CAPITOLO X.

Dal balcon dell’orïente

Le tenèbre della notte

Schiude il sol, che fuggon rotte

Per virtù del suo splendor

Veritade, astro possente,

Se da lunge sol ti sveli,

Sperdi l’ombre più crudeli

Dell’inganno e dell’error.

_Antica ballata_.

Nel tempo che Tressiliano attraversava il ponte, che fu dianzi arena

di spettacolo così tumultuoso, non potè far di meno di non osservare

un’alterazione sorta in tutte le fisonomie nel durare della breve sua

lontananza. La burlesca battaglia era finita; ma i lottatori anzichè

pensare a dimettere i loro travestimenti, si erano raunati in diversi

gruppi, siccome avrebbero fatto gli abitanti d’una città scompigliata

da qualunque annunzio straordinario e malauguroso.

Nè in miglior aspetto trovò le cose, giunto al cortile esterno. I

servi, le persone del corteggio di Leicester, gli ufiziali subalterni

del castello stavano assembrati in vari drappelli essi pure, e l’uno

susurrava all’orecchio dell’altro, e tutti teneano fisi i loro sguardi

verso la finestra del gran salone, dipignendosi nel volto d’ognuno

inquietezza e mistero.

La prima persona di sua particolare conoscenza in cui Tressiliano

scontrossi fu sir Nicolò Blount, che senza dar tempo all’altro

d’interrogarlo, lo fermò con queste parole:

«Dio ti perdoni Tressiliano! ma tu sei fatto più per essere

buon campagnuolo che uomo di Corte. Non sai che cosa sia quella

sollecitudine necessaria a chi fa parte del corteggio di sua Maestà.

Sei domandato al castello, desiderato, aspettato; niuno può sostenere

nel presente affare le veci tue, ed ecco che arrivi con un simiotto sul

collo del tuo cavallo, come se tu fossi la balia di qualche diavoletto

lattante, o avessi l’incarico di fargli prendere un poco di aria.»

«Che parli? che c’è di nuovo?» disse Tressiliano, lasciando andare il

ragazzo, che si lanciò a terra colla leggerezza d’una piuma e scendendo

nel medesimo tempo egli stesso.

«In fede mia che cosa ci sia di nuovo, non v’è chi lo sappia, replicò

il Blount: non lo so nemmen io, che ho odorato fino quanto mai

cortigiano possa vantarsene. Ti dirò solamente che milord di Leicester

ha traversato galoppando il cortile, e galoppando con tal furia....

avresti detto volesse accoppar tutti quelli che si trovavano dove

passava: ha domandato un’udienza alla Regina: e mentre parliamo, sta

rinchiuso con essa, con Walsingham, e con Burleigh. Hanno chiesto di

te; ma a nessuno è noto, se si tratti di tradimento, o di qualche cosa

ancora di peggio.»

«Per il giusto Iddio! il nostro Blount ha ragione, disse Raleigh,

sopraggiunto in quell’istante. Tressiliano, è d’uopo che tu ti porti

immantinente al cospetto della Regina.»

«Non precipitar tanto le cose, mio caro Raleigh, soggiunse Blount, e

pensa a quei suoi stivaloni. Tressiliano, da parte di Dio! fa a mio

modo; va nella mia stanza e mettiti quelle mie brache di seta color di

rosa; non le ho portate che due volte.»

«Eh via! rispose Tressiliano. Amico Blount, tu pensa soltanto ad aver

cura di questo ragazzo; trattalo con dolcezza; ma guarda bene che non

ti sfugga; egli può essere più necessario di quanto t’immagini.»

Detto ciò Tressiliano, seguì frettolosamente Raleigh, lasciando lì

quel buon galantuomo di Blount, che tenea con una mano il fanciullo,

e la briglia del cavallo coll’altra, accompagnando per lungo tempo

coll’occhio Tressiliano.

«Considero che nessuno mi chiama a parte di questi misteri! dicea

Blount fra se stesso, e Tressiliano mi pianta qui a far la guardia ad

un cavallo e ad un ragazzo. Pazienza il cavallo! perchè per natura sono

inclinato a queste bestie se le trovo di buona fatta, ma dovermi anche

prender la briga di questa leggiadra creatura! D’onde venite voi mio

bel comparino?»

«Dalle maremme,» rispose Flibbertigibbet.

«Eh! che cose vi hai imparato, mio caro bamboccio?»

