Resterebbe ora da narrare la conoscenza fatta da Emma all'ospedale,
dove si reca ogni giorno per visitare i soldati in atto di pietoso
omaggio alla memoria del suo caro perduto; l'idillio che pare s'intessa
in quella casa del dolore e della speranza; e come poi la giovane, che
è vedova senza aver cessato d'essere signorina, e che mette al mondo
un bambino quasi senz'essere stata donna, elegga di restar vedova
e madre venerando le reliquie del suo diletto. Resterebbe ancora da
spigolare fra tanti gustosi episodii, fra tanti squisiti particolari
d'osservazione e d'espressione; ma riesce propriamente impossibile
seguire qui la tenue trama del romanzo e molto difficile rendere in
un'altra lingua il sapore delle sue pagine. Questo libro veramente
francese, dove è dipinta dal vero una famiglia della piccola borghesia
parigina, possiede tuttavia un valore rappresentativo molto maggiore
che non sembri.
Il genere umano è in massima parte composto di tante famiglie Valadier,
con le loro smanie, le loro manìe, le loro vanità, le loro stesse
volgarità; ma questa piccola gente, all'occasione, dimostra d'esser
pure una gran brava gente e riscatta le debolezze con l'eroismo, e le
ridicolaggini con la bontà, la generosità, la gentilezza. Per questa
ragione l'ironia del romanziere non è caustica, come suole. L'umorismo,
in fondo, lascia un senso d'amaro e un sentimento di sfiducia: ma Abele
Hermant, il quale confessa d'aver perduto per proprio conto, questa
volta, il suo scetticismo, contribuisce a combatterlo negli altri con
lo spettacolo di virtù non studiate, senza paludamento, anzi semplici
ed umili. Dove la rappresentazione di qualità sovrumane rischierebbe di
non esser creduta, dove gli effetti convenzionali lascerebbero freddo
il lettore, i casi e le parole di questi personaggi veri e sinceri lo
interessano e lo commuovono. Appunto perchè non ha tesi, la _Famiglia
Valadier_ acquista tanta efficacia quanta corrono pericolo di perderne
i romanzi composti secondo le ricette della «psicologia classica e
ufficiale», quella psicologia della quale Abele Hermant ha ragione di
dire che non ha niente da vedere con la realtà.
_22 decembre 1915._
Paesaggi di pace e paesaggi di guerra.
Tra i Francesi amici nostri, Gabriele Faure ha da tempo un posto
eminente: la maggiore e miglior parte della sua produzione letteraria
è consacrata — l'espressione religiosa non sembri impropria —
all'Italia. I tre volumi delle Heures d'Italie, oltre quello delle
_Heures d'Ombrie, e gli altri quattro sul Pays de St. François
d'Assise, sulla Via Emilia, sulla Route des Dolomites_ e _Autour des
lacs italiens_, sono i documenti della passione con la quale egli
ha studiato il nostro paese: passione, e non semplice curiosità, o
diligenza, o interesse, o dottrina: passione vera e profonda, tenace
e fervido e nostalgico amore. Uno degli stessi suoi romanzi, l'_Amour
sous les lauriers-roses_, si svolge in Italia, sul lago di Como, e il
paesaggio italiano è il galeotto che sospinge gli occhi a Maddalena
Frémeuse ed a Renato Seillon, che scolora i loro visi ed unisce le
loro bocche.... Stendhal, altro italiano d'elezione, disse che un
paesaggio è uno stato d'animo; il Faure, stendhaliano nel sangue, va un
poco oltre: il paesaggio è per lui quasi un personaggio: sente, vive,
parla, suggerisce, persuade. _Paysages passionnés_, appunto, intitolò
l'autore una specie di antologia di pagine descrittive dove i luoghi
non sono tanto rappresentati come apparenza, quanto interpretati come
espressione. Ed oggi egli pubblica un volume di _Paysages littéraires_
meritevolissimo di essere raccomandato ai nostri lettori, non
foss'altro perchè una buona metà dei capitoli concerne l'Italia.