«State su, state su, se preziosa
»Vita pur v’è; non mi venite addosso.
»Vel canto in versi, e non vel dico in prosa.
»A manca e a dritta i calci a più non posso
»Mena la bestia mia; chè baldanzosa
»La rende nobiltà fitta nell’osso;
»Nobiltà, che suo padre ebbe ai tornei,
»Ch’alla figlia d’Enrico offria Dudlei.»
_Mascherata de’ barbagianni_ — Ben Jonson.
Il passatempo che stavasi apparecchiando pel successivo giorno
ad Elisabetta ed alla sua Corte era una battaglia fra i Danesi
e gl’Inglesi, la quale doveva essere rappresentata dai fedeli e
coraggiosi abitanti di Coventry, giusta una costumanza da lungo tempo
mantenutasi in quell’antico borgo, e guarentita autentica dalle vecchie
loro croniche.
I cittadini divisi in due bande, Sassoni, e Danesi, recitavano in
versi sufficientemente aspri, accompagnati da botte ancor più aspre
che costoro si menavano, le contese delle due prodi nazioni, e il
valor magnanimo delle amazzoni Inglesi, che ebbero la più gran parte
nella generale strage dei Danesi, accaduta nel secondo martedì dopo
pasqua, dell’anno di grazia 1012. Tale lotta che fu lungo tempo il
favorito sollazzo degli abitanti di Coventry, era stata a quanto
sembra proibita dal rigorismo d’alcuni ministri d’un’austera setta,
i quali aveano acquistata grande prevalenza sopra la Magistratura.
Perciò que’ borghesi indirissero istanze alla Regina, affinchè venisse
loro restituito questo patrio divertimento, ed anzi per ottenere la
permissione di offerirne lo spettacolo a sua Maestà. Allor quando
tale argomento si discusse nel consiglio privato, solito per la
maggiore celerità degli affari a seguire ovunque portavasi la Regina,
l’inchiesta del popolo di Coventry, benchè disapprovata da alcuni
membri più severi di quell’assemblea, incontrò grazia al cospetto di
Elisabetta. Ella trovò che passatempi di tal natura intertenevano
innocentemente molte persone, che prive d’essi avrebbero impiegato
in più perniciosi giuochi il proprio tempo, e che i loro predicatori
comunque commendabili per dottrina e pei santi fini che gli animavano,
mostravansi di soverchio acerbi nel negare i modi di ricrearsi al lor
gregge.
Avutasi pertanto causa vinta dagli abitanti di Coventry, dopo un
banchetto, che mastro Laneham chiama _colezione d’ambrosia_, i
principali personaggi della Corte, seguendo sua Maestà, si trasferirono
in folla alla torre _della Galleria_ per vedere avvicinarsi le due
truppe nemiche, Inglese e Danese.
Ad un dato segno si schiuse per riceverli lo steccato del parco; ed
entrarono tutti insieme i fantaccini ed i cavalieri, perchè i più
ambiziosi fra i borghesi ed i coltivatori si erano addossate bizzarre
vesti che in tal qual modo imitavano quelle dei cavalieri, e così
intendevansi rappresentare il corpo nobile delle due nazioni. Ciò
nullameno onde evitare ogni sinistro, non fu permesso ai medesimi il
montare veri cavalli; costretti quindi a valersi di quei corridori
di legno, onde ebbe in altri tempi il suo vezzo principale la danza
moresca, e che vediamo anche ai dì nostri sul teatro nella grande
battaglia, con cui viene terminata la tragedia del sig. Bayes. Nè
d’arnesi men singolari, che la cavalleria, pompeggiava l’infanteria;
la quale comparsa potea riguardarsi quasi una parodia di quegli
spettacoli più splendidi, ne’ quali i nobili avendo parte, imitavano
colla possibile fedeltà i personaggi rappresentati. Nè la festa di
cui parliamo era soltanto parodia a motivo dei cavalli di legno, e
delle combinazioni bizzarre e ridicole di vesti, che quegli attori
d’una classe inferiore sfoggiavano non ne sapendo di più, e che noi ci
asterremo dal descrivere per non interrompere il corso della nostra
storia; ma ad accrescere materia di riso aggiugneasi la qualità delle
lor armi, che sebbene capaci di portare vigorosi colpi, non erano che
lunghe pertiche in vece di lancie, ed i bastoni teneano luogo di spade.
