II.

Una delle principali cagioni del cattivo esito della campagna era il

voltafaccia di Gioacchino Murat. L'ambizioso sergente di cavalleria

sospinto sul trono di Napoli dall'inaudita fortuna del grande cognato,

temeva d'esser travolto nell'imminente disastro, e volendo assicurarsi

sul capo la malferma corona, bramando anzi d'ingrandire il suo regno

e di ridurre sotto il suo scettro tutte le genti italiane, cercava

alleati tra i nemici di Napoleone, si offriva invano agli Inglesi,

si stringeva da ultimo all'Austria, affidandosi «senza riserva alla

fiducia che deve ispirare la lealtà dei suoi principi, segnatamente

quella del sovrano che oggi la governa». Singolare speranza davvero,

cotesta, di divenir sovrano dell'Italia unita mediante la «lealtà» di

quegli Absburgo che a null'altro aspiravano nè lavoravano, con tutte le

arti e tutte le armi, fuorchè a recuperare Venezia e Milano, l'Istria

e la Dalmazia, il dominio dell'Adriatico e l'egemonia sulla penisola!

Il Weil, pur tessendo una finissima analisi delle esitanze, delle

tergiversazioni, delle contraddizioni di Gioacchino, afferma che,

senza l'opposizione implacabile di lord Guglielmo Bentinck, messo

britannico presso i Borboni di Sicilia, l'improvvisato Re di Napoli

sarebbe riuscito nell'impresa di liberare e ricomporre l'Italia. È

lecito dubitare di questa, come di qualche altra affermazione del

diligentissimo storico. Quando, per esempio, egli dà torto a Napoleone

per avere rifiutato, sul principio del 1813, le «accettabili e

onorevoli» condizioni di pace offertegli dal Metternich, non tiene

conto del grande equivoco, scoperto e documentato da Alberto Sorel,

che si celava nelle proposte del cancelliere austriaco e di tutta la

Coalizione. Quanto all'Italia, affinchè Gioacchino Murat riuscisse

allora a resuscitarla, occorrevano due cose: che la coscienza dei suoi

cittadini fosse formata, e che i potentati europei consentissero a

lasciarla rivivere. Ma se la grande idea era stata concepita da alcuni

generosi, essa non era ancora divenuta, come occorreva, sentimento

e passione comune; e se nei consigli dell'Europa si cominciava a

considerare il problema italiano, non gli si voleva ancora dare, pure

annunziandola e promettendola, la sola soluzione che comportava.

