Ruppe d’Imene i sacri patti, è rea,
E ’l seduttor suo vile appien t’è noto.
_Novella dell’Inverno_.
Appena entrato nel suo gabinetto il Conte, diede mano al libretto
de’ ricordi, e si pose a scrivere, ora parlando con Varney, ora con
se medesimo: «Ve ne son molti il cui destino è collegato col mio....
Quelli soprattutto che si stanno ne’ primi gradi...... Avvene di
tali ancora che se si ricordano le mie beneficenze, e i pericoli cui
rimarrebbero compromessi, non mi lasceranno morire senza soccorrermi.
Vediamo. Knolle è per me; e in conseguenza col suo ministerio il
saranno ancora Guernsey e Iersey. Lorsey è governatore dell’isola
di Wight; mio cognato Lungtengdon e Pembrock comandano nel paese di
Galles. Coll’aiuto di Bedford sono miei i Puritani, e i loro interessi
che hanno tanto peso in tutte le sedizioni. Mio fratello di Warwick
è potente al pari di me. Io regolo a mia voglia sir Owe Hopton il
governatore della torre di Londra. In questo luogo sta il tesoro
pubblico. Oh! mio padre, e l’avo mio non avrebbero mai portate le loro
teste sul palco se avessero combinate sì bene le proprie imprese. Che
vuol dire quel mesto sguardo, o Varney? Credilo, un albero che ha sì
profonde radici non cade facilmente atterrato dal turbine.»
«Oimè! Milord,» disse Varney con un accento di dolore contraffatto a
maraviglia, e ricomponendo i suoi sguardi a quell’aria di mestizia che
eccitò l’interrogazione del Conte.
«_Oimè_! Replicò il conte di Leicester, e perchè _oimè_, sir
Riccardo? La vostra nuova dignità non v’inspira altra esclamazione
più coraggiosa, quando sta per aprirsi una sì nobile lotta? Se mai
questo _oimè_ indicasse disegno in voi di evitare lo scontro, potete
abbandonare il castello ed anche unirvi ai miei nemici, se ciò meglio
vi piace.»
«No, rispose il confidente, Varney saprà morire e combattere al
fianco vostro. Perdonatemi se compreso da sollecitudine per tutto
quello che vi risguarda, io vedo forse più chiaramente le cose di
quanto a voi lo permetta la nobiltà del vostro cuore. Io vedo, sì,
gl’insuperabili ostacoli che v’attorniano per ogni dove. Siete forte e
potente, o Signore, lo so; ma permettetemi il dirlo senza offendervi,
tale non siete che per favore della Regina: sintantochè esso vi dura,
voi avrete, salvo il titolo reale, tutti i dritti d’un Monarca; ma
supponete ch’ella vi tolga questo favore; vi trovate derelitto più
presto che non rimase inaridita la zucca del profeta. Derelitto il
ripeto, se vi ribellate alla Regina; nè il sarete soltanto in mezzo
a questo paese, in mezzo a questa provincia; ma nel centro dello
stesso vostro castello, fra i vostri vassalli, fra i vostri amici, fra
i vostri congiunti, vi faranno prigioniero, nè tarderete ad essere
giudicato, se così il vorrà la Sovrana. Pensate a Norfolco, o Milord,
al potente duca di Nortumberlandia, allo spettabile Westmoreland.
Pensate che tutti coloro i quali vollero resistere a sì avveduta
principessa, rimasero tutti o morti o prigionieri, o errano fuggitivi.
Il soglio d’Elisabetta non viene a paragone di tant’altri sogli, cui
basta una congiura per rovesciarli; esso ha per sue basi l’amore e
la riconoscenza de’ popoli. Voi potete dividerlo, se il volete, con
lei; ma nè voi, nè altra potenza o straniera o domestica perverrà ad
abbatterlo... Che dico? nemmeno a crollarlo.»
Costui in allora si tacque, ed il Leicester gettò lungi da sè il
libretto dei ricordi con aria di non curanza e dispetto.
«Fo a tuo modo, soggiunse, e in fine poco rileva se la sincerità o
il timore ti hanno fatto parlare. Però non sia mai che io cada senza
resistenza. Va a dar ordine, onde quelli fra i miei vassalli che
servirono sotto di me nell’Irlanda si conducano ad uno ad uno nella
torre principale; che i miei gentiluomini e i miei amici si mettano in
istato di difesa, come se temessero venir assaliti dai partigiani del
Sussex: dissemina sospetti e timori fra gli abitanti della città, fa
che s’armino, e ad un dato segnale stiano pronti ad impadronirsi de’
soldati posti alla guardia della Regina.»
