Tre volte rintronò di morte il tetro
Suon la squilla feral; di quelle fosse
Ogn’eco ripetè dolente metro
Di moribondi lai; tre volte scosse,
Il corvo i tardi vanni, e con sinistri
Colpi le vette di Cumnor percosse.
_Mickle_.
Or n’è d’uopo far ritorno a quella parte della nostra storia, allorchè
vedemmo Varney, incoraggiato dagli arbitrii che il Conte gli conferì
e dalla regale permissione di vedere Amy ogni qualvolta il volea,
darsi tutta la sollecitudine onde impedire che si scoprissero le
scellerate sue trame, ed allontanare quindi dal castello di Kenilworth
la sfortunata Contessa. Egli avea per vero divisato di non partire
che nel dì successivo a quello in cui ricevette dal Conte il fatale
anello; ma temendo non se ne ammollisse l’animo in quell’intervallo, o
non gli venisse desio di vedere una seconda volta la moglie, deliberò
con un’immediata partenza distruggere persino la possibilità di un
avvenimento, in cui vedea col palesarsi de’ suoi infami divisamenti,
compiuta la propria rovina. In tale idea fece chiamare il Lambourne
e grandemente, come il dicemmo, irritossi, allorchè seppe che questo
complice servo era uscito del castello per darsi bel tempo nel vicino
villaggio od altrove; ma non dubitando ch’ei non fosse di ritorno
tantosto, lasciò ordine affinchè costui si allestisse ad accompagnarlo,
o a seguirlo se non rientrava in tempo di uscire con lui.
Ed intanto si prevalse del ministerio d’altro servo, di nome Robin
Tider, cui erano in parte noti i misteri di Cumnor, ove più d’una
volta si portò in compagnia del padrone. Cotest’uomo, che quanto
all’indole si assomigliava molto al Lambourne, comunque, nè accorto
nè dissoluto al pari di lui, ricevette comando dal Varney di mettere
la sella a tre cavalli, e di preparare una lettica, tenendosi presto
al partire. Lo sconcerto intellettuale di Amy, creduto generalmente
quanto credeasi ch’ella fosse moglie dello scudiere di Leicester,
fu scusa bastante a spiegare il modo misterioso che teneasi nel
rimoverla dal castello, e sperò il ribaldo diverrebbe parimente scusa
per lui, se le grida e la resistenza della infelice Contessa lo
avessero costretto a giustificarsi. Ma ai suoi neri disegni diveniva
parimente indispensabile l’assistenza di Tony Foster, onde s’avviò ad
accertarsene.
Il Foster di mal umore, ed insociabile di sua natura, stanco inoltre
del cammino fatto da Cumnor a Kenilworth per annunziare la fuga
della Contessa, si tolse per tempo di mezzo alle gozzoviglie; e già
ritiratosi nella propria stanza, dormiva profondamente, allorchè
vi entrò Varney, già vestito compiutamente da viaggio, e con una
lanterna cieca alla mano. Si fermò un istante per ascoltare quali cose
borbottasse costui che sognava, e ne udì chiaramente queste voci:
«_Ave Maria, ora pro nobis_.... No, non deve dire così... Liberaci dal
male... Ah! va meglio.»
«Il malandrino fa orazione dormendo, disse Varney, e confonde insieme
i rituali, nuovo ed antico. Avrai bisogno di maggiori orazioni, amico
mio, se finiremo insieme la faccenda per cui ti cerco[16]. Ho! Ho! uomo
santo, beatissimo penitente, svegliati. Il diavolo non ti ha per anche
licenziato dal suo servizio.»
E nel dir queste cose scosse per un braccio il dormiente, e con tale
scotimento gli ruppe il corso delle prime idee, onde questi si diede a
gridare: «Al ladro! al ladro! morirò in difesa del mio oro, del mio oro
guadagnato con tanta fatica, e a sì caro prezzo. Dov’è Giannina? Non le
sarebbe già accaduta qualche disgrazia?»
«Nessuna, storditaccio che sei con tutti que’ tuoi muggiti! Non ti
vergogni di far tanto baccano?»
Intanto il Foster ebbe tempo di svegliarsi compiutamente, e sedutosi
sul letto chiese a Varney che cosa significasse quella visita ad una
tal ora: «Essa non mi presagisce nulla di buono,» aggiunse.
«La tua profezia è falsa, mio caro sant’Antonio; perchè la mia visita
annunzia esser giunta l’ora che il tuo contratto enfiteutico si cambi
in atto di proprietà. Che ne dici?»
«Se tu me l’avessi detto a chiaror di giorno, me ne sarei rallegrato;
ma in quest’ora di mal augurio, illuminato da quella luce sepolcrale
che porti con te, e mentre il pallor del tuo volto fa un chiaroscuro
spaventevole colla leggerezza delle tue parole, mi vedo costretto ad
angustiarmi sulle commissioni che stai per impormi, anzichè rallegrarmi
del compenso che mi prometti.»
«Che cosa ti viene in mente, o vecchio stolido? Tutto l’affar si riduce
a ricondurre al castello di Cumnor l’antica tua prigioniera.»
«Tutto si riduce qui? Eppure il tuo volto ha un color cadaverico, e ad
alterarlo in sì fatto modo non vi vogliono freddure. Non è propriamente
altro?»
«Oh! non altro. Al più, al più una bagattelluccia di giunta!»
«Ah! risoggiunse il Foster, la tua pallidezza aumenta sempre più ad
ogn’istante.»