L'Inghilterra lasciò sperare che avrebbe dato mano a liberare la

Penisola dalle influenze rivali dell'Austria e della Francia. Il

Bentinck, acerrimo avversario del Re Gioacchino, ne ostacolava con

ogni possa i piani, ma scriveva a lord Castlereagh, ministro inglese

degli affari esteri, che se la Gran Bretagna avesse estesa la sua

protezione ed assistenza agli Italiani, avrebbe provocato tra loro «un

gran movimento nazionale, simile a quello che ha sollevato la Spagna

e la Germania: un gran movimento in favore dell'indipendenza; e quel

gran popolo, invece che lo strumento d'un tiranno militare o di qualche

altro individuo, invece che lo schiavo dolente di alcuni miserabili

principotti, sarebbe divenuto una formidabile barriera eretta tanto

contro la Francia quanto contro l'Austria. La pace e la felicità del

mondo avrebbero ottenuto un possente aiuto di più. Temo molto, però,

che l'ora sia trascorsa....» L'ora, per dire esattamente, doveva ancora

giungere: tant'è vero, che lo stesso Bentinck non si faceva scrupolo

di difendere, nello stesso tempo che proferiva così belle parole,

gl'«imprescrittibili» diritti borbonici.... Impegnata nel duello

a morte contro la Francia di Napoleone, l'Inghilterra aveva troppo

bisogno di ottenere l'aiuto dell'Austria, e per ottenerlo rinunziava

al magnifico disegno di fare dell'Italia unita un pegno dell'equilibrio

europeo ed un freno alle contrastanti ambizioni austriache e francesi,

contribuendo invece a consegnarne gran parte agli Absburgo: mentre il

Vicerè manovrava tra l'Adige e l'Isonzo, difendendosi del suo meglio

sulle due frontiere, i vascelli britannici comandati dall'ammiraglio

Freemantle cooperavano dal mare con le truppe del maresciallo austriaco

Nugent per ridare a Francesco II Fiume, Pola, Capo d'Istria, Rovigno;

favorivano le operazioni del Tomasich e del Danese in Dalmazia;

prendevano parte all'assedio ed all'espugnazione di Trieste, di Zara,

di Ragusa; e se pure aiutavano i Montenegrini nell'impresa di Cattaro,

lasciavano poi che le Bocche fossero riprese ed annesse dall'Austria e

tenevano per conto di lei, consegnandogliele alla pace, Lissa, Lesina,

tutte le isole adriatiche.

La Francia della Repubblica e dell'Impero potè credere d'aver fatto

molto per l'Italia, e qualche cosa realmente fece; ma la diffidenza

che doveva trattenere allora, e per lungo tempo ancora, i reggitori

di quella nazione, era espressa limpidamente nel rapporto del

Caulaincourt, ministro degli esteri di Napoleone, al suo padrone:

«L'Italia dichiarata indipendente avrebbe senza dubbio un più diretto

interesse a difendersi. Era formata di popoli divisi: Vostra Maestà

ne ha fatta una nazione, e le forze che quel paese ha acquistate

sotto l'amministrazione della Maestà Vostra hanno accresciuto la

sua fiducia in sè stesso. La maggior parte degl'Italiani desiderano

ottenere l'esistenza politica. Il Re di Napoli se n'è accorto. Egli

si servirà d'ogni mezzo per dare sfogo a questa tendenza e riunire,

potendo, le sparse membra d'Italia. Ma se Vostra Maestà consentirà

all'indipendenza di quel paese, ora oppure al momento della pace, sarà

anche nel vostro interesse formarne una sola monarchia? L'Italia ha 16

milioni d'abitanti e tutti i vantaggi d'un suolo fertile e d'una felice

situazione marittima e commerciale. Un buon governo potrà, in una sola

generazione, aumentare di metà quella popolazione. I suoi arsenali,

il suo commercio, la sua marina, si sviluppano a poco a poco. Essa

porta via alla Francia il commercio del Levante e la preponderanza nel

Mediterraneo; e, forte della sua posizione fra una catena di montagne

e i due mari, diventa la prima potenza del Mezzogiorno....»

Alla pregiudiziale della rivalità nazionale si aggiungeva l'ostacolo

della rivalità delle persone. Chi dei due, tra Eugenio di Beauharnais,

Vicerè del regno settentrionale, e Gioacchino Murat, Re del regno

napolitano, avrebbe ottenuto lo scettro dell'Italia una? L'invidia

contro il Beauharnais, la paura di vedersi soppiantato da lui, la

certezza che Napoleone lo preferisse, facevano titubare il Murat,

rendevano doppio e perfido quel soldato nativamente franco e leale.

L'uno accorrendo da Napoli verso i campi lombardi, occupando Roma,

la Toscana, le Marche; l'altro battagliando tra l'Adige e l'Isonzo,

parlavano agl'Italiani di libertà, d'unità, d'indipendenza; ma Eugenio

confessava candidamente di non avere sposato la causa italiana se

non «come leva per ottenere nuovi sacrifizii» dai suoi sudditi; e

Murat presumeva di fare l'Italia gettandosi in braccio all'Austria,

annunziando che la coalizione nella quale egli entrava aveva la

«magnanima intenzione di ristabilire l'indipendenza delle nazioni....»

Al rombo del cannone · 第 7 / 73 题