CAPITOLO III.

«Ecco la vittima in vicinanza dell’empio

che la tradisce, a guisa di cerva

giacente a piedi del cacciatore, che

offre a nobil matrona, signora della

caccia, la spada ignuda, per portare il

colpo estremo allo spirante animale.

_Il Taglialegna_.

N’è d’uopo far ritorno all’appartamento di _Merwyn_; o piuttosto al

carcere dell’infelice contessa di Leicester, che per qualche tempo

seppe frenare l’impazienza e l’inquietezza fra cui avvolgeasi. Ella ben

sentiva come in mezzo al tumulto, inevitabile in sì fatto giorno, era

tra le cose possibili, che la sua lettera non fosse così presto giunta

a Leicester, e che per altra parte non gli era lecito il sottrarsi

improvvisamente al suo servigio presso Elisabetta per venire a visitar

lei in quell’asilo recondito. «Comprendo che non posso sperare di

vederlo prima di notte, pensava ella fra se medesima. So che farà ogni

possibile per anticiparmi tale contento. Pur m’accorgo che dovrò portar

con pazienza questo ritardo.»

Ciò nullameno non passò istante che ella non si aspettasse il Conte,

e mentre volea persuadere a se stessa il contrario, ogni lieve rumor

ch’ella udia, gli dipignea il Conte frettoloso di correre fra le sue

braccia.

Le fatiche del precedente viaggio, e l’agitazione, ben naturale in chi

sofferiva tanto penosa incertezza, diedero tale scotimento ai suoi

nervi ch’ella omai si temeva incapace di aver forza per quegli eventi

quali si fossero che l’aspettavano. Ma comunque viziata anzi che no

in sua fanciullezza, robusti ne erano l’animo ed il temperamento; chè

alla robustezza del secondo genere avea molto contribuito l’esercizio

di cacciar sovente in compagnia di suo padre. Ella chiamò in soccorso

attorno di sè tutte le proprie forze, e ben comprendendo come il suo

futuro destino dipendesse in gran parte dall’intrepidezza che avrebbe

serbata, pregò silenziosa il cielo volesse reggerla, e fece ad un tempo

proposito di non cedere ad alcun moto dell’animo che fosse inteso ad

indebolirla.

Pure allor quando la maggior campana del castello, che posta sulla

torre di _Cesare_ distava poco dall’altra di _Merwyn_, incominciò ad

annunziare l’arrivo della Corte, tal suono fu oltre ogni dire penoso

ad organi delicati, che l’interno turbamento rendea men atti a forti

impressioni; laonde non potea rattenersi al mettere un dolente grido

ogni qual volta udiva il cupo squillar di quel bronzo.

E peggio fu poi allora che vide la picciola stanza in cui stavasi

come innondata da flutti di luce, mandata ivi dai razzi che

s’incrocicchiavano per l’aria a guisa di fantasmi di fuoco, o di

salamandre che eseguissero bizzarre danze nella regione de’ Silfi. Le

parve in quell’istante, che ognun di que’ razzi scoppiasse in tanta

vicinanza de’ suoi occhi ond’ella ne sentisse il calore.

Pur lottò contro questi terrori fantastici, superando se medesima tanto

da mettersi alla finestra e contemplare uno spettacolo che, in altri

tempi, e vago e maestoso le sarebbe comparso. Le torri magnifiche del

castello andavano ornate di ghirlande di fuochi artifiziali, o coronate

da un pallido vapore. La superficie del lago scintillava siccome ferro

nella fornace, mentre i razzi lanciati all’aria, e cadenti senza

spegnersi nell’acqua, rassembravano draghi incantati che giostrassero

sopra un lago di fuoco.

Diremmo quasi che per brevi istanti ella ebbe diletto d’uno spettacolo

tanto nuovo per lei.

«Io crederei (tali erano le sue meditazioni) tutto questo essere

effetto d’arte magica, se il povero Tressiliano non mi avesse insegnato

ad apprezzare al giusto le cose... Gran Dio! questi vani splendori

sarebbero mai l’emblema delle speranze ch’io nutro? La felicità che ho

provata sarebbe forse una scintilla, presta ad essere inghiottita entro

un mare di tenebre?... un chiarore effimero, che si solleva un momento

nell’aria sol per far di più alto la sua caduta?... O Leicester!

dopo quanto mi dicesti, dopo quanto tu mi giurasti, ho da credere

che tu sia il mago al cui cenno nascono tanti prodigi, e che la tua

Amy non si rimanga a vederli se non se come una donna esiliata, anzi

prigioniera?... quell’Amy che era il tuo amore, la tua vita!»

La continua musica che risonava dalle diverse bande del castello, or

più distanti or più vicine, le mantenevano variatamente nell’animo

le stesse idee dolorose. L’armonia più lontana e più dolce sembrava

accordarsi meglio colle sue pene; e l’altra come più romoreggiante e

più gaia parea far quasi insulto all’infortunio, cui soggiacea.

«Questa musica appartiene a me, se appartiene _a lui_; ma non è in

mia facoltà l’interromperla. Oh! farei cessare questi suoni troppo

rumorosi. Il più infimo fra i contadinelli, postosi in danza, ha per

regolare la musica più potere che non ne ho io padrona di tutti questi

luoghi.»

Cessato a poco a poco il suono degli strumenti, la Contessa abbandonò

la finestra d’ond’era stata ad ascoltarli. Comunque fosse innoltrata la

notte, tanto era in quella stanza il chiaror della luna, che Amy potè

ordinarvi le cose come le piacque meglio. Ella sperava che Leicester

non avrebbe tardato di recarsi a lei tostochè il tutto fosse più

tranquillo entro il castello. Ma doveva ad un tempo temere ch’altre

persone non venissero a disturbarla. Nè più sicura teneasi per avere

ella la chiave della stanza; poichè Tressiliano era entrato con tanta

facilità benchè la porta fosse chiusa internamente. Laonde tutta la

diligenza che potè usare in tal circostanza si ridusse a collocar

la tavola per traverso, affinchè il rumore l’avvertisse se qualcuno

facea prova di penetrare lì entro. Dopo aver dunque praticata questa

necessaria cautela, l’infelice Amy si gettò sul suo letticciuolo, tutta

assorta ne’ pensieri che le dava un aspettar sì penoso, e contando

ogni minuto finchè sonasse un’ora dopo la mezzanotte. La natura

spossata finalmente potè più di quanto avevan potuto e il cordoglio e

l’inquietezza; laonde Amy fu vinta dal sonno. Sì: ella dormì... Dorme

l’Indiano nelle pause frapposte ai tormenti cui lo assoggettano i suoi

crudeli padroni. Così del pari i tormenti del cuore stancano finalmente

la forza in lui di sentirli, nè rinnovellano i loro assalti che presa

nuova lena nel durar d’un sonno letargico.

La Contessa pertanto dormì alcune ore; e sognò trovarsi nell’antico

soggiorno di Cumnor, attenta coll’orecchio se udiva il fischio, onde

Leicester facea nota la sua giunta fin dal cortile allor quando con una

delle segrete sue visite la veniva a sorprendere gratamente. Poi le

parve udire in vece lo squillo d’un corno da caccia, e quella stessa

sinfonia, cui l’aveva usata il padre suo ogni qualvolta stendea morto

un cervo, sinfonia che i cacciatori nomavano _della morte_. Credè indi

correre ad una finestra che guardava nella corte, ov’era molta turba di

gente raccolta in lugubri vesti, e il vecchio curato che recitava meste

preci, e Mumblazen messo in antico uniforme d’araldo e tenendo uno

scudo che presentava gli emblemi di cui si fa mostra ne’ funerali; ossa

incrocicchiate e cranii e oriuoli a polvere posti attorno allo stemma

gentilizio cui sormontava una corona di Conte. E vedea il vecchio

genitore, che con sorriso per lei terribile sì le diceva: _Amy, che ti

sembra del blasone di questo stemma?_ e dopo tali parole le sonava di

nuovo all’orecchio la musica _della morte_, e in questa si risvegliò. E

udì veramente suono di corno da caccia, anzi di molti, che empieano il

castello non d’armonia ferale, ma che annunziavano a tutti gli ospiti

di Kenilworth una lieta alba, e la caccia del cervo, da cui nel vicino

parco doveano cominciare i sollazzi di quella giornata.

«Egli non pensa a me, andava ripetendo fra se medesima Amy. Fastoso di

avere una Regina per ospite, poco gli grava che in quest’angolo oscuro

del suo palagio languisca una misera donna, omai tratta a disperazione

da un’incertezza la più dolorosa.»

D’improvviso un romore che le parve ascoltare all’uscio, come se

alcuno avesse cercato d’aprirlo di soppiatto, portò nell’animo suo un

delizioso sentimento di gioia cui però la tema si frammettea. Tantosto

sorta, si affrettò a liberar la porta dalla sbarra che vi avea posta

ella stessa, ma innanzi aprirla, ebbe la cautela di chiedere: _Sei tu

mio amore?_

E il sommesso mormorio d’una voce che le rispondea: _Sì, mia Contessa_,

non le lasciando più dubbio veruno, aperse la porta, sclamando

_Leicester!_ e gettò le braccia attorno al collo di quello straniero

che rimanea sulla soglia avvolto nel suo mantello.

Ma costui era in vece lo scellerato Lambourne, che sì rispose, in

suo stile: «Non è del tutto, del tutto Leicester, o mia leggiadra e

tenerissima duchessa, ma è tal uomo che equivale bene a Leicester.»

Immantinente con una forza che non avrebbe mai creduto di possedere,

Amy respinse quell’uomo indegno e si sciolse dalle sue braccia,

arretratasi fino in mezzo alla stanza, ove la disperazione le diè

coraggio a fermarsi.

Costui seguendola fin lì, lasciò cadere il mantello che il volto gli

ricopriva. Allora fu che Amy riconobbe il servo di Varney, quell’uomo,

da cui men che da tutt’altri di questa terra avrebbe voluto essere

riconosciuta, se si eccettui l’indegno padrone che lo stipendiava. Ma

portando ella ancora il suo abito da viaggio, e Lambourne non essendo

stato ammesso che una sola volta al cospetto di lei nel castello di

Cumnor, sperò che egli non così agevolmente la ravviserebbe, com’ella

riconobbe appieno quel ribaldo, che Giannina le avea fatto osservare

dalla finestra, e lo avea dipinto coi colori che a costui pertenevano,

tutte le volte che dopo accompagnato Varney nel castello di Foster,

s’interteneva nella corte ad aspettare il padrone.

E tali considerazioni avrebbero maggiormente accresciuta in Amy la

fidanza di rimanergli ignota, se si fosse accorta che costui era briaco

oltre ogni confine; ma il fare una tale scoperta le sarebbe stato

tutt’altro che conforto per quanto spetta al rischio di trovarsi sola a

tale ora, in tal luogo, con uomo giunto a quello stato e di sì perversa

natura.

Il Lambourne chiuse la porta appena entrò, ed incrocicchiate le braccia

come in atto di schernire la donna che non conoscea, prese a favellarle

in tai sconci modi:

«Ascoltami, bella Callipoli, amabile contessa de’ cenci, divina

duchessa de’ cantucci reconditi; se ti vuoi prendere il fastidio di

raggrupparti in te stessa, come un cuoco raggruppa un uccello tolto

dallo spiedo, e ciò per farmi più gradevole il diletto di trinciare...

ti assolvo da questa briga... La tua prima franchezza mi piaceva assai

più; sì, mi piaceva assai più (e in ciò dire fece un passo innanzi e

barcollò)... come ti dico, mi piaceva più, ed il metodo che hai preso

ora, non mi garba.... come non mi garba questo maledetto pavimento,

lasciato, credo, in alto e basso dal diavolo, e che mette un galantuomo

in pericolo di rompersi il collo, se non si tiene all’erta come un

saltatore sulla corda tesa.»

«Fermati, disse la Contessa, non ti accostare se t’è cara la vita.»

«Anche minacce! Come sta questa faccenda, o signora? Ma potete voi

trovare un uomo più compagnevole di Michele Lambourne? Figlia mia, ho

viaggiato in America, ove l’oro nasce da sè, e ne ho portate tai grosse

verghe....»

«Mio caro amico (disse la Contessa atterrita dal tuono d’audacia e di

sicurezza nella quale si teneva il malvagio) mio caro amico, esci te ne

prego e lasciami sola.»

«Gli è quello che dirò a te, mia carina, quando saremo stanchi l’uno

dell’altro.... ma non prima.»

Allora l’afferrò per un braccio, ed Amy incapace di resistenza, si

difendeva unicamente colle sue grida.

«Eh via! gridate quando volete, dicea il Lambourne così tenendola. Ho

udito il flutto nel suo più forte mugghiare. Figuratevi se mi prendo

fastidio dello strillar d’una donna! Il miagolare d’un gatto mi fa la

stessa impressione... Mi porti il diavolo.... se a queste orecchie non

sono arrivate le urla di cento donne in un colpo, quando abbiam preso

una fortezza d’assalto.»

Nondimeno le grida di Amy attrassero in quella stanza un difensore

non aspettato. Lorenzo Staple cui giunse il suono di questi strepiti

fino nella sua stanza da letto, corse a proposito per impedire che la

Contessa fosse scoperta e fors’anche per salvarla da una più atroce

violenza. Non che questo Lorenzo non fosse egli pure briaco la sua

parte per una conseguenza tuttor durevole della crapola del dì innanzi;

ma per buona sorte la sua ubbriachezza avea presa indole affatto

diversa da quella del Lambourne.

«Che cosa è tutto questo bordello nella mia prigione? diss’egli. E che?

un uomo e una donna appollaiati nella medesima stanza! Gli è contro

tutte le regole. Oh! voglio che si serbi decenza ne’ miei dominii! Sì,

per S. Pietro _in Vinculis_.»

Allora il Lambourne: «Scendi presto la scala, affrettati, cane

d’imbriaco, non vedi che questa donna ed io vogliam restar soli?»

«Ottimo e degno signore (esclamò allor la Contessa, indirigendosi a

quel guardiano), salvatemi da quest’uomo, salvatemi per pietà!»

«Questo si chiama parlar bene! soggiunse allora Lorenzo. Io porto

affetto ai miei prigionieri, e ne tengo in custodia di tanto buoni

quanto quelli di Newgate, o dell’altre prigioni di Londra. Laonde

questa donna, appartenendo alla mia greggia, non vi sia chi la molesti

entro il suo ovile. Michele! o lasciala in pace, o per Dio! t’accoppo

colle mie chiavi.»

«Voglio piuttosto fare un sanguinaccio col tuo diafragma (rispose il

Lambourne mettendo una mano alla squarcina, e tenendo la Contessa

coll’altra). Laonde pensa ai casi tuoi, vecchia ostrica, che hai tutto

il tuo catta pane in un mazzo di chiavi.»

Lorenzo fermò il braccio di Michele impedendogli di sguainare la

sciabola, e mentre il Lambourne lo rispigneva, la Contessa fece tale

sforzo, che pervenuta a sciogliersi dalle mani di quello scellerato, e

lanciandosi verso la porta, uscì della stanza, e con indicibile agilità

fece quant’era la scala: già fin dall’atto dei primi suoi passi aveva

udito, il che le accrebbe in quell’istante sbigottimento, il romore

fatto dai due campioni che stramazzarono entrambi. Essendo rimasto

aperto l’ultimo sportello, ne profittò, e trovossi tutta abbrividita

nel _luogo di delizia_ che le parve il più favorevole per sottrarsi a

nuova persecuzione.

