CAPITOLO V.

Sincerità, prima delle virtù! Possano

gli uomini non si dipartire mai da’

tuoi sicuri sentieri; quando anche

squarciatesi le viscere della terra,

uscisse dal fondo degli abissi una

voce che persuadesse ai viventi le vie

tortuose della simulazione!

_Douglas_.

Solamente dopo una caccia lunga e felice, e dopo il banchetto

apprestato sull’istante che la Regina ricomparve al castello, potè il

Leicester trovarsi con Varney in disparte. Quest’ultimo tacendo col

massimo riguardo le trame adoperate contro la salute della Contessa,

narrò tutte le particolarità della fuga cui ella si risolvette, e le

narrò tai quali le aveva intese dal Foster, che tutto spaventato era

venuto ad arrecarne in Kenilworth la notizia. Laonde il Leicester

ignaro delle vere cagioni che la costrinsero ad un tal passo, non

suppose altro motivo che un’impaziente e gelosa brama di assumere il

grado di contessa di Leicester. Fermo nella qual persuasione si adontò

della leggerezza, onde Amy trasgredendo gli ordini dello sposo, lo

esponeva agli sdegni d’Elisabetta.

«Io diedi, così ragionava egli, a questa figlia d’un oscuro gentiluomo

di Devon, il più bel nome che siavi in tutta Inghilterra, io l’ho fatta

partecipe del mio talamo e d’ogni mia fortuna. Non le chiedo che un

istante di sofferenza innanzi di pubblicare il trionfo da lei riportato

sopra mille rivali; e l’orgogliosa donna preferisce il rischio di

perdersi, e di perder me seco lei: e l’alternativa di spingermi in

un abisso di mali, o di forzarmi ad espedienti fatti per degradarmi

ai miei occhi medesimi, le piace meglio che il rimanersi ancora per

qualche tempo in una oscurità, cui fu avvezza sin dal suo nascere! Ella

che mostrò in ogni occasione animo sì docile, sì dilicato, e soave e

fedele, lasciarsi trascinare dai capricci della vanità in tal momento

che si poteva pretendere moderazione dalla persona, anche la più

insensata! Gli è un farsi giuoco di me.»

«Se la signora vuole lasciarsi condurre e sostenere la parte che le

circostanze comandano, ella è ancora in tempo, e noi potremo uscire di

queste strette,» disse Varney.

«Non v’ha dubbio, o Riccardo, rispose il Leicester, nè vedo omai

migliore rimedio. Osservai che quando la Regina la chiamò tua moglie,

non v’è stato nessuno, che la disingannasse. Ora si è fatta cosa

inevitabile ch’ella mantenga un tal titolo, fintantochè sia allontanata

da Kenilworth.»

«Ed anche lungo tempo dopo, aggiunse Varney, perchè io penso che molto

tempo debba trascorrere prima che ella possa portare il titolo di

contessa di Leicester. Tremerei per essa e per voi se lo assumesse

tanto che dura il vivere della Regina. Ma la Signoria vostra può

giudicare su di tai cose assai meglio di me; come il sol uomo che sia

in grado di sapere quai propositi sul principio di questa mattina siano

stati tenuti tra il lord Leicester e la Sovrana.»

«Ben parli, o Varney, soggiunse il Leicester. In questa mattina io

mi regolai come il più stolto, il più sconsigliato degli uomini; e

qualunque volta queste sfortunate nozze venissero all’orecchio di

Elisabetta, ella non potrebbe far di meno di vedere nel mio contegno un

premeditato disprezzo, colpa che da una donna non si perdona giammai.

Noi facemmo quest’oggi l’infausta esperienza che un solo sospetto basta

a trarmi nel precipizio; e pavento, e ben pavento che tal rovina non

sia fuorchè differita.»

«Voi credete adunque la Regina implacabile nel suo risentimento?»

soggiunse Varney.

«Non posso neanco dire implacabile, rispose il Conte, perchè ad onta

della sublimità del suo grado, ho trovato in essa tanta condiscendenza

da offerirmi l’occasione di riparare una colpa, che ella attribuì

solamente ad impeto ingenito della mia indole.»

