CAPITOLO VIII.

A qual venn’io, ch’ogni rumor m’agghiaccia!

_Macbeth_.

_Bramo senza indugio un istante di colloquio con voi._ Tai detti erano

semplici di per se stessi; ma il Leicester trovavasi in uno di que’

momenti d’agitazione, in cui l’animo smarrito scorge ne’ casi i più

ordinari un lato sinistro ed affannoso; onde si volse con vivacità per

esaminare da capo a piedi la persona che sì gli parlava.

L’apparenza esterna di tale individuo non presentava alcuna cosa

meritevole di particolare osservazione. Vestito in giubba e mantello

corto di seta, neri, gli copria il volto una maschera parimente nera,

ed a quanto appariva facea parte delle persone immascherate di cui

componeasi il corteggio di Merlino, benchè il suo travestimento non

presentasse le stravaganze onde si contraddistinguevano gli altri di

quella turba.

«Chi siete voi? che bramate da me?» disse Leicester, non senza

manifestare col tuono della voce il turbamento che gli premea l’animo.

«Non domando nulla, che possa pregiudicarvi o Milord. Voi vedrete al

contrario non poter essere per voi che vantaggiose e onorevoli le mie

intenzioni, semprechè sappiate valutarle al giusto. Ma è d’uopo che io

vi parli da solo a solo.»

«Io non parlo con persone sconosciute che non mi dicano il loro nome

(rispose il Leicester, nel cui animo l’inchiesta dello straniero avea

destati vaghi sospetti) e le persone ch’io conosco debbono prendere

momento più opportuno per domandarmi udienza.»

Detto ciò, stava per ritirarsi, ma l’uomo immascherato il fermò di bel

nuovo.

«Chi parla alla Signoria vostra sopra cose, dalle quali l’onore della

Signoria vostra dipende, ha diritto sui vostri momenti, qual che sia il

genere d’affari, che dobbiate abbandonare per dargli attenzione.»

«Ascolto io bene? Il mio onore! Chi ardisce metterlo in dubbio?» disse

il Leicester.

«La vostra condotta, o Milord, potrebbe sola dar fondamenti onde

accusarlo; e per quest’unico motivo io desiderava intertenermi con voi.»

«Voi siete un temerario, così proruppe il Leicester. Voi abusate della

franchigia che offrono queste giornate d’ospitalità. Ringraziate un

tale riguardo s’io non ve ne punisco. Qual è il vostro nome?»

«Edmondo Tressiliano di Cornovaglia, rispose l’uomo immascherato: la

mia lingua fu legata per ventiquattro ore da un giuramento. Questo

intervallo è trascorso. Posso ora spiegarmi; ed è un solo rispetto alla

Signoria vostra, se a lei mi volgo per prima cosa.»

Alto stupore comprese nel più profondo dell’animo il Conte all’udir

pronunciare tal nome dall’uomo ch’ei più detestava, e da cui si credea

in tanto fiera guisa oltraggiato. Rimase immoto un istante; poi la

sorpresa fece luogo tantosto al bisogno della vendetta, imperioso in

Leicester, quanto lo è la sete al viaggiator del Deserto. Ciò nullameno

gli rimase tanta forza sopra di se medesimo per non trapassare il petto

dell’uomo, ad avviso di Leicester, scellerato e impudente sì, che

dopo averlo ridotto alla disperazione, osava inverecondamente mettere

ad estrema prova la pazienza della persona oltraggiata. Deliberò di

nascondere per l’istante ogni sintomo d interna agitazione, onde

comprendere in tutta l’estension loro i divisamenti di Tressiliano,

e prendersi una più sicura vendetta: perciò rispose con voce che un

concentramento di sdegno rendeva intelligibile appena.

«Che domanda da me il sig. Tressiliano?»

«Giustizia,» rispose Tressiliano con tuono tranquillo e fermo ad un

tempo.

«Giustizia! soggiunse il Leicester; tutti gli uomini hanno diritto ad

ottenerla. Voi più d’ogni altro sig. Tressiliano! Accertatevi che vi

sarà fatta giustizia!»

«Nè io m’aspettava meno dalla nobiltà del vostro carattere; disse allor

Tressiliano; ma ne strigne il tempo; fa d’uopo ch’io vi parli in questa

notte medesima. Posso venirvi a trovare nel vostro appartamento?»

