A qual venn’io, ch’ogni rumor m’agghiaccia!
_Macbeth_.
_Bramo senza indugio un istante di colloquio con voi._ Tai detti erano
semplici di per se stessi; ma il Leicester trovavasi in uno di que’
momenti d’agitazione, in cui l’animo smarrito scorge ne’ casi i più
ordinari un lato sinistro ed affannoso; onde si volse con vivacità per
esaminare da capo a piedi la persona che sì gli parlava.
L’apparenza esterna di tale individuo non presentava alcuna cosa
meritevole di particolare osservazione. Vestito in giubba e mantello
corto di seta, neri, gli copria il volto una maschera parimente nera,
ed a quanto appariva facea parte delle persone immascherate di cui
componeasi il corteggio di Merlino, benchè il suo travestimento non
presentasse le stravaganze onde si contraddistinguevano gli altri di
quella turba.
«Chi siete voi? che bramate da me?» disse Leicester, non senza
manifestare col tuono della voce il turbamento che gli premea l’animo.
«Non domando nulla, che possa pregiudicarvi o Milord. Voi vedrete al
contrario non poter essere per voi che vantaggiose e onorevoli le mie
intenzioni, semprechè sappiate valutarle al giusto. Ma è d’uopo che io
vi parli da solo a solo.»
«Io non parlo con persone sconosciute che non mi dicano il loro nome
(rispose il Leicester, nel cui animo l’inchiesta dello straniero avea
destati vaghi sospetti) e le persone ch’io conosco debbono prendere
momento più opportuno per domandarmi udienza.»
Detto ciò, stava per ritirarsi, ma l’uomo immascherato il fermò di bel
nuovo.
«Chi parla alla Signoria vostra sopra cose, dalle quali l’onore della
Signoria vostra dipende, ha diritto sui vostri momenti, qual che sia il
genere d’affari, che dobbiate abbandonare per dargli attenzione.»
«Ascolto io bene? Il mio onore! Chi ardisce metterlo in dubbio?» disse
il Leicester.
«La vostra condotta, o Milord, potrebbe sola dar fondamenti onde
accusarlo; e per quest’unico motivo io desiderava intertenermi con voi.»
«Voi siete un temerario, così proruppe il Leicester. Voi abusate della
franchigia che offrono queste giornate d’ospitalità. Ringraziate un
tale riguardo s’io non ve ne punisco. Qual è il vostro nome?»
«Edmondo Tressiliano di Cornovaglia, rispose l’uomo immascherato: la
mia lingua fu legata per ventiquattro ore da un giuramento. Questo
intervallo è trascorso. Posso ora spiegarmi; ed è un solo rispetto alla
Signoria vostra, se a lei mi volgo per prima cosa.»
Alto stupore comprese nel più profondo dell’animo il Conte all’udir
pronunciare tal nome dall’uomo ch’ei più detestava, e da cui si credea
in tanto fiera guisa oltraggiato. Rimase immoto un istante; poi la
sorpresa fece luogo tantosto al bisogno della vendetta, imperioso in
Leicester, quanto lo è la sete al viaggiator del Deserto. Ciò nullameno
gli rimase tanta forza sopra di se medesimo per non trapassare il petto
dell’uomo, ad avviso di Leicester, scellerato e impudente sì, che
dopo averlo ridotto alla disperazione, osava inverecondamente mettere
ad estrema prova la pazienza della persona oltraggiata. Deliberò di
nascondere per l’istante ogni sintomo d interna agitazione, onde
comprendere in tutta l’estension loro i divisamenti di Tressiliano,
e prendersi una più sicura vendetta: perciò rispose con voce che un
concentramento di sdegno rendeva intelligibile appena.
«Che domanda da me il sig. Tressiliano?»
«Giustizia,» rispose Tressiliano con tuono tranquillo e fermo ad un
tempo.
«Giustizia! soggiunse il Leicester; tutti gli uomini hanno diritto ad
ottenerla. Voi più d’ogni altro sig. Tressiliano! Accertatevi che vi
sarà fatta giustizia!»
«Nè io m’aspettava meno dalla nobiltà del vostro carattere; disse allor
Tressiliano; ma ne strigne il tempo; fa d’uopo ch’io vi parli in questa
notte medesima. Posso venirvi a trovare nel vostro appartamento?»
