CAPITOLO II.

I Sovrani anche i più saggi s’ingannano

spesse volte siccome gli uomini di più

bassa lega, e abbiam veduto alcuni

di questi monarchi colle reali loro

mani fregiar della ciarpa di cavaliere

indegne spalle, sol meritevoli del

marchio del carnefice. Che vuol farsi?

Questi re certamente nelle loro azioni

avevano per iscopo il meglio, ma non

si può domandar conto ad essi che

dell’intenzione, non già dell’evento.

_Antica Commedia._

«Ella è cosa ben crudele, disse la Regina dopo la partenza di

Tressiliano, il vedere un uomo, fornito dianzi di saggezza e dottrina

ora ridotto ad avere il cervello affatto guasto. Le prove evidenti

che ha date di follia dimostrano parimente essere prive di fondamento

le accuse ch’egli ha promosse. Laonde, signor di Leicester, noi non

abbiamo dimenticato l’inchiesta che ci avete fatta pel vostro fedele

servo Varney, i cui pregi e la cui lealtà vogliono avere il suo

compenso dalla Sovrana, poichè a voi sono utili. Così il favore che

siamo per compartirgli diverrà un premio dell’affetto zelante che

ponete in servirci. Vi concediamo adunque la grazia che sollecitaste

per Varney, e tanto più volentieri in tal giorno, che ricevendo

ospitalità in vostra casa, vi dobbiamo anche per tale riguardo qualche

prova d’animo grato. Si aggiugne che questa prova particolare di nostra

benevolenza apporterà qualche sollievo al buon cavaliere di Devon, a

sir Ugo Robsart, divenuto suo malgrado suocero di Varney; e spero per

tal via riconciliarlo più facilmente col genero. A me la vostra spada,

sig. di Leicester.»

La prese ella con molto riguardo, e la sguainò, e mentre le Milady,

che le stavano di corteggio, volgeano altrove il capo prese da un

brivido, finto o vero che fosse, gli occhi della Regina si portarono

avidamente a mirare il lustro e i ricchi ornamenti damascati di quella

scintillante lama.

«Se fossi stata uomo, diss’ella, credo che non avrei ceduto a nessuno

de’ miei antenati nel desiderio di possedere una bella spada. Mi

diletto molto nel contemplare le armi; e simile alla _fata Morgana_,

di cui lessi le avventure in un libro italiano... Oh! perchè mai qui

non trovasi il mio figlioccio Harrington? Egli mi rammenterebbe il

tratto di romanzo che vorrei citare... Certamente mi sarebbe grato il

poter aggiustare i miei capelli, e la mia acconciatura dinanzi ad uno

specchio d’acciaio, siccome è questo... Riccardo Varney, avanzatevi,

e mettetevi in ginocchio. _In nome di Dio; e di San Giorgio, noi vi

facciamo Cavaliere! Siate fedele, valoroso, e felice_... sir Riccardo

Varney, alzatevi.»

Così fece il Varney, e si ritirò inchinando con gran rispetto la

Sovrana, che tanto insigne onore gli conferiva.

«Domani, aggiunse la Regina, noi vi armeremo dello sperone nella

cappella del Castello, e così daremo fine alla cerimonia. Intanto,

vogliamo che abbiate un altro fratello d’armi. Ma poichè la giustizia

dee regolare la distribuzione delle nostre grazie, abbiam divisato di

consultare a tal uopo il nostro cugino, il conte di Sussex.»

Questo Pari, che dopo il suo arrivo a Kenilworth, ed anzi sin dal

principio del viaggio erasi visto oscurar dal Leicester, portava

ombrata da tetre nubi la fronte. L’aria sua di scontento non potè

sfuggire alla Regina, che sperò serenarne l’animo, e nel medesimo tempo

conformarsi al proprio sistema di _bilancia politica_[3], concedendo

un contrassegno particolare di favore al conte di Sussex, allor quando

parea più compiuto il trionfo di chi gli era rivale.

All’ordine che ne ricevette da Elisabetta il Sussex, fu sollecito ad

avvicinarsile, e la Regina gli chiese qual fosse fra i gentiluomini del

suo seguito cui darebbe voto di preferenza nella imminente promozione.

