spartizione delle imposte, non tutelava abbastanza l'infima classe da
aggravî talvolta superiori alle sue forze. Se nobili e civili ne aveano
il modo, la povera gente non poteva sopportare pesi, i quali, come
quelli de' Baroni alle loro terre, incombevano alle città; dove, come
dappertutto, pel comun difetto di agricoltura, di sicurezza, di
commercio, di comunicazioni, di pubblica igiene, miserrime eran le
condizioni, rese anche intollerabili dalla mancanza di un codice, dalla
cattiva amministrazione della giustizia, non sempre controllata nè
sempre controllabile da un magistrato esaminatore della condotta dei
ministri del Regno[21].
[21] _Bartels_, _Briefe über Kalabrien und Sicilien_, III. Bd., 824-26;
II. Bd., 220. Göttingen, Dietrich, 1789 e 1792.
Oh come avea ragione quel patriotto siciliano che nel 1790 diceva a J.
H. Bartels: «Il suddito dell'Isola è tutt'altro che lieto. Se egli alza
per un istante il capo, un singhiozzo gli si sprigiona dall'animo!»[22].
[22] _Briefe_ ecc., III, 832.
_Capitolo II._
_SU E GIÙ PER PALERMO._
Palermo era tutta circondata da bastioni e, ad ineguali distanze, da
porte. Gli uni e le altre, come alcune piazze e vie principali,
portavano e portano ancora nomi di Vicerè, che, poche eccezioni fatte,
non vi spesero mai un quattrino del proprio.
Porta e via Macqueda, porta d'Ossuna, porta di Castro, porta Montalto,
porta Colonna, strada Toledo, strada Colonna (Marina), piazza
Caracciolo, e poi il bastione Vega, il bastione Gonzaga, il bastione
Montalto, la via Albuquerque son testimoni di questa piacenteria o
servilità, nella quale, _spinte_ o _sponte_, il Senato toglieva a sè ed
ai suoi concittadini il vanto di un'opera edilizia od estetica.
Anche le vice-regine vi aveano la parte loro: e porta Felice e la Villa
Giulia ricordano la prudente Felicia Orsini e la pompeggiante Giulia di
Avalos, mogli dei due Marcantonio Colonna: il primo del secolo XVI, il
secondo del XVIII.
La gente però, non guardando a certi battesimi officiali, consacrava,
salvo rari casi, quelli da essa originariamente creati per circostanze
di tempo e di luogo. Laonde la via Macqueda diceva e dice _Strada
nuova_, quasi per distinguerla dalla vecchia, che per antonomasia è
sempre il _Cassaro_; piazza Vigliena, _le Quattro Cantoniere_; piazza
Caracciolo, il _Garraffello_; la strada Colonna, _Marina_; la Villa
Giulia, _Flora_; la via Albuquerque, strada _Cappuccini_ ecc. Un giorno
del 1822 il viaggiatore tedesco Tommasini, montando sopra una
carrozzella, ordinava al cocchiere che lo conducesse a via Toledo, ed il
cocchiere, senza tanti complimenti gli rispondeva: _Niente via Toledo;
niente via Toledo; si chiama Cassaro._
Come allora così anche adesso la città chiusa era divisa in quattro
rioni o _quartieri_: Albergaria, Siralcadi (Monte Pietà), Kalsa
(Tribunali), Loggia (Castellammare), il più piccolo tra' quattro rioni.
Con uno sforzo di fantasia archeologica questi si volevano considerare
come altrettante città, divise dal Cassaro e dalla Strada nuova ed
abbracciantisi in naturale amplesso alle Quattro Cantoniere, dette _di
Palermo_ per distinguersi da quelle _di campagna_, ribattezzate or non è
guari, al chiudersi dell'ottocento, piazza Regalmici per quell'Antonino
Talamanca-La Grua, marchese di Regalmici, che ne fu l'ardito autore, e
che ora si presta a certi bisticci della cittadinanza palermitana,
contrariata dal recente titolo sostituito al primitivo.
Questo Pretore (giacchè il Talamanca-La Grua fu uno dei più rinomati
Pretori di Palermo), agitato dal desiderio incessante di nobilitare la
città, non si dava riposo: ed ora con un disegno, ora con un altro,
ordinava il lastricamento della Strada nuova, dal palazzo Castelluzzo in
sopra; ed il prolungamento della via fuori la porta Macqueda fino al
Firriato di Villafranca (cominciamento di via Libertà). Forte del
sostegno del Vicerè, moltiplicava la sua energia: e in un giorno faceva
man bassa sopra tutto un giardino e sopra una casa, costringendo le
monache delle Stimmate a rifare sul modello di porta Felice porta
Macqueda, fino allora piccola quanto S. Agata; abbatteva le principali
tettoie (_pinnati_) delle botteghe, le quali toglievano ai cittadini
agio di passare ed a chi vi entrava, aria e luce; accorciava i banchi
sporgenti dagli usci dei venditori; costruiva selciati dove non ve ne
fossero, ne ricostruiva, anche a spese dei privati, dove fossero già
sciupati.
Non basta: tracciava la via oggi detta Stabile, e fino al 1860 _Ciccu di
Palermu_, e lasciando ai Quattro Canti da lui formati due lapidi ed otto
sedili ora scomparsi, si spingeva, rasentando a sinistra il Firriato di
Villafranca (Giardino Inglese, o via della Libertà), verso la via del
Mulino a vento. Ed intanto che un terreno montuoso e selvatico
convertiva nella deliziosa Villa Giulia, livellava piazze, sventrava
cortili, collocava fontane, ricorrendo, ove incontrasse resistenza, alla
mano militare.
Il Senato, per forza di passività, lasciava fare, e forse mentre
approvava davanti il Regalmici, mormorava dietro a lui per tante e così
grosse spese, alle quali non rispondevano le entrate. I contribuenti,
d'altro lato, stanchi delle gravezze ogni dì crescenti, una mattina
facevan trovare alla porta maggiore del Palazzo Pretorio (Municipio)
questo cartello:
Nun cchiù Villa, 'un cchiù funtani:
Ma bon vinu, carni e pani.
Dicono che ogni rione avesse uno stemma suo: l'Albergaria, un serpente
verde in campo d'oro; Siralcadi, Ercole sbranante un leone; la Loggia,
l'arme di Casa d'Austria; la Kalsa, una rosa. Chi voglia sincerarsene,
vada alla microscopica piazzetta del Garraffo all'Argenteria vecchia, e
li troverà scolpiti in marmo, sotto la trisecolare statua del Genio di
Palermo, dei tempi di quel Vicerè Caetani, Duca di Sermoneta, che fu
soprannominato: _Duca di far moneta_ (1663-1667).
Vero o no questo affare delle quattro cittadine stemmate, certa cosa è
che ogni rione avea una santa patrona propria: l'Albergaria, S.
Cristina; Siralcadi, S. Oliva; la Loggia, S. Ninfa; la Kalsa, S. Agata.
La vergine Rosalia, santa sopra le sante palermitane, troneggiava su
tutti i rioni. Ora nel dubbio, che la notizia possa o non comprendersi,
o dimenticarsi, è bene guardare le Quattro Cantoniere, la fantastica
«Piazza del Sole» dei nostri iperbolici scrittori antichi, e si vedrà
che la santa torreggiante dall'alto dei quattro lati è la protettrice
del quartiere; sotto di lei, è un re di Spagna; sotto il re di Spagna,
una delle quattro stagioni: le beate del cielo, i beati della terra
(allora sì che potevano dirsi tali i re: e Carlo V si compiaceva che il
sole non tramontasse mai nei suoi Stati), i simboli delle quattro parti
dell'anno.
Sia che si voglia, i rioni differivano tra loro per indole, costumi,
occupazioni, pronunzia. Anche oggi la vita e la parlata dei Kalsitani è
un po' differente dalla vita e dalla parlata dei Brigarioti e dei
Sampietrani. Per siffatti caratteri, che formavano un distacco tra
palermitani e palermitani, nel secolo XV gli abitanti di un quartiere
erano in relazioni niente cordiali, anzi assolutamente odiose, con gli
abitanti di un altro; ed il Senato nel 1448 otteneva da Alfonso de'
capitoli contro gl'ingrati disordini giornalieri[23].
[23] _De Vio_, _Privilegia urbis Panormi_, a. 1448, p. 308, n. 2.
Panormi, MDCCVI. -- _G. Alessi_, _Notizie della Sicilia_, n. 75.
Ms. Qq. H, 44 della Bibl. Comunale di Palermo.
Nel Gennaio del 1776 si fu a un pelo d'incorrere in un grosso guaio per
una sassaiuola che dovea impegnarsi tra monelli di mestieri diversi[24].
[24] Vedi il cap. _Maestranze_.
Una distinzione tra' nativi di questi quartieri non è così facile come
la divisione della città nei quartieri medesimi. V'hanno caratteri
etnici comuni a tutti e quattro, e ve ne hanno di particolari, che pure
qua e là si vennero intrudendo e confondendo, e che ora a somma fatica
potrebbero sceverarsi. I Kalsitani, per esempio, se uomini, son
pescatori; se donne, ricamatrici; e quando all'una ed all'altra
occupazione non son più adatti, i vecchi rammendano reti, che servono
pei loro figli; le vecchie fanno funicella di cerfuglione[25]: gente,
dal più al meno, tranquilla, che solo due volte ha fatto parlare di sè:
nel 1647, durante la sollevazione del Masaniello di Palermo, Giuseppe
D'Alesi, e nel 1770, quando le donne kalsitane, messe con le spalle al
muro dal Senato, che voleva costringerle ad una tassa sulle aperture
delle case, si adunarono furenti sulle Mura delle Cattive, e con grida
da spiritate e manate di fango dimostrarono contro il Pretore Duca di
Cannizzaro, andato per la solita sua passeggiata alla Marina.
[25] _Maria Pitrè_, _La Kalsa e i Kalsitani in Palermo_. Palermo, 1903.
Specie di colonia di pescatori della Kalsa era la frazione di S. Pietro
nel rione della Loggia, che poi con quella venne a poco a poco
formandone un'altra, parte di pescatori, parte di marinai, nel Borgo,
dove i Lombardi, per ragioni di commercio, facevano vita propria.
Ma dalla Kalsa propriamente detta alla Corte Pretoria (Municipio) ed a
porta di Vicari (S. Antonino) quant'altra gente, diversa per indole e
per occupazioni!
Lattarini coi suoi fondaci aperti a tutti i mulattieri dell'Isola
bastava sola per richiamare a costumi del tutto medievali ed al ceto
meno colto, anzi addirittura incolto, dei comuni anche prossimi a
Palermo.
La gente dell'Albergaria anche oggi ha la non buona riputazione di
litigiosa: e _brigariotu_ vale persona che non tenga peli in bocca, che
non si faccia passare mosca al naso, che non rifugga dallo attaccar
briga per un nonnulla: il rovescio della medaglia delle persone della
Kalsa. Un po' lontanamente nelle inclinazioni medesime tenevan dietro
alle persone dell'Albergaria, quelle del Capo nel quartiere di
Siralcadi.
Siamo alla Kalsa e vogliamo percorrerla un tratto.
Nelle vie dell'Alloro e di Lungarini, a pochi passi dai tuguri della
povera e rassegnata gentarella che vi si addensa, sono palazzi dalle
ampie ma semi-buie corti, dai riposati scaloni, dalle luccicanti sale,
ove i Marchesi Abbate, della Sambuca, di S. Gabriele, di Bonagia,
lussureggiano di magnificenze. I credenzieri vi hanno le loro case, la
loro chiesa i cocchieri, che nella processione del Venerdì Santo
affermano la loro prestanza fisica e la aristocratica dei loro padroni
nelle dorate livree e nelle bianche parrucche.
Ecco il monastero della Pietà, già palazzo Abbatellis, dalla strana,
unica sua porta d'ingresso (sec. XV); ove pietose monachelle ogni anno,
al domani di Pasqua, non tralasciano di recitare in suffragio degli
Angioini freddati nel Vespro Siciliano l'uffizio dei defunti.
