Troppo ancor tollerai. Con detti oscuri
Per l’intricato labirinto il filo
Tolto m’avete. Olà. Se miglior senno
Vostre labbra non regge, io ben saprommi
Dal mio cospetto allontanar chi audace
Da mia bontade cimentar presume.
_Beaumont et Fletcher._
Non è nostro divisamento seguire l’esempio del più volte citato
Roberto Laneham nel raccontare minutamente ciascuna delle feste che
si celebrarono in Kenilworth. Ne basti il dire che dopo quel fuoco
d’artifizio alla cui descrizione giovonne l’eloquenza di questo
donzello del Consiglio, la Regina dopo avere attraversata la torre
di _Mortimero_, entrò nella corte di Kenilworth, passando fra mezzo
ad una lunga sequela di Divinità del Paganesimo, e di antichi eroi,
che prostrati le offerivano omaggio e doni, sintantochè giunse al
primo salone del castello decorato con pompa addicevole a sì grande
ricevimento. Nulla pareggiava lo sfarzo delle preziose tappezzerie che
l’ornavano, e torcie intrise di balsami vi spargeano ad un tempo luce
e profumi intantochè gratissima musicale armonia faceva incanto agli
orecchi. All’estremità del salone sorgeva un maestoso baldacchino che
ombrava il trono d’Elisabetta; e dietro ad esso aprivasi una porta che
metteva ad appartamenti adorni colla massima profusione, e che vennero
assegnati alla Regina e alle matrone del suo corteggio.
Il conte di Leicester porse il braccio ad Elisabetta nell’ascendere il
trono, ove sedutasi questa, le si prostrò innanzi il favorito, e con
modi in cui s’accordavano ottimamente una rispettosa e cavalleresca
galanteria, e i sentimenti d’un’affezione la più leale, baciò la mano
offertagli dalla Sovrana, ringraziandola con accenti di vivissima
riconoscenza dell’onor compartitogli, onore massimo di quanti un
monarca possa concedere ad un suddito. Tanta leggiadria spirava il
Conte in quell’atteggiamento, che per poco la Regina non s’adoprò a
prolungare una tal parte di scena più di quanto rigorosamente doveasi.
Nel ritrarre la propria mano, le permise di scorrere mollemente,
siccome a caso, sulla bella capigliatura del Conte, in profumate anella
cadente; e i moti d’interna compiacenza, che nel volto di quella
Sovrana si palesarono, ben fecero accorti gli spettatori, com’ella
avrebbe di buon grado sostituito a quest’atto che parea involontario
una lieve carezza. Si rialzò finalmente il Leicester; e postosi in
vicinanza del Trono, tessè in bell’ordine ad Elisabetta la descrizione
di quanto erasi divisato per riceverla ed intertenerla; e tutti questi
divisamenti la Regina approvò con quella grazia che ad essa era
connaturale. Allora il Conte le chiese per sè e pei gentiluomini, che
fin lì la scortarono permissione di allontanarsi per pochi istanti,
onde ricomparirle innanzi con abiti più convenevoli, e meglio degni
della sua Corte. «In tal breve assenza nostra, ei soggiunse, questi
signori (accennando in dir ciò Varney, Blount, Tressiliano ed altri)
che ebbero tempo di cambiare le loro vesti avranno l’onore di rimanersi
presso la Maestà Vostra.»
«V’acconsento, o signore, la Regina rispose. M’accorgo che sareste
un ottimo direttore di teatro, poichè sapete sì opportunamente
valervi di una doppia banda di attori. Quanto a noi, per questa
sera vi faremo minori complimenti, perchè non abbiamo divisato
di spogliarci dell’abito con cui venimmo. Ci ha prodotto qualche
stanchezza un viaggio, che il concorso de’ nostri fedelissimi sudditi
rendè altrettanto lungo, quanto nel fece delizioso l’amore che ci
dimostrarono.»
Dopo ricevutane la permissione, il Leicester si ritirò, e seco pur
si ritrassero gli altri gentiluomini, che aveano scortata la Regina.
