della vita, è tutta una questione d'imitazione, di preconcetto, di amor
proprio: non è quasi mai una questione di iniziativa, di indipendenza,
di vera necessità. La Tale dice di voler partire, perchè si è giunti
alla metà di luglio, non per altro: e, subito, un séguito di signore
si decide a partire, perchè la prima lo ha detto. Il Tale Altro dice
di dover partire, perchè lo aspettano nel suo collegio elettorale, o
nelle sue terre, o perchè _ella_ lo aspetta altrove: e, subito subito,
un séguito di signori, amici e conoscenti, inventa qualche ragione
impellente per doversene andare al più presto. La Tale signora dichiara
di sospendere ogni visita da fare o da ricevere, proclama che ella
ha fatto togliere i tappeti, covrire i mobili con le fodere, voltare
i quadri contro il muro, e conservare i _bibelots_ nelle vetrine,
perchè così le è piaciuto, perchè ella ha avuto il preconcetto della
liberazione: e, immediatamente, tutte le altre case, di amiche e
di conoscenti, sono in rivoluzione, coi mobili in aria e i libri
per terra. Chi oserà mai disporre della propria volontà, in questo
problema della villeggiatura? Chi avrà il coraggio di partire, quando
gli piace, di andare dove gli conviene, di trattenersi quanto tempo
vuole, di ritornare presto, di ritornare tardi, di non fare i bagni,
o di non fare la cura climatica, di fare, infine, il proprio comodo?
Chi, chi mai avrà il coraggio di non partire, se ciò non gli accomoda?
O, almeno, chi avrà il coraggio di dichiarare, restando, di restare?
Chi rinunzierà alla ipocrisia di questa finta partenza? Solo, qualche
progresso, da qualche anno a questa parte, si vede, nelle grandi città,
in fatto di sincerità, d'iniziativa, di libertà, per questo affare
della villeggiatura: vi è già un grande, un grandissimo gruppo di
gente, che crede fermamente alla bontà dell'estate, in città, fra il
luglio e l'agosto: vi è chi crede esser meglio fare, a Napoli, i bagni
di mare, non incomodandosi ad andare sovra un'altra spiaggia, o di
passare a Roma, a Villa Borghese, l'estate restando nel proprio paese,
che è sempre più bello degli altri, restando nella propria casa, che
è sempre più comoda delle altre: vi è chi crede di non dover spendere
troppo denaro, di non doversi stancare, affaticare, annoiare, andando
altrove, in un posto qualunque, ahi, molto qualunque! Sicchè, una gran
folla va via, non per idea propria, non per proprio desiderio, ma per
fare quello che gli altri fanno: un'altra folla, meno grande, resta in
città, beandosi delle serate fresche e delle notti profonde di beltà.
E l'una che resta, dice male, molto male dell'altra che è partita:
l'altra, di lontano, critica quella che è rimasta....
— Ma con quale denaro è mai andata via, la Tale? Non col suo!
. . . . . . .
— Che miserabili avari, i Tal dei Tali, che sono in città, a crepare!
VII.
LA VILLEGGIATURA: QUELLO CHE SI SPENDE.
Vi è gente, nel mondo, che è condannata a sbagliare sempre i proprii
calcoli: gente, a cui manca, nel cervello, la facoltà aritmetica,
per cui, ad ogni passo, mentre crede di aver risoluto il problema
dello spender poco o dello spender nulla, si trova a spender molto.
Questa gente, per esempio, ha giurato, a principio d'inverno, di fare
economia, di dare otto pranzi, invece di due grandi balli: e, alla fine
dell'inverno, si accorge di avere gittato, in questi otto pranzi, più
che nei due balli, perchè si è dovuta rinnovare l'argenteria, perchè
si è smembrato il servizio di Sèvres, rompendosene due piatti, perchè,
dopo ogni pranzo, si è sempre ballato, perchè..., perchè così è! Vi è
gente, che non va a Nizza, fra il marzo e l'aprile, perchè la vita,
colà, è diventata enormemente costosa, ma che, invece, giuoca sulle
corse di primavera, nella propria città, tutto il denaro che avrebbe
seminato sulla Cornice, e forse più. Vi ha gente che, avendo speso
molto in inverno, in primavera, si decide a giugno, di partire per una
piccola villeggiatura modesta, per un paesello rustico, dove si stia in
famiglia, dove vi siano i bagni e la campagna, dove si possa restare
da luglio a ottobre e dove non si spenda nulla. Illusione! Illusione!
Errore! Grave errore! Bisogna andare con la idea semplice e precisa,
che qualunque villeggiatura, costa sempre moltissimo, per umile che
sia: bisogna convincersi che i borghi, i paeselli, gli alberghetti,
le pensioncelle, finiscono per essere sempre carissimi, sotto le loro
lusinghevoli apparenze di modestia. Voi mettete in bilancio mille lire
e ne spendete duemila: voi volevate restare due mesi e restate quindici
giorni, tornando in città, nella pienezza dell'estate, senza quattrini.
Voi volevate spendere millecinquecento lire, per la villeggiatura di
tutta la famiglia: ne spendete tremila e tornate a casa col figlio
malato, con la cameriera impazzita, col borsellino vuoto, e con qualche
debito sulla coscienza. Non vi fate ingannare! Nei paesi, dove meno
vi è da spendere, più voi spenderete: nei paesi dove non si compra
nulla, voi troverete tutto in vendita e a che prezzo! È una pessima
speculazione finanziaria, convincetevene, qualunque villeggiatura:
ognuno ne torna, il più ricco, seccato, il più povero, preoccupato.
La migliore speculazione, sapete quale sarebbe? Quella di rimanere in
città, nella propria casa, in solitudine beata, al fresco, nell'ombra,
in silenzio pensoso, o non pensoso, conservando preziosamente le
mille, le duemila le tremila lire della villeggiatura. Questa sarebbe
la migliore finanza: isolamento, permanenza e raccoglimento. Sarebbe,
ma....
VIII.
IN VILLEGGIATURA: POICHÈ CI SI DEVE ANDARE....
.... infine, poichè la villeggiatura è, come dicono molti, un male
sociale necessario, o come dicono altri molti, un bene fisico, più che
necessario, poichè in villeggiatura, per un gran numero di persone,
vi sono molte misteriose e imperiose ragioni di andare, il miglior
consiglio, è di affrontare questo assillante problema annuale, con
tutta la saggezza di cui si può disporre. Anzi tutto, con una indagine
veramