Così formato dall'eredità, dall'educazione e dalla vita, egli
doveva cadere in discredito come maresciallo austriaco e conseguire
l'immortalità come scrittore militare. Lasciamo stare le sue vedute
geniali, le sue invenzioni e le sue previsioni nel campo strettamente
tecnico, capaci d'interessare soltanto i competenti; ma poniamo in
evidenza la singolarità d'un uomo che al tempo nel quale un buon
numero di mercenarii e di stranieri entravano a comporre gli eserciti,
scriveva un libro intorno alla «parte morale del nostro mestiere,
che è dovunque negletta od ignorata»; d'uno scrittore che durante il
regno del bastone asseriva: «La prima disciplina consiste nel regnare
sulle anime»; che mentre i governanti avevano una matta paura delle
_baionette intelligenti_, e gl'istruttori lavoravano in piazza d'armi
a ridurre i soldati all'obbedienza cieca ed al perfetto automatismo,
dimostrava la necessità di suscitare la coscienza di sè e il senso
della responsabilità in quelle macchine. Quale credito poteva ottenere
l'originale che nello Stato e nella casta dove imperava il feticismo
delle norme e delle forme, affermava che un articolo da aggiungere
a tutti i regolamenti dovrebbe dare la facoltà di trasgredirli; che
i giovani uscenti dalle scuole debbono disimparare tutte le inutili
cose con tanta fatica cacciate nella mente; che non occorrono maestri
d'armi, bensì maestri d'elevazione, e scuole d'ammirazione, scuole
d'entusiasmo, e scuole — anche — di «disordine»? Non doveva essere
giudicato propriamente eretico e far passare brividi d'orrore per
la schiena dei _feld-marschälle_ pettoruti, compassati e pedanti lo
scrittore secondo il quale gli aiutanti di campo debbono distinguersi,
sì, per il coraggio, l'esattezza, l'intelligenza, ma anche «nel
saper modificare l'ordine che portano, se le circostanze sono
modificate....»? Non doveva sembrare un sovvertitore degli elementari
principii della gerarchia e dell'etichetta colui che voleva vedere
la prima severità esercitarsi sui capi supremi: colui che si vantava
d'aver fatto aspettare Imperatori e Imperatrici, ma non un coscritto;
che giudicava la società dei fantaccini «più pura e delicata che
non quella delle persone della buona società»; che assegnava ad ogni
ufficiale la missione «d'amico, di confidente, di consolatore» dei suoi
uomini, ed affermava che il colonnello dev'essere «il padre e la madre
del reggimento»?
Quando la psicologia non era ancor di moda negli studii, e tanto meno
tra i _ranghi_, il principe di Ligne indagò l'anima di quel grande
fanciullo che è il soldato e gli attribuì tutta la dignità che gli
compete. Ai soldati pensò che bisognerebbe deferire, se non si vuol
sbagliare, il giudizio intorno ai premii da largire ed alle punizioni
da infliggere ai generali; e la più perfetta eguaglianza volle che
regnasse nell'esercito; ma dall'altra parte, e per giusto compenso,
volle anche che l'ordine concernente una «bagattella» fosse tanto sacro
quanto quello che si riferisce alla battaglia, e che al caporale si
portasse tanto rispetto quanto al generale.
Le idee anticipate dal principe hanno fatto strada, ma non è inutile
che i giovani destinati alla carriera militare le meditino sulle
eloquenti pagine dell'autore. Più utile ancora riuscirà, non solamente
ai militari, ma a quanti sentono che la guerra è una dolorosa necessità
e che nella forza consiste, e consisterà finchè l'umana natura non sarà
mutata, la sanzione del diritto; più utile, oggi, ai cittadini cui non
fu dato di poter combattere, ma che seguono con l'ansioso pensiero e
con la fervida speranza i combattenti, riuscirà la lettura delle parole
con le quali il principe di Ligne esalta «il più bello dei flagelli».
Ai predicatori della pace ad ogni costo egli ne dimostra i danni e
propone un formidabile dilemma: «Bisogna scegliere tra l'avere la Pace
perchè si è pronti a fare la Guerra, o avere la Guerra perchè non si
è pronti a farla»; e soggiunge un'altra verità espressa in forma non
meno concettosa: «Giunto il primo giorno della Guerra bisogna pensare
alla Pace, e il primo giorno della Pace bisogna pensare alla Guerra».
Ma non perchè è persuaso della fatalità della lotta, non perchè nutre
tanta passione per il suo mestiere da scrivere: «Il mio stupore è
che si possa sopravvivere ad una battaglia, qualunque ne sia l'esito:
come non morire di dolore se è stata perduta, e di gioia se è stata
vinta?; non perchè dice: «Una battaglia è un'ode di Pindaro: bisogna
mettervi un entusiasmo che confini col delirio»; e non per essere nato
soldato «come altri nasce pittore, poeta o musicista»; non perciò Carlo
di Ligne si può ascrivere tra quei militaristi di professione i cui
viziosi abiti mentali dànno buon giuoco ai mestieranti del pacifismo.
Altra è la personalità di quest'uomo di cuore, di questo avversario
della pena di morte, di questo sentimentale a cui fu possibile amare
tre donne ad un tempo «con la miglior fede del mondo, poichè non le
ingannavo punto: ingannavo, forse, me stesso...». Se la passione lo
acceca in amore fino ad un certo segno soltanto, gli lascia tutta la
sua chiaroveggenza come soldato; e dopo avere dimostrato i danni delle
lunghe paci, l'infiacchirsi dei corpi e delle anime, il prevalere degli
appetiti materiali e degli istinti egoistici; dopo avere esaltato
la necessità della guerra, la bellezza dell'eroismo, la fecondità
del sacrifizio, «io non dirò,» conclude: « — Fate per ciò la guerra;
ma se la ragione, la giustizia, l'onore, l'utilità o la vendetta
fanno gridare _all'armi!_ sia allora consentito ai giovani ufficiali
di gioire, ai vecchi di riprendere il cammino della vittoria, alle
fanciulle ed alle spose di ornare di coccarde i loro innamorati ed i
loro consorti, e si vieti alle vecchie ed ai filosofi di trovarci da
ridire...». La guerra, senza dubbio, porta con sè durezze e crudeltà
inevitabili; «ma bisogna essere uomini: essa non è mestiere da
filosofi!».