Ma quel Conte con maggior sincerità che accortezza, rispose: che

avrebbe osato parlare a favore di Tressiliano, cui si credeva debitore

della vita, e che d’altra parte, chiaro per sapere e per pregi

militari, discendea da una famiglia scevra di macchie: «Ma, soggiunse

di poi, temo che gli avvenimenti di questa notte!...» E qui si fermò.

«Vedo con piacere una tale circospezione per parte della Signoria

vostra, disse Elisabetta. Dopo quanto è accaduto, i nostri sudditi

avrebbero ragione di giudicare la loro Regina non meno stolta di quel

povero gentiluomo (perchè non credo mossa da cattive intenzioni la sua

condotta) avrebbero, dissi, ragione di giudicare stolta la loro Regina,

se prescegliessimo un tal momento, onde largheggiargli di favore.»

«Quand’è così, rispose il Conte alquanto scompigliato, la Maestà Vostra

mi permetterà di additarle il mio scudiere, il sig. Nicolò Blount. Egli

è gentiluomo di buona casa, ed anche abbastanza antica. Ha servito

nella Scozia e nell’Irlanda, e porta sul proprio corpo onorevoli

cicatrici.»

Elisabetta non potè far di meno di stringersi leggermente nelle spalle

a tal seconda proposta; e la duchessa di Rutland ben lesse negli occhi

della Regina come questa avesse sperato, che il Sussex le nomerebbe

Raleigh, ponendola così in grado di soddisfare i propri desiderii ad un

tempo, e di fare onore alla raccomandazione del Conte. Laonde, quale

donna avveduta nell’arti cortigianesche, aspettò prima che la Regina

acconsentisse all’inchiesta fattale a favore di Blount; poi soggiunse,

che avendo que’ due potenti Pari avuta la permissione d’indicare un

candidato alla cavalleria, ella oserebbe a nome di tutte le matrone

presenti supplicare per un eguale favore.

«Non sarei donna, se ricusassi cotale inchiesta,» sorridendo la Regina

rispose.

«Supplico adunque la Maestà vostra in nome di tutte queste Lady,

aggiunse allor la Duchessa, ad innalzare al grado di cavaliere Walter

Raleigh, che per lustro di nascita, e pei bei fatti d’armi, e per la

solerzia da lui posta nel servire il nostro sesso colla spada non meno

che colla penna, si è fatto degno di tale onore.»

«Ringrazio queste Lady, rispose Elisabetta col contento sul labbro, e

condiscendo alla loro inchiesta. L’amabile scudiere _senza mantello_

diverrà il prode cavaliere _senza mantello_, come voi altre lo

desiderate: fate dunque venire a noi i due candidati.»

Blount per anche non ritornava; onde il Raleigh si avanzò solo e

prostratosi, ricevè dalle mani della Sovrana il titolo di cavaliere,

che pochi meritavano al pari di lui; tanto andava adorno di pregi.

Nicolò Blount arrivò qualche momento dopo, e seppe dal labbro di

Sussex, che egli incontrò alla porta della sala, le intenzioni

favorevoli della Regina, e l’ordine avuto di farlo appressare al trono.

Egli è uno spettacolo non molto raro, e ad un tempo penoso e ridicolo

il vedere un uomo fornito di un criterio posato e non fatto agli

slanci, allorchè, o la civetteria di avvenente donna, o qualsivoglia

altro motivo lo traggono in quelle inezie che s’addicono soltanto

all’amabile giovinezza, o a coloro in cui l’abito fe’ di queste una

seconda natura. A tale condizione trovavasi il povero Blount, la cui

testa era già sconcertata dalla ricchezza del suo abbigliamento, e che

si era fitto in animo di dovere adattare a questo il proprio contegno.

La subitanea novella di una tal promozione diede compiuto trionfo

a quello spirito di leggerezza e di vanagloria che faceva guerra

all’indole di lui primitiva, e d’improvviso trasformò un uomo semplice

e di modi ruvidi anzi che no in un farfallino della specie più strana e

ridicola che mai si fosse veduta.

