Voi avete sbandita la gioia e portato il
disordine nella festa.
_Shak._
Nel durar della mensa e delle feste di questa rilevante giornata, i
modi di Leicester e di Varney furono ben diversi da quello che per
solito si mostravano fino a quel giorno. Riccardo Varney si era fatto
conoscere uomo operoso e fornito d’intelligenza, anzichè dedito ai
piaceri. Gli affari ne pareano il naturale elemento. In mezzo alle
feste e alle gioie ch’ei sapea regolare maestrevolmente, la parte sua
riduceasi a quella di semplice spettatore, o se talvolta intendeva
l’animo ad esse gli era piuttosto per deridere in guisa caustica e
severa i convitati, che per partecipare ai loro sollazzi.
Ma avresti detto che in tal giorno l’indole ne fosse cambiata. Continuo
nel mettersi di brigata coi giovani signori, e colle amabili donne
di quella Corte, spirava ogni suo atto e detto tal gaiezza vivace
e leggiera ad un tempo, che i ganimedi i più leggiadri nol potean
superare. Coloro ch’erano avvezzi a riguardarlo siccome uomo sempre
immerso ne’ divisamenti i più gravi dell’ambizione, e pronto a lanciar
sarcasmi contro coloro, che non sanno usar del tempo se non se per
godere d’ogni diletto che lor s’appresenta, vedeano maravigliando,
com’egli esternasse uno spirito amabile, una gioia sciolta, una fronte
serena al pari di loro. Ma con qual arte potea l’infernale ipocrisia
di costui coprir col velo di soave giocondità i più atroci pensamenti
ch’uom possa immaginare? Il segreto di un tal palliamento il conoscono
solamente quelli, che gli somigliano, se pur avvi chi gli somigli.
Varney avea ricevuto altissimo ingegno dalla natura, dono che ad opere
malvage egli unicamente converse.
Ben tutt’altro era di Leicester. Comunque usato a comportarsi da
cortigiano, a parer gaio, uficioso, libero d’ogn’altra cura oltre
quella di promovere i piaceri, quand’anche segretamente il rodeano le
angoscie dell’ambizione, dell’odio e della gelosia, allora il suo cuore
stavasi in preda ad un più terribile nemico, che non lasciavagli un
istante sol di riposo. Ben si leggea nello smarrimento di quegli occhi
e nel turbamento di quella fronte come fosse co’ suoi pensieri lunge
dal teatro, ove in quell’istante avea parte. Continuo sforzo scorgeasi
nel suo parlare, nel suo operare, e sembrava quasi avesse perduto
affatto la posseduta consuetudine di comandare ad uno spirito acuto, e
pieghevole ad un leggiadrissimo corpo, prerogative, onde cotanto già
prevalea. Ma niun atto, niun accento erano più in lui la conseguenza
della sua volontà, ma venian da un automa che aspetta per moversi
l’impulso d’interna molla. Le parole gli usciano del labbro ad una ad
una e sconnesse, sicchè mostravano in lui il bisogno di pensare a ciò
che dovea dire, poi di pensare al modo di dirlo; e avresti perfino
creduto che quando pronunciava una frase gli volesse molta fatica
d’attenzione per non dimenticare l’altra che la precedè.
L’effetto che queste continuate distrazioni operarono sul contegno
e sul modo di conversare del cortigiano più leggiadro che vi fosse
nell’Inghilterra apparve manifestamente a tutti coloro che gli si
appressarono, nè sfuggì del certo al guardo finissimo della principessa
la più accorta di quel secolo. Nè si sarebbe taciuta sopra tale
stranezza e quasi negligenza dei riguardi dovutile, se non l’avesse
attribuita alla vivacità, ond’ella nell’uscire della fatal grotta gli
avea dato a conoscere il suo regale scontento. Giudicò adunque che
ne durasse ancor l’impressione nell’animo del favorito, e che tal
rimembranza gl’impacciasse a malgrado di lui medesimo, quelle grazie e
que’ vezzi che sì giocondamente per solito il rendean compagnevole.
