CAPITOLO VI.

Ruppe d’Imene i sacri patti, è rea,

E ’l seduttor suo vile appien t’è noto.

_Novella dell’Inverno_.

Appena entrato nel suo gabinetto il Conte, diede mano al libretto

de’ ricordi, e si pose a scrivere, ora parlando con Varney, ora con

se medesimo: «Ve ne son molti il cui destino è collegato col mio....

Quelli soprattutto che si stanno ne’ primi gradi...... Avvene di

tali ancora che se si ricordano le mie beneficenze, e i pericoli cui

rimarrebbero compromessi, non mi lasceranno morire senza soccorrermi.

Vediamo. Knolle è per me; e in conseguenza col suo ministerio il

saranno ancora Guernsey e Iersey. Lorsey è governatore dell’isola

di Wight; mio cognato Lungtengdon e Pembrock comandano nel paese di

Galles. Coll’aiuto di Bedford sono miei i Puritani, e i loro interessi

che hanno tanto peso in tutte le sedizioni. Mio fratello di Warwick

è potente al pari di me. Io regolo a mia voglia sir Owe Hopton il

governatore della torre di Londra. In questo luogo sta il tesoro

pubblico. Oh! mio padre, e l’avo mio non avrebbero mai portate le loro

teste sul palco se avessero combinate sì bene le proprie imprese. Che

vuol dire quel mesto sguardo, o Varney? Credilo, un albero che ha sì

profonde radici non cade facilmente atterrato dal turbine.»

«Oimè! Milord,» disse Varney con un accento di dolore contraffatto a

maraviglia, e ricomponendo i suoi sguardi a quell’aria di mestizia che

eccitò l’interrogazione del Conte.

«_Oimè_! Replicò il conte di Leicester, e perchè _oimè_, sir

Riccardo? La vostra nuova dignità non v’inspira altra esclamazione

più coraggiosa, quando sta per aprirsi una sì nobile lotta? Se mai

questo _oimè_ indicasse disegno in voi di evitare lo scontro, potete

abbandonare il castello ed anche unirvi ai miei nemici, se ciò meglio

vi piace.»

«No, rispose il confidente, Varney saprà morire e combattere al

fianco vostro. Perdonatemi se compreso da sollecitudine per tutto

quello che vi risguarda, io vedo forse più chiaramente le cose di

quanto a voi lo permetta la nobiltà del vostro cuore. Io vedo, sì,

gl’insuperabili ostacoli che v’attorniano per ogni dove. Siete forte e

potente, o Signore, lo so; ma permettetemi il dirlo senza offendervi,

tale non siete che per favore della Regina: sintantochè esso vi dura,

voi avrete, salvo il titolo reale, tutti i dritti d’un Monarca; ma

supponete ch’ella vi tolga questo favore; vi trovate derelitto più

presto che non rimase inaridita la zucca del profeta. Derelitto il

ripeto, se vi ribellate alla Regina; nè il sarete soltanto in mezzo

a questo paese, in mezzo a questa provincia; ma nel centro dello

stesso vostro castello, fra i vostri vassalli, fra i vostri amici, fra

i vostri congiunti, vi faranno prigioniero, nè tarderete ad essere

giudicato, se così il vorrà la Sovrana. Pensate a Norfolco, o Milord,

al potente duca di Nortumberlandia, allo spettabile Westmoreland.

Pensate che tutti coloro i quali vollero resistere a sì avveduta

principessa, rimasero tutti o morti o prigionieri, o errano fuggitivi.

Il soglio d’Elisabetta non viene a paragone di tant’altri sogli, cui

basta una congiura per rovesciarli; esso ha per sue basi l’amore e

la riconoscenza de’ popoli. Voi potete dividerlo, se il volete, con

lei; ma nè voi, nè altra potenza o straniera o domestica perverrà ad

abbatterlo... Che dico? nemmeno a crollarlo.»

Costui in allora si tacque, ed il Leicester gettò lungi da sè il

libretto dei ricordi con aria di non curanza e dispetto.

«Fo a tuo modo, soggiunse, e in fine poco rileva se la sincerità o

il timore ti hanno fatto parlare. Però non sia mai che io cada senza

resistenza. Va a dar ordine, onde quelli fra i miei vassalli che

servirono sotto di me nell’Irlanda si conducano ad uno ad uno nella

torre principale; che i miei gentiluomini e i miei amici si mettano in

istato di difesa, come se temessero venir assaliti dai partigiani del

Sussex: dissemina sospetti e timori fra gli abitanti della città, fa

che s’armino, e ad un dato segnale stiano pronti ad impadronirsi de’

soldati posti alla guardia della Regina.»