«No, proruppe in fiero tuono il Leicester, non è sotto un tetto, nè

in una casa di mia ragione che noi dobbiamo vederci; bensì sotto alla

volta del Cielo.»

«Voi siete scontento, o Milord, riprese a dir Tressiliano, bench’io

non veda alcuna cosa che possa eccitarvi a sdegno. Però il luogo m’è

indifferente; purchè mi concediate una mezz’ora non interrotta.»

«Basterà più breve tempo lo spero, rispose il Leicester: trovatevi

con me nel _luogo di delizia_, appena ritiratasi la Regina ne’ suoi

appartamenti.»

«Mi basta,» e in ciò dir Tressiliano lasciò il Leicester in preda

ad agitate meditazioni che parve per allora ne occupassero l’animo

interamente.

«Il Cielo, così dicea fra se stesso, si mostra finalmente propizio a’

miei voti, ed offre alla mia vendetta quel perfido che impresse una

macchia indelebile sul mio nome; lo sciagurato che mi fece provare

angoscie tanto crudeli. Or non debbo più querelarmi del mio destino;

poichè mi presenta modi di scoprire gli artifizi, onde il malvagio

presume ancora assonnarmi. Oh! saprò smascherare e punire ad un tempo

la sua perfidia. Ora è forza che io torni a sottomettermi al mio giogo;

ma sento che mi parrà lieve. A mezzanotte al più tardi sonerà l’ora di

mia vendetta.»

In mezzo a tali considerazioni, che non lasciavano tregua al suo

spirito, il Leicester attraversò di nuovo la calca, che schiudevasi

innanzi a lui, e riprese sede a fianco della Regina, invidiato ed

ammirato da ciascuno de’ circostanti. Oh! se il cuore dell’uomo cui si

portava cotanta invidia, avesse potuto comparire nel suo vero stato

a quella numerosa assemblea, se si fosse potuto scorgere le lotte

che vi movevano la colpevole ambizione, la persuasione dell’amore

tradito, la sete orribile della vendetta, le furie compagne agli atroci

divisamenti, idee che si succedevano l’una all’altre, quasi spettri

suscitati dagli abissi ad aggirarsi nel cerchio d’infernal maga, qual

ente vi sarebbe stato, dal cortigiano il più ambizioso scendendo al

servo il più abbietto, che avesse voluto cambiar la sua sorte col

signore di Kenilworth, col favorito di Elisabetta?[11]

Nuovi tormenti lo aspettavano a fianco della Regina.

«Voi giugnete a tempo, Milord, gli diss’ella, voi giugnete a tempo

per farvi giudice in una contesa nata fra queste Milady. Sir Riccardo

Varney è venuto a chiederci la permissione di allontanarsi dal castello

per accompagnare la sua moglie inferma, e a fine di ottenere il nostro

beneplacito ci ha data sicurezza del vostro. Del certo non è nostra

intenzione di stoglierlo dal prestare affettuose cure ad una persona

tanto meritevole di compassione, ma non possiamo tacervi una cosa.

Questo Varney in tal giorno si mostrò rapito in estasi dai vezzi delle

nostre dame..... e lo credereste? la nostra duchessa di Rutland è

persuasa ch’ei non accompagnerà sua moglie al di là del lago, se pur

non la manda ad abitare i palagi di cristallo, de’ quali ci parlò la

magica ninfa, per tornarsene vedovo e sciolto, a rasciugar le sue

lagrime, e a cercar conforto alla perdita fra gl’incanti e le seduzioni

del femminile nostro corteggio. Che ne dite, o Milord? Noi abbiamo

veduto il vostro Varney sotto quattro diversi travestimenti. Ma voi che

lo conoscete più profondamente, lo giudicate tanto cattivo da usare sì

barbaro trattamento alla moglie?»

Se il Leicester si trovasse confuso, ognun lo immagina, ma il

rischio del mostrarsi smarrito era troppo grave, e per altra parte

indispensabile una risposta. «Queste Milady, si spacciò egli in tal

guisa, o hanno ben poca opinione della loro costanza se suppongono che

una donna possa meritare tal sorte, o giudicano troppo severamente il

nostro sesso col pensare esservi tal uomo capace di assoggettare una

innocente a sì fatto castigo.»

«Lo udite, Milady? soggiunse Elisabetta. Egli è, come il rimanente

degli uomini, che ci trattano con crudeltà, poi cercano giustificarla

col tacciarne d’incostanti.»