«Non ci badare, disse Varney, tu non mi vedi in fisonomia che alla
squallida luce di questa lanterna. Alzati ed opera. Pensa a Cumnor ed
al tuo atto di proprietà. E ti par poco? Potrai fondare una bottega di
congregazioni ebdomadarie, ed assegnare a Giannina una dote sì ricca,
come se fosse la figlia d’un barone. Settanta e più lire sterline!»
«_Settantanove lire sterline, cinque scellini, e cinque soldi e mezzo,
oltre il valor delle legna_, così Foster portò ad esattezza il conto. E
tutto questo in proprietà?»
«Tutto, mio caro collega, fin gli scoiattoli del sito, in somma tutto.
Non verrà uno zingaro a tagliare un pezzetto di legna, non un ragazzo
ad acchiappare un nido d’uccelli sopra i tuoi fondi, se non ti pagano
il valore delle cose che portano via. Tu il vedi, non può andare di
meglio per te. Spicciati adunque, e fa il tuo fagotto più presto che
puoi. I cavalli sono sellati, tutto è pronto. Non manca se non se quel
rompicollo d’inferno del Lambourne, che sarà a fare qualcuna delle sue
diavolerie.»
«Ecco, sir Riccardo, quel che vi frutta il non dar retta ai miei buoni
consigli! Ve l’ho sempre detto: questo beone, questo scapestrato vi
mancherà quando ne avrete più di bisogno. Io avrei potuto in vece di
costui provvedervi d’un qualche giovane sobrio, e contegnoso.»
«Sicuramente! qualche ipocrita della tua congregazione! Ma potrà venire
all’uopo anche questi. Grazie a Dio, avremo bisogno d’operai d’ogni
specie. Ottimamente! Non dimenticare le tue pistole. Su via, andiamo.»
«Ove si deve andare prima di tutto?»
«Alla stanza di Milady, e bada bene ch’ella dee venire con noi. Tu non
sei uomo, cred’io, da lasciarti intimidire dalle sue grida.»
«No: semprechè per altro possiamo avvalorare la nostra condotta con
qualche passo di santa Scrittura. Avvene uno che dice: _donne, ubbidite
ai vostri mariti_. Ditemi adunque: gli ordini di Milord ci mettono
abbastanza al sicuro, caso che adoperassimo la violenza?»
«Ma guarda Tony! È questo il suo anello.» Ribattute così dal Varney
le obbiezioni del suo collega, andarono di conserva all’appartamento
del lord Hunsdon, e fattisi conoscere dalla sentinella quali esecutori
d’un disegno approvato dalla Regina e dal conte di Leicester, entrarono
nell’appartamento dell’infelice Contessa.
Ognuno immagina l’orrore onde fu compresa Amy, allorchè destatasi
d’improvviso, vide al fianco del suo letto Varney, l’uomo ch’ella
temeva ed odiava maggiormente su questa terra; e in sì tristo punto,
le fu quasi conforto l’accorgersi, ch’ei non era solo, comunque grandi
motivi avesse parimente d’abborrirne il compagno.
«Signora, le disse il Varney, non è il tempo questo di far cerimonie.
Milord di Leicester, costretto dall’impero delle circostanze vi comanda
venire con noi a Cumnor; ecco il suo anello, ch’io vi fo vedere come
contrassegno de’ suoi formali voleri.»
«Ella è un’impostura, rispose la Contessa; tu gl’involasti un
tal pegno... Tu che ti senti capace di tutte le scelleratezze,
incominciando dalla più atroce e venendo ad ogn’altra più abbietta!»
«Quanto v’annunzio, o Signora, riprese a dire il Varney, è vero, e
tanto vero, che se non vi preparate a secondarci, noi saremo costretti
adoperare la violenza per eseguire gli ordini di cui siamo incaricati.»
«La violenza!.... Tu non oseresti venire a tale espediente..... Vile
che sei!»
«Ciò è quanto, o Signora, rimane a provarsi (soggiunse il Varney che
aveva calcolato sul terrore, siccome unico espediente a soggiogare
quell’anima nobilmente altera). Non mi riducete dunque a tale
estremità, o troverete in me un ruvido cameriere.»
All’udir tale minaccia l’infelice Amy mandò grida sì spaventevoli che
se in quel castello non l’avessero fermamente creduta delirante, le
sarebbero corsi in aiuto e il lord Hunsdon, e molt’altri; ma accortasi
che le sue grida erano vane, s’indirisse al Foster, supplicandolo ne’
modi i più commoventi, ed in nome dell’onore, e dell’innocenza della
figlia di lui Giannina a non comportare che la sposa d’un Leicester
fosse trattata con tanta indegnità.
«Che vi pensate voi, o Signora? allor disse il Foster; le donne debbono
stare soggette ai loro mariti: questa è una legge che loro vien fatta
dalla Scrittura. Se vi vestite da voi medesima per venire con noi, se
non opponete resistenza, non vi sarà chi vi tocchi colla punta di un
dito, sintantochè almeno io sia libero di scaricare una pistola.»
Non vedendo ella giugnere alcun soccorso, e in qualche modo rassicurata
dalla risposta del Foster, a malgrado del tuono burbero in cui fu
pronunziata, ella promise di abbandonare il letto e vestirsi, semprechè
i suoi tiranni volessero ritirarsi nella stanza contigua. Allora il
Varney l’accertò ch’ella non avea nulla da temere pel proprio onore, e
per la propria sicurezza sintanto ch’egli la tenea in custodia, e di
più promise non avvicinarsele, poichè s’accorgeva di essere per lei
oggetto tanto sgradevole.
«Il vostro sposo, soggiunse costui, sarà a Cumnor ventiquattro ore dopo
di voi.»
Confortata alquanto da tale promessa, cui però molto non s’affidava, la
sfortunata Amy si vestì al lume della lanterna, che il Varney le lasciò
nella stanza mentre nell’altra si trasferiva.