Nè sì tosto le si presentò tale idea, cotanto lusinghiera al cuore di
femmina, scusò in proprio animo quanto era di sconvenevole verso lei
nella condotta di Leicester; ed i circostanti cortigiani stupirono
in veggendo, che anzichè trovarsi offesa delle reiterate distrazioni
del favorito (colpe ch’ella non era usa a perdonare) studiavasi di
offerirgli occasioni a riprendere coraggio, e gliene agevolava i modi
con una indulgenza non connaturale ad essa in simili casi. Pure ognun
prevedea che sì fatta indulgenza non poteva essere di lunga durata, e
che Elisabetta cedendo alla forza primitiva della sua indole, stava
già per irritarsi del contegno di Leicester, allorchè venne a questo
per parte di Varney un avviso onde volesse trasferirsi nel contiguo
appartamento. Dopo essersi lasciato chiamare due volte alzossi, e fece
atto di volere uscire in tutta fretta, poi arrestatosi d’improvviso
chiese alla Regina la permissione di allontanarsi per affari premurosi.
«Come vi piace, o Milord, le diss’ella. Non ignoriamo che la nostra
presenza in questo luogo vi dee cagionare affari non preveduti ed
istantanei. Nondimeno se vi è grato che Elisabetta si consideri da
voi accolta come noi accoglieremmo un ospite ben veduto nella nostra
reggia, vi preghiamo a pensare un poco meno ai nostri piaceri, ed
invece a darne a conoscere la vostra giocondità meglio che da alcune
ore nol fate. Si ricetti un principe od un contadino, la cordialità è
sempre la migliore fra le accoglienze. Andate, Milord; noi speriamo al
vostro ritorno di vedervi più serena la fronte, e di scorgere in voi
quell’amabile scioltezza, cui avete accostumati i vostri amici.»
Tutta la risposta di Leicester si stette in un rispettoso inchino,
indi uscì; e giunto alla porta dell’appartamento, incontrò Varney, che
trattolo con grande sollecitudine in disparte gli disse all’orecchio:
«Il tutto va a dovere.»
«Masters l’ha egli veduta?» chiese il Conte.
«Sì, Milord, nè avendo ella voluto rispondere alle sue interrogazioni,
nè dargli spiegazione sul motivo del suo silenzio, questo medico
attesterà esser ella di fatto presa da un’infermità di mente, nè
rimanere ad operar miglior cosa del rimetterla fra le mani de’ suoi
amici. L’occasione è sicura per allontanarla giusta quanto si risolvè.»
«Ma Tressiliano?» rispose Leicester.
«Gli si terrà per ora occulta la partenza, che debb’essere questa sera,
e domani penseremo a lui.»
«No, per l’anima mia! esclamò Leicester, di Tressiliano voglio
vendicarmi colle mie mani medesime.»
«Voi, Milord, vendicarvi d’un uomo di sì lieve conto qual è
Tressiliano! Oh! no, mio signore. Egli ha sempre mostrato desiderio di
correre terre straniere. Prenderommi io cura di lui, e riposatevi sopra
di me che non tornerà sì presto a raccontar la storia de’ suoi viaggi.»
«No, giur’al Cielo, Varney! Chiami tu di lieve conto un nemico da cui
m’ebbi sì profonda ferita, che il viver mio non sarà d’or innanzi
fuorchè una vicenda di rimorsi e di cordogli! No. Anzichè perdere il
diletto di vendicarmi colle mie proprie mani di un tale sciagurato,
andrò io medesimo a svelare ogni cosa ad Elisabetta, ad implorare la
sua vendetta sulla testa dei colpevoli e sulla mia.»