«La Maestà vostra non voglia dir _noi_, replicò il Conte: sostengo che,

quando appartengono ad ordine inferiore, così i pianeti come le donne

hanno rivoluzioni e fasi irregolari, ma chi avvi sì ardito per accusare

il sole di mutabilità, o d’incostanza la grande Elisabetta?»

La conversazione poco dopo prese andamento men periglioso per il

Leicester, che continuò ad assumervi parte operosa, ad onta degli

affanni che ne straziavano l’anima, e sì gratamente intertenne

Elisabetta, che la campana del castello avea sonata mezzanotte prima

che questa regina si fosse ritirata; circostanza rara nelle regolari

sue consuetudini. La partenza della Sovrana fu il segnale a cui

l’assemblea si disciolse, trasferendosi ognuno ai propri appartamenti

chi meditando sulle ricreazioni godute in quel giorno, chi deliziandosi

anticipatamente nel pensare a quelle della domane.

L’infelice signore di Kenilworth, egli, da cui solo derivavano queste

feste cotanto magnifiche si ritrasse per darsi a sollecitudini ben

diverse; e si fu la prima ordinare al servo che lo seguiva, gli venisse

tosto innanzi Varney; ma tornò il messo poco dopo annunziandogli,

essere già trascorsa un’ora dacchè il Varney aveva abbandonato il

castello uscendone per la porta di soccorso insieme a tre persone,

l’una delle quali era rinchiusa entro d’una lettica.

«Com’è che a tal ora la guardia lo ha lasciato uscire? Io non credea

ch’ei partisse prima dell’alba.»

«Egli addusse tai ragioni che persuasero le sentinelle; poi a quanto

m’han raccontato, mostrò loro un anello di vostra Signoria.»

«Sì, disse il Conte, me ne ricordo, ma non è men vero ch’egli si è

affrettato di troppo. Dimmi (continuando a parlare a quel servo), t’è

noto, se qui sia rimasto alcun del suo seguito?»

«Sì certamente. Allora quando il signor Varney stava per partire, non

si potè ritrovare Michele Lambourne, cosa per la quale sir Riccardo

andò in tutte le collere. Momenti fa, ho veduto lo stesso Lambourne

affaccendato a mettere la sella al suo cavallo per correre dietro di

gran galoppo al padrone.»

«Mandalo a me tostamente. Debbo dargli un ordine da portare a Varney.»

Partì il servo a quest’uopo, ed intanto il Leicester camminando su e

giù pel suo appartamento tai cose andava fra sè meditando.

«Varney eccede in zelo. Sarà, voglio crederlo, effetto dell’essersi

affezionato alla mia persona. Nondimeno ha egli pure i suoi disegni,

e non va a rilento quando gli preme farli riuscire. S’io m’innalzo,

s’innalza egli del pari. Già l’ho veduto anche più del dovere

sollecito di liberarmi da quell’inciampo che mi chiude la via del

trono!.... Più del dovere?.... Però!.... io non debbo sopportare

l’affronto, l’umiliazione a cui m’ha tratto costei... Sì, debb’essere

punita, ma debbe esserlo dopo più mature considerazioni. M’accorgo

anticipatamente, che gli espedienti troppo precipitosi desterebbero nel

mio cuore tutte le furie d’inferno. No! per ora basta una vittima, e

questa vittima mi sta aspettando.»

Prese affrettatamente quanto facea di mestieri a scrivere, e gettò

sulla carta queste poche linee.

«SIR RICCARDO VARNEY,

Abbiamo risoluto differire l’esecuzione di quanto fu commesso alle

vostre cure, e vi ordiniamo ne’ più stretti termini di non andar

oltre per tutto ciò che s’aspetta alla nostra Contessa, a meno

di non ricevere da noi ulteriori comandi. Vi ordiniamo parimente

di ritornare a Kenilworth, non appena avrete posto in luogo

sicuro il deposito a voi affidato. Se per avventura l’adempimento

di questo dovere vi desse maggiori indugi che noi stessi non

c’immaginiamo, al ricevere della presente ordinanza ci rimetterete

tosto, valendovi d’un messo pronto e fedele, il nostro anello,

di cui abbisogniamo sull’istante. Noi riposiamo nella sicurezza

della obbedienza la più esatta per parte vostra, e su di ciò

raccomandandovi alla divina custodia, ci sottoscriviamo vostro

amico e buon padrone.

Kenilworth, vol. 4/4 · 第 12 / 19 题