Così nibbio talor ratto in suo volo
Corre a ghermir la timida pernice,
Che instupidita manca di consiglio
Per fermarsi o fuggir dal crudo artiglio.
_Prior_.
Accadde in questo giorno sì memorabile, che fra le cacciatrici più
sollecite di prevenire il mattino si trovò la Principessa medesima, la
Regina vergine d’Inghilterra. Non so se a caso, o per un effetto della
cortesia, che il Leicester dovette ad una Sovrana in ver lui prodiga
di tanti onori, non appena Elisabetta avea posto il piede sulla soglia
della porta, si vide innanzi il Conte, che le domandò, tantochè si
terminavano gli apparecchi della caccia, se le sarebbe tornato in grado
visitare il _luogo di delizia_, e i giardini del castello.
Al che avendo acconsentito la Regina, ed appoggiandosi al braccio di
Leicester, scesero sul terrazzo innoltrandosi fino ai giardini. Le dame
di Corte, quali persone antiveggenti, e comportandosi come avrebbero
voluto ch’altri facessero con se medesime, credettero loro dovere
il non seguire in troppa vicinanza la Principessa; e paghe di non
perderne coll’occhio le tracce, lasciarono libertà ai segreti colloqui
che, senza spiegarlo, potea desiderar la Sovrana col ragguardevole
personaggio, in cui ella vedea non solamente il proprio ospite in
quell’istante, ma il primo fra i suoi servi ch’ella onorava di
considerazione e favore. Le ridette Milady ammiravano intanto le grazie
che sfoggiava l’illustre coppia, vestiti entrambi d’abiti da caccia,
ricchi in loro semplicità quanto lo erano gli sfarzosi del giorno
trascorso.
L’abito della Sovrana, tessuto di seta azzurra e guernito di galloni
e cordelline d’argento alla foggia delle antiche Amazzoni, giovava
ammirabilmente nel farne spiccare le belle forme della persona, e la
dignità del portamento, perchè consuetudine di comando e naturale
orgoglio aveano giunto a queste forme non so quale apparenza di
maschile, che lor toglieva alcun poco di vezzo, quando Elisabetta
andava ornata degli abiti al sesso di lei addicevoli.
Vestito il Leicester di panno verde di Lincoln con preziosi ricami
d’oro, lo cignea sontuoso pendaglio cui raccomandati erano il corno e
il coltello da caccia che tenea luogo di spada. Nè men leggiadro sotto
tale abito mostravasi il Conte che sotto quelli, ond’era solito pararsi
ossia alla Corte, ossia assistendo a cerimonie militari. Poichè tanto
ne era perfetta la struttura de’ muscoli, onde ad ogni veste addossata,
detta l’avresti quella che meglio a lui convenivasi.
Certamente non pervennero a noi per intero i discorsi che ebbero
insieme i due personaggi, ma acuti e finissimi oltre ogni dire sono
gli occhi e le orecchie de’ cortigiani, per lo che alcune fra le
persone di seguito pretesero essersi accorte che non mai in altre
occasioni Elisabetta avea sì volentieri addolcito il rigore del regio
decoro per dar luogo ad accenti da’ quali traspariva tenerezza e soave
perplessità. Più lento erane il passo, e quasi parve dimentica di
quella severità che dominava ne’ modi soliti del suo andamento.
Tenea chini gli occhi, e mostrava una irresoluta intenzione di
allontanarsi dal Conte, ma con quell’esterno atteggiamento, che nelle
femmine non di rado annunzia come ciò che sentono internamente sia
diverso da quanto manifestano al di fuori. La duchessa di Rutland
che più dell’altre ebbe coraggio di avvicinarsi alla Regina credette
avere scorta una lagrima su quel ciglio, ed un improvviso rossor sulle
guance. «Soprappiù, aggiugnea la Duchessa, i suoi sguardi si volsero
altrove per non iscontrarsi ne’ miei; eh sì! le occhiate solite di
questa Sovrana avrebbero forza d’intimidire un leone». I nostri
leggitori indovineranno agevolmente quale oroscopo si trasse da tali
sintomi, nè forse si mancò di fondamento nel trarlo.
Un segreto colloquio fra due persone di sesso differente decide
il più delle volte de’ loro destini, e le guida oltre alla meta,
ch’elleno stesse forse avean preveduta. La galanteria si mesce
all’intertenimento, e alla galanteria a gradi a gradi l’amore. I
potenti al par de’ pastori, in que’ momenti di crisi, dicono più di
quanto avrebbero voluto dire, e le regine, fattesi in ciò pari alle
semplici villanelle, ascoltano più lungo tempo di quel che avrebbero
voluto ascoltare.