«Permettetemi ripetervi, o Milord, soggiunse mestamente Varney,

quest’ultimo vostro ordine, di far cioè tutti gli apparecchi opportuni

a disarmare all’uopo la guardia della Regina; e permettetemi ad un

tempo di rammentarvi che questo è un atto d’alto tradimento: nondimeno

sarete ubbidito.»

«Nulla monta, soggiunse con un accento di disperazione il Leicester,

nulla monta; l’infamia mi sta alle spalle, il precipizio dinanzi agli

occhi; è d’uopo ch’io mi mostri a viso scoperto.»

Venne indi altra pausa di silenzio, che poscia Varney interruppe in

tal guisa: «Eccoci finalmente arrivati a quell’istante che io temea da

lungo tempo! Eccomi al bivio o d’essere vil testimonio della caduta del

miglior fra i padroni, o di svelare quanto avrei desiderato sepolto in

profondissimo obblio, se altro labbro diverso da quel di Varney non ve

ne arrecava l’infausta scoperta.»

«Ora che dici tu? O piuttosto che intendi dire? rispose il Conte. Ti

avverto che non abbiamo tempo da perdere in ciance. È giunta ora di

fatti.»

«Quanto mi è forza dire, sarà ben tosto detto, o Milord. Piacesse al

cielo che sì breve fosse la vostra risposta! Queste nozze sono la sola

cagione onde dobbiamo romperci colla Regina, non è egli vero, Milord?»

«Tu lo sai al pari di me. A che tende questa insulsa domanda?»

«Perdonate Milord, non è insulsa. Vi sono tali uomini, che

sagrificherebbero sostanze e vita per possedere un ricco diamante. Nè

voglio ridir su di ciò. Ma prima di fare un tal sagrifizio, ogni ragion

di prudenza non insegnerebbe almeno l’assicurarsi se questo diamante

sia immune da macchie?»

«Come sarebbe a dire? (soggiunse Leicester guatando bieco il suo

confidente). Di chi parli tu?»

«Parlo... della Contessa, Milord! sono costretto a parlare di lei. Sì,

ne parlerò, dovesse anche la Signoria vostra dar guiderdone di morte al

mio zelo!»

«La morte.... puoi forse meritarla dalle mie mani medesime. Nondimeno

parla. Ti sto ascoltando.»

«Ebbene, o Milord, mi armerò di coraggio, che qui non tanto io parlo

per la mia vita, quanto per gl’interessi del mio Signore. Giammai

non mi piacquero le misteriose corrispondenze che questa Signora ha

serbate con Edmondo Tressiliano. Voi lo conoscete, o Milord, nè v’è

ignoto averle costui sulle prime inspirato un tale affetto, di cui se

la vostra Signoria trionfò, il trionfo non fu disgiunto da qualche

difficoltà. Voi vedeste con qual calore l’uomo di Cornovaglia sostenne

contro di me gl’interessi della Contessa. Lo scopo evidente ch’egli si

prefiggeva, era quello di costringere la Signoria vostra a confessare

pubblicamente queste, ch’io dirò sempre, malaugurose nozze, ed è

parimente tal pubblicazione che Milady vorrebbe ad ogni costo da voi.»

Il Leicester accolse tai detti con un forzato sorriso: «Intendo, buon

Riccardo. Tu stai meditando ora il modo di sagrificare il tuo onore,

ed anche quello di un’altra persona, a fine di stogliermi da un’ardua

impresa. Ma... ricordati (aggiunse con tuono cupo, siccome irresoluto)

che è la Contessa di Leicester quella di cui favelli.»

«Lo so; ma favello parimente per l’interesse del conte di Leicester.

Ho appena cominciato, o Signore, le cose che debbo dire. Credo

fermissimamente, che sin d’allor quando voi entraste personaggio in

tal dramma, Tressiliano tutto quanto operò, lo operò d’accordo colla

Contessa.»

«Tu spacci stravaganze colla calma d’un predicatore. Ma dove e come

poterono accordarsi?»