Quelli che giunsero i primi, e che già si erano vestiti nel modo
convenevole a quella solennità, rimasero nel salone, ma per essere di
grado inferiori agli altri che uscirono, si tenevano ad una distanza
rispettosa dal trono. L’acuto sguardo della Regina ben ravvisò in
mezzo a quella moltitudine e Raleigh e due o tre altri gentiluomini,
ch’ella conoscea di persona. Fatto segno a questi d’avvicinarsi, li
salutò in grazioso modo, e primo nell’essere ben accolto si fu il
Raleigh, troppo ben rammentandosi la Sovrana le avventure del mantello
e delle strofette. Più volte ella si volse a lui onde le spiegasse il
nome e i gradi di quelli che le stavano alla presenza, e si mostrò
soddisfatta delle risposte a mano a mano datele dal Raleigh, poichè
oltre all’essere esatte, condite erano all’uopo di vezzi e di arguzie.
«E chi è quell’uom rustico (diss’ella accennando Tressiliano) quell’uom
rustico, il cui disadorno abito fa torto alla buona fisonomia?»
«Se vostra Maestà brama saperlo, è un poeta.»
«Lo indovinai quasi al sol vederne il vestito. Ho conosciuti alcuni
_poeti_ tanto distratti che gettavano i loro mantelli in mezzo al
fango.»
«Sarà stato perchè il sole ne abbarbagliava le menti siccome gli occhi.»
Elisabetta sorrise, e lasciò languire questo discorso. «Ma, signor
Raleigh, vi ho chiesto il nome di quella persona, e voi me n’additaste
in vece la professione.»
Di fatto Raleigh avrebbe voluto differir l’istante di nominare l’amico
suo Tressiliano, non credendo esserne occasione ben augurosa per lui il
motivo onde avea chiamati sopra di sè gli sguardi della Regina. Ma dopo
questi ultimi detti di Elisabetta non gli fu più lecita la reticenza.
«Egli chiamasi Tressiliano.»
«Tressiliano! rispose Elisabetta, il Menelao del nostro romanzo! Per
verità si è abbigliato in guisa che fa le scuse della sua Elena. Ma
dov’è Farnham?[1]... si dice Farnham?.... In somma l’uomo del conte di
Leicester... il Paride della contea di Devon.»
Raleigh, profferì il nome di Varney, e con maggiore ripugnanza ancora
lo indicò alla Regina, perchè nel costui abbigliamento aveva sfoggiata
tutta l’arte propria il sartore; laonde questo Varney annunziavasi
favorevolmente a primo aspetto, oltrechè se mancava di grazie, un certo
discernimento e l’uso di vivere nel mondo cortigianesco supplivano in
tal qual modo a sì fatta mancanza.
La Regina andava contemplando a vicenda Tressiliano e Varney. «Io
credo, diss’ella, che questo signor Tressiliano il poeta, troppo dotto,
giurerei, per ricordarsi alla presenza di chi dovea comparire, è uno
di que’ tali per cui Goffredo Chaucer disse: _Il più saggio fra i
letterati non è sempre il più saggio fra gli uomini_. L’altro, Varney,
è un furfante, però ha lingua dorata, me ne ricordo, e son certa che la
bella fuggitiva non mancò di buone ragioni per divenire infedele.»
Raleigh non sapea che rispondere, persuaso che avrebbe fatto mal
ufizio a Tressiliano col contraddir la Regina, e sembrandogli anzi che
sarebbe stata ottima cosa al medesimo, se finalmente Elisabetta avesse
intromessa la propria autorità per definire una bisogna, che occupava
tutto l’animo dell’amico, concentratosi con funesta ostinazione in
quest’unica idea. Mentre Raleigh volgea tai cose nella mente, s’aperse
la porta, ed il Leicester accompagnato da molti del suo parentado, e
della nobiltà a lui partigiana rientrò nel salone. Portava un vestito
di velluto bianco ricchissimo che contribuiva a farne spiccare il
maestoso portamento, la grazia, e le belle proporzioni della persona;
tal che parve ad ognuno il più avvenente fra quanti cavalieri si
fossero mai visti. Anche il Sussex e gli altri gentiluomini andavano
fregiati di ricche vesti, ma la grazia e la magnificenza del Leicester
tutti oscuravali. Elisabetta lo accolse con affabilità straordinaria.