Sorse ella dal suo letto, piangendo a cald’occhi, tremando, implorando
il Cielo; e compresa da sentimenti ben diversi da quelli che provò
un giorno, allorchè adornandosi le stava d’appresso il contento che
appartiene ad una beltà consapevole dell’impero de’ propri vezzi.
Ella impiegava più che il poteva lungo tempo a vestirsi; ma finalmente
spaventata dagli accenti d’impazienza che le facea udire il Varney, fu
costretta ad annunziare a quei mostri ch’ell’era già pronta.
Nell’istante che si metteva in cammino, ella si tenne vicino al Foster,
dando sì chiaramente a conoscere la tema inspiratale dal Varney, che
questi credè opportuno l’accertarla con giuramento d’aver tutt’altra
intenzione fuorchè quella d’avvicinarsele.
«Se acconsentite, diss’egli, ad obbedire pazientemente ai voleri del
vostro sposo, non mi vedrete che rade volte; e vi lascerò fra le mani
del condottiere che il vostro buon gusto a me preferisce.»
«I voleri del mio sposo! sclamò ella, ma!... Sono i voleri di Dio, e
tal motivo mi dee bastare.... Seguirò il signor Foster colla docilità
d’una vittima che viene tratta al sagrifizio. Foster almeno è padre, e
mi userà i riguardi della decenza, se non quelli dell’umanità. Ma tu,
o Varney, te lo ripeto, dovessero pur anche essermi queste le ultime
parole, entrambi tai sentimenti sono estranei per te.»
Fu il Varney pago di risponderle stare in lei la scelta di chi dovea
accompagnarla; e marciò primo per additare il cammino. La Contessa,
sorretta, e quasi trascinata dal Foster venne condotta dalla torre di
_St-Lowe_ alla porta di soccorso, ove Tider stava aspettandola con
cavalli e con una lettica. Ella si lasciò collocare entro questa sorte
di calesse, guidato da Tider; e mostrò gradire che mentre il Foster
si tenea vicino alla sua lettica, l’odioso Varney le stesse addietro
in qualche distanza. In mezzo all’ombre della notte costui scomparve
affatto ai suoi occhi.
Amy, che ancora non glielo impedivano le tortuosità del cammino, volse
gli ultimi sguardi ver quelle maestose torri, retaggio del suo sposo, e
che brillavano tuttavia della festiva illuminazione fattasi in quella
notte. Ma poichè non le fu dato oltre il vederle, lasciò ricadere il
capo sul proprio seno, e raggruppandosi nella lettica si pose nelle
mani della Providenza.
Al desiderio che Varney aveva di procacciare nel durar del viaggio
tranquillità alla Contessa, aggiugneasi un bisogno, conforme affatto al
divisato colpevole scopo, d’intertenersi senza testimoni col Lambourne,
dal quale sperava essere bentosto raggiunto.
Ei conosceva l’indole di questo malvagio, avida, capace freddamente
d’ogni crudeltà, e risoluta ad un tempo, ond’ei lo riguardava come
l’uomo il più atto a secondarlo.
Erano oltre due ore ch’ei si trovava in cammino, quando udì il galoppar
di un cavallo, nè tardò Michele Lambourne ad essergli d’appresso.
Impazientito come era Varney della tardanza di costui durissimamente
l’accolse:
«Sfaccendato, ubbriacone! la tua pigrizia, la tua mala condotta ti
metteranno ben presto la corda al collo, e vorrei fosse domani.»
Sì fatto stile di rampogna non piacque punto al Lambourne che dimenticò
la solita docilità, perchè gli avevano oltre ogni misura scaldata la
testa non solamente la copia delle beviture, ma la vanità di avere
avuto una specie d’intertenimento confidenziale con sua Signoria di
Leicester, e la maggiore di essersi impadronito d’un segreto che
pungeva la costui curiosità.
Le risposte pertanto date al Varney intendevano a significare, ch’ei
non avrebbe sofferti modi arroganti dal primo cavaliere del mondo; che
il lord Leicester lo aveva tenuto seco per affari d’alta importanza;
che una scusa di tal natura poteva ben bastare ad un Varney, ad un
Varney che in sostanza era un servitore come il Lambourne.
Poca non fu la sorpresa dell’altro, quando udì parlarsi in tal
temerario tuono, ma reputando ciò, solo effetto del vino bevuto da
Michele, fe’ vista di non accorgersene, e s’accinse invece ad indagare
l’animo di questo servo con politiche interrogazioni: «Acconsentirebbe
il Lambourne ad allontanare certo unico ostacolo che impediva il Conte
di salire a quell’alto grado, in cui soltanto gli sarebbe agevole il
rimunerare al di là de’ lor desiderii i suoi servi fedeli?»
Michele per allora la fece da stupido come se non intendesse a che
mirava il discorso di Varney, il quale tantosto gli spiegò in chiari
termini come l’ostacolo, di cui egli favellava, fosse la persona
trasportata in lettica.
«Ottimamente sir Riccardo! Ma fate ben attenzione a quello che sto
adesso per dirvi, rispose Michele: vi sono tali uni, che la sanno più
lunga di tali altri, mi capite? E vi è anche diversità fra malvagi
e malvagi. Al proposito di cui mi parlate, io conosco la mente di
Milord meglio di voi, perchè mi ha confidato tutto. A voi! I suoi
ordini stanno in questa lettera, e ascoltate mo quali furono le
ultime sue parole: Michele Lambourne, mi ha egli detto, (perchè sua
Signoria mi parla come si parla ad uomo che porta spada, e non mi dice
_sfaccendato, ubbriacone_, nè mi regala d’altri titoli di simil natura,
come certuni, cui il fumo delle nuove dignità è andato alla testa).
