sfoggio, in chiesa: una educazione non solo da persona pia, ma da
persona correttissima, nella pietà religiosa. Una signora, o una
signorina che sia, non andrà mai in chiesa vestita con colori vistosi,
con cappellini chiarissimi, con le mani imbarazzate dall'ombrellino,
dal _porte mouchoir_, dal manicotto; non vi farà grande pompa di
gioielli; non vi andrà _mai, mai_, in abito velato, o con maniche
leggere, che lasciano vedere il collo e il petto. Vi è una _toilette_
elegante, elegantissima anche, ma molto discreta, da servire per la
messa, vi sono abiti, cappelli, mantelli, di tinte discrete, di taglio
sobrio, adattatissimi per questo scopo. Non si fa se non una sola
eccezione a tale regola assoluta, vale a dire quando si va a un grande
matrimonio, in chiesa. In chiesa non si parla mai forte, con la propria
vicina; non si parla, in generale, se non per scambiare qualche rapida
parola, con voce sommessa, chinandosi verso la vicina; non si sorride;
non si ride; non si fa rumore, sedendosi, alzandosi, inginocchiandosi;
non si agita mai il ventaglio, contro il caldo; non ci si volta mai
indietro, per vedere chi è entrato, chi entra; non si saluta, di
lontano, un amico, un'amica. Rammentarsi sempre, che la chiesa è fatta
per il silenzio, per il raccoglimento, per la preghiera. In quanto
all'uomo che entra in chiesa, egli è obbligato a una correttezza,
anche maggiore di quella femminile: egli deve aver l'aspetto dell'uomo
raccolto se non nella preghiera, nei suoi pensieri. L'uomo sta quasi
sempre in piedi, in chiesa: senza voltarsi troppo a destra, o a
sinistra, senza mai voltarsi indietro; se è seduto, non incavalcherà
mai una gamba sull'altra, non si sdraierà mai sulla sedia; se si deve
inginocchiare, s'inginocchierà senza chiasso e senza ostentazione;
se deve pregare, pregherà sempre mentalmente, con modestia; se deve
uscire, entrare, camminerà sempre senza fare nessun rumore. Un uomo
bene educato non fa l'occhietto alle signore, alle signorine, in
chiesa, perchè è della massima sconvenienza; non si accorge di avere
un'amica, una conoscenza, in chiesa, e, quindi, non la saluta; non
commette la _cafonata_, purtroppo molto in uso, a Napoli, di pagare
le sedie alle signore e alle signorine di sua conoscenza. In chiesa
non si sputa _mai_, perchè è una grave ingiuria al Signore, oltre che
una sudiceria; non si tossisce, potendo reprimersi, e se si è malati,
non ci si va. Le prediche si ascoltano attentamente, seriamente; senza
dare segno di approvazione, crollando il capo; per chi si confessa
o si comunica, è inutile dare regola di condotta in chiesa; poichè
si tratta, allora, di persona assolutamente abituata a rispettare il
Signore e la sua Casa.
LA NOTA DOLENTE.
I.
IL LUTTO.
Non è inutile un piccolo preambolo. Vi sono degli originali, originali
a base di egoismo e di aridità di spirito, i quali dichiarano che il
lutto delle vesti, della casa, dei costumi, delle consuetudini, è una
vana formula; questi medesimi originali hanno trovato la comoda frase,
per esentarsi da tanti doveri, da tanti obblighi, da tanti riguardi:
il lutto si porta nel cuore. Benissimo! Ma si deve portare, oltre che
nel cuore dolente, anche nelle vesti, anche in quanto vi circonda,
bisogna anche che questo lutto si ripercuota nella vita stessa, vostra,
se voi volete rendere pubblico, l'omaggio di tristezza e di rimpianto
a colui che è sparito. No, il lutto non è una vana formula: gli abiti
neri e opachi, i grandi veli di gramaglie, le stoffe semplici, di
taglio sobrio e austero, sono più di questo: l'astensione dalle feste,
dai teatri, dai circoli, dai ritrovi, è più di questo: questa specie
di gravità pensosa, di cui tutte le cose dell'esistenza, intorno, si
ammantano, dalla livrea dei servi alle carrozze, dai saloni chiusi ai
gioielli serrati nei loro astucci, finchè il lutto non cessi, tutto
ciò, veramente, non è una vana pompa, non è una _posa_ sociale, non
è una convenzione glaciale, è qualche cosa di molto importante, come
estrema devozione verso la persona che è morta. Il lutto nel cuore,
sì: ma deve essere confermato da ogni vostro aspetto, da ogni vostro
atto, se non volete che la gente dimentichi la perdita che avete fatta,
se non volete dimenticarla voi stesso. Così è: le gramaglie, i veli
neri, la carta listata di nero, tutto serve a fermare meglio, in voi,
il malinconico rimpianto di colui che non è più: il non ornarvi di
gioielli, il non partecipare ai balli, il non farvi vedere nei caldi
e scintillanti teatri, il non ricevere, tutto serve a consacrare, più
seriamente, più altamente, in voi, il ricordo mesto. L'uomo non deve
lasciarsi vincere e perdere dal dolore: ma deve, di questo dolore,
curare tutte le fasi successive, dallo strazio, dalla disperazione,
sino alla più dolce mestizia. Ricordatevi di vivere: ma non dovete
dimenticare i morti, che vi hanno amato, che hanno sofferto per voi.