Varney scorse non senza concepirne terrore tanta essere la
perturbazione di animo nel Conte, che non giugnendosi a sedarla, egli
era ben anco capace di portarsi a quest’atto estremo di disperazione,
atto estremo che avrebbe irreparabilmente mandati a vôto gli ambiziosi
disegni che così per sè come pel proprio padrone avea divisati costui.
Ma il furore del Conte vie più raccoltosi quanto più fu concentrato
parea non ammetterebbe argini se straripava; gli fiammeggiavano gli
occhi, mal fermo ne era il suon della voce, livida bava gli scendea
dalle labbra.
Pure il suo confidente giunse a padroneggiarlo in mezzo a questa
estrema tempesta. «Mio signore, gli diss’egli traendolo innanzi ad uno
specchio, guardatevi in questo cristallo, e giudicate voi stesso se una
così alterata fisonomia sia quella d’uomo capace di prender partito da
se medesimo in una circostanza cotanto grave?»
«Che pretendi adunque fare di me? (disse il Leicester, colpito dal
cambiamento della propria fisonomia nel tempo stesso che s’adontava
della libertà presasi da un suo subordinato). Sono io il tuo suddito,
il tuo vassallo? o divenni forse lo schiavo d’un mio servo?»
«No, Milord (disse Varney mostrando una fermezza, che sarebbe stata
bella in tutt’altri, e per tutt’altra occasione); ma se vi piace
comandare, comandate a voi stesso ed alle vostre passioni. Arrossisco,
io che vi servo fin da’ prim’anni di vostra infanzia, al vedere la
debolezza che dimostrate in tal punto. Correte ai piedi d’Elisabetta;
confessate le contratte nozze. Accusate siccome adulteri la moglie
vostra e il suo amante. Promulgate alla presenza di tutta la Corte
che foste il trastullo d’una giovinetta di villaggio, e del suo
erudito zerbino. Fatelo, Milord; ma ricevete prima le salutazioni
di Riccardo Varney, che rinunzia a tutti i beni di cui lo colmaste.
Egli potè prestar servitù al grande, al magnanimo Leicester, egli era
più orgoglioso d’obbedire a lui che di comandare ad altri; ma questo
istesso Leicester che si digrada da se medesimo, che cede al menomo
colpo d’avversa fortuna, i cui sublimi divisamenti si dileguano come
fumo al più leggier soffio delle passioni, non è questi l’uomo cui
acconsentirà Varney di servire. Varney porta un’anima tanto superiore a
quella di Leicester, quanto gli è inferiore per ricchezze e per grado.»
E nell’ultimo asserto Varney non era ipocrita, comunque la fermezza
d’animo di cui pompeggiava non fosse in esso che crudeltà e profonda
dissimulazione; ma ei sentiva veramente in sè le superiorità onde
vantavasi; e in tal momento la premura d’assicurare quello ch’ei
chiamava _alto destino_ di Leicester, ne animava i gesti e prestava
alla costui voce gli accenti d’una insolita commozione.
E fu questo che soggiogò finalmente il Leicester. Parve all’infelice
Conte di vedersi già abbandonato fin dal migliore fra’ suoi amici,
onde stendendo le mani verso il Varney pronunziò tali parole. «Non
abbandonarmi. Che vuoi tu ch’io faccia?»
«Che voi siate voi stesso, mio nobil padrone (disse il Varney, baciando
la mano al Conte dopo avergliela stretta con rispettoso affetto) che
voi siate voi stesso, e superiore agl’impeti di quelle passioni, che
sconvolgono l’anime vulgari. Siete voi il primo che abbia provato
tradimenti in amore? Il primo al quale una giovane capricciosa e
leggiera abbia inspirato un affetto, di cui ella siasi fatta giuoco in
appresso? V’abbandonerete adunque ad una forsennata disperazione, sol
perchè non foste più saggio che l’uomo più saggio del mondo nol fu?