Il Varney (m’ha detto egli, sapete?) deve avere tutto il rispetto
possibile per la mia Contessa..... V’incarico di tenerlo d’occhio, sig.
Lambourne, e di ridomandargli in chiari termini il mio anello.»
«Sì? rispose freddamente Varney. Ti ha egli proprio detto questo? Tu
sai dunque ogni cosa?»
«Ogni cosa, ogni cosa, e voi opererete con molto giudizio procurando di
restarmi amico, sintantochè fra noi due possiamo darci bel tempo.»
«E non era presente nessuno quando ti parlava Milord?» domandò ancora
Varney.
«Non un’anima vivente! Pensate voi che Milord Leicester volesse
confidare i suoi segreti a tutt’altr’uomo, il quale non fosse risoluto
al pari di me?»
«Davvero?» disse Varney, e in questa girò il guardo attorno, e in lungo
e in largo di quella strada che i raggi della luna schiarivano. Si
trovavano appunto attraversando una vasta macchia. La lettica era un
miglio innanzi di loro, e troppo lontana perchè potessero essere veduti
o intesi da quelli che la scortavano. Dietro d’essi regnava un cupo
silenzio: tutto annunziava che non v’erano testimoni. Varney pertanto
ricominciò con Lambourne il suo colloquio.
«Tu vorresti dunque rivolgerti contro il tuo padrone! contro l’uomo che
ti ha aperto la strada ai favori della Corte! contro la persona di cui
tu fosti in tal qual modo il novizio, o Michele; contro chi in somma ti
mostrò la vastità e ad un tempo gli scogli della cabala!»
«Piacciavi non chiamarmi così secco secco, _Michele_. Il mio nome può
essere preceduto dal titolo di _Signore_ quanto quello di qualcun
altro; del rimanente poi, se sono stato novizio, il tempo del noviziato
è finito, e ho risoluto di passare a mia volta maestro.»
«Abbiti dunque il tuo salario, o insensato,» e dir ciò, e aver dato di
mano ad una pistola, e attraversar d’una palla il corpo a Lambourne,
furono per Varney una sola cosa.
Quello sciagurato cadde da cavallo, e Varney il credè morto sul
colpo. L’uccisore, sceso a terra, ne visitò le saccocce, volgendone
all’infuori la fodera, onde le persone che si scontrerebbero in quel
miserabile lo credessero assassinato dai ladri. Prese la lettera del
Conte, ed anche la borsa di Lambourne, che contenea tuttavia alcune
monete d’oro; perchè nell’animo dello scellerato combinavasi un
bizzarro accoppiamento di sentimenti. Dopo aver portata in mano questa
borsa sino ad un fiumicello che bipartiva per traverso la strada, la
gettò nell’acqua lontano da sè quanto la sua forza il potea: tali
strane reminiscenze d’onore si provano persino dalle anime le più
accostumate al delitto. Questo uomo feroce, e privo di rimorsi, avrebbe
creduto digradarsi, conservando alcune monete d’oro, appartenute a
quello sgraziato, ch’ei fece spietatamente vittima d’un’infernale
politica.
L’uccisore caricò di nuovo la pistola dopo averne diligentemente
rasciugato la canna e la cartella dell’acciarino, onde fare scomparire
ogni traccia di scoppio recente, indi si fece a seguire in tutta
calma, e tenendosi sempre nella stessa distanza, la lettica; che non
parea vero a costui d’essersi con tanta disinvoltura disciolto di
quell’importuno testimonio delle sue malvagità, e nel medesimo tempo
apportatore d’un comando che Varney avea tutt’altra mente fuorchè
d’eseguire, reputando sua gran ventura il poter far credere che non gli
era pervenuto.
Si compiè il viaggio con tal prestezza che ben comprovò come poco
si avesse in conto la salute di quell’infelice a cui danno venne
intrapreso. Le stazioni erano sempre in que’ luoghi, ove Varney
avea qualche sorte di prevalenza, ed ove poteva esser creduta senza
difficoltà la spacciata follia della giovane di Lidcote, caso che ella
avesse voluto far prova di ricorrere alla compassione di coloro co’
quali nel durar delle pause si sarebbe trovata. Ma oltrechè ella non
vide speranza di adoperare con vantaggio questo espediente, le facea
troppo orrore la presenza del Varney, e il suo starsi tranquilla era il
solo patto sotto cui quel ribaldo le promise di tenersele lontano nello
scortarla.
I frequenti misteriosi viaggi che in compagnia del conte di Leicester
aveva fatti a Cumnor il Varney, gli acquistarono considerazione
presso tutte le poste di ricambio, e gli fu quindi agevole il trovar
prestamente cavalli tutte le volte che ne abbisognò. Laonde la lettica
ove stava quella deplorabile vittima era già vicina a Cumnor in quella
notte medesima che venne dopo la partenza di Kenilworth.
Allora Varney si accostò alla lettica, ma chetamente, come per
intervalli lo avea fatto lungo il cammino, e chiese al Foster: «Che fa
ella?»
«Dorme, gli rispose l’altro. Vorrei fossimo presto a casa; le vengono
affatto meno le forze.»
«Il riposo la ristorerà, e ben presto dormirà più lungo sonno,
risoggiunse il malvagio..... pensiamo, giunti, a metterla in un luogo
sicuro.»
«E perchè non nel suo appartamento? rispose il Foster. Già non v’è più
Giannina, perchè questa, dopo averla ben bene sgridata, la mandai a
stare con sua zia. Delle vecchie fantesche possiamo star certi.... esse
odiano di tutto cuore questa signora.»