Le armi da difesa poi così per la fanteria come per la cavalleria erano
caschetti e scudi di fitto cuoio.
Il capitano Coxe (quel celebre buffone di Coventry, autore d’una
biblioteca di ballate, d’almanacchi, e di storielle, che legate in
carta pecora, ed annodate con uno spago, vengono anche oggidì cercate
avidamente dagli antiquari) era egli stesso l’ingegnoso ordinator della
festa. Avanzavasi gagliardamente sul suo cavallo conducendo le bande
Inglesi. «Feroce all’aspetto, dice il Laneham, brandiva la sua lunga
sciabola, qual si conveniva ad uno sperimentato guerriero, che avea
portato l’armi all’assedio di Bologna sotto il padre della Regina, il
re Enrico.» Questo Generale pertanto fu il primo a far carriera; e
passò vicino alla galleria, seguito da’ suoi compagni. Poi abbassando
rispettosamente innanzi alla Regina l’impugnatura della spada fece tale
corbetta, che non mai cavalli di legno a due gambe ne avevano fatta una
simile.
Indi continuando in suo cammino con tutta la schiera de’ fantaccini
e de’ cavalieri, li schierò abilmente in ordine di battaglia
all’estremità del ponte, aspettando che i suoi antagonisti fossero
preparati all’assalto.
Nè gli fu d’uopo indugiar lungo tempo; perchè i Danesi, così infanteria
come cavalleria, non inferiori nè di numero nè di coraggio agl’Inglesi,
arrivarono quasi nell’istante medesimo; e preceduti dal suono della
cornamusa del Nort, strumento della nazione, ubbidivano ai comandi
d’un abile condottiero, il quale nella perizia della guerra non la
cedeva che al capitano Coxe, se però non eragli eguale. I Danesi,
siccome assalitori, si collocarono sotto la torre _della Galleria_,
posta rimpetto a quella _di Mortimero_, e prese che ebbero tutte le
necessarie cautele fu dato il segno della battaglia.
Molta moderazione dimostrarono i combattenti nel primo scontro; perchè
ciascuna delle due parti temeva essere respinta sino al lago. Ma col
giugnere de’ rinforzi la scaramuccia si trasformò in combattimento
accanito. Gli uni si lanciaron su gli altri, che sembravano, come si
esprime il donzello della camera del Consiglio, _montoni ardenti di
gelosia_; e gli urti scambievoli erano tanto furiosi, che a coppie
stramazzavano al suolo, e faceano strano fracasso quelle sciabole di
legno che si scontravano negli elmi; ed accadde per reiterate riprese
ciò che i campioni più esperimentati delle due bande temevano: i
cancelli laterali, fors’anche ad arte mal rinfrancati, cedettero
alla forza di quelle spinte, di modo che il coraggio della maggior
parte illanguidì. E tale accidente sarebbe divenuto più serio di
quanto volevasi in una lotta fatta per divertire, poichè parecchi di
que’ campioni non sapevano nuotare, e quelli ancor che lo sapevano
si trovarono impacciati dalle loro infrante armature di legno e di
cartone. Ma ogni cosa erasi preveduta, onde stavano pronti molti
battelli per raccogliere i guerrieri che soggiacessero a tale disastro,
e per isbarcarli sulla terra ferma. Ivi tutti molli e sconfortati
cercavano l’obblio dell’avuta sconfitta nella copia d’_ala_ calda, e
di spiritosi liquori che vennero ad essi somministrati colla massima
liberalità; e tal ne era l’effetto, che non mostravano più alcuna
vaghezza di rimettersi in quel pericoloso certame.