Ch’ella sia per voi come se non vissuta giammai. Che la ricordanza di
lei si cancelli dalla vostra mente come indegna d’avervi mai avuta una
sede. Che l’ardimentoso disegno da voi concetto stamane si faccia quasi
decreto emesso da un ente supremo, atto di indipendente giustizia. Ella
meritò la morte, ella muoia.»
Mentre Varney favellava in tal guisa, la mano del Conte gli premea con
forza la sua. Al veder Leicester immoto col labbro superiore stretto
all’inferiore e con aggrottate ciglia, sarebbesi detto operasse sforzi
onde dal confidente si trasfondesse in lui quella fermezza fredda,
atroce, inumana, che i costui detti gli persuadevano. Allorchè tacque
il Varney, Leicester gli stringea tuttavia la mano. Finalmente con
ricercata tranquillità giunse a pronunziare queste parole: «Acconsento:
ella muoia. Ma almeno mi si conceda versar una lagrima.»
«No, mio signore, rispose con forza il Varney, che scorse nel ciglio
già inumidito del padrone, come la pietà di leggieri avrebbe ripreso il
suo imperio. No, mio signore. Ora sono inopportune le lagrime. È d’uopo
pensare a Tressiliano.»
«Oh! questo sol nome basterebbe a cambiar le lagrime in sangue. Varney,
vi ho pensato. Ho risoluto, Tressiliano sarà mia vittima.»
«Ella è una follia, Milord; ma voi siete potente troppo ond’io presuma
arrestare il braccio della vostra vendetta. Scegliete solamente e il
tempo e il destro, e non vi cimentate finchè l’uno e l’altro non vi
s’appresentino.»
«Farò quanto vorrai, purchè non ti opponga a questo disegno.»
«Ebbene, o Milord, disse il Varney, incominciate dunque col fare
scomparire dal vostro volto quella fisonomia cupa e smarrita, che
trae sopra di voi gli sguardi di tutta la Corte, e che la Regina non
vi avrebbe mai perdonata se in questo giorno non si facesse ella uno
studio d’usarvi ogni sorta di riguardo.»
«Ho dunque dato a scorgere verso lei tanta incuria? soggiunse il
Leicester, che pareva uscisse d’un sogno. Io credeva aver composti
adattatamente il contegno e la fisonomia; ma non temere di nessuna
cosa. Ora è in pace il mio spirito. Io sono tranquillo. Il mio oroscopo
sarà compiuto, e tutte le facoltà dell’animo mio si adopreranno a
secondare il destino che mi s’appresta. Non temere per me, ti dico.
Io torno presso della Regina. Non la cederò a te nel far sì che i
miei sguardi o i miei detti non tradiscano il mio interno. Non hai tu
null’altro da dirmi?»
«Debbo pregarvi a consegnarmi quell’anello che vi serve ad uso di
sigillo. Mi diviene necessario per provare a quei vostri servi del cui
ministerio mi sarà d’uopo, che mi valgo d’essi per vostro ordine.»
Trattosi dal dito l’anello, il Leicester lo consegnò con volto cupo e
smarrito al Varney, e solamente aggiunse a mezza voce ma con accento
terribile, questi detti: «Qualunque cosa tu eseguisca, opera con
prontezza.»
Intanto la prolungata assenza del Conte facea nascere ansietà
e sorpresa in coloro che si stavano nella sala del trono, ed i
Leicesteriani assai s’allegrarono, poichè il videro entrare con tal
contegno che facea crederne l’animo sgombro d’ogni molesta cura.
Il Conte di fatto mantenne per tutto quel giorno la promessa data al
Varney, che fin d’allora si credè sciolto dalla necessità di sostenere
una parte brillante che alla sua indole repugnava, e riprese a mano
a mano le consuetudini gravi e severe, e quello spirito satirico ed
indagatore a lui famigliare.