Imboccando la strada Butera, il palazzo di questo nome, ultimamente
ingrandito con lo spazio del demolito baluardo del Tuono[26], e che si
ingrandirà ancora dell'altro (1798) verso porta Felice, accoglie con
isplendore reale ed ospitalità tutta siciliana sovrani e principi,
ambasciatori e ministri. La via è come ostruita dalla parrocchia di S.
Niccolò Anita la Kalsa, la quale ad oriente guarda porta Felice, ed a
tramontana l'ospedale di San Bartolomeo. Fissiamolo bene questo cimelio
d'arte innanzi che il tempo lo spazzi.
[26] 3 Marzo 1768. «La casena, ossia baloardetto di Porta Felice, a lato
la strada Colonna (Marina, Foro Italico) fu concessa dal Senato ad
Ignazio Lanza-Stella, Duca di Camastra, figlio del Pretore Principe
della Trabia». _Villabianca_, _Diario della città di Palermo_, in
_Biblioteca storica e letteraria di Sicilia_, di G. Di Marzo, v.
XIX, p. 88. Palermo, L. Pedone Lauriel.
L'architettura medievale dell'Isola v'impresse la delicatezza delle sue
linee. La finestra sulla porta d'entrata gareggia con quella di S.
Agostino. Il campanile ha sagome che ricordano quelle della Cattedrale
coi loro archi dolcemente acuti e le ogivali di purezza inappuntabile.
Guai se il cav. Fuga vi mettesse gli occhi!
Tutte le cure del Senato nel chiamarvi i più eletti parroci, nel
mantenervi il culto più attivo[27], non impedirebbero ch'egli vi
ripetesse, come _in corpore vili_, l'opera devastatrice del maggior
tempio della Capitale[28].
[27] Il Senato si occupava con manifesta predilezione della casa del
Parroco, della rifusione delle maggiori campane e d'altro che
accrescesse il lustro di questa parrocchia. Vedi nell'Archivio
Comunale di Palermo gli _Atti del Senato_ medesimo, a. 1789-90, p.
79; 1797-98, pp. 46 e 53; _Provviste del Senato_, a. 1796-97, p.
380.
[28] Ma ahimè! il tremuoto del 1823 ne rovinò una parte, ed il Governo
di Napoli, per alte influenze palermitane, permise la demolizione
di tutto l'edificio!
Tre grandi palazzi, sorgenti sulla medesima linea e ad eguali distanze,
dalla parte orientale alla occidentale della città, dal basso all'alto,
furon teatri di avvenimenti drammatici nella storia cittadina: il
palazzo Chiaramonte, ora dei Tribunali, il Pretorio, e quello del
Vicerè, ora Palazzo Reale.
Che epopea d'arte, d'avventure romanzesche, di fasti religiosi e civili
il palazzo Chiaramonte! Qui il fondatore Manfredi raccoglieva il fiore
del baronaggio siciliano, traendo legittimo vanto dalle geste
cavalleresche probabilmente della Casa Clairemont di Francia fatte da
lui dipingere nel soffitto del grande salone. Qui, vinto da Martino II,
lasciava sul palco la testa Andrea, uno dei quattro Vicari del Regno
dopo la morte di Federico III il Semplice, padre della minorenne Maria.
Qui il libidinoso vecchio Bernardo Cabrera Conte di Modica con comico
insuccesso assaliva la bella Regina Bianca di Navarra involantesi da lui
verso il Castello di Solante. Qui Luca Squarcialupo assediava il Vicerè
Ettore Pignatelli, e la plebe in rivolta uccideva e precipitava giù
dalle finestre i giudici della Gran Corte. Qui i piccoli Torquemada
degli uomini e dell'arte martoriarono temerarî ed isteriche, visionarî e
maliarde, e tagliarono architravi e ruppero colonne, che erano gioielli
della migliore architettura dell'epoca aragonese. Dal sommo del
prospetto rispondente sul Piano della Marina qui si precipitarono i
trasgressori delle leggi della pubblica salute nei giorni paurosi di
pestilenza. E qui, nelle notti scure e rigide d'inverno, quando il vento
vi fischia sinistro, par di sentire come cupi gemiti di sepolti vivi e
strida orribili di torturati e mormorii confusi ed imprecazioni feroci
di giocatori al Lotto, interrotte dal monotono battere dell'immenso
orologio, nel quale il poeta Meli ravvisò la grandezza dell'occhio di
Polifemo.
Nell'andar su pel Cassaro, le vie laterali scompariscono al multicolore
bucato teso tra un balcone e l'altro, tra una ed un'altra finestra. E
non ci vuole di più per comprendere che si è in un paese del
mezzogiorno, se pure non lo accusi quell'attentato permanente ai piedi
dei passanti che è il ciottolato delle strade.
A destra è sempre la chiesa di S. Antonio, centro della città, donde
partono gli avvisi dei generali Parlamenti del Regno e dei pubblici
consigli, e le chiamate impellenti degli uomini atti alle armi, quando
pericoli di corsari minaccino la sicurezza della vita e delle
sostanze[29].
[29] _Villabianca_, _Diario_, in _Biblioteca_, v. XX, p. 305.
Più in su a sinistra sorge il Palazzo Pretorio con le sue tre porte, una
delle quali, quasi per irrisione, serba ancora l'antico motto: _Pax huic
domui._
E pace sia!
In alto, sul cornicione, di fronte alla chiesa dei Teatini, furon sempre
di orrore due gabbie di ferro, nelle quali stavano chiuse le teste di
due giustiziati per delitto contro la fede pubblica e l'Erario del
comune: Francesco Gatto (1611) e Carlo Granata (1721), cassieri della
Tavola (Banco).
La fontana del cinquecento è sempre lì maestosa, ma le sue statue, più
che scollacciate, ignude, offrono ancora le cicatrici dei nasi rotti per
una vendetta, dicesi, compiuta dai Messinesi[30], o dalla barbarica
abitudine dei monelli -- ed anche dei non monelli -- di guastare
cosiffatte parti nei simulacri in marmo. Ad un prelato della famiglia
Sermoneta di Roma, venuto a visitare Palermo (1773), fu assicurato la
impudicizia di quelle statue essere stata in parte corretta da un suo
antenato, (il Vicerè B. Francesco Caetani, dianzi citato) per riguardo
alle monache di S. Caterina[31].
[30] _Pitrè_, _Usi e costumi_, vol. II, pp. 351-54. Palermo, 1889.
[31] _O. Caetani_, _Observations sur la Sicile, par Son Excellence Mgr._
_Caetani_, _en 1774_, p. 5. Roma, 1774.
Dal lato di S. Giuseppe rendevano una volta gaia la piazza i fiorai
della città, dagli antichi posti raccoglientivisi a giornaliero
mercato[32], caro ai devoti di chiesa e di galanteria, che andavano a
provvedersi di mazzolini da offrire a santi e a donne[33].
[32] _L. M. Presti_, _Nuova ed esatta Descrizione del celeberrimo fonte
esistente nella piazza del Palazzo Senatorio_ ecc., p. 44. In
Palermo, Epiro, 1737.
[33] L'idea d'un mercato di fiori, che si vuole oggi tradurre ad atto in
Palermo, come si vede, non è nuova.
Se non s'avesse fretta, potremmo guardare ad una ad una tutte le
particolarità di questo edificio, dal secolo XV a noi centro di vita
civile, religiosa e politica, teatro di grida di _Morte!_ al domani di
grida d'_Evviva!_ ad un medesimo personaggio. La visita ci stancherebbe
forse, perchè non poche son le curiosità da vedervi anche dopo
l'orribile scempio dell'Armeria perpetrato all'ultimo piano dalla
plebaglia pazza d'incosciente devozione pel suo Pretore Principe del
Cassaro nei tumulti del 1773. Non tutto, peraltro, potremmo visitare,
giacchè nel quartierino del Pretore non è permesso di metter piede: e
quello superiore della rappresentanza, dopo i tumulti, non è sempre a
tutti visibile come lo è l'urna dei privilegi di Palermo, specie di arca
santa messa sotto la tutela d'una immagine della Immacolata.
V'hanno arazzi di squisita fattura e suppellettili di non ordinaria
bellezza, e tutto un corredo di argenteria, che attesta munificenza di
Pretori e dignità di Senato. E sopra, di fronte a S. Caterina, sono
ancora seimila tra archibugi grandi di archiglio e serpentina
(_zuffioni_), ed elmi e corazze e cimieri e bracciali ed altre armature,
buone a mettere in pieno assetto un esercito per la difesa della
capitale.
Chi ne voglia, però, sapere qualche cosa si affidi al Torremuzza ed al
Villabianca, che gliene diranno per filo e per segno[34].
[34] _Gabr. Lancellotto Castello_, _Le antiche Iscrizioni raccolte e
spiegate_. In Palermo, MDCCLXII. -- _Villabianca_, _Palermo
d'oggigiorno_, v. I, p. 45, e _Diario_, in _Biblioteca_, v. XX, p.
300; v. XXVI, pp. 376-77.
Noi potremo solo esaminare il portico, a tutti consentito di guardare.
Vi sono statue in marmo: un David battezzato per Giovanni da Procida; un
uomo in abito consolare con una matrona allato, ricordo di non so che
lega tra Roma e Palermo: e che forse raffigura due coniugi romani. Un
magro genio di Palermo col motto _Fidelitas_ in uno scudo è sostenuto da
mezza colonna di porfido, e seduto sopra un sasso, col solito detto:
_Panormus conca aurea, suos devorat, alienos nutrit_: e vi sta fin da
quando il Pretore D. Francesco del Bosco lo esumava da luoghi sordidi
(1596). Nella medesima linea è un'urna cineraria, la cui recente
iscrizione, male imitante le forme antiche, vuol confermare la vantata
lega, essendo console per Roma in Sicilia Cecilio Metello.
La gente però si ferma volentieri innanzi a due statuette ignude: e vi
si ferma non perchè tali, ma perchè ha sempre sentito narrare sul conto
loro una certa storia, un po' triste, un po' allegra, che serve
d'ammaestramento a chi abbia la tentazione di litigare. Il pittore
Houel, messosi un giorno a disegnarle entrambe ebbe raccontato:
«Due fratelli piativano in questo Palazzo. La lite era di somma
importanza, e tutti tenevano gli occhi fissi su di loro. Inesprimibile
l'ardore che essi mettevano nella causa; l'agitazione, la fatica, la
contenzione d'animo influì tanto sul temperamento dell'uno, che, appena
udita la sentenza contraria, la sua statura s'accorciò improvvisamente
d'un piede; mentre fu così viva la gioia dell'altro che le sue membra si
allargarono, e di più pollici s'ingrossò la sua corporatura. Il duplice,
strano prodigio sorprese tanto che si pensò a far eseguire due simulacri
della grandezza dei due fratelli dopo la loro trasformazione: ed
eseguiti, si collocarono alla porta del Palazzo senatorio ad
ammaestramento dei litiganti; i quali, peraltro, non si correggono
mai»[35].
[35] Il David si perdette nel tremuoto del 1823, e col David il Mercurio
e le misure esistenti nell'atrio. Le gabbie di ferro, già vuote,
furon fatte togliere dal Principe Lanza di Scordia nel 1836, appena
nominato Pretore. Le teste, con le armi, erano state buttate giù
dalle finestre nel 1773.
E dire che le due statue leggendarie rappresentavano, l'una un Antinoo,
l'altra un Mercurio! L'Antinoo è sempre lì al municipio; il Mercurio, da
buon mezzano, prese il volo[36].
[36] _Houel_, _Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de
Lipari_, t. I, p. 66. Paris, 1782.
La leggenda venne testè con notevoli varianti raccolta dalla bocca
del popolo. Vedi _Archivio delle tradizioni popolari_, v. II, pp.
547-49. Palermo, 1883.