Se, dopo poco tempo dalla morte di un vostro caro, voi vi vestite
di bianco, andate a un ballo, date una festa in casa vostra, voi non
farete credere a nessuno, che _il lutto è in fondo al vostro cuore_. E,
difatti, se guardate bene, voi stesso, in fondo al cuore, questo lutto
non lo troverete.
II.
DURATA DEL LUTTO.
La durata del lutto è regolata, in tutti i paesi civili, dalla
consuetudine antichissima, da una tradizione passata di generazione
in generazione: le variazioni, fra paese e paese, non sono molto
gravi. Però anche il tempo, che deve durare un lutto, subisce delle
modificazioni, tutte personali, secondo le proprie idee e i propri
sentimenti; e il lutto si allunga o si abbrevia, così, come si vuole.
E, difatti, vi muore una zia, che vi faceva da madre, verso cui
avevate tenerezza, devozione, gratitudine, profonda: chi v'impedirà di
portare, per lei, un lutto più lungo, che quello di zia non comporti?
In un paese lontano vi muore uno zio, di cui non v'importa niente,
che vi ha sempre mediocremente trattato, che non vi ha lasciato un
soldo: chi farà osservazione, se voi, appena appena, metterete il
crespo al cappello? Tutto è relativo, a questo mondo: vi sono vedove,
che piangono sul serio i loro mariti, e vedovi che piangono troppo
allegramente le loro mogli: vi sono donne che odiano il nero nei
vestiti, e donne che lo adorano. Tutto è relativo, ed è meglio, allora,
per me, dare qui le norme generali della durata di un lutto: durata
che si può allungare come si vuole, per sentimento, per dovere: durata
che si può abbreviare, per indifferenza, per economia, per necessità.
Queste regole non sono assolute, e niuna legge vi è che non trovi
modificazioni. Or dunque, ogni lutto grave è diviso in due periodi:
grande lutto, lutto stretto, mezzo lutto. Per morte di marito o di
moglie, in generale, due anni di lutto: un anno di gran lutto; sei
mesi di lutto stretto; sei mesi di mezzo lutto. Per morte del padre o
della madre: un anno di gran lutto; sei mesi di lutto stretto; sei mesi
di mezzo lutto, in tutto due anni. Per suocero o suocera: nove mesi
di gran lutto; sei di lutto stretto; sei di mezzo lutto (questa è la
consuetudine francese, un po' esagerata: da noi, è meno) e, in tutto,
ventun mesi. Per figli, generi, nuore, quindici mesi di lutto: sei di
lutto grave; sei di lutto stretto; tre di mezzo lutto. Per fratello e
sorella, un anno di lutto: sei di gran lutto; tre di lutto stretto: tre
di mezzo lutto. Per cognato o cognata, nove mesi di lutto: tre di gran
lutto, tre di lutto stretto; tre di mezzo lutto. I piccoli lutti sono
regolati così: per zio o zia: tre mesi di lutto stretto; sei settimane
di mezzo lutto, in tutto, quattro mesi e mezzo: per cugino o cugina,
tre settimane di lutto stretto e sei settimane di mezzo lutto, in
tutto, due mesi e mezzo; per cugini, figli di cugini, sei settimane di
lutto stretto, senz'altro.
III.
IL LUTTO: COME BISOGNA VESTIRSI.