Il Leicester si comportò presso Elisabetta com’uomo il quale
profondamente ne conoscea e la forza d’animo, e le fralezze, che
sotto due o tre aspetti adombravano i pregi di questa Regina. Troppo
avveduto per non dare a divedere istantaneo salto dal contegno che
serbava prima di ritrarsi col Varney al contegno presente, compose
fin sulle prime dell’avvicinarsi ad Elisabetta e gli atteggiamenti e
le parole ad una dolce malinconia, da cui trapelava tenero affetto
in ver la Sovrana. E questo sentimento pareva aumentarsi vie più
in proporzione de’ contrassegni di favore ch’egli ne ricevea, e il
trasse a proteste amorevoli le più fervorose, le più assidue, le più
delicate e persuasive e ad un tempo le più rispettose, che mai suddito
abbia indiritte a Sovrana. L’udiva siccome estatica Elisabetta, in
cui avresti detto addormirsi la gelosia del potere, e venir meno la
risoluzione fermata in prima d’evitare ogni vincolo domestico per darsi
unicamente alle cure del regno. In fine la stella di Dudley dominò
anche una volta sull’orizzonte della corte Inglese.
Ma tale trionfo che sulla natura e sulla propria coscienza andava
riportando il Leicester, fu avvelenato per più riprese, non solamente
dalle rampogne di un interno sentimento mal tollerante dello sforzo
cui colpevoli divisamenti lo costrigneano, ma ben anche da altre
circostanze che nel durare del banchetto e delle feste svegliavano
nell’animo del Conte un’idea divenutagli tremendo supplizio.
La prima di tali circostanze fu la seguente. Terminata la mensa,
stavano i cortigiani aspettando nella gran sala una sontuosa mascherata
che dovea contribuire ai passatempi di quella sera, ed intanto il
Leicester adoperava l’amenità del suo ingegno nel dir leggiadri motti
intorno il lord Wellonghby, Raleigh, e molt’altri cortigiani, allorchè
la Regina prese a dirgli con brio: «Milord, noi ordineremo vi si tratti
come reo d’alto tradimento, se continuate in tal guisa a farci morire
dal ridere. Ma giunge in tempo l’uomo che ha la prerogativa di rendervi
serio a suo talento. Ecco il bravo medico Masters, che non v’ha dubbio
ne arreca notizie della nostra povera supplicante lady Varney. Spero,
signore, che non ci abbandonerete or che si discute una querela di
sposi, argomento sul quale non abbiamo esperienza per poter pronunziare
senza il soccorso d’un buon consiglio. Ebbene, Masters, che pensate voi
di questa povera delirante?»
Il sorriso onde si avvivarono fino a quel punto le labbra di Leicester,
a tai detti della Regina vi si fermò, come se lo avesse sovr’esse
scolpito lo scarpello di Michel Angelo, o del Chauntry, immobilità che
durogli tutto il tempo speso dal medico nel suo riferto.
«Lady Varney, graziosa Sovrana, si mantiene in un cupo silenzio, nè
vuol meco spiegarsi sullo stato di sua salute; ferma inoltre nel non
voler rispondere alle interrogazioni d’alcun altra persona, ella chiede
di perorare la propria causa dinanzi alla Maestà vostra.»
«Il Cielo me ne liberi! sclamò la Regina; abbiam già sofferto
abbastanza delle turbolenze e delle discordie, che sembrano seguire
questa donna infelice ovunque ella si trae. Non siete voi del mio
parere, o signore?» soggiunse Elisabetta volgendo a Leicester tal
guardo, ove pigneasi il rincrescimento delle cose accadute nel _luogo
di delizia_ alla presenza d’Amy. Il Leicester rispose con profondo
inchino, poichè gli tornò vano ogni sforzo inteso ad esprimere con
parole che _tale era parimente il suo avviso_.
«Voi siete vendicativo, o signore, disse allor la Regina, ma sapremo
punirvene a tempo e luogo opportuno. Torniamo alla nostra guastafeste,
a lady Varney. Che vi pare o Masters, dello stato suo di salute?»
