R. LEICESTER.

Dal nostro castello di Kenilworth, giorno decimo di luglio, anno di

grazia 1575.»

Intanto che il Leicester terminava, e suggellava tal lettera, scortato

dal servo entrò nell’appartamento Michele Lambourne, colle gambe entro

stivaloni che gli venivano sino alla coscia, col mantello legato

attorno al corpo da una cintura ad uso di chi dee cavalcare, e coperto

da un cappellaccio di feltro, come i corrieri costumano.

«In qual grado servi tu?» il Conte gli disse.

«Nel grado di scudiere del grande scudiere della Signoria vostra,»

rispose il Lambourne con quel suo tuono di sfrontatezza ordinaria.

«Metti da un canto la sfacciataggine. Le buffonerie che ti puoi

permettere con sir Riccardo Varney, non sono buone per me. Solamente

rispondimi. In quanto tempo ti riprometti di raggiugnere il tuo

padrone?»

«In un’ora, o Milord, se il cavaliere o il cavallo ci durano,» rispose

Lambourne, che fece tosto passaggio dal tuono pressochè famigliare ai

modi il più profondamente rispettosi.

Il Conte lo squadrava da capo a piedi: «Ho udito parlare di te,

come d’uomo infaticabile nel servigio, ma troppo dedito al vino, e

accattabrighe, sicchè non so bene se convenga il fidarti negozi di alto

rilievo.»

«Milord, fui soldato, marinaro, viaggiatore, avventuriere, mestieri

tutti nei quali si gode del tempo presente, perchè non avvi mai

sicurezza del dì successivo; ma benchè questo tempo molte volte io

l’abbia mal impiegato, non ho mai posto in dimenticanza quanto si dee

ad un padrone.»

«Fa ch’io me n’avvegga in tal circostanza, e te ne verrà bene. Rimetti

prontamente, e con tutta l’accuratezza questa lettera nelle mani di sir

Riccardo Varney.»

«La mia incumbenza non si estende più in là?» soggiunse il Lambourne.

«No, rispose il Conte, ma riguardo come affare di massima importanza

che ella sia eseguita a dovere e con sollecitudine.»

«Non risparmierò nè le mie cure, nè il mio cavallo,» e dopo avere così

risposto il Lambourne si ritirò immediatamente, e nell’attraversare il

lungo corritoio e nel discendere per la scaletta segreta, borbottava

fra se medesimo: «Ecco a che si riduce questa segreta udienza, onde io

era già salito in tanta speranza! Che io caschi morto! Avrei giurato

che il Conte abbisognasse della mia assistenza per qualche segreto

maneggio, e il tutto sta in una lettera da portar via! Nondimeno sia

fatta la sua volontà! E sua Signoria dice benissimo. Me ne verrà bene

per un’altra volta. Il fanciullo va carpone prima di camminare, ed è

giusto che un novizio cortigiano, come son io, faccia lo stesso....

Ma diamo un poco un’occhiatina a questa lettera, che il nostro Conte

ha suggellata con tanta negligenza.» Compiuto ch’ebbe tale disegno si

credè rapito in estasi, ed esclamò: «La Contessa! la Contessa! Giur’al

cielo ho scoperto un segreto che o farà la mia fortuna, o mi rovina per

sempre. Ma va innanzi o mio Baiardo, soggiunse egli mentre conducea

nel cortile il suo cavallo; va innanzi perchè i miei speroni e i tuoi

fianchi sono in procinto di stringere nuovamente amicizia.»

Salì dunque a cavallo il Lambourne, abbandonando il castello, ed uscì

per la portella di soccorso, ove trovò gli ordini lasciati dal Varney

affinchè non gli si contendesse il passaggio.

Non appena il Lambourne ed il servo si erano partiti dalla stanza di

Leicester, questi cambiò le magnifiche vesti in altre più semplici,

ed avvoltosi nel suo mantello, e presa in mano una lucerna, tenne la

via del corritoio, d’onde scese ad una porticella che mettea nella

corte vicina all’ingresso del _luogo di delizia_. Le considerazioni

cui si dava egli in allora erano d’un’indole più tranquilla e più

risoluta che da lungo tempo nol fossero state, e studiavasi di assumere

quel contegno, che a’ suoi occhi medesimi fosse giusto, fermo però

nell’opinione d’essere egli l’offeso, non il colpevole.