Nel periodo del lutto strettissimo, le signore indossano tutte le
lane, a fondo unito, di tinta opaca, di superficie matta e cioè: crespo
di lana; grosso crespo; sargia; _armure_; _cheviot_; stoffa _natté_;
_whipcord_; panno leggero; panno pesante; casimiro d'India; casimiro
francese: il tutto guarnito di crespo inglese, nero. Nell'estate,
sono ammessi: velo nero; batista; _organdi_; satinetta opaca; tela di
cotone; crespo di cotone. Queste stoffe servono per un anno, in morte
di marito o di moglie; per nove mesi, in morte di padre o di madre;
per nove mesi, in morte di suocera o suocero; per sei mesi, in morte
di nonna o nonno; per sei mesi, in morte di fratello o sorella; per
sei mesi, in morte di cognato o cognata. Nel secondo periodo, cioè in
quello del lutto stretto, meno rigoroso, le signore indossano: tutte
le lane nere di fantasia, cioè i _brochés_, i _pékinés_ guarniti di
seta matta: tutte le seterie unite, matte, cioè la _peau de soie; peau
de Suède; taffetas gros grain_ matto; _surah_ matto. Come guarnizioni:
passamani; merletti neri; nastri di seta matta; _jais_ matto; legno
duro; alette nere matte. Come pelliccia: l'_astrakan_ e la capra di
Mongolia. Queste stoffe si indossano per sei mesi, dopo il periodo del
grande lutto, per morte di marito o di moglie, per sei mesi dopo lo
stesso periodo, per morte di padre o di madre; per sei mesi dopo il
lutto grave, per suocero o suocera; per tre mesi dopo il lutto grande,
per figli, generi, nuore; per tre mesi, nonno o nonna, dopo il gran
lutto; per due mesi, fratello o sorella dopo il primo periodo; per
due mesi, dopo il primo periodo, per cognato o cognata. Le stoffe,
per l'ultimo periodo del lutto, cioè il mezzo lutto, sono: tutti i
tessuti di seta nera, matta o brillante, velluto, lana, come tutti i
toni del grigio e del violetto. Come guarnizioni, merletti, piume di
struzzo, _jais_, fiori violetti, fiori grigi. Il nero e bianco, nella
lana è ammesso. Questo mezzo lutto è portato per sei mesi dopo i due
primi periodi, per morte di marito o di moglie; per tre mesi, per morte
di padre o madre; dopo i due primi periodi; per tre mesi, dopo i due
primi periodi, per figli, generi, nuore; per tre mesi, per nonna o
nonno, dopo i due primi periodi; per due mesi, per morte di fratello o
sorella, dopo i due primi periodi; per due mesi, per morte di cognato
o di cognata, sempre dopo i due primi periodi. Nel gran lutto, non si
porta nessun gioiello; nel lutto stretto, si arrischia qualche filo di
perle, qualche orecchino di brillante; nel mezzo lutto, si porta ogni
gioiello, ma con moderazione. Più appresso, dirò come si vestono gli
uomini, in lutto.
IV.
IL LUTTO: CONDOGLIANZE, VISITE, ECCETERA.
Come quelle di matrimonio, le partecipazioni di morte debbono essere
distribuite su larga scala, perchè tutti conoscano la sventura patita
dalla famiglia che partecipa. Bisogna che un parente, un amico zelante
si occupi di questa spedizione. I biglietti di visita che vengono,
dopo le partecipazioni, non si ricambiano. Almeno per due settimane, se
il lutto è grave, per una settimana, se è meno grave, non si ricevono
visite: e, anche, si cominciano a ricevere, dopo quindici giorni, solo
le visite di condoglianza degli intimi. Non bisogna che un grave lutto,
diventi la scusa per organizzare dei ricevimenti! Se il lutto è grave,
le signore e signorine restano in casa, da tre a quattro settimane;
per gli uomini, una settimana basta. Ma, se si tratta di uomini di
affari, di chi si deve recare ai proprii doveri pubblici, al lavoro,
bastano tre o quattro giorni di casa. Le donne, invece, che non hanno
questi obblighi, possono e debbono restare in casa, il tempo stabilito.