«Maestà, ella è immersa in una nera malinconia, come vel dissi, rispose
il Masters; ella non vuol sottomettersi ad alcuna prescrizione medica
più che rispondere alle mie inchieste. La credo invasata da un delirio,
che mi sembra del genere _ipocondriaco_ anzichè del _frenetico_ e
stimerei opportuno, che il marito la facesse curare in propria casa
lontano da tutto questo tumulto, che ne turba vie più la debole mente,
e le mostra immaginari fantasmi. Ella si lascia sfuggire parole per
cui un estraneo la giudicherebbe qualche gran personaggio travestito,
qualche contessa, o che so io? principessa!... Il Cielo l’aiuti. Son
queste le solite _allucinazioni_ degli sfortunati soprappresi da morbi
di tal natura.»
«Ebbene, disse la Regina, si faccia tosto partire, e venga affidata
alle cure di Varney; ma ch’ella abbandoni senza indugio il castello.
Se tal è il suo delirio, in fede mia! ella potrebbe anche immaginarsi
d’essere qui la padrona. Ella è però una grande sventura che così
avvenente donzella abbia perduta la ragione in sì fatta guisa. Che ne
dite, Milord?»
«Ella è veramente una grande sventura,» replicò il Conte lasciando
scorgere il contraggenio di chi risponde per obbligo sol di rispondere.
«Ma che? soggiunse Elisabetta, non la pensate siccome noi intorno
l’avvenenza di questa giovinetta? Per vero dire ho veduto uomini
preferire l’occhio maschile e maestoso di Giunone a queste bellezze
delicate, che chinano il capo siccome giglio se il gambo n’è infranto.
Sì, Milord: gli uomini sono tai nemici del nostro sesso che la pugna li
diletta più della vittoria, e simili a vigorosi atleti, amano le donne
in proporzione della resistenza che da queste si vedono opporre. Mi
unisco a voi, mia Rutland, nel giudicare che se si potesse costrignere
Leicester a sposare una figurina di cera qual è la giovane Robsart, ciò
tornerebbe allo stesso col fare ch’ei si augurasse la morte dopo il
primo mese di matrimonio.»
Nel profferire tali accenti, volse ella uno sguardo cotanto espressivo
al Conte, che a malgrado dei rimproveri d’odiosa doppiezza mossigli
dalla coscienza, trovò forza bastante per dire ad Elisabetta, essere
l’amor di Leicester un amor sottomesso più di quanto ella il credea,
poichè volto a persona, cui obbedirebbe sempre, non comanderebbe
giammai.
Fattasi rossa in volto la Regina, impose silenzio al Conte, e intanto
gli occhi di lei manifestavano la speranza che ella avea di non essere
obbedita.
In tale momento il suono delle trombe e il romor dei tamburi che si
fece udir da un balcone annunziò l’arrivo della mascherata; onde per
allora il Leicester fu libero dallo stato orribile di sforzo, e di
simulazione in cui l’avea posto la sua politica tenebrosa.
La mascherata che tosto entrò dividevasi in quattro separate bande,
composte ciascuna di sei personaggi principali, e di altri sei che a
qualche distanza portavano fiaccole. Tai gruppi rappresentavano le
diverse nazioni che a mano a mano avevano occupata l’Inghilterra.
I Bretoni aborigeni che entrarono i primi, venivano condotti da due
druidi, i cui bianchi capelli andavano coronati di quercia, e che
portavano in mano un ramo di vischio. Il drappello che seguiva i
venerandi vegliardi, era accompagnato da due Bardi in bianca veste, che
per intervalli toccavano le loro arpe ed intonavano cantici ad onore
di Belo o del Sole. Furono scelti a rappresentare i Bretoni quelli fra
i gentiluomini della Corte che prevalevano agli altri per altezza di
statura e per robustezza; la loro maschera vedeasi fregiata di lunga
barba e lunga capigliatura; pelli di volpe e d’orso vestianli. Tutta la
parte superiore del loro corpo mostravasi coperta d’un drappo serico
color di carne, su di cui scorgeansi bizzarramente delineate varie
figure di corpi celesti, e d’animali e d’altre cose allegoriche, per
lo che rassembravano al giusto que’ nostri maggiori, contro la cui
independenza i Romani attentarono.
