Michele Ortègue, celebre chirurgo, operatore infallibile, insegnante
illustre, sposa a quarantaquattro anni una giovanetta di venti.
Positivista, materialista, assertore dei soli fatti che cadono
sotto l'impero dei sensi, negatore d'ogni altra verità che non
sia dimostrabile per via di esperimento, egli si vergogna di aver
condisceso a contrarre il matrimonio religioso. Gli scrupoli della
suocera gliel'hanno imposto, non già quelli della moglie: costei ne
avrebbe anzi fatto a meno anche lei. Figlia e moglie di scienziati,
Caterina è spregiudicata come il padre ed il marito. E del marito
che potrebbe esserle padre la vediamo anche innamorata. La vediamo
innamorata a segno che un giorno, quando Michele Ortègue, deperito e
languente, scopre di avere un cancro allo stomaco, e quando anch'ella
apprende l'orribile verità, restando esclusa per la stessa natura del
male qualunque speranza di guarigione, volendo anzi l'infermo sottrarsi
agli spasimi insopportabili mediante un veleno, ella gli offre di
trangugiarlo insieme: patto accettato con gioia ineffabile e con
infinita gratitudine, perchè massima ed unica prova d'un amore forte
come la morte.
La gioia dell'infermo è tanto più grande perchè un dubbio si era
insinuato nell'animo suo. Allo scoppio della guerra il tenente Ernesto
Le Gallic, cugino di sua moglie, era apparso un momento nella clinica
durante una breve missione militare, reduce dalla frontiera, diretto
un'altra volta al campo, e il professore precocemente invecchiato a
cinquantun anno, già in preda ai primi sintomi del male più che mai
scettico nell'anima, aveva temuto che il paragone col giovane soldato,
bello e prode, pieno di vita, ardente d'amor patrio e di fede in Dio,
gli dovesse recare troppo pregiudizio. Se invece Caterina è ora pronta
a morire con lui, non ha egli ragione di sentirsene rassicurato e
insuperbito? Non trionferà della vita, inducendo una giovane vita ad
immolarsi per lui?...
Sennonchè ella ha promesso per compassione del sofferente, non per
amore. Ha voluto alleviargli la pena atroce della morte a cui si
sa condannato, ha voluto dargli un'ultima illusione ed un conforto
estremo.... Improvvisamente il tenente torna alla clinica. Vi
torna dentro una barella, gravemente ferito. Caterina, infermiera
espertissima, si dà tutta all'ufficio pietoso; il professore, pure
curando il ferito, ricomincia a provare più acuti i morsi della
gelosia. Il suo tormento cresce a dismisura, ora che si sente
attanagliate le viscere dal male senza perdono. Ma non ha egli la
promessa della moglie? Non è veramente giunta l'ora di chiederne il
mantenimento? Se Caterina dirà ancora di sì, se prenderà il veleno
con lui, non vorrà dire che l'ama, che ama lui unicamente? Ella è
infatti pronta al gran passo; ma egli non ne resta, come già un tempo,
riconfortato. Ora i dubbii lo assalgono e assillano. Morirà ella per
amore, o non piuttosto per punto d'onore, per non disdire la parola
data?...
Questo, realmente, e non l'altro, è il sentimento di Caterina.
L'eroismo del cugino ha trionfato dell'egoismo del marito. Ella è
turbata sino alle radici dell'essere: come morire, quando l'anima sua
rifiorisce? Non osa dirlo, ma non può neanche nasconderlo del tutto: lo
confida a un foglio di carta. Il dottor Marsal, conoscendo la decisione
del duplice suicidio imminente, e dubitando della sincerità della
donna, porta quel foglio al professore, per salvarla. Quando Ortègue
legge la confessione non da più in ismanie: una gran calma invade anzi
il suo spirito. Ora egli sa, e l'accertamento della realtà, la nozione
della verità, per un indagatore della sua tempra, per uno scienziato
che non ha saputo nè voluto far altro fuorchè verificare i fatti, è già
una gran cosa, è come la soddisfazione di un istinto irrefrenabile. Ma,
con la luce, una nuova persuasione si compie in lui. Quando s'illudeva
ancora sulla natura del sentimento e del consentimento di Caterina,
egli poteva accettarne il sacrifizio; ora non più; permettere ora
che ella muoia, dopo aver saputo che non è spinta dalla passione,
dall'impossibilità di sopravvivergli, sapendo anzi che anela di vivere,
sarebbe un assassinio. Egli non lo commetterà. Non solamente scioglierà
la moglie dal patto di morte, ma al dottor Marsal che lo scongiura di
non darsela, di sottoporsi anzi ad un'operazione per guadagnare qualche
mese di vita, risponde acconsentendo.
Ha finto, ha mentito, per esser lasciato solo. Quando Caterina,
consolata dalle notizie recatele da Marsal, torna presso il marito, lo
trova fulminato da una infezione tossica. Allora anch'ella vuol morire:
ma un altro moribondo la salva: il tenente Le Gallic. Anch'egli ha
concepito, suo malgrado, una tenerezza profonda, un amore inconfessato
e inconfessabile per la cugina. Lo ha negato al marito geloso ed a
sè stesso, ma lo spasimo prodotto in lui dal dramma di cui è stato
spettatore ed attore ha esacerbato la sua ferita: sul punto di morire,
alla vedova del suicida, alla donna secretamente amata, egli addita
nel compimento del bene, nell'esercizio della carità, nella speranza di
un'altra vita, il dovere di vivere.