«No, proruppe in fiero tuono il Leicester, non è sotto un tetto, nè
in una casa di mia ragione che noi dobbiamo vederci; bensì sotto alla
volta del Cielo.»
«Voi siete scontento, o Milord, riprese a dir Tressiliano, bench’io
non veda alcuna cosa che possa eccitarvi a sdegno. Però il luogo m’è
indifferente; purchè mi concediate una mezz’ora non interrotta.»
«Basterà più breve tempo lo spero, rispose il Leicester: trovatevi
con me nel _luogo di delizia_, appena ritiratasi la Regina ne’ suoi
appartamenti.»
«Mi basta,» e in ciò dir Tressiliano lasciò il Leicester in preda
ad agitate meditazioni che parve per allora ne occupassero l’animo
interamente.
«Il Cielo, così dicea fra se stesso, si mostra finalmente propizio a’
miei voti, ed offre alla mia vendetta quel perfido che impresse una
macchia indelebile sul mio nome; lo sciagurato che mi fece provare
angoscie tanto crudeli. Or non debbo più querelarmi del mio destino;
poichè mi presenta modi di scoprire gli artifizi, onde il malvagio
presume ancora assonnarmi. Oh! saprò smascherare e punire ad un tempo
la sua perfidia. Ora è forza che io torni a sottomettermi al mio giogo;
ma sento che mi parrà lieve. A mezzanotte al più tardi sonerà l’ora di
mia vendetta.»
In mezzo a tali considerazioni, che non lasciavano tregua al suo
spirito, il Leicester attraversò di nuovo la calca, che schiudevasi
innanzi a lui, e riprese sede a fianco della Regina, invidiato ed
ammirato da ciascuno de’ circostanti. Oh! se il cuore dell’uomo cui si
portava cotanta invidia, avesse potuto comparire nel suo vero stato
a quella numerosa assemblea, se si fosse potuto scorgere le lotte
che vi movevano la colpevole ambizione, la persuasione dell’amore
tradito, la sete orribile della vendetta, le furie compagne agli atroci
divisamenti, idee che si succedevano l’una all’altre, quasi spettri
suscitati dagli abissi ad aggirarsi nel cerchio d’infernal maga, qual
ente vi sarebbe stato, dal cortigiano il più ambizioso scendendo al
servo il più abbietto, che avesse voluto cambiar la sua sorte col
signore di Kenilworth, col favorito di Elisabetta?[11]
Nuovi tormenti lo aspettavano a fianco della Regina.
«Voi giugnete a tempo, Milord, gli diss’ella, voi giugnete a tempo
per farvi giudice in una contesa nata fra queste Milady. Sir Riccardo
Varney è venuto a chiederci la permissione di allontanarsi dal castello
per accompagnare la sua moglie inferma, e a fine di ottenere il nostro
beneplacito ci ha data sicurezza del vostro. Del certo non è nostra
intenzione di stoglierlo dal prestare affettuose cure ad una persona
tanto meritevole di compassione, ma non possiamo tacervi una cosa.
Questo Varney in tal giorno si mostrò rapito in estasi dai vezzi delle
nostre dame..... e lo credereste? la nostra duchessa di Rutland è
persuasa ch’ei non accompagnerà sua moglie al di là del lago, se pur
non la manda ad abitare i palagi di cristallo, de’ quali ci parlò la
magica ninfa, per tornarsene vedovo e sciolto, a rasciugar le sue
lagrime, e a cercar conforto alla perdita fra gl’incanti e le seduzioni
del femminile nostro corteggio. Che ne dite, o Milord? Noi abbiamo
veduto il vostro Varney sotto quattro diversi travestimenti. Ma voi che
lo conoscete più profondamente, lo giudicate tanto cattivo da usare sì
barbaro trattamento alla moglie?»
Se il Leicester si trovasse confuso, ognun lo immagina, ma il
rischio del mostrarsi smarrito era troppo grave, e per altra parte
indispensabile una risposta. «Queste Milady, si spacciò egli in tal
guisa, o hanno ben poca opinione della loro costanza se suppongono che
una donna possa meritare tal sorte, o giudicano troppo severamente il
nostro sesso col pensare esservi tal uomo capace di assoggettare una
innocente a sì fatto castigo.»
«Lo udite, Milady? soggiunse Elisabetta. Egli è, come il rimanente
degli uomini, che ci trattano con crudeltà, poi cercano giustificarla
col tacciarne d’incostanti.»