Intanto i cavalli nitrivano nella corte, e impazienti rodevano i loro
morsi, i veltri abbaiavano, e i bracchieri e gl’intendenti della
caccia doleansi, che colle ore della rugiada lasciate trascorrere,
si andavano sperdendo le orme impresse sull’erba dal cervo. Ma il
Leicester volgea nell’animo un’altra caccia, e per dir meglio si
trovò, senz’averlo previsto, in arringo a guisa di cacciatore ardente
in seguir l’orme d’una muta di bracchi, che il caso gli presentò. La
Regina, donna avvenente e cortese, orgoglio dell’Inghilterra, speranza
della Francia e dell’Olanda, e terror della Spagna, manifestò forse più
che di costume l’interna compiacenza in udir sensi di una galanteria
romanzesca a lei accetta mai sempre, e il Conte, o ambizione o vanità,
o entrambe il movessero, crebbe la misura di seducenti frasi che vedea
ben accolte, sintantochè il suo linguaggio si trasformò nella grata
importunità d’un amante felice.
«No, Dudley, gli dicea con accenti interrotti Elisabetta, è forza
ch’io rimanga la madre del mio popolo. Que’ cari nodi che formano
il contento di giovin donzella posta in tutt’altro grado, non sono
conceduti a noi assise sul trono... No, Leicester, mettete modo alle
vostre espressioni... se fossi come tutt’altra, libera di procacciarmi
a mio grado felicità... allora il confesso... ma ciò non è possibile!
no... non è possibile!... Ordinate si differisca la caccia... che si
differisca sol di mezz’ora!... Lasciatemi, Milord!»
«Io lasciarvi, eccelsa donna! V’avrebbe offesa una fiamma che non ebbi
forza d’ascondere?»
«No, Leicester, non è per questo; ma è una chimera; non voglio più
udirne parlare. Andate... Però non vi scostate di troppo... Abbiate
cura che nessuno venga a frastornarmi. Voglio esser sola.»
Mentr’ella pronunziava tali parole, Dudley la inchinò profondamente, e
si ritirò con volto mesto e sparuto. Fermossi la Regina a contemplarlo
intanto ch’ei si allontanava, così meditando ella fra se medesima: «Se
fosse possibile!... se fosse unicamente possibile!... ma no, no!...
Elisabetta non debb’essere che sposa e madre al suo regno.»
Assorta in tali pensieri, e sollecita di evitare alcuno che le parve
accostarsi, entrò prestamente nella grotta, ove stavasi la sua
sfortunata rivale.
Comunque il colloquio, per suo stesso volere interrotto, avesse
lasciata sì profonda agitazione nell’animo di Elisabetta, ella andava
fornita d’una di quelle indoli ferme e risolute, che tostamente
riacquistavano il loro imperio. Poteasi paragonare quel cuore ad uno
degli antichi monumenti, che ci ricordano i tempi dei Druidi, mobili
sul loro punto d’appoggio. Il Dio dell’amore, comunque rappresentato
sotto figura di fanciullino, potea crollarne i sentimenti, ma tutta la
forza d’Ercole non bastava a far loro perdere l’equilibrio.
Ella innoltravasi a lenti passi entro la grotta; nè giunta erane
a mezzo, che già gli sguardi di lei aveano ricuperata la primiera
dignità, e il portamento suo tutti i modi autorevoli per cui fu solita
contraddistinguersi.
S’accorse in quell’istante d’una donna seduta presso una colonna
d’alabastro, al cui piede stava il bacino di quella limpida fontana,
che una mezza luce di giorno schiariva.
La memoria classica d’Elisabetta, col presentarle all’animo l’istoria
di Numa e di Egeria, la trasse a credere, che qualche Italiano scultore
avesse voluto rappresentare in quel luogo la ninfa, le cui inspirazioni
forniron Roma di leggi; ma più addentrandosi incominciò a dubitare,
se l’obbietto che le si offeriva alla vista fosse una statua, o non
veramente una donna.
L’infelice Amy immobile si rimanea, divisa fra il desio di confidare il
suo stato ad una persona del proprio sesso e la confusione sorta in lei
all’aspetto di donna sì maestosa; chè comunque ella non avesse visto
giammai Elisabetta, pur si trasse a credere fortemente di scorgere la
Regina degli Inglesi dinanzi a sè.