Intanto Lorenzo e Michele s’avvoltarono pel pavimento stringendosi

fortemente l’un contra l’altro. Per buona ventura di ciascun d’essi,

non aveano sguainate le sciabole. Lorenzo però trovò modo di lanciar

le pesanti sue chiavi in volto al Lambourne, che per vendicarsi prese

sì fortemente per il collo il guardiano della torre, che gli fece

uscir sangue dalla bocca e dalle narici. Erano in tale stato, quando

un ufiziale della casa di Leicester, mosso da quello strepito entrò e

pervenne non senza durar molta fatica a disgiugnere i due combattenti.

«Possa entrambi soffocarvi la peste, e voi sopra tutti, maestro

Lambourne! Sì disse quel caritatevole mediatore. Che diavolo fate lì,

battendovi come due cani che s’azzuffano in un macello?»

Sorse da terra il Lambourne, e calmato alquanto dalla mediazione di

questo terzo, lo riguardò con minore impudenza, che non fosse in lui

d’uso: «Se vuoi saperlo, ci battiamo per una donna.»

«Una donna! dov’è?» soggiunse l’ufiziale.

«Sarà scomparsa, disse il Lambourne guardandosi intorno; se

però Lorenzo non se l’è trangugiata. Quel suo lordo ventraccio,

nell’inghiottire misere donzelle ed orfani oppressi, non la cede alla

gola dei giganti ricordati dalla storia del re Arturo. Costui non ha

altro nudrimento, e si divora le povere creature in corpo, anima, e

sostanze.»

«Sì, sì; ma qui non cade la quistione, soggiunse alzatosi da terra

Lorenzo. Ho avuto sotto il dominio delle mie chiavi molta gente che

valea meglio di te, la intendi, maestro Lambourne? E prima che le

cose sieno finite, ci cascherai tu pure; e la tua sfrontatezza non ti

salverà sempre le gambe dalla catena, nè il collo dallo spago.»

Pronunziate appena da Lorenzo queste parole, Michele voleva gettarsi

un’altra volta sovr’esso.

«Orsù, non ricominciate, gridò imperiosamente quello scudiere, o

chiamerò un tale che farà far giudizio ad entrambi. Intendo maestro

Varney, o vogliamo dire Sir Riccardo, che appunto ho veduto, son pochi

istanti, attraversare la corte.»

«Dici tu vero? (gli chiese bestemmiando il Lambourne, indi corse al

bacino e alla brocca). A te maledetto elemento, fa ora l’ufizio tuo.

Credea essermi per sempre liberato da te, trascorrendo nel galleggiare

da _Orione_ l’intera notte, chè mi sembrava essere divenuto un

turacciolo di sughero, sopra un barile di birra.»

Si lavò, ciò dicendo, il volto e le mani, e riparò alla presta il

disordinamento dell’abito.

Intanto lo scudiere seriamente volgeasi al guardiano: «Che gli facesti

dunque? vedi come n’è enfiato il volto.»

«Oh! è una piccola impressione fatta dalla chiave del mio gabinetto,

marchio troppo nobile ancora pel ceffo di quell’animal di galera.

Nessuno debbe attentarsi ad oltraggiare i miei prigionieri; sono eglino

i miei gioielli, e troppo mi rileva l’immunità della cassetta ove li

custodisco. Però cessino le vostre grida, o Signora... Ma qui era pure

una donna!»

«Credo che siate matti per tempo e l’uno e l’altro, soggiunse allor lo

scudiere. Io qui non ho veduto donne, e per parlare aggiustatamente

nemmeno uomini, ma solamente due animali che si ravvolgeano l’un

l’altro sul pavimento.»

«Oh misero me! Lorenzo sclamò. La prigione è stata forzata! questo è il

tutto, la prigione di Kenilworth è stata forzata! Chi l’avrebbe detto,

della più forte prigione che siavi incominciando dal nostro paese e

portandosi fino alla terra di Galles? d’una torre, ove e cavalieri

e conti e re hanno dormito con tanta sicurezza quanta se ne trova

nella torre di Londra! Ella è forzata, i prigionieri fuggirono, e il

guardiano di essa corre rischio di venir appiccato!»

Così parlando si ritrasse nella propria stanza per continuare a

bell’agio le sue lamentazioni, o piuttosto per ricuperare dormendo la

ragione andatagli a diporto.

