CAPITOLO VII.

Voi avete sbandita la gioia e portato il

disordine nella festa.

_Shak._

Nel durar della mensa e delle feste di questa rilevante giornata, i

modi di Leicester e di Varney furono ben diversi da quello che per

solito si mostravano fino a quel giorno. Riccardo Varney si era fatto

conoscere uomo operoso e fornito d’intelligenza, anzichè dedito ai

piaceri. Gli affari ne pareano il naturale elemento. In mezzo alle

feste e alle gioie ch’ei sapea regolare maestrevolmente, la parte sua

riduceasi a quella di semplice spettatore, o se talvolta intendeva

l’animo ad esse gli era piuttosto per deridere in guisa caustica e

severa i convitati, che per partecipare ai loro sollazzi.

Ma avresti detto che in tal giorno l’indole ne fosse cambiata. Continuo

nel mettersi di brigata coi giovani signori, e colle amabili donne

di quella Corte, spirava ogni suo atto e detto tal gaiezza vivace

e leggiera ad un tempo, che i ganimedi i più leggiadri nol potean

superare. Coloro ch’erano avvezzi a riguardarlo siccome uomo sempre

immerso ne’ divisamenti i più gravi dell’ambizione, e pronto a lanciar

sarcasmi contro coloro, che non sanno usar del tempo se non se per

godere d’ogni diletto che lor s’appresenta, vedeano maravigliando,

com’egli esternasse uno spirito amabile, una gioia sciolta, una fronte

serena al pari di loro. Ma con qual arte potea l’infernale ipocrisia

di costui coprir col velo di soave giocondità i più atroci pensamenti

ch’uom possa immaginare? Il segreto di un tal palliamento il conoscono

solamente quelli, che gli somigliano, se pur avvi chi gli somigli.

Varney avea ricevuto altissimo ingegno dalla natura, dono che ad opere

malvage egli unicamente converse.

Ben tutt’altro era di Leicester. Comunque usato a comportarsi da

cortigiano, a parer gaio, uficioso, libero d’ogn’altra cura oltre

quella di promovere i piaceri, quand’anche segretamente il rodeano le

angoscie dell’ambizione, dell’odio e della gelosia, allora il suo cuore

stavasi in preda ad un più terribile nemico, che non lasciavagli un

istante sol di riposo. Ben si leggea nello smarrimento di quegli occhi

e nel turbamento di quella fronte come fosse co’ suoi pensieri lunge

dal teatro, ove in quell’istante avea parte. Continuo sforzo scorgeasi

nel suo parlare, nel suo operare, e sembrava quasi avesse perduto

affatto la posseduta consuetudine di comandare ad uno spirito acuto, e

pieghevole ad un leggiadrissimo corpo, prerogative, onde cotanto già

prevalea. Ma niun atto, niun accento erano più in lui la conseguenza

della sua volontà, ma venian da un automa che aspetta per moversi

l’impulso d’interna molla. Le parole gli usciano del labbro ad una ad

una e sconnesse, sicchè mostravano in lui il bisogno di pensare a ciò

che dovea dire, poi di pensare al modo di dirlo; e avresti perfino

creduto che quando pronunciava una frase gli volesse molta fatica

d’attenzione per non dimenticare l’altra che la precedè.

L’effetto che queste continuate distrazioni operarono sul contegno

e sul modo di conversare del cortigiano più leggiadro che vi fosse

nell’Inghilterra apparve manifestamente a tutti coloro che gli si

appressarono, nè sfuggì del certo al guardo finissimo della principessa

la più accorta di quel secolo. Nè si sarebbe taciuta sopra tale

stranezza e quasi negligenza dei riguardi dovutile, se non l’avesse

attribuita alla vivacità, ond’ella nell’uscire della fatal grotta gli

avea dato a conoscere il suo regale scontento. Giudicò adunque che

ne durasse ancor l’impressione nell’animo del favorito, e che tal

rimembranza gl’impacciasse a malgrado di lui medesimo, quelle grazie e

que’ vezzi che sì giocondamente per solito il rendean compagnevole.

