Tragico caso, egregiamente osservato nella persona di Michele Ortègue.
Escludendo ogni finalità dall'universo, tutto facendo consistere
nei fenomeni, riducendo la coscienza umana ad un epifenomeno, costui
parla ed agisce secondo l'intima logica o la rigorosa necessità della
natura sua. Sposare sulle soglie della vecchiezza una fanciulla fu, a
giudizio dei suoi colleghi, una «pazzia»; si potrebbe anzi giudicare
che fu vera colpa; ma quali scrupoli avrebbero potuto trattenerlo, se
egli era ed è persuaso che non esistono altre leggi fuorchè quelle da
cui il mondo fisico e l'organico sono governati? Amando la giovane,
egli l'ha fatta sua; l'amor proprio gli ha lasciato credere che un
uomo del suo valore può benissimo essere riamato, nonostante l'enorme
differenza degli anni. Quando si sente affetto da una malattia mortale,
accettare che sua moglie muoia con lui, gioire del patto, pretenderne
la esecuzione, sono cose anch'esse, secondo lui, naturalissime; perchè,
in nome di quale principio, per virtù di quale precetto potrebbe egli
rinunziare ad un sacrifizio che è prova d'amore, che appaga la sua
vanità, che lo farà segno all'invidia del mondo, che solletica così
le sue passioni?... La mostruosa presunzione crolla ad un tratto,
quando il dottor Marsal gli dà a leggere la carta dove Caterina ha
significato il proprio rimpianto; crollata la presunzione, che cosa
resta in quell'anima? L'egoismo è mortificato, insanabilmente; la
morte è vicina, inevitabilmente; e perchè vivere ancora un poco, finchè
tutte le fibre saranno incancrenite, se nessuna forza morale aiuta a
sopportare il dolore e se la morte è la distruzione totale dell'essere?
Precipitarsi subito nel nulla: questo un uomo come l'Ortègue farebbe,
e questo precisamente egli fa.
La condotta di Caterina non riesce persuasiva altrettanto. Per
voler morire insieme col marito, ella dovrebbe amarlo d'una passione
immortale. Tale non è la sua. La sua passione è anzi definita «più
immaginaria che reale». In mancanza dell'amore, la pietà, il bisogno
di consolare l'agonia dell'uomo che l'ama, può indurla a consentire
di avvelenarsi con lui; ma il suo è più che un consentimento chiesto
ed ottenuto; è anzi un patto da lei stessa proposto, quasi imposto da
lei: ella stessa esige che il marito le giuri di avvertirla quando avrà
deciso di morire. Può bensì ella avergli tenuto questo linguaggio non
potendo altrimenti dimostrargli che lo ama e dissipare i suoi dubbii,
ma nell'atto che gli ha detto d'amarlo tanto, ha pure soggiunto:
«T'amo.... Non so se è impossibile, se è insensato. So che è»: parole
che avrebbero potuto e dovuto aprire gli occhi ad un uomo meno accecato
dall'amor proprio.
Altri fattori concorrono, è vero, a spiegare l'offerta di Caterina.
Ella sente altamente, prova disgusto per le donne che passano dall'uno
all'altro amore, vuol dimostrare a sè stessa d'essere rimasta fedele ad
uno solo. Ora, turbata sino in fondo all'anima dalla vista del cugino,
dell'eroe giacente sul letto di dolore, ella prevede di cadere nelle
sue braccia se non morrà col marito. Dove sarebbe tuttavia il male?
Poichè il marito è condannato senza rimedio ed ha qualche mese di
vita appena, e poichè il cugino non è neanche egli uomo da contentarsi
d'un amore libero e libertino, ma vorrà anzi sposarla, dopo il lutto
vedovile, dinanzi al mondo ed a quel Dio nel quale fermissimamente
crede, la coscienza di lei non dovrebbe dunque tremare. Dove è detto
che neanche la morte possa restituire la libertà ad una creatura umana,
quando ella stessa non si sente vincolata dalla sua propria passione?
Caterina non ama più d'amore l'uomo a cui è unita, se pure lo ha mai
amato così; ama il cugino, si sente amata da lui; e quando non ha da
far altro che dar tempo al tempo, aspettare che il cancro, il male
organico di cui nessuno è responsabile, compia l'opera sua, dovrebbe
invece giudicare cosa «naturale», cosa «inevitabile», morire insieme
col canceroso?
Quanto è inumano il patto, tanto umano è il pentimento. Logicamente,
necessariamente, ella deve pentirsi e ribellarsi. Se suo marito ne
prova tale disinganno da darsi tosto la morte, deve o soltanto può
ella concepirne un rimorso che la risospinga al suicidio? Dov'è la sua
responsabilità? Ella non ha fatto altro che scrivere per sè stessa il
pensiero suo intimo: quello scritto le è portato via dal dottor Marsal;
egli stesso, ad insaputa di lei, corre a presentarlo al professore. Chi
può chiamarla a renderne conto? Certo, ella deve provare una ambascia
acutissima nel veder morto il compagno della sua vita, l'uomo a cui
aveva promesso di seguirlo sotterra; ma se di questa promessa si pentì,
se questa idea le riuscì intollerabile, se la vita la riprese, e con
essa l'amore e la speranza della gioia, può ella sentirsi ancora legata
dall'orribile patto dinanzi a un cadavere?... Quando il dottor Marsal,
l'abate Courmont e più che altri il cugino di lei si propongono di
strapparle di mano la boccetta del veleno e di persuaderla a vivere,
si può antivedere che non dovranno durare molta fatica per riuscir
nell'intento....