«Dove, e come! Milord, per mala sorte, non posso che troppo chiaramente

additarvelo. Poco prima che venisse presentato in nome di Tressiliano

il memoriale, onde la Regina arse di tanto sdegno nella sua Corte, io

incontrai, con mia grande sorpresa, questo Tressiliano medesimo alla

porta segreta del parco di Cumnor.»

«Tu l’incontrasti, sciagurato, nè lo stendesti morto dinanzi a te?»

«Ci precipitammo l’un sopra l’altro, e s’io non ponea un piede in

fallo, vostra Signoria non avrebbe mai più veduto costui.»

Lo stupore tolse per qualche tempo la parola all’attonito Leicester,

che finalmente si disse: «Quali prove confermano quanto asserisci?

Poichè siccome la punizione debb’essere grande, voglio esaminare

freddamente, e circospettamente... Gran Dio! ma no... voglio esaminare

freddamente e circospettamente,» e tal proposito ripetè più d’una

fiata, come per ritrarne qualche calma ad ogni fiata che il ripetea.

Poi mordendosi le labbra, quasi timoroso di lasciarsi sfuggire accenti

conformi alla tempesta che infieriva entro il suo animo, sclamò: «Hai

tu altre prove?»

«Troppe, o Milord. E così le avessi conosciute sol io! Poteano allora

andar sepolte in una eterna dimenticanza; ma il mio servo Michele

Lambourne fu testimonio del tutto, ed è pur quegli che agevolò a

Tressiliano l’ingresso in Cumnor. Per ciò solo presi al mio servigio

questo Lambourne, e per ciò solo non me ne sono liberato dappoi,

comunque tristo il conosca; ma volli mantenermi in grado di frenarne la

lingua.»

E qui il perfido confidente si fece a dimostrare, come agevole gli

sarebbe il convalidare quanto egli asserì e coll’attestazione di Tony

Foster, e colle testimonianze di diverse persone presenti allorchè

insieme patteggiarono il Lambourne e Tressiliano, e presenti pure

al momento che questi due individui partirono insieme dall’Osteria

dell’_Orso nero_. Nè in tal racconto il Varney avventurò altra falsità,

che maligne insinuazioni, destramente intese ad indur persuasione che

il colloquio avutosi da Amy con Tressiliano in Cumnor fosse durato più

di quanto durò veramente.

«E perchè non ne fui avvertito, (disse il Leicester, la cui fisonomia

ad ogn’istante s’annuvolava di più). Perchè tutti voi altri, e tu

principalmente, o Varney, perchè nascondermi questi fatti?»

«Perchè la Contessa, rispose lo scellerato, ne assicurò, che

Tressiliano a non saputa e a malgrado di lei s’introdusse in quel

castello; perchè conchiusi da questo che il colloquio non avesse

portato disonore alla Signoria vostra, perchè finalmente giudicai, o

Milord, che la Contessa medesima ve ne avrebbe fatto consapevole in

appresso; nè Milord ignora con quanta ripugnanza si porge orecchio a

sospetti che feriscono persone amate, e la Dio mercè, non son io nè

un disseminatore di zizzanie, nè un referendario per farmi il primo a

divulgare cose di tal natura.»

«Ma siete poi troppo pronto ad ammetterle, sig. Riccardo. Come sapete

voi che tale colloquio sia stato colpevole, siccome il vorreste far

credere? La contessa di Leicester, a quanto m’è avviso, può ben

rimanere alcuni istanti con una persona qual è Tressiliano, senza che

ne conseguano o disdoro per me, o sospetti contro di lei.»

«Certamente, o Milord, e se tale opinione non fosse stata in me, neanco

avrei custodito sì lungo tempo un segreto di simil fatta. Ma debbo or

dirvi ciò che dà forza a presunzioni contrarie. Tressiliano si mette

in corrispondenza con un tapino ostiere di Cumnor e ciò collo scopo di

agevolare la fuga della signora Contessa; manda uno de’ suoi messi, che

siccome spero, avrem ben tosto sotto chiave nella torre di _Merwyn_,

perchè Killegren e Lambsbey stanno inseguendolo. L’ostiere riceve un

anello in prezzo di buoni ufici e silenzio. La Signoria vostra potrebbe

anche aver visto questo anello nelle dita di Tressiliano. Egli è

qui[6]. Il messo mandato dal Cornovagliese giunge a Cumnor travestito

da merciaiuolo, ha segreti colloqui colla Contessa, fuggono l’uno e

l’altra nel durar della notte. Involano, tanta è la colpevole loro

premura, un cavallo ad un povero scimunito, che incontrano lungo il

cammino. Arrivano finalmente al castello, e la Contessa di Leicester

trova un asilo!... non oso dire ove lo trovi!»