È naturale che, appena si esca, si vada solo in posti raccolti, in
chiesa, a restituire man mano, e _non nei giorni di ricevimento_,
le più doverose e le più intime visite di condoglianza che si sono
ricevute. È anche naturale che, in tutto l'anno di lutto grave, per
morte di genitori o di marito, non si frequenti nessuna festa, nessun
ballo, nessun teatro, nessun concerto, nessun ritrovo di mondanità:
il lutto è una cosa assoluta, si rispetta o non si rispetta. Passati
i primi mesi, si può andare a qualche ritrovo di carità mondana, a
qualche conferenza, a qualche concerto di musica seria; niente altro.
Se, per caso, nell'anno di lutto grave, vi sia una solennità, in
famiglia, un matrimonio, un battesimo, allora, solo per quel giorno, si
spezza il lutto, che si riprende subito il giorno dopo. Se si va, per
obbligo, a una festa di Corte, si porta una _toilette_ completamente
bianca, come è il lutto di Corte. Il gran velo nero, abbassato, dal
cappello, innanzi agli occhi, e alla persona si porta così, per i primi
sei mesi: dopo, sino alla fine dell'anno, si rigetta indietro: e ciò
serve per le signorine, nel lutto dei genitori, per le maritate nel
lutto di marito e di genitori. Nei primi tre mesi di lutto grave, non
si apre il pianoforte in casa, nè si prende lezione di canto; basta
un mese di questo rispetto, per i lutti meno gravi. La carta di chi è
in lutto, i biglietti da visita, saranno sempre listati di nero, per
qualunque occasione. Chi è in lutto, uomo o donna, non porta mai fiori
sulla persona; non festeggia nè compleanno, nè onomastico; ma può, per
lettera, partecipare agli onomastici o compleanni di persone amiche.
V.
IL LUTTO: UOMINI, BIMBI, PERSONE FAMILIARI.
Gli uomini portano il lutto pel medesimo tempo che le donne, salvo ad
aumentarlo o diminuirlo, secondo condizioni specialissime. I ragazzi
e le ragazze, al disotto di dodici anni, portano il lutto senza crespo
inglese, in nero e bianco, in bianco e grigio. Il lutto è facoltativo
per bimbi e bimbe, sotto i quattro anni e, ordinariamente, non si
mette, salvo che si tratti di padre o madre dei bimbi: allora il lutto
è obbligatorio. I bimbi in fasce non portano mai segno di lutto; ma se
è loro morto uno dei genitori, porta il lutto la nutrice che li ha in
braccio. Le persone di servizio delle grandi case portano il lutto dei
padroni, in abiti neri, col crespo inglese o senza, durante tutto il
tempo prescritto. Il gran lutto, per uomini, è il vestito nero di panno
matto, nelle stoffe inglesi, senza alcun lucido; il _gilet_ deve essere
della medesima stoffa e, nei primi sei mesi, anche la cravatta deve
essere di crespo di lana, nera. Nel secondo periodo, si può portare
il _gilet_ bianco, ma senza metterci i bottoni neri: cravatta nera,
di _faille_. I guanti di pelle nera vanno bene nel primo e nel secondo
periodo del lutto maschile. Alla camicia e ai polsi si portano bottoni
di legno nero, matto, nel primo periodo, e niente spilla alla cravatta,
niente catena all'orologio, niente anelli di brillanti. Nel secondo
periodo, si possono portare bottoni di smalto nero ai polsi, qualche
anello con brillante, ma si continua a non portare catena all'orologio,
che è, del resto, una moda molto _chic_. Volendo spezzare il lutto,
per un ricevimento, si porti pure il _gilet_ bianco e la cravatta
di batista bianca, ma i guanti siano sempre neri. Quando si è in una
condizione modesta di fortuna, si può rinunziare al lutto generale,
nei vestiti, e portare, semplicemente, una fascia di crespo inglese al
braccio sinistro, e il crespo al cappello: ma ciò non potrebbe essere
ammesso, per lutto di moglie o di genitori. L'altezza del crespo al
cappello a tuba, degli uomini, è di quindici centimetri per lutto
di padre, madre, suocero, suocera, moglie; di dodici centimetri per
figlio, genero, nuora, fratello, sorella, cognato e cognata; di otto
centimetri, per lutto di zio, zia, cugino, cugina. Nella carta di
commercio, gli uomini non mettono segno di lutto: nella corrispondenza
particolare, sì. Le scarpe gialle non vanno, col lutto; quelle di
copale vanno nel secondo periodo di lutto.
PER VOI, CARE FANCIULLE.