«Permettetemi ripetervi, o Milord, soggiunse mestamente Varney,
quest’ultimo vostro ordine, di far cioè tutti gli apparecchi opportuni
a disarmare all’uopo la guardia della Regina; e permettetemi ad un
tempo di rammentarvi che questo è un atto d’alto tradimento: nondimeno
sarete ubbidito.»
«Nulla monta, soggiunse con un accento di disperazione il Leicester,
nulla monta; l’infamia mi sta alle spalle, il precipizio dinanzi agli
occhi; è d’uopo ch’io mi mostri a viso scoperto.»
Venne indi altra pausa di silenzio, che poscia Varney interruppe in
tal guisa: «Eccoci finalmente arrivati a quell’istante che io temea da
lungo tempo! Eccomi al bivio o d’essere vil testimonio della caduta del
miglior fra i padroni, o di svelare quanto avrei desiderato sepolto in
profondissimo obblio, se altro labbro diverso da quel di Varney non ve
ne arrecava l’infausta scoperta.»
«Ora che dici tu? O piuttosto che intendi dire? rispose il Conte. Ti
avverto che non abbiamo tempo da perdere in ciance. È giunta ora di
fatti.»
«Quanto mi è forza dire, sarà ben tosto detto, o Milord. Piacesse al
cielo che sì breve fosse la vostra risposta! Queste nozze sono la sola
cagione onde dobbiamo romperci colla Regina, non è egli vero, Milord?»
«Tu lo sai al pari di me. A che tende questa insulsa domanda?»
«Perdonate Milord, non è insulsa. Vi sono tali uomini, che
sagrificherebbero sostanze e vita per possedere un ricco diamante. Nè
voglio ridir su di ciò. Ma prima di fare un tal sagrifizio, ogni ragion
di prudenza non insegnerebbe almeno l’assicurarsi se questo diamante
sia immune da macchie?»
«Come sarebbe a dire? (soggiunse Leicester guatando bieco il suo
confidente). Di chi parli tu?»
«Parlo... della Contessa, Milord! sono costretto a parlare di lei. Sì,
ne parlerò, dovesse anche la Signoria vostra dar guiderdone di morte al
mio zelo!»
«La morte.... puoi forse meritarla dalle mie mani medesime. Nondimeno
parla. Ti sto ascoltando.»
«Ebbene, o Milord, mi armerò di coraggio, che qui non tanto io parlo
per la mia vita, quanto per gl’interessi del mio Signore. Giammai
non mi piacquero le misteriose corrispondenze che questa Signora ha
serbate con Edmondo Tressiliano. Voi lo conoscete, o Milord, nè v’è
ignoto averle costui sulle prime inspirato un tale affetto, di cui se
la vostra Signoria trionfò, il trionfo non fu disgiunto da qualche
difficoltà. Voi vedeste con qual calore l’uomo di Cornovaglia sostenne
contro di me gl’interessi della Contessa. Lo scopo evidente ch’egli si
prefiggeva, era quello di costringere la Signoria vostra a confessare
pubblicamente queste, ch’io dirò sempre, malaugurose nozze, ed è
parimente tal pubblicazione che Milady vorrebbe ad ogni costo da voi.»
Il Leicester accolse tai detti con un forzato sorriso: «Intendo, buon
Riccardo. Tu stai meditando ora il modo di sagrificare il tuo onore,
ed anche quello di un’altra persona, a fine di stogliermi da un’ardua
impresa. Ma... ricordati (aggiunse con tuono cupo, siccome irresoluto)
che è la Contessa di Leicester quella di cui favelli.»
«Lo so; ma favello parimente per l’interesse del conte di Leicester.
Ho appena cominciato, o Signore, le cose che debbo dire. Credo
fermissimamente, che sin d’allor quando voi entraste personaggio in
tal dramma, Tressiliano tutto quanto operò, lo operò d’accordo colla
Contessa.»
«Tu spacci stravaganze colla calma d’un predicatore. Ma dove e come
poterono accordarsi?»
