E tanta è la lucidità di questo assertore della guerra, che egli non
se ne dissimula il grande nemico: il prepotente istinto della vita, il
sentimento della paura. «Fra tutti gli animali il più pauroso è l'uomo.
È chiaro che la paura ci rende le più maldestre creature. Consiste essa
in una specie di ragionamento che c'impedisce di fare ciò che i più
pigri e tardi animali fanno tutti i giorni. Con un poco di coraggio,
noi salteremmo tanto bene quanto le scimmie, e cadremmo forse da un
terzo piano come i gatti, senza farci male. Si è visto mai la lepre,
che non gode fama d'essere la bestia più animosa, temere il tuono, o la
cerva spaventarsi degli spettri?... Quante brave persone non tremano al
pensiero di trovarsi sole in un bosco durante la notte e la tempesta?
A quante il vento non impedisce di dormire?... E come mai l'uomo non
avrebbe paura del fuoco? Ne ha tanta dell'acqua! È il solo fra tutti
gli animali che non sappia nuotare. Non c'è cinghiale che non ne sia
capace, venendo al mondo. Non appena noi vi entriamo, già si lavora a
sgomentarci. Balie, governanti, precettori, frati, parenti: tutti ci
minacciano, tutti ci intimidiscono....»
Contro i deplorevoli effetti di questa congiura egli sostiene l'utilità
degli esercizii fisici ardimentosi, la necessità di una scuola del
pericolo, l'immensa efficacia dei fattori morali. Per quest'uomo
pugnace la guerra è fiducia nella forza, volontà di vincere, tensione
della volontà, impetuosità di assalto. «Bisogna ostentare l'offensiva,
anche quando si è costretti, per una moltitudine di circostanze che
del resto non dovrebbero mai avverarsi, a mantenersi sulla difensiva.»
E non gli parlate dei temporeggiatori: Cesare, Alessandro, Annibale,
Pirro, Scipione sono i santi del suo calendario: Fabio non vi ha
posto: «la stessa temerità è talvolta prudenza». La precauzione
deve nascondersi, restare tutta interiore; solo l'audacia ha da
manifestarsi. Nulla vi dev'essere d'impossibile; bisogna fare cose
straordinarie sapendo che si possono fare: «Siate certi che un capitano
di dragoni lanciato a briglia sciolta può vincere una battaglia». Per
compiere «passabilmente» il proprio dovere, bisogna compierlo «tre
volte»; e ancora: «Per fare il proprio dovere bisogna fare più del
proprio dovere. La gloria è qualche cosa di tanto raro, che bisogna
procacciarsene quanto più si può...».
La guerra d'oggi è diversa da quella d'un tempo, ma non tanto che le
parole di questo maestro non siano da meditare. C'è, sì, qualche foglia
secca in questa sua fiorita; c'è qualche paradosso e qualche sofisma;
ma scegliendo di pagina in pagina si potrebbe comporne un _vade-mecum_,
una Bibbia del soldato; ed egli ha veramente ragione di dire ai critici
che i suoi libri tengono luogo di un'intera biblioteca, contenendo
tutto il succo della scienza delle armi come la fiala contiene un
elisir.
_16 luglio 1916._