«Ah! rispose Varney, vero dicono gl’Italiani: nelle amorose discordie,

chi meglio ama è sempre il più inclinato a confessarsi colpevole. Se

pertanto si giugne a nascondere le vostre nozze, voi siete sempre nella

medesima condizione al cospetto di sua Maestà.»

Sospirò il Leicester, tacque un istante, indi rispose: «Varney, ti

credo sincero, nè ti nasconderò quindi tutto quello ch’io penso. No, la

mia condizione non è più la stessa. Parlai stamane ad Elisabetta, e le

parlai sopra tale argomento, che non è più lecito l’abbandonarlo senza

offendere vivamente l’amor proprio di una donna. Pure non oso ritornare

sul discorso medesimo. No: ella non mi perdonerà giammai l’essere stato

cagione e testimonio della sua debolezza.»

«Pure fa d’uopo appigliarsi ad un partito, o signore, disse il Varney,

e fa d’uopo appigliarvisi prontamente.»

«Non me ne rimane più alcuno, rispose il Leicester col tuono d’uomo

scoraggiato. Io mi vedo pari a colui che inerpicandosi ad una montagna

ingombra per ogni dove di precipizi, trova pochi passi lontan della

vetta ostacoli tali onde non gli è permesso nè il salire oltre, nè

tampoco il tornare addietro. Vedo il pinacolo dinanzi a me senza

poterlo aggiugnere, e nel medesimo tempo mi si apre una voragine sotto

i piedi che sta per inghiottirmi, allorquando il mio braccio stanco,

e la mia mente smarrita non mi danno soccorsi per reggermi in una

situazione tanto precaria.»

«Giudicate meglio dello stato vostro, o Milord. Esamineremo gli

espedienti, che intanto furono presi. Se si arriva a tenere nascoste

alla Regina queste nozze, nulla avvi onde mettersi in disperazione.

Corro in questo punto a ritrovare la vostra sposa. Non già ch’io

ignori quanto ella mi detesti, perchè parlando colla Signoria vostra,

mi mostrai sempre, (e la Contessa il sospetta) di contrario avviso a

far valere quelli ch’ella chiama suoi diritti. Ma la quistione di un

tale istante non cade sopra odii, od antipatie. È mestieri ch’ella

m’ascolti, e riuscirò a provarle la necessità di sottomettersi alle

circostanze, e tanta sarà l’efficacia del mio dire da condurla, non ne

dubito, a convenire in tutti quegli espedienti, che l’interesse vostro

comanda.»

«No, Varney, disse il Leicester, ho pensato a quanto doveva farsi; e ad

Amy voglio parlare io medesimo.»

A tali accenti il Varney provò per se stesso tutto quel terrore, di cui

si finse compreso per la salvezza del suo padrone.

«Oh! vostra Signoria non debbe avventurarsi a veder la Contessa!»

«Gli è un partito già preso, rispose il Leicester. Trovami tosto un

abito di livrea, mi farò credere tuo servo alla sentinella, giacchè sei

tu il solo che abbia la permissione di vedere Amy.»

«Ma, Milord!...»

«Non mi garbano i _ma_, soggiunse il Conte. Adempirò quanto ho

risoluto. Hunsdon debb’essere a dormire nella torre di _St-Lowe_, noi

ci porteremo colà per la via di questo segreto corritoio senza rischio

d’incontrare alcuno; o s’anco ci abbattessimo in Hunsdon, egli m’è

piuttosto amico che inimico, ed ha un ingegno tardo quanto vuolsi a

credere tutto ciò che mi parrà espediente il dargli ad intendere. Orsù!

quest’abito di livrea! Non più indugi!»

A Varney non rimaneva miglior espediente dell’ubbidire. In due minuti

il Conte avea compito il travestimento e calato sino agli occhi il

suo berrettone, seguì il Varney lungo il corritoio che guidava agli

appartamenti di Hunsdon, passaggio segreto tanto, che nel superarlo non

era a temersi curiosità d’importuni, e sì oscuro a quell’ora che vi si

vedea appena luce bastante per discernere gli obbietti. Così pervennero

alla porta. Ivi il signor Hunsdon, osservantissimo d’ogni militare

cautela, avea posto un soldato di sentinella. Era costui un Montanaro,

che non fece ostacolo a lasciarli passare, e si contentò dire in suo

linguaggio al Varney. «Possa tu riuscire a far tacere questa matta! I

suoi gemiti m’hanno rotta la testa di tal maniera, che vorrei piuttosto

montar la guardia nel deserto di Caslandia, vicino ad una montagna di

neve!»