«A trappolare le oche dai piedi larghi, e dalle calze gialle.»

«Che ti venga la peste! disse Blount, guardando le immense rosette

delle sue scarpe. Se ella è così, il diavolo si porti il primo che ti

chiede più nulla!»

Intanto Tressiliano attraversò in tutta la sua lunghezza il grande

salone; ove si vedeano per ogni parte crocchi di cortigiani attoniti, e

che parlavano fra loro in modo misterioso; gli occhi d’ognuno stavano

immobili verso la porta d’ingresso che metteva all’appartamento

particolare della Regina. Raleigh additò questa porta a Tressiliano,

il quale picchiò, e venne introdotto nell’istante medesimo. In quel

momento era spettacolo non privo di vezzo il vedere tutte le persone di

fuori torcere i colli per iscorgere pur qualche cosa coll’occhio entro

di quell’appartamento; ma la cortina che copriva l’uscio ricadde troppo

presto, perchè la loro curiosità potesse venire appagata.

Entrato appena Tressiliano, non senza interna palpitazione trovossi

alla presenza di Elisabetta. Questa facea grandi passi lungo la stanza,

in preda a violentissima agitazione, che nemmeno pareva ella si curasse

nascondere, intantochè due o tre fra i consiglieri più ammessi alla

regal confidenza, si andavano guardando inquietamente l’un l’altro,

ed aspettavano per parlare che si calmasse lo sdegno della Sovrana.

Dinanzi al regal seggio ov’ella prima si stette, e che vedevasi ancora

smosso dal suo posto per l’impeto, onde Elisabetta l’abbandonò,

vedeasi genuflesso Leicester, colle braccia incrocicchiate sul petto,

gli sguardi chini al suolo, immobile, muto siccome statua sopra una

tomba; a fianco di lui era il lord Shrewsbury, in que’ giorni conte

maresciallo dell’Inghilterra, che tenea il bastone spettante alla

propria dignità. La spada del Leicester staccata dal pendaglio, giacea

dinanzi ad esso sul pavimento.

«Ebbene, Signore! (disse la Regina, facendo alcuni passi verso

Tressiliano, e battendo il piede col gesto e nell’atteggiamento

d’Enrico VIII in persona). Voi la sapete tutta, questa bella tresca!

voi siete complice dell’inganno di cui fu zimbello la nostra persona!

voi medesimo foste una fra le principali cagioni dell’ingiustizia che

abbiamo commessa!»

Tressiliano cadde prosteso dinanzi alla Regina, e il suo accorgimento

gli fece vedere quanto sarebbe stato per lui rischioso il difendersi in

un momento ch’ella era oltre modo irritata.

«Sei dunque muto Tressiliano? continuò Elisabetta. Tu conoscevi questo

maneggio! Tu lo conoscevi, non è egli vero?»

«Io ignorava, mi è forza dire alla Maestà vostra, rispose finalmente

Tressiliano, che questa infelice Signora fosse Milady, la contessa di

Leicester.»

«E chi è, che la riconoscerà in questo grado? rispose furiosa

Elisabetta, per la morte di Dio! Milady! Contessa di Leicester!

La Amy Dudley, dico io, e sua gran fortuna se non dovrà ben tosto

sottoscriversi: vedova del traditore Roberto Dudley!»

«Regina, soggiunse allora Leicester, trattate me come vi piace, ma non

punite questo gentiluomo; egli è affatto innocente.»

«Sì certo, che gli gioverà la tua intercessione!» disse la Regina,

abbandonando Tressiliano, che lentamente si rialzò, e correndo con

grand’impeto verso Leicester, che conservava sempre la stessa positura.

«Sì certamente, tu sei un valevole intercessore! Oh! uomo doppiamente

infedele, doppiamente spergiuro! tu la cui scelleratezza mi ha fatta

ridicola agli occhi de’ miei sudditi, odiosa a me stessa! Vorrei

strapparmi questi occhi per punirli del loro accecamento.»

Burleigh allora si fece coraggioso a parlarle: «Augusta donna,

rammentate che siete Regina, regina d’Inghilterra, madre de’ vostri

sudditi: non vi abbandonate al torrente di questa collera tanto

impetuosa.»