Il solo capitano Coxe, balzato due volte dal ponte nel lago egli ed
il suo cavallo di legno, e giudicandosi nondimeno capace d’affrontar
quanti pericoli siensi giammai offerti agli eroi favoriti dell’antica
cavalleria, agli Amadigi, ai Beliani, ai Bevi, e a Guido di Warwick,
il cui personaggio egli rappresentava, il solo capitano Coxe, lo
ripetiamo, dopo due disgrazie di tal fatta si lanciò in mezzo al più
folto della mischia, colle vesti e colla gualdrappa del cavallo tutte
imbevute d’acqua, e giunse per due volte a ridestare colla voce e
coll’esempio il coraggio degl’Inglesi, che pareva inchinasse; tal
che finalmente la vittoria loro sopra i Danesi divenne, siccom’era
convenevole e giusto, compiuta e decisiva. Meritevole quindi che un
mezzo secolo dopo la facesse immortale la penna di Ben Jonson, il quale
giudicò non potere un ballo immascherato aprirsi degnamente da verun
altro fuorchè dall’ombra del capitano Coxe, montato sul formidabile suo
corridore di legno.
Questi passatempi campestri, e per vero dire grossolani anzichè no, mal
parranno forse accordarsi coll’idea che il leggitore dovea concepire e
d’una ricreazione preparatasi per Elisabetta, per quella Principessa,
che nel durar del suo regno fece fiorire in guisa tanto brillante
le lettere, e d’uno spettacolo rappresentato dinanzi una Corte, cui
presedea la donna la più reputata così per l’osservanza in ch’ebbe mai
sempre ogni sorte di convenevolezze, come per saggezza e spirito, e per
gusto finissimo e dilicato.
Ma fosse politica in essa il prendere parte a que’ diletti popolari, o
vogliasi dire che Enrico VIII avesse trasfuso alcuno de’ propri gusti
nella sua prole, gli è certo ch’ella rise di tutto cuore sul modo onde
la popolazione di Coventry dipinse, o piuttosto mise in parodia le
consuetudini cavalleresche. Ma finalmente vogliosa di una ricreazione
più conforme al suo genio che questi spettacoli burleschi nol fossero,
chiamò a se vicini il lord Hunsdon, e il conte di Sussex col quale
aperse un intertenimento sopra cose a lei più gradevoli, nel che ebbe
parimente, a quanto parve, lo scopo di compensare questo uomo illustre
del disgusto forse arrecatogli dalle lunghe udienze particolari, onde
in quell’intervallo si vide onorato il Leicester. La compiacenza che la
Sovrana dava a divedere nel ridere e scherzare co’ suoi generali, fornì
al Favorito l’occasione ch’ei stava aspettando di ritrarsi dal regale
cospetto. E così bene egli colse l’istante, onde il suo allontanarsi
fu attribuito dai cortigiani a cortesia, che gli persuadesse lasciar
libero al rivale il campo di avvicinarsi ad Elisabetta, anzichè
profittare del vantaggio che la sua qualità di signor del castello
offerivagli a poter sempre mettersi di mezzo siccome barriera fra i
propri emuli e la Regina.
Ma il Leicester pensava in allora a tutt’altra cosa fuorchè al
dimostrarsi così generoso rivale; nè appena vide la Regina in colloquio
col Sussex e col lord Hunsdon, dietro ai quali stavasi sir Nicolò
Blount, spalancando da un orecchio all’altro la bocca ad ogni parola
che udiva pronunziare, il Leicester fece un cenno a Tressiliano, che
in tutto quel tempo non avea mai partiti gli occhi da quanto il Conte
facea.
Il Leicester pertanto s’innoltrò dalla banda del parco, rompendo
le ondate degli spettatori, che si beavano ammirando il battagliar
degl’Inglesi contra i Danesi. Poi quando, non senza avere superata
qualche difficoltà si vide fuori di quella calca, volse il capo per
verificare se Tressiliano se n’era spacciato al pari di lui, ed
accorgendosi che questi lo seguia da vicino, s’avviò ad un piccolo
boschetto, ove gli aspettava un servo con due cavalli forniti di
sella. Asceso sopra uno di essi additò per cenni a Tressiliano di fare
altrettanto sull’altro. Il Cornovagliese lo secondò senza profferire un
solo accento.
Il Leicester punse i fianchi del suo corridore, e galoppò senza posa
fino ad uno spartato luogo, cinto di spessissime quercie, lontano un
miglio dal castello, e situato in parte contraria affatto a quella ove
la curiosità attraeva la piena degli spettatori. Allora discese, e
legato il suo cavallo ad un albero, altro non disse che queste parole:
«Qui non corriamo rischio di venire interrotti»; indi posto il mantello
suo sulla sella, sguainò la spada.