«Parla, te lo comando, parla sinchè conservo ancora tanta pazienza per

ascoltarti.»

«Poichè il volete, rispose Varney, la Contessa si trasferì

immediatamente nell’appartamento di Tressiliano, ove rimase parecchie

ore, non vi dirò se sola, od in sua compagnia. Vi dissi già come

Tressiliano si tenesse una sua conquista nella stanza assegnatagli. Ma

non avrei sognato giammai che questa conquista....»

«Fosse Amy, vuoi dire, rispose il Leicester, ma questa è un’impostura

nera quanto il vapor dell’Inferno! Ch’ella sia ambiziosa, leggiera,

impaziente, posso crederlo: è donna, e ciò basta. Ma tradirmi! non mai!

non mai! La prova, la prova di quanto osi asserire!» sclamò egli con

forza.

«Ieri dopo il mezzogiorno vi si fece condurre da Carol ella stessa.

Lambourne e il guardiano della torre di _Merwyn_ ve la trovarono di

buonissim’ora questa mattina.»

«E Tressiliano era con lei?» soggiunse il Conte rapidamente.

«No, Milord, dovete ben ricordarvi, che Tressiliano ha passata l’intera

notte sotto la vigilanza di Blount.»

«E Carol e gli altri servi la riconobbero?»

«No, mio signore. Carol e Lorenzo Staples non l’aveano mai vista, e

il suo travestimento ha fatto che Lambourne non la ravvisasse per la

Contessa; ma nel volerle impedire la fuga da quelle stanze raccolsero

un suo guanto caduto, e questo guanto, sua Signoria lo riconoscerà

certamente!»

E in ciò dire rimise al Conte il guanto, su di cui stava ricamato a

perle lo stemma della casa di Leicester.

«Sì, ravviso i doni che le feci io medesimo; l’altro di tali guanti

copriva quel braccio che in questo giorno stesso ella avvolgeva al

mio collo,» accenti che vennero pronunziati in mezzo a violentissima

agitazione.

«Sua Signoria potrebbe procacciarsi, coll’interrogare la Contessa,

maggiori prove sulla verità del mio asserto[7].»

«Non fa d’uopo, non fa d’uopo (rispose il Conte che tutti i tormenti

dell’inferno straziavano). Questa verità mi sta innanzi agli occhi

scritta in caratteri di fuoco. Vedo l’infamia di costei. Chi può negar

fede all’evidenza? Sommo Dio! Per questa abbietta creatura io stava

cimentando le vite de’ migliori fra’ miei amici! io stava per crollare

un trono! io stava per portare e ferro e fuoco nel seno d’un regno

tranquillo, per combattere la generosa Sovrana che mi fece quello ch’io

sono, e che se non era questo orrendo nodo, m’avrebbe già sollevato

al maggior grado ch’uom possa sperare! E tutto ciò per una donna

collegatasi coi miei accaniti nemici!.... Ma tu sciagurato! perchè non

parlasti più presto?»

«Milord, io ben sapea che una lagrima della Contessa vi avrebbe fatto

dimenticar tutto quanto avessi potuto dirvi; nè per altra parte io ebbi

tal chiarezza dei fatti se non se questa mattina, allorchè l’improvviso

arrivo di Foster, e le confessioni cui costrinse egli l’ostiere

dell’_Orso nero_, m’hanno istrutto della sua fuga da Cumnor, e fatto me

più solerte nelle ricerche di quanto sfortunatamente ho scoperto.»

«Or sia lode al Cielo, ministro di luce al mio fatal disinganno! Tanta

è l’evidenza del tradimento, che non vi sarà in tutta Inghilterra

chi possa tacciarmi di una vendetta ingiusta o troppo sollecita.

Chi l’avrebbe creduto, o Varney? Tanto giovane, tanto bella, sì

carezzevole, e sì menzognera! Comprendo ora la fonte di quell’odio

implacabile che giurò a te, mio fedele, diletto mio servo. Costei

abborriva un uomo, studioso di far cadere le sue inique trame, e pel

cui braccio fu quasi privo di vita il vile che la seducea.»