«Rimane tuttavia da giudicarsi, diss’ella, una processura spettante
alla regale nostra giurisdizione, processura che mi sta nell’animo, e
come donna e come madre di tutti i miei sudditi.»
Un fremito involontario soprapprese il Leicester nell’atto che
inchinavasi per protestare obbedienza ad ogni volere della Regina.
Fremette, e agghiacciò del pari Varney, i cui sguardi non s’erano
in tutta quella sera distolti dal suo padrone. Dal cambiamento
comunque lieve che accadde nella fisonomia del Conte, Varney comprese
subitamente qual fosse la cosa di cui la Regina interteneva il suo
favorito; ma questi fece al proprio animo tale sforzo da poter fingere
l’intrepidezza, che alla sua politica tortuosa volevasi; ed allorchè la
Regina soggiunse: «Noi parliamo di Varney e di Tressiliano... Milord,
questa Signora è qui?....» il Conte potè senza titubazione rispondere:
«Nobile principessa, ella non è venuta.»
Aggrottò Elisabetta le ciglia, e mordendosi il labbro, non diede che
questa sola risposta: «Per altro, Milord, il nostro comando fu chiaro e
preciso!»
«E sarebbe adempiuto, illustre Sovrana, non fosse stato che un semplice
desiderio. Ma, fatevi innanzi, Varney. Questo gentiluomo farà noto a
vostra Maestà il motivo per cui la _ridetta Signora_ (che le labbra
di Leicester si ribellavano al chiamarla _moglie di Varney_), non può
comparire alla regale presenza.»
Avanzatosi Varney, sostenne senza esitare quanto credeva egli stesso;
che _la parte citata a comparire dinanzi a sua Maestà_ (non più di
Leicester ardiva egli chiamarla _sua moglie_) era nell’assoluta
impotenza di corrispondere alla chiamata.
«Ecco, proseguì a dire, l’attestato di un abilissimo medico, il cui
sapere e la cui probità sono pienamente conosciuti a sua Signoria di
Leicester. Eccone un altro di un devoto protestante, uomo dabbene e
d’intatta fama, del sig. Antonio Foster, che alberga in sua casa la
figlia di sir Robsart. Provano entrambi questi ricapiti che l’assalì
tale infermità, per cui non le fu possibile intraprendere il viaggio.»
«La cosa cambia d’aspetto, (disse la Regina ricevendo i ricapiti
ed esaminandone il contenuto). Fate avvicinare Tressiliano. Sig.
Tressiliano, noi prendiamo vivissima parte allo stato dell’animo
vostro, tanto più che da esso non sa dipartirsi l’immagine di questa
Amy Robsart, o diremo Amy Varney. Ma che volete? Il poter nostro,
ne siano grazie a Dio, e all’obbedienza che ci prestano i fedeli
sudditi Inglesi, ha bensì qualche estensione. Pur vi sono tai cose,
che si sottraggono a questo dominio. Noi non possiamo, a cagion
d’esempio, comandare agli affetti d’una giovinetta inconsiderata, nè
costringerla a preferire il sapere e il retto sentire alla elegante
veste d’un cortigiano. Tal cosa non è in nostro arbitrio più di quanto
lo sia impedire gli effetti della infermità che a quanto apparisce
la soprapprese, e non le permette di trovarsi alla nostra presenza,
siccome ne avevamo dato il comando. Più possenti de’ nostri ordini
sono i due attestati del medico che le presta cura, e dell’onesto suo
ospite, i quali entrambi fanno fede di tale infermità.»
«Chiedo permissione alla Maestà vostra di dirle che simili attestati
non dicono la verità,» rispose tantosto Tressiliano, che in
quell’istante paventando gli effetti di una sì perigliosa impostura
dimenticò la promessa fatta ad Amy.
«Che ascolto, o Signore? sclamò la Regina. Voi porreste in dubbio la
veracità di Leicester? Però vi sarà dato tutto il campo a difendervi.
Alla nostra presenza hanno diritto di parlare così il primo come
l’ultimo, così il più favorito come il più ignorato de’ nostri sudditi.
