III.

E tanta è la lucidità di questo assertore della guerra, che egli non

se ne dissimula il grande nemico: il prepotente istinto della vita, il

sentimento della paura. «Fra tutti gli animali il più pauroso è l'uomo.

È chiaro che la paura ci rende le più maldestre creature. Consiste essa

in una specie di ragionamento che c'impedisce di fare ciò che i più

pigri e tardi animali fanno tutti i giorni. Con un poco di coraggio,

noi salteremmo tanto bene quanto le scimmie, e cadremmo forse da un

terzo piano come i gatti, senza farci male. Si è visto mai la lepre,

che non gode fama d'essere la bestia più animosa, temere il tuono, o la

cerva spaventarsi degli spettri?... Quante brave persone non tremano al

pensiero di trovarsi sole in un bosco durante la notte e la tempesta?

A quante il vento non impedisce di dormire?... E come mai l'uomo non

avrebbe paura del fuoco? Ne ha tanta dell'acqua! È il solo fra tutti

gli animali che non sappia nuotare. Non c'è cinghiale che non ne sia

capace, venendo al mondo. Non appena noi vi entriamo, già si lavora a

sgomentarci. Balie, governanti, precettori, frati, parenti: tutti ci

minacciano, tutti ci intimidiscono....»

Contro i deplorevoli effetti di questa congiura egli sostiene l'utilità

degli esercizii fisici ardimentosi, la necessità di una scuola del

pericolo, l'immensa efficacia dei fattori morali. Per quest'uomo

pugnace la guerra è fiducia nella forza, volontà di vincere, tensione

della volontà, impetuosità di assalto. «Bisogna ostentare l'offensiva,

anche quando si è costretti, per una moltitudine di circostanze che

del resto non dovrebbero mai avverarsi, a mantenersi sulla difensiva.»

E non gli parlate dei temporeggiatori: Cesare, Alessandro, Annibale,

Pirro, Scipione sono i santi del suo calendario: Fabio non vi ha

posto: «la stessa temerità è talvolta prudenza». La precauzione

deve nascondersi, restare tutta interiore; solo l'audacia ha da

manifestarsi. Nulla vi dev'essere d'impossibile; bisogna fare cose

straordinarie sapendo che si possono fare: «Siate certi che un capitano

di dragoni lanciato a briglia sciolta può vincere una battaglia». Per

compiere «passabilmente» il proprio dovere, bisogna compierlo «tre

volte»; e ancora: «Per fare il proprio dovere bisogna fare più del

proprio dovere. La gloria è qualche cosa di tanto raro, che bisogna

procacciarsene quanto più si può...».

La guerra d'oggi è diversa da quella d'un tempo, ma non tanto che le

parole di questo maestro non siano da meditare. C'è, sì, qualche foglia

secca in questa sua fiorita; c'è qualche paradosso e qualche sofisma;

ma scegliendo di pagina in pagina si potrebbe comporne un _vade-mecum_,

una Bibbia del soldato; ed egli ha veramente ragione di dire ai critici

che i suoi libri tengono luogo di un'intera biblioteca, contenendo

tutto il succo della scienza delle armi come la fiala contiene un

elisir.

_16 luglio 1916._

Al rombo del cannone · 第 32 / 73 题