Il candidato cavaliere si avanzò nel salone, che per sua disgrazia

gli conveniva attraversare da cima a fondo. Volgeva la punta del

piede al di fuori con tanta caricatura, che la parte posteriore

della gamba presentandosi ognora la prima, somigliava assai ad uno

di quegli antichi coltelli a lama ricurva. In tutto il restante del

suo portamento il Blount non dismentiva questa andatura grottesca.

E tal mescolanza d’imbarazzo e di vanaglorioso contento era cosa sì

compiutamente ridicola che i partigiani di Leicester non poterono

rattenere un maligno sorriso, cui parteciparono senza volerlo alcuni

pure fra i gentiluomini del Sussex, benchè costretti a mordersi dalla

rabbia le dita. Lo stesso Sussex perdendo la pazienza, si vide alla

necessità di dirgli all’orecchio: «Maledetto Blount non sai dunque

camminare come fa un uomo e un soldato?» Tale rimprovero lo fece

fremere e si fermò sgomentito, allorchè volgendo un guardo alle sue

rosette gialle e alle sue calze rosse, prese nuova fidanza, e tornò a

camminar come prima.

La Regina accolse il povero Blount cavaliere con una ripugnanza che

non dava luogo ad equivoco. Perchè inoltre è da sapersi ch’ella

era al sommo riguardosa nel conferire questi titoli d’onore, de’

quali dopo lei gli Stuardi largheggiarono con sì poca politica, che

gl’impoverirono d’una gran parte dell’antico lor pregio. Non appena il

Blount si fu allontanato, che la Regina volgendosi alla duchessa di

Rutland, così disse: «Lo spirito di noi altre donne, mia cara Rutland,

supera d’assai lo spirito di queste creature che portan giubba e

calzoni. Dei tre cavalieri proposti, il tuo candidato solamente era

degno di questo titolo.»

«Sir Riccardo Varney, l’amico di milord Leicester... ha certamente il

suo merito...» la Duchessa soggiunse.

«Varney, replicò la Regina, ha la fisonomia torva e la lingua melata.

Temo bene non disonori il titolo che ha ricevuto. Basta! Io avea già

promesso ciò da lungo tempo. Ma quel Sussex assolutamente ha perduto

il cervello. La prima volta ci propone un matto della natura di

Tressiliano; poi dopo, un vero campagnuolo è il suo secondo protetto.

Ti giuro, mia cara Rutland, che quando mi stava davanti, facendo

contorsioni e smorfie, come se la zuppa troppo calda gli avesse

scottato il palato, ho fatto fatica, allorchè doveva percotergli

l’omero colla spada, a non fracassargli in vece la testa.»

«Vostra Maestà nondimeno gli ha dato un abbraccio alquanto aspro, disse

la Duchessa: noi abbiamo udito la lama della spada sonar sul suo collo,

e il pover uomo ha fatto un moto come di chi si credesse ferito.»

«Non seppi astenermene, mia cara amica, rispose la Regina... Ma noi

manderemo questo sir Nicolò nell’Irlanda o nella Scozia, o in qualunque

altro paese, purchè liberiamo la nostra Corte da tale cavalier

campagnuolo.»

Dopo sì fatte osservazioni della Regina, la conversazione divenne

generale; nè tardò il Leicester a supplicare sua Maestà perchè volesse

venire a prendere la sua sede al banchetto.

Dovettero i convitati attraversare la corte interna del castello per

giugnere ai nuovi edifizi ove trovavasi la vasta sala della mensa, già

imbandita di una cena degna di sì bel giorno.

In questo tragitto i novelli cavalieri si videro circondati dagli

araldi, dagli uomini d’armi e dai canterini che gridavano secondo

l’usanza: _generosità, generosità, o i primi fra i prodi cavalieri_.

Tale acclamazione, antica assai, intendeva ad eccitare la generosità

dei candidati a favore di quelli, il cui mestiere stavasi o nel

custodire le armature o nel celebrare con allegri canti le imprese de’

novelli cavalieri. Coloro ai quali s’indirigevano tali sollecitazioni,

lor corrisposero con molta liberalità. Il Varney adoperò cortesia, e

ricercata modestia nel distribuire i suoi donativi. Raleigh accompagnò

i propri di quella grazia disinvolta che appartiene soltanto alle

persone assuefatte al viver dei Grandi. Il povero Blount diede tutto

ciò che del suo assegnamento d’un anno il sartore gli aveva lasciato.