«Non le diedi mai altro motivo di odiarmi, o Milord; ma ella sapea come

i miei consigli s’adoperassero a scemare la possanza che s’arrogò sopra

di voi, mi sapea costantemente preparato a cimentar la mia vita contro

i vostri nemici.»

«Or ben lo vedo. E nondimeno, Varney, quale apparenza di grandezza

d’animo metteva la perfida nell’esortarmi di commettere agli sdegni

della Regina il mio capo anzichè nascondermi più lungo tempo sotto il

velo dell’impostura! Mi parea che l’angelo della Verità non potesse

parlare più persuasivo linguaggio! ed è egli possibile, o Varney? La

menzogna adunque la più atroce potrà in tal guisa ostentare le forme

della verità, e l’infamia coprirsi sotto la maschera della virtù?

Varney, tu mi prestasti buon servigio fin dalla fanciullezza. Devi

a me ogni tuo innalzamento, puoi dovermene di maggiori; ma assumiti

ora l’incarico di meditare in mia vece. Il tuo ingegno fu mai sempre

acuto e profondo. Pensa! non potrebb’ella essere innocente? Sforzati a

provarmi che è tale, e quanto fin ora operai in tuo favore sarà stato

un nulla, in confronto del compenso che tu n’avrai.»

L’inconsolabil dolore che straziava l’anima del Conte si dipinse con

tanta forza nel pronunziare di questi ultimi accenti, onde ne fu quasi

scosso l’indurito cuor di Varney[8], che in mezzo ai funesti disegni

suggeritigli da scellerata ambizione, non cessava d’amare il suo

protettore, d’amarlo però come amar poteva un Varney. Ma tornò tosto a

raffermarsi negl’iniqui divisamenti, e domò ogni rimorso, in pensando,

come quel dolor passeggiero cui egli stava per cagionare al Leicester,

agevolerebbe a questo il sentiero di quel trono, ch’Elisabetta già si

mostrava inclinata a dividere col favorito, e dal quale lo rispingeva,

in sentenza di Varney, il solo viver d’Amy. Perseverò quindi nella

infernale politica, e dopo avere pensato un istante sulla risposta da

farsi a quella commovente inchiesta dell’angoscioso Leicester, gli

rispose col fissarlo di un mesto sguardo, che dicea quasi: _Le cerco

invano una scusa_. Poi rialzando il capo prese per un istante il

contegno di uomo, cui brillasse un raggio di speranza che per breve

passò pure nell’animo del misero Conte, ma seppe l’empio confidente far

sì che non v’allignasse, e tali ne furono i detti: «Però, s’ella era

veramente colpevole, perchè avventurarsi a venire fra queste mura?.....

Gli è vero, che un tal passo s’accorda col desiderio continuo in lei

d’essere riconosciuta Contessa di Leicester.»

«Così è! così è! (sclamò in cupo tuono il Conte, innanzi cui dileguossi

tosto il lampo della concetta speranza). Tu non leggi com’io ne’

profondi avvolgimenti del cuor d’una femmina. Varney, indovino tutto.

Ella non vuole rinunziare al titolo e al grado dell’uomo infelice

divenutole sposo, e se cieco nel mio delirio avessi inalberato lo

stendardo della ribellione, o se lo sdegno d’Elisabetta avesse fatto

cadere il mio capo, come questa mattina ne udii dal labbro di lei la

minaccia, il ricco assegnamento che la legge concede alla vedova d’un

Leicester, non sarebbe stato cattivo incerto per quel miserabile di

Tressiliano. Il vedi! Ella mi sollecitava ad affrontare un pericolo

che poteva esserle utile. Ah! non parlarmi, non parlarmi in favore di

costei, o Riccardo. Voglio il suo sangue.»

«Milord, l’eccesso del vostro dolore si palesa al furore che anima

questi detti.»

«Te lo replico, cessa dal parlarmi in suo favore. Ella m’ha disonorato.