«Soffersi il più grave degli oltraggi! Tal si era il senso di queste

meditazioni; e nondimeno ho ricusato di prenderne quell’immediata

vendetta che era in mio potere per riserbarmi quella sola voluta

dall’onore. Ma ne deriverà perciò che un nodo profanato in un giorno

da questa perfida donna debba legarmi per tutta la vita, ed oppormi

impacci nella brillante carriera, che i miei destini mi apersero? No:

vi sono altri modi d’infrangere sì fatti lacci senza attentare ai

giorni di quella che mi tradì. Dinanzi a Dio sono libero d’un legame

ch’ella stessa ha distrutto. Molti e molti regni separeranno lei e me

d’ora innanzi: l’immenso oceano starà frapposto tra noi: ed i flutti

che ne’ loro abissi inghiottirono intere flotte, rimarranno i soli

depositari di questo infausto segreto.»

Con sì fatti ragionamenti procurava il Leicester di calmare la propria

coscienza. Di fatto egli avea ritrattati gli ordini atroci d’una

vendetta, che bramò troppo nel primo impeto dello sdegno. E quanto

alle mire ambiziose, erano queste divenute per tal modo inseparabili

dai suoi atti e dai suoi disegni, che non era più nemmeno in facoltà

di lui il risolversi d’abbandonarle. Quella sola vendetta cui divisava

limitarsi, prese a’ suoi occhi un color di giustizia, e perfino di

moderazione e di generosità.

In tale stato trovavasi l’animo dell’uomo ambizioso, e che veramente

si credea provocato, allorchè entrò nel magnifico ricinto del _luogo

di delizia_, che la luna adorna del massimo suo splendore chiariva.

I raggi ne venivano ripercossi da tutti i marmi bianchicci ond’erano

costrutti i cancelli e gli altri ornamenti architettonici di quel

delizioso sito. Non una leggiera nuvoletta ingombrava l’azzurrina volta

de’ cieli; laonde la prospettiva che stavasi innanzi potea vedersi in

quella guisa, come se il sole avesse abbandonato allor l’orizzonte.

Le numerose statue di bianco marmo al chiarore di quella pallida luce

sembravano altrettanti spettri, che avvolti in bianchi drappi uscissero

delle lor tombe. Le fontane che in brillanti zampilli descrivevano la

loro curva nell’aere, ricadeano indi nei propri bacini in forma di

pioggia che inargentavano i raggi della luna. Calda oltremodo era stata

quella giornata; spirava lungo il terrazzo un dolce orezzo notturno,

leggiero al pari d’aura agitata dal ventaglio d’avvenente donzella.

Gli usignuoli avevano costrutti numerosi nidi nel contiguo giardino,

e questi armoniosi cantori delle notti estive cercavan compenso del

silenzio serbato per tutto il giorno nell’intonare deliziosi concerti,

i cui accordi, or vivaci e giulivi, or patetici, corrispondevano, detto

sarebbesi, all’estasi prodotta in essi dal cheto e soave spettacolo di

que’ giardini allegrati dalla lor melodia.

Ma il Leicester pensava a tutt’altro che al mormorio dell’acque, al

chiaror della luna, o ai canti degli usignuoli, e dignitoso e a passi

lenti trascorrea quel terrazzo da un’estremità all’altra, avvolto nel

suo mantello, e tenendo sotto il braccio la spada, nè gli veniva fatto

di veder cos’alcuna che a figura umana si assomigliasse.

«Fui scherno, diceva egli, della mia stessa generosità, lasciai

sfuggirmi quello scellerato, e forse a quest’ora egli ha fatta libera

la sua adultera amante, che sì debolmente è scortata.»

Tali ne erano i sospetti, che tantosto si dileguarono, allor quando

s’accorse di un uomo che dopo avere attraversato il portico, veniva a

lui lentamente, ed oscurava colla propria ombra gli obbietti innanzi ai

quali avvicinandosi trascorrea.

«Ferirò io, prima che il suono di questa odievole voce mi giunga

all’orecchio? (pensò il Leicester nell’atto di mettere la mano

all’impugnatura della sua spada). Ma no: voglio sapere a che tendano

i suoi vili divisamenti: voglio conoscere, comunque orribile ne sia

l’esame, tutti i raggruppamenti, gli avvolgimenti di questo rettile

impuro, innanzi ch’io adoperi la forza mia a stritolarlo.»

Abbandonata colla mano l’elsa della spada, mosse lentamente ver

Tressiliano, cercando di raccogliere attorno al suo animo quella calma

di cui sentivasi capace.

Tressiliano il salutò con molto riguardo, alla quale salutazione

corrispose il Conte chinando disdegnosamente il capo, e dicendogli:

«Voi volevate parlarmi in segreto, o Signore! Eccomi a voi. Sto

ascoltandovi.»