Nè sì tosto le si presentò tale idea, cotanto lusinghiera al cuore di

femmina, scusò in proprio animo quanto era di sconvenevole verso lei

nella condotta di Leicester; ed i circostanti cortigiani stupirono

in veggendo, che anzichè trovarsi offesa delle reiterate distrazioni

del favorito (colpe ch’ella non era usa a perdonare) studiavasi di

offerirgli occasioni a riprendere coraggio, e gliene agevolava i modi

con una indulgenza non connaturale ad essa in simili casi. Pure ognun

prevedea che sì fatta indulgenza non poteva essere di lunga durata, e

che Elisabetta cedendo alla forza primitiva della sua indole, stava

già per irritarsi del contegno di Leicester, allorchè venne a questo

per parte di Varney un avviso onde volesse trasferirsi nel contiguo

appartamento. Dopo essersi lasciato chiamare due volte alzossi, e fece

atto di volere uscire in tutta fretta, poi arrestatosi d’improvviso

chiese alla Regina la permissione di allontanarsi per affari premurosi.

«Come vi piace, o Milord, le diss’ella. Non ignoriamo che la nostra

presenza in questo luogo vi dee cagionare affari non preveduti ed

istantanei. Nondimeno se vi è grato che Elisabetta si consideri da

voi accolta come noi accoglieremmo un ospite ben veduto nella nostra

reggia, vi preghiamo a pensare un poco meno ai nostri piaceri, ed

invece a darne a conoscere la vostra giocondità meglio che da alcune

ore nol fate. Si ricetti un principe od un contadino, la cordialità è

sempre la migliore fra le accoglienze. Andate, Milord; noi speriamo al

vostro ritorno di vedervi più serena la fronte, e di scorgere in voi

quell’amabile scioltezza, cui avete accostumati i vostri amici.»

Tutta la risposta di Leicester si stette in un rispettoso inchino,

indi uscì; e giunto alla porta dell’appartamento, incontrò Varney, che

trattolo con grande sollecitudine in disparte gli disse all’orecchio:

«Il tutto va a dovere.»

«Masters l’ha egli veduta?» chiese il Conte.

«Sì, Milord, nè avendo ella voluto rispondere alle sue interrogazioni,

nè dargli spiegazione sul motivo del suo silenzio, questo medico

attesterà esser ella di fatto presa da un’infermità di mente, nè

rimanere ad operar miglior cosa del rimetterla fra le mani de’ suoi

amici. L’occasione è sicura per allontanarla giusta quanto si risolvè.»

«Ma Tressiliano?» rispose Leicester.

«Gli si terrà per ora occulta la partenza, che debb’essere questa sera,

e domani penseremo a lui.»

«No, per l’anima mia! esclamò Leicester, di Tressiliano voglio

vendicarmi colle mie mani medesime.»

«Voi, Milord, vendicarvi d’un uomo di sì lieve conto qual è

Tressiliano! Oh! no, mio signore. Egli ha sempre mostrato desiderio di

correre terre straniere. Prenderommi io cura di lui, e riposatevi sopra

di me che non tornerà sì presto a raccontar la storia de’ suoi viaggi.»

«No, giur’al Cielo, Varney! Chiami tu di lieve conto un nemico da cui

m’ebbi sì profonda ferita, che il viver mio non sarà d’or innanzi

fuorchè una vicenda di rimorsi e di cordogli! No. Anzichè perdere il

diletto di vendicarmi colle mie proprie mani di un tale sciagurato,

andrò io medesimo a svelare ogni cosa ad Elisabetta, ad implorare la

sua vendetta sulla testa dei colpevoli e sulla mia.»