Voi sarete dunque ascoltato senza interrompimenti. Ma temete del
parlar vostro se manca di prove. A voi, prendete ed esaminate questi
attestati. Diteci seriamente se dubitate, e su quai fondamenti dubitate
della loro autenticità.»
Intantochè la Regina così favellava, tornò alla mente di Tressiliano la
promessa fatta ad Amy, e tal ricordanza combattè l’ardente desio ch’era
in esso di dismentire formalmente questi attestati, dei quali niuno
meglio di lui sapea la fallacia. Ma questa sua irresolutezza gli fece
torto e nell’animo d’Elisabetta e in quello de’ circostanti. Voltava
le carte, siccome un idiota incapace d’intenderne il contenuto; sicchè
l’impazienza postasi fin da prima nell’animo della Regina, divenne in
quell’istante manifesta ad ognuno.
«Voi siete un letterato, soggiuns’ella, e un letterato di merito, così
mi fu detto. Per altro, siete d’una lentezza sorprendente, quando non
fa d’uopo che leggere due parole. Veniamo dunque alla conclusione.
Questi attestati sono veri, o sono falsi?»
Crebbero in un modo a tutti palese l’imbarazzo e la titubazione di
Tressiliano, il quale non volea per una parte riconoscer per veri
tali ricapiti, che forse avrebbe dovuto fra breve chiarir come falsi,
e bramava per l’altra mantenere la promessa fatta ad Amy, e darle il
tempo, com’ella il chiese, di perorare da se medesima la propria causa.
Laonde, dopo aver detto interrottamente: _Regina! Regina!_ prese per
ultimo l’espediente di darle questa risposta: «La Maestà vostra mi
costringe a profferire sopra ricapiti, la cui autenticità, innanzi
tutt’altra cosa, dovrebb’essere provata da coloro che se ne valgono in
propria difesa.»
«Sig. Tressiliano, voi siete buon avvocato, siccome buon poeta (disse
la Regina lasciando sovr’esso uno sguardo in cui tutto se ne esprimea
lo scontento). Io credea veramente che questi scritti essendo stati
presentati al cospetto del nobile conte di Leicester, cui appartiene
questo castello, ed essendone chiamato in testimonio l’onore del Conte,
dovesse bastar ciò per convincervi che sono veraci. Nondimeno, poichè
durate nel bramare le formalità, Varney, o voi piuttosto Leicester,
perchè questo affare adesso riguarda voi (detti lanciati a caso, ma che
fecero fremere il Conte), dite, qual prova avete della verità di tali
attestati?»
Varney si affrettò a rispondere prima di Leicester: «Il giovine conte
di Oxford, che qui trovasi, conosce la scrittura del sig. Foster.»
Il conte d’Oxford, giovane libertino e dissipatore, che avea più
d’una volta avute somme ad interesse, anche onesto, dal Foster, dopo
l’inchiesta fattagliene attestò, come il Foster fosse un rispettabile
ed opulento _Franklin_[2], accertando ad un tempo ravvisarsene il
carattere in uno di que’ ricapiti.
«E chi riconoscerà il carattere del dottore? soggiunse allor la Regina.
Mi sembra ch’egli si nomini Alasco.»
Il Masters medico di Sua Maestà, che non avea dimenticato l’oltraggio
sofferto a Say’s-Court, e persuaso che la sua testimonianza fosse per
tornar grata al Leicester, quanto spiacevole al Sussex ed ai partigiani
di questo Conte, protestò aver fatto di molte consulte col dottore
Alasco, essere questi un uomo fornito di vasto sapere, benchè quanto
al suo sistema di medicare non lo giudicasse sulla buona via. Il conte
di Huntingdon cognato del lord Leicester, e la contessa di Rutland
ne fecero parimente gli encomi, e tutti si chiamarono a mente la
scrittura delle sue ricette, simile affatto, diceano, al carattere del
certificato su cui cadeva il discorso.