«Milord, quanto debbo comunicarvi mi sta sì a cuore, e bramo tanto

di avere in voi un ascoltatore paziente, e persin favorevole, che

incomincerò prima dal giustificarmi sopra tutte quelle circostanze che

potessero avere impressionato sinistramente intorno a me l’animo della

Signoria vostra. Voi mi credete vostro nemico?»

«Non pare ch’io ne abbia qualche motivo?» Rispose il Conte, in veggendo

che Tressiliano aspettava una risposta.

«Voi siete ingiusto, o Milord. Io mi protesto amico del conte di

Sussex, che i cortigiani nomano vostro rivale; ma non ne sono o la

creatura o il partigiano, nè aspettai questo momento ad accorgermi che

le Corti e i loro maneggi non si confanno nè colla mia indole, nè colle

mie idee.»

«Certamente! rispose il Leicester. Avvi cure più degne d’un dotto

che gode tanta fama quanto il sig. Tressiliano; ma l’amore ha i suoi

maneggi, non meno che l’ambizione.»

«M’accorgo, Milord, che voi date troppo peso all’antico affetto ch’io

nudrii per l’infelice persona di cui debbo or favellare, e immaginate

forse ch’io ne abbia assunta la causa, mosso piuttosto da uno spirito

di rivalità, che da un sentimento di giustizia.»

«Quali che siano le mie idee a tal proposito, procedete innanzi nel

vostro discorso, o Signore. Fin qui non m’avete parlato che di voi

medesimo; gli è un argomento per certo grave ed importantissimo; ma

che non mi riguarda personalmente in un modo sì rilevante da farmi

abbandonare il riposo per venire ad intertenermene. Risparmiate di

farmi udire più lunghe frasi, o Signore, e dite quel che vi rimane a

dire, se pur è vero che abbiate da parlarmi di cose che si riferiscano

a me. Terminato che sia il vostro discorso, io pure a mia volta ho

altre cose da comunicarvi.»

«Quando ciò sia, entro senza preamboli in argomento, o Milord, e

poichè trattasi di tal materia che va strettamente congiunta all’onore

della Signoria vostra, son certo che non riguarderete come perduto

il tempo trascorso in udirmi. Debbo domandar conto alla Signoria

vostra dell’infelice Amy Robsart, la cui storia non vi è che troppo

conosciuta. Rimprovero acerbamente me stesso di non aver preso questa

via sulle prime, e di non avervi sulle prime fatto giudice tra me,

e lo scellerato che l’oltraggiò. Milord, ell’è giunta a sottrarsi

all’illegale cattività di Cumnor: la vita di lei era in pericolo:

ella ha sperato che le sue rimostranze produrrebbero qualche effetto

sopra l’animo d’un indegno marito: ella mi strappò la promessa di non

mettermi nell’arringo di suo difensore, fintantochè ella stessa non

avesse esperimentato ogni sforzo per far riconoscere da costui i propri

diritti.»

«Signore, dimenticate voi di qual persona parlate?»

«Parlo del suo indegno sposo, e il rispetto che ho per voi non sa

trovare linguaggio più mite onde additarlo. La persona infelice per

cui m’adopero viene sottratta a’ miei sguardi, e la tengono celata

in qualche angolo recondito di questo castello, se all’ora in cui

parlo non trovasi già rinchiusa in un di que’ nascondigli, opportuni

ai malvagi per mandare a fine scellerati disegni. A questi disegni

è d’uopo finalmente troncare il corso. Parlo con tanto coraggio,

invigorito dall’autorità, che lo stesso padre della giovane in me

trasmise. Questo fatal maritaggio vuol essere pubblicato e provato

alla presenza della Regina. Amy dee finalmente essere liberata dalla

sua schiavitù, e posta in grado di fare quanto vorrà di se stessa.

Permettetemi d’aggiugnere, non trovarsi persona, il cui onore esiga

tanto imperiosamente che si faccia diritto a tale inchiesta, quanto

nella presente circostanza la Signoria vostra lo è.»

Rimase attonito, e quasi fatto di pietra, il Conte in udir l’uomo,

da cui si credea oltraggiato nella più crudel guisa, difendere colla

fermezza di chi non ha nulla da rimproverarsi la causa della sua

colpevole amante (che tale Dudley la credea) quasi che ella fosse

innocentissima fra tutte le donne, ed egli, Tressiliano, un imparziale

proteggitore. Nè certo a scemare tale sorpresa contribuiva il fervore

posto dal gentiluomo di Cornovaglia nel chiedere per Amy quel grado e

quegli onori, che in senso di Leicester cotesta donna aveva inviliti,

e che, siccome più apparivano le cose, ella avrebbe poscia divisi

col suo inverecondo campione. Laonde trascorse più d’un minuto dopo

l’arringa di Tressiliano, innanzi che il Conte si riavesse dal proprio

stordimento; e per chi consideri in qual persuasione trovavasi l’animo

del secondo, allorchè si condusse in questo ricinto, non parrà strano,

se finalmente cedè ai moti dell’ira, fattosi cieco a qualunque altro

riguardo.