Varney scorse non senza concepirne terrore tanta essere la

perturbazione di animo nel Conte, che non giugnendosi a sedarla, egli

era ben anco capace di portarsi a quest’atto estremo di disperazione,

atto estremo che avrebbe irreparabilmente mandati a vôto gli ambiziosi

disegni che così per sè come pel proprio padrone avea divisati costui.

Ma il furore del Conte vie più raccoltosi quanto più fu concentrato

parea non ammetterebbe argini se straripava; gli fiammeggiavano gli

occhi, mal fermo ne era il suon della voce, livida bava gli scendea

dalle labbra.

Pure il suo confidente giunse a padroneggiarlo in mezzo a questa

estrema tempesta. «Mio signore, gli diss’egli traendolo innanzi ad uno

specchio, guardatevi in questo cristallo, e giudicate voi stesso se una

così alterata fisonomia sia quella d’uomo capace di prender partito da

se medesimo in una circostanza cotanto grave?»

«Che pretendi adunque fare di me? (disse il Leicester, colpito dal

cambiamento della propria fisonomia nel tempo stesso che s’adontava

della libertà presasi da un suo subordinato). Sono io il tuo suddito,

il tuo vassallo? o divenni forse lo schiavo d’un mio servo?»

«No, Milord (disse Varney mostrando una fermezza, che sarebbe stata

bella in tutt’altri, e per tutt’altra occasione); ma se vi piace

comandare, comandate a voi stesso ed alle vostre passioni. Arrossisco,

io che vi servo fin da’ prim’anni di vostra infanzia, al vedere la

debolezza che dimostrate in tal punto. Correte ai piedi d’Elisabetta;

confessate le contratte nozze. Accusate siccome adulteri la moglie

vostra e il suo amante. Promulgate alla presenza di tutta la Corte

che foste il trastullo d’una giovinetta di villaggio, e del suo

erudito zerbino. Fatelo, Milord; ma ricevete prima le salutazioni

di Riccardo Varney, che rinunzia a tutti i beni di cui lo colmaste.

Egli potè prestar servitù al grande, al magnanimo Leicester, egli era

più orgoglioso d’obbedire a lui che di comandare ad altri; ma questo

istesso Leicester che si digrada da se medesimo, che cede al menomo

colpo d’avversa fortuna, i cui sublimi divisamenti si dileguano come

fumo al più leggier soffio delle passioni, non è questi l’uomo cui

acconsentirà Varney di servire. Varney porta un’anima tanto superiore a

quella di Leicester, quanto gli è inferiore per ricchezze e per grado.»

E nell’ultimo asserto Varney non era ipocrita, comunque la fermezza

d’animo di cui pompeggiava non fosse in esso che crudeltà e profonda

dissimulazione; ma ei sentiva veramente in sè le superiorità onde

vantavasi; e in tal momento la premura d’assicurare quello ch’ei

chiamava _alto destino_ di Leicester, ne animava i gesti e prestava

alla costui voce gli accenti d’una insolita commozione.

E fu questo che soggiogò finalmente il Leicester. Parve all’infelice

Conte di vedersi già abbandonato fin dal migliore fra’ suoi amici,

onde stendendo le mani verso il Varney pronunziò tali parole. «Non

abbandonarmi. Che vuoi tu ch’io faccia?»

«Che voi siate voi stesso, mio nobil padrone (disse il Varney, baciando

la mano al Conte dopo avergliela stretta con rispettoso affetto) che

voi siate voi stesso, e superiore agl’impeti di quelle passioni, che

sconvolgono l’anime vulgari. Siete voi il primo che abbia provato

tradimenti in amore? Il primo al quale una giovane capricciosa e

leggiera abbia inspirato un affetto, di cui ella siasi fatta giuoco in

appresso? V’abbandonerete adunque ad una forsennata disperazione, sol

perchè non foste più saggio che l’uomo più saggio del mondo nol fu?