«Dove, e come! Milord, per mala sorte, non posso che troppo chiaramente
additarvelo. Poco prima che venisse presentato in nome di Tressiliano
il memoriale, onde la Regina arse di tanto sdegno nella sua Corte, io
incontrai, con mia grande sorpresa, questo Tressiliano medesimo alla
porta segreta del parco di Cumnor.»
«Tu l’incontrasti, sciagurato, nè lo stendesti morto dinanzi a te?»
«Ci precipitammo l’un sopra l’altro, e s’io non ponea un piede in
fallo, vostra Signoria non avrebbe mai più veduto costui.»
Lo stupore tolse per qualche tempo la parola all’attonito Leicester,
che finalmente si disse: «Quali prove confermano quanto asserisci?
Poichè siccome la punizione debb’essere grande, voglio esaminare
freddamente, e circospettamente... Gran Dio! ma no... voglio esaminare
freddamente e circospettamente,» e tal proposito ripetè più d’una
fiata, come per ritrarne qualche calma ad ogni fiata che il ripetea.
Poi mordendosi le labbra, quasi timoroso di lasciarsi sfuggire accenti
conformi alla tempesta che infieriva entro il suo animo, sclamò: «Hai
tu altre prove?»
«Troppe, o Milord. E così le avessi conosciute sol io! Poteano allora
andar sepolte in una eterna dimenticanza; ma il mio servo Michele
Lambourne fu testimonio del tutto, ed è pur quegli che agevolò a
Tressiliano l’ingresso in Cumnor. Per ciò solo presi al mio servigio
questo Lambourne, e per ciò solo non me ne sono liberato dappoi,
comunque tristo il conosca; ma volli mantenermi in grado di frenarne la
lingua.»
E qui il perfido confidente si fece a dimostrare, come agevole gli
sarebbe il convalidare quanto egli asserì e coll’attestazione di Tony
Foster, e colle testimonianze di diverse persone presenti allorchè
insieme patteggiarono il Lambourne e Tressiliano, e presenti pure
al momento che questi due individui partirono insieme dall’Osteria
dell’_Orso nero_. Nè in tal racconto il Varney avventurò altra falsità,
che maligne insinuazioni, destramente intese ad indur persuasione che
il colloquio avutosi da Amy con Tressiliano in Cumnor fosse durato più
di quanto durò veramente.
«E perchè non ne fui avvertito, (disse il Leicester, la cui fisonomia
ad ogn’istante s’annuvolava di più). Perchè tutti voi altri, e tu
principalmente, o Varney, perchè nascondermi questi fatti?»
«Perchè la Contessa, rispose lo scellerato, ne assicurò, che
Tressiliano a non saputa e a malgrado di lei s’introdusse in quel
castello; perchè conchiusi da questo che il colloquio non avesse
portato disonore alla Signoria vostra, perchè finalmente giudicai, o
Milord, che la Contessa medesima ve ne avrebbe fatto consapevole in
appresso; nè Milord ignora con quanta ripugnanza si porge orecchio a
sospetti che feriscono persone amate, e la Dio mercè, non son io nè
un disseminatore di zizzanie, nè un referendario per farmi il primo a
divulgare cose di tal natura.»
«Ma siete poi troppo pronto ad ammetterle, sig. Riccardo. Come sapete
voi che tale colloquio sia stato colpevole, siccome il vorreste far
credere? La contessa di Leicester, a quanto m’è avviso, può ben
rimanere alcuni istanti con una persona qual è Tressiliano, senza che
ne conseguano o disdoro per me, o sospetti contro di lei.»
«Certamente, o Milord, e se tale opinione non fosse stata in me, neanco
avrei custodito sì lungo tempo un segreto di simil fatta. Ma debbo or
dirvi ciò che dà forza a presunzioni contrarie. Tressiliano si mette
in corrispondenza con un tapino ostiere di Cumnor e ciò collo scopo di
agevolare la fuga della signora Contessa; manda uno de’ suoi messi, che
siccome spero, avrem ben tosto sotto chiave nella torre di _Merwyn_,
perchè Killegren e Lambsbey stanno inseguendolo. L’ostiere riceve un
anello in prezzo di buoni ufici e silenzio. La Signoria vostra potrebbe
anche aver visto questo anello nelle dita di Tressiliano. Egli è
qui[6]. Il messo mandato dal Cornovagliese giunge a Cumnor travestito
da merciaiuolo, ha segreti colloqui colla Contessa, fuggono l’uno e
l’altra nel durar della notte. Involano, tanta è la colpevole loro
premura, un cavallo ad un povero scimunito, che incontrano lungo il
cammino. Arrivano finalmente al castello, e la Contessa di Leicester
trova un asilo!... non oso dire ove lo trovi!»