«Nemmeno perciò voglio che ci fidiamo di loro, mio bell’amico. N’è
d’uopo racchiuderla nella stanza ove tieni in serbo il tuo oro.»
«Il mio oro! disse Tony mostrandosi molto agitato. Che intendete voi
dire, e di qual oro parlate? Iddio m’assista! non ho oro. Vorrei ben
averne!...»
«Oh! ti possa soffocare la peste, scimunito animale! Chi pensa al tuo
oro? Se fosse in me questa sete non ho io cento vie più sicure per
impadronirmene? In somma, la tua stanza da letto, che tu fortificasti
in un modo tanto bizzarro, sarà il carcere della Contessa, e tu
tanghero, andrai a sprofondarti ne’ morbidissimi materassi, che le
servivano per l’addietro. Già posso accertarti, che il Conte non ti
ridomanderà mai le ricche suppellettili di quelle quattro stanze.»
La quale ultima considerazione rendè più maneggevole il Foster, che
chiese unicamente al Varney la permissione di andare avanti per
apparecchiare ogni cosa, ed incalzando cogli speroni il cavallo, lasciò
la lettica sotto la scorta di Tider e di Varney, i quali la seguivano
ad una distanza di sessanta passi.
Giunta a Cumnor la Contessa, domandò di Giannina con gran premura, e
fortemente si turbò in udendo, che non potea più far conti sul servigio
di questa ottima giovinetta.
«Mia figlia mi sta a cuore, o Signora, le disse il Foster, con
quell’aria sua cipigliosa, nè ho gran vaghezza che impari a mentire, e
a macchinar fughe; su di tal particolare è già istrutta più ch’io non
l’avrei voluto, con buona licenza della Signoria vostra.»
Spossata dal viaggio, e tutta via spaventata dalle circostanze che
il precedettero, la Contessa non mostrò risentirsi dell’arrogante
acerbezza di tali detti, e si limitò a manifestare mansuetamente il
desiderio di ritirarsi nelle proprie stanze.
«Sì, sì, borbottò il Foster; l’inchiesta è ragionevole; ma con vostra
sopportazione voi non andrete più in quell’appartamento, pieno, stivato
di vanità mondane. Per questa notte dormirete in un luogo più sicuro.»
«Piacesse a Dio, nella mia tomba! soggiunse la Contessa; ma noi
fremiamo, anche nol volendo, all’idea della separazione che farà
l’anima dal nostro corpo.»
«Voi non avete alcun motivo perchè vi faccia fremere tale idea, disse
Tony; Milord arriva qui al nuovo giorno, e sicuramente tornerete in
grazia con lui.»
«Ma verrà egli? verrà egli sicuramente, buon Foster?»
«Sì, sì! _buon Foster_. Ma si vedrà qual _buon Foster_ sarò domani
quando parlerete di me con Milord! Benchè tutto quello che ho fatto sia
stato fatto unicamente per conformarmi ai comandi ricevuti da lui.»
«Voi sarete il mio protettore, un protettore alquanto ruvido per vero
dire, nondimeno mio protettore. Oh! se Giannina fosse qui!»
«Ella sta meglio dov’è. Basta una signora della vostra tempera
a scompigliare la testa d’una ragazza. Ma, vi abbisogna qualche
reficiamento?»
«Oh! no, no! La mia stanza, la mia stanza! Spero bene che potrò
chiuderla per di dentro.»
«Più che padrona! purchè io il sia altrettanto di chiuderla per di
fuori,» ed in questa prese una lucerna, e condusse Amy in una parte di
quell’edifizio, ove ella non era stata giammai. Convenne fare una lunga
scala a chiocciola per giugnervi, e li precedeva una delle vecchie
fantesche tenendo in mano una lampada.
Giunti al pianerottolo che seguiva l’ultimo gradino, attraversarono una
strettissima loggia di legno di quercia; e in fondo ad essa vedeasi
una grossa porta, che chiudea l’ingresso alla stanza del vecchio
avaro. Sfornita una tale stanza d’ogni arredo fatto per l’agiatezza
dell’abitarvi, non le mancava di prigione che il nome.
Fermatosi sulla soglia della porta il Foster, consegnò la lampada alla
Contessa, nè permise alla fantesca il seguirla. Amy entrò tostamente,
e dopo averla chiusa assicurò la porta coi numerosi catenacci di cui
Foster l’avea provveduta.
In tutto questo intervallo il Varney si stette nascosto a piè della
scala; ma udendo il romore de’ catenacci venne sulla punta de’ piedi,
e Foster gli accennò coll’occhio, quasi compiacendosi del proprio
ingegno inventivo, una macchina nascosta nel muro, il cui giuoco potea
facilmente e senza strepito abbassare una parte di loggia a guisa di
ponte levatoio, e togliere così ogni comunicazione fra la porta della
camera di Tony e il pianerottolo posto all’estremità superiore della
scala. La cordicella che metteva in lavoro la macchina, per solito
Foster se la tenea nella stanza onde premunirsi contra una esterna
invasione; ma or che la bisogna era di custodire un prigioniero, egli
raccomandò al pianerottolo la fune; ed anzi fece vedere al Varney
l’esperimento di abbassare questa specie di ponte levatoio.
L’altro si diede tosto ad esaminare la macchina con grand’attenzione, e
questa attenzione soprattutto rivolse a contemplare l’immenso vano che
quel trabocchello apriva schiudendosi.
