II.

Così formato dall'eredità, dall'educazione e dalla vita, egli

doveva cadere in discredito come maresciallo austriaco e conseguire

l'immortalità come scrittore militare. Lasciamo stare le sue vedute

geniali, le sue invenzioni e le sue previsioni nel campo strettamente

tecnico, capaci d'interessare soltanto i competenti; ma poniamo in

evidenza la singolarità d'un uomo che al tempo nel quale un buon

numero di mercenarii e di stranieri entravano a comporre gli eserciti,

scriveva un libro intorno alla «parte morale del nostro mestiere,

che è dovunque negletta od ignorata»; d'uno scrittore che durante il

regno del bastone asseriva: «La prima disciplina consiste nel regnare

sulle anime»; che mentre i governanti avevano una matta paura delle

_baionette intelligenti_, e gl'istruttori lavoravano in piazza d'armi

a ridurre i soldati all'obbedienza cieca ed al perfetto automatismo,

dimostrava la necessità di suscitare la coscienza di sè e il senso

della responsabilità in quelle macchine. Quale credito poteva ottenere

l'originale che nello Stato e nella casta dove imperava il feticismo

delle norme e delle forme, affermava che un articolo da aggiungere

a tutti i regolamenti dovrebbe dare la facoltà di trasgredirli; che

i giovani uscenti dalle scuole debbono disimparare tutte le inutili

cose con tanta fatica cacciate nella mente; che non occorrono maestri

d'armi, bensì maestri d'elevazione, e scuole d'ammirazione, scuole

d'entusiasmo, e scuole — anche — di «disordine»? Non doveva essere

giudicato propriamente eretico e far passare brividi d'orrore per

la schiena dei _feld-marschälle_ pettoruti, compassati e pedanti lo

scrittore secondo il quale gli aiutanti di campo debbono distinguersi,

sì, per il coraggio, l'esattezza, l'intelligenza, ma anche «nel

saper modificare l'ordine che portano, se le circostanze sono

modificate....»? Non doveva sembrare un sovvertitore degli elementari

principii della gerarchia e dell'etichetta colui che voleva vedere

la prima severità esercitarsi sui capi supremi: colui che si vantava

d'aver fatto aspettare Imperatori e Imperatrici, ma non un coscritto;

che giudicava la società dei fantaccini «più pura e delicata che

non quella delle persone della buona società»; che assegnava ad ogni

ufficiale la missione «d'amico, di confidente, di consolatore» dei suoi

uomini, ed affermava che il colonnello dev'essere «il padre e la madre

del reggimento»?

Quando la psicologia non era ancor di moda negli studii, e tanto meno

tra i _ranghi_, il principe di Ligne indagò l'anima di quel grande

fanciullo che è il soldato e gli attribuì tutta la dignità che gli

compete. Ai soldati pensò che bisognerebbe deferire, se non si vuol

sbagliare, il giudizio intorno ai premii da largire ed alle punizioni

da infliggere ai generali; e la più perfetta eguaglianza volle che

regnasse nell'esercito; ma dall'altra parte, e per giusto compenso,

volle anche che l'ordine concernente una «bagattella» fosse tanto sacro

quanto quello che si riferisce alla battaglia, e che al caporale si

portasse tanto rispetto quanto al generale.

Le idee anticipate dal principe hanno fatto strada, ma non è inutile

che i giovani destinati alla carriera militare le meditino sulle

eloquenti pagine dell'autore. Più utile ancora riuscirà, non solamente

ai militari, ma a quanti sentono che la guerra è una dolorosa necessità

e che nella forza consiste, e consisterà finchè l'umana natura non sarà

mutata, la sanzione del diritto; più utile, oggi, ai cittadini cui non

fu dato di poter combattere, ma che seguono con l'ansioso pensiero e

con la fervida speranza i combattenti, riuscirà la lettura delle parole

con le quali il principe di Ligne esalta «il più bello dei flagelli».

Ai predicatori della pace ad ogni costo egli ne dimostra i danni e

propone un formidabile dilemma: «Bisogna scegliere tra l'avere la Pace

perchè si è pronti a fare la Guerra, o avere la Guerra perchè non si

è pronti a farla»; e soggiunge un'altra verità espressa in forma non

meno concettosa: «Giunto il primo giorno della Guerra bisogna pensare

alla Pace, e il primo giorno della Pace bisogna pensare alla Guerra».

Ma non perchè è persuaso della fatalità della lotta, non perchè nutre

tanta passione per il suo mestiere da scrivere: «Il mio stupore è

che si possa sopravvivere ad una battaglia, qualunque ne sia l'esito:

come non morire di dolore se è stata perduta, e di gioia se è stata

vinta?; non perchè dice: «Una battaglia è un'ode di Pindaro: bisogna

mettervi un entusiasmo che confini col delirio»; e non per essere nato

soldato «come altri nasce pittore, poeta o musicista»; non perciò Carlo

di Ligne si può ascrivere tra quei militaristi di professione i cui

viziosi abiti mentali dànno buon giuoco ai mestieranti del pacifismo.

Altra è la personalità di quest'uomo di cuore, di questo avversario

della pena di morte, di questo sentimentale a cui fu possibile amare

tre donne ad un tempo «con la miglior fede del mondo, poichè non le

ingannavo punto: ingannavo, forse, me stesso...». Se la passione lo

acceca in amore fino ad un certo segno soltanto, gli lascia tutta la

sua chiaroveggenza come soldato; e dopo avere dimostrato i danni delle

lunghe paci, l'infiacchirsi dei corpi e delle anime, il prevalere degli

appetiti materiali e degli istinti egoistici; dopo avere esaltato

la necessità della guerra, la bellezza dell'eroismo, la fecondità

del sacrifizio, «io non dirò,» conclude: « — Fate per ciò la guerra;

ma se la ragione, la giustizia, l'onore, l'utilità o la vendetta

fanno gridare _all'armi!_ sia allora consentito ai giovani ufficiali

di gioire, ai vecchi di riprendere il cammino della vittoria, alle

fanciulle ed alle spose di ornare di coccarde i loro innamorati ed i

loro consorti, e si vieti alle vecchie ed ai filosofi di trovarci da

ridire...». La guerra, senza dubbio, porta con sè durezze e crudeltà

inevitabili; «ma bisogna essere uomini: essa non è mestiere da

filosofi!».

Al rombo del cannone · 第 31 / 73 题