Ciò non vieta che le parole con le quali Ernesto Le Gallic le insegna
la legge della vita e del dolore siano da meditare. Tutto, nella
figura, nelle azioni, nei sentimenti di lui è logico e coerente, come
— sebbene all'opposto polo del mondo morale — in quella di Michele
Ortègue. Quanto è inveterato e quasi viscerale lo scetticismo di
costui, tanto profonda, essenziale è la fede di Ernesto. L'urto delle
due tendenze non può essere evitato: e questo contrasto è l'argomento
sul quale Paolo Bourget ha voluto fermare l'attenzione del lettore.
Dinanzi alla scomposta disperazione del professore monista, dinanzi
alla sua intolleranza del dolore fisico che lo rende morfinomane
ed aggrava così le sue condizioni organiche, dinanzi alla sua
incapacità di sopportare il dolore morale, dinanzi all'incontinenza
sentimentale che lo spinge a fare una scena di gelosia al ferito,
al morente, lui morente, torturandosi e torturandolo; dinanzi alla
fiacchezza dell'animo suo che lo induce a fuggire la vita prima del
tempo, mentre ancora potrebbe salvare tante altre vite di soldati
sanguinanti per la Patria — di fronte a questa insania la serenità di
Ernesto Le Gallic, la forza con la quale egli soffre e reprime la sua
passione per Caterina, tacendola a lei e negandola a sè stesso; la
bontà, l'indulgenza, la ragione che oppone ai sarcasmi del frenetico
sospettoso, la rassegnazione con la quale vede avvicinarsi la morte,
l'eloquenza della sua fede destini dell'anima rifulgono ed ammoniscono.
Egli non trionfa effettivamente del rivale, non lo converte. Persuade
la donna secretamente amata a vivere, ma nè l'impresa era molto ardua,
nè Caterina è da lui rimessa sulla via della fede: al contrario, ella
continua a dubitare. Molto agevolmente il Bourget avrebbe potuto
mostrarla ricreduta. Fanciulla, costei era stata religiosissima;
solo la disciplina scientifica del padre e del marito avevano potuto
distoglierla dal sentimento del divino. L'eroe che ella ama, e che
l'ama, potrebbe, morendo, restituirla alla Chiesa. Si può dire qualche
cosa di più: l'ufficio di sostenere la necessità della preghiera non
dovrebbe naturalmente essere conferito a lei, alla donna?
Se l'autore non ha fatto così, è segno che non ha voluto. Vi è
dentro di lui come una specie di rivalità fra l'artista intento
a rappresentare la vita e il moralista ansioso di diffondere un
insegnamento. L'efficacia della sua opera d'arte può talvolta essere
qua e là menomata dal preconcetto, ma l'artista prende tosto la sua
rivincita. È lui quello che ha impedito a Ernesto Le Gallic di operare
conversioni. Michele Ortègue nega fino all'ultima sua ora, fino ad
uccidersi, stoicamente; Caterina continua a dubitare. Ella accetta di
vivere per gli altri, si prodiga ai sofferenti, sino all'esaurimento;
ma ignora se le sarà tenuto conto, altrove, dell'opera sua. Talvolta lo
spera; le pare talvolta che una voce le dica grazie; ma non sa da che
parte le venga. Che importa, se l'opera è santa?
Ed il suo dubbio, più artistico — cioè più vero — è anche, senza
paradosso, più persuasivo. La conversione potrebbe sembrare
voluta, artifiziata, falsa; l'incertezza, invece, l'esitazione,
l'interrogazione sono atteggiamenti proprii dello spirito umano.
L'importante è che questi problemi lo occupino. Il merito di Paolo
Bourget è quello di averli proposti, oggi che il fiore della gioventù
s'immola sull'altare della Patria, oggi che tutte le forze, tutti i
valori morali devono essere chiamati a raccolta per la vittoria.
_23 novembre 1915._