L'improvviso mutamento d'opinione e l'alternarsi di atteggiamenti
diametralmente opposti non è tanto sintomatico quanto nel caso di
Napoleone Bonaparte. Giudica lui solo degno d'esser «ministro della
guerra in Italia», perchè lui solo sa trasformare «gl'Italiani
in soldati»; dice che «lui solo, _solo_, SOLO in tutta Europa sa
governare, maneggiare, dirigere i popoli e gli affari», e gli vorrebbe
quindi affidare il proprio regno durante un anno affinchè glielo
restauri, e gli professa «vera stima» e «profonda ammirazione» e
«sincera venerazione», e se il grand'uomo morisse, vorrebbe che lo
riducessero in polvere, «per darne una cartina a ciascun sovrano e due
a ciascuno dei loro ministri, e allora le cose andrebbero meglio»;
ma poi, anzi contemporaneamente, egli è «il bastardo incestuoso,
il mitragliatore, l'avvelenatore di Giaffa, quello dei prigionieri
infermi precipitati nel Po, mussulmano in Egitto, cattolico a Parigi,
scellerato dovunque....».
L'accusa che gli rivolge con maggiore compiacimento è d'essere un
«_parvenu_», un imperatore «di nuova fabbrica»; ma il peggio, ancora,
è che, giudicandolo tale, gli si umilia, lei, la figlia di Maria
Teresa! Quante volte ha dichiarato preferibile «perire piuttosto
che disonorarsi», quante volte ha promesso al suo confidente ed a
sè stessa di non voler «mendicare misericordia da nessuno»? Orbene:
ella la mèndica dall'«arci-Imperatore», da «Bonaparte I»; gli scrive
una lettera d'umile implorazione, si espone a riceverne una risposta
ironica e minacciosa, leggendo la quale — «io, la figlia di Maria
Teresa!» — per poco non crepa di rabbia. Ma la rabbia, l'umiliazione,
la mortificazione non le impediscono di tornare a piatire:
«L'Imperatore è tanto grande! Ha tanta gloria che potrebbe acquistarne
un'altra, una vera, mostrandosi generoso, lasciandoci tranquilli a
casa nostra, _sicuro che mai più_» — dopo tre impegni spezzati, e nello
stesso punto di infrangere il terzo! — «ci lasceremo sedurre!... Non ho
più fiducia in nessuno, e mi sottometterei al tiranno, se mi trattasse
bene....» Ha giurato che «mai, _mai_, MAI» consentirà che il Re di
Napoli si riduca alla condizione di tributario o prefetto del proprio
regno: e, meno di tre mesi dopo, accatta per suo figlio il posto «di
re o di prefetto....» E nel chiedere che l'ambasciatore interponga
i suoi buoni ufficii per ottenerle questa elemosina dal padrone del
mondo, avvilendosi fino ad offrirglisi in ostaggio, dimentica d'averlo
chiamato «bestia feroce, animale ruggente, mostro morale, vendicativo,
furente....»
In verità, il «piccolo Côrso» non dovrebbe fare altro se non
risponderle come rispondeva a lui stesso il granatiere della leggenda:
«_Après vous, s'il en reste!_...»
_28 maggio 1916._
L'Austria nei giudizii d'un suo alleato.
Pietro Colletta, nel terzo Libro della sua classica _Storia_, narrando
l'accortissima ritirata strategica compiuta nel 1798 da quella parte
dell'esercito napolitano che obbediva al generale Damas, giudicò che la
salvezza della legione fosse «frutto del dimostrato valore de' soldati
e del duce. I quali andarono lodati di que' fatti; ma poche virtù fra
molte sventure si cancellano presto dalla memoria degli uomini».
Più d'un secolo doveva passare prima che la diretta testimonianza dello
stesso duce rinverdisse quegli allori, e le _Memorie_ del conte di
Damas, rimaste inedite nell'archivio della nobile famiglia, dovevano
finire di pubblicarsi in sul divampare d'una nuova serie di guerre
più sanguinose e tremende di quelle alle quali l'autore partecipò. Ma
appunto per questa coincidenza il libro, che in altri tempi avrebbe
interessato soltanto pochi studiosi, si raccomanda oggi ad un maggior
numero di lettori ed ha pagine che parrebbero scritte per noi.