Abbandonato finalmente il suo sedile di verzura, fece un passo
alla volta dell’augusta straniera, ma poi ricordandosi quanto si
fosse mostrato atterrito Leicester alla sola tema, che le sue nozze
divenissero palesi alla Regina, ristette col piede innanzi pallida e
immota come la colonna d’alabastro cui dianzi si sorreggea. La sua
veste d’un color verde chiaro, fra l’ombre di quell’antro, rassembrava
il panneggiamento di greca ninfa, e per poco non ritrasse Elisabetta
nella primiera illusione.
Ella si fermò distante alcuni passi dalla Contessa, fissando
attentamente le pupille su quella dianzi supposta Naiade. La prima
sorpresa che avea fatta immobile Amy, diede luogo al rispetto; onde la
donzella abbassò taciturna lo sguardo, e chinò il capo, incapace di
sostenere il guardo maestoso della Regnante.
La natura dell’abito che Amy portava, e lo scrignetto ch’ella si tenea
fra le mani, persuasero ad Elisabetta che questa beltà taciturna
avesse l’incarico di sostenere una parte in alcuna delle allegorie da
rappresentarsi ne’ diversi luoghi del parco ove compariva la Regina, e
che presa da rispettoso timore al vederla, si fosse dimenticata i versi
preparati in omaggio della Sovrana, o le fosse mancato il coraggio per
recitarli. Sollecita però di rincorarla si fece a dirle affettuosamente:
«Perchè dunque, o vaga ninfa di questa grotta, vi lasciate soggiogare
dalla possanza di quel mago, cui gli uomini imposero nome _timore_...
noi siamo la giurata nemica di un tale mago, e qui venimmo a
scioglierne l’incanto. Parlate. Vel comandiamo.»
In vece di rispondere, la Contessa si gettò a’ piedi della Regina,
lasciando cader lo scrignetto, e giugnendo le mani, e sollevando verso
Elisabetta quelle pupille, in cui e il timore e la preghiera pigneansi
in modo sì compassionevole che ne fu tocco altamente l’animo della
Regina.
«Che significa questo? diss’ella. Voi mi sembrate turbata più di quanto
è naturale per una semplice dimenticanza. Alzatevi, giovinetta. Qual
cosa bramate da noi?»
«La vostra protezione, o Regina,» rispose titubando la supplichevol
donzella.
«Non avvi fanciulla nell’Inghilterra che non abbia ad essa diritto,
purchè la meriti; ma la vostra sventura sembra aver cagioni più serie
che non lo è una colpa involontaria di memoria. Ond’è che mi chiedete
di protezione? Chi vi ha fatto oltraggio?»
Amy si diede a pensare qual cosa le convenisse rispondere per sottrarsi
ai rischi fra cui s’avvolgea senza compromettere lo sposo, e passando
da un’idea all’altra, ed in mezzo alla confusione che ne turbava lo
spirito, si lasciò fuggire queste parole. «Oh Dio! non so nulla.»
«Questa fanciulla delira! (sclamò la Regina impazientita, perchè nel
contegno tenuto d’Amy scorgea tali circostanze che se per una parte
l’eccitavano a compassione, irritavano per l’altra la sua curiosità).
Confidatemi i vostri mali. Posso guarirli. Rispondetemi, e avvertite
ch’io non uso ripetere le mie inchieste.»
«Domando... imploro, disse balbutendo l’infelice Contessa, imploro la
vostra protezione... contro Varney.» Indi si tacque come se già avesse
pronunziato il detto che decidea di sua sorte. Rispose tosto la Regina:
«E che? Varney! sir Riccardo Varney! il servo di lord Leicester! E qual
cosa avvi tra voi e lui di comune?»
«Io era... io era sua prigioniera. Attentò ai miei giorni. Sono fuggita
per... per...»
«Per venire senz’altro a porvi sotto la mia assistenza. L’avrete, se
però ne siete degna. Voglio conoscere minutamente questo affare. Io
già l’indovino (soggiunse gettando sovra lei uno sguardo fatto per
indagarne i nascondigli i più segreti dell’animo). Voi siete Amy figlia
di sir Ugo Robsart di Lidcote Hall.»
«Perdonatemi, ah! perdonatemi, gran Regina,» sclamò Amy prostrandosi
nuovamente ai piedi d’Elisabetta.