Ch’ella sia per voi come se non vissuta giammai. Che la ricordanza di

lei si cancelli dalla vostra mente come indegna d’avervi mai avuta una

sede. Che l’ardimentoso disegno da voi concetto stamane si faccia quasi

decreto emesso da un ente supremo, atto di indipendente giustizia. Ella

meritò la morte, ella muoia.»

Mentre Varney favellava in tal guisa, la mano del Conte gli premea con

forza la sua. Al veder Leicester immoto col labbro superiore stretto

all’inferiore e con aggrottate ciglia, sarebbesi detto operasse sforzi

onde dal confidente si trasfondesse in lui quella fermezza fredda,

atroce, inumana, che i costui detti gli persuadevano. Allorchè tacque

il Varney, Leicester gli stringea tuttavia la mano. Finalmente con

ricercata tranquillità giunse a pronunziare queste parole: «Acconsento:

ella muoia. Ma almeno mi si conceda versar una lagrima.»

«No, mio signore, rispose con forza il Varney, che scorse nel ciglio

già inumidito del padrone, come la pietà di leggieri avrebbe ripreso il

suo imperio. No, mio signore. Ora sono inopportune le lagrime. È d’uopo

pensare a Tressiliano.»

«Oh! questo sol nome basterebbe a cambiar le lagrime in sangue. Varney,

vi ho pensato. Ho risoluto, Tressiliano sarà mia vittima.»

«Ella è una follia, Milord; ma voi siete potente troppo ond’io presuma

arrestare il braccio della vostra vendetta. Scegliete solamente e il

tempo e il destro, e non vi cimentate finchè l’uno e l’altro non vi

s’appresentino.»

«Farò quanto vorrai, purchè non ti opponga a questo disegno.»

«Ebbene, o Milord, disse il Varney, incominciate dunque col fare

scomparire dal vostro volto quella fisonomia cupa e smarrita, che

trae sopra di voi gli sguardi di tutta la Corte, e che la Regina non

vi avrebbe mai perdonata se in questo giorno non si facesse ella uno

studio d’usarvi ogni sorta di riguardo.»

«Ho dunque dato a scorgere verso lei tanta incuria? soggiunse il

Leicester, che pareva uscisse d’un sogno. Io credeva aver composti

adattatamente il contegno e la fisonomia; ma non temere di nessuna

cosa. Ora è in pace il mio spirito. Io sono tranquillo. Il mio oroscopo

sarà compiuto, e tutte le facoltà dell’animo mio si adopreranno a

secondare il destino che mi s’appresta. Non temere per me, ti dico.

Io torno presso della Regina. Non la cederò a te nel far sì che i

miei sguardi o i miei detti non tradiscano il mio interno. Non hai tu

null’altro da dirmi?»

«Debbo pregarvi a consegnarmi quell’anello che vi serve ad uso di

sigillo. Mi diviene necessario per provare a quei vostri servi del cui

ministerio mi sarà d’uopo, che mi valgo d’essi per vostro ordine.»

Trattosi dal dito l’anello, il Leicester lo consegnò con volto cupo e

smarrito al Varney, e solamente aggiunse a mezza voce ma con accento

terribile, questi detti: «Qualunque cosa tu eseguisca, opera con

prontezza.»

Intanto la prolungata assenza del Conte facea nascere ansietà

e sorpresa in coloro che si stavano nella sala del trono, ed i

Leicesteriani assai s’allegrarono, poichè il videro entrare con tal

contegno che facea crederne l’animo sgombro d’ogni molesta cura.

Il Conte di fatto mantenne per tutto quel giorno la promessa data al

Varney, che fin d’allora si credè sciolto dalla necessità di sostenere

una parte brillante che alla sua indole repugnava, e riprese a mano

a mano le consuetudini gravi e severe, e quello spirito satirico ed

indagatore a lui famigliare.