«Vi ho ascoltato senza interrompervi, sig. Tressiliano, e ringrazio

Dio, poichè ha fino a questo giorno risparmiato alle mie orecchie il

disgusto di udir gli accenti d’un uomo malvagio quanto sfrontato. La

frusta di un carnefice sarebbe strumento più convenevole a punirti che

non la spada d’un cavaliere. Nondimeno mettiti in parata, o scellerato;

difenditi.»

Dicendo le quali ultime cose, lasciò cadersi il mantello, e colla

spada guernita ancora di fodero percosse fortemente Tressiliano, indi

tantosto la sguainò, fattosi primo ad assalirlo. Già i detti ingiuriosi

che Tressiliano sapeva di non meritare, aveano prodotto in questo un

istantaneo stupore, non dissimile a quello onde rimase attonito il

Conte allorchè ascoltò i primi accenti dell’altro. Ma non appena alle

ingiurie tenne dietro sì fatto oltraggio, che escludeva ogn’altra

idea fuorchè quella del venire all’armi, la sorpresa diede luogo

al risentimento il più vivo nell’animo di Tressiliano, che sguainò

parimente la spada, e comunque men destro in valersene che nol fosse

il Conte, trovò nullameno vigor bastante per sostenere da valoroso il

cimento, tanto più che la mente del Cornovagliese era più tranquilla

assai di quella del Leicester, la cui condotta l’altro non poteva

attribuire che a vera frenesia, o alla forza di qualche inesplicabile

illusione.

Si durava da più minuti combattendo senza che alcuno de’ due rivali

avesse ricevuto ferite, allorchè d’improvviso si udì suono di voci e di

passi affrettati sotto il portico, che mettea nel terrazzo.

«Noi siamo interrotti, disse al suo antagonista il Leicester,

seguitemi.»

Nel medesimo tempo si fece ascoltare tal voce: «Sì, in fede mia! costui

ha ragione: sono persone che si battono.»

Allora il Leicester condusse Tressiliano ad un frascato posto dietro

ad una fontana, che fu loro di nascondiglio. Intanto che sei _Yeomen_

della guardia reale trascorreano il viale maestro del _luogo di

delizia_, si fece udire uno di que’ soldati che diceva all’altro:

«Non ci verrà mai fatto per questa notte trovarli in mezzo a queste

fontane e a queste grotte, veri covi di scoiattoli e di conigli.

Laonde, se non gl’incontriamo prima d’essere in fondo, torneremo

addietro, e basterà mettere una sentinella all’ingresso del sito

per assicurarci quando sarà giorno che i nostri schermidori non ci

scappino.»

«Bella impresa veramente! diceva un altro, sguainare la spada in tanta

vicinanza alla dimora della Regina, e può dirsi anche nel suo palagio

medesimo. Saranno, non v’ha dubbio, due smargiassi presi dal vino. Mi

spiacerebbe quasi se li raggiugnessimo; perchè la loro colpa, non è

vero? è punita col taglio della mano destra. Sarebbe a dirla, un brutto

caso il perderla per aver toccata una lama, che appunto vuol essere

tenuta con quella mano.»

«Eh! se si parla di smargiassi e di accattabrighe tu non ti stai

addietro, mio caro amico, un altro di que’ soldati gli soggiugnea. Ma

bada al fatto tuo, perchè la legge è al giusto qual la citasti.»

«Sì, replicò il primo, volendo interpretarla a tutto rigore. Questo

palagio per altro non appartiene alla Regina, ma a milord Leicester.»

«Se non hanno altra circostanza che li favorisca, disse allora il

secondo, non la vedo tanto bella per essi, perchè se la graziosissima

nostra sovrana è regina, come lo è, grazie a Dio, milord Leicester non

è lontano dall’esser re.»

«Taci, bestia, entrò di mezzo un terzo. Chi t’assicura che qualcheduno

non sia qui ad ascoltarci?»

Così proseguirono la loro corsa, facendo una specie d’indagine assai

negligente, e molto più intesi, giusta quanto pareva, a continuare la

loro conversazione, che a discoprire que’ notturni perturbatori.