«E che debbo io perdonarti, fanciulla solamente inconsiderata? Non
sei tu dunque la figliuola del buon sir Ugo? Avresti mai smarrita
la ragione? Narrami quanto accadde. Tu ingannasti il vecchio e
rispettabile tuo genitore. Ti facesti giuoco del signor Tressiliano, e
divenisti sposa a Varney.»
Si rialzò a tali accenti il coraggio di Amy che interrompendo la Regina
sì disse: «No, Regina, no. Non sono quella figlia disonorata di cui
credete parlare; non la moglie d’un abbietto schiavo, che è pure il più
detestabile fra tutti gli uomini. No, non sono congiunta con Varney; e
mi piacerebbe meglio esserlo colla morte.»
In udir la veemenza di tale linguaggio fattasi attonita la Regina,
rimase muta un istante. Poi soggiunse: «Sia lode al Cielo! Vedo che non
potete spiegarvi più chiaramente sopra un argomento che ci riguarda.
Ma ditemi (soggiunse ella in tuono autorevole, chè già i detti d’Amy
aveano destato nel cuore d’Elisabetta un senso vago di gelosia, onde
la curiosità divenne in essa ardentissima). Ditemi dunque qual è il
vostro sposo... il vostro amante. È d’uopo ch’io sappia la verità, e
nol dimenticate: sarebbe meglio per voi l’esservi presa giuoco d’una
lionessa che non d’Elisabetta.»
Trascinata come da una inevitabile fatalità che schiudeva il precipizio
sotto i suoi piedi, e atterrita dalle parole imperiose e dai gesti
minaccevoli di quella offesa Sovrana, Amy permise alla propria
disperazione tal breve risposta: «Il conte di Leicester sa tutto.»
«Il Conte di Leicester! sclamò Elisabetta, il conte di Leicester!
ripetè ancora con accenti di massimo sdegno. Intendo, foste prezzolata
per sostener questa parte. Tu calunnii Leicester. Egli non si abbassa
a creature tue pari. Sì: fosti prezzolata per coprire d’infamia questo
nobile Pari, il gentiluomo il più chiaro di tutta Inghilterra. Ma,
foss’egli il nostro ministro favorito, fosse ancora qualche cosa di
più, tu sarai ascoltata liberamente, ed alla sua presenza. Seguimi,
seguimi sull’istante.»
Amy, presa da spavento si ritrasse; e la Regina, che credè leggere in
questo spavento una confessione di commesso inganno fatto da quella
infelice, divenne furiosa e la afferrò per un braccio, indi uscendo
precipitosa dalla grotta, attraversò come se avesse l’ali, il gran
viale del _luogo di delizia_, traendo con sè l’atterrita Contessa,
ch’ella teneva ancor per il braccio, e che avea sì poca forza onde
seguirla.
Stavasi in quell’ora Leicester in mezzo a brillante drappello di
gentiluomini e matrone assembratisi sotto elegante portico, situato
in fondo del viale. Era questo il corteggio venuto ivi ad aspettare
che gli ordini di sua Maestà dessero incominciamento alla caccia, e
ognuno s’immagina quali furono le maraviglie dei circostanti allorchè,
invece di veder giugnere ad essi Elisabetta col portamento usato della
sua dignità, ferì il loro sguardo quel violento correre, per cui fu
quasi un punto l’avvedersi di lei in lontananza, e l’essere ella in
mezzo di loro. Ognuno atterrì in quell’istante all’aspetto de’ suoi
lineamenti che solamente sdegno e agitazione spiravano, della sua
capigliatura caduta in disordine, de’ suoi occhi scintillanti, come
accadeva ogni qualvolta il furore d’Enrico VIII ne invasava la figlia.
Minore non fu la sorpresa nell’osservare la donna pallida, estenuata,
e bella ancora benchè semiviva, cui la Regina teneva per forza con una
mano, mentre coll’altra allontanava le matrone e i Lordi, che le si
affollavano intorno. «Milord di Leicester dov’è?» chies’ella d’un tuono
che agghiacciò per lo spavento tutti que’ cortigiani. «Mostratevi,
Leicester.»