In mezzo a quello scompiglio del suo animo traeva fuori le monete, poi

si fermava a contemplarle, indi le distribuiva particolarmente a questo

e a quello, coll’aria inquieta e col contegno d’un sagristano che fa la

limosina ai poverelli della parrocchia.

Sì fatte liberalità vennero accolte fra i ringraziamenti e i _vivat_

di costume. Ma poichè coloro che ne profittarono erano pressochè tutti

persone poste al servigio del Leicester, il nome del Varney era quello

che in mezzo a più vivi applausi si ripetesse. Soprattutto il Lambourne

faceasi discernere co’ suoi schiamazzi: «Lunga vita a sir Riccardo

Varney — Salute e onore a sir Riccardo — Non fu mai creato più degno

cavaliere (ed aggiugneva abbassando la voce) incominciando dai tempi

del valoroso sir Pandaro di Troia[4],» conclusione che fece ridere

chiunque si trovò assai vicino per poterla udire.

Sarebbe cosa superflua l’intertenerci più a lungo delle feste di questa

sera, le quali furono sì brillanti, e tanto contentarono la Regina,

che il Leicester ritirandosi nel suo appartamento, vi si portò affatto

ebbro d’ambiziose speranze. Stava colà il Varney, che spogliatosi del

ricco suo vestimento, in abito semplice e modesto aspettava il padrone

per compiere le fazioni che giusta il suo ufizio spettavangli allorchè

il Conte si metteva in letto.

«Che vedo, sir Riccardo? disse sorridendo il Leicester, queste umili

vesti non si confanno alla nuova dignità cui siete innalzato.»

«La rinunzierei, rispose il Varney, sol ch’io immaginassi mi potesse

allontanare dalla Signoria vostra.»

«Lo vedo, tu sei un servo riconoscente, soggiunse il Leicester;

ma non ti permetterò il fare alcuna cosa, che possa pregiudicarti

nell’opinione degli altri.»

A malgrado di questi detti, il Conte accettava i servigi del nuovo

cavaliere, che diede a divedere in prestarglieli tanto contento quanto

ne dimostrava colle parole.

«Non ho paura delle male lingue, rispose a tale osservazione del Conte

il Varney, perchè non v’è in tutto questo castello (permettete adunque

ch’io vi levi il collare), non v’è in tutto questo castello alcuno che

non si aspetti di vedere persone ben poste in più alto grado di questo

ch’or debbo alla vostra bontà, di vederle, dico, tenersi onorate in

adempiere presso voi gli ufizi di camerlingo.»

«Sì: ciò potrebbe accadere,» disse il Conte mettendo un involontario

sospiro; poi soggiunse: «Dammi la mia veste da camera, o Varney, è

d’uopo ch’io contempli il Cielo. Dimmi non dovrebb’essere ben tosto

luna piena?»

«Credo di sì, Milord, lo mette almeno l’almanacco.»

Stava in quell’appartamento una finestra che aprendosi, mettea su

piccolo poggio di pietra, merlato com’era d’uso in tutti i castelli

d’architettura gotica. Spalancandola il Conte, vide dinanzi a sè gran

parte del lago e del bosco che copriva l’opposta sponda. I raggi della

luna posavano immobili sull’onda azzurra e sui folti gruppi degli olmi

e delle quercie che si mostravano in maggiore distanza. L’astro della

notte in mezzo al suo corso scorgeasi cinto da mille stelle secondarie.

Calma profonda regnava sulla terra, solamente interrotta a quando a

quando dalle voci delle sentinelle e dal lontano abbaiamento de’ veltri

svegliati dagli apparecchi d’una caccia magnifica, che divisavasi pel

nuovo giorno.

Contemplò il Leicester la volta del firmamento, e gli atti suoi e

il suo contegno esprimevano come si stesse assorto in un’estasi

irrequieta, intantochè il Varney, tenutosi all’ombra della parte

interna di quella stanza, potea, senz’esser veduto, osservare con

segreto giubilo il suo signore, che stendea le braccia verso i corpi

celesti.

