II.

Si potrà sostenere, almeno, che questa impudenza è incosciente come

forse è incosciente l'impudicizia? Neanche. Molte cose, troppe cose

mancano a Maria Carolina, fuorchè l'intelligenza. La sua immaginazione

«fermenta», ella «sente» tutto, «prevede» tutto; vive molto «con sè

stessa» ed è capace di esaminarsi «senza onta nè repugnanza». Lampi di

verità, allora, la abbagliano: «Vorrei punire il delitto e perdonare

gli individui; ma, come tutti i paurosi e codardi, noi crediamo che

la crudeltà premunisca, e quella che esercitiamo, da cui repugnano gli

stessi giudici che vi sono costretti, finisce con l'alienarci i pochi

cuori rimasti affezionati». Paura e codardia: ella stessa pronunzia la

sentenza tremenda: ma conoscersi, avere coscienza dei proprii vizii,

non è il primo, il più gran passo sulla via dell'emenda? Sì, quando

la passione non è più forte; e le passioni della Regina sono tutte più

forti: l'orgoglio e la superbia prevalgono, il bisogno della vendetta è

irresistibile, l'appetito del potere, la sete del dominio, la voluttà

dell'intrigo, la vanità regale, il fanatismo feudale, l'odio contro

la libertà dissipano i buoni propositi, i consigli della prudenza, le

velleità di rinunzia.

Dieci, cento, mille volte, nella previsione delle catastrofi, in mezzo

alle rovine, assicura che tutto è finito per lei, che un convento

l'aspetta, che senza la religione si darebbe la morte, che «aborre

e detesta» il suo mestiere di Regina esercitato malamente, che vuole

rinunziare a quel «cane di mestiere», che intende d'ora innanzi vivere

da privata compiendo «gli atti di virtù di cui sono capace», che ha

bisogno di farsi «dimenticare», che invidia chi «zappa la terra», che

non chiede altro se non «una pensione, un giardino, qualche libro, i

pennelli, le matite, un pianoforte», per vivere meditando e componendo

le sue memorie, e che farà incidere sul portone della sua casa: «_Qui

non si parla nè di monarchi, nè dì governi, nè di politica, e neanche

delle notizie delle gazzette_»; ma tutte le volte, ed ogni volta più

ostinatamente, riprende, vuole riprendere, muove cielo e terra per

riprendere il suo posto, e giura che sosterrà la sua parte «finchè ci

sarà olio nella lampada», che lotterà «finchè avrò una goccia di sangue

nelle vene», che compirà il suo dovere «fino alla tomba»!

Ella stessa dà la chiave di questa continua e stridente contraddizione.

«Se fossi soltanto privata cittadina, mi piegherei facilmente....

ma Regina!... Parlerò, e il mondo intero mi restituirà la sua stima.

Sono la figlia di Maria Teresa!...» Il male è che, essendo figlia di

Maria Teresa, volendo levarsi all'altezza della madre, non le tocca i

ginocchi. I suoi disegni politici sono un arruffio, un guazzabuglio di

assurdità. Arriva ad avere una singolare visione: l'Italia fiorente,

rifiorente, affidata ai posteri uniti e concordi in modo da rendere

impossibile che «la bella contrada» sia soggiogata mai più: ma sono

idee «inutili», riconosce, che non potranno effettuarsi «se non

quando la nostra esistenza sarà dimenticata». Di tradurre in realtà la

visione, di fare almeno qualche tentativo, di scernere se non altro la

via per la quale ci si potrà arrivare, ella non possiede la capacità.

Si contenta di pensare che se Gustavo di Svezia o Giuseppe II vivessero

ancora, direbbe loro: «Osate, affezionatevi l'esercito, i baroni ricchi

e potenti, lanciate ai popoli nobili manifesti, parlate il linguaggio

dell'intelligenza, dell'amor proprio, guadagnatevi i cuori e procurate

con ogni mezzo di divenire Re d'Italia....»; ma quei sovrani sono morti

e sepolti, e non avendo «nè l'energia, nè la potenza, nè il carattere,

nè la perseveranza, nè i mezzi loro, bisogna piegare sotto il

giogo....» L'amore di sè soffre, assicura — e non è difficile crederla!

— «nel fare questa confessione che mi è costata molte lagrime»; ma la

sincerità non ritorna, come non tornano i lampi della verità; torna

invece la presunzione, ricominciano le smanie, le manie, le insanie,

l'impossibilità di accettare le lezioni della vita, di sottostare alle

leggi della realtà.

Da Palermo, dove si è rifugiata, giudica preferibile «entrare in

un monastero piuttosto che vedermi insultata nei miei Stati»; ma

poi l'idea di vivere da semplice privata in Germania le riesce

intollerabile «per punto d'onore»; ed a Vienna, dove si ritrova

«Regina di nome e cittadina di fatto», dove la resistenza alla Francia

non è ostinata quanto ella vorrebbe, dove i parenti e la figlia non

la trattano come pretende esser trattata, a Vienna rigurgitante di

generali «da sputarci sopra», le è impossibile vivere; sennonchè,

quando torna a Napoli e trova che le cose vanno ancora peggio di

prima, riprende a dichiarare che preferirebbe «zappare la terra al mio

paese, piuttosto che vivere qui....» Non si accorge di portare con sè,

dovunque, le ragioni dello scontento. Si sdegna contro l'ambasciatore

francese Alquier che la giudica affetta da «demenza convulsiva», ma

ella stessa non confessa che si sente «ammalata di rabbia», in «uno

stato violento», e che teme di morire — come infatti morrà, nove anni

dopo — «d'un colpo apoplettico»? I freni morali non funzionano in

lei: scatta al minimo impulso, avventa giudizii spaventevoli contro i

suoi più prossimi, contro il Re che poi protesta di voler rispettare

e di «non voler porre in ridicolo»; contro i suoi parenti austriaci,

contro l'Imperatore che ha precipitato la monarchia d'Absburgo

«nell'obbrobrio» e che ne ha assicurato «lo sprofondamento»; contro i

parenti di Spagna, la cui Corte è un «_infâme tripot_», la cui Regina

è una «_vieille catin_»; contro il Papa, che dice di rispettare come

discendente di San Pietro, ma che «come sovrano è infame e merita il

disprezzo universale»; contro gli Inglesi e i Russi, che ha portati al

cielo quando si è alleata con loro, ma che, non appena la scontentano,

diventano «infami, saccheggiatori, egoisti, vili, implacabili e perfidi

nemici».

Al rombo del cannone · 第 10 / 73 题