«Parla, te lo comando, parla sinchè conservo ancora tanta pazienza per
ascoltarti.»
«Poichè il volete, rispose Varney, la Contessa si trasferì
immediatamente nell’appartamento di Tressiliano, ove rimase parecchie
ore, non vi dirò se sola, od in sua compagnia. Vi dissi già come
Tressiliano si tenesse una sua conquista nella stanza assegnatagli. Ma
non avrei sognato giammai che questa conquista....»
«Fosse Amy, vuoi dire, rispose il Leicester, ma questa è un’impostura
nera quanto il vapor dell’Inferno! Ch’ella sia ambiziosa, leggiera,
impaziente, posso crederlo: è donna, e ciò basta. Ma tradirmi! non mai!
non mai! La prova, la prova di quanto osi asserire!» sclamò egli con
forza.
«Ieri dopo il mezzogiorno vi si fece condurre da Carol ella stessa.
Lambourne e il guardiano della torre di _Merwyn_ ve la trovarono di
buonissim’ora questa mattina.»
«E Tressiliano era con lei?» soggiunse il Conte rapidamente.
«No, Milord, dovete ben ricordarvi, che Tressiliano ha passata l’intera
notte sotto la vigilanza di Blount.»
«E Carol e gli altri servi la riconobbero?»
«No, mio signore. Carol e Lorenzo Staples non l’aveano mai vista, e
il suo travestimento ha fatto che Lambourne non la ravvisasse per la
Contessa; ma nel volerle impedire la fuga da quelle stanze raccolsero
un suo guanto caduto, e questo guanto, sua Signoria lo riconoscerà
certamente!»
E in ciò dire rimise al Conte il guanto, su di cui stava ricamato a
perle lo stemma della casa di Leicester.
«Sì, ravviso i doni che le feci io medesimo; l’altro di tali guanti
copriva quel braccio che in questo giorno stesso ella avvolgeva al
mio collo,» accenti che vennero pronunziati in mezzo a violentissima
agitazione.
«Sua Signoria potrebbe procacciarsi, coll’interrogare la Contessa,
maggiori prove sulla verità del mio asserto[7].»
«Non fa d’uopo, non fa d’uopo (rispose il Conte che tutti i tormenti
dell’inferno straziavano). Questa verità mi sta innanzi agli occhi
scritta in caratteri di fuoco. Vedo l’infamia di costei. Chi può negar
fede all’evidenza? Sommo Dio! Per questa abbietta creatura io stava
cimentando le vite de’ migliori fra’ miei amici! io stava per crollare
un trono! io stava per portare e ferro e fuoco nel seno d’un regno
tranquillo, per combattere la generosa Sovrana che mi fece quello ch’io
sono, e che se non era questo orrendo nodo, m’avrebbe già sollevato
al maggior grado ch’uom possa sperare! E tutto ciò per una donna
collegatasi coi miei accaniti nemici!.... Ma tu sciagurato! perchè non
parlasti più presto?»
«Milord, io ben sapea che una lagrima della Contessa vi avrebbe fatto
dimenticar tutto quanto avessi potuto dirvi; nè per altra parte io ebbi
tal chiarezza dei fatti se non se questa mattina, allorchè l’improvviso
arrivo di Foster, e le confessioni cui costrinse egli l’ostiere
dell’_Orso nero_, m’hanno istrutto della sua fuga da Cumnor, e fatto me
più solerte nelle ricerche di quanto sfortunatamente ho scoperto.»
«Or sia lode al Cielo, ministro di luce al mio fatal disinganno! Tanta
è l’evidenza del tradimento, che non vi sarà in tutta Inghilterra
chi possa tacciarmi di una vendetta ingiusta o troppo sollecita.
Chi l’avrebbe creduto, o Varney? Tanto giovane, tanto bella, sì
carezzevole, e sì menzognera! Comprendo ora la fonte di quell’odio
implacabile che giurò a te, mio fedele, diletto mio servo. Costei
abborriva un uomo, studioso di far cadere le sue inique trame, e pel
cui braccio fu quasi privo di vita il vile che la seducea.»