Fece egual cosa Tressiliano, che solamente non potè ristarsi dal
dire: «Milord, chiunque mi conosce sa ch’io non pavento la morte ogni
qualvolta sia compromesso il mio onore. Credo potere senza avvilirmi
domandare in nome di quanto è più sacro giusta le leggi dello stesso
onore, per qual motivo la Signoria vostra si è tratta a farmi un
oltraggio siccome quello che ora mette l’uno a fronte dell’altro, nello
stato in cui ci troviamo.»
«Se voi non amate aver tali prove del mio disprezzo, mettetevi tosto in
difesa, o temete ch’io rinnovelli il trattamento onde vi querelate.»
«Non ne farà d’uopo. Dio sia giudice fra di noi, e ricada sul vostro
capo il sangue vostro, se voi succumbete!»
Terminate queste parole si avvicinarono, e diedero principio
all’assalto.
Il Leicester che sapea profondamente l’arte della scherma, imparò nella
scorsa notte a ben conoscere la forza di Tressiliano ed a sentire la
necessità d’usare molta cautela, e di assicurarsi la vendetta col
non volerla troppo affrettata. Continuò molti minuti la pugna, e la
maestria e la fortuna eguali erano d’entrambe le parti, allor quando
Tressiliano avventurando con eccessivo impeto una botta al Leicester,
questi riuscito a pararla pose l’avversario in mal punto; tanto che
potè disarmarlo, e riversarlo sul suolo. Sorrise ferocemente il Conte
in vedere la punta della propria spada non lontana più di due pollici
dal collo dell’inimico. Postogli un piede sul petto, gli comandò
confessasse le infami colpe, onde si era fatto reo verso di lui, indi
si preparasse alla morte.
«Non ho colpe, nè infamie da rimproverarmi nella condotta che tenni
verso di te, Tressiliano rispose. Meglio di te son preparato a morire.
Usa, come ti piace del riportato vantaggio, e possa Iddio perdonarti!
Io non ti diedi nessun motivo di perseguitarmi coll’odio tuo.»
«Nessun motivo! sclamò il Conte, nessun motivo! Ma perchè parlar io con
un ente sì vile? Muori, siccome vivesti.»
E già rialzato avea il braccio, risoluto a portargli l’estremo colpo,
quando sentì arrestarselo da alcuno che gli stava dietro alle spalle.
Furibondo ei si volse per isciogliersi da tale ostacolo non mai
preveduto, e vide colla massima delle sorprese che chi gli tenea il
braccio era un fanciullo d’aspetto il più straordinario; e lo tenea sì
vigorosamente, che gli sforzi operati dal Conte a fine di spacciarsene
diedero tempo a Tressiliano di rialzarsi e di riprendere la sua spada.
Il Leicester gli si avventò lanciando sovr’esso guardi inveleniti
siccome prima, e con più furore sarebbe rincominciata la pugna, se il
fanciullo gettatosi a’ piedi del Conte, non lo avesse con voce stridula
ed acutissima supplicato ad ascoltarlo un istante.
«Levati e lasciami, disse Leicester, o pel giusto Iddio!... proverai
quel che la mia spada si valga. Qual interesse è in te di togliermi la
mia vendetta?»
«Un interesse potentissimo, rispose senza intimidire il fanciullo,
perchè la mia sola pazzia è cagione di questa sanguinosa contesa, e
lo sarà fors’anche di mali assai più terribili. Oh! se voi volete
goder la gioia d’una pura coscienza, oh! se voi sperate dormire
i vostri sonni liberi dal tormento crudelissimo de’ rimorsi, oh!
