II.

«Spietata» veramente suole riuscire la critica quando si attenta di

scemare o distruggere il fascino esercitato dai grandi scrittori; ma è

colpa della critica se i grandi scrittori, e le grandi scrittrici, non

hanno tutti una grande anima?

Per buona sorte, Gabriele Faure non va incontro a delusioni quando

sceglie altri soggetti, più nobili e puri. Giustamente persuaso che non

è possibile evocare i genii se non nel quadro che fu loro familiare,

egli ascende in reverente pellegrinaggio il poggio di Arquà, entra

nella casa del Petrarca, volge lo sguardo alle colline ed alla pianura

che furono l'ultima visione del cantore di Laura; scende poi, o per

meglio dire ritorna nella verde Umbria e si ferma a contemplare il

paesaggio francescano di Clara Scifi, la madre delle clarisse. Immagini

singolarmente espressive egli trova anche per rivelare l'anima dei

luoghi lamartiniani e stendhaliani, ma il suo più grande fervore è

serbato all'Italia: «Italia, Italia», ripete col Byron, «tu fosti e

sei sempre il giardino del mondo, la patria della Bellezza nell'arte e

nella natura!...».

Un appunto, tuttavia, gli si potrebbe, o per dir meglio gli si poteva

muovere fino a poco tempo addietro; perchè la sua visione del nostro

paese è, talvolta, un poco quella della tradizione: una specie di

«giardino di Armida» — giudica il protagonista dell'_Amore sotto gli

oleandri_ — un luogo, per conseguenza, dove non si fa altro che godere

ed obliare. Sul lago di Como, nel bacino della Tremezzina, a Bellagio,

«tutto è voluttuoso, tutto parla ai sensi, tra gente unicamente intenta

all'amore ed al piacere»; a segno, che quando Lucilla ne fugge e prende

una barca per guadagnare l'opposta riva, il barcaiuolo la guarda «con

aria maliziosa» e le domanda: «_Une histoire d'amour, n'est-ce pas,

signora?_....». Si potrebbe — si poteva — chiedere al Faure il ritratto

di cotesto barcaiuolo, se lo stesso autore non avesse ora scritto

altri due libri: i _Paysages de guerre de France et d'Italie_, e _De

l'autre côté des Alpes: sur le front italien_, dove «quei Francesi

che troppo spesso parlano un poco leggermente dell'Italia» possono

apprendere che questo paese del «languore dei sensi» è anche il paese

dei forti propositi, dei magnanimi ardimenti, dell'indomito coraggio e

dell'eroismo sublime.

Nelle sue visite per le città e le campagne della zona di guerra,

il Faure non può dimenticare d'essere artista; ma il cittadino

della nazione alleata, l'ammiratore dello sforzo italiano pensa al

passato bellicoso di Brescia dinanzi alla sua _Vittoria_ e vi trova

una promessa ed un simbolo; ricorda gli studii fatti sulla scuola di

pittura a Bassano, ma esalta la virtù guerresca della città; giudica

che i palazzi merlati non sembrano più, come un tempo, fuori posto

nella Treviso cui gli apparecchi di guerra hanno oggi conferito

un nuovo aspetto di forza; ammira le pittoresche vedute delle Alpi

carniche, ma anche più gli «splendidi» alpini che ne custodiscono i

passi, ed il «miracolo» del nostro organamento militare; chiede anche

a sè stesso, rileggendo il Carducci, quali parole il poeta di _Ça ira_

troverebbe per cantare la Marna e Verdun, «in quella stessa regione

dell'Argonna e della Mosa che tanto giustamente chiama Termopili della

Francia». «Se egli vivesse ancora», soggiunge, «noi ci volgeremmo

a lui, vegliardo divino, come egli si volgeva a Vittor Hugo, e gli

chiederemmo di cantare anche alle nuove generazioni il canto secolare

del popolo latino:

Canta a la nuova prole, o vegliardo divino,

Il carme secolare del popolo latino;

Canta al mondo aspettante Giustizia e Libertà...».

Al rombo del cannone · 第 69 / 73 题