PICCOLO CODICE DELLA SIGNORINA.
I.
PER LA CONVENIENZA.
Nel codinismo che ogni dì più cresce, nel mio spirito, io non posso non
rimpiangere la folla di giovanette e di donne che si spostano, sempre
più trascinate da una inquietudine invincibile, che non viene da agenti
esterni, ma dalla loro stessa condizione femminile e che, quindi, non
troverà mai riparo. Uno dei principali spostamenti e il più seducente,
senza dubbio, non è, forse, il tentare studii del tutto maschili,
superiori alla media della intelligenza femminile, l'intraprendere
fatiche mentali troppo forti e troppo alte, il mettersi per vie
scabre, che sono piene di triboli e che dopo aver sacrificato gli anni
giovanili e la salute e la gaiezza delle giovanette, non conducono a
nessuna mèta sicura e onorevole? Forse che tante giovani, oramai, non
frequentano ginnasi e licei e università, mescolati agli uomini? E che
serve predicar loro, che questa scienza mal appresa, mal digerita, ha
sottili fonti di veleno, nelle vene muliebri? E non è, anche, doloroso
dover predicare l'ignoranza, per salvare qualche anima dai turbamenti,
che il cosidetto feminismo impone loro? Triste: ma inevitabile. Almeno
qualche rimedio vi si ponga, nella forma, se non nella sostanza: che
queste assetate di scienza, almeno, non debbano anche immolare una
parte del loro riserbo, studiando fra giovanotti, non sempre rispettosi
e non sempre onesti. La Germania, dove la gioventù maschile è così
austera e la gioventù feminile così semplice e seria, ha già provveduto
a questo, fondando dei ginnasi feminili, dei licei feminili, per tutte
coloro il cui spirito agitato e malcontento domanda alla scienza un
pane dell'anima e del corpo, che, spesso, la scienza non può dare:
e se, fra noi, troppo ci vorrebbe, troppo costerebbe, troppo sarebbe
difficile, di fondare molti di questi ginnasi e di questi licei, almeno
che i ginnasi maschili abbiano, fra le tante sezioni una sezione
tutta feminile, quando se ne sente il bisogno: una sezione feminile
in cui le studentesse siano sole, non unite a studenti, non esposti a
dileggi e a tentazioni. Imparino il latino e il greco, le giovanette,
se sperano che giovi alla loro felicità: ma che quando si giunga a un
passo scabroso della letteratura italiana, latina, greca, siano sole
col professore e non in una folla di studenti, che se la ridono, mentre
esse arrossiscono!
II.
DA TREDICI A QUINDICI ANNI.
Da dodici anni in poi si finisce di esser bimbe, si è giovanette. E
nella svegliata intelligenza muliebre delle giovanette stesse, come
nella esperienza materna, come nella sagacia di zie, di sorelle grandi,
bisogna porre molto mente al periodo fra i tredici e i sedici anni
della giovinetta. Tutto è questione di mezze tinte, di sfumature:
la giovinetta fa ridere, se è troppo puerile, in quella età, e fa
preoccupare, se è troppo signorina. Badiamo alle mezze tinte! Fino ai
tredici anni, si può portare la gonna che mostra il piede e anche il
collo del piede: a quattordici anni, non si vede più se non il piede:
a quindici anni abbia un grande sviluppo la giovanetta o sia restata
gracile, veste lunga. Fra i tredici e i quattordici anni, si può
portare ancora la treccia lunga, sulle spalle, o i capelli increspati
o legati con un nodo di nastro, alla coda: dopo i quattordici anni, i
capelli si debbono rialzare sulla testa, pettinandoli semplicemente,
con grazia giovanilmente, senza troppo seguire la moda. Fra i tredici
e i quattordici anni la giovanetta può portare ancora i colori molto
vivi, delle vesti azzurro cupo con giacche rosse, delle vesti _beige_
con giacche bianche, degli abiti scozzesi, dei mantelli di panno con
pellegrina e con grossi bottoni, qualche cosa di molto grazioso, bene
tagliato, ma senza lusso; può portare dei grandi cappelli di feltro,
con cocche di nastro, in inverno, o delle canottiere di castoro, dei
grandi cappelli di velo e nastro, in estate, o canottiere di paglia: le
piume, i fiori, sono esclusi. Qualche gioiellino gentile, ma senza gran
valore: una catenella d'oro al collo, a cui è sospesa una crocetta:
qualche filo d'oro, come braccialettino, a cui è sospesa una medaglia,
un campanellino: due perline alle orecchie, o due diamantini. In casa,
la giovanetta porta, sino a quindici anni, i grembiuli, molto carini,
di seta, di _surah_, scozzesi o a disegno turco: dopo quindici anni,
li smette. Nei giorni di ricevimento, ella non è sempre nel salone,
ma vi apparisce e sparisce; serve il _the_, se non vi è una sorella
grande; non fa conversazione, non si mescola ai gruppi, va via presto.