«Non le diedi mai altro motivo di odiarmi, o Milord; ma ella sapea come
i miei consigli s’adoperassero a scemare la possanza che s’arrogò sopra
di voi, mi sapea costantemente preparato a cimentar la mia vita contro
i vostri nemici.»
«Or ben lo vedo. E nondimeno, Varney, quale apparenza di grandezza
d’animo metteva la perfida nell’esortarmi di commettere agli sdegni
della Regina il mio capo anzichè nascondermi più lungo tempo sotto il
velo dell’impostura! Mi parea che l’angelo della Verità non potesse
parlare più persuasivo linguaggio! ed è egli possibile, o Varney? La
menzogna adunque la più atroce potrà in tal guisa ostentare le forme
della verità, e l’infamia coprirsi sotto la maschera della virtù?
Varney, tu mi prestasti buon servigio fin dalla fanciullezza. Devi
a me ogni tuo innalzamento, puoi dovermene di maggiori; ma assumiti
ora l’incarico di meditare in mia vece. Il tuo ingegno fu mai sempre
acuto e profondo. Pensa! non potrebb’ella essere innocente? Sforzati a
provarmi che è tale, e quanto fin ora operai in tuo favore sarà stato
un nulla, in confronto del compenso che tu n’avrai.»
L’inconsolabil dolore che straziava l’anima del Conte si dipinse con
tanta forza nel pronunziare di questi ultimi accenti, onde ne fu quasi
scosso l’indurito cuor di Varney[8], che in mezzo ai funesti disegni
suggeritigli da scellerata ambizione, non cessava d’amare il suo
protettore, d’amarlo però come amar poteva un Varney. Ma tornò tosto a
raffermarsi negl’iniqui divisamenti, e domò ogni rimorso, in pensando,
come quel dolor passeggiero cui egli stava per cagionare al Leicester,
agevolerebbe a questo il sentiero di quel trono, ch’Elisabetta già si
mostrava inclinata a dividere col favorito, e dal quale lo rispingeva,
in sentenza di Varney, il solo viver d’Amy. Perseverò quindi nella
infernale politica, e dopo avere pensato un istante sulla risposta da
farsi a quella commovente inchiesta dell’angoscioso Leicester, gli
rispose col fissarlo di un mesto sguardo, che dicea quasi: _Le cerco
invano una scusa_. Poi rialzando il capo prese per un istante il
contegno di uomo, cui brillasse un raggio di speranza che per breve
passò pure nell’animo del misero Conte, ma seppe l’empio confidente far
sì che non v’allignasse, e tali ne furono i detti: «Però, s’ella era
veramente colpevole, perchè avventurarsi a venire fra queste mura?.....
Gli è vero, che un tal passo s’accorda col desiderio continuo in lei
d’essere riconosciuta Contessa di Leicester.»
«Così è! così è! (sclamò in cupo tuono il Conte, innanzi cui dileguossi
tosto il lampo della concetta speranza). Tu non leggi com’io ne’
profondi avvolgimenti del cuor d’una femmina. Varney, indovino tutto.
Ella non vuole rinunziare al titolo e al grado dell’uomo infelice
divenutole sposo, e se cieco nel mio delirio avessi inalberato lo
stendardo della ribellione, o se lo sdegno d’Elisabetta avesse fatto
cadere il mio capo, come questa mattina ne udii dal labbro di lei la
minaccia, il ricco assegnamento che la legge concede alla vedova d’un
Leicester, non sarebbe stato cattivo incerto per quel miserabile di
Tressiliano. Il vedi! Ella mi sollecitava ad affrontare un pericolo
che poteva esserle utile. Ah! non parlarmi, non parlarmi in favore di
costei, o Riccardo. Voglio il suo sangue.»
«Milord, l’eccesso del vostro dolore si palesa al furore che anima
questi detti.»
«Te lo replico, cessa dal parlarmi in suo favore. Ella m’ha disonorato.