Il Leicester si comportò presso Elisabetta com’uomo il quale

profondamente ne conoscea e la forza d’animo, e le fralezze, che

sotto due o tre aspetti adombravano i pregi di questa Regina. Troppo

avveduto per non dare a divedere istantaneo salto dal contegno che

serbava prima di ritrarsi col Varney al contegno presente, compose

fin sulle prime dell’avvicinarsi ad Elisabetta e gli atteggiamenti e

le parole ad una dolce malinconia, da cui trapelava tenero affetto

in ver la Sovrana. E questo sentimento pareva aumentarsi vie più

in proporzione de’ contrassegni di favore ch’egli ne ricevea, e il

trasse a proteste amorevoli le più fervorose, le più assidue, le più

delicate e persuasive e ad un tempo le più rispettose, che mai suddito

abbia indiritte a Sovrana. L’udiva siccome estatica Elisabetta, in

cui avresti detto addormirsi la gelosia del potere, e venir meno la

risoluzione fermata in prima d’evitare ogni vincolo domestico per darsi

unicamente alle cure del regno. In fine la stella di Dudley dominò

anche una volta sull’orizzonte della corte Inglese.

Ma tale trionfo che sulla natura e sulla propria coscienza andava

riportando il Leicester, fu avvelenato per più riprese, non solamente

dalle rampogne di un interno sentimento mal tollerante dello sforzo

cui colpevoli divisamenti lo costrigneano, ma ben anche da altre

circostanze che nel durare del banchetto e delle feste svegliavano

nell’animo del Conte un’idea divenutagli tremendo supplizio.

La prima di tali circostanze fu la seguente. Terminata la mensa,

stavano i cortigiani aspettando nella gran sala una sontuosa mascherata

che dovea contribuire ai passatempi di quella sera, ed intanto il

Leicester adoperava l’amenità del suo ingegno nel dir leggiadri motti

intorno il lord Wellonghby, Raleigh, e molt’altri cortigiani, allorchè

la Regina prese a dirgli con brio: «Milord, noi ordineremo vi si tratti

come reo d’alto tradimento, se continuate in tal guisa a farci morire

dal ridere. Ma giunge in tempo l’uomo che ha la prerogativa di rendervi

serio a suo talento. Ecco il bravo medico Masters, che non v’ha dubbio

ne arreca notizie della nostra povera supplicante lady Varney. Spero,

signore, che non ci abbandonerete or che si discute una querela di

sposi, argomento sul quale non abbiamo esperienza per poter pronunziare

senza il soccorso d’un buon consiglio. Ebbene, Masters, che pensate voi

di questa povera delirante?»

Il sorriso onde si avvivarono fino a quel punto le labbra di Leicester,

a tai detti della Regina vi si fermò, come se lo avesse sovr’esse

scolpito lo scarpello di Michel Angelo, o del Chauntry, immobilità che

durogli tutto il tempo speso dal medico nel suo riferto.

«Lady Varney, graziosa Sovrana, si mantiene in un cupo silenzio, nè

vuol meco spiegarsi sullo stato di sua salute; ferma inoltre nel non

voler rispondere alle interrogazioni d’alcun altra persona, ella chiede

di perorare la propria causa dinanzi alla Maestà vostra.»

«Il Cielo me ne liberi! sclamò la Regina; abbiam già sofferto

abbastanza delle turbolenze e delle discordie, che sembrano seguire

questa donna infelice ovunque ella si trae. Non siete voi del mio

parere, o signore?» soggiunse Elisabetta volgendo a Leicester tal

guardo, ove pigneasi il rincrescimento delle cose accadute nel _luogo

di delizia_ alla presenza d’Amy. Il Leicester rispose con profondo

inchino, poichè gli tornò vano ogni sforzo inteso ad esprimere con

parole che _tale era parimente il suo avviso_.

«Voi siete vendicativo, o signore, disse allor la Regina, ma sapremo

punirvene a tempo e luogo opportuno. Torniamo alla nostra guastafeste,

a lady Varney. Che vi pare o Masters, dello stato suo di salute?»

«Maestà, ella è immersa in una nera malinconia, come vel dissi, rispose

il Masters; ella non vuol sottomettersi ad alcuna prescrizione medica

più che rispondere alle mie inchieste. La credo invasata da un delirio,

che mi sembra del genere _ipocondriaco_ anzichè del _frenetico_ e

stimerei opportuno, che il marito la facesse curare in propria casa

lontano da tutto questo tumulto, che ne turba vie più la debole mente,

e le mostra immaginari fantasmi. Ella si lascia sfuggire parole per

cui un estraneo la giudicherebbe qualche gran personaggio travestito,

qualche contessa, o che so io? principessa!... Il Cielo l’aiuti. Son

queste le solite _allucinazioni_ degli sfortunati soprappresi da morbi

di tal natura.»

«Ebbene, disse la Regina, si faccia tosto partire, e venga affidata

alle cure di Varney; ma ch’ella abbandoni senza indugio il castello.

Se tal è il suo delirio, in fede mia! ella potrebbe anche immaginarsi

d’essere qui la padrona. Ella è però una grande sventura che così

avvenente donzella abbia perduta la ragione in sì fatta guisa. Che ne

dite, Milord?»

«Ella è veramente una grande sventura,» replicò il Conte lasciando

scorgere il contraggenio di chi risponde per obbligo sol di rispondere.

«Ma che? soggiunse Elisabetta, non la pensate siccome noi intorno

l’avvenenza di questa giovinetta? Per vero dire ho veduto uomini

preferire l’occhio maschile e maestoso di Giunone a queste bellezze

delicate, che chinano il capo siccome giglio se il gambo n’è infranto.

Sì, Milord: gli uomini sono tai nemici del nostro sesso che la pugna li

diletta più della vittoria, e simili a vigorosi atleti, amano le donne

in proporzione della resistenza che da queste si vedono opporre. Mi

unisco a voi, mia Rutland, nel giudicare che se si potesse costrignere

Leicester a sposare una figurina di cera qual è la giovane Robsart, ciò

tornerebbe allo stesso col fare ch’ei si augurasse la morte dopo il

primo mese di matrimonio.»

Nel profferire tali accenti, volse ella uno sguardo cotanto espressivo

al Conte, che a malgrado dei rimproveri d’odiosa doppiezza mossigli

dalla coscienza, trovò forza bastante per dire ad Elisabetta, essere

l’amor di Leicester un amor sottomesso più di quanto ella il credea,

poichè volto a persona, cui obbedirebbe sempre, non comanderebbe

giammai.

Fattasi rossa in volto la Regina, impose silenzio al Conte, e intanto

gli occhi di lei manifestavano la speranza che ella avea di non essere

obbedita.

In tale momento il suono delle trombe e il romor dei tamburi che si

fece udir da un balcone annunziò l’arrivo della mascherata; onde per

allora il Leicester fu libero dallo stato orribile di sforzo, e di

simulazione in cui l’avea posto la sua politica tenebrosa.

La mascherata che tosto entrò dividevasi in quattro separate bande,

composte ciascuna di sei personaggi principali, e di altri sei che a

qualche distanza portavano fiaccole. Tai gruppi rappresentavano le

diverse nazioni che a mano a mano avevano occupata l’Inghilterra.

I Bretoni aborigeni che entrarono i primi, venivano condotti da due

druidi, i cui bianchi capelli andavano coronati di quercia, e che

portavano in mano un ramo di vischio. Il drappello che seguiva i

venerandi vegliardi, era accompagnato da due Bardi in bianca veste, che

per intervalli toccavano le loro arpe ed intonavano cantici ad onore

di Belo o del Sole. Furono scelti a rappresentare i Bretoni quelli fra

i gentiluomini della Corte che prevalevano agli altri per altezza di

statura e per robustezza; la loro maschera vedeasi fregiata di lunga

barba e lunga capigliatura; pelli di volpe e d’orso vestianli. Tutta la

parte superiore del loro corpo mostravasi coperta d’un drappo serico

color di carne, su di cui scorgeansi bizzarramente delineate varie

figure di corpi celesti, e d’animali e d’altre cose allegoriche, per

lo che rassembravano al giusto que’ nostri maggiori, contro la cui

independenza i Romani attentarono.

