Dice la cronaca scandalosa, e rammenta anche il Welschinger nella
prefazione ai due grossi volumi, che la Regina di Napoli aveva
accordato al Gallo, oltre l'amicizia, qualche altra cosa; ma chi
pensasse di trovarne qui le prove resterebbe disingannato. Non c'è una
sola parola che attesti l'intima natura dei rapporti della sovrana
col vassallo; Maria Carolina si firma _maîtresse_, cioè padrona,
non già amante del suo ambasciatore e ministro, e gli tiene bensì il
linguaggio della massima confidenza, gli parla «a cuore aperto», lo
mette a parte di tutti gli avvenimenti del regno e di tutta la cronaca
della reggia, gli scrive in cifra e col succo di limone cose che
divulgate le recherebbero molto pregiudizio e gli raccomanda perciò di
bruciare queste sue lettere; gli professa anche un'amicizia «eterna»,
una stima «eterna» altrettanto; lo giudica amico «perfetto», spera
di vivere ancora vicino a lui e di finire i proprii giorni accanto al
«vecchio amico» a cui dice addio «sino alla tomba»; ma tutte queste,
ed altre espressioni similmente ampollose ed enfatiche come vuole il
temperamento della scrittrice, non mettono nessun sapore di romanzo nel
succoso epistolario. C'è qua e là qualche nota salace: la Regina parla
al ministro del male che le fanno le emorroidi e delle operazioni a
cui è stata sottoposta per una fistola; gli manda anche la relazione
dei medici accompagnata da disegni che ella stessa qualifica «molto
indecenti»; ma questa mancanza di pudore potrebbe dimostrare non tanto
l'abbandono dell'amante quanto l'ottusità e l'idiozia morale della
donna. Si legga in quali termini ella parla della sensualità della
nuora e della frigidità del genero, e il dubbio riescirà anche più
legittimo.
La donna, appunto, è quella che noi cerchiamo nella Regina, e poche
altre sovrane dimenticarono tanto la corona e lo scettro nel rivelare
il proprio pensiero quanto Maria Carolina componendo queste sue
lettere. Si dice che Napoleone Bonaparte la definisse: «il solo
uomo delle Due Sicilie», e il giudizio potrebbe essere appropriato,
considerando che razza d'uomo fu il Re suo marito e quali persone lo
circondarono dopo l'allontanamento di Bernardo Tanucci; ma la virilità
di Maria Carolina resta ancora da dimostrare, e in queste pagine, se
mai, ne troviamo prove negative del tutto.
Ella adopera una violenza, una virulenza di linguaggio che non è, come
pare, espressione di forza. Un odio profondo, istintivo, tenace, la
infiamma contro la Francia democratica che ha rovesciato la monarchia
nazionale e minaccia le straniere, che le ha ucciso il cognato e la
sorella. I segni verbali di questo sentimento cieco e inestinguibile si
moltiplicano sotto la sua penna: i Francesi sono «birbanti, briganti,
miserabili, scellerati, maledetti, canaglie, pazzi, forsennati, pirati,
assassini, vandali, tigri, mostri»; il suo augurio è che quella «infame
nazione sia tagliata a pezzi, annichilita, disonorata, ridotta a nulla
per almeno cinquant'anni»; ella non vede altro rimedio che armarsi
in massa contro di lei, «col crocifisso in mano» — l'espressione
è del 1793, e il cardinale Ruffo se ne rammenterà sei anni dopo in
Calabria — nè giudica che vi possa esser salvezza per il mondo se
Parigi non sarà «rasa al suolo»; la sua ultima speranza è riposta in
50 mila Turchi che «saccheggino ogni cosa» — solo i Turchi sono, a
suo giudizio, «franchi e leali» — oppure in 20 mila Albanesi ai quali
direbbe: «Amici miei, saccheggiate, mangiate, rovinate....»; ma, con
tanta sete di vendetta, ella è tutt'altro che sorda ai consigli della
moderazione quando giunge il momento di agire, e se lavora a cementare
la coalizione dei potentati contro la «scelleraggine francese», ordina
all'ambasciatore di tener nascosto questo maneggio, perchè non vuol
essere «compromessa», e se i detestati Francesi appariscono nelle
acque di Napoli per imporsi alla città ed al regno, ella non tenta di
opporsi, di far valere comunque la qualunque sua forza; al contrario:
si piega, e piegandosi, vantandosi «onesta nel cuore», dichiara
che aspetta di cogliere la prima occasione per mostrare il vero suo
animo....
