È curioso scoprire, per esempio, le stranezze e le contraddizioni
dei giudizii dati intorno ai più singolari aspetti del nostro paese
da un luminare della letteratura paesista, sceso ben sei volte nella
Penisola: il visconte di Chateaubriand.
Cominciamo col notare che nel _Genio del Cristianesimo_ le pagine
concernenti l'Italia e gli artisti italiani furono composte di maniera,
prima che l'autore passasse le Alpi; quando le valica, nel 1803, resta
deluso perchè non trova la pianura appena scavalcato il Moncenisio;
giudica bello l'effetto dei dintorni di Torino, ma «ci si sente ancora
la Gallia: credevo di trovarmi in Normandia»; la metropoli piemontese
è «d'aspetto un poco triste»; i campi lombardi gli piacciono, ma non
il Duomo di Milano, perchè «il gotico, e lo stesso marmo, mi sembrano
stonare col sole e con i costumi italiani»; arrivando a Napoli,
non è impressionato dal paesaggio, «fertile, ma poco pittoresco»;
i luoghi virgiliani gli offrono uno spettacolo «magico» bensì, ma
non «grandioso». Dal Vesuvio contempla «uno dei più bei paesaggi del
mondo»; ma il grandioso, l'imponente, l'affascinante è da lui trovato,
finalmente, a Roma. «Ci sono, finalmente! Tutta la mia freddezza è
svanita. Sono accasciato, perseguitato da ciò che ho visto....» Tanta
è stata la sua freddezza, che certi passi del _Voyage en Italie_ sono
più aridi delle indicazioni d'una guida e d'un catalogo; ma a Roma, e
dinanzi alla campagna romana segnatamente, il poeta della solitudine
e delle rovine prova un'impressione profonda: profonda a segno, che
dopo averla espressa nella lettera del 10 gennaio 1804 al Fontanes,
egli quasi s'ingelosisce quando altri dopo di lui osa ancora descrivere
quei luoghi, dei quali si stima senz'altro scopritore: «i viaggiatori
francesi ed inglesi venuti dopo di me hanno segnato ogni loro passo
dalla Storta a Roma con altrettante estasi: il signor di Tournon segue
la traccia d'ammirazione che io ho avuto la fortuna d'indicare». Ed a
Roma vorrebbe morire: «Se avrò la ventura di finire qui i miei giorni,
ho fatto in modo da avere a Sant'Onofrio un cantuccio adiacente alla
camera dove il Tasso spirò. Nei momenti perduti della mia ambasceria,
alla finestra della mia cella, continuerò le mie _Memorie_. In uno dei
più bei siti del mondo, fra gli aranci e le querce, con Roma intera
sotto gli occhi, ogni mattina, mettendomi all'opera fra il letto di
morte e la tomba del poeta, invocherò il genio della gloria e della
sventura....»
Non potendo appagare questo voto, tornato in Francia e ripartitone
per l'esilio del 1832, egli scende in Isvizzera e si ferma alle porte
d'Italia, a Lugano, dove ancora una volta prova la tentazione di
fermarsi e morire. «Finirò dunque le mie _Memorie_ sulla soglia di
questa classica e storica terra dove Virgilio e il Tasso cantarono,
dove tante rivoluzioni si compirono? Rimembrerò il mio destino di
Bretone dinanzi allo spettacolo di queste montagne ausonie? Se il loro
velario si alzasse, mi scoprirebbe le pianure lombarde; di là, Roma;
di là, Napoli, la Sicilia, la Grecia, la Siria, l'Egitto, Cartagine;
plaghe remote che misurai, io che non posseggo tanto di terra quanta
ne premo con la pianta del piede....» Ma l'incredibile è che questo
romantico errante, questo ricercatore e amatore di luoghi insigni per
natura o storia od arte, arrivato nel 1806 a Venezia, donde salperà
verso l'Oriente, non solamente resta freddo dinanzi a quella meraviglia
del mondo, ma sente il bisogno di dichiarare nella lettera al Bertin:
«Questa Venezia, se non m'inganno, vi dispiacerebbe quanto a me. È una
città _contro natura_....», soggiungendo prove talmente puerili del suo
giudizio, da sollevare giustamente lo sdegno dei Veneziani: articoli
di gazzette ed appositi opuscoli daranno sulla voce al temerario,
e qualcuno dichiarerà di non sapere se prendersela più con la sua
«cattiveria» o con la sua «stupidità».
È vero che ventisette anni dopo, nel 1833, egli si ricrede o scioglie
un inno alla città delle lagune: «Si può, a Venezia, credersi sul
ponte d'una superba galera all'àncora, sul Bucintoro, dove vi diano
una festa e dal cui bordo scopriate mirabili cose....»; è vero che egli
riesprime il desiderio di vivere e morire anche qui: «Perchè non posso
chiudermi in questa città in armonia col mio destino, in questa città
dei poeti, dove Dante, Petrarca e Byron passarono?...» ma il Faure nota
argutamente come l'improvviso infatuamento dopo il disprezzo fosse
determinato dalla voga data a Venezia dai nuovi scrittori stranieri,
dal Byron precisamente.
Si potrebbe, dunque, trovare qui una prova di ciò che non era per
altro ignoto: della poca sincerità dello scrittore. Il presuntuoso
stimatosi quasi inventore della poesia della campagna romana, si mette
ad ammirare la già denigrata Venezia per amore di byroneggiare!... Ma
c'è, sotto un altro aspetto, anche di peggio. Egli si lagna perchè nel
1833 non ritrova le rive del Brenta quali erano la prima volta che le
percorse: «L'Austria è venuta: essa ha rimesso la sua cappa di piombo
sugl'Italiani e li ha costretti a ridiscendere nel loro sepolcro»:
osservazione amarissimamente vera, che ha il solo difettuccio di esser
fatta da uno dei più illustri tirapiedi della Santa Alleanza, dal
congressista di Verona, dal turiferario della «miracolosa» Coalizione e
della diplomazia del 1814, del '15 e del '22 che «fondò nell'avvenire
i diritti dei sovrani e dei popoli, e la sicurezza e la libertà
dell'Europa!».
Il Faure non fa critica storica, nel suo bel libro, e neanche
semplicemente letteraria; tuttavia egli non tralascia di rilevare quel
tanto di falsità che c'è in qualche pagina italiana di Giorgio Sand.
La celebre scrittrice, l'amatrice famosa ha piantato a Venezia il
povero Alfredo infermo e se n'è andata col suo Pagello a Bassano: la
passeggiata di due giorni nei dintorni della città veneta diventa una
«spedizione» nel cuore delle Alpi; la novelliera dichiara d'essersi
«scorticate le mani e le ginocchia», per attingere le estreme
«solitudini» e l'«ultima vetta»; soggiunge ancora d'essersi creduta
in America, negli «eterni deserti che l'uomo non ha potuto ancora
conquistare sulla natura selvaggia....». Con lo stesso spirito di
verità lo Chateaubriand l'aveva gabellato per un viaggio di scoperta
nei deserti dell'America settentrionale quello che un critico,
«spietato» secondo il Faure, ridusse alle modeste proporzioni di
un'escursione al Canadà....