III.

Dell'indipendenza italiana osava parlare la stessa Austria! Il

proclama del conte Nugent, disceso con gli Austro-Inglesi dalla vinta

ed asservita Trieste alle foci del Po, e procedente verso Ferrara

e Ravenna, portava l'intestazione: _Regno indipendente d'Italia_,

e diceva alle genti: «Voi avete sofferto sotto il giogo di ferro

dell'oppressore. I nostri eserciti sono venuti per liberarvi del tutto.

Un nuovo ordine di cose, destinato a restaurare la vostra felicità, vi

si offre.... Coraggiosi e bravi Italiani, è vostro interesse prendere

le armi per conseguire la vostra rigenerazione e la vostra felicità....

_Voi dovete divenire una nazione indipendente_....» Il generale

austriaco, come il Vicerè francese e l'ambasciatore britannico, teneva

quel linguaggio per trarre dalla sua le popolazioni: quattro mesi dopo,

caduto Napoleone, l'ultimo tricolore sventolante ancora in Italia era

ammainato, l'esercito italiano cessava d'esistere, e un nuovo proclama

del Bellegarde, ornato in testa dell'aquila bicipite, partecipava

ai Lombardo-Veneti il «felice destino» che era stato loro concesso:

l'annessione alla Monarchia absburghese....

Buon profeta, tra i molti illusi, era stato Gabriele Pepe, quando,

biasimando i portamenti di Gioacchino e la sua entrata nella

Coalizione, si dichiarava ignaro delle condizioni del trattato, ma

«certo che l'Italia non avrà nè l'indipendenza nè l'unità». La menzogna

di quelle promesse fu grave di conseguenze funeste. «La condotta degli

Alleati verso l'Italia è un peccato che, al pari dello smembramento

della Polonia, costerà molto caro all'Europa. Occorreranno ancora

una ventina d'anni d'espiazione....» A parte l'errore di calcolo,

perchè l'espiazione durò molto di più, anche queste parole furono

profetiche: le pronunziò quel goriziano Catinelli che, mezzo secolo

prima di Garibaldi, tentò un'impresa garibaldina al rovescio: salpò con

mille soldati da Milazzo per tentar di sollevare la Toscana, prendere

alle spalle il Vicerè sul Mincio e concorrere alla «liberazione»

della Penisola, auspici gli Austriaci e gl'Inglesi.... Gli Alleati

del 1813-14, dichiarando di combattere una crociata per la «libertà»

d'Europa, per la causa del «diritto» e della «giustizia», ridussero

bensì all'impotenza il grande perturbatore dell'antico equilibrio, ma

non compirono l'opera, diedero ai popoli false speranze e ribadirono le

catene ai polsi degl'Italiani. La presenza dell'Italia risorta fra gli

Alleati odierni è la maggiore e migliore garanzia contro il ripetersi

di simili errori.

_12 ottobre 1916._

Una Absburgo in Italia: MARIA CAROLINA DI NAPOLI.

I libri della guerra non offrono ancora molto interesse: vuole la

necessità che la storia non cominci se non quando gli attori e i

testimonii dei grandi avvenimenti spariscono. Di qui a cent'anni si

continueranno a pubblicare documenti delle conflagrazioni attuali, come

anche oggi, dopo più d'un secolo, ne vengono fuori, e di prim'ordine,

intorno a quelle della Rivoluzione, del Consolato e dell'Impero. Il

carteggio di Maria Carolina col marchese di Gallo, edito a Parigi

dal comandante Weil e dal marchese di Somma-Circello quando la voce

dei cannoni echeggiò la prima volta, e forse perciò non osservato con

l'attenzione che meritava, porta un contributo prezioso alla storia

delle Due Sicilie dall'inizio dei rivolgimenti francesi sino alla

seconda fuga della Corte borbonica da Napoli, cioè al 1806, e consente

di aggiungere nuovi tocchi al ritratto morale di quel singolare

personaggio che fu la figlia di Maria Teresa, sorella di Maria

Antonietta, moglie di Ferdinando IV, amica di Guglielmo Acton e di Emma

Lionna.

Al rombo del cannone · 第 8 / 73 题