trascorrete, trascorrete questa lettera solamente, poi farete quel che
vi aggrada.» E questi detti movea con tale istanza, cui i lineamenti
del volto e la singolarità della voce prestavano non so qual vezzo
fantastico, e nel tempo medesimo faceva vedere al Conte una lettera
annodata da lunga treccia di capelli. Comunque cieco di rabbia nel
vedersi sfuggir dalle mani in guisa tanto strana la sua vendetta,
non seppe il Conte resistere a questo supplicante d’un genere sì
straordinario. Gli strappò dalle mani la lettera, impallidì nello
scorgerne la soprascritta, slegò con tremebonda destra il nodo che la
chiudea, e portatine gli occhi sul contenuto, vacillò e sarebbe caduto
all’indietro, se nol reggea il tronco di un albero. Rimase un istante
in quella positura, cogli occhi fisi sulla lettera, e colla punta della
spada rivolta al suolo, sicchè non parea più pensasse di modo alcuno
alla presenza d’un nemico ch’egli avea sì spietatamente aizzato, e
venuto in tutto il destro di assalirlo con vantaggio a sua volta. Ma
troppo nobile era l’anima di Tressiliano per pensare ad una sì fatta
vendetta. Egli stavasi non men del Conte immobile per la sorpresa,
tenendosi però ognor pronto a schermirsi, se fosse stato d’uopo, contro
qualunque subitaneo assalto d’un inimico ch’ei sospettava sempre più
essere vittima soltanto d’una inconcepibile frenesia. Gli parve per
vero dire ravvisar nel fanciullo quel ragazzo che avea fatto seco a
correre intorno all’antro del maniscalco, perchè tal era la figura di
Dick, che non la dimenticava sì di leggieri chi l’avea vista una volta.
«Ma come giunto qui in tal momento? considerava fra se medesimo; perchè
interporsi con tanto fervore nella nostra contesa? e quel che più mi
sorprende, perchè il costui frammettersi ha potuto tanto sull’animo di
Leicester?»
Ma tal si era quella lettera da produrre effetti ben ancora più
maravigliosi; e fu quella stessa che l’infelice Amy aveva scritta al
suo sposo onde rendergli noti i motivi che la costrinsero a fuggire da
Cumnor, e i modi dell’eseguito divisamento. In essa instruivalo come
si fosse rifuggita a Kenilworth, soltanto per implorare la protezione
del marito; in essa spiegava circostanze da cui appariva il perchè si
fosse trovata nella stanza di Tressiliano; in essa pregava il Conte a
procurarle senza indugio un ricovero più convenevole che la torre _di
Merwyn_ non le offeriva. Terminavasi questa lettera colle proteste le
più solenni d’un inviolabile affetto, e di una sommessione sott’ogni
riguardo assoluta alle volontà dello sposo, e principalmente per quanto
si riferiva al tenore di vita ignorata ch’egli da lei pretendeva, e di
cui si chiamava contenta purchè non fosse oltre affidata alla custodia
di Varney.
Percorso ch’ebbe l’intero foglio il Leicester, gli cadde queste di
mano. «Prendete, diss’egli, la mia spada, o Tressiliano, e trapassatemi
il cuore, com’io volea pochi momenti dianzi trafiggere il vostro.»
«Milord, rispose Tressiliano, voi mi faceste una grande ingiustizia,
ma un segreto presentimento ripeteva al mio animo, che questa doveva
essere la conseguenza di qualche inesplicabile errore.»
«Fatale errore! (Soggiunse il Leicester nell’atto stesso in cui
rimetteva la lettera a Tressiliano). Mi si è fatto credere scellerato
un uomo d’onore, e un servo infido e dissoluto vestì a’ miei occhi il
carattere del migliore fra gli uomini! Oh tristo d’un fanciullo! perchè
mi giugne questa lettera solo adesso? A che indugiò, ove trovasi lo
sciagurato che doveva recarmela?»
«Non ardisco dirvelo, Milord (rispose il fanciullo, e facea nel tempo
stesso le sue consuete prove di allontanarsi e di mettersi fuori del
pericolo d’essere raggiunto). Ma ecco il messo.»
Arrivò in quel punto stesso Wayland; che interrogato dal Leicester,
gli narrò tutte le particolarità della fuga presa insieme con Amy;
gli orribili espedienti dei malvagi che rendettero necessaria tal
fuga, e il desiderio ch’ella avea di mettersi sotto la protezione del
marito. Ed in prova di quanto asseriva, citò la testimonianza de’
servi del castello, i quali, soggiugneva egli, non poteano del certo
aver dimenticate le premurose istanze ch’ella fece appena giuntavi
ond’essere condotta al conte di Leicester.
