I.

Belga di nascita, francese di lingua, di cultura, di spirito, il

principe di Ligne servì la Casa d'Austria. Non fu sua colpa, perchè

allora il Belgio apparteneva agli Absburgo, ed «affinchè non nascano

equivoci», il barone di Heusch, tenente generale nell'esercito del Re

Alberto, avverte nella prefazione ai _Pregiudizii_ che Carlo di Ligne,

«servendo l'Austria, serviva il proprio paese». Se tale è il giudizio

dei suoi concittadini posteriormente costituiti in nazione, non sarà

diverso quello degli stranieri; e poi, che cosa importa oramai lo

stato di servizio del principe; anzi, che cosa ne resta? Di lui restano

soltanto le opere, e qui egli è belga, francese, latino di purissimo

sangue: per gli scritti d'argomento guerresco è annoverato tra i

massimi scrittori militari di Francia; per le composizioni letterarie

la signora di Staël lo definisce «il solo straniero che, trattando il

genere francese, invece di restare imitatore sia divenuto modello».

Ma si può dire qualche cosa di più: giova dire che servendo l'Austria,

compiendo la sua carriera nell'esercito imperiale, il principe di Ligne

non si trovò a suo agio, e che, senza lo straordinario e irresistibile

trasporto per i ludi di Marte, molto probabilmente egli l'avrebbe

troncata anzi tempo. Tale fu la sua vocazione, che udendo parlare, nei

più teneri anni, della morte del Principe Eugenio — altro straniero al

servizio dell'Impero, altra gloria latina e tutta nostra — il bellicoso

fanciullo già si proponeva di prendere il posto dello stratega sabaudo.

«Questo,» dichiara, «fu il primo pensiero di cui io serbi memoria». Il

suo secondo ricordo gli rappresentò la guerra che si combatteva quando

egli cominciava ad avere coscienza di sè, «la guerra,» racconta, «che

mi diede alla testa». Ininterrotte tradizioni militari regnavano nella

sua famiglia; il suo nome era portato da un reggimento di fanteria e

da uno di dragoni; i suoi antenati erano stati generali e marescialli;

maresciallo era suo padre quando faceva impegnare un combattimento

d'avanguardia contro i Prussiani per dare al figliuoletto il battesimo

del fuoco, galoppando al suo fianco, tenendolo per mano e dicendogli:

«Sarebbe grazioso, Carlo, se riportassimo insieme una piccola

ferita!...» E nulla potè agguagliare la soddisfazione e l'alterezza che

invasero l'animo dell'adolescente nel partire per quella prima delle

sue dodici campagne di guerra.

Accoppiando fin da quei cominciamenti la facoltà e l'esercizio della

riflessione con la voglia e l'impeto dell'azione, egli componeva a

quindici anni un _Discorso sulla professione delle armi_; e l'uomo a

cui, da giovane, le figure di Carlo XII e del Condé avevano «impedito

di dormire», doveva più tardi ammonire i giovani: «Se i vostri sogni

non sono popolati da immagini militari, se non divorate i libri di

guerra, se non baciate le orme impresse dal piede dei vecchi soldati,

se non piangete al racconto delle loro battaglie, spogliate subito la

divisa! Guai ai tepidi! Foste anche del sangue degli eroi, foste anche

del sangue degli Dei, se la Gloria non vi procura un continuo delirio,

non vi schierate sotto le bandiere...» Amando dunque il suo mestiere

sopra ogni altra cosa, s'intende come le delusioni non riuscissero a

farglielo abbandonare; ma le delusioni non gli furono risparmiate, e

provennero precisamente dalla incompatibilità mentale e morale che lo

divideva dai supremi reggitori della milizia e della monarchia degli

Absburgo.

L'impossibilità di uniformarsi ai responsi dei Consigli aulici,

di chinare la schiena nelle anticamere della Corte, di compiere le

bassezze necessaire a farsi avanti, lo persuase ad appartarsi: due

volte lo andarono a cercare per offrirgli il comando contro Napoleone

Bonaparte; tutt'e due le volte gli anteposero «quattro invalidi» che si

fecero battere uno dopo l'altro, «quattro poveri ignoranti che avevo

avuti sotto i miei ordini ed ai quali, eccettuato il Clerfayt, non

avrei affidato neanche tre battaglioni». Un'altra volta lord Grenville,

residente inglese a Berlino, chiese al primo ministro austriaco,

il barone Thugut, di affidare al Ligne il comando dell'esercito del

Reno: la proposta britannica non fu neanche trasmessa all'Imperatore.

Un'altra volta il principe fu invitato dal Re di Sardegna, con la

promessa che sarebbe stato preposto al comando supremo delle forze

piemontesi a condizioni eguali a quelle dell'esercito imperiale: questa

volta il Thugut cominciò col sorridere graziosamente, come sul punto

di consentire; ma poi, tratta una riverenza all'inviato sardo, che

era il conte di Castellalfieri, volse ad altro tema il discorso. Il

presuntuoso Cancelliere non poteva perdonare lo spirito mordace col

quale il Ligne aveva fatto ridere di lui, appioppando a quel _parvenu_

il titolo di _Barone della Guerra_ per l'ostinato rifiuto opposto alle

ragionevoli offerte di accomodamento avanzate dalla Francia, e per

contrasto al titolo di _Principe della Pace_ largito dal Re di Spagna

al primo ministro Godoy.

«La sciocchezza e la furberia dei favoriti di Corte, le cattive scelte

che hanno fatte, la negligenza usata verso le brave persone e gli

uomini di valore, hanno distrutto il mio fervore guerresco, che nulla

credevo potesse scemare». A Vienna «l'immaginazione è una pianta tanto

esotica, che le tre o quattro persone che ne posseggono sono pazzi...».

Non sarebbe fuor di luogo trascrivere tutti i saporosi giudizii da lui

dati intorno a quel mondo, a quei sistemi ed all'uomo che li impersonò,

se non importasse maggiormente notare le doti proprie dell'autore,

la vivacità dell'immaginazione, appunto, che fece di questo soldato

un artista; la severità del sentimento del dovere e dell'abito della

disciplina, che fece di questo artista un soldato; la capacità di

freddamente osservare e di caldamente sentire; il mirabile equilibrio

del cuore e dell'intelletto, della dottrina e dell'ispirazione; la

perfetta fusione di qualità non sempre concordi, anzi, e per disgrazia,

ordinariamente contrastanti.

Al rombo del cannone · 第 30 / 73 题