Si volse ver lui Elisabetta, ed una lagrima brillò in quell’occhio

fiero, ed infiammato dall’ira: «Burleigh, diss’ella, tu sei un uomo

di stato: ma non comprendi, non puoi comprendere quai cordogli, quai

obbrobri costui abbia versato nel mio seno.»

Serbando la massima circospezione, e mostrandole ad un tempo profondo

rispetto, Burleigh prese la mano della Regina, di cui vedea straziarsi

il cuore, indi trasse l’irata donna in disparte verso il vano d’una

finestra che sottraevasi agli sguardi degli spettatori.

«Regina, diss’egli, io sono ministro ma nondimeno sono uomo. Ho

incanutito ne’ vostri consigli. Non bramo che la vostra gloria e la

vostra felicità! calmatevi, ve ne supplico!»

«Ah Burleigh, tu non sai!...» E in ciò dire copiose lagrime a malgrado

dei suoi sforzi per rattenerle rigarono le guance d’Elisabetta.

«Io so, io so tutto, mia gloriosa Sovrana. Oh! guardatevi dal non dar

luogo ad altri di sospettare quello che ignoravano.»

«Ah! (soggiunse Elisabetta facendo tal pausa come persona cui si

presentano alla mente nuovi pensieri) Burleigh, tu hai ragione, ogni

ragione. Tutto sia fuorchè il disonore. Tutto fuorchè la confessione

della mia debolezza; tutto fuorchè comparire ingannata, sprezzata. Per

la morte di Dio! questa idea sola basta a trarmi in disperazione.»

«Date a divedere l’accostumato vostro coraggio, o mia Sovrana,

soggiunse il Burleigh. Innalzatevi al disopra d’una fralezza, che

niun Inglese sospetterà giammai nella sua Elisabetta; a meno che ella

medesima colla violenza di manifestato affanno non ne porti il fatale

convincimento fin entro il cuor de’ suoi sudditi.»

«Di qual fralezza parlate, o Milord? sclamò fattasi più dignitosa

Elisabetta. Tal vostro dire intenderebbe forse a mostrarvi persuaso

che il favore onde onorai un traditore orgoglioso prendesse origine da

qualche tenera affezione?» Poi incapace di sostenere l’altero tuono

ch’ella aveva assunto, lo ammollì dicendo: «Deh! perchè cercherò io di

palliarti la verità, di palliarla a te, o mio servo saggio e fedele?»

Burleigh si chinò per baciare affettuosamente la mano d’Elisabetta, e,

cosa rara negli annali delle corti, una lagrima sincera cadde dagli

occhi del ministro a bagnar la mano del suo Monarca[14].

Forse questo interno convincimento di aver commosso l’animo di Burleigh

confortò Elisabetta a meglio sopportare l’umiliazione cui soggiacea,

ed a por qualche limite al risentimento; ma potè in essa non meno il

timore di scoprire al pubblico con una eccedente manifestazione di

sdegno il sofferto oltraggio, e una perturbazione d’animo, che la

Regina e la donna desideravano egualmente nascondere. Ella si scostò

da Burleigh e trascorse più volte la sala in aria severa, sintantochè

i suoi lineamenti avessero ricuperata la consueta dignità, e il suo

portamento quella grandezza nobile e maestosa che era connaturale ad

una tanta Regina.

«La nostra Sovrana è divenuta un’altra volta la saggia Elisabetta,

disse Burleigh a Walsingham sotto voce. Osservate tutto quanto ella sta

adesso per operare, e badate bene a non contraddirla.»

Elisabetta si avvicinò allora a Leicester, e d’un tuono tranquillo

pronunziò questi accenti:

«Milord Shrewsbury, noi vi liberiamo dell’incarico del vostro

prigioniero. Milord di Leicester, alzatevi, e riprendete la vostra

spada. Un quarto d’ora penoso trascorso sotto la vigilanza del nostro

Maresciallo, non è a quanto ne sembra, o Milord, un gastigo troppo

severo per la doppiezza di cui vi rendeste sì lungo tempo colpevole

verso di noi. Vogliamo dunque udire il rimanente di tale storia.»

Collocatasi indi nel proprio seggio: «Accostatevi, Tressiliano, ella

disse, e narrate quanto sapete.»