A scanso di molestie, nell'uscire non ci voltiamo nè a destra nè a
sinistra. Sui due lunghi sedili, a piè del palazzo, stanno accoccolati
straccioni e miserabili sollecitanti elemosine e grazie: e son già
troppi quelli che s'incontrano per la città, la quale ne è tutta invasa!
Constatazione dolorosa: dal lato meridionale del monastero di S.
Caterina e del Palazzo Pretorio evidenti rimasero le tracce dello
sconsigliato tentativo di abbassamento del livello stradale. Voleva
togliersi il rialzo della piazzetta S. Caterina; e, scava, scava, dopo
dodici palmi di terriccio portato via, si scopriron le fondamenta dei
due edificî minaccianti rovina. Si gridò alla improvvida opera, e con
gravissima spesa del Senato dovette subito ricolmarsi il malfatto vuoto.
Malfatto, sì, perchè metteva a pericolo la solidità di antiche fabbriche
solo per vanità della Deputazione delle strade, e, sia detto senza
riserbo, per vantaggio d'uno di essa, il Marchese Giacona, il quale
avendo acquistato una casa nel piano di S. Anna, e riformatala, ad
ottenere il comodo di uscire in carrozza per la più corta via nel
Cassaro (salita Giudici, via S. Caterina, piazza Pretoria) sacrificava
al suo privato il pubblico interesse[37]; esempio pernicioso ai futuri
amministratori del Comune!
[37] Questo nell'anno 1782, Vicerè il Caracciolo, annuenti il Regalmici,
il Castelnuovo, il Prades, il Cefalà, deputati per le strade!
_Villabianca_, _Diario_, in _Biblioteca_, v. XXVII, pp. 415-16.
Torniamo alla piazza Vigliena, da poco stata proclamata nobile[38].
[38] _Atti del Senato_, a. 1775-76, p. 8.
Otto altri sedili accoglievano altri disoccupati in attesa di chiamata.
Chi per avventura si affacciasse dalla ringhiera della Casa dei padri
Teatini (S. Giuseppe), o da quelle del palazzo Jurato (oggi Rudinì),
Napoli, Gugino (Bordonaro), poteva bene indovinare, a certi loro
strumenti, che mestiere essi esercitassero. Ve n'erano con una cazzuola
in mano, e questi eran muratori; ve n'erano con grandi pennelli:
imbianchini; i falegnami aveano una sega; i fontanieri, una specie di
elmo di ferro in mano ed una martellina; i cocchieri, una frusta; e non
occorreva cercare insegne per i lacchè, i servitori, i barbieri, ed
altri oziosi forzati e volontarî, i quali davan la misura del disagio
delle classi operaie. Nel 1777 un ingegnere della marina francese li
trovò armati di spadini: il ciabattino dal grembiule di cuoio e dal
sudicio vestito; il parrucchiere dal sacco pieno di cipria. Inoltre
qualunque artigiano, uscendo di casa nel costume proprio del mestiere,
andava armato d'un'ampia e vecchia parrucca, sovente d'un paio
d'occhiali inforcati sul naso[39].
[39] _C. S. Sonnini_, _Voyage dans la Haute et Basse Égypte_, t. I, p.
45. A Paris, Chez F. Buisson. An 7 de la République.
Poco discosto, presso la chiesa di S. Giuseppe, s'aggruppavan preti e
sagrestani privi d'elemosina di messe e senza occupazione; ed al lato
opposto nella Calata dei Musici, la virtuosa canaglia, presso la quale
gironzolava questuando qualcuno dei «figliuoli dispersi» del
Conservatorio del Buon Pastore, in attesa di rientrare la sera nel pio
Istituto[40].
[40] _Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore dei Figliuoli
dispersi di questa Capitale_, pp. 9-10. In Palermo, MDCCXLVIII.
Gente di bassa estrazione, facchini, lettighieri, si sarebbero cercati
invano qui. Gli uni stavano alla _posta di li vastasi_, nella via dei
Chiavettieri, presso la Vicaria, dove a quando a quando gridavano: _Cu'
mi chiama, cà sedu!_ i seggettieri, -- portantini di sedie volanti --
nelle loro vie dell'Albergaria (Lomonaco-Ciaccio) e del Monte di Pietà,
e i _cancelli_, vetturali da soma[41], nei dintorni della chiesa di S.
Maruzza, che da essi prende il nome, nella piazzetta di S. Cosimo[42].
[41] _Canceddi_ erano appunto i guidatori di bestie da soma, così detti
dallo arnese a guisa di forbici che stava levato sul basto, e che
chiamavasi appunto _canceddu_.
[42] _Atti del Senato_, a. 1790-91, p. 132.
Mastro Bernardo Rusciglione, dalla sua classica panca vendeva nelle
Quattro Cantoniere acqua diaccia di estate, acquavite, centerbe,
_mmiscu_ d'inverno. E d'inverno, appunto, col piano della pavimentazione
delle vie, le piogge correvan giù impetuose al mare, e le Quattro
Cantoniere diventavano un lago, a traversare il quale, non bastando i
passaggi tenuti dal Senato[43], chi non era un disgraziato, si lasciava
caricare a spalla da uno dei tanti marangoni che per un grano a persona
facevan da S. Cristoforo.
[43] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, pp. 270 e 274.
Qualche viaggiatore, venuto a svernare tra noi, pensò di far sapere a
chi non se l'era mai sognato, che Palermo era una città divisa da un
fiume ed unita da ponti. Il fiume sarebbe stato l'Oreto; i ponti, a
vedere, i pezzi di legno di passaggio, dei quali era incaricato il
famoso mastro Agostino Tumminello!
Se volessimo per un momento andare oltre, dovremmo sguisciare tra la
folla che assiepa la strada. Tanta gente parve ad un inglese maggiore di
alcune vie popolate di Londra[44].
[44] _J. Galt_, _Voyages and Travels_ ecc. _containing Observations on
Gibraltar, Sardinia, Sicily, Malta_ ecc. Second Edition, p. 20.
London, T. Cadell a. W. Davies, 1813.
Più sotto incontreremmo «uno stuolo di mercatanti seguiti da una turba
più folta di piccioli rivenduglioli, o rigattieri, e traffichieri minori
di basse merci di comodo e di vantaggio alla povera gente». Troveremmo
sarti e calzolai lavorare all'aria aperta, proprio nel Cassaro, e in
tanto numero, da sorpassare ogni immaginazione; e, sparsi per terra,
libri usati e, in varie fogge distesa, roba vecchia[45]; e resteremmo
confusi alla ressa di altri venditori, i quali con panchette,
attaccapanni, tavole, sporte, paniere, canestre prendon posto sulle
sponde (marciapiedi); e qui, presso la Piazza, nelle quattro vie che in
essa convergono, più che mai all'apparato di stoffe e di abiti che
impedisce la vista, ed alle seggette (portantine) che barricano
dappertutto, alla moltitudine di uomini, ai quali solo da pochi anni,
per la riforma delle maestranze, è stata fatta libertà di gridar la roba
che spacciano, libertà non prima concessa[46].
[45] _C. Santacolomba_, _L'Educazione della Gioventù civile proposta ai
Figliuoli del R. Conservatojo del Buon Pastore_, p. 374. In
Palermo, MDCCLXXV.
[46] Che cosa sia questa, ce lo dice il Santacolomba (p. 372): «Gente
civile che assiste al foro, agli scagni, alle officine di computo,
ai pubblici e privati archivj, alle dogane, ai rogiti di notaj, ed
a simili occupazioni».
Sprigionatici appena, potremmo a destra e a sinistra guardare i grandi
palazzi, ai cui pianterreni son pannerie, botteghe, caffè, con entrate
inegualmente divise da basse colonne sostenenti l'architrave e sópravi
certi quartierini che sembrano gabbie da uccelli e sono abitazioni dei
pigionanti delle botteghe medesime. Non uno spaccio di grasce, non uno
di annona, non un'osteria od altro che non offra carattere di pulitezza.
Antiche, inviolate ordinazioni del Senato non ne consentono uno nei due
corsi[47].
[47] Nelle _Provviste del Senato_ del 1778-80, p. 521, è un ricorso del
Console e dei consiglieri d'una maestranza della città contro le
persone che vanno _bandiando_ (gridando per le strade) roba.
Sopra le botteghe grandeggiano abitazioni di persone di foro e di toga,
di gente arrendata e di gente di penna[48]; nei «quarti (quartieri)
nobili», alti impiegati e magistrati del vecchio stampo, pei quali
abituale è lo spandere più del pingue stipendio, gaudenti dell'oggi, non
preoccupati del domani delle loro festaiole famiglie. Agli ultimi piani,
sotto i tetti, son le logge coperte dei monasteri, dove in ogni
spettacolo profano, in ogni grande solennità religiosa fiammeggiano
occhi irrequieti, sui quali più oltre senza secondi fini alzeremo
freddamente i nostri.
[48] _Provviste del Senato_, a. 1782-83.
In altre vie, di secondo, di terz'ordine, stanno di casa e di bottega
artigiani; dalla specialità dei loro mestieri prendono nome le vie:
Materassai, Sediari, Formari, Pianellari, Spadari, Cintorinai, Tornieri,
Gallinai. A brevi distanze singolare è il contrasto di vita e di
movimento. Silenziosi i vicoli dei Calzonai, dei Frangiai e dei Mezzani,
che pur danno sul Cassaro; stridenti quelli degli Schioppettieri, dei
Chiavettieri (magnani), e dei Cassari, che intronano le orecchie.
L'ab. Meli raccomanda, rimedio infallibile alla sonnolenza, lo star di
casa ai Calderai, che è, secondo Galt, «il sito forse più tumultuoso di
tutta Europa», dove si ammassano «considerevoli blocchi di stagno per la
manifattura di lampade, forchette e di altri utensili da tavola e da
cucina»[49]. Nel medesimo rione (e deve esser la Kalsa) egli vede pure
una strada tutta di ricamatrici: ed il ricamo è su mussolino di
Caltanissetta, città produttrice di buona tela, come Palermo lo è di
nastri di ogni dimensione e colore per le centinaia di piccoli telai che
vi stanno in continuo moto.
[49] _Galt_, _op. cit._, p. 20.
Sconfortante peraltro è il pensare che molto, moltissimo venga
manifatturato all'estero su materie prime qui prodotte e da qui partite.
Un uomo d'ingegno fa osservare (1793) che l'olio siciliano è di gran
lunga inferiore al medesimo olio che, mandato fuori, ritorna depurato,
meno verde e più squisito; ed aggiunge: essere di pelle siciliana i
cappelli provenienti dall'estero, di potassa nostra i cristalli, di
canape nostra le funi, di lana nostra i panni, di seta nostra molte
stoffe[50]. Carte di archivî privati in Palermo confermano la
osservazione; se mai di conferma fosse bisogno.
[50] _J. H. Bartels_, _op. cit._, III, pp. 827-28.
E sì che questo è il paese nel quale il cav. de Mayer di Vienna trovò
della gente che sa fare un'ascia con una sega!...
Andiamo avanti: piazza di Bologni!
La statua di Carlo V pare la figura d'un cieco che s'appoggi al suo
bastoncello ed allunghi la mano andando tentoni. Ai suoi piedi cresce
dell'erba, ed alla base fan brevi apparizioni pasquinate che tutti
vedono e nessuno sa chi le attacchi: nè i servitori del Principe di
Belmonte che vi stanno di faccia (Palazzo Riso), nè i frati del
Carminello (Tribunale militare), nè i corrieri del Principe di
Villafranca, che vi stanno allato.
Nell'andar su verso porta Nuova copriamoci gli occhi per non veder la
Cattedrale. Dal 1780 l'ingegnere Fuga vi perpetra restauri, che sono
complete trasformazioni. C'era presso i campanili, dal lato orientale,
una torre, ed egli l'ha convertita in cupolone quasi quanto quello di S.