Il Lambourne e lo scudiere il seguiron d’appresso, e ben lor tornò,

perchè costui, seguendo il suo stile, avea chiuso lo sportello, che non

erano anche usciti, e se non fossero stati in tempo per farlo riaprire,

rimanevano trappolati là d’onde la Contessa si liberò.

Come il dicemmo, l’infelice Amy erasi rifuggita nel _luogo di delizia_,

ch’ella avea già considerato standosi alla finestra della torre di

_Merwyn_. Nell’atto della ricuperata libertà il primo pensiere corsole

all’animo fu che in mezzo ai boschetti, ai frascati, alle statue e

alle grotte onde quel luogo abbellivasi, avrebbe facilmente trovato

un asilo, ove starsi nascosta sintantochè le comparisse qualcuno atto

a proteggerla, e degno ch’ella gli confidasse le sue angoscie, e

proclive a sentirne pietà, tale in fine che le procacciasse una via di

abboccarsi col Conte.

«Oh potessi vedere Wayland! Saprei finalmente se la mia lettera fu

consegnata. Ovvero, m’incontrassi almeno in Tressiliano! Costretta a

scegliere fra’ mali sarebbe anche minore l’espormi alla collera di

Dudley, svelando il mio stato ad un gentiluomo d’onore a fronte del

rischio di sofferir nuovi insulti dalla ciurma invereconda di questo

fatale castello. Oh! non mi commetterò più mai a starmi chiusa entro

una stanza! Aspetterò..... starò all’erta..... Fra tanta moltitudine di

persone, non ne troverò io una sola buona, e capace di sentir pietà del

mio affanno?»

Veramente, Amy vedea trascorrere dinanzi a sè molti gruppi di quegli

ospiti, che attraversavano il _luogo di delizia_. Ma numerosi troppo

erano tai drappelli per incoraggiarla a presentarsi, e per altra parte

non sembravano fuorchè intesi a ridere e a folleggiare in una giornata

che parea sacra unicamente al diletto.

Il ritiro ch’ella avea scelto involavala ad ogni sguardo; ed era una

grotta di rustici ornamenti tappezzata, in fondo a cui zampillava

una fontana, luogo opportunissimo ad Amy per tenervisi ascosa, o per

iscoprirsi a qualcuno che vago di sottrarsi alla folla, e in compagnia

de’ propri pensieri, cercasse in quel romantico asilo un riposo. Ella

si mirò nello specchio cui offerivale il cheto bacino della fontana;

e sin dalla propria immagine fu atterrita, tanto si vedea cambiata e

sformata. Certamente, nel disegno di fidarsi ad altri, le venne pure

in mente, che una persona del suo sesso sarebbe stata più inclinata ad

impietosire di lei; ma dopo essersi riguardata, temette se si scontrava

in tale persona non esserne anzi con ribrezzo rispinta.

Quindi ragionando, come ragionar dovea una giovinetta che dà qualche

peso e si confida al potere delle forme sue e dei suoi vezzi, svestì

l’abito da viaggio, che ne copriva un più adorno, e mise a terra

il suo largo cappello, i quali arnesi tenne vicino a sè in modo da

poterli prendere prima che qualche persona giugnesse al fondo di quella

grotta, se per mala sorte le persone entratevi fossero state Varney, o

Lambourne, che nuovamente le rendessero necessario il travestirsi.

Tal sopravvesta, di cui Wayland la provvide nel viaggio, somigliava

a quelle delle commedianti che doveano aver parte negli spettacoli

apparecchiati per la Regina. Quella fontana adunque prestò ufizio

di specchio e di brocca ad Amy, che ne profittò per assettarsi

affrettatamente: indi tenendosi fra le mani lo scrignetto delle sue

gioie, che pur poteva divenirle utile a procacciarsi intercessori,

si adagiò sopra un sedile di verzura posto in fondo alla grotta,

aspettando ivi soccorso unicamente dal caso.

Kenilworth, vol. 4/4 · 第 7 / 19 题