Tetra oscurità vi dominava, ed era quella cavità profondissima,
poichè discendeva agli ultimi sotterranei, come il Foster lo disse
all’orecchio a Varney. Dopo che questi ebbe misurato per più riprese
col guardo la profondità della voragine, tutto venne rimesso
all’ordinario; indi costoro si trasferirono congiuntamente alla sala
del castello.
Colà pervenuti, il Varney disse a Tony di far portare da cena, e vino
del migliore in tanto ch’egli conduceasi in traccia di Alasco. «Vi
saranno faccende anche per lui, e conviene metterlo di buon umore.»
Foster intese il senso di questi detti, ma senza fare alcuna
rimostranza, credette soddisfare alla sua coscienza col mandare un
gemebondo sospiro. La vecchia assicurò Varney, che fin da quando egli
si partì, Alasco non avea, si può dire, nè mangiato nè bevuto, rimasto
continuamente rinchiuso nel suo laboratorio, e mostrando credere di
tanta importanza i propri lavori, come se la durata del mondo ne
dipendesse.
«Gl’insegnerò io, che il mondo aspetta qualch’altra cosa da lui,»
soggiunse il Varney, che prese una lucerna per andare a trovare
l’alchimista.
Ritornò indi nè tanto presto, e pallido era e contraffatto, comunque il
sorriso abituale in costui gli stesse ancor sulle labbra. «Il nostro
amico è sfumato!» tali ne furono le parole.
«Come? Che intendete voi dire? soggiunse il Foster. Fuggito
forse?... Oh Dio! le mie quaranta lire sterline, che costui doveva
decuplicare!... Ricorrerò subito alla giustizia.»
«No: t’insegno un modo più facile di ricuperarle.»
«Qual modo? sclamò Foster, qual modo? Voglio le mie quaranta lire...
Certamente io le credeva moltiplicate, ma ch’io non perda almeno il
capitale.»
«Va dunque ad appiccarti, ed a citare Alasco alla grande cancelleria
del diavolo, perchè si è là adesso che devi portar la sua lite.»
«Come? spieghiamoci. È fors’egli morto?»
«Appunto. Egli è morto, e la sua testa, il suo corpo son gonfi... Egli
stava mescolando le sue droghe infernali; gli è caduta la maschera di
cristallo, onde per solito si riparava il volto; il veleno volatile gli
è entrato nel cervello, ed ha operato il suo effetto.»
«_Sancta Maria!_ (sclamò il Foster, poi ricordandosi ch’era divenuto
puritano) cioè volli dire, Dio ci salvi nella sua misericordia
dall’avarizia e da tutti i sette peccati mortali... Ma ditemi: la
_protezione_, a vostro giudizio, era già consumata? Vi siete accorto,
che nei crogiuoli stessero verghe d’oro?»
«No, caro amico, non ho guardato che il cadavere. Oh lo schifoso
spettacolo! Se vedessi! Alasco è enfiato, come sarebbe un uomo esposto
dopo tre giorni sopra la ruota... Uh! Uh! Fa presto. Versami una tazza
di vino.»
«Voglio andare colà, soggiunse Foster, voglio esaminare io
medesimo....» E prese la lucerna a tal fine. Ma giunto all’uscio si
fermò titubando: «Non venite meco, sig. Varney?»
«A che fare? Ho veduto e ho gustato di quell’atmosfera più del bisogno
per perderne l’appetito. Però ho aperte le finestre e rinnovata
l’aria. Ne uscirono vortici di vapore sulfureo e d’altre materie che
soffocavano, come se lì entro avesse stanziato il demonio.»
«Eh! Non potrebbe anch’essere che questa morte fosse stata opera dello
stesso demonio?» soggiunse il Foster, sempre esitando. «Ho inteso dire
che in tali momenti e con tal genere di persone egli può tutto quello
che vuole.»
«Se quel demonio che ti sei creato in tua testa, ti conturba
l’immaginazione, per questa volta rimanti tranquillo. Bisognerebbe poi
che fosse un demonio irragionevole affatto. Qui, in brevissimo tempo,
egli ha avuto due bocconi squisiti.»
«Come due bocconi? Che significa ciò? Che volete voi dire?»
«Lo saprai a suo tempo; e poi oggi gli si prepara un altro
banchetto.... Oh! ma tu stimerai la vivanda troppo delicata per il
palato del diavolo. _Ella_ avrà salmi, concerti celestiali di serafini,
non è egli vero?»
All’udir tai detti Tony Foster s’avvicinò lentamente alla tavola, e
disse con voce sommessa:
«Buon Dio! Sir Riccardo: converrà dunque venire a tal punto?»
«Sì certamente, Tony; o a parte l’idea d’un fondo in tua proprietà.»
«L’ho predetto sempre che la faccenda andrebbe a finire così. Ma come
faremo sir Riccardo? Per qualunque cosa al mondo io non vorrei portare
le mani sovr’essa.»
«Di questo, non so biasimartene; e ne avrei ribrezzo, se ho da dirtela,
io stesso. Vedo che ci tocca augurarci Alasco e la sua manna... ed
anche quel cane di Lambourne.»
«Come sarebbe a dire? Dov’è dunque restato Lambourne?»
«Non interrogarmi d’altro. Tu lo rivedrai un giorno come t’insegna la
tua credenza. Ma torniamo ai nostri affari più seri. Voglio insegnarti
un lacciuolo per acchiappare una capinera. Dimmi Tony, quella trappola
in alto, quella macchina di tua invenzione, non può parere sicura,
anche quando le sono tolti i sostegni?»
«Sicuramente, rispose Foster. Essa di per se medesima non si abbassa,
se qualcuno non la preme.»
«E se la Signora, presa da voglia di fuggire, vi passasse sopra, il
peso del suo corpo basterebbe a darle la volta?»