Se in un bel giorno di state allorchè più tranquilla e ridente mostrasi
la campagna, il fulmine scoppiato da un cielo sgombro di nubi rompesse
ai piedi del viaggiatore, più tremenda non ne sarebbe in lui la
sorpresa di quella che fu eccitata nel Leicester da uno spettacolo
cui giammai non erasi preparato. Egli stavasi in allora accogliendo,
e ributtando con artificiosa modestia le velate congratulazioni che
gl’indirigevano i cortigiani intorno alle prove di favore, spinte a
quanto pareva al più alto grado nell’intertenimento che egli ebbe in
quella mattina colla Sovrana; e molti già anticipavano ad esso gli
encomi addicevoli ad uomo che stava per togliersi dal grado di loro
eguale per assumerne altro ben più sublime. E fu appunto nell’istante
in cui si abbellivano ancor le sue labbra dell’orgoglioso e mal
nascosto sorriso onde sottraevasi a tante congratulazioni, che la
Regina ardente e fremente di sdegno comparve in mezzo dell’assemblea.
Mentre con una mano sosteneva la Contessa quasi priva di senso,
l’additava coll’altra mano ai cortigiani, e domandò ad essi: _Conoscete
voi questa donna?_ con tuono di voce che loro parve uscir della tromba
fatale, che nel dì del giudizio chiamerà i vivi ed i morti.
Come nel giorno di quel terribile squillo il colpevole supplicherà le
montagne a riversarsi sul proprio capo, il Leicester in suo segreto
pensiero implorava quel portico, che l’orgoglio suo fabbricò, a
crollare e seppellire lui sotto le proprie rovine. Ma que’ sassi furono
sordi a’ suoi voti, e il fondatore dell’edifizio, quasi colpito da
segreta forza, si trasse a’ piedi d’Elisabetta, e prosternò la fronte
su quel pavimento di marmo, che la Regina pestava co’ piedi.
«Leicester, diss’ella, con voce fatta tremebonda dallo sdegno, poteva
io immaginarmi che tu cospirassi contro di me?... contro di me tua
Sovrana!... contro di me tua amica!... e troppo.... credula alle tue
parole. La confusione che ti ha preso mi svela la perfidia dell’animo
tuo. Trema sciagurato! Tel giuro per quanto v’ha di più sacrosanto, il
tuo capo, uomo ingannatore ed abbietto, è più in pericolo che nol fu
quello del padre tuo.»
Se mancò al Leicester quella forza che viene dall’innocenza, naturale
grandezza d’animo ne sostenne il coraggio. Sollevando quella sua
fronte, su cui mille contrari affetti pigneansi, rispose alla Regina:
«Questo mio capo non può cadere che dopo un giudizio pronunziato dai
miei pari... Al cospetto di essi mi giustificherò, ma non dinanzi ad
una principessa, capace di ricompensare in tal guisa i generosi servigi
che le prestai.»
«Che ascolto? Nobili Lordi, sclamò Elisabetta guardando intorno di se,
si osa disfidare la mia possanza! Si osa portarmi oltraggio in questo
medesimo castello, che l’uomo orgoglioso tiene sol da un mio dono!...
Sig. Shrewsbury, voi siete maresciallo d’Inghilterra: denunziate il
Conte come colpevole d’alto tradimento.»
«E chi debbo denunziare? (chiese non senza grande maraviglia il
Shrewsbury, che giugnea in quell’istante) Chi?»
«E poss’io parlar d’altri che di questo traditore, di questo Dudley
conte di Leicester?... Mio cugino Hunsdon, partite, adunate tutti i
nostri gentiluomini, assicuratevi di lui senza indugio... Correte,
voglio essere ubbidita.»
Hunsdon, vecchio non uso per sua indole a far cerimonie, ed a cui in
oltre il parentado coi Boleni dava diritto di parlare con maggior
libertà alla Regina, rispose con ardimentosa franchezza: «Sì, correrò,
e domani la Maestà vostra mi manderà alla torre di Londra per essermi
troppo affrettato nell’ubbidirla. Vi supplico d’aver un poco di
pazienza.»
«Di pazienza!... gran Dio! sclamò la Regina. Guai chi pronunzia
un’altra volta _pazienza_ dinanzi a me. Voi... Voi non sapete il
delitto, onde costui si è fatto colpevole!»
Amy, che in tale intervallo avea ripresi alquanto i suoi sensi, in
veggendo il proprio sposo in preda ai furori d’una oltraggiata Regina,
dimenticò in quello istante (e ben molte femmine amanti ne avrebbero in
allora seguito l’esempio), dimenticò le ingiurie fattele dal Leicester
e il proprio rischio. Laonde invasa da subitaneo terrore, si gettò
a’ piedi della Regina, sclamando: «Egli è innocente, Maestà, egli è
innocente!... Non avvi al mondo chi possa imputar colpe al nobile
Leicester!»
«Ma e che? rispose la Regina, non mi diceste voi noti per intero i casi
vostri al Leicester?»
«Io, Regina, lo dissi? (rispose quell’infelice tosto dimentica d’ogni
considerazione di propria convenienza e riguardo), oh! se il dissi
calunniai questo nobile Pari! Gran Dio, siatemi giudice voi se ho
creduto sol per un istante Leicester partecipe di disegni che dovessero
tornarmi funesti!»
«Donna, soggiunse Elisabetta, io saprò i fini di quanto dici, di quanto
fai, o la mia collera!.... Trema! la collera dei re è un fuoco vorace.
Essa t’inaridirà, ti struggerà come rovo dentro d’una fornace.»
Nell’udir tali accenti di minacce profferiti dalla Sovrana, il cuor
generoso di Leicester si riscosse allo sdegno, e vide in uno a quanto
grave obbrobrio egli sarebbesi condannato per sempre, quandochè,
difeso in cotal modo dall’eroico affetto della sua Amy, l’avesse di
poi abbandonata all’ire della Regina. Già rialzava con dignità la sua
fronte; e stava per chiarirsi altamente il protettore di Amy, allorchè
Varney, Varney messogli a fianco dal destino qual suo genio cattivo,
torvo negli occhi, e colle vesti disordinate corse precipitoso dinanzi
alla Regina.
«Che vuole costui?» domandò la Sovrana.
Allora il Varney, siccome uom preso da vergogna e tristezza cadde ai
piedi di Elisabetta, sclamando: «Perdono, mia Regina, perdono!... O
almeno il braccio della tremenda vostra giustizia si aggravi sopra di
me, sopra di me che solamente lo merito, e risparmiate il mio nobile,
il mio generoso padrone. Egli è innocente.»
Amy, che stavasi tuttavia prostrata, in vedersi al fianco l’odievole
uomo, si rialzò tosto, ed era per rifuggirsi presso Leicester, ma la
rattennero ancora il timore di nuocergli, e la perplessità cui lo vide
tratto al subito comparire di questo sciagurato confidente, venuto ivi
per aprire scena novella. Abbrividì, mise un grido con fioca voce, e
supplicò Elisabetta la facesse rinchiudere nel più stretto carcere...
«Ma allontanatemi, sclamò, da costui, capace di distruggere quel poco
di ragione che mi rimane... Allontanatemi dal più scellerato degli
uomini.»
«Che ascolto, figlia mia! (soggiunse allor la Regina, nella cui mente
i detti d’Amy destarono novelle idee) Che vi ha dunque fatto questo
cavaliere, per trattarlo in simile guisa? Qual colpa gli rampognate?»
«Tutti i miei affanni, o Regina, tutti gli oltraggi a cui sono esposta,
e peggio ancora... Egli ha disseminata la discordia là dove dovea pur
regnare la pace. Sì, diventerei folle, se fossi costretta a vedermelo
innanzi più lungo tempo.»
«Folle! credo che la ragione non abbia aspettato questo momento per
abbandonarvi... Sig. Hunsdon, assumetevi la custodia della giovane
sfortunata, e procuratele un ricovero onesto e sicuro sintantochè ne
piaccia richiamarla alla nostra presenza.»
Due o tre matrone del corteggio d’Elisabetta, o tocche fossero da
compassione per una giovinetta così atta ad eccitare tal sentimento, o
le movesse altro fine, s’offersero di custodirla. Ma la Regina rispose
loro queste poche parole: «No, mie care Milady. Voi tutte, la dio
mercè, avete orecchio fino e lingua sciolta... Gli orecchi del nostro
cugino Hunsdon sono più ottusi, e la lingua talvolta ruvida, ma almeno
assai circospetta... Hunsdon, datevi pensiere che nessuno le parli.»
«Per la Vergine (disse Hunsdon nell’atto di prendersi fra le vigorose
sue braccia Amy, caduta in deliquio), ella è una leggiadra fanciulla, e
benchè la nudrice or assegnatale da sua Maestà sia ruvidetta alquanto,
non con minor zelo per questo si presterà al proprio ufizio. La giovane
è sicura presso di me, come se fosse una delle mie figlie.»
Nel profferire tali accenti trasse con sè la Contessa, che non oppose
veruna resistenza; onde la lunga e bianca barba del lord Hunsdon fu
vista confondersi colle nere trecce d’Amy, che appoggiò il capo sulle
larghe spalle del nuovo custode. La Regina li seguì collo sguardo
per qualche tempo. Già, grazie a quella prerogativa che le rendea sì
agevole il riprendere l’imperio di se medesima, ella avea bandito dai
lineamenti del proprio volto qualunque segnale d’interna agitazione, e
parea volesse far perdere ai circostanti ogni ricordanza dell’impeto
cui erasi abbandonata; per lo che disse con calma: «Gli è vero: il sig.
di Hunsdon è una nudrice assai ruvida per sì tenera giovinetta.»
«Milord Hunsdon, soggiunse il decano di St-Asaph, nè intendo per ciò
scemargli l’altre sue nobili prerogative, ha un parlar troppo libero,
e spesse volte mette nel suo dire certi giuramenti superstiziosi, che
sanno di papismo e di paganesimo.»
«Gli è mal di famiglia, sig. Decano, rispose la Regina, voltasi con
acerbità all’Ecclesiastico reverendo. Si potrebbe a me pure far gli
stessi rimproveri. I Boleni possedettero ognora franchezza e vivacità,
più gelosi d’esprimere quanto pensavano, che non di scegliere le frasi;
e in mia parola! Spero che questo modo di affermare almeno non sarà
peccato.... Sto incerta, se il sangue dei Boleni non siasi piuttosto
raffreddato nel mescolarsi con quel dei Tudor.»
Un grazioso sorriso accompagnò questi ultimi detti della Regina,
che girava attorno i propri occhi cercando quasi a non saputa di se
medesima quelli di Leicester, in verso cui le parve essere stata troppo
severa sul fondamento d’un sospetto che ella cominciò a sperar fosse
ingiusto.
Ma tal guardo della Regina ben altra impressione fece sul Conte, poco
proclive in allora ad accettare queste mute offerte di riconciliazione.
Gli occhi di lui, interpreti sol di rimorso, aveano seguito quella
infelice, che il lord Hunsdon seco traeva; onde tenea il fronte
mestamente chino verso terra. Elisabetta invece credè scorgere in
quella fisonomia lo sforzo di frenar l’ira, vero gastigo d’un uomo
orgoglioso accusato a torto, anzichè la vergogna di chi si conosce
colpevole. Ne distolse con dispetto gli sguardi, e portandoli sopra
Varney, sì disse: «Parlate sir Riccardo, spiegateci questi enigmi; voi
avete libero l’uso de’ sensi e della parola, che cerchiamo invano negli
altri.»
I quai detti vennero seguiti da un’altra occhiata volta al Leicester.
Ma l’astuto Varney si affrettò ad aggiustare la sua storia in questa
guisa.
«L’occhio della Maestà vostra, cui nulla sfugge, avrà a quest’ora
scoperto qual sia la crudele infermità che opprime la mia sventurata
compagna. Tale infermità io non volli accennata nel certificato del
medico per desio di nascondere quanto poteasi più lungo tempo quella
sventura, che ora è comparsa con tanto scandalo.»
«Ella dunque ha smarrita la sua ragione! Gli è ciò per vero dire su di
cui non eravamo più in dubbio. Io la rinvenni meditabonda in questa
grotta... ad ogni parola ch’ella profferiva, e che io le strappava
di bocca quasi per via di tortura, quell’infelice si contraddicea.
Ma d’onde è che si ritrova in questo castello? Perchè non la faceste
rinchiudere in luogo sicuro?»
«Regina, disse Varney, il degno gentiluomo al quale io l’aveva
affidata, il sig. Antonio Foster è ora qui giunto per annunziarmi come
fosse fuggita, valendosi di quell’arti, in cui unicamente sono accorte
le persone che soggiaciono a sì spaventoso disastro. Voi potreste udire
le cose da lui medesimo.»
«Riserberemo ciò a miglior tempo, soggiunse la Regina; ma sir Riccardo,
a quanto parmi la vostra domestica felicità non può destare invidia
nell’animo di nessuno. La moglie vostra si scaglia in amarissime accuse
contro di voi, e credei svenisse al solo vedervi.»
«Egli è dell’indole di sì crudele infermità, rispose il Varney,
l’inspirare in chi n’è afflitto l’orrore verso coloro che ne’ lucidi
intervalli sono scopo di maggior affetto.»