I figli del Lazio che portarono la civiltà all’Inghilterra venivano

dopo i Bretoni. Chi vestiva le maschere nel loro carattere aveva con

tutta verità imitati i grandi elmi, gli abiti guerreschi usati da

quell’illustre nazione, i suoi scudi fitti ed angusti, e quella corta

spada a due tagli, che la fece trionfatrice del mondo. L’aquila Romana

precedea quel drappello, mentre i due porta stendardi cantavano un inno

in lode del Dio della guerra; li seguivano i combattenti col portamento

grave e sicuro d’uomini che aspiravano alla conquista dell’Universo.

Il terzo gruppo rappresentava i Sassoni, coperti delle pelli d’orso

che portavano seco dalle foreste della Germania. Armati il braccio di

quella terribile lor picozza di punta e taglio che fece tanta strage

de’ primitivi Bretoni, li precedeano due Scaldi, cantori che intonavano

le lodi di Odino.

Venivano finalmente i cavalieri Normanni, vestiti della lor ferrea

maglia, e coperti dai loro elmi d’acciaio. Due _menestrelli_[10] che

cantavano le guerre, e le donne si presentavano i primi di questa

schiera.

Tutti i ridetti personaggi entrarono serbando il massimo ordine nella

sala, dopo essersi arrestati prima alcun tempo alla soglia, affinchè

gli spettatori potessero innanzi contemplarli a lor agio; indi fecero

il giro della sala per dispiegare le loro file. I personaggi principali

posero dietro a sè gli altri, incaricati delle fiaccole, e si

collocarono dalle due bande della sala in guisa, che i Romani stessero

rimpetto ai Bretoni, ed i Sassoni ai Normanni. Parve allora che una

parte guardasse con occhio sorpreso l’opposta; alla sorpresa succedè

lo sdegno, espresso con gesti minaccevoli, indi ad un segnale dato

dalle bande di musica militare poste in orchestra, questi finti nemici

sguainarono le loro spade, e marciarono gli uni contro degli altri

in cadenza, ed eseguendo una specie di danza militare; batteano coi

loro acciari l’armatura degli avversari ogni volta che si scontravano

insieme secondo le norme di quella danza. Fu spettacolo bizzarro a

vedersi il buon ordine onde quelle diverse truppe a malgrado delle loro

fazioni che apparivano sì irregolari, serbavano sempre il tempo, e si

mescolavano, si disgiugnevano, tornavano ai loro posti, come il voleano

i vari tuoni di musica.

Tali danze allegoriche rappresentavano i combattimenti che accaddero

fra i diversi popoli, che occuparono altra volta il territorio della

Gran Brettagna.

Finalmente dopo molte fazioni che assai dilettosamente intertennero

gli astanti, s’udì uno di quegli squilli di tromba nunzi soliti d’una

battaglia, o d’una vittoria; ed a questo le persone immascherate

interruppero le loro danze, e raunatesi ognuna presso i loro capi,

parve dividessero l’attenzione degli spettatori, conversi ad osservare

qual cosa a questo suono di tromba dovesse succedere.

Spalancatisi entrambi i battitoi della porta, apparve un incantatore.

Era egli il celebre mago Merlino, messo in abito strano e misterioso,

che indicava la sua doppia nascita, e l’arte magica ch’ei possedea.

Dinanzi e dietro a lui folleggiavano e facevano scambietti per aria

molti personaggi stravaganti, che rappresentavano gli spiriti pronti ad

ubbidire i comandamenti del mago, parte di festa sì gradevole ai servi

ed agli altri vassalli, che parecchi d’essi dimenticando il rispetto

dovuto alla Regina penetrarono fin nella sala.

