III.

La verità è che il Quinet aveva troppo amato la Germania, un tempo,

perchè potesse poi odiarla. La detestò certamente quando, tornato

dall'esilio alla caduta del Secondo Impero, vide avverarsi la disfatta

e la mutilazione della patria che egli aveva predette; ma, prima dello

scempio, serbò sempre in cuore qualche cosa della fede nutrita negli

anni più belli.

C'è anche nei suoi giudizii un errore, grave di conseguenze: quello

di procedere per distinzioni troppo radicali fra popolo e popolo,

di assegnare a ciascuno di essi qualità diverse e discordi, e

funzioni separate ed opposte. E sapete, fra parentesi, in che cosa

consisterebbe la parte dell'Italia? «L'Italia ha per sè la libertà

dei costumi, la vita facile, la felicità e l'esaltazione dei sensi, la

noncuranza prodotta dall'abitudine delle rovine; ella ha segnatamente

al suo servizio l'arte, che dovunque altrove è uno sforzo, ed in lei

istituzione divina e naturale». Faremmo torto al nobile scrittore

se ci fermassimo su questa sentenza: non dimentichiamo la simpatia

che egli accordò alla causa nostra, nè i rimproveri acerbi che mosse

alla Francia di Napoleone III per averci abbandonati a Villafranca,

nè l'esortazione che rivolse all'Austria, «di sollevare un momento

la pesante zampa distesa sull'Italia». Ma, per tornare in argomento,

tanto è ancora il credito da lui accordato alla Germania, che riconosce

ai paesi di lingua tedesca «il senso della felicità domestica, le

cure della famiglia, la calma dei costumi tradizionali, la vita

religiosa, la vocazione per la scienza». L'Inghilterra si distingue per

l'industrialismo; l'America del Nord per il culto della libertà; alla

Francia resta riservato l'istinto e l'istituto della civiltà: «da due

secoli la Francia ha posto il suo destino nel farsi organo dominante

della civiltà».

Ora, come non osservare che, precisamente per questa volontà di

dominio, riuscita un giorno troppo molesta alle altre nazioni, tutta

l'Europa si collegò contro la Francia, e che al «sole di Campoformio»

tennero dietro le nebbie della Beresina e le tenebre di Waterloo? Dopo

Napoleone I, scrive il Quinet, è divenuto impossibile che, «per la

_stessa_ causa», si scateni la «gran guerra, la guerra universale».

E qui non cogliamo in fallo il profeta? La guerra universale, oggi,

non si è scatenata per la _stessa_ causa, avendo la Francia saviamente

deposta l'ambizione di primeggiare, ma per una causa _simile_. «Da 15

anni», scrive il Quinet nel 1832, cioè dalla caduta del Primo Impero,

«il posto della Francia resta vuoto; da 15 anni la corona della civiltà

moderna si trascina con lei nel fango. Chiunque può raccattarla e

prenderla a suo talento; non bisogna far altro che chinarsi: chi lo

impedisce?...». Lo impedisce, appunto, una coalizione simile a quella

formatasi contro l'impero napoleonico, e soltanto più vasta, perchè più

forte è il popolo che non ha resistito alla pericolosa tentazione di

raccattare quella corona. Il mondo non è più disposto a tollerare che

nessuno se la ponga in capo; nessuna benevolenza verso la civiltà dà

diritto ad egemonie. Lo stesso Quinet, con un'altra contraddizione che

gli fa onore, dopo avere attribuito ad ogni nazione una parte distinta

nel gran concerto umano, domanda a sè stesso: «Nel caos di opinioni, di

idee, di poesia che si agita in ogni angolo d'Europa, come riconoscere

l'elemento che ciascun popolo vi porta? Lo spiritualismo del Nord,

il materialismo del Mezzogiorno, l'eguaglianza francese, l'industria

inglese tendono a stabilirsi e coesistere ovunque contemporaneamente».

Allora, che cosa concludere? Questo: che tra i voti — se non tra le

profezie — dello scrittore francese, il più bello, il più degno di

avverarsi è che il Reno diventi un giorno «il fiume di alleanza dove si

mescoleranno il genio della Francia e della Germania», e che una nuova

guerra tra le due nazioni debba considerarsi, come in cuor suo egli già

la considera, «guerra civile». Fino ad oggi — oggi più che mai — «il

genere umano è stato in guerra con sè stesso». Composti i dissidii,

cessata «la solitudine dell'orgoglio», il posto degli uomini sia al

focolare «non d'un popolo, ma dell'umanità».

_1.º novembre 1917._

L'Imperatore liberale: FEDERICO III.

Se è vero che «i vituperi di nemico a nemico onta non fanno», le lodi

di nemico a nemico fanno senza dubbio tanto onore a chi meritamente

le ottiene quanto a chi doverosamente le tributa. Che in piena guerra

contro la Germania ancora accampata in terra francese, un Francese, un

membro dell'Istituto, Henri Welschinger, pubblichi una grossa biografia

apologetica di uno dei principali autori delle vittorie del 1870,

di un Hohenzollern, del padre di Guglielmo II, è cosa degna d'esser

notata, particolarmente in Italia, dove le virtù di quell'infelice

sovrano furono conosciute più da vicino e poterono quindi esser meglio

apprezzate.

Al rombo del cannone · 第 50 / 73 题