II.

Più il Quinet conosce la Germania nuova, più ne diffida. Nel quinto

articolo, composto nel 1836, egli denunzia il dissolvimento dell'antico

spiritualismo tedesco, ammonisce la Francia di non rappresentarsi la

rivale «come un Eden popolato da poeti, e l'intera nazione come la

Bella addormentata nel bosco: immagine vera cinquant'anni addietro, ora

non più». La _Giovine Germania_ ha «scoperto» che l'uomo è di carne

e d'ossa, e si è quindi messa a sciogliere inni al corpo. Ubbriacati

dalle lodi che il mondo aveva loro tributate, i Tedeschi hanno preso

coscienza di sè, e la febbre dell'orgoglio li ha assaliti. Ma, dopo la

prima ebbrezza, si sono guardati attorno: hanno visto che il loro paese

è chiuso, in terra, tra la Francia e la Russia, e che l'Inghilterra lo

blocca dal mare. «Hanno cercato allora quale grande pensiero portassero

in sè per rinnovare il mondo, e hanno trovato la _teutomania_....» La

parola è pronunziata dal Quinet nel 1842, e gli serve per intitolare

il nuovo articolo, nel quale l'autolatria, già entrata nel cuore della

Germania prima ancora di aver conseguito l'unità politica ed ottenuto

il predominio militare, è denunziata con parole gravi. Ma più gravi

di tutte, veramente terribili, sono quelle che il polemista scrive

dall'esilio, nel 1867, dopo Sadowa.

In questo nuovo studio, intitolato _Francia e Germania_, egli comincia

con l'avvertire che la vittoria prussiana non è soltanto il segno d'una

crisi, che è anzi la rivelazione «di un nuovo stato del mondo». L'unità

tedesca non può più essere impedita da nessuno, ma essa non si viene

conseguendo «con la giustizia e la libertà, bensì con l'ingiustizia

e l'arbitrio». I Tedeschi sono ora convinti di aver conquistato

il dominio degli spiriti in Europa, «e tengono per fermo che tutto

emana da loro: scienza, poesia, arte, filosofia, e che il mondo è

divenuto loro discepolo. A cotesta presunta sovranità che cosa manca

ancora? La forza. Ecco che se ne sono, ora, impadroniti. Per loro,

non c'è soltanto un impero di più nel mondo, è avvenuta senz'altro la

sostituzione dell'êra germanica all'êra dei popoli latini, relegati in

un piano inferiore». Rivolto al popolo tedesco, lo scrittore francese

gli fa osservare: «Fino ad oggi il dispotismo prussiano è stato

violento, iniquo, ma non si è data la pena d'esser falso. Si è servito

di armi palesi: l'audacia, la temerità, la sfida, senza avvelenarle

con la menzogna, e la menzogna è quella che corrompe l'avvenire. Fin

qui, dunque, il principio del diritto, della vita morale, può ancora

essere restaurato e salvato. Ma badate che il momento decisivo non

è ancora giunto. Sarà quello in cui cotesto dispotismo avrà bisogno

di travestirsi, di mutar nome e linguaggio, di mettersi la maschera

della libertà e della democrazia. Allora tutto minaccerà di falsarsi

e snaturarsi. Che faranno quel giorno i Tedeschi? Sarà l'ora dei

tranelli. Vogliono essi cadervi? Quando il dispotismo si travestirà da

democrazia, la democrazia, sempre compiacente, sposerà il dispotismo?

Se mai coteste nozze si celebreranno, dite per sempre addio a quanto

avete conosciuto della vita tedesca: probità dell'intelligenza,

acume, grandezza dello spirito, genio, gloria; tutto sparirà, tutto

naufragherà nella confusione del bene e del male, del giusto e

dell'ingiusto, del vero e del falso»: avvenimento inevitabile, perchè

già «la democrazia tedesca si è riconciliata con chi la calpestava».

Non mancano i liberali, in quel paese, e credono anche d'esser padroni

dell'avvenire; ma s'illudono. Non lasciano essi che l'unità della

patria si compia con la violenza e le conquiste? Come possono dunque

prometter nulla, «dopo la fatalità a cui si rassegnano?». Se questa

fatalità dovesse un giorno ripresentarsi, «nulla impedirà che essi vi

si rassegnino con più filosofia e più pazienza».

Quando si pensa come i Tedeschi si accordarono nel volere la guerra,

sembra propriamente che Edgardo Quinet abbia letto nell'avvenire. Ma

non c'è in lui, come non c'è in nessun uomo, la capacità di antivedere

il futuro: c'è soltanto, come bene avverte il Gautier, «un senso più

intimo delle realtà e delle grandi leggi storiche che si governano».

La riprova è questa: che quando lo studioso non tiene conto di tutti

i fatti, o quando le leggi sono troppo complesse, le sue previsioni

non riescono altrettanto sicure. Fin dal 1842, ad esempio, egli

preannunziava l'alleanza franco-russa: «Gli scrittori tedeschi vogliono

proprio inimicare i due paesi — Francia e Germania — trascurando di

pensare che una sola stretta di mano della Francia e della Russia

potrebbe bene, all'occorrenza, stringere oltre misura i fianchi di

Teutonia?». Ma il Gautier, ponendo in evidenza l'accortezza di questo

giudizio, non avverte che un altro ragionamento porta il Quinet ad

una conclusione contraria: «Avete dimenticato che la Russia era con la

Prussia e con la grande Germania a Lipsia? Ecco, senza parlare degli

interessi comuni, il legame sacro tra loro....». Quando scrive queste

parole, lo stesso Quinet ha dimenticato d'aver detto che la gran rivale

della Germania è la Russia, perchè — e qui ha indovinato — «i Tedeschi

sono fatalmente attratti verso l'Oriente».

Queste ed altre esitazioni e contraddizioni sarebbero tuttavia

trascurabili senza quelle che concernono il principale argomento

delle indagini e delle inquietudini del pubblicista francese. Il

quale, dopo avere denunziato con parole tanto concitate i pericoli

dell'autocrazia prussiana inebbriata dalle sue fortune guerresche,

scrive che «del resto, fra i Tedeschi, la gloria militare non degenera

in superstizione, perchè è dominata dalla gloria dei riformatori,

dei poeti, degli artisti». Lutero, Goethe e Schiller, soggiunge,

«passeranno sempre prima di Blücher. Lo splendore dell'uniforme,

che affascina gli altri popoli, non è la principale magia dall'altra

parte del Reno». E allora egli stesso non teme più ciò che lo ha tanto

spaventato: «Io posso dunque concepire un impero fondato sul fucile

ad ago, e nondimeno incapace di far tutto consistere nel militarismo.

Gli resterebbero, a suo dispetto, forze molto diverse da quelle della

spada».

Al rombo del cannone · 第 49 / 73 题