Il conte di Leicester accorgendosi, che i suoi uficiali avrebbero

durato fatica ad allontanar questa ciurma, senza che accadesse

qualche disordine alla presenza di Elisabetta, si alzò egli stesso

trasferendosi in mezzo al salone; ma la Regina con tratto di bontà

non nuovo in lei, mostrò desiderio che si permettesse al popolo di

assistere a quel passatempo. Per vero, il Leicester aveva anche

colto volentieri tale pretesto per allontanarsi dalla Regina, e per

sollevarsi alcuni istanti dal penoso incarico di nascondere sotto

velo di giocondità e di galanteria lo strazio che faceano del suo

animo il rimorso, la vergogna, lo sdegno e la sete della vendetta.

D’un gesto e d’un guardo impose silenzio a quella moltitudine; ma in

vece di tornarsene presso la Sovrana, s’avvolse nel suo mantello, e

mescolandosi alla folla, rimase in tal qual modo un oscuro spettatore

dell’ultima parte di quel divertimento. Avanzatosi Merlino in mezzo

alla sala, colla sua bacchetta magica fe’ un cenno alle bande rivali,

onde si assembrassero attorno di lui; indi con un discorso in versi

annunziò ad esse, come l’isola della Gran Brettagna fosse allor

governata da una vergine regale, cui per voler del destino tutte le

parti combattenti doveano indistintamente prestare omaggio, e aspettar

da lei sola una sentenza intorno ai diritti, che ciascuna delle

medesime contendea, ond’essere riconosciuta qual primo stipite, da

cui traevano origine i presenti isolani, sudditi di quella angelica

principessa.

Docili a tal ordine, le diverse bande marciarono al suono d’una

musica grave ed armoniosa, passando successivamente dinanzi al trono

d’Elisabetta, cui offerivano rispettosi omaggi, ciascuna secondo lo

stile della nazione rappresentata. Tali omaggi accogliea la Regina con

quella grazia e con quella cortesia, che solea contraddistinguerne

ogn’atto fin dall’istante del suo giugnere a Kenilworth.

I capi delle diverse bande addussero allora, ciascun per la propria, i

motivi onde si credeano avere diritti a tal preminenza; ed ascoltati

che gli ebbe tutti Elisabetta fece loro questa graziosa risposta: Ben

dispiacerle di non essere meglio istrutta per decidere la difficile

quistione che il famoso Merlino le aveva proposta: pur sembrarle che

non vi fosse una sola di queste nazioni, la quale potesse pretendere

preminenza sopra dell’altra intorno il merito di avere contribuito a

render gl’Inglesi tali quali ella allora li governava; esserle avviso,

che il suo popolo avesse ricevuto da ognuno dei diversi popoli qualcuna

delle varie qualità nel cui complesso stavasi l’indole della nazione.

«Così, proseguiva ella, l’Inglese debbe agli antichi Bretoni il suo

coraggio e quell’indomabile ardore che gli fa amare la libertà, ai

Romani il suo valore disciplinato nell’arti della guerra, l’amor delle

lettere, e l’interna civiltà del paese; ai Sassoni le savie e giuste

leggi di cui si vanta; ai cavalieri Normanni la cortesia e la generosa

passion della gloria.»

Merlino non esitò nel rispondere che di fatto era d’uopo si trovassero

unite tutte le virtù e le prerogative presso gl’Inglesi onde formare la

prima fra le nazioni, e la sola degna della felicità di cui godevano

sotto il regno della grande Elisabetta.

Dopo di che la musica si fece nuovamente udire; e le bande

immascherate, e Merlino, e il suo corteggio incominciavano a ritirarsi,

allorchè il Leicester che stavasi all’estremità della sala sentì

qualcuno che lo tirava per il mantello, e gli diceva all’orecchio:

«Bramo senza indugio un istante di colloquio con voi.»

Kenilworth, vol. 4/4 · 第 11 / 19 题