Allorchè Leicester s’accorse che i soldati avevano oltrepassato il

terrazzo, diede cenno a Tressiliano di seguirlo, e prendendo dirittura

opposta a quella cui si erano avviate le guardie, fece coll’avversario

tutto il portico, senza che alcuno s’accorgesse di loro. Indi il Conte

accompagnò lo stesso Tressiliano alla torre di _Merwyn_, ove questi

avea tornato a prendere alloggiamento, e gli disse prima di separarsi

da lui:

«Se è coraggio in te bastante per terminare il combattimento interrotto

in tal guisa, tienti domani poco discosto da me, allorchè la Corte

uscirà. Troveremo istante opportuno, e da me ne avrai il segnale.»

«Milord, rispose Tressiliano, in tutt’altra occasione, avrei potuto

chiedervi il motivo dello strano furore che vi accieca contra la mia

persona; ma l’insulto che mi faceste vuol esser cancellato solo col

sangue, e foste voi giunto pur anche al sublime grado, cui aspira la

vostra ambizione, il mio onore oltraggiato debbe avere la sua vendetta.»

In guisa tal si divisero; ma le avventure di quella notte non erano

terminate ancora per Leicester. Costretto a passare per la torre

di _St-Lowe_ onde giugnere al corritoio segreto che guidava al suo

appartamento, si scontrò nel lord Hunsdon, che tenea sguainata sotto il

braccio la spada.

«Anche voi, milord Leicester, sì prese a dire il vecchio Capitano,

foste svegliato da questo _chi va là_? Ma va benissimo dalla parte di

tutti i diavoli! Qui in questo vostro castello la notte non è meno

romorosa del giorno. Non sono due ore che mi destarono le urla di

quella povera pazza, di quella lady Varney, che suo marito conducea via

a viva forza. E vi giuro bene che vi ha voluto tutta la forza degli

ordini dati da voi e di quelli che prima ebbi dalla Regina perchè io

non mi mettessi in mezzo di questo negozio, e perchè io non la finissi

spaccando le tempia a quel vostro favorito Varney. Adesso poi liti e

duelli nel luogo... luogo... Come chiamate voi quel terrazzo lastricato

ove metteste tutte le vostre carabattole?»

La prima parte di tale discorso fu un colpo d’acuto stile al Leicester,

che si limitò a rispondere all’altro aver egli pure udito lo

scricchiolar delle spade, ed essere disceso per fare stare a dovere i

temerari che osarono battersi in tanta vicinanza della Regina.

«Quand’è così, disse Hunsdon, spero bene che la Signoria vostra vorrà

accompagnarmi.»

Il Leicester pertanto si trovò nella necessità di tornare addietro

fino al _luogo di delizia_ insieme al vecchio parente della Regina;

il quale giunto sul luogo udì narrarsi dagli uomini di guardia (erano

questi sotto l’immediato comando di Hunsdon) come fosse stata inutile

ogni ricerca intesa a scoprire gli autori dello scompiglio; ond’egli

in guiderdone della fatiga che aveano fatta indarno, li presentò d’una

dozzina delle sue solite imprecazioni, trattandoli come gente pigra e

da nulla.

Ed anche il Leicester trovò ben fatto di mostrarsi corrucciato per lo

stesso motivo; ma finalmente pervenne a capacitare il lord Hunsdon, che

tutto questo soqquadro non poteva in sostanza aver origine se non se

dalla sconsigliatezza di due giovinastri che aveano forse bevuto al di

là, e assai castigati dalla paura d’esser presi da chi gl’inseguiva.

Il lord Hunsdon, che non era poi egli stesso fra gli ultimi devoti al

dio Bacco, convenne che il vino scusava in parte molte delle pazzie che

ne derivavano. «Però, soggiunse, se la Signoria vostra non mette un po’

meno di liberalità nella regola della sua casa, e soprattutto qualche

maggiore economia nella distribuzione del vino, dell’_ala_ e de’

liquori, vedo che non potrò esentarmi dal far alloggiare in prigione

qualcuno di questi garbati giovanotti e dal regalarli di non so quanti

colpi di frusta. Con questo le auguro la felicissima notte.»

Si trovavano allora appunto a quell’ingresso della torre di _St-Lowe_

ove s’incontrarono la prima volta, e contento il Leicester di potersi

spacciare d’un tale compagno gli augurò del pari la buona notte,

e recatosi in dirittura al corritoio segreto, riprese la lucerna,

lasciatavi dianzi, e che vicina a spegnersi durò quanto bastava a

rischiarargli di pallido lume il cammino sintantochè fosse al suo

appartamento.

Kenilworth, vol. 4/4 · 第 13 / 19 题