«O voi globi di vivace fiamma (tal fu l’invocazione che indirisse loro

questo uomo ambiziosissimo), voi scorrete taciturni l’orbita della

misteriosa vostra carriera. Ma la saggezza vi attribuì una loquela.

Ditemi adunque qual sia l’alto destino a me serbato? La grandezza che

agogno, sarà ella brillante, sublime, durevole quanto la vostra? o

sarei io condannato a non risplendere che qual lampo fugace in mezzo

alle tenebre della notte per ricadere indi verso la terra, simile agli

avanzi di que’ fuochi d’artifizio, onde gli uomini tentano imitare i

vostri raggi?»

Rimirò ancora il Cielo per un minuto o due, indi rientrò nella stanza,

mentre Varney si mostrava inteso a riporre entro una cassetta i

gioielli, che il Conte aveva posati sopra una tavola.

«Che pensa del mio oroscopo Alasco? richiese il Conte. Gli è vero che

tu mel dicesti, ma me ne sono dimenticato, perchè non ho seria fiducia

in quest’arte.»

«Pure, v’ha degli uomini istrutti che pensano altrimenti, rispose

Varney, e se io debbo dire sinceramente il mio avviso alla Signoria

vostra, comunque non istrutto, sono fra quelli.»

«Ah! come Saule in mezzo ai profeti!... soggiunse il Conte. Io credea

che tu professassi in vece un assoluto scetticismo su di tutte quelle

cose che non puoi o vedere, o intendere, o toccare, o gustare, o

ascoltare, in somma pensai limitata alla sola prova de’ sensi la tua

credulità.»

«Potrebbe anch’essere che il desiderio di vedere adempiuta la

predizione dell’astrologo mi rendesse più credulo in questo giorno.

Alasco disse, che il vostro pianeta favorevole si trova nella sua

_culminazione_, e che l’_influenza contraria_ (nè volle più chiaramente

spiegarsi) benchè non affatto vinta, è evidentemente nel suo

_retrogrado_. Furono questi, mi sembra, i suoi propri termini.»

«Sì, veramente questi, replicò il Leicester, osservando una

recapitolazione di calcoli astrologici, ch’ei si tenea fra le mani;

l’_influenza_ più forte sarà prevalente, e a quanto credo, l’ora fatale

è passata. Aiutatemi, o Riccardo, a spogliarmi della mia veste da

camera, e rimanete un qualche momento, tanto che io mi ponga in letto.

Credo che le fatiche di questa giornata mi abbiano messo la febbre nel

sangue; ei scorre per le mie vene ardente al pari di piombo liquefatto.

Aspetta anche un poco, te ne prego, vorrei pure sentirmi gli occhi

gravi dal sonno.»

Il Varney rimase officiosamente vicino al letto del suo signore; indi

pose una lampada d’argento massiccio insieme ad una spada sopra una

tavola di marmo che era presso del capezzale. Fu allora che il Conte,

fosse per non essere incomodato dalla luce della lampada, o fosse

per nascondere il proprio volto a Varney, abbassò quanta parte di

cortina bastava ad entrambi questi due scopi. Il Varney nel tornare

ov’era prima, sedè colle spalle volte al Conte in tal modo, da fargli

comprendere che in lui non era il disegno di spiarne la fisonomia, o

indovinarne i moti dell’animo; poi aspettò che Leicester incominciasse

a parlar della cosa, che il teneva meditabondo.

Il Conte, dopo avere per qualche tempo aspettato invano che il suo

scudiere fosse primo a dar motivo ai discorsi si fece a dire in tal

guisa: «Dunque, Varney, si va parlando della bontà che la Regina ha per

me?»

«E come vorreste, o Milord, che si tacesse di cosa tanto manifesta?»

«Di fatto, ella è una buona padrona, soggiunse il Conte; ma fu la

Saggezza stessa che scrisse: non ti fidare soverchio sulla buona grazia

dei principi.»

«La sentenza è ottima e vera, sempre quando però non si abbia

l’accortezza di collegare i nostri cogl’interessi loro in tal guisa, da

tenerli in pugno come il falco prima di permettergli il volo.»