Tressiliano adoperò tutta la connaturale sua generosità nel tessere il

proprio racconto, onde omise quanto il potè tutte le circostanze, che

erano di natura da pregiudicare il Leicester, e tacque soprattutto che

aveva dovuto per due volte battersi con esso. Gli è da credersi, che

con tale contegno l’uomo di Cornovaglia rendesse il massimo de’ servigi

al Conte; perchè se la Regina in quell’istante avesse potuto trovare in

lui qualche torto, e quindi un pretesto di sfogare il suo sdegno senza

fare apparire sentimenti de’ quali arrossiva, mal forse ne sarebbe

accaduto al favorito in disgrazia. Terminata ch’ebbe Tressiliano la

sua narrazione, Elisabetta meditò pochi istanti, indi favellò in cotal

guisa:

«Noi prenderemo al servigio nostro questo Wayland, e collocheremo

il fanciullo negli ufizi della nostra segreteria di Stato, affinchè

impari per l’avvenire l’inviolabile riguardo che si debbe alle

lettere. Quanto a voi, Tressiliano, aveste torto nel non palesarci

interamente la verità; e la promessa di segreto con cui vi legaste ad

Amy, era imprudente ad un tempo e colpevole verso la nostra persona.

Ciò nondimeno, poichè confermaste la promessa coll’obbligare la

parola d’onore a questa sventurata Signora, diveniva dovere d’uomo e

di gentiluomo il mantenere scrupolosamente la data fede. Bilanciate

tutte le circostanze, noi vi stimiamo per la condotta che serbaste in

tale andamento di cose. Milord di Leicester, ora tocca a voi dirci la

verità, cosa che avete troppo negletta da qualche tempo.»

Indi con successive interrogazioni gli tolse quasi a forza dalle

labbra tutta la storia, e della conoscenza da prima incontrata con

Amy Robsart, e delle loro nozze, e della gelosia, e delle cagioni che

ne diedero motivo al Conte, e di molte altre particolarità. Questa

confessione del Leicester, chè ben confessione potea chiamarsi, fu

strappata a più pezzi e riprese; ciò nullameno riuscì assai esatta,

eccetto che il Conte tralasciò affatto di narrare, come avesse

acconsentito ai divisamenti scellerati, che formò il Varney sopra

la vita della Contessa. Pur tale idea era quella che più gravemente

affannava il Leicester, e comunque in gran parte lo tranquillasse il

contr’ordine espresso in chiarissimi termini, che aveva inviato al

Varney, suo disegno era di trasferirsi personalmente a Cumnor, appena

congedatosi dalla Regina: poichè non dubitava egli che questa Sovrana

non fosse per abbandonar sull’istante il castello di Kenilworth.

Ma troppo affrettato erasi ne’ suoi conti il Leicester. Certamente

la presenza e le confessioni di lui divenivano fiele ed assenzio per

una padrona che dianzi lo amava cotanto. Ma priva ella d’un modo

più immediato di vendicarsi, ben si avvide come le sue inchieste

torturassero l’infedele amante, e le traeva in lungo con tale

intenzione, non più badando al proprio sofferire, di quel che le mani

del selvaggio s’accorgano dell’infocamento delle tenaglie adoperate a

straziare le carni dell’inimico.

Giunse però istante, che l’altero Conte, simile a cervo ridotto ad

estrema ambascia, fece comprendere come fosse stanca la sua pazienza:

«Regina, diss’egli, io fui grandemente colpevole, più forse ancora

che nol deste a divedere in mezzo al vostro giusto risentimento. Ciò

nonostante, permettetemi il dirlo, o Regina, comunque grave, comunque

imperdonabile sia il mio delitto, non fu commesso senza provocazione, e

quando si volesse ammettere che la bellezza, e l’affabile dignità hanno

forza di sedurre il debole cuore dell’uomo, potrei citarle entrambe

siccome motivi, che m’indussero a nascondere alla Maestà vostra un tale

segreto.»

Grandemente colpita apparve la Regina da sì fatta risposta, che il

Conte ebbe cura non fosse intesa fuorchè da lei solamente; e colpita

sì che non seppe qual cosa rispondergli sull’istante. Ma il Conte osò

troppo col voler profittare di questo momentaneo vantaggio.

«La Maestà vostra, diss’egli, mostratasi già a riguardo mio tanto

indulgente, mi permetterà implorare la sua regale clemenza in favore di

quelle espressioni, le quali, solamente ieri non venivano riguardate,

che come _leggerissime offese_.»