«Ah scellerati! sclamò il Conte. Ma di tutti più infame, più scellerato
Varney! E Amy or che parliamo è in poter di costui!»
«Ma _costui_, disse tosto Tressiliano, spero non avrà ricevuti comandi
che le possano tornare funesti.»
«No, no, rispose precipitosamente il Leicester; dissi alcune cose nel
primo impeto di furore, ma quest’ordine è compiutamente ritrattato, un
corriere è partito in tutta fretta. Ora ella si trova.... ella deve
trovarsi in piena sicurezza.»
«Sì disse Tressiliano, ella _deve_ trovarsi in piena sicurezza, ed io
_devo_ esserne certo. I miei dispareri particolari con voi sono finiti,
o Milord; ma ne restano altri su cui debbo chiedere conto al seduttore
di Amy Robsart, a quel seduttore che di Varney si fece manto onde
coprire le proprie colpe.»
«Il _seduttore_ d’Amy! replicò in terribile tuono Leicester. Dite il
suo sposo, il suo sposo ingannato, accecato, il suo indegno sposo. Ella
è di fatto la contessa di Leicester, quanto è vero ch’io sono armato
cavaliere. Non avvi genere di giustizia ch’io non sia pronto a renderle
di mio buon grado. Non ho d’uopo dirvi che se avvisaste essere in voi
gli espedienti per costringermi a ciò, non li temo.»
Tanta era la generosità di Tressiliano, che gl’impedì di arrestarsi
sulle personali considerazioni, cui dava luogo quest’ultima parte della
risposta del Conte, e tutte le sue idee si raccolsero immantinente
a meditare sulla sorte d’Amy Robsart. Non aveva egli una illimitata
fiducia nelle risoluzioni, che temea volubili, del Leicester, e per
altra parte ne scorgea l’animo troppo fieramente agitato per potere
assicurarsi che la fredda ragione lo avrebbe sola condotto. Per ultimo
non credeva Amy fuor di pericolo finchè la sapea fra le mani delle
perfide creature del Conte.
«Milord, diss’egli colla massima calma, non ho mente d’offendervi, ed
ora sono lontano più che mai dal voler cercare contese, ma i doveri
che mi astringono a sir Ugo Robsart, vogliono ch’io in questo istante
medesimo mi conduca alla Regina per farle note le cose accadute, e per
adoperarmi, onde il grado di Amy Robsart venga riconosciuto siccome è
di dovere.»
«No, Signore, il Conte replicò con nobile disdegno; non siate cotanto
ardito per frammettervi in un affare che mi riguarda personalmente;
la voce sola di Dudley dee promulgare l’infamia di cui si è coperto
Dudley[12]. Corro sull’istante a farne consapevole Elisabetta, poi
veloce come il lampo sarò a Cumnor.»
Così parlando distaccò il cavallo, e montatovi sopra, s’avviò, correndo
a tutta briglia, al castello.
Nè meno impaziente di condursi a quella volta Tressiliano salì egli
pure a cavallo; il che vedendosi da Flibbertigibbet, questi gli disse:
«Ah Signore! portatemi con voi; la mia storia non è per anco finita. Ho
bisogno della vostra protezione.»
Il gentiluomo di Cornovaglia secondò l’inchiesta del fanciullo, che in
rispettosissimi modi gli confessò lungo la strada com’egli, Dick, si
credesse avere diritto alla confidenza di Wayland, come lo avessero
punto i misteriosi avvolgimenti, onde lo stesso Wayland evitava di
appagarne la curiosità allor quando veniva da lui richiesto sullo
stato della Signora, a questo maniscalco affidata, come in fine per
vendicarsi avesse furtivamente tolta di dosso a Wayland quella lettera
d’Amy, che tardata al Leicester, produsse cotanti inconvenienti.
Aggiunse però in propria difesa essere stata intenzione in lui di
restituire la stessa lettera in quella sera medesima, non dubitando
che il suo vecchio amico non si trovasse al castello per sostenere
la parte d’Arione; avergli per vero dire fatta molta sensazione il
nome accennato nella soprascritta, ma essergli noto che non prima di
quell’ora potea giugnere al castello il conte di Leicester, ne più
presto quindi eseguire la sua commissione Wayland.