A quell'età, la giovanetta va raramente a teatro, salvo a quello di
musica; in qualche concerto; in nessun ballo ufficiale; in nessun ballo
di cerimonia; non balla, se non quando si fanno _quattro salti_, in
campagna. Tutto in lei deve essere semplice, gentile, grazioso, ma
non lezioso, ma non civettuolo: se ha molta gaiezza, bene, ma deve
moderarla: se ha dello spirito, lo lasci maturare, è meglio, se ne
servirà meglio più tardi. Infine, deve prepararsi a essere signorina,
imparando a esser cortese, piacevole, giustamente colta, con qualche
arte coltivata particolarmente, imparando ciò, ma non facendone
sfoggio, se non più tardi, abbastanza più tardi.
III.
A SEDICI ANNI.
A questa età, si è già signorina e se la educazione, in generale, è
finita, bisogna continuare a occuparsi di musica, di disegno, di lingue
straniere, di bei lavori donneschi; tutte cose che rendono piacevole,
piacevolissima, anche una signorina non bella e non ricca. A sedici
anni, è inteso _che non si va ancora nel mondo_, ufficialmente: ma
si possono già frequentare molto concerti, teatri di musica, qualche
serata _bianca_ al teatro di prosa, qualche piccola _soirée_ intima.
Di sera, la signorina di sedici anni deve preferire sempre il bianco,
vestito rotondo, senza strascico, aperto, un poco, intorno al collo
e con guanti molto lunghi, che raggiungono le maniche corte; molta
semplicità e molta grazia, in questa _toilette_: le altre tinte,
rosa, azzurro, crema, debbono essere sempre pallide e non guarnite
vistosamente. Di mattina la signorina veste di lana nera, di lana
grigia, di lana azzurro cupo, _mai_ di colori vistosi, come si usa fra
noi: porta sempre una mantellina o, preferibilmente, una giacchetta
dal bel taglio, e non va in vitino, come si usa da noi. Di gioielli ne
può portare qualche po' di più della giovanetta quattordicenne: qualche
bella collana, una bella _broche_, una bella _châtelaine_, non ricche,
ma eleganti, le sono permesse. La signorina a sedici anni può portare
la veletta; preferibilmente bianca. Nel salone di sua madre, in visita,
altrove, la signorina serba un contegno semplice, nè malinconico,
perchè sarebbe ridicolo, nè altiero, perchè sarebbe odioso, nè troppo
allegro, perchè sarebbe sconveniente. Sia naturale! Presentata alle
signore, deve fare una riverenza e aspettare che le diano la mano,
per dare la sua: se le presentano un signore o un giovanotto, un bel
saluto col capo, la mano, _mai_. In generale, la signorina non dà mai
la mano ai giovanotti, salvo stretta parentela, antica familiarità,
antica conoscenza. Non balla mai, nelle _soirées_ intime, con chi non
le è stato presentato: se la padrona di casa le presenta qualcuno, ella
balla con lui, ma, dopo, deve immediatamente presentare questo giovane
ai suoi genitori o a chi l'accompagna: trattandosi di serate intime,
grandi inconvenienti, in queste presentazioni, non possono accadere.
La signorina bacia sempre la mano ai nonni, alle zie, alle cugine di
maggiore età, alla madrina, ai sacerdoti: agli zii, non è necessario.
Non bacia mai le amiche nella strada; mai, in casa, se vi sono estranei
e specialmente uomini, presenti. Dà sempre del _lei_ agli uomini,
vecchi e giovani: alle signore di grande rispetto, anche il _lei_.
Del _tu_ solo, come uomini, ai fratelli e nipoti. Infine, il riserbo
unito all'amabilità e alla buona grazia, ecco quello che deve essere il
contegno di una signorina, a sedici anni, in pubblico e in privato.
IV.
A DICIOTTO ANNI.