«Spero finalmente, sig. Tressiliano, che si potrà chiudere tal
discussione, soggiunse allor la Regina. Prima del finire di questa
notte noi prenderemo alcune risoluzioni onde persuadere sir Ugo Robsart
ad acconsentire alle nozze di sua figlia. Quanto a voi, avete fatto il
vostro dovere, e al di là del vostro dovere. Ma noi non apparterremmo
al sesso femminile, se l’animo nostro non fosse proclive a compiangere
le persone che amore ha ferite. Dunque vi perdoniamo l’arditezza che
dimostraste, e vi perdoniamo anche la sconvenevolezza di quei vostri
stivali, la cui infezione ha quasi soffocati i profumi di milord
Leicester.»
L’essere eccessivamente delicata di odorato era fra i distintivi
organici di Elisabetta, e ne diede lungo tempo dopo una prova, allorchè
scacciò dal suo cospetto il conte di Essex, non reo d’altro che di
essersi presentato a lei, siccome Tressiliano, cogli stivali alquanto
imbrattati di fango.
In questo mezzo, Tressiliano ebbe il tempo di raccogliere le proprie
idee, e riaversi dalla sorpresa prodottagli da un’impostura, sostenuta
con tanta audacia, e che dismentiva fatti de’ quali fu testimonio egli
stesso. Laonde si precipitò ai piedi della Regina, e tenendola per la
veste, le disse:
«Regina, se voi siete cristiana, s’egli è vero che regnate per rendere
giustizia eguale a tutti i vostri sudditi... per ascoltarli, come voi
sperate di essere ascoltata, e com’io ve l’auguro (Dio secondi il mio
voto!) a quel tribunale innanzi a cui un giorno tutti compariremo,
degnatevi concedermi un lieve favore. Non vi affrettate a pronunziare
giudizio. Concedetemi soltanto ventiquattr’ore di tempo. Dopo sì breve
indugio vi proverò a tutta evidenza la fallacia degli attestati onde si
fa credere che questa giovane infelice in tal momento si trovi inferma
nella contea di Oxford.»
«Lasciatemi, o signore (disse Elisabetta, sorpresa da un impeto che ben
dovea parerle stravagante, comunque fosse pel maschile suo animo forza
bastante per non concepirne timore). Quest’uomo senza dubbio è pazzo.
Il mio figlioccio Harrington potrebbe dargli una parte nel suo _Orlando
Furioso_. Però nel tenore della sua follia ravviso alcuna strana
singolarità. Parlate, Tressiliano: a qual cosa vi sottomettete voi,
se trascorse le ventiquattr’ore, non potete dimostrar falso un fatto
provato con modi tanto solenni, siccome lo è l’infermità della figlia
di sir Robsart?»
«Regina, a portare il mio capo sotto la mannaia,» rispose subito
Tressiliano.
«Eh! questi sono propositi da pazzo. E qual capo è mai caduto in
Inghilterra, se nol percosse il voler della legge? Io vi domando,
purchè però vi rimanga senno bastante a potermi comprendere, se quando
v’accorgerete dell’assurdità del vostro assunto col vederlo andare a
vôto, mi confesserete sinceramente qual fu l’intenzione, che aveste nel
cimentarvi a sostenerlo.»
Si tacque Tressiliano, condotto da tale inchiesta a titubar nuovamente;
perchè pensava egli: «Se in questo intervallo Amy si riconciliasse col
proprio marito, quanto mal ufizio le presterei se svelassi misteri
obbrobriosi ad un uomo col quale ella dovrà sempre vivere, e se facessi
toccar con mano ad una saggia e prudente Sovrana come fu sorpresa
con falsi attestati!» Tale incertezza portò nuovo imbarazzo e negli
sguardi, e nella voce, e nel contegno di Tressiliano. Per la qual
cosa, allorchè la Regina in severo tuono e corrucciata in viso gli
replicò l’inchiesta medesima, ei le rispose con interrotte parole, che
forse!... cioè!... secondo le circostanze!... avrebbe spiegati i motivi
del suo operare.
«Oh! per l’anima del re Enrico, sclamò quella Sovrana, qui cova
assolutamente o demenza o malvagità. Raleigh, il tuo amico è troppo
pindarico per potere starsene alla mia presenza; conducilo teco,
liberami dal vederlo, perchè potrebbe accadergli peggio. I suoi slanci
sono troppo impetuosi in tutt’altro luogo che non sia il Parnaso, o San
Luca. Tu però ritorna, poichè lo avrai condotto in luogo sicuro. Quanto
avremmo desiderato conoscere questa beltà che fa sì tremendo guasto nel
cervello d’un uomo decantato dianzi per la Sua saggezza!»