Frettolosi di entrare, chiusero la porta dietro di sè.

«Oh! venga, se v’è un demonio protettore, ad assistermi in tale

istante, disse fra se medesimo il Varney, perchè la mia barca è in

mezzo agli scogli!»

La Contessa, colle vesti e colle chiome disordinate, stavasi seduta

sopra una specie di canapè, ove ogni suo atteggiamento mostrava

l’immensa afflizione che la premea; e volto il guardo là d’onde venian

le persone, lo fisò sopra Varney, esclamando: «Sciagurato! Sei qui per

eseguire alcuno de’ tuoi disegni infernali?»

Leicester troncò il corso alle rampogne, aprendo il mantello, e con

tuono più imperioso che tenero, sì dicendole: «Gli è a me, o Signora,

che dovete rivolgervi, e non a Riccardo Varney.»

Tai detti operarono un subitaneo cambiamento negli sguardi e ne’ modi

d’Amy, che dopo avere sclamato: «Dudley! Dudley! ecco adunque ch’io

ti riveggio!» più presta del lampo, lanciossegli al collo, e senza

prendersi cura che fosse ivi il Varney, colmò di accarezzamenti il

suo sposo, e ne bagnò il volto di lagrime, lasciando sfuggire per

intervalli alcuni monosillabi disordinati e sconnessi; soavi e tenere

espressioni, che l’amore inspira alle anime appassionate.

Il Leicester si credeva in diritto di querelarsi contro una donna,

che avea violato in tal guisa i comandi del marito, compromettendolo

al rischio, cui si trovò in quella mattina. Ma qual è il genere di

risentimento che non avesse ceduto a tai testimonianze d’amore, venute

da tanto amabile creatura? Lo scompiglio di quelle vesti, e quella

mescolanza di tema e di cordoglio, che avrebbe invilita la beltà di

tutt’altra donna, rendea più care le forme d’Amy. Il Leicester accolse

le carezze della sposa con una soavità di modi, da cui però trapelava

la tristezza che l’opprimea. Amy se n’avvide cessato in lei il primo

impeto della gioia nel vedere ben corrisposta la sua tenerezza, e

dimandò palpitando al Conte s’ei si sentisse male.

«Non sono infermo di corpo, egli rispose, o mia Amy.»

«Se ciò è, anche la mia salute è vigorosa. Oh! Dudley quanto male mi

stetti, oh! male assai dopo l’ultima volta che ti vidi! Perchè non

chiamo averti veduto essermi toccata una parte nell’orribile scena che

accadde in giardino. Ho sofferto infermità, cordogli, pericoli. Ma or

ti riveggio; e mi sento felice e tranquilla.»

«Oimè! Amy, tu mi perdesti.»

«Io, Signore! (disse Amy, ed in tal dire scomparve quel raggio di gioia

che brillato le era sugli occhi). Come avrei io potuto nuocere all’uomo

che amo più di me stessa?»

«Non è per farvi rimprovero, Amy, ma non siete forse in questo luogo

ad onta de’ miei divieti i più formali, e la vostra presenza non mette

ella in pericolo voi e me?»

«Sarebb’egli vero? sclamò Amy coll’accento del massimo dolore. Oh!

perchè mai rimarrovvi più lungo tempo? Pure, se sapeste quali timori

mi costrinsero a fuggir da Cumnor!... Ma non voglio qui parlare di

me medesima, e ciò dissi or solamente perchè fintantochè vi sieno

altri partiti da prendere, non sarà mai che di mia buona voglia io

ritorni colà! Ciò nondimeno se fosse ciò indispensabile per la vostra

salvezza!.....»

«Noi sceglieremo, Amy, qualch’altro ricovero, soggiunse il Leicester,

e vi trasferirete in uno de’ miei castelli del Nort, portando, ma per

pochi giorni, lo spero, il titolo di moglie di Varney.»