Presa da sdegno allor la Regina, e tenendo fermi gli occhi sul Conte

tanto che gli parlò, tal si fu il tenore della sua risposta: «Per il

giusto Iddio! Milord, la tua sfrontatezza passa ogni limite; ma essa

non ti gioverà nulla. (Indi voltasi all’assemblea col tuono del più

feroce sarcasmo): Venite Lordi, venite tutti ad ascoltare una novità:

le nozze clandestine di milord di Leicester hanno tolto uno sposo a me,

e un Re all’Inghilterra. Non si può negare, che i gusti di sua Signoria

siano affatto patriarcali: non gli bastava una sola moglie, e riserbava

a noi l’onore della sua mano sinistra. Ora domando io, non è questo

l’eccesso della temerità? Ch’io non abbia potuto onorarlo con qualche

contrassegno di regio favore, senzachè egli già si presuma avere in

pugno la mia corona e la mia mano? Voi però Lordi, lo spero, voi

portate miglior opinione della vostra Regina; ed io sento per questo

ambizioso la compassione che mi desterebbe un fanciullo, allorchè si

vede scoppiar fra le mani un globo di sapone. Gli è ora di recarsi alla

sala del ricevimento. Milord di Leicester, vi comandiamo di seguirci e

di non allontanarvi da noi.»

Ognuno in quella stavasi impaziente per la curiosità, ed universale fu

lo stupore, allorchè la Sovrana così parlò ai circostanti:

«Le ricreazioni di Kenilworth non sono ancor terminate, Milordi e

Milady: ne rimane da celebrare le nozze del nobile proprietario.»

E qui destossi un generale mormorio di maraviglia; ma continuò la

Regina:

«Null’avvi di più sicuro, e ve ne diamo noi la nostra reale parola.

Egli ce ne ha fatto un segreto per riserbarne il piacere di una tale

sorpresa. Voi morite di curiosità, ben me n’accorgo, di conoscere la

fortunata sposa del Conte di Leicester. Ella è Amy Robsart, quella

medesima, la quale perchè nulla mancasse ai divertimenti del giorno

scorso, vi sostenea la parte di moglie d’un servo del medesimo Conte,

di Varney.»

«In nome di Dio, gran Regina! (soggiunse il Conte che le si avvicinò

portando scolpiti sul volto l’umiltà, il dolore, la vergogna, e

parlando sotto voce abbastanza perchè altri non lo ascoltassero)

prendetevi il mio capo, siccome lo minacciaste nell’impeto del vostro

sdegno, e risparmiatemi questi insulti; non vogliate calpestare col

regal vostro piede un verme già stritolato.»

«Un verme Milord! (e in dir ciò contraffece il tuono del

supplicante...) Oh! dite piuttosto un serpente, egli è un rettile

più nobile, e meno inesatto sarebbe il paragone..... Il serpente

intorpidito, agghiacciato a voi ben noto, che riprese calore in tal

seno....»

«Per l’amore di voi, Regina, e per riguardo a me stesso finchè mi resta

ancora qualche lume di ragione....»

«Parlate a voce più alta, o Milord, e più di lontano se vi piace; il

vostro fiato guasta le pieghe al nostro collare. Qual cosa avete da

domandarci?»

«La permissione, disse con voce sommessa il misero Conte, di

trasferirmi tosto a Cumnor.»

«Sarà, cred’io, per condurvi la vostra sposa! L’idea è ottima, perchè

a quanto intendemmo dire, ella si trova in assai cattive mani. Ma,

Milord, voi non potete andarvi in persona. Abbiamo divisato di passare

alcuni altri giorni in questo castello di Kenilworth: non sarebbe

troppa compitezza per parte vostra il privarci della presenza del

nostro ospite, tanto che ne piacerà farvi dimora. E con vostra buona

licenza, noi non siamo d’avviso d’assoggettarci a tale affronto al

cospetto de’ nostri sudditi. Tressiliano andrà in vece vostra a Cumnor

e lo accompagnerà uno de’ nostri gentiluomini di camera, affinchè

Milord di Leicester non torni ad essere geloso del suo antico rivale.

Chi vuoi avere per tuo compagno di viaggio, o Tressiliano?»

Tressiliano pronunziò con umile sommessione il nome di Raleigh.

«Sì veramente! disse la Regina: hai fatto un’ottima scelta. Raleigh

è di recente armato cavaliere, e liberare una donna dalla prigionia

non è un cattivo principio nella carriera delle belle avventure.