Questa potrebb'essere prudenza, e non sarebbe perciò da confondere
con la viltà, tanto più che verrà la volta quando la Regina sarà
temeraria e spingerà la monarchia alla rovina; ma nella mancanza di
misura, precisamente, nel procedere così per pavide sottomissioni ed
aggressioni spavalde, si rivela la mancanza di forza vera, di energia
schietta e durevole, di resistente e indomabile coraggio. «_Paura,
paura e ancora paura_», scrive nel giugno del 1794; «è orribile a
dirsi, ma vero». Di questa paura che addebita ai circostanti, ella
stessa è partecipe. Quando afferma: «Se dobbiamo perire, bisogna
che ciò avvenga per disgrazia, e non per mancanza di energia e di
coraggio»; quando dice che ha deciso di contendere il regno a palmo
a palmo, di ritirarsi da Gaeta a Capua, a Napoli, a Salerno, a
Cosenza, a Calanzaro, a Reggio, a Messina, a Palermo, ad Augusta, e
che, sopraffatta in questo estremo rifugio, getterà con le proprie
mani i suoi sette figli in mare e si precipiterà da ultimo dietro
di loro, le parole sono belle, ma i fatti non le confermano. Nella
sconfitta si smarrisce, si avvilisce, si prostra: dopo la pace del
1796 dichiara che le grandezze non le importano più, che ha perduto
tutte le sue illusioni, che vede le cose «con gli occhi della verità»,
che aspetta di finire i suoi giorni «non solo senza pena, ma con
una specie di godimento», e protesta e giura che non intende più
«impacciarsi di nulla»: parole, parole, e ancora parole: appena stima
giunto il momento della rivincita, fa il colpo di testa del 1798 —
salvo, dopo la catastrofe, a gemere, a lagrimare, a dichiarare che la
sua «scena è finita», che non chiede altro se non di ridursi a Linz,
a Graz od a Presburgo, «sia pure in Valacchia», dove si contenterà di
«pane e cipolle», maledicendo il «falso eroismo» che l'ha spinta alla
perdizione: ancora parole, ancora menzogne; perchè, insieme con queste
espressioni del pentimento, si alternano quelle del furore impotente,
dell'odio impenitente, del delirio isterico: vengano, esclama, gli
stranieri: «quali che siano, le forze potrebbero scendere in Puglia,
sciabolare, avanzarsi. Non potranno far male se non ai possidenti:
la terra già non potranno distruggerla». Ma se anche la terra potesse
andarne distrutta, ella non esiterebbe a dar l'ordine: «la stessa peste
è meno temibile che la Repubblica stabilita ed afforzata in Napoli....
Un massacro generale non mi farebbe la minima pena.... Ve ne prego, in
nome del Re e mio: se mai gli Austriaci o i Russi scendessero dalla
parte di Roma a Napoli, niente accordo, niente convenzione, niente
tregua, niente perdono....» E queste, ora, non sono più sole parole:
queste espressioni della ferocia, sì, ricevono piena conferma dagli
atti, quando la capitolazione dei Repubblicani, offerta e sottoscritta
dal luogotenente del Re, firmata e garantita dai rappresentanti di
tre grandi potenze europee, sarà da lei lacerata e la «scellerata
Repubblica tricolore» andrà per suo ordine sommersa nel sangue....
Ma ella non crede d'aver commesso nulla di male; se mai, soffre
«mortalmente» delle violenze e della severità: il suo cuore «ne geme».
Prima ancora di lordarsi le mani, dichiara preferibile «esser vittima,
piuttosto che farne»; dopo l'immane tragedia, continua a protestare
che la sua «morale» le consiglia di anteporre «l'esser vittima allo
scatenare un flagello», e che sarebbe farle gran torto giudicarla
«arrabbiata energumena». Non crede possibile la salvezza, ha detto,
se non «con la forca e il carnefice a fianco e le orecchie turate,
col cuore indurito e le leggi stracciate»; e quando ha eseguito
puntualmente il programma, vanta la propria «purezza», esalta la
propria «bontà», si duole che «la bontà non è la virtù occorrente alla
conservazione dei troni», benedice Dio d'averla fatta giungere alla
fine della carriera, perchè altrimenti si sarebbe «guastata», sarebbe
divenuta «despota» e «scellerata....» Lei ed i suoi sono «gente onesta:
questo e certissimo»; gente che non comprende nè ammette «se non i
procedimenti della politica onesta e retta dei buoni tempi antichi»:
lo dichiara nel 1803 al marchese di Gallo dandogli «parola d'onore»,
la sua parola «sacra», che resterà neutrale se la Francia le accorderà
la pace — salvo a chiamare, di nascosto, i Russi e gl'Inglesi; salvo a
porre il suo ambasciatore e confidente nella necessità di dimettersi
quando vedrà che la Regina gli ha giurato il falso. Ella che prende
il servitore ed amico a testimonio della propria lealtà, non sa che
costui bollerà un giorno la «leggerezza» e l'«inconseguenza» di lei:
eufemismi ai quali il diplomatico e suddito ricorre per non poter dire
«tradimento» e «viltà».