Ella avrebbe voluto il mio esterminio. Non vi è più legame di sorte
alcuna fra me e questa femmina. Ella morirà, come s’aspetta morire
ad una perfida, ad un’adultera moglie, colpevole innanzi a Dio, e
innanzi agli uomini.... Or ch’io penso!... Che si contiene in questa
cassetta? Il fanciullo che me la consegnò per farla pervenire ad Amy
nominò ancor Tressiliano. Sì: _se non vi riesce darla a lei, datela
al sig. Tressiliano_. Furono queste le sue parole... Oh Dio!... E in
quell’istante pur mi sorpresero, ma ammaliato dagli ultimi detti di
quell’indegna, assorto ne’ gravi divisamenti che concepii sol per
essa.... Oh! queste parole mi tornano ora con maggior forza alla
mente. Gli è lo scrignetto delle sue gioie. Aprilo, Varney, forzane la
cerniera col tuo pugnale.»
«Un giorno ella disdegnò valersene per rompere il nodo che tenea chiusa
una lettera[9] (a ciò meditava il Varney nel prestarsi al cenno del suo
padrone). Amy Robsart! quest’arme oggi avrà una parte più rilevante nel
destino che ti s’appresta.»
Nel tempo stesso che costui facea tali considerazioni, il suo
pugnaletto a triangolo fu la leva, cui cedè la cerniera argentea
dello scrignetto. Nè appena ciò vide il Leicester, che ne strappò il
coperchio, e trattine i gioielli che v’eran racchiusi, li gettò preso
da rabbia sul suolo, intantochè i suoi occhi cercavano avidamente
qualche lettera o biglietto, che ponesse in evidenza sempre maggiore
le colpe immaginarie della sfortunata Contessa. Indi calpestando i
diamanti sparsi all’intorno di sè:
«Egli è, sclamava in tal guisa, ch’io anniento questi miserabili
pegni, per cui vendesti il tuo corpo e l’anima tua, per cui ti
consacrasti ad una morte innanzi tempo, per cui condannasti me ai
rimorsi e ad un’eterna disperazione. Non parlarmi di perdono, o
Riccardo. La sentenza di costei è già pronunziata!» E replicando ancora
questi ultimi fatali accenti, si lanciò entro un contiguo gabinetto,
chiudendone a catenaccio la porta.
Varney lo accompagnò cogli sguardi, divenuti allora men atti a quel suo
maligno sorriso; solo effetto onde la sopita umanità potea farsi ancora
sentire in quell’anima scellerata. «Io ne compiango la debolezza, si
dicea costui fra se stesso; l’amore lo ha trasformato in un fanciullo.
Egli getta, egli infrange queste gemme. S’affretterà egualmente ad
infrangere il gioiello ben più fragile d’esse, ch’egli amò finora con
tanto ardore. Ma le sue furie cesseranno, cessata la cagione da cui
son mosse. Egli non sa valutare nè le cose, nè il vero lor prezzo.
Questa prerogativa, natura la riserbò soltanto a Varney. Leicester,
divenuto re, non penserà fra quai procelle di superate passioni sarà
giunto sul trono; non penserà a ciò più di quel che un nocchiero
mediti, toccato il porto, i pericoli affrontati nella sua corsa. Ma
giova che non restino così sul pavimento questi testimoni d’un cieco
furore. Sarebbero troppo ricca preda per la ciurma, che rassetta
l’appartamento.»
Mentre Varney intendeva a raccogliere le gemme ed a collocarle entro
il cassettino segreto d’un armadio che a sorte trovavasi aperto, vide
dischiusa una parte d’uscio del gabinetto ov’entrò prima il Conte, nè
quel vano era coperto dalla cortina. Leicester pose fuori il capo, e
tanto oppresse ne apparivano le pupille, e tanto pallide le labbra,
che fremette il Varney, e appena gli occhi dell’uno si scontrarono in
quelli dell’altro, abbassò la fronte il Leicester, e di nuovo chiuse
quella porta. Per due volte la riaperse, e per due volte vi si affacciò
nella medesima guisa senza pronunziare un solo accento, onde il Varney
incominciò veramente a credere la ragione del suo signore affatto
smarrita. La terza volta però questi fece al confidente un cenno
d’avvicinarsi, e Varney entrando seco nel gabinetto potè avvedersi che
non da delirio derivava quel turbamento, ma da barbaro disegno che il
Conte stava allor meditando, ma da fiera lotta che contrarie passioni
moveano nell’animo di chi il concepiva. Passarono un’ora discorrendo
insieme, dopo di che il Conte cambiate in tutta fretta le vesti, tornò
a fare la sua corte alla Sovrana.