Miei signori e signore, dovete sapere che il soggiorno di Cumnor non

vale nulla meglio d’una prigione.... Poi vi hanno preso stanza certi

cavalieri di mal talento, che brameremmo, sotto buona guardia, avere in

nostro potere. A voi, nostro segretario; consegnerete a Tressiliano e a

Raleigh un’ordinanza, affinchè si assicurino delle persone di Riccardo

Varney e d’Alasco. Li vogliamo qui o morti o vivi. Prendete con voi

la scorta che sarà sufficiente. Signori, conducete milady Leicester

a Kenilworth con tutti gli onori dovuti al suo grado. Non perdete un

istante. Dio v’accompagni!»

I due gentiluomini incaricati di tale comando chinarono rispettosamente

il capo ed uscirono.

Chi varrà a descrivere il modo onde si terminò in Kenilworth cotale

giornata? La Regina rimastavi, siccome parve, a solo disegno

d’insultare, e mortificare il conte di Leicester, si mostrò esperta in

tutti gli affinamenti di femminile vendetta, quanto lo era nell’arte

di governare con saggezza i suoi popoli. La Corte non secondò che

troppo la mente della Sovrana; onde il signore di Kenilworth, in mezzo

a feste da lui ordinate, e nel suo proprio castello, provò sotto ogni

aspetto qual sia la sorte di un cortigiano caduto in disgrazia; e

l’annunziavano a lui così il contegno freddo e poco rispettoso de’

suoi partigiani, pronti ad abbandonarlo, come la mal repressa gioia di

coloro, che già erano i suoi chiariti avversari. Soli, Sussex serbando

quella franchezza militare adatta all’indole sua generosa, Burleigh e

Walsingham, servendo ad un accorgimento che facea loro vedere più da

lontano le cose, ed alcune matrone, mosse da quella compassione, che è

caratteristica del lor sesso, questi, dissi, furono i soli in una corte

sì numerosa, che in quella sera mostrassero a Leicester la fisonomia

del mattino.

Dudley si era accostumato a riguardare il favor delle Corti siccome

scopo principale della sua vita; laonde non è maraviglia, se tutti

gli altri sentimenti dell’animo suo per alcun tempo rimasero assorti

in mezzo a quelli de’ tormenti, onde l’altero suo spirito si vedea

martoriato da una non interrotta sequela di picciole umiliazioni e di

studiati disprezzi, de’ quali era divenuto il bersaglio. Ma ritrattosi

la notte in sua stanza, gli si offerse al guardo quella lunga e

bellissima treccia di capelli, che servì ad annodare la lettera di Amy,

ed ebbero quei capelli la virtù magica d’un talismano per ridestare

nel cuore di lui sentimenti più nobili e più soavi. Mille volte egli

baciò que’ capelli, e ripensando che stava sempre in suo arbitrio il

ritrarsi nel delizioso soggiorno di Kenilworth, degno veramente d’un

Sovrano, e condurvi gioconda vita colla tenera ed avvenente compagna,

in cui poneva omai ogni speranza di futura beatitudine, tale idea il

confortò sì fattamente, che non solo vide in essa una via di sottrarsi

alle acerbità cui soggiacque il dì innanzi, ma quella ben anche di

sollevarsi al di sopra della vendetta onde la regina Inglese il

percosse.

Per la qual cosa, nel giorno successivo, il Leicester diè a divedere

sì nobile serenità d’animo, sì generosa indifferenza sul contegno che

verso la persona di lui serbavano gli ospiti, e tanta sollecitudine

ad un tempo affinchè nulla mancasse ai loro diletti, e per ultimo sì

rispettosa magnanimità nel sopportare pazientemente le mortificazioni,

onde cercava amareggiargli l’animo Elisabetta, che perfino questa

Sovrana si credè costretta ad assumere novelli modi ver lui, i quali

comunque freddi ed alteri, non furono omai di tal natura ch’ei

potesse riguardarli siccome strali vibrati contro di lui. Che anzi

la stessa Regina, voltasi a coloro che credeano blandirla coll’usar

maniere men convenevoli al Conte, lor fece intendere col tuono della

rampogna, come, sintantochè rimaneano a Kenilworth, avessero l’obbligo

di prestare al Leicester tutti quei riguardi, che qual signore del

Castello gli erano dovuti. In somma nel volgere di ventiquattro ore

le cose aveano preso sì diverso aspetto che le persone più pratiche e

destre nell’oceano della Corte, prevedendo perfino la possibilità di

vedere riasceso in favore il Leicester, vestirono un contegno adatto,

se ad essi ne fosse venuto l’uopo, a farsi merito di non averlo

abbandonato nel giorno della sciagura. Ma gli è omai tempo di togliersi

alle mene cortigianesche per seguire nel loro viaggio il Cornovagliese

e Raleigh.