«Che ascolto, Milord di Leicester! sclamò ella in gran fretta, e

togliendosi dalle sue braccia. E siete voi che date a vostra moglie

il disonorante consiglio di confessarsi la sposa d’un altro? E questo

altro è un Varney!»

«Signora, vi parlo seriamente. Varney è un leale servo, un servo

fedele, messo a parte d’ogni mio segreto. Vorrei piuttosto perdere la

mano diritta che privarmi in tale occasione de’ suoi servigi. Voi non

avete alcun motivo per disprezzarlo, siccome fate.»

«Io potrei provarvi, o Milord, che non me ne mancano, rispose la

Contessa, e già un solo mio sguardo lo fa impallidire. Ma non accuserò

io l’uomo che vi è necessario quanto la mano diritta. Piaccia al

cielo, ch’egli sia sempre sincero in verso di voi, ma comunque possa

esserlo, badate a non fidarvene troppo. È un dirvi assai il protestare,

che soltanto la forza può costrignermi a seguitarlo, e che mai non

acconsentirò a riconoscerlo per mio sposo.»

«Signora, non sarà questa che una finzione di breve tempo, rispose il

Leicester irritato dalle opposizioni; una finzione necessaria alla

vostra salvezza, ed anche alla mia, che hanno compromessa i vostri

capricci e la smania di mettervi in possesso d’un grado e d’un diritto

che io vi concedei a sola patta di tenere per qualche tempo nascoste

le nostre nozze. Se un tal partito vi spiace, rammentate che voi sola

ne avete procurata ad entrambi la necessità. Non v’è altro rimedio;

e conviene or sottomettersi a tutto ciò che l’imprudente leggerezza

vostra rendè indispensabile. Ve lo comando.»

«Non mi è lecito, rispose Amy, il bilanciare quando vengono al

confronto de’ comandi vostri quelli dell’onore e della coscienza. No,

Milord, non vi ubbidirò io questa volta. Voi potete, se così vi piace,

perdere il vostro onore col farvi seguace di una tortuosa politica; ma

io non farò mai nessuna cosa che lo degradi. E con qual coraggio, o

signore, ravvisereste voi una sposa e casta e pura e degna di dividere

con voi le vostre prerogative in colei, che abbiurando un così insigne

carattere si desse a trascorrere l’Inghilterra qual moglie d’un uomo

abbominevole quanto è Varney?»

«Milord! (si frammise tosto in tal discorso Varney) la vostra sposa

sfortunatamente è troppo impressionata a mio danno per prestare

orecchio alle offerte ch’io sto per proporle. Pure dovrebbero esserle

più aggradevoli del partito posto da voi. L’animo suo non è sì mal

propenso per riguardo del sig. Edmondo Tressiliano: egli seconderebbe,

non v’ha dubbio, un’inchiesta fattagli da Milady, per averlo compagno

nel trasportarsi al paterno soggiorno di Lidcote. Ivi ella potrebbe

rimanersene in sicurezza sintantochè venisse tempo da potere svelare il

mistero.»

Stavasi muto il Leicester contemplando attentamente l’infelice

Contessa, che leggeva negli occhi del marito il risentimento ed il

sospetto. Ella quindi si limitò a dire al proposito dei suggerimenti

del maligno Varney:

«Piacesse al Cielo ch’or mi trovassi nella casa del padre mio!

Nell’atto di dipartirmene non pensai certamente di abbandonar con essa

l’onore e la pace dell’animo.»

Varney continuò coi modi d’uomo che suggerisce un consiglio: «Ben vedo

che tale espediente ne costrignerebbe ad iniziare persone estranee nei

nostri arcani; ma la signora Contessa, lo spero, si farebbe guatante

dell’onorato silenzio di Tressiliano e degl’individui della propria

famiglia.»

«Taci subito, disse il Conte a Varney, o giuro al cielo! ti passo a

traverso i fianchi questa mia spada, se tu parli ancora di confidare i

segreti di Leicester a Tressiliano.»