«Ciò è quanto abbiamo inteso dire talvolta, ripigliò Elisabetta; ed è
quanto il nostro animo è inclinato a credere.»
«Oso supplicare la Maestà vostra, allor soggiunse Varney, a voler
ordinare che l’infelice mia sposa venga restituita alla protezione de’
suoi amici.»
Fremette il Leicester, ma fatta forza a se stesso, sedò il turbamento
del proprio animo, intanto che Elisabetta rispose affrettatamente al
Varney: «Questo è un correr troppo, sig. Varney. Noi vogliamo che
Masters, il nostro medico, c’informi tantosto sulla salute di questa
persona, e sullo stato della sua mente, ed in appresso ordineremo
quanto si crederà più convenevole. A voi intanto è conceduto il
vederla. Se fra voi altri fosse nato alcun dissapore, cosa che può
succedere anche fra sposi che teneramente si amino, fate che torni la
conjugale concordia, ma fatelo in modo da non portare scandali in mezzo
alla nostra Corte, e da non incomodar noi ad intertenerci sopra un
affare di tal natura.»
Il Varney fece un umile inchino senza rispondere.
Elisabetta si diede nuovamente a riguardare Leicester con tale
affabilità, che la mostrò grandemente commossa dallo stato in cui, ad
avviso di lei, era l’animo del favorito, poi tali accenti gli volse:
«La discordia, come lo dice un poeta Italiano, sa insinuarsi e ne’
silenziosi conventi, e nell’interno delle famiglie, onde temiamo che
neanco le nostre guardie e i nostri servi sieno da tanto di vietarle
tutte le volte l’accesso nella nostra Corte. Milord Leicester, voi mi
parete irritato; noi pure lo siamo contro di voi. Ma vogliamo assumere
la parte di lione, e dar noi il primo esempio del perdonare.»
Il Leicester si sforzò di richiamare le apparenze della serenità sulla
fronte, ma troppo profondamente stava scolpito il dolor nel suo animo,
perchè vi riuscisse; e quanto potè sovra se stesso fu il rispondere
essergli tolto per parte sua il piacere di perdonare, perchè la persona
cui tal perdono avrebbe dovuto indirigersi era per sua natura incapace
di avere torti verso di lui.
Elisabetta soddisfatta, a quanto parve, di tali detti, esternò la sua
brama di veder cominciare le feste della mattina; e tantosto risonarono
i corni da caccia, e i veltri si diedero ad abbaiare, i cavalli a
contrassegnar colle zampe la loro impazienza; ma i gentiluomini e le
matrone della Corte portavano a que’ diporti impressioni nell’animo ben
diverse da quelle che sentirono quando il mattutino suono della caccia
li risvegliò. Il timore, il dubbio, la curiosa impazienza si leggevano
su tutti i volti, e ciascuno susurrava misteriose parole all’orecchio
dell’altro.
Blount prese questa occasione per dir sotto voce a Raleigh: «Questa
burrasca è capitata come un colpo di vento nel Mediterraneo.»
«_Varium et mutabile!_» rispose Raleigh collo stesso tuono di voce.
«Oh! non so altro di tuo latino, disse il Blount, e mi limito
a ringraziare il Cielo perchè non permise a Tressiliano che si
commettesse al mare in mezzo ad un turbine sì tremendo. Ei naufragava,
non è da dubitarne, perchè non sa governar le vele ai venti di Corte.»
«Poteva impararlo da te,» rispose sorridendo Raleigh.
«Perchè no? rispose il nostro Blount; io ho messo il tempo a profitto
al pari di te, al pari di te son cavaliere, e nominato anche prima di
te.»
«Che il Cielo ti dia ora un poco di spirito soggiunse Raleigh; ma in
rispetto di Tressiliano, lo sa Dio s’io arrivo ad intendere nulla di
quanto fa. Egli mi ha detto questa mattina di non volere abbandonare la
stanza prima del termine in circa di dodici ore, avere a ciò obbligata
la sua parola; e temo bene che la pazzia in cui è caduta la donna per
cui egli folleggia non sarà per lui un soccorso ad accelerarne il
risanamento. Oggi abbiamo luna piena; e il cervello degli uomini ne
sente l’influenza al pari del lievito. Ma silenzio! il corno da caccia
rimbomba dalla montagna. Affrettiamoci, convien galoppare, e poichè
siamo cavalieri, è forza in tal giorno meritarci i nostri speroni.»