Giuliano; c'erano, qui sulla piazza meridionale, tre ordini di merli e
di finestre, e li ha caricati di tredici cupole e cupolette per
altrettante cappelle edificate distruggendo i muri laterali lungo le due
navate laterali, e pel necessario sfondo alle cappelle guadagnando
terreno a mezzogiorno ed a settentrione. Le statue gaginesche del coro
le ha piantate innanzi queste cupole, e, sopravvanzandogliene, le ha
messe a fianco delle incoronazioni di Vittorio Amedeo e di Carlo III,
sotto il portico! C'era.... c'era tutto un tesoro d'arte siculo-normanna
e non ha avuto ritegno di sfigurarlo, disperdendone le parti più belle!
E per tanto scempio, prima non permesso, poi voluto dalla Corte di
Napoli, si sono spesi centomila scudi, ed altrettanti se ne ritengono
ancora necessarî alla interna decorazione, nella quale neppure un arco
venerando sarà rispettato! E già si parla dell'opera con immenso
vantaggio, e si gongola al pensiero che per la festa del _Corpus Domini_
del nuovo secolo (4 Giugno 1801) il ringiovanito, rifatto tempio verrà
riaperto al culto dei fedeli![51].
[51] Su questo doloroso argomento potrà leggersi la recente _Monografia
sulla Cattedrale di Palermo_ di Mons. _S. Di Bartolo_. Palermo,
1903.
Stringiamoci al monastero dei Sett'Angeli, e, senza guardare al
vandalismo dell'abside e del lato settentrionale del sacro luogo,
rasentiamo la chiesa della Incoronata, che vide giurare rispetto a
diritti siciliani sovente conculcati. Pietro d'Aragona, al domani del
Vespro, vi prese la corona. Alla porta del Palazzo arcivescovile sta
sempre attaccata un'elsa che ricorda quella con la quale Matteo Bonello
avrebbe squarciato il petto di Maione, triste ministro di più triste
sovrano (Guglielmo I).
E siamo già nella maggiore piazza della città, in faccia al più grande
edificio: il palazzo vicereale.
Anche dopo la scomparsa delle sue primitive torri, esso fu fortezza
custodita sempre da alabardieri, quando spagnuoli, quando tedeschi,
quando svizzeri, e munita di cannoni dominanti da solidi terrapieni la
città. Ogni parte di esso è un monumento, ogni monumento una pagina di
dolore, di fremiti, di dolcezze.
Considerazioni diverse, liete e tristi, suscita la sala ove lo svevo
Federico II accoglieva il fiore dei dicitori in rima, e, contrasto
lacrimevole, le laterali carceri della torre _ioaria_ o _rossa_, ove per
ordine di lui venivan fatte morire d'inedia donne d'alto legnaggio, ree
d'esser mogli di baroni, veri e presunti ribelli[52]. Il Vicerè march.
de Vigliena per tutto suo piacere ruppe l'antica armonia dell'edificio.
Al domani della rivolta del D'Alesi, il card. Trivulzio, malevolo verso
il popolo, irriverente verso la chiesa, la fortificò di due baluardi
(1649) distruggendo il tempio della Pinta fondato da Belisario, capitano
di Giustiniano Imperatore: tempio rimasto celebre per l'_atto_ che da
esso prese nome. Quella che è ora scuderia (risibile fortuna delle umane
cose!) fu aula dei Parlamenti della nazione: ed un affresco, che
riproduce l'apertura solenne di uno di essi, sta di fronte ad un altro:
che è tutta la messa in iscena di un auto-da-fè. Sulla volta della nuova
sala dei Parlamenti, nei piani superiori, il principe di Caramanico fece
dipingere la Maestà regia, protettrice delle scienze e delle arti
(1787). S. M. però la volle più tardi cancellata per farvi dipingere dal
Velasquez le forze di Ercole, delle quali, non più giovane, Ferdinando
III si sarà compiaciuto più che dell'arcadia allegoria.
[52] _T. Fazello_, _De rebus siculis, Decades duae_. Dec. II, lib. VIII,
ed altri autori citati da _Pitrè_, _Fiabe, Novelle e Racconti pop.
sic._, v. IV, n. CCXCV. Palermo, 1875.
Vicerè e Presidenti del Regno vi ricevettero baciamani di patrizî ed
inchini di dame, piati di litiganti e suppliche di rei, voci di plauso
ed urli di sdegno; e tra sorrisi e lacrime, tra carezze e minacce, tra
condanne e grazie passarono non pure il decretato triennio, ma anche la
conferma di altri triennî, invocata al monarca dai tre Bracci
parlamentari che sovente li detestarono.
Vediamone qualcuno di questi potenti, che fecero tremare mezza Sicilia,
ma che pur tremarono la parte loro al ruggito di una sommossa. Li
troveremo dipinti nell'anticamera dei vicereali appartamenti, ritti,
imponenti come per dirti: -- Guarda chi siamo! --
Ecco la mingherlina figura di D. Giovanni Fogliani de Aragona, Marchese
di Pellegrino (che però non è il nostro diletto monte!). Chi gli avrebbe
mai detto che in un momento d'inconcepibile tumultuazione delle
maestranze sarebbe stato mandato via? egli così affezionato al paese,
egli che ne cercò, come meglio seppe, il pubblico bene, che ne sostenne
con larghe limosine i poveri, ne protesse in ogni maniera la sicurezza!
Oh andate ad aspettarvi la gratitudine dei popoli! Che bel parruccone
questo suo! Dal 1770 in poi non se ne vide uno più prolisso; come non si
vide viceregno più lungo del suo; la bellezza di quasi diciott'anni! Il
suo naso potrebbe far credere ad un avido succhiatore di sangue; ma le
sue opere furono di uomo bonario quasi altrettanto che il Principe di
Caramanico, col quale ebbe parecchi punti di somiglianza. Perchè,
entrambi ebbero un gran debole per le feste e la nobiltà; entrambi
amarono il sapere e ne protessero generosamente i cultori; e come il
Fogliani non se ne sarebbe andato senza la frenesia popolare, così
questo vi sarebbe forse rimasto con la fiducia del Sovrano, se la morte
non lo avesse colto all'improvviso.
Ecco Marcantonio Colonna, Principe di Stigliano, magro, diritto, dal
corto parrucchino e dal bastone.... coi fiocchi. Come splende l'anello
che porta al mignolo! Si direbbe che egli se ne tenga quanto della
discendenza dal Vicerè suo omonimo, quanto delle carezze che riceve dai
titolati e che ai titolati largamente profonde, quanto delle ordinanze
che emanò a favore dell'annona e contro la forza operaia nei baluardi.
Dicono avesse velleità poetiche; ma il ritratto non lo accusa: e nessuno
sognò mai che partendo malaticcio da Palermo potesse perpetrare versi di
amore, come quelli per _La partenza da Clori_, trovati autografi nel suo
scrittoio:
Sorge l'infausta aurora,
Deggio partir, ben mio.
Ti lascio in questo addio
Un pegno di mia fè....
Ma già il nocchier s'affretta
Le vele a sciorre al vento.
Ecco il fatal momento.
Mi sento ohimè mancar!
Il Principe che si sdilinquiva per la poetica Clori, era marito, padre e
nonno!...
Ecco D. Domenico Caracciolo, Marchese di Villamajna. Disimpacciato dal
vicereale paludamento, tende in avanti la mano in atto imperioso:
espressione della sua indole autoritaria in lineamenti comunali, che mal
rivelano la irrequietezza del suo pensiero. Quell'atto compendia la
storia di un governo: cinque anni di scatti e di calme, di vittorie e di
sconfitte, di esaltamenti e di depressioni: lotte continue tra un
carattere non pieghevole a transazioni e la necessità di ripieghi, che
furono scomposta rassegnazione e dovettero parere indifferenza.
Che vita di agitazione quella sua! Che rumore di discussioni attorno
alla sua condotta! Ogni ordine di cittadini ebbe parole violente
all'indirizzo di quest'uomo, che affettò il più profondo disprezzo della
pubblica opinione. Gli artigiani fremettero d'aver avuto tolto lo
spadino dal fianco e di essere stati diminuiti nelle antiche loro
rappresentanze; i civili, impermaliti delle restrizioni al libero
esercizio delle loro professioni, lo misero alla gogna; i nobili, in
odio ai quali egli, cadetto, ma portatore di titoli nobiliari, ridusse
loro gli sconfinati privilegi, lo detestarono del pari che gli
ecclesiastici, altri bollandolo come paglietta napoletano, altri
additandolo novello Argante,
D'ogni Dio sprezzator, e che ripone
Ne _lo scettro_ sua legge e sua ragione.
E in questa sala, ov'egli protende il dito altezzoso, si ripercuote
ancora la sua voce altisonante: e la storia non tace il po' di bene che
egli fece in mezzo al molto che non gli fu consentito di fare: ma non
dimentica che agli occhi di chi lo conobbe appena tornato in Napoli
l'antico ateo diventava ligio alla Corte Romana ed a quel pontefice che
egli avea chiamato il gran muftì, e che l'uomo gaio appariva un
buffone[53].
[53] _Gorani_, _op. cit._, t. I, pp. 165-67. Altri giudizi da leggere
sul Caracciolo sono in _Villabianca_, _Diario_, in _Biblioteca_, v.
XXVII, pp. 317-22; v. XXVIII, pp. 46-48. -- _V. Mortillaro_,
_Leggende storiche siciliane dal XIII al XIX secolo_, seconda
ediz., pp. 174-76, 182-83. Palermo, Pensante, 1866. -- _La Lumia_,
_Un Riformatore_, in _Studi_, v. IV, p. 614. Pal. 1883. -- _G.
Bianco_, _La Sicilia durante l'occupazione inglese_, pp. 6-8 e nota
1. Palermo, 1902.
Ecco il piacevole D. Francesco D'Aquino, Principe di Caramanico, il
quale tra il plauso dei letterati e gli ossequî dei patrizî sbarcò nove
lunarî fino ai primi giorni del 1795. Ha cinquantasei anni, e ne mostra
dieci di più, non ostante il suo viso rubicondo. Ha naso adunco, ma non
fu un vampiro; fa un gesto di comando, ma solo per posa accademica: e
pare non dimentichi le grazie sconfinate di Maria Carolina che lo
levarono alla non prima sognata grandezza di Vicerè.
Tanta grandezza non può non destare un senso di profonda mestizia. Le
ceneri del Caramanico giacciono inonorate, neglette nella chiesa dei
Cappuccini, coperte da un semplice mattone. Tra' nobili i quali, appena
morto, offrirono di ospitarne la salma nelle loro superbe sepolture, e
la famiglia in Napoli, che si riserbava di richiamarla nella propria, si
interpose la negligenza, lo abbandono, l'oblio!
In mezzo all'uno e all'altro di questi Vicerè superbiscono Presidenti e
Capitani Generali del Regno, Vicerè provvisorî con facoltà quasi
vicereali: il giovialone D. Egidio Pietrasanta, Principe di S. Pietro,
Tenente Generale dell'esercito per la prima assenza del Fogliani (1768);
D. Serafino Filangeri dei Principi di Arianello, benedettino cassinese
napoletano (1773 e 30 Giugno 1774), solenne nel costume di prelato,
modesto in quello di Presidente, involontariamente altero nella mossa
della destra a guisa del Carlo V della piazza Bologni; e D. Antonio
Cortada e Brù (1778), D. Gioacchino de Fons de Viela (1786) e D. Filippo
Lopez y Royo, che pare smentisca il severo giudizio dell'ab.
Cannella[54].
[54] Vedi in questo vol. la lettera di lui.
Da poco nell'antica torre di S. Ninfa, dallo Osservatorio Astronomico si
leva gigante alla contemplazione del cielo l'ab. Piazzi, che presto darà
al mondo scientifico la scoperta della Cerere e la numerazione delle
stelle. «Un re eresse la torre, un altro la destinò a più nobile uso»:
così dice una iscrizione latina sulla porta della Specola, alludendo a
Ruggiero il Normanno ed a Ferdinando III Borbone.
Dalla terrazza di quest'Osservatorio girando attorno lo sguardo, lo
spirito si sublima in una veduta che non ha confronti. La riviera
compresa tra il Capo Zafferano e l'Arenella si stringe ai lambiti del
mare di cobalto, carezzante la città bella. Palermo è tutta dentro le
sue vecchie mura. Logge, cupole, campanili, si contano ad uno ad uno: e
chiese, monasteri, conventi, palazzi, istituti si discernono in mezzo
alle torri di Rossel (Albergaria), di Terranova, di Pietratagliata
(Loggia), di Vanni, di Chirco, di Rombao, della Pietà, di Cattolica,
alla Kalsa, il turrito tra' quartieri.
Le seduzioni politiche dei Vicerè, favorite dalla debolezza del Senato,
tolsero ai baluardi i cannoni, resi, peraltro, inutili alla difesa,
nocivi alle circostanti case. Quei cannoni furono imbarcati per Napoli;
ma lunghesso la costiera altri ne rimasero (una sessantina circa),
all'Acqua dei Corsari, al Sacramento, a S. Erasmo, alla Garita, alla
Lanterna del Molo, all'Arenella ed altri ancora al forte del Castello,
che però il sospettoso Governo tiene con le bocche parte sul mare, parte
sugli inermi cittadini.
Siamo di primavera, e tutta verdeggia la Conca.
Nelle campagne che a vista d'occhio vanno a perdersi a pie' dei monti
Gallo, Belampo, Billiemi, Caputo, Cuccio, Grifone, Gerbino, Gibilrossa,
Solunto, lussureggiano viti ed aranci, olivi e mandorli, agavi ed
opunzie.
L'aspetto di questi monti è d'un colore indefinibile tra l'azzurrognolo
ed il rossastro se nudi; e se coperti di alberi, disseminato di macchie
folte, irregolari, come capricciose, finchè lo comportino le immani
rocce e le piccole balze, dove cadenti in bruschi ciglioni a picco, dove
correnti in dolci linee di curve, di rialzi, di frastagliature, di
punte, lisce, dentellate, taglienti, non tentate mai dalla mano
dell'uomo.
A sinistra, sotto il crine meridionale del Pellegrino, a cavaliere della
collina declinante verso l'Acqua santa, sorgerà tra non guari la villa
Belmonte, ed al lato occidentale la Favorita, che dei rimpianti ozii di
Capodimonte e di Caserta compenserà l'esule Ferdinando. Anche lontane,
anche poco visibili, son sempre maestose laggiù le cospicue ville, anzi
i grandi palazzi di Niscemi-Valguarnera, di Cassaro, di Montalbo, di
Castelnuovo. Ai cipressi del finto eremo, alla chiesetta che questo
fiancheggia, l'occhio distingue la villa Resuttano dalla villa Moncada,
maravigliosa per verzieri, boschetti, labirinti, fontane, peschiere,
statue e viali coperti; la villa Pandolfina dalla Airoldi, il cui
padrone, custode della Legge, ha potuto in onta ad essa occupare un
terreno.... pubblico.
Ed altre ed altre ancora son le ville della fatata pianura, e tutte, più
o meno, si legano senza unirsi, si affiancano senza confondersi, in una
gara di opulenza e di grandiosità, di fastigio e di spensieratezza. Il
Conservatorio delle Croci, avanzo di una di queste ville (Cifuentes),
non è più l'officiale albergo di nuovi Vicerè alla vigilia del loro
solenne ingresso nella Capitale; ma Ospizio pietoso di povere orfane.
Dietro a noi, lassù, è il divin tempio in Monreale; e a destra della via
che ad esso conduce, la Zisa, «il più bel possesso del più splendido dei
re del mondo», secondo la iscrizione araba del coronamento della
facciata dell'edifizio, che Guglielmo I incominciò ed il figlio «a tutta
sua cura volle serbare».
Ma da questa terrazza non tutto ci è dato vedere; saliamo più in alto,
torno torno alla Specola.
La Cuba, che a sinistra fronteggia quella via, è malinconica superstite
degli ameni giardini, pei quali potè esser chiamata: «Paradiso della
terra». Non più con imperiale pompa Arrigo VI vi riceve i commissarî
della Repubblica di Genova, venuti a ricordargli le pattuite
concessioni; non più, novellando il Boccaccio, Federico l'Aragonese vi
tiene la vaghissima Restituta, dai marinai siciliani rapita in Ischia.
Alla orientale immagine dell'Arabo Ibn Gubayr, valentino, intorno i
manieri della Cuba e della Zisa sopravvive la gentile leggenda popolare,
creduta anche dal Fazello, che Cuba e Zisa siano nomi di due figliuole
d'un emiro di Sicilia; e la Cuba è dal seicento quartiere dei militari,
i quali vi compiono l'opera devastatrice del tempo, e la Zisa, più
fortunata, accoglie i Principi Sandoval[55].
[55] Vedi Lettera del Barone Raffaele Starrabba sulla storia
amministrativa della Cuba, nella 3ª _Relazione della Associazione
sicil. pel bene economico_, pp. 59-66. Pal. 1903.
A destra gli orti si alternano coi frutteti, i monumenti antichi
attendono la giocondità dei moderni. Di costa, sulla sponda sinistra
dell'immenso arido letto dell'Oreto, sorge deserta la chiesa di S.
Spirito, ove col novello cimitero di S. Orsola il Caracciolo ha voluto,
proprio al quinto centenario del Vespro Siciliano, confondere nelle
medesime fosse i trucidati del 31 Marzo 1282 coi morti dal 1782 in poi.
E i cittadini ne mormorano ancora come di offesa alle loro sacre
memorie, e le famiglie dispettano di farvi seppellire i loro cari.
Quivi, di fronte, sul poggiuolo di S. Maria di Gesù, i frati Osservanti
furono spettatori dell'eccidio. Ora i loro successori, forse immemori,
vivono la stretta regola di S. Francesco d'Assisi. Nella contrada di
Falsomiele l'occhio corre in cerca del Monastero delle Basiliane, ma
esso non c'è più, e la loro tradizione si continua raffinata nella vita
delle monache del Salvatore nel Cassaro.
Solitario e triste, S. Giovanni dei Leprosi ospita infelici, che la
demenza e la etisia han condannati all'ostracismo. Un cuore di donna li
redimerà presto e li rifarà esseri umani tra uomini. Oh anche la Regina
Carolina ha un po' di carità![56].
[56] È noto che la Regina Carolina, quando venne da Napoli a Palermo,
volle sollevare la tristissima sorte de' poveri infermi chiusi in
quest'Ospizio, facendoli trasportare in città e dividere secondo la
natura delle loro malattie. Da questa sovrana disposizione,
inefficace allora, ebbe molto più tardi origine l'Ospizio dei
matti.
Lì presso, sul greto del fiume, è il ponte dell'Ammiraglio del Conte
Ruggiero, Giorgio d'Antiochia, e sulle scarse acque vagolano di notte in
bianche vesti le anime dei giustiziati sepolti nella vicina chiesa di S.
Antoninello. E non molto discosto l'arabo castello della Fawarah o
Maredolce, voluttuosamente cantato da' poeti musulmani; tra' quali fu
chi disse: «Ciò che ho descritto l'ho visto coi miei occhi; ed è certo;
ma se sentissi racconti di delizie eguali a queste, io li reputerei
invenzioni assai sospette».
Spiccata la differenza di vita e di natura, di storia e d'arte in questa
variopinta Conca d'oro! A destra tutto parla del passato; a sinistra
tutto brilla del presente; là tutto è vecchio; qua tutto è nuovo. Ad
ogni passo che si muova da quel lato è un'orma profonda di emiri e di
principi normanni; ad ogni passo che si faccia da questo, è un'eco
solenne di nobili palermitani. Non alla Guadagna, non a Falsomiele, non
a S. Maria di Gesù ha cercato l'aristocrazia dolci riposi, ma più in là,
più in là ancora, alla Bagheria; e dall'altro ai Colli. Dove cappelle,
palazzi, flore sorgevano a testimoniare la sapiente grandezza dei
Chiaramontani fiammeggiarono roghi paurosi ed echeggiarono strida
raccapriccianti.
L'occhio è già stanco: rientriamo nel santuario del Piazzi. Guardato o
no, il mare splenderà sempre ai raggi fulgenti del sole; l'aura
carezzerà alberi e piante, ed al sorriso perenne d'un azzurro purissimo
il cielo sarà sempre in perpetua festa di bellezza e di sublimità.
È tempo ormai di lasciare questo incanto, senza neanche affacciarsi là
ove prima avremmo dovuto lungamente deliziarci. No, la Cappella palatina
non va profanata con uno sguardo fuggevole alla guisa dei futuri
_touristi_ del sec. XIX. Visita di questa maniera potrebbe far credere
ad incoscienza quel che è semplice nostra imperizia. La sorpresa che al
primo entrarvi colpisce, lo stupore che invade appena alla temperanza
della mite, dolcissima luce cominciano a scintillare i fulgidi mosaici,
a disegnarsi gli arabeschi, a profilarsi le figure, a comporsi in un
tutto l'armonia architettonica di quel tesoro d'arte, che pare prodigio
di celesti ed è opera di uomini, toglie all'ammirazione la parola.
Qui potrebbe, pel molto ancora che ci resta, troncarsi la nostra
passeggiata; ma vi son cose che non dobbiamo trascurare. Noi non abbiamo
idea di quel che sia un rione popolare della città; l'Albergaria ne è il
tipo: e facile è lo andarvi per la discesa del Piano del Palazzo sino
alla piazzetta dei Tedeschi, ove alabardieri alemanni, guardie del corpo
dimorano.
Noi non ci avventureremo in questo laberinto di straducole anguste,
meandri tortuosi che si aggirano ed avvolgono, di usci che mettono in
ignoti chiassuoli, di tane ove così di sovente brulicano come vermi
esseri umani. A noi non importa se intatte siano le vecchie casupole,
inalterati i nomi dei vicoli e dei cortili, fresca la memoria di scene,
due, tre volte secolari; se refrattarî ad ogni novità vigano i costumi
d'una volta. Potremmo tutt'al più mettere il piede nel vicolo di quel
Matteo lo Vecchio che fu il più efferato aguzzino sotto il breve
tempestoso regno di Vittorio Amedeo e maestro insuperato nell'arte di
ordir calunnie, preparar denunzie, eseguire catture, onde di poveri
accusati le carceri pullularono. Potremmo affacciarci all'antro
recondito ove Anna Bonanno, la famigerata vecchia dell'Aceto, manipolò
fino a ieri (1782) beveraggi arsenicati per amanti che vagheggiavano
scellerati disegni sopra molesti rivali; sì che mariti e mogli
misteriosamente finirono. Potremmo anche accostarci a guardare la
finestra alla quale si fermava fanciullo Giuseppe Balsamo, il futuro
Conte Cagliostro, e donde la madre e la sorella di lui fiduciosamente
salutarono W. Goethe, venutovi a conoscerle ed a raccoglier notizie
sulla infanzia del celebre impostore (1787). Potremmo anche deplorare il
sopravvivere di pratiche refrattarie ad ogni umano progresso.
Nient'altro che questo.
Ma nelle strade Maestra e di Porta di Castro rumoreggiano confusamente i
venditori: e non si riesce a sentire neanche i carretti che ci
minacciano alle spalle, carichi di barili di quel di Partinico o di
verdure di Denisinni e dei Settecannoli; nè i venditori ambulanti, che
con le loro immense canestre c'impediscon l'andare, o ci tolgono il
vedere i cento usci ingombri di merci pendenti dagli stipiti od
ammucchiati ai fianchi. Una sequela interminabile di bottegucce ti dà la
mostra di quel che in esse si spacci: dalle brocche e dalle pentole al
nocciolo ed alla carbonigia, dalle funicelle e dagli spaghi alle punte
ed alle cordelle, dalle sporte e dalle ceste alle ferule ed alle
granate: e pane e pasta e carne e gli avanzi delle frutta di inverno.
Quando tu credi di uscir di tanta confusione sboccando a Ballarò, allora
il frastuono accresce lo sbalordimento. Altre botteghe con altre merci
si succedono come rincorrendosi a destra ed a sinistra: ed un vinaiuolo
grida come nella _Fata Galanti_ del Meli[57]:
[57] Canto I, ott. 12.
Tasta ch'è di Carini, veni, tasta!
ed uno spillettaio:
Haju spinguli, agugghi e jiditali,
Haju curdedda pri faudali!
E nel mezzo, tra la gente che deve comprare, e lesina sul quattrino,
_rigattieri_ (pescivendoli), erbivendoli, panettieri, fruttaiuoli: e
comari che cicaleggiano, e facchini che si bisticciano, e monelli che
dagli schiamazzi non fanno udire un nuovo bando che il Senato pubblica.
Più in su, verso il piano del Carmine, o verso quello di Casa Professa,
i _caminanti_ (spacciatori di libretti e stampe popolari) vendono per
due, tre grani le storie di _S. Alessio_ e di _S. Cristoforo_ e quella
di _Piramo e Tisbe_, men ricercata del contrasto tra _la Suocera e la
Nuora_, della _Storia della vecchia che ha perduto il gallo e la
Leggenda delle Vergini_, che Napoli in numero straordinario di copie
riversa su Palermo.
Qui come negli altri rioni fanno le loro frequenti affacciate i soliti
cantastorie col loro ricchissimo repertorio di pratiche religiose per
tutte le feste dell'anno, di preghiere per tutti i giorni della
settimana, di orazioni per tutti i santi di Palermo, di leggende per
tutti i fuorusciti della Sicilia e per tutte le novità più clamorose.
Nuova di zecca quella di _Testalonga_; sempre nuova e sempre vecchia
quella della _Principessa di Carini_, e per poco che ci accostiamo,
udremo la patetica ottava sopra i due sfortunati amanti:
La Vernagallu, beddu Cavaleri,
Di Carini a la figghia fa l'amuri.
Ma cchiù chi cci usa modi 'nnamureri,
«Pri mia fôra (idda dici) Don Asturi».
Iddu la voli in tutti li maneri,
Cci va d'appressu e l'invita a l'amuri;
E currennu, a la fini, da livreri
La junci, e tutti dui dicinu: _amuri_.
Nata di fresco una filastrocca, che a Ballarò si canticchia ad onore e
gloria del Pretore Marchese di Regalmici:
Quant'è beddu stu Prituri,
Ca nn'ha fattu lu stratuni!
Fici 'i Quattru Cantuneri
Pri li frati e li mugghieri....
E ci si ride sopra amaramente pensandosi che mentre si fanno tante spese
di lusso, il costo dei viveri cresce a marcio dispetto di tutte le mete
e di tutti i Pretori.
Intanto che ci troviamo nel più antico e popoloso mercato, non vorremmo
prender conto del prezzo di qualche derrata? Oh sì: esso ci potrà essere
certamente utile. Fissiamo la data: 1798. Ecco: v'è del pane di prima
qualità per dodici grani e tre danari un rotolo; la gente lo vuole a
forma di _guastidduni_ e di _puliddi_ (la forma più grande, cioè, e la
mezza forma): e grida se non è del peso regolare di un rotolo e mezzo, e
magari due, per un tarì. Della pasta bianca come cera di Venezia si ha
per dieci grani e quattro danari. Di carne non si fa molto consumo; e di
Venerdì e Mercoledì e nei giorni di vigilia, non se ne cerca altro che
per gli ammalati, la migliore però si ha a tre carlini e tre danari,
quanto l'olio. Le galline abbondano, ma chi volete che ne mangi a tre
tarì l'una, quando fino a pochi anni sono (1794) costavano due tarì e
sei grani quanto le paga l'Ospedale grande e nuovo? Le uova son tre
grani l'uno; il carbone non va a misura, ma a peso, anche a minuto; ed
un rotolo si paga cinque grani; un quartuccio di vino sette; un rotolo
di sapone, sedici; uno di formaggio, ventotto; uno di sugna, due tarì e
sedici grani[58].
[58] _F. Maggiore-Perni_, _La popolazione di Sicilia_ ecc. pp. 554-555.
Non diversi gli altri mercati, sia quello della Fieravecchia, sia
l'altro del Garraffello, che da poco il Senato, pur biasimandone il
nome, ha battezzato Caracciolo, ed il volgo, _Vucciria_: titolo che un
sedicente romanziere nel 1870 dovea derivare, non già da beccheria
(_boucherie_), ma dalle _voci_ che vi si fanno![59].
[59] _O. Pio_, _I Conventi di Palermo_, romanzo storico in tre volumi.
Milano, Battezzati, 1870.
Questa la città nella rapidissima visita che ne abbiamo fatta. Ma chi
sono, e che sono essi i cittadini alla fine del secolo?
Ecco una breve statistica, buona a far capire molte cose.
Fissiamo la data anche qui: l'anno 1798. La popolazione, secondo
l'ultimo _rivelo_ o censimento, è di 148,138 abitanti. Esistono 38
conventi, 39 monasteri, 152 chiese con 7379 preti, frati, monaci e
monache. (Avvertiamo qui una volta e per sempre che per _convento_ in
Sicilia s'intende monastero, con uomini; e per _monastero_, convento,
con monache; ma di ciò, meglio a suo luogo, cioè nel capitolo dei
_Monaci_ e delle _Monache_).
Moltissimi, come più innanzi si vedrà, i nobili tra autentici e falsi,
tra veri, presunti e sedicenti. Il ceto medio o civile è sempre ascritto
a corporazioni: e tra esse va ricordato il collegio dei medici, quello
degli aromatarî, dei dottori, dei procuratori, dei sollecitatori e le
nazioni dei Napoletani, dei Genovesi, dei Milanesi. Numerosissimi gli
artigiani, divisi, non ostante i vicereali decreti, in maestranze di
argentieri, caffettieri, barbieri, fornai, cocchieri, bordonari.
Queste cifre sono officiali; ma vanno controllate medesimamente che
quelle del censimento del 1774, nel quale per un malinteso interesse
delle loro chiese, i parroci fecero _riveli_ per 216,000 anime, compresi
i sobborghi di S. Lucia e di S. Teresa, dei Colli e di Bagheria, ed
esclusi 6000 ecclesiastici: rivelo così sorprendente da eccitare i
patriottici ardori del Villabianca, che esclamava:
«Faccia Dio onnipotente colla sua infinita beneficenza portare avanti
siffatto aumento costantemente nell'avvenire, e un anno miglior
dall'altro, a gloria del suo servizio ed a vantaggio di essa
metropoli!». Così i parroci potevano di buona fede nel 1774 far credere
al loro ordinario, Monsignor Filangeri, stragrande il numero delle anime
commesse alle loro cure; e nel 1798, forse accortisi dell'errore di
ventiquattr'anni prima, o forse insospettiti della fiscalità
governativa, inacerbita nelle forme più insidiose di contribuzioni
volontarie e forzate, di mete e di balzelli comunali, poterono scendere
al numero che abbiam visto di poco più che centoquarantottomila
abitanti. Esagerazione la prima, all'indomani della rivolta del 1773;
esagerazione la seconda, alla vigilia della entrata delle armi
repubblicane di Francia in Napoli.
E allora qual'è la verità?
La verità non si sa, ma si suppone: e la supposizione è questa: che nel
1774 la popolazione potè essere di circa 184,000 anime, e nel 1798 potè
giungere a 200.000! Così la pensa un bravo nostro statistico, il quale,
ha delle cifre in mano per affermarlo[60].
[60] _F. Maggiore-Perni_, _op. cit._, cap. XXII.
Ora che da buoni palermitani abbiam fatto un po' di giro, guardando dove
l'una, dove l'altra delle particolarità della città nostra, non vorremmo
noi sentire quel che di essa dicono i forestieri? Perchè, altra è la
impressione d'un paesano, altra quella d'uno straniero. Al paesano
sfuggono le cose alle quali egli ha, fin dai suoi primi anni, abituato
l'occhio; mentre quelle medesime cose allo straniero si appresentano,
per poco che egli le veda, come nuove o caratteristiche. Per lui tutto è
curioso: le vie, le case, i monumenti, gli abitanti, e, degli abitanti,
il vestire, il muoversi, il gestire, il chiacchierare. Grande perciò il
contrasto fra il giudizio del nazionale e quello dello straniero: mentre
poi si completano entrambi a vicenda.
Degli ultimi trent'anni del sec. XVIII abbiamo quasi trenta libri di
viaggi in Sicilia. Alcuni si ripetono: e noi, che siam costretti a
brevità, dobbiamo restringerci a pochi, i quali valgono i molti.
Primo nel nostro interesse viene Jean Houel, architetto e pittore del Re
di Francia. Data del suo viaggio: 1782.
«La situazione della città, egli dice, è felicissima; lo spettacolo del
mare, delle colline, delle montagne, trasformandosi in aspetti
deliziosi, rende questo suolo più che adatto a formare artisti. Palermo
è piena di monumenti pubblici, di chiese, di monasteri, di palazzi,
fontane, statue, colonne: non tutto è bello, non tutto di secoli di buon
gusto; ma tutto è buono ad attestare che questo popolo ha amore alle
arti e genio di decorazione.
«Le acque sorgive vi sono abbondantissime, e non v'è rione che non abbia
le sue fonti, per lo più di marmo, tutte ornate di sculture, tutte
d'acque copiosissime».
Questo delle fontane è un ricordo prezioso per noi. Dentro e fuori la
città se ne incontrava sempre qualcuna. Due, per esempio, erano a Porta
Felice, addossate ai grandi pilastroni; due fiancheggiavano, come
vedremo in quella piazza, il teatro della musica alla prossima via
Borbonica (Marina). Tra la prima e la seconda casetta di questa via,
nello spessore della _cortina_ (bastione delle Mura delle Cattive) era
una ricca sorgente, alla quale andavano ad attingere gli acquaiuoli
ambulanti della passeggiata[61], ed a fornirsi pei loro viaggi i legni
ormeggiati alla Cala, come quelli del Molo si fornivano alle due fonti a
lato dell'Arsenale. Ve n'erano a Porta Reale, a Porta S. Antonino. Con
premurosa curiosità additavasi quella nella quale in forma di sirena
l'innamorato Vicerè Marcantonio Colonna avea voluto ritratta la
indimenticabile Baronessa di Miserandino, che gli fece incontrare
avventure romanzesche. Dentro città, una piramidale eravene nel piano
del Carmine (1795); una in quello del Monte di Pietà; altre sotto lo
Spedale di S. Giacomo, alla Fieravecchia, nel piano della Conceria,
nella piazzetta di S. Francesco, alla Bocceria, dietro le regie Carceri.
Eccellente reputavasi l'acqua di Vatticani, nel Cassaro, e l'acqua del
Garraffello, presa a tipo di leggerezza e freschezza in Palermo, a
termine di paragone in tutta Sicilia. E chi lo ignora? Essa a quanti ne
bevevano dava come il battesimo della scaltrezza e della avvedutezza dei
Palermitani. La sua fama giunse fino alla Corte di Napoli; quando questa
giunse a Palermo, volle esserne servita nei caldi giorni di estate,
mentre dell'acqua pretoria beveano abitualmente molte famiglie nobili, i
cui servitori in lucide mezzine di rame andavano a provvedersene all'ora
del desinare.
[61] Vedi il cap. _Marina_.
Cent'anni dopo, molte di queste acque, già proprietà del Senato, erano
parte per vicende telluriche o per appropriazioni indebite scomparse,
parte per dichiarazione dei batteriologi inquinate!
Torniamo ai viaggiatori.
Pel naturalista tedesco Stolberg, «mediocremente larghe sono le vie del
Cassaro e Macqueda: e sarebbero belle se gli abitanti delle case fossero
eletti. Ogni apertura ha il suo balcone a ringhiere ferrate, le quali
danno alle vie un aspetto tutt'altro che bello, specialmente se lavorate
con poco gusto. In certe strade larghe ci si sta come in gratelle di
ferro»[62].