«Basterebbe il peso d’un sorcio.»
«Or bene! Ella morirebbe nel tentare una fuga. Nè tu, nè io ci avremmo
colpa, mio bravo Tony. Andiamo a dormire.... Concerteremo meglio le
nostre cose domani.»
Nel dì successivo, sul far della sera, Varney chiamò il Foster per dar
compimento all’infame loro disegno.
Era già stato preso un pretesto per mandare al villaggio Tider e il
vecchio servo di Tony. Il Foster visitò in persona la prigione della
Contessa, come per vedere se nulla le abbisognasse.
E qualche forza ebbero pure su questo ribaldo la mansuetudine e la
pazienza della misera prigioniera, sì ch’ei non potè starsi dal
raccomandarle anche con calore, di non mettere il piede sulla soglia
della porta, sintantochè il lord Leicester non fosse arrivato. «Io
spero, costui soggiunse, che non tarderà.» Amy promise rassegnarsi
con pazienza a quella cattività; e Foster corse a raggiugnere il suo
complice, sentendosi in parte sollevata la coscienza dal peso che
l’opprimeva.
«Io l’ho avvertita, diceva fra se stesso. Ella è un’insidia priva di
conseguenza quella che si lascia vedere ad un uccelletto nell’atto di
tenderla.»
Partitosi adunque dalla stanza della Contessa senza chiuderne la
porta al di fuori, levò i sostegni del trabocchello, che rimase in
equilibrio per la lieve forza del combaciamento tra la sua estremità e
il pianerottolo.
I due ribaldi si ritrassero a pian terreno per aspettare ivi ciò che
accaderebbe; ma fin qui aspettarono indarno. Il Varney si diede a
meditare passeggiando su e giù per la stanza, e tenea nascosto il volto
nel suo mantello, che scoperse improvviso dicendo: «In fede mia! non
vi fu mai donna sì pazza da trascurare una tanto bella occasione di
fuggire.»
«Forse ella ha risoluto, rispose Foster, di aspettare l’arrivo di suo
marito.»
«Gli è vero, verissimo! (sclamò il Varney che immantinente uscì della
porta), io non vi aveva per anche pensato.»
Scorsi erano appena due minuti quando il Foster udì lo scalpitar d’un
cavallo nella corte, ed un fischio simile al consueto segnale, onde il
Conte faceva noto il suo arrivo. Un istante dopo la porta di Amy si
aperse, e tantosto cedè il trabocchello. S’udì il romor prolungato di
una caduta... un piccol gemito... e ogni cosa fu terminata.
Allora il Varney si fece alla parte esterna di una finestra e con
voce, il cui accento esprimeva una mescolanza atroce di fremito, e di
ostentata giocondità, chiese a Foster:
«Ebbene, la capinera è presa? Il tutto è finito?»
«Iddio ci perdoni!» Null’altro il Foster seppe rispondere.
«Stolto! soggiunse il Varney, non hai tu adempiuto il tuo ufizio? La
tua ricompensa non è ella sicura? Or guarda nel sotterraneo. Qual cosa
vedi tu là in quel fondo?»
«Non vedo fuorchè vesti bianche affastellate che sembrano un mucchio di
neve. Oh mio Dio.! Ella alza un braccio.»
«Gettagli qualche cosa addosso per levarla di stento. Tony, la cassa
de’ tuoi denari, sai ch’ella pesa!»
«Varney, tu sei un demonio in carne umana. Non v’è più bisogno di
nulla. Amy Robsart non è più.»
«Eccoci tolti da ogni impaccio! sclamò Varney entrando in quella
stanza, d’onde era uscito per accelerare il misfatto. Io non mi credeva
tanto abile ad imitare il fischio del Conte.»
«Oh! Se v’è un Cielo vendicatore, tu hai ben meritato di provarlo tale,
proseguì il Foster, e tu lo proverai; tu la uccidesti col renderle
ministri di morte gli affetti più teneri del suo cuore. Gli è un far
bollire l’agnello nel latte della propria sua madre.»
«Tu sei un imbecille, un fanatico, riprese a dire il Varney,
componiamci ora a mentir la sorpresa e a spargere intorno scompiglio su
questa morte. Il corpo dee rimanersi dov’è.»
Ma tanta scelleraggine non andò lungo tempo impunita; perchè mentre
i malvagi stavano consigliando, sopravvennero Tressiliano e Raleigh,
i quali avendo incontrati nel villaggio Tider e l’altro servo, li
costrinsero ad accompagnarli, e col loro ministerio s’introdussero nel
castello.
Tony Foster fuggì non sì tosto li vide entrare, e siccome pratico di
tutte le segrete vie di quell’abitazione, s’involò alle loro ricerche.
Ma il Varney fu sorpreso nello stesso luogo, ed anzichè manifestare
verun rimorso, sembrò che quell’anima d’inferno prendesse diletto
dall’additare il luogo, ove era la insanguinata salma della Contessa,
disfidando ad un tempo chi potesse provare aver egli parte a tal morte.
Tressiliano al contemplare il lacero corpo della donna, così
bella dianzi, e da lui amata cotanto, fu colpito da sì terribile
disperazione, che Raleigh trovossi costretto ad usare la forza per
allontanarlo da tale vista acerbissima, ed a prendersi cura da se solo
di quanto era mestieri eseguire dopo l’avvenimento fatale.
Varney dimise bentosto il pensiero di nascondere nè il delitto, nè le
cagioni che il mossero a commetterlo, e addusse per motivo di tale
inaspettata sincerità, che comunque una gran parte di quanto egli
confessava, non avesse potuto aver fondamento se non se di sospetti,
pur questi sospetti medesimi sarebbero bastati a privarlo della
confidenza di Leicester, e a distruggere tutto il sistema de’ suoi
ambiziosi divisamenti.