«Ma continuò il fanciullo, Wayland non si vide più» (e i nostri
leggitori sanno come lo avesse posto fuori del castello il Lambourne).
«Mi diedi, ma invano, tutta la sollecitudine per trovarlo. Cercai in
allora un’occasione che non mi venne prima d’ora, onde parlare alla
Signoria vostra[13]. Allora sì, cominciai a temere le conseguenze dello
scherzo fatto all’amico, vedendomi detentore d’una lettera indiritta
ad un personaggio cotanto ragguardevole, quale si è il conte di
Leicester. Prima dell’allontanamento di Wayland potei accorgermi che
egli non si curava punto, anzi temeva d’incontrarsi in Lambourne e in
Varney. Pensai quindi che tale lettera fosse da rimettersi nelle mani
stesse del Conte, e che forse avrei dato danno a chi l’avea scritta col
fidarla a qualunque altra persona. Cercai bene d’ottenere un’udienza da
milord Leicester; ma quella canaglia de’ suoi servi a’ quali mi volsi a
tal uopo mi respingevano colle male parole, fosse per vedermi piuttosto
brutto, fosse perchè i miei abiti non mi annunziavano per un signore.»
Narrò in appresso, come si fosse trovato vicino ad aggiugnere il
desiderato scopo, allorchè in mezzo alle praticate indagini gli
accadde trovar nella grotta lo scrignetto ch’ei ben sapeva appartenere
all’infelice Contessa, avendoglielo veduto nel breve tempo ch’ella
viaggiò di conserva coi commedianti, perchè niuna cosa sfuggiva
all’occhio vispo di quel fanciullo. Dopo essersi dato premura onde
consegnare alla Contessa o a Tressiliano quella cassettina, ei la pose
per ultimo (e vedemmo per quale combinazione) fra le mani medesime
del Leicester, ma il travestimento di questo personaggio gli impedì
ravvisarlo.
Parve propizia a Dick la sera della mascherata, e vedea imminente
l’istante di poter parlare al Conte egli stesso, ma Tressiliano il
prevenne. Fino d’orecchio quanto lo era d’ingegno, udì i due campioni
che si diedero convegno nel _luogo di delizia_, e gli venne vaghezza
d’entrar terzo ne’ lor colloqui, e di spiarne i passi; perchè già lo
mettevano in tal quale inquietezza le strane voci che intorno alla
signora si andavano divulgando fra le persone di servigio.
Un incidente non preveduto gl’impedì di seguire da vicino l’orme del
Conte, onde giunto sotto del portico trovò gli avversari alle prese.
Avvertì di gente che si batteva la guardia, nè dubitò oltre, che la
burla da esso fatta non fosse la cagione di una tale disfida, di cui
potevano essere tanto funeste le conseguenze. Da starsi nascosto
sotto del portico, udì il secondo patto di disfida, in cui Leicester
e Tressiliano convennero. Per ciò non tenne che sovr’essi l’occhio
intantochè i paesani di Coventry battagliavano. Allora a grande sua
maraviglia, scorse in mezzo alla folla Wayland travestito con molta
arte, ma non quanta voleasi per ingannar l’acuto sguardo del fanciullo
collega. Si sottrassero insieme alla calca per confidarsi lo stato
loro scambievole. Flibbertigibbet confessò al maniscalco tutto quanto
abbiamo or raccontato, e l’altro a sua volta gli narrò, come lo avesse
ricondotto in quel luogo l’altissima agitazione che il fece paventare
per la giovane Amy, appena in un villaggio dieci miglia distante da
Kenilworth, ove trovossi quella mattina, intese che fin nella notte
precedente aveano abbandonato il castello del Conte così Varney come
Lambourne, uomini a suo avviso capaci d’ogni più nero attentato.
Mentre di queste cose s’intertenevano Wayland e Dick, videro
Tressiliano e Leicester che si erano spacciati dalla calca, e li
seguirono fino al luogo, ove montarono a cavallo. Ivi fu che Dick,
della cui sveltezza hanno già avute riprove i nostri leggitori,
giunse in tempo a salvare a Tressiliano la vita. Era lo stesso Dick
pervenuto a questa conclusione del suo racconto, allorchè egli ed il
Cornovagliese si trovarono dinanzi alla torre _della Galleria_.