«Indovino a che intende il tuo discorso, disse il Leicester con

impazienza, nè m’impedisce il comprenderlo tutta la circospezione che

metti nel farlo. Vuoi significarmi, che sposerei la Regina, sol che il

volessi.»

«La Signoria vostra lo disse, e non io. Ma che rileva qual di noi

due l’abbia detto? Sopra ogni cento persone ve n’ha novantanove in

Inghilterra che credono la medesima cosa.»

«Sì, (disse il Leicester, ravvolgendosi per il letto) ma la centesima

è meglio istrutta delle novantanove. E tu! tu, a ragion d’esempio,

conosci tali ostacoli che non si possono superare.»

«E nondimeno, la cosa debb’essere, se vogliamo aver fede alle stelle,»

disse posatamente l’astuto Varney.

«Che cosa dici? Eh! ch’io so non credere tu nè all’astrologia, nè a

verun’altra cosa.»

«Domando perdono alla Signoria vostra, ella è nell’errore. Io credo a

certi presagi dell’avvenire. Non dubito per portarne un esempio, che se

pioverà in aprile, vi saranno fiori nel maggio, che se farà bel sole,

il grano diverrà maturo. E nella mia filosofia naturale trovo parecchie

cose che mi trarrebbero a prestar fede alle stelle, se le stelle le

predicessero. Ne deriva quindi che non mi asterrò certamente dall’aver

fiducia in questi eventi, i quali generalmente sono aspettati siccome

desiderati, per ciò solo che gli astrologi credettero d’averli letti

nel Cielo.»

«Hai ragione (disse Leicester smaniando più fortemente nel letto).

Tutti desiderano queste nozze. Ne ho ricevute congratulazioni dalle

chiese riformate dell’Allemagna, de’ Paesi Bassi e della Svizzera,

tutte persuase che dipenda da tali nozze la salute d’Europa. La Francia

non sarebbe per opporsi al loro effettuarsi, e la fazione dominante

della Scozia le avrebbe siccome una sua guarentigia; la Spagna le teme,

ma non ha forza di contrariarle; e contuttocciò vi è noto che sì fatto

avvenimento è impossibile.»

«Non vedo tutta questa impossibilità. La Contessa è incomodata nella

salute.»

«Sciagurato! (sclamò Leicester alzandosi dal letto ed afferrando la

spada posta sopra la tavola) abbandona questi pensieri esecrabili.

Vorresti forse assassinarla?»

«Per chi mi prende la Signoria vostra? (disse il Varney pompeggiando

di tutta quella dignità che s’addirebbe alla calunniata innocenza).

Non mi è sfuggito alcun accento che possa dar motivo a tanto orribili

imputazioni. Solamente dissi che la Contessa è inferma, e comunque

amabile e teneramente amata, non è per ciò men soggetta alla legge

universale. Ella potrebbe morire, e la Signoria Vostra rimanere in

libertà.»

«Lungi da me un’idea sì desolante! Che non se ne parli più mai!»

«Auguro la buona notte alla Signoria vostra,» e in dir questo si alzò

Varney, il quale finse interpretare le ultime parole del Conte siccome

un comando d’andarsene. Ma lo rattenne il Leicester.

«Tu non mi fuggirai così, compare matto. E credo in vero, che il tuo

nuovo grado ti abbia fatto dar volta al cervello. Dimmi dunque, tu non

riguardi questi ostacoli come invincibili?»

«Milord, permettetemi. Piaccia a Dio di concedere lunga vita alla

vostra bella Contessa, benchè nè l’amore che le portate, nè i miei voti

abbiano forza di renderla immortale. Ma viva pur ella quanto lungamente

è da desiderarsi per la sua e per la vostra felicità! questi nodi a mio

avviso non v’impediscono di farvi re d’Inghilterra.»

«Eccone una d’altro conio! Tu sei pazzo; assolutamente pazzo, povero il

mio Varney!»

«Eppure! vorrei come son sicuro di quanto dico, esserlo di possedere

un giorno una bella e buona signoria. Ignorate forse, come in altri

paesi può starsi un maritaggio _di mano manca_ fra persone di grado

diverso, e che tal maritaggio non costringe il marito a ricusare nodi

più convenevoli al suo stato?»