«La Maestà vostra non voglia dir _noi_, replicò il Conte: sostengo che,
quando appartengono ad ordine inferiore, così i pianeti come le donne
hanno rivoluzioni e fasi irregolari, ma chi avvi sì ardito per accusare
il sole di mutabilità, o d’incostanza la grande Elisabetta?»
La conversazione poco dopo prese andamento men periglioso per il
Leicester, che continuò ad assumervi parte operosa, ad onta degli
affanni che ne straziavano l’anima, e sì gratamente intertenne
Elisabetta, che la campana del castello avea sonata mezzanotte prima
che questa regina si fosse ritirata; circostanza rara nelle regolari
sue consuetudini. La partenza della Sovrana fu il segnale a cui
l’assemblea si disciolse, trasferendosi ognuno ai propri appartamenti
chi meditando sulle ricreazioni godute in quel giorno, chi deliziandosi
anticipatamente nel pensare a quelle della domane.
L’infelice signore di Kenilworth, egli, da cui solo derivavano queste
feste cotanto magnifiche si ritrasse per darsi a sollecitudini ben
diverse; e si fu la prima ordinare al servo che lo seguiva, gli venisse
tosto innanzi Varney; ma tornò il messo poco dopo annunziandogli,
essere già trascorsa un’ora dacchè il Varney aveva abbandonato il
castello uscendone per la porta di soccorso insieme a tre persone,
l’una delle quali era rinchiusa entro d’una lettica.
«Com’è che a tal ora la guardia lo ha lasciato uscire? Io non credea
ch’ei partisse prima dell’alba.»
«Egli addusse tai ragioni che persuasero le sentinelle; poi a quanto
m’han raccontato, mostrò loro un anello di vostra Signoria.»
«Sì, disse il Conte, me ne ricordo, ma non è men vero ch’egli si è
affrettato di troppo. Dimmi (continuando a parlare a quel servo), t’è
noto, se qui sia rimasto alcun del suo seguito?»
«Sì certamente. Allora quando il signor Varney stava per partire, non
si potè ritrovare Michele Lambourne, cosa per la quale sir Riccardo
andò in tutte le collere. Momenti fa, ho veduto lo stesso Lambourne
affaccendato a mettere la sella al suo cavallo per correre dietro di
gran galoppo al padrone.»
«Mandalo a me tostamente. Debbo dargli un ordine da portare a Varney.»
Partì il servo a quest’uopo, ed intanto il Leicester camminando su e
giù pel suo appartamento tai cose andava fra sè meditando.
«Varney eccede in zelo. Sarà, voglio crederlo, effetto dell’essersi
affezionato alla mia persona. Nondimeno ha egli pure i suoi disegni,
e non va a rilento quando gli preme farli riuscire. S’io m’innalzo,
s’innalza egli del pari. Già l’ho veduto anche più del dovere
sollecito di liberarmi da quell’inciampo che mi chiude la via del
trono!.... Più del dovere?.... Però!.... io non debbo sopportare
l’affronto, l’umiliazione a cui m’ha tratto costei... Sì, debb’essere
punita, ma debbe esserlo dopo più mature considerazioni. M’accorgo
anticipatamente, che gli espedienti troppo precipitosi desterebbero nel
mio cuore tutte le furie d’inferno. No! per ora basta una vittima, e
questa vittima mi sta aspettando.»
Prese affrettatamente quanto facea di mestieri a scrivere, e gettò
sulla carta queste poche linee.
«SIR RICCARDO VARNEY,
Abbiamo risoluto differire l’esecuzione di quanto fu commesso alle
vostre cure, e vi ordiniamo ne’ più stretti termini di non andar
oltre per tutto ciò che s’aspetta alla nostra Contessa, a meno
di non ricevere da noi ulteriori comandi. Vi ordiniamo parimente
di ritornare a Kenilworth, non appena avrete posto in luogo
sicuro il deposito a voi affidato. Se per avventura l’adempimento
di questo dovere vi desse maggiori indugi che noi stessi non
c’immaginiamo, al ricevere della presente ordinanza ci rimetterete
tosto, valendovi d’un messo pronto e fedele, il nostro anello,
di cui abbisogniamo sull’istante. Noi riposiamo nella sicurezza
della obbedienza la più esatta per parte vostra, e su di ciò
raccomandandovi alla divina custodia, ci sottoscriviamo vostro
amico e buon padrone.