I figli del Lazio che portarono la civiltà all’Inghilterra venivano
dopo i Bretoni. Chi vestiva le maschere nel loro carattere aveva con
tutta verità imitati i grandi elmi, gli abiti guerreschi usati da
quell’illustre nazione, i suoi scudi fitti ed angusti, e quella corta
spada a due tagli, che la fece trionfatrice del mondo. L’aquila Romana
precedea quel drappello, mentre i due porta stendardi cantavano un inno
in lode del Dio della guerra; li seguivano i combattenti col portamento
grave e sicuro d’uomini che aspiravano alla conquista dell’Universo.
Il terzo gruppo rappresentava i Sassoni, coperti delle pelli d’orso
che portavano seco dalle foreste della Germania. Armati il braccio di
quella terribile lor picozza di punta e taglio che fece tanta strage
de’ primitivi Bretoni, li precedeano due Scaldi, cantori che intonavano
le lodi di Odino.
Venivano finalmente i cavalieri Normanni, vestiti della lor ferrea
maglia, e coperti dai loro elmi d’acciaio. Due _menestrelli_[10] che
cantavano le guerre, e le donne si presentavano i primi di questa
schiera.
Tutti i ridetti personaggi entrarono serbando il massimo ordine nella
sala, dopo essersi arrestati prima alcun tempo alla soglia, affinchè
gli spettatori potessero innanzi contemplarli a lor agio; indi fecero
il giro della sala per dispiegare le loro file. I personaggi principali
posero dietro a sè gli altri, incaricati delle fiaccole, e si
collocarono dalle due bande della sala in guisa, che i Romani stessero
rimpetto ai Bretoni, ed i Sassoni ai Normanni. Parve allora che una
parte guardasse con occhio sorpreso l’opposta; alla sorpresa succedè
lo sdegno, espresso con gesti minaccevoli, indi ad un segnale dato
dalle bande di musica militare poste in orchestra, questi finti nemici
sguainarono le loro spade, e marciarono gli uni contro degli altri
in cadenza, ed eseguendo una specie di danza militare; batteano coi
loro acciari l’armatura degli avversari ogni volta che si scontravano
insieme secondo le norme di quella danza. Fu spettacolo bizzarro a
vedersi il buon ordine onde quelle diverse truppe a malgrado delle loro
fazioni che apparivano sì irregolari, serbavano sempre il tempo, e si
mescolavano, si disgiugnevano, tornavano ai loro posti, come il voleano
i vari tuoni di musica.
Tali danze allegoriche rappresentavano i combattimenti che accaddero
fra i diversi popoli, che occuparono altra volta il territorio della
Gran Brettagna.
Finalmente dopo molte fazioni che assai dilettosamente intertennero
gli astanti, s’udì uno di quegli squilli di tromba nunzi soliti d’una
battaglia, o d’una vittoria; ed a questo le persone immascherate
interruppero le loro danze, e raunatesi ognuna presso i loro capi,
parve dividessero l’attenzione degli spettatori, conversi ad osservare
qual cosa a questo suono di tromba dovesse succedere.
Spalancatisi entrambi i battitoi della porta, apparve un incantatore.
Era egli il celebre mago Merlino, messo in abito strano e misterioso,
che indicava la sua doppia nascita, e l’arte magica ch’ei possedea.
Dinanzi e dietro a lui folleggiavano e facevano scambietti per aria
molti personaggi stravaganti, che rappresentavano gli spiriti pronti ad
ubbidire i comandamenti del mago, parte di festa sì gradevole ai servi
ed agli altri vassalli, che parecchi d’essi dimenticando il rispetto
dovuto alla Regina penetrarono fin nella sala.