«Del rimanente, costui soggiunse, io non nacqui per condurre
nell’esilio e nella proscrizione gli avanzi di una vita disonorata, nè
per fare sì che la mia morte divenga spettacolo alla ciurmaglia.»
Tali erano questi detti, che diedero a temere non volesse attentare ai
propri giorni; onde si ebbe cura di rimover da lui tutto quanto avrebbe
potuto giovargli a tal uopo. Ma pari a certi eroi dell’antichità
portava sempre con sè una picciola dose di veleno potentissimo,
preparatogli senza dubbio dal dottore Demetrio Alasco, e ch’egli
trangugiò nel durare della notte.
Fu rinvenuto morto alla mattina del dì successivo, nè a quanto
appariva, sofferse lunga agonia; perchè ne’ lineamenti del suo volto,
ancorchè morto, leggeansi ancora le impronte di quel riso sardonico che
gli fu tanto famigliare. Ma la morte dell’empio è eterna, come dice la
Scrittura.
La sorte del costui complice rimase lungo tempo sconosciuta. Il
castello di Cumnor, dopo il commesso tradimento, fu abbandonato; perchè
i servi credettero avere udito vicino alla stanza, che fu poi detta la
_Camera di lady Dudley_, e grida, e gemiti, ed altri suoni straordinari.
Scorsi alcuni anni, Giannina, non ricevendone notizia alcuna, divenne
padrona delle sostanze del padre, e le divise con Wayland, che lasciata
affatto la vita del venturiere, fu tra gli onesti impiegati della
regale casa d’Elisabetta.
E lungo tempo dopo la morte di questi sposi, il loro figlio
primogenito, inteso a fare alcune ricerche nel castello, scoperse nella
_Camera di lady Dudley_ un segreto passaggio, chiuso da una porta di
ferro che aprivasi dietro il letto. Conducea questa porta ad una specie
di celletta, ove trovossi una cassa piena di oro, e sovr’essa uno
scheletro; onde allor solamente apparve qual fu la fine di Tony Foster.
Egli era fuggito in questo segreto luogo, l’uscio del quale chiudeasi
per di dentro con una molla, ma avendo dimenticata al di fuori la
chiave onde unicamente poteva aprirsi, rimase egli stesso vittima degli
espedienti adoperati per custodire quest’oro al cui acquisto aveva
venduta la salute della propria anima.
Gli è credibile che le grida e i gemiti uditi dai servi non fossero del
tutto immaginari, ma venissero dal misero agonizzante che implorasse
aiuto.
Giunta a Kenilworth la notizia dell’atroce destino cui soggiacque la
contessa di Leicester, furono interrotte immantinente tutte le feste.
Il Conte, ritrattosi dalla Corte, non si abbandonò lungo tempo che
ai suoi rimorsi. Ma poichè il Varney nelle confessioni fatte innanzi
morire nulla disse di pregiudizievole alla fama del suo protettore, il
Leicester divenne per la Regina scopo di compassione anzichè di sdegno.
Elisabetta lo richiamò finalmente presso di sè, colmandolo di nuovi
onori e qual uomo di Stato e qual favorito. Il rimanente della vita
di questo personaggio è noto assai dalla storia; ma sarebbesi in tal
qual modo scorta la giustizia del Cielo nella sua fine, se giusta una
tradizione generalmente accolta, fosse vero ch’ei morì vittima di un
veleno preparato ad un altro.
La morte di sir Ugo Robsart seguì bentosto quella della figlia. Egli
instituì suo erede Tressiliano; ma nè l’allettante independenza del
viver campestre, nè le promesse di Elisabetta che lo invitava alla
Corte, valsero a stoglierlo dalla profonda malinconia che si stanziò
nel suo cuore. Finalmente dopo avere provveduto all’esistenza degli
antichi amici e de’ vecchi servi di sir Ugo, col suo fedele Raleigh,
s’imbarcò nella spedizione fatta alla Virginia; e giovane d’anni,
ma fatto vecchio dai cordogli, morì di morte immatura in una terra
straniera.
In quanto spetta ai personaggi secondari della nostra storia ci
contenteremo dire, che lo spirito del Blount s’ingentilì in proporzione
che le sue rosette gialle appassirono, e diremo soprattutto ch’ei
si comportò qual valoroso uficiale nei campi della guerra, suo vero
elemento più che nol fosse la Corte. Quanto a Flibbertigibbet,
l’ingegno suo disinvolto lo trasse in considerazione e favore presso il
gran Tesoriere dell’Inghilterra, Guglielmo Cecil di Burleigh.
. . . . . . .
Tutto ciò che può dirsi abbozzo della presente storia, leggesi nelle
antichità della contea di Berk, scritte dall’Athmole; e n’è pure
sovente discorso nell’altre opere ov’è menzionato il conte di Leicester.
L’ingegnoso traduttore del Camoens, Guglielmo Giulio Mickle, ha
composto sulla tragica morte della Contessa una commovente elegìa,
intitolata: _Il Castello di Cumnor_, e terminata coi seguenti versi:
Da lunge sol quel diroccato resto
Osa guatar del loco, che ancor serba
Dal rio fatto d’Amy grido funesto,
La pastorella, e tanto le inacerba
Dolore il cor, che ne disvia gli armenti,
Quasi fosse velen di Cumnor l’erba.
Nè passeggier di notte è che s’attenti
Accostarsi a que’ merli, e n’ha ribrezzo
Tal, che suon crede di ferali accenti
Fin molle susurrar d’estivo orezzo.