Quel filosofo esordiente sarebbe rimasto molto stupito se gli avessero
detto che il suo entusiasmo per la Germania avrebbe, di lì a poco, dato
luogo ad un sentimento molto diverso. La prima impressione di doccia
fredda fu da lui provata quando, innamoratosi di Minna Morè e scambiata
con lei la promessa nuziale, conobbe da vicino i fratelli della sposa,
Tedeschi fanatici, inconciliabili nemici della Francia, i quali
indussero la giovanetta a ritirare la parola data. Molto penosa fu
la crisi del disinganno, ma potè essere superata, e qualche anno dopo
Minna sposò Edgardo, e lo rese felice; ma il velo attraverso il quale
egli aveva visto la patria di Arminio gli era intanto caduto dagli
occhi: egli si guardò intorno, prestò attentamente l'orecchio, e vide
e udì ciò che a tutti gli osservatori sfuggiva allora, e doveva ancora
sfuggire per lungo ordine d'anni: «_segni_ in fondo alle cose, come
un mormorio che partiva non si sa donde, indistinto e indefinibile;
conversazioni rare, parole interrotte, improvvisi entusiasmi che
scoppiavano e svanivano come lampi: _la grandezza della Germania_....».
Paolo Gautier, raccogliendo oggi tutti gli articoli nei quali, dal
1831 al 1870, il Quinet avvertì la Francia di ciò che si preparava
nell'animo della nazione rivale, ci dà modo di apprezzare la singolare
chiaroveggenza dello scrittore. Mentre il popolo tedesco pareva ancora,
come era parso a lui stesso nella prima fase dell'ammirazione, e come
forse era stato in altri periodi della sua storia, contemplativo,
meditabondo, rifuggente dalla realtà, incapace di passare dalle idee
agli atti — «annegato nell'infinito», aveva detto la Staël — il Quinet
colse i sintomi del mutamento, dell'orientazione dello spirito pubblico
verso l'attività pratica e politica, dell'aspirazione all'unità
nazionale, dell'ambizione di farsi largo nel mondo: sentimenti e
movimenti già così profondi, «che non resta più a quel popolo se non
afferrare la corona universale».
Queste parole sono del 1842. Undici anni innanzi, scrivendo al
Michelet, Edgardo Quinet annunziava all'amico che le cose erano molto
mutate in Germania dacchè entrambi avevano lasciato quel paese,
«e l'unità tedesca si prepara in modo così minaccioso, che non ho
resistito al bisogno di descriverne i progressi inevitabili». Nella sua
descrizione — un articolo intitolato: _La Germania e la Rivoluzione_
— il Quinet nota che l'antica imparzialità e serenità, che l'apatia
politica e la tendenza al cosmopolitismo hanno dato luogo in Germania
ad una «nazionalità irritabile e collerica»; che la libertà non è tra
i più urgenti bisogni di quel popolo; che il partito democratico, ed
anche il demagogico, hanno fatto pace col Governo della Prussia dopo
che questo ha dato al paese ciò di cui esso è ora cupido: «l'azione,
la vita reale, l'iniziativa sociale», appagando «il repentino
infatuamento per la potenza e per la forza materiale». Tra i governati
e i governanti «c'è una secreta intesa per rimandare l'avvento della
libertà e mettere in comune l'ambizione di conseguire la fortuna di
Federico II». Il dispotismo prussiano è più minaccioso dell'austriaco,
perchè non risiede soltanto nel Governo, «ma nel paese, nel popolo, nei
costumi e nel portamento da _parvenu_ dello spirito nazionale». Benchè
preparati ad apprezzare l'efficacia delle idee, i Francesi si sono
addormentati per quanto concerne «il moto dell'intelligenza e del genio
tedesco»: lo ammirano ingenuamente, credendolo immune dall'ambizione
«di passare dalle coscienze nelle volontà, dalle volontà agli atti,
e di aspirare alla potenza sociale ed alla forza politica». Ma ecco:
quelle idee che dovevano restare incorporee «fanno come tutte le
altre idee apparse nel mondo, e si sollevano contro di noi con tutto
il destino d'una razza, e questa razza si pone sotto la dittatura di
un popolo — il prussiano — non già più illuminato, ma più avido, più
ardente, più esigente, meglio addestrato agli affari. Essa gli affida
le sue ambizioni, i suoi rancori, le sue rapine, le sue astuzie, la
sua diplomazia, la sua gloria, la sua forza.... La Germania è dunque
intenta oggi a sostituire, come suo agente, la Prussia all'impero
d'Austria? Sì: e se sarà lasciata fare, la spingerà lentamente, da
tergo, all'assassinio del vecchio regno di Francia».
Scritte nel 1831, queste parole tolsero il riso al Michelet, come
confessò egli stesso, «per dieci anni». Al loro paragone, le pagine
sull'_Arte in Germania_, composte l'anno appresso, fanno meno
impressione, ma sono anch'esse degne di nota, perchè l'ansia dello
scrittore cerca e trova più sottili ma non meno fondate ragioni
d'inquietudine nella stessa attività fantastica del popolo nemico.
Finora, in Germania, l'arte è stata senza patria; il più grande
scrittore tedesco, Volfango Goethe, si è mantenuto superiore a questa
come a tutte le altre passioni umane; ma già i buoni cittadini sono
sconcertati dalla sua olimpica impassibilità; già i nuovi artisti,
nella musica, nella pittura, in poesia, si accostano al popolo,
attingono alle tradizioni, celebrano i fasti della razza. Se Uhland
è «il Béranger tedesco», Goerres «ha ricevuto la missione di gettare
una volta per sempre nell'arena la massa inerte della Germania e di
scatenare il mostro»: quel Goerres che, per punire l'infedeltà commessa
dall'Alsazia nel farsi francese, proponeva di bruciare la cattedrale
di Strasburgo eretta nel secolo XV dal genio tedesco, e di lasciare
intatta la sola guglia «per l'eterna vendetta dei popoli germanici».