Il conte di Leicester accorgendosi, che i suoi uficiali avrebbero
durato fatica ad allontanar questa ciurma, senza che accadesse
qualche disordine alla presenza di Elisabetta, si alzò egli stesso
trasferendosi in mezzo al salone; ma la Regina con tratto di bontà
non nuovo in lei, mostrò desiderio che si permettesse al popolo di
assistere a quel passatempo. Per vero, il Leicester aveva anche
colto volentieri tale pretesto per allontanarsi dalla Regina, e per
sollevarsi alcuni istanti dal penoso incarico di nascondere sotto
velo di giocondità e di galanteria lo strazio che faceano del suo
animo il rimorso, la vergogna, lo sdegno e la sete della vendetta.
D’un gesto e d’un guardo impose silenzio a quella moltitudine; ma in
vece di tornarsene presso la Sovrana, s’avvolse nel suo mantello, e
mescolandosi alla folla, rimase in tal qual modo un oscuro spettatore
dell’ultima parte di quel divertimento. Avanzatosi Merlino in mezzo
alla sala, colla sua bacchetta magica fe’ un cenno alle bande rivali,
onde si assembrassero attorno di lui; indi con un discorso in versi
annunziò ad esse, come l’isola della Gran Brettagna fosse allor
governata da una vergine regale, cui per voler del destino tutte le
parti combattenti doveano indistintamente prestare omaggio, e aspettar
da lei sola una sentenza intorno ai diritti, che ciascuna delle
medesime contendea, ond’essere riconosciuta qual primo stipite, da
cui traevano origine i presenti isolani, sudditi di quella angelica
principessa.
Docili a tal ordine, le diverse bande marciarono al suono d’una
musica grave ed armoniosa, passando successivamente dinanzi al trono
d’Elisabetta, cui offerivano rispettosi omaggi, ciascuna secondo lo
stile della nazione rappresentata. Tali omaggi accogliea la Regina con
quella grazia e con quella cortesia, che solea contraddistinguerne
ogn’atto fin dall’istante del suo giugnere a Kenilworth.
I capi delle diverse bande addussero allora, ciascun per la propria, i
motivi onde si credeano avere diritti a tal preminenza; ed ascoltati
che gli ebbe tutti Elisabetta fece loro questa graziosa risposta: Ben
dispiacerle di non essere meglio istrutta per decidere la difficile
quistione che il famoso Merlino le aveva proposta: pur sembrarle che
non vi fosse una sola di queste nazioni, la quale potesse pretendere
preminenza sopra dell’altra intorno il merito di avere contribuito a
render gl’Inglesi tali quali ella allora li governava; esserle avviso,
che il suo popolo avesse ricevuto da ognuno dei diversi popoli qualcuna
delle varie qualità nel cui complesso stavasi l’indole della nazione.
«Così, proseguiva ella, l’Inglese debbe agli antichi Bretoni il suo
coraggio e quell’indomabile ardore che gli fa amare la libertà, ai
Romani il suo valore disciplinato nell’arti della guerra, l’amor delle
lettere, e l’interna civiltà del paese; ai Sassoni le savie e giuste
leggi di cui si vanta; ai cavalieri Normanni la cortesia e la generosa
passion della gloria.»
Merlino non esitò nel rispondere che di fatto era d’uopo si trovassero
unite tutte le virtù e le prerogative presso gl’Inglesi onde formare la
prima fra le nazioni, e la sola degna della felicità di cui godevano
sotto il regno della grande Elisabetta.
Dopo di che la musica si fece nuovamente udire; e le bande
immascherate, e Merlino, e il suo corteggio incominciavano a ritirarsi,
allorchè il Leicester che stavasi all’estremità della sala sentì
qualcuno che lo tirava per il mantello, e gli diceva all’orecchio:
«Bramo senza indugio un istante di colloquio con voi.»