Ella avrebbe voluto il mio esterminio. Non vi è più legame di sorte

alcuna fra me e questa femmina. Ella morirà, come s’aspetta morire

ad una perfida, ad un’adultera moglie, colpevole innanzi a Dio, e

innanzi agli uomini.... Or ch’io penso!... Che si contiene in questa

cassetta? Il fanciullo che me la consegnò per farla pervenire ad Amy

nominò ancor Tressiliano. Sì: _se non vi riesce darla a lei, datela

al sig. Tressiliano_. Furono queste le sue parole... Oh Dio!... E in

quell’istante pur mi sorpresero, ma ammaliato dagli ultimi detti di

quell’indegna, assorto ne’ gravi divisamenti che concepii sol per

essa.... Oh! queste parole mi tornano ora con maggior forza alla

mente. Gli è lo scrignetto delle sue gioie. Aprilo, Varney, forzane la

cerniera col tuo pugnale.»

«Un giorno ella disdegnò valersene per rompere il nodo che tenea chiusa

una lettera[9] (a ciò meditava il Varney nel prestarsi al cenno del suo

padrone). Amy Robsart! quest’arme oggi avrà una parte più rilevante nel

destino che ti s’appresta.»

Nel tempo stesso che costui facea tali considerazioni, il suo

pugnaletto a triangolo fu la leva, cui cedè la cerniera argentea

dello scrignetto. Nè appena ciò vide il Leicester, che ne strappò il

coperchio, e trattine i gioielli che v’eran racchiusi, li gettò preso

da rabbia sul suolo, intantochè i suoi occhi cercavano avidamente

qualche lettera o biglietto, che ponesse in evidenza sempre maggiore

le colpe immaginarie della sfortunata Contessa. Indi calpestando i

diamanti sparsi all’intorno di sè:

«Egli è, sclamava in tal guisa, ch’io anniento questi miserabili

pegni, per cui vendesti il tuo corpo e l’anima tua, per cui ti

consacrasti ad una morte innanzi tempo, per cui condannasti me ai

rimorsi e ad un’eterna disperazione. Non parlarmi di perdono, o

Riccardo. La sentenza di costei è già pronunziata!» E replicando ancora

questi ultimi fatali accenti, si lanciò entro un contiguo gabinetto,

chiudendone a catenaccio la porta.

Varney lo accompagnò cogli sguardi, divenuti allora men atti a quel suo

maligno sorriso; solo effetto onde la sopita umanità potea farsi ancora

sentire in quell’anima scellerata. «Io ne compiango la debolezza, si

dicea costui fra se stesso; l’amore lo ha trasformato in un fanciullo.

Egli getta, egli infrange queste gemme. S’affretterà egualmente ad

infrangere il gioiello ben più fragile d’esse, ch’egli amò finora con

tanto ardore. Ma le sue furie cesseranno, cessata la cagione da cui

son mosse. Egli non sa valutare nè le cose, nè il vero lor prezzo.

Questa prerogativa, natura la riserbò soltanto a Varney. Leicester,

divenuto re, non penserà fra quai procelle di superate passioni sarà

giunto sul trono; non penserà a ciò più di quel che un nocchiero

mediti, toccato il porto, i pericoli affrontati nella sua corsa. Ma

giova che non restino così sul pavimento questi testimoni d’un cieco

furore. Sarebbero troppo ricca preda per la ciurma, che rassetta

l’appartamento.»

Mentre Varney intendeva a raccogliere le gemme ed a collocarle entro

il cassettino segreto d’un armadio che a sorte trovavasi aperto, vide

dischiusa una parte d’uscio del gabinetto ov’entrò prima il Conte, nè

quel vano era coperto dalla cortina. Leicester pose fuori il capo, e

tanto oppresse ne apparivano le pupille, e tanto pallide le labbra,

che fremette il Varney, e appena gli occhi dell’uno si scontrarono in

quelli dell’altro, abbassò la fronte il Leicester, e di nuovo chiuse

quella porta. Per due volte la riaperse, e per due volte vi si affacciò

nella medesima guisa senza pronunziare un solo accento, onde il Varney

incominciò veramente a credere la ragione del suo signore affatto

smarrita. La terza volta però questi fece al confidente un cenno

d’avvicinarsi, e Varney entrando seco nel gabinetto potè avvedersi che

non da delirio derivava quel turbamento, ma da barbaro disegno che il

Conte stava allor meditando, ma da fiera lotta che contrarie passioni

moveano nell’animo di chi il concepiva. Passarono un’ora discorrendo

insieme, dopo di che il Conte cambiate in tutta fretta le vesti, tornò

a fare la sua corte alla Sovrana.

Kenilworth, vol. 4/4 · 第 10 / 19 题