[62] _Graf zu Stolberg_, _Reise in Deutschland, Schweitz, Italien und
Sicilien_, III, p. 521. Königsberg, 1794.
Ad un connazionale dello Stolberg, non pur le ringhiere, ma anche
l'architettura delle chiese, le variopinte decorazioni delle case a
colori stridenti sembrano meridionali[63]; e ad un altro, tedesco
anch'esso, tutto si presenta diverso dal continente[64]: un insieme
singolare e bizzarro, pieno «di vita e di operosità», un paese ove
«anche uno sguardo fugace vede il centro del benessere siciliano:... e
commercio ed arti»[65].
[63] _Kephalides_, _Reise in Italien und Sicilien_, p. 229. Leipzig,
1818.
[64] _Tommasini_, _Briefe aus Sizilien_, p. 17. Berlin, Nicolai, 1825.
[65] _Bartels_, _op. cit._, III, 521.
«L'affabilità ed onestà dei Palermitani, peraltro, rende sommamente
gradito ai forestieri questo soggiorno»[66]. Fatidica poi la previsione
di Houel: «Palermo diventerà una delle migliori città del mondo; l'Isola
della quale essa è Capitale, coltivata come un giardino, potrà essere la
più deliziosa abitazione della terra»[67]. E già nel 1814, per
Kephalides, Palermo era «un vero paradiso!»[68].
[66] _De Saint-Non_, _Voyage pittoresque, ou Description des Royaumes de
Naples et de Sicile_, I.re partie, p. 156. A Paris, MDCCLXXXV.
[67] _Houel_, _op._ e _loc. cit._
[68] _Kephalides_, _op. cit._, p. 221: «Wahrlich, Palermo ist ein
Paradies».
La nostra passeggiata è andata troppo in lungo perchè ci sia consentito
di prolungarla dell'altro. Siamo a mezzogiorno, e si pensa a desinare.
Un'onda di forensi, chi a piedi, chi in carrozzelle, chi in portantine,
scende dai tribunali del Palazzo del Vicerè spargendosi per tutta la
città. Compiuta la _via crucis_ dei loro ammalati, i medici rincasano
stanchi delle sofferenze udite e viste. Scolari d'ogni età e d'ogni
disciplina, fornite le lezioni antemeridiane, si affrettano verso le
loro abitazioni. Le botteghe si chiudono, le strade si spopolano. Un
tedesco che le vide disse: «Come diventi il Cassaro, non può meglio
esprimersi, che paragonandolo alle nostre vie a mezzanotte».
La siesta dura ordinariamente due, tre ore, nelle quali ognuno schiaccia
il sonnellino pomeridiano principiando dalla primavera e finendo
all'autunno ed anche più in là; gli ecclesiastici, dal 3 Maggio al 14
Settembre, ricorrenze commemorative della Santa Croce consacrate nel
detto: _A Cruce ad Crucem._
Poco dopo le vent'ore (4 prima dell'Avemmaria) tutto torna
all'ordinario; il movimento si riattiva, si ripopolano le vie; fanciulli
e giovani raggiungono le loro scuole e, se di vacanza, le _ville_ delle
pie congregazioni alle quali sono ascritti[69].
[69] La Villa Filippina dei padri dell'Oratorio di S. Filippo Neri,
rimpetto il convento di S. Francesco di Paola; la Villa di S.
Giuseppe e poi la Villa di S. Luigi, a pochi passi da questa; la
Villa delle Teste e quella della Sacra Famiglia presso il Ponte
dell'Ammiraglio; la Villa di San Carlo.
In estate, si va alla Marina.
Noi la vedremo più innanzi questa Marina deliziosa; qui non vogliamo,
con una pallida descrizione, sfruttarne l'entusiasmo.
Vediamo, invece, la città di sera.
L'orologio di S. Antonio batte la castellana (due ore dopo l'Avemmaria).
Una volta questo segno imponeva agli artigiani la chiusura delle
botteghe; ora (1787) lascia ad essi le facoltà di tenerle aperte:
indizio della lenta evoluzione dei pubblici costumi[70].
[70] Dall'anno 1787 in poi.
Le porte della città si chiudevan tutte; ma gli abitanti de' sobborghi
ne soffrivano disagio: e più volte ebbero a muover lagnanze al Pretore
contro la vieta pratica, che li condannava a rimaner fuori quando avean
bisogno di entrare; e viceversa. Tra le lagnanze più insistenti eran
quelle degli abitanti presso S. Teresa, i quali domandavano che Porta di
Castro, almeno fino a due ore di sera, rimanesse aperta, come gli altri
di fuori Porta di Termini (oggi Garibaldi), insistevano perchè
l'apertura si protraesse tutta la notte[71].
[71] _Provviste del Senato_, a. 1781-82, p. 114; a. 1784-85, p. 257.
Il Senato concedeva l'uno e l'altro, e S. E. ordinava guardiani _ad
hoc_[72].
[72] _Provviste del Senato_, a. 1784-85, p. 441.
L'appetito viene mangiando: e quei di S. Teresa, «non contenti delle due
ore, chiedevano completa libertà di entrata ed uscita da Porta di Castro
di notte»; e poichè stavolta il Senato facea orecchie da mercante, il Re
emanava provvedimenti in proposito[73].
[73] _Provviste del Senato_, a. 1787-88, p. 248.
Porta Felice, spalancata di estate, si chiudeva a tarda sera d'inverno,
quando, cioè, l'orologio grande dello Spedale di S. Bartolomeo (S.
Spirito) sonava la mezzanotte, se pure l'orologiaio D. Francesco Melia
non pigliava un'ora per un'altra nel caricarlo[74].
[74] _Provviste del Senato_, a. 1790-91, p. 280.
Sul vecchio catenaccio di questa porta scherzavasi con l'indovinello
d'un poeta d'allora:
Cu' fu lu mastru quali fabbricau
Lu catinazzu di Porta Filici?[75]
[75] _Melchiore_, _Poesie siciliane, giocose, sacre e morali_, p. 71.
Palermo, 1775.
La quistione delle Porte era grave, anche per l'ordine pubblico. Alcune
di esse costituivano un pericolo permanente per la morale e la igiene.
Porta di Termini, ad esempio, prolungandosi quanto l'androne sottostante
alla Congregazione della Pace, di giorno era popolata di ciabattini, ma
di sera, essendo al buio, diventava rifugio di malviventi. Porta S.
Antonino di Vicari formava un lungo tratto di via coperta, che era un
orrore. Erasi gridato a perdigola contro la indecenza di certa gente che
vi si andava a ridurre come a luogo innominabile; ma solo il 2 Gennaio
1789 il Vicerè si decise a farla finita. S. E. affidò al Principe di
Mezzoiuso l'incarico delle opere necessarie alla cessazione dell'indegno
spettacolo; ed il bravo Principe, senza pastoie di commissioni, senza
lustre di contratti, fece diroccare un pezzo del bastione, ricostruire
molto più ampia, in linea della via Macqueda, la porta, e nel nuovo
spazio di dentro ordinò botteghe, e di fuori fontane secondo
l'architettura della Porta Carolina (Reale).
Ma le porte non si toglievano; anzi le vecchie si rifacevano o si
rimettevano a nuovo[76].
[76] _Atti del Senato_, a. 1798-99, p. 168. Vedi inoltre un ms. del
Principe Giuseppe Lanza di Trabia, 10 Gennaio 1797.
Meno le due vie principali, il piano del Palazzo, la via Alloro ed altre
di second'ordine, delle quali il Senato prendeva speciale interesse[77],
tenendovi fanali che anche oggi sarebbero singolare ornamento[78]; la
maggior parte della città rimaneva al buio. Solo qualche rado lumicino e
la scialba luce delle lampade innanzi le edicole dei santi rompeva le
fitte tenebre delle viuzze e dei cortili quando la città era immersa nel
silenzio della notte[79]; e se un improvviso lume guizzava, era fugace
come il passaggio d'un signore che, dopo una leziosa conversazione o una
disastrosa partita alle carte, frettolosamente rincasasse accompagnato
da lacchè con torce a vento o da un fedel servo col lampioncino acceso.
[77] _Teixejra_, _op. cit._, cap. XVI, § 204, scriveva nel 1793:
«L'utile benefizio che da tutti si riceve (dalla notturna
illuminazione) è la sicurezza nelle tenebre della notte, ove suole
signoreggiare il delitto».
[78] Vedere i disegni fatti eseguire dal senatore Chacon, nel 1747.
Benchè nell'Archivio Comunale non abbiamo trovato una pratica sulla
illuminazione anteriore al 1818, pure degli appalti per le due vie
principali se ne facevano; e negli _Atti del Senato_ del 1783-84,
p. 132, ve n'è uno concesso a Domenico Calabrese.
[79] Questo silenzio era, una volta la settimana, a quattr'ore di notte,
rotto da un generale scampanio delle chiese della città, in
commemorazione del tremuoto del 1693. Lo volle abolito nel 1834 il
Granduca Leopoldo di Borbone.
Preceduta da un «_cavarretta_», che rischiarava strade e viuzze[80], la
ronda andava in giro. Ogni persona dubbia che incontrasse, la ronda la
fermava, ed il cavarretta con la sua lucerna fissavala di sorpresa. Per
poco che un sospetto cadesse su lei, veniva tratta in arresto.
[80] _Cavarretta_ significò in origine carcere nel castello di Taormina,
secondo Ugo Falcando. Nel sec. XVIII significava colui che nella
ronda portava la lanterna. _Alessi_, _Aneddoti della Sicilia_, n.
127. Ms. Qq H. 47 della Biblioteca Comunale di Palermo.
Una canzone, nata e cantata nel Luglio del 1774, ricorda la severa
pratica:
Pigghiannu la lanterna
Mittennula a la facci,
Chiddu chi 'un avi 'mpacci,
Già vota e si nni va.
La qualificazione di _porta-lanterna_ anche oggi viene applicata al più
spregevole aguzzino, e, per traslato, a chi commette azioni birresche.
La oscurità non poteva non favorire anche il mal costume, fomentato
soprattutto dall'eterno bisogno. Dove quella era più fitta, quivi si
raccoglievano male femine, delle quali era una vera falange. Nel rione
dell'Albergaria esse infestavano luoghi reconditi, attiratevi
specialmente dalla vicinanza dei quartieri militari. Il vicolo degli
Zingari, presso Porta di Castro, parla ancora. In tutta la città però
queste sacerdotesse di Venere si raccoglievano all'ombra delle
conniventi _pinnati_[81], numerosissime anche dopo il provvido
_repulisti_ che ne fece, Pretore il Regalmici, la Deputazione delle
strade[82], e per vecchio costume riducentisi in que' posti del Cassaro
che agevolavano le fermate e ne proteggevan le clientele; onde il titolo
di _cassariote_ col quale le vedremo[83].
[81] _Pinnata_, tettoia o gronda sporgente dai muri degli edificî e
delle case nelle vie.
[82] Il dì 26 Maggio 1783 «la Deputazione delle strade, protetta dal
Vicerè, mandava buon numero di manovali e di fabbri ferrai, i quali
alla militare assaltarono contemporaneamente tutte le piazze di
grascia della città ed altre contrade e vie nelle quali sono
botteghe di venditori di annona, e riformano in guisa da ridurre a
soli quattro palmi di larghezza le _bancate_ (banconi) e le tettoie
che contro le leggi civiche sporgono. Senatore è Gaetano Cottone,
Principe di Castelnuovo. _Villabianca_, _Diario_, in _Biblioteca_,
v. XXVIII, p. 72.
[83] Vedi il Cap. _Oziosi e Vagabondi_.
_Capitolo III._
_PULIZIA E CONDIZIONI IGIENICHE DELLA CITTÀ; BANDI DI PALERMO!..._
Una delle ultime forme, e forse l'ultima, di quella specie di _magna
charta_ della pulizia urbana, che nel suo complesso organico apparve nel
1782[84], sul finire del secolo ammoniva gli abitanti di Palermo de'
loro doveri «per il mantenimento e limpidezza delle strade di questa
città e suo territorio».
