Il Thiers e il Favre sostennero sforzi sovrumani durante le trattative
della pace. «Ci trovavamo», narra il primo al duca di Broglie,
ambasciatore a Londra, «nella posizione d'un esercito ridotto ad
arrendersi a discrezione, cioè nell'impossibilità di resistere. Ho
resistito nondimeno, e talvolta con violenza. Volevano portarci via
tre quarti della Lorena (l'Alsazia era già sacrificata): ne abbiamo
serbato i quattro quinti: ma abbiamo perduto Metz. Bisognava scegliere
tra Metz e Belfort. Volevano togliercele entrambe. Io ho rivolto i
miei sforzi su Belfort, perchè Metz non chiude nulla, mentre Belfort
sbarra la frontiera dell'est, e particolarmente quella della Germania
meridionale. La lotta è durata nove ore. Finalmente ho salvato
Belfort....»
Ma c'era ancora la quistione finanziaria, quell'indennità di cinque
miliardi, il cui annunzio, secondo riferiva il Broglie al Thiers,
aveva prodotto in Londra un «vero scandalo». «Il pubblico inglese»,
soggiungeva l'ambasciatore, «si sente toccato nel vivo. Esso sa che
sarà lui quello che, di buona o mala voglia, pagherà i cinque miliardi,
o almeno il più grosso boccone dell'enorme bottino. La richiesta di
capitali e di numerario che saremo costretti a rivolgere a tutti i
mercati del mondo, ed all'inglese particolarmente, che è il primo, lo
turba straordinariamente. Il pensiero che questo capitale, di cui i
tralasciati lavori della pace aspettavano impazientemente l'impiego, è
sul punto di essergli sottratto per ficcarsi nel tesoro di guerra d'un
esercito ancora conquistatore, l'irrita e lo sdegna.... La _City_ è
come un formicaio su cui la Prussia ha posto il piede....»
Ma forse l'immagine era più bella che fedele, o le formiche si
sentirono impotenti contro il piede; perchè, ad eccezione d'un
tentativo compiuto _in extremis_, «veramente molto insignificante
e tardivo, per aiutarci ad ottenere la riduzione d'un miliardo» —
sono parole del Broglie — e ad eccezione dell'offerta di favorire
l'emissione del prestito, l'Inghilterra non seppe far nulla per
moderare le pretese del vincitore. «Si può dunque dire», conclude
amaramente il Thiers, «che, avendoci abbandonati, l'Europa è il vero
autore del trattato che abbiamo firmato; trattato tanto crudele per lei
quanto per noi, poichè i miliardi che dalla nostra cassa passeranno in
quella prussiana saranno altrettante forze tolte all'Europa _e portate
al dispotismo germanico che si prepara_....»
Sarebbe riuscito veramente difficile far intendere alla Prussia il
linguaggio della moderazione, se le grandi Potenze avessero voluto
veramente, fermamente tenerlo? La discrezione nella vittoria era stata
la legge che il Bismarck si era imposta, e che aveva imposta agli
stessi militari ed al Re, nel 1866. Se qualcuno l'avesse imposta a lui
nel 1871, egli si sarebbe risparmiato l'ammonimento che, perduto il
potere, rivolgeva ai suoi successori, e del quale Gabriele Hanotaux
ha pur ora avvertito il profetico senso: «Il mio timore è che, sulla
via per la quale siamo posti, il nostro avvenire resti sacrificato ai
mutevoli umori del giorno.... Il nostro prestigio e la nostra sicurezza
si affermeranno tanto più durevolmente, quanto più nelle contese che
non ci toccano direttamente ci terremo da parte, e quanto più saremo
insensibili ad ogni tentativo di solleticare e sfruttare la nostra
vanità.... La Germania commetterebbe anche oggi un grosso sproposito,
se nella quistione orientale, e senza avervi un interesse proprio,
volesse prendere partito prima delle altre Potenze più interessate
di lei.... Essa è forse la sola grande Potenza d'Europa che sia meno
tentata da fini raggiungibili solo mediante guerre vittoriose. Il
nostro interesse è quello di conservare la pace.... A questa situazione
dobbiamo conformare la nostra politica: impedire cioè quanto più è
possibile o limitare la guerra: non lasciarci forzar la mano nel giuoco
di carte europee, non lasciarci vincere dall'impazienza, da nessuna
compiacenza a spese del paese, da nessuna nostra vanità come da nessun
incitamento d'amici. Altrimenti, _plectuntur Achivi_....».
_26 agosto 1916._
Un profeta del pangermanesimo: EDGARDO QUINET.
Mathieu de Mirampal, al tempo della Rivoluzione francese, propose di
far viaggiare gli adolescenti in Germania, «per ritardare, grazie ai
rigori del clima, l'età della pubertà». La stravaganza del consiglio,
e quella dei molti contemporanei giudizii intorno all'indole delle
popolazioni teutoniche, può dare un'idea della ignoranza degli
scrittori che li proferirono. Un giorno ci si mise una scrittrice,
colei che fu chiamata Imperatrice del Pensiero per far dispetto a
Napoleone Bonaparte, Imperatore di Francia — e l'_Allemagne_ della
signora di Staël riuscì un'apologia, anzi un'apoteosi. Il bello fu
questo: che gli stessi Tedeschi non vi si riconobbero, e dissero che
l'autrice «nulla ha visto, nulla ha udito, nulla ha capito....».
Corinna meritò quest'accoglienza, perchè non fu sincera: ella esaltò
la Germania per combattere Napoleone che l'aveva sottoposta. E mentre
il suo libro era male accolto tra le genti che portava al cielo,
lo applaudirono invece con gran calore quegli stessi Francesi che
festeggiarono le truppe della Coalizione accampate a Parigi nel 1814.
Perchè Bonaparte era stato dispotico, quei cittadini dimenticarono
che nel despota, intanto, era impersonata la patria, e in odio a lui
gioirono della disfatta, e accettarono come articoli di fede le lodi
tributate dalla Staël ai loro secolari nemici.
È vecchia sentenza che la passione acceca. E la passione politica
continuò ad offuscare la vista dei Francesi durante la Restaurazione
ed al tempo della monarchia di Luglio; per il disagio sofferto sotto
quei regimi, gli spiriti insofferenti si volsero a cercare oggetti
di ammirazione oltre confine. Il romanticismo letterario contribuì
anch'esso a mettere in voga i costumi alemanni; gli stessi progressi
compiuti dalla scienza tedesca accrebbero quel fervore, a segno che
il Michelet scriveva nel 1828: «la _mia_ Germania, il _mio_ Lutero,
il _mio_ Grimm» — e non chiamava _suo_ Giambattista Vico, a cui doveva
pur tanto, e di cui aveva tradotto l'opera. Un altro giovane scrittore
amico del Michelet e destinato anch'egli alla celebrità — Edgardo
Quinet — si recava tre volte in Germania con l'ardore d'un pellegrino,
sposava una Tedesca, chiamava «_nostra_» Eidelberga, e leggendo e
traducendo e presentando ai suoi connazionali la _Filosofia della
storia del genere umano_, dichiarava d'aver trovato nel libro tedesco
«una fonte inesauribile di consolazione e di gioia: mai, no, mai mi è
accaduto di chiuderlo senza avere un'idea più nobile della missione
dell'uomo su questa terra; mai, senza credere più profondamente al
regno della giustizia e della ragione; mai, senza sentirmi più devoto
alla libertà, alla mia patria, e più capace di buone azioni».