«E perchè no? soggiunse Amy, ogni qual volta non fossero segreti di

tal natura da confidarsi piuttosto a gente della specie di Varney

anzichè ad un uomo di onore. Milord! Milord! non mi guardate con occhio

corrucciato per questi detti. Essi contengono la verità, ed io son

degna di palesarvela. Per amor vostro ho tradito un dì Tressiliano;

non sarò ingiusta una seconda volta verso di lui col tacermi allora

che si mette in dubbio il suo onore. Posso ben sopportare, soggiunse

ella fisandosi col guardo in Varney, che alla mia presenza si porti la

maschera dell’ipocrisia, ma non che la virtù sia calunniata.»

Tacquero tutti alcuni momenti dopo tai detti. Leicester, comunque

irritato stavasi irresoluto, chè ben vedea per altra parte di chiedere

cosa ingiusta. Varney, ostentando grande umiltà e quel simulato dolore

che all’ipocrisia s’appartiene, tenea chinati a terra gli sguardi.

In tale angustioso momento la Contessa diede a divedere tal forza

di carattere, che l’avrebbe condotta ad essere, se così volea il

destino, uno fra i migliori ornamenti delle persone poste nel grado

ad essa dovuto. Ella si avanzò con passo grave e misurato verso il

Leicester, e vestendo tal aria di dignità, che lo sguardo di lei,

comunque ne trapelasse tenera affezione di sposa, cercava invano di

temperare quella fermezza cui danno diritto soltanto una pura coscienza

e un retto cuore[5]. «Ascoltatemi Milord, voi manifestaste i vostri

disegni intesi a sciogliervi d’impaccio in sì periglioso momento.

Sfortunatamente non mi è lecito secondarli. Cotest’uomo ha suggerito un

diverso avviso, contro di cui non ho altra obbiezione fuorchè il sapere

che spiace a voi. La Signoria vostra acconsentirebbe ella ad ascoltare

ancora quel partito che una donna giovane e timida, ma la più tenera

fra le spose crede il più convenevole nel caso estremo a cui siamo

venuti?»

Non rispose il Conte; ma un suo chinar di capo fece comprendere alla

Contessa ch’ella potea favellare liberamente.

«Tutte le sventure fra cui ci avvolgiamo, non hanno, ella prese a

dire, che una sola sorgente, ed è quella misteriosa doppiezza che vi

si vuol costringere a sostenere. Liberatevi una volta, o Milord, dalla

tirannide di una cabala abbietta: mostratevi vero gentiluomo Inglese,

mostratevi quel cavaliere che ravvisa nella verità il principio d’ogni

onore, ed a cui l’onore è più caro dell’aura ch’egli respira. Prendete

per mano la vostra sposa infelice; guidatela ai piedi di Elisabetta;

ditele che in un istante di delirio vi sedussero le vane apparenze

d’una beltà, di cui non rimane più alcun vestigio; ditele che uniste la

vostra alla destra di Amy Robsart. Così voi mi renderete giustizia, o

Milord, e la renderete parimente al vostro onore; e se allora la legge,

o la possanza della Regina vi sforzano a disgiugnervi da me, non sarà

più ch’io m’opponga all’amara separazione; sol che mi sia conceduto di

andarmene senza disonore a nascondere il cordoglio, la desolazione di

questo cuore nell’ignorato ritiro da cui mi toglieste.»

Scorgeasi tanta dignità, e tanta tenerezza ad un tempo in tali accenti

della Contessa, che ne furono ridesti tutti quei sentimenti nobili e

generosi, che fatto era per provare l’animo di Leicester. Parve gli si

aprissero gli occhi in quell’istante, e la doppiezza onde s’era fatto

colpevole gli si parò innanzi in compagnia de’ rimorsi e della vergogna.

«Non sono degno di te, diletta Amy; proruppe allora in tai detti; non

ne son degno, poichè ho potuto esitare fra un cuore siccome il tuo, e

tutte le seducenti promesse dell’ambizione. Oh! qual sarà l’amarezza

di questo mio cuore umiliato all’atto di dovere scoprire io medesimo

dinanzi ai miei giubilanti nemici, e ai miei attoniti partigiani, tutti

gli avvolgimenti della mia obbrobriosa politica. E la Regina? Ebbene!

Ella si prenda il mio capo siccome non si stette dal minacciarlo.»