«Sì veramente; intesi dire, che quest’uso veniva praticato

nell’Allemagna.»

«Vi dirò di più. Si pretende che i dottori delle università straniere

aggiungano forza a questa duplicità di nozze col peso di vari testi

della scrittura. In fine poi qual gran male sarebbe? L’amabile compagna

che vi siete prescelta avrebbe tutti i migliori vostri momenti, quelli

cioè del riposo, che son pur quelli in cui l’animo si apre con libertà

in seno all’amore ed all’amicizia. Non danno per la sua fama: non pace

tolta alla sua coscienza. Allora, voi siete padrone di provvedere a

tutto, se il Cielo vi fa felice di prole. Potete poi anche riserbare

ad Elisabetta dieci volte più tempo e dieci volte più amore di quanto

mai don Filippo di Spagna non ne abbia consacrato a Maria, sorella

d’Elisabetta. E nondimeno sapete che quella moglie di don Filippo ad

onta di tanta negligenza e freddezza amò assai suo marito. Non sono

necessarie a tal fine che bocca chiusa e fronte aperta, ed è in voi

tutto l’arbitrio di tenervi ad un tempo e la vostra Eleonora, e la

vostra bella Rosamonda. Lasciate a me l’incarico di trovarvi un ritiro,

ove non giunga mai a penetrare l’occhio geloso della Regina.»

Il Leicester mantenne per qualche tempo il silenzio poi sospirando

disse: «No, la cosa è impossibile. Addio, Varney... Rimanete un altro

istante. Che giudicate voi di Tressiliano e del disordinamento della

sua mente? Non potrebb’egli essere che questo delirio ed il negletto

abito con cui si presentò agli sguardi della Sovrana, avessero secondi

fini? Ch’ei credesse forse d’eccitare nell’animo d’Elisabetta quella

compassione non solita a negarsi giammai ad un amante abbandonato dalla

sua donna, e tratto perciò fuor di senno?»

Varney diede in grande scoppio di risa, e ridendo rispondea: «Oh!

Tressiliano non pensa a tal cosa.»

«Spiegati, non t’intendo. Nè tu ridi mai che sotto il tuo riso non covi

qualche malizia.»

«Volea dire, o Signore, che Tressiliano ha trovato l’espediente il più

sicuro per non morire d’affanno. Si è provveduto d’un divagamento,

d’una compagnia. La sorella d’una specie di commediante, cred’io,

alloggia seco lui in quella camera della torre di _Merwyn_ che per

motivi particolari io avea ordinato gli fosse assegnata.»

«Si è fatta un’amica, tu il credi, si è fatta un’amica?»

«Certamente! Milord, ma una di quelle amiche, che vanno nelle stanze

dei gentiluomini ad aspettare ore intere tantochè giungano.»

«In fede mia è tal novelletta, che sarà ottima da raccontarsi a tempo

e luogo. Già per massima non ho mai creduto a questi dotti che hanno

la fisonomia di bacchettoni. Ma bene! sig. Tressiliano, voi almeno

non fate cerimonie in mia casa. Se do passata a questa libertà ch’ei

si prende, può ringraziarne una certa ricordanza che mi dura tuttora.

Nondimeno, Varney, tenete l’occhio sopra di lui.»

«Per vegghiarlo meglio appunto lo alloggiai nella torre di _Merwyn_,

ove gli fa la guardia il mio servo, vigilantissimo comunque sia il

primo beone che viva su questa terra. Intendo Michele Lambourne,

quell’uomo di cui altre volte ho parlato a _Vostra Maestà_.»

«_Vostra Maestà!_ Che significa un tale epiteto?»

«È un epiteto, Milord, che se non istò bene attento, mi corre al labbro

senza che io il voglia; ma mi sembra epiteto sì naturale, che non ho

cuore di ritrattarlo.»

«In somma, mi confermo in questo ognor più: la tua recente dignità ti

ha sconcertato il cervello; i nuovi onori vanno alla testa, come il

buon vino.»

«Possa la Signoria vostra parlarne ben tosto per esperienza!» e in

questa Varney si ritirò augurando al suo signore la buona notte.

Kenilworth, vol. 4/4 · 第 6 / 19 题