Si potrà sostenere, almeno, che questa impudenza è incosciente come
forse è incosciente l'impudicizia? Neanche. Molte cose, troppe cose
mancano a Maria Carolina, fuorchè l'intelligenza. La sua immaginazione
«fermenta», ella «sente» tutto, «prevede» tutto; vive molto «con sè
stessa» ed è capace di esaminarsi «senza onta nè repugnanza». Lampi di
verità, allora, la abbagliano: «Vorrei punire il delitto e perdonare
gli individui; ma, come tutti i paurosi e codardi, noi crediamo che
la crudeltà premunisca, e quella che esercitiamo, da cui repugnano gli
stessi giudici che vi sono costretti, finisce con l'alienarci i pochi
cuori rimasti affezionati». Paura e codardia: ella stessa pronunzia la
sentenza tremenda: ma conoscersi, avere coscienza dei proprii vizii,
non è il primo, il più gran passo sulla via dell'emenda? Sì, quando
la passione non è più forte; e le passioni della Regina sono tutte più
forti: l'orgoglio e la superbia prevalgono, il bisogno della vendetta è
irresistibile, l'appetito del potere, la sete del dominio, la voluttà
dell'intrigo, la vanità regale, il fanatismo feudale, l'odio contro
la libertà dissipano i buoni propositi, i consigli della prudenza, le
velleità di rinunzia.
Dieci, cento, mille volte, nella previsione delle catastrofi, in mezzo
alle rovine, assicura che tutto è finito per lei, che un convento
l'aspetta, che senza la religione si darebbe la morte, che «aborre
e detesta» il suo mestiere di Regina esercitato malamente, che vuole
rinunziare a quel «cane di mestiere», che intende d'ora innanzi vivere
da privata compiendo «gli atti di virtù di cui sono capace», che ha
bisogno di farsi «dimenticare», che invidia chi «zappa la terra», che
non chiede altro se non «una pensione, un giardino, qualche libro, i
pennelli, le matite, un pianoforte», per vivere meditando e componendo
le sue memorie, e che farà incidere sul portone della sua casa: «_Qui
non si parla nè di monarchi, nè dì governi, nè di politica, e neanche
delle notizie delle gazzette_»; ma tutte le volte, ed ogni volta più
ostinatamente, riprende, vuole riprendere, muove cielo e terra per
riprendere il suo posto, e giura che sosterrà la sua parte «finchè ci
sarà olio nella lampada», che lotterà «finchè avrò una goccia di sangue
nelle vene», che compirà il suo dovere «fino alla tomba»!
Ella stessa dà la chiave di questa continua e stridente contraddizione.
«Se fossi soltanto privata cittadina, mi piegherei facilmente....
ma Regina!... Parlerò, e il mondo intero mi restituirà la sua stima.
Sono la figlia di Maria Teresa!...» Il male è che, essendo figlia di
Maria Teresa, volendo levarsi all'altezza della madre, non le tocca i
ginocchi. I suoi disegni politici sono un arruffio, un guazzabuglio di
assurdità. Arriva ad avere una singolare visione: l'Italia fiorente,
rifiorente, affidata ai posteri uniti e concordi in modo da rendere
impossibile che «la bella contrada» sia soggiogata mai più: ma sono
idee «inutili», riconosce, che non potranno effettuarsi «se non
quando la nostra esistenza sarà dimenticata». Di tradurre in realtà la
visione, di fare almeno qualche tentativo, di scernere se non altro la
via per la quale ci si potrà arrivare, ella non possiede la capacità.
Si contenta di pensare che se Gustavo di Svezia o Giuseppe II vivessero
ancora, direbbe loro: «Osate, affezionatevi l'esercito, i baroni ricchi
e potenti, lanciate ai popoli nobili manifesti, parlate il linguaggio
dell'intelligenza, dell'amor proprio, guadagnatevi i cuori e procurate
con ogni mezzo di divenire Re d'Italia....»; ma quei sovrani sono morti
e sepolti, e non avendo «nè l'energia, nè la potenza, nè il carattere,
nè la perseveranza, nè i mezzi loro, bisogna piegare sotto il
giogo....» L'amore di sè soffre, assicura — e non è difficile crederla!
— «nel fare questa confessione che mi è costata molte lagrime»; ma la
sincerità non ritorna, come non tornano i lampi della verità; torna
invece la presunzione, ricominciano le smanie, le manie, le insanie,
l'impossibilità di accettare le lezioni della vita, di sottostare alle
leggi della realtà.
Da Palermo, dove si è rifugiata, giudica preferibile «entrare in
un monastero piuttosto che vedermi insultata nei miei Stati»; ma
poi l'idea di vivere da semplice privata in Germania le riesce
intollerabile «per punto d'onore»; ed a Vienna, dove si ritrova
«Regina di nome e cittadina di fatto», dove la resistenza alla Francia
non è ostinata quanto ella vorrebbe, dove i parenti e la figlia non
la trattano come pretende esser trattata, a Vienna rigurgitante di
generali «da sputarci sopra», le è impossibile vivere; sennonchè,
quando torna a Napoli e trova che le cose vanno ancora peggio di
prima, riprende a dichiarare che preferirebbe «zappare la terra al mio
paese, piuttosto che vivere qui....» Non si accorge di portare con sè,
dovunque, le ragioni dello scontento. Si sdegna contro l'ambasciatore
francese Alquier che la giudica affetta da «demenza convulsiva», ma
ella stessa non confessa che si sente «ammalata di rabbia», in «uno
stato violento», e che teme di morire — come infatti morrà, nove anni
dopo — «d'un colpo apoplettico»? I freni morali non funzionano in
lei: scatta al minimo impulso, avventa giudizii spaventevoli contro i
suoi più prossimi, contro il Re che poi protesta di voler rispettare
e di «non voler porre in ridicolo»; contro i suoi parenti austriaci,
contro l'Imperatore che ha precipitato la monarchia d'Absburgo
«nell'obbrobrio» e che ne ha assicurato «lo sprofondamento»; contro i
parenti di Spagna, la cui Corte è un «_infâme tripot_», la cui Regina
è una «_vieille catin_»; contro il Papa, che dice di rispettare come
discendente di San Pietro, ma che «come sovrano è infame e merita il
disprezzo universale»; contro gli Inglesi e i Russi, che ha portati al
cielo quando si è alleata con loro, ma che, non appena la scontentano,
diventano «infami, saccheggiatori, egoisti, vili, implacabili e perfidi
nemici».