«Il vostro capo, o signore! La Contessa esclamò; e sarebbe questo

in pena d’aver usato di quella libertà che non è negata a nessun

Inglese, della libertà di scegliersi una moglie? Che ascolto? Una sola

diffidenza dunque nella giustizia della Regina, un timore chimerico,

sono i vani spauracchi, onde abbandonereste il sentiero che vi sta

aperto innanzi, il sentiero il più onorevole ad un tempo ed il più

sicuro!»

«Oh! mia Amy! tu non sai...» Ma si rattenne il Dudley dal continuare il

periodo ed aggiunse, opportunamente interrompendosi: «Per altro ella

non troverà in me la facil preda d’una vendetta arbitraria. Non mi

mancano parenti ed amici; nè io, pari a Norfolco, mi lascerò trascinare

al supplizio, come si trae all’altare una vittima. Non temete di nulla,

o mia Amy. Voi troverete Dudley degno di portar questo nome. Corro

tosto a confidarmi ad alcuno fra’ miei amici della cui fedeltà mi è

lecito ripromettermi; perchè nello stato a cui son giunte le cose, non

mi maraviglierei d’essere imprigionato entro il mio castello medesimo.»

«No, Milord, non vi cimentate a turbare uno stato tranquillo col

ribellarvi. Voi non avete amici più sicuri della vostra franchezza,

del vostro onore. Forte di questi confederati, non potete paventare

di nulla, nè anche in mezzo ad un esercito di nemici o d’invidiosi

della vostra gloria. Senza il soccorso de’ confederati che v’additai,

divengono inutili tutti gli altri. Oh! non a torto, o mio nobil

Signore, dipingono disarmata la verità.»

«Ma la saggezza, o Amy, va guernita di tale armatura che nessun dardo

la offende. Non ti studiare, o sposa, di stogliermi dalle vie, che

dovrò calcare per rendere meno perigliosa la mia confessione, poichè a

tal venimmo di doverla chiamar confessione. Credilo: sono anche troppo

i rischi che mi si preparano intorno. Lasciati regolare da me. Varney,

ne è d’uopo uscire di questo luogo. Addio, cara Amy, che ben presto

divulgherò per mia moglie, a costo di que’ pericoli che non mi sarà

duro l’affrontare in ripensando a’ tuoi pregi. Fra poco ti giugneran

mie contezze.»

Indi abbracciandola teneramente, s’avvolse nel suo mantello, e

accompagnato da Varney uscì di quella stanza. Prima d’esserne fuori,

il Varney le fece profondo inchino, e nel rialzare la fronte le volse

tal guardo, quasi ansioso di scorgere se, e in quai termini, ei fosse

compreso nell’atto di riconciliazione conchiuso tra la Contessa e il

suo sposo. Amy si fisò sopra di lui, ma senza mostrare di porgli mente

più di quel che avrebbe fatto ad uomo lontano.

«Ella è che mi ha spinto ad estremo passo, disse fra i denti costui.

Uno di noi due è sacro omai alla morte. Sentii fin qui certo ritegno,

mosso, mal saprei dirlo, se da pietà o da timore. Il fatale espediente

mi ripugnava. Ma il dado è tratto. Uno di noi due è sacro alla morte.»

Nell’articolar tali accenti, il Varney osservò con sorpresa che un

picciolo ragazzo, fermato dalla sentinella, si era fatto incontro

al Leicester e gli parlava. Era il Varney uno di que’ politici, cui

nessuna cosa pareva indifferente. Prese dunque ad interrogare la

sentinella, da cui ebbe per risposta, che il fanciullo l’avea pregata

di far giugnere uno scrignetto alla Signora delirante; commissione,

di cui la stessa sentinella non volle incaricarsi, perchè contraria

alle istruzioni che avea ricevute. Soddisfatta su di ciò la propria

curiosità, il malvagio scudiere s’accostò al suo padrone, e gl’intese

dire: «Va bene, mio fanciullo, lo scrignetto sarà consegnato.»

«Io ve ne sarò quanto mai obbligato, mio buon Signore,» rispose il

fanciullo che come lampo scomparve.

Il Leicester, seguito sempre dal Varney, tornò in gran fretta ai suoi

appartamenti privati, tenendo lo stesso corritoio che dianzi gli avea

condotti alla torre di _St-Lowe_.

Kenilworth, vol. 4/4 · 第 9 / 19 题