[84] _Bando, e comandamento d'ordine dell'Ecc.mo Signor D. Domenico
Caracciolo, Marchese di Villamajna ecc. a petizione ed istanza
della Deputazione eretta da S. M. (Dio guardi) nell'anno 1739 per
il mantenimento, e limpidezza delle strade di questa città, e suo
Territorio_ (in fine, p. XXVIII): _Palermo, die 3 augusti 15 ind.
1782_.
Ne abbiamo preso copia nella Biblioteca dell'on. Principe Pietro
Lanza di Trabia.
Il 22 aprile del 1799, infatti, con tanto di _visto_ del Principe di S.
Giuseppe sindaco, veniva bandito un lunghissimo ordine regio pel decoro
e la nettezza della Capitale e per la salute dei suoi abitanti.
Chi ne scorra oggi i cento e più articoli, non può non riconoscervi un
documento di civiltà moderna: e vorremmo tutto metterlo sotto gli occhi
del lettore se dal farlo non distogliesse la soverchia lunghezza di
esso.
Nella impossibilità materiale di riportarlo nella sua interezza, noi
dobbiamo contentarci di un magro spoglio delle cose più utili a far
conoscere usanze inveterate, e, con esse, condizioni topografiche,
interne ed esterne della città, in mezzo alle quali si movevano padroni
e servi, venditori e compratori, pedoni e cavalieri, femmine e donne; e
carrettieri e vetturali e boari e panicuocoli e fabbriferrai e
fallegnami e rigattieri e perfino cenciaiuoli e spazzaturai.
Il dettato del bando conserva l'antica nomenclatura, dal popolo così
bene intesa, specchio fedele di quella lingua mezzo siciliana, mezzo
italiana, nella quale esso venne originariamente composto.
A quello tra' lettori che non tutto potrà comprendere, gioveranno senza
dubbio le spiegazioni intramezzate al testo; ma forse non basteranno,
perchè troppo di dialetto e di antiche istituzioni locali, non a tutti i
Siciliani d'oggi note, risentono questi documenti, avanzo d'un tempo oh!
quanto diverso dal nostro.
Cominciamo la lunga rassegna.
D'ordine del Vicerè e ad istanza della Deputazione per le strade si
ordina:
«che nessuno, e specialmente padroni di botteghe e conduttori, possa
piantare focolai in mezzo le strade, dentro o fuori città, senza
licenza, per non dare incomodo al pubblico passaggio; e caso mai, il
cufolaio (_focolaio_) non sia più di palmi due, appoggiato al muro delle
botteghe proprie e non già in mezzo le strade; che nessuno getti fuori
di casa immondezze (_spazzatura_), che la sterratura ed altro materiale
di fabbricatura sia portato in luogo designato fuori città, senza
seminarlo per istrada, sotto pena di doverlo riprendere; che i fumalori
(_spazzaturai_) che raccolgono immondezze, non debbono sporcare le
strade; che ogni persona che abbia casa, debba ogni mattina scopare
innanzi di essa la polvere, di estate, innaffiando, e il fango
d'inverno, fin mezzo la strada raccogliendo in monzelli (_mucchi_)
quella roba ad un lato della rispettiva casa o bottega fuori la
rispettiva sponda delle abitazioni senza impedire il passaggio, così
come con le immondezze interne, che poi dai soliti animali per le
immondezze possono essere portati; ma, in ragion dei bandi 10 ottobre
1747, 20 novembre 1751, 18 aprile 1757, 12 settembre 1775; che nessuna
persona possa gettar dalle finestre, balconi, aperture, porte, acqua
lorda, di bagni, orina, bruttezze, immondezze ecc. di giorno e di notte;
che le bancate, pinnate di botteghe, caciocavallari, fogliajoli,
mercadanti, drappieri[85], pannieri, orologiari che sono oltremisura
siano ridotte alla misura voluta, di palmi 4 la pinnata, 2 palmi la
bancata; che non si lascino di notte fossi praticati di giorno».
[85] _Bancate_ ecc., i banchi, le tettoie delle botteghe, i
pizzicagnoli, i venditori di verdure, i mercanti, i venditori di
tele, drappi ecc.
Contro l'ingombro delle vie:
«E perchè li costorieri (_sarti_), spadari, cappellieri, scarpari,
scrittoriari (_moganieri_), maestri d'ascia d'opera gentile e opera
grossa, bottegai (_fruttivendoli_), venditori di qualunque genere di
comestibili ed altre persone di qualsiasi mestiere ed arte, anche quelli
che non hanno bottega, si mettono tanto nella strada Toledo e Macqueda,
quanto nell'altre strade e nelli luoghi pubblici di questa città e
sobborghi con sommo detrimento, con sedili, percie, rastelli, cartelli,
cannestri, boffette[86] ed altri, con le quali si viene ad impedire il
pubblico passaggio alli cittadini, con qualche pericolo, e
particolarmente nel Cassaro di questa città, ove vi è la frequenza delle
carrozze, talmente che non si può sopra la sponda seu catena della
strada Toledo e Macqueda nè per altre strade camminare.... così vien
fatto divieto che più oltre si continui con questi abusi».
[86] _Percie_, ecc., appendi-abiti, rastrelli, corbe, canestre, tavoli.
Assoluta è la proibizione che si occupi in un modo o in un altro il
suolo pubblico:
«I venditori sia per giuoco di cannamelli o di granata, o di miele
d'apa[87] o venditori di fichi d'India che non si possano situare nel
Cassaro o Strada Nuova, Quattro Cantonieri, piano della Corte, Piano
delli Bologni e della madrice Chiesa, siano obbligati tener limpie e
nette così delle foglie di dette cannamele, delli sopravanzi delli
granati, delle scorze di fichi d'India ed altre immondezze, che facciano
li suddetti venditori nelle banchette del Cassaro e Strada Nuova, purchè
non impediscano il passaggio al pubblico in quelle parti ove saranno
dalla Deputazione per le strade situati; come pure li venditori di fichi
d'India, che vanno camminando per la città con le cartelle (_corbe_),
non possono fermarsi in nessun luogo portando con essi altra cartella
per cogliere le scorze di detti fichi, e questo per non sporcare li
luoghi, strade e fontane pubbliche; come pure lo stesso si proibisce
alli venditori di celsi neri (_gelse more_).
[87] Cannamele, melagrane, dolciumi.
«E più essendosi osservato che tanti tengono nelle strade, avanti le
loro rispettive porte, delle mangiatoie per cavalli, asini, muli ed
altri animali, con grave pericolo ed incomodo di chi passa, si ordina
che fra il giro di giorni 15 dalla pubblicazione del presente bando si
debbono disfare».
E per altre maniere d'ingombri delle vie:
«Avendosi osservato la mostruosità delli venditori di robbe, che si
situano nelli Quattro Cantonieri di questa città, con perdersi la
visuale di quel bellissimo ornamento, come di essere di impedimento al
pubblico passaggio; per tanto si ordina, provvede e comanda che nessun
venditore di qualsiasi robba abbia in avvenire da pratticare detta
vendizione o situazione di robbe per venderle, come quelle portarle in
altri luoghi e per tutto il Cassaro e Strada Nuova[88].
[88] Intendi che si debbano vendere in altri luoghi che non siano i
Quattro Canti, od anche camminando per il Cassaro e la Strada
Nuova, senza però fermarsi in un posto.
«Nessuna persona possa fare ascare (_fendere_) legni, nè scaricare
qualunque sorta di robba, ferro ed altro sopra le strade balatate
(_lastricate_) di questa città; come pure non accendere, nè fare
accendere fuoco per non devastarsi le dette strade balatate».
Tra le altre disposizioni, ve n'è una che permette ai chiodaiuoli di
piantare le loro tende e fucine solo nella Piazza Marina, rimpetto alla
Vicaria, nella piazzetta della Chiesa di S. Sebastiano, e sotto gli
archi di S. Giuseppe dei Teatini, nell'attuale via Giuseppe D'Alesi.
Un'altra vieta ai carri da buoi carichi di pietre di passare per la via
del Borgo, dal ponte di S. Lucia a Porta S. Giorgio, perchè la
renderebbero impraticabile e guasterebbero i fossati del Bastione presso
quella porta; e indica la via da tenere, per la cui manutenzione i
padroni di carri si erano obbligati con atto notarile.
«Si è osservato che altrettanta mostruosità apportano ed impedimento al
pubblico passaggio l'essere collocati nelli Quattro Cantonieri sino alla
punta delle banchette le sedie portatili (_portantine_), essendo anche
causa di perdersi detta visuale ed impedimento al pubblico passaggio;
intanto si ordina che d'oggi innanti le suddette sedie si dovessero
situare e collocare in dette Quattro Cantonieri e nella Strada Nuova e
nel muro della Chiesa dei PP. Teatini una dopo l'altra in fila, con
lasciare libero il passaggio su la sponda, _seu_ catena, per il commodo
del pubblico. Siccome anche tutte l'altre sedie nel Cassaro e Strada
nuova avessero da praticare lo stesso».
Non era vigilanza che bastasse ad infrenare cocchieri e portantini,
abituati a qualunque abuso, e coloro che si lasciavano condurre in
carrozza o in sedia volante.
Perciò provvedimenti richiamati in vigore dalla Deputazione per le
strade fanno fede che nel sec. XVIII, come, del resto, nel XIX e nel
neonato XX, certe pratiche persistevano inalterate. Un bando di
quattr'anni prima, che è uno dei tanti sui medesimi inconvenienti, suona
così:
«Che i conduttori di bestie da soma entrando in città camminino e
conducano a mano o per le redini le rispettive vetture.
«Che ogni carrozza che cammina [non] si fermi a capriccio o col pretesto
di volere o il padrone o il cocchiere discorrere con altri.
«Che nel passeggio della Marina si vada in più di due file di carrozze e
sedie volanti, dovendosi lasciare vacuo il centro o mezzo per libertà di
S. E.»[89].
[89] Bando a stampa di D. Filippo Lopez y Royo, Pres. e Cap. G.le del
Regno, in data del 21 Ottobre 1795.
L'abate Cannella, che l'avea contro Mons. Lopez, avrebbe potuto
applicare a lui l'eterno rinfaccio del _Cicero pro domo sua_.
E di vero, il vanitoso Presidente non pensava se non alla sua libera
passeggiata nello spazio libero tra le due file di carrozze; pure
stavolta il Lopez riproduceva _sic et quatenus_ gli ordini dei suoi
predecessori.
La malattia delle fermate nel Cassaro è antica quanto la carrozza e la
portantina, quanto lo spagnolesimo, quanto lo spirito aristocratico,
potremmo anche dire quanto il comodo umano. Un bando del Vicerè Niccolò
Pignatelli, Duca di Monteleone, ordinava nell'Agosto 1720 «che nessuna
carrozza, sterzino o sedia volante possa fermarsi al Cassaro o alla
Marina durante il passeggio; e chi voglia fermare qui a sentire la
musica deve mettersi in una delle due file rimanendo quella di mezzo pel
libero passaggio del Vicerè»[90]. -- Proprio come nell'anno 1775, quando
il secondo Marcantonio Colonna richiamava in vigore la medesima
disposizione[91]; proprio come nel 1795!
[90] _Miscellanea di Bandi_, t. I; nella Biblioteca Comunale di Palermo,
segn. 2. Qq. 7.94.
[91] Bando viceregio a stampa, in data del 18 Febbr. 1775.
E non diverse le pene ai contravventori, anzi più gravi delle solite: «I
cocchieri, la frusta e quaranta sferzate o zottate del carnefice sopra
un cavalletto nella piazza Vigliena; i padroni, la multa di onze cento o
la perdita istantanea con la vendita irremissibile nella medesima piazza
della carrozza, o calesse, o biroccio, o corso, o tariolo»[92].
[92] Bando cit. del Lopez, 21 Ottobre 1795.