Tressiliano voleva dire altre cose alla Regina, ma Raleigh costretto ad
ubbidire agli ordini avuti, ne lo impedì, fattosi soccorrere da Blount
per condurlo fuor del salone, parte suo malgrado, e parte anche non
contro sua voglia, poichè incominciava ad avvedersi egli stesso, come
un più lungo rimanersi peggiorasse anzichè migliorare i suoi interessi.
Allorchè furono giunti nell’anticamera, Raleigh pregò il Blount a far
sì, che Tressiliano venisse condotto negli appartamenti preparati alle
persone del corteggio di Sussex, e che se era d’uopo vi si mettesse la
guardia.
«Tale stravagante passione, diss’egli, e l’infermità della donna
che ne è lo scopo, hanno stravolto in singolar modo il suo ingegno,
aggiustatissimo per l’addietro. Ma speriamo, un breve riposo calmerà
questo impeto. Solamente badate a non lasciarlo uscire. È già assai
male impressionato per lui l’animo di Sua Maestà; poche nuove
provocazioni basterebbero perch’ella gli trovasse un ritiro più
ingrato, e custodi più malaugurosi.»
«Io lo giudicai a dirittura pazzo (soggiunse Nicolò Blount, dando
un’occhiata alle sue calze cremesine, ed alle sue gialle rosette)
allorchè posi mente a que’ maledetti stivali che offesero le narici
della Regina. Voglio vederlo rinchiuso, e torno subitamente. Ma dimmi,
Walter, la Regina non ha chiesto chi mi fossi? Ho creduto accorgermi
d’una sua occhiata volta sopra di me.»
«Venti occhiate! sì, venti occhiate sopra di te! e le ho assicurato
che sei un bravo soldato, un... ma per l’amor del Cielo conduciti via
Tressiliano.»
«Vado, vado, rispose Blount. Ti dirò bene, che comincio ad avvezzarmi
a questa vita cortigianesca. Non è poi un passatempo tanto cattivo.
Se non altro, offre modi d’innalzarsi. Dunque, Walter, amico mio, le
dicesti che sono un bravo soldato, e _un_... _un_ che cos’altro?»
«_Un_... tutto che non si può esprimere. Ma spacciati dunque, in nome
di Dio!»
Tressiliano, senza opporre resistenza, e senza movere verun’inchiesta,
seguì Blount, o a dir meglio si lasciò condurre nell’appartamento di
Raleigh, sofferendo d’essere collocato in un letto sulle cinghie, che
in uno di que’ gabinetti era stato apparecchiato ad uso di qualche
servo. Nè tardò ad avvedersi che ogni sforzo per parte sua diverrebbe
inutile a conciliargli le premure e i soccorsi degli amici, sintantochè
il compire delle ventiquattr’ore da lui consacrate con promessa a
rimanersi inoperoso, non gli facesse abilità di svelare tutte le cose,
o veramente non gli togliesse ogni desiderio e pretesto di frammettersi
in quanto riguardava il destino d’Amy, forse vicina ad unirsi col suo
rapitore.
Dovette Tressiliano adoperare molta fatica, e assai rimostranze, fatte
con calma e dolcezza, per evitare la molestia di vedersi accampati
nella sua stanza due uomini della guardia del conte di Sussex.
Finalmente Blount in veggendolo tranquillo nel letto, diede due o tre
calci, maledicendoli con tutto il cuore, a quegli stivali del mal
augurio, i quali, giusta le nuove massime abbracciate dal Blount, erano
stati il sintomo concludente, o forse anche la primaria cagione del
disastro cui soggiaceva il suo amico. Per tal modo gli sforzi generosi
e disinteressati operati da Tressiliano per la liberazione d’una donna,
da cui non ebbe che ingratitudine, non gli partorirono in quel giorno
migliori conseguenze del cadere in disfavore della Regina, e del farsi
riguardare niente meno che pazzo dai propri amici.