Oltre a Wayland, seguiva questi due gentiluomini, un ajutante di campo

della Regina, e due vigorosi servi. Ognuno di tale brigata era armato

a tutto punto, e il viaggio faceasi con quanta sollecitudine potea

conciliarsi colla necessità di far conto de’ cavalli, che uno sforzo

troppo violento, attesa la lunghezza della corsa, avrebbe sciupati.

Ben cercarono indizi sulla via tenuta dal Varney, ma sendo stato nel

durar della notte il viaggio di costui, nessuna traccia lor venne fatto

raccoglierne.

Giunti ad un picciolo villaggio lontano dodici miglia da Kenilworth,

ove si fermarono per dar riposo ai cavalli, videro farsi loro incontro

un povero ecclesiastico, curato di quel luogo, che uscendo d’un angusto

abituro veniva per chiedere se alcuno di quel drappello s’intendesse

di chirurgia, e per pregarlo ad entrar pochi istanti nella capanna per

visitare un moribondo.

Wayland, l’empirico, si offerse tosto a mettere in opera tutto il suo

sapere; ed intanto che il curato lo introducea nell’additato luogo, udì

narrarsi, come alcuni contadini, che nella mattina dell’antecedente

giorno si portavano ai lor lavori, avessero trovato sulla strada

maestra, dieci miglia lontano dal villaggio, un uomo ferito, che poi il

curato ricettò nella propria abitazione, e come la ferita, derivatagli

da un’arme da fuoco ed evidentemente mortale, avesse portata sì

violenta febbre al paziente, che gl’impediva il tenere alcun seguìto

discorso, onde niuno era giunto a comprendere se lo avesse condotto a

quel deplorabile stato o rissa, od opera d’assassini. Entrò Wayland in

un’oscura cameretta; ma non appena sollevatesi dal curato le cortine

del letto, riconobbe ai lineamenti comunque alterati del moribondo

la figura di Michele Lambourne. Immantinente Wayland, con pretesto

di andar a prendere qualche cosa di cui abbisognava, uscì frettoloso

per avvertire di questo avvenimento straordinario i compagni. Grande

inquietudine allora prese Tressiliano e Raleigh, i quali seguirono

in tutta fretta Wayland per assistere all’ultim’ore del vivere di

Lambourne.

Quello sciagurato trovavasi in quel punto alle angoscie di morte, nè

da morte lo avrebbe salvato, non diremo Wayland, ma neanco un chirurgo

il più esperto nell’arte sua, perchè la palla gli aveva attraversato

il corpo da una parte all’altra. Gli rimaneva ancor qualche poco l’uso

de’ sensi, e ne sia prova, che riconobbe Tressiliano, e per cenni lo

sollecitò ad inchinarsi al suo capezzal della morte. Avvicinatosi

Tressiliano, il moribondo pronunziò interrotti accenti, fra’ quali

i nomi di Varney e di lady Leicester si fecero udire, ma la cosa

unicamente chiara si fu la conclusione, che eccitava Tressiliano a

far presto per non arrivar troppo tardi. Indarno s’adoperò lo stesso

Tressiliano onde ottenere più intelligibili indizi, perchè il Lambourne

cadde in delirio, ed allorchè questi gli si volse anche una volta per

conciliarsene l’attenzione fu sol per pregarlo di far sapere all’oste

dell’_Orso nero_, _che finalmente il suo nipote era morto..... ma nel

proprio letto_[15]. Un istante dopo venne una convulsione a verificarne

la profezia, e tale incidente, e soprattutto le penultime frasi del

Lambourne non valsero che ad eccitare nell’animo de’ nostri viaggiatori

un’affannosa perplessità sulla sorte della Contessa. Addoppiarono di

premura nel rimanente del loro viaggio, chiedendo cavalli in nome della

Regina tutte le volte che quelli su cui stavansi divenivano inetti alla

corsa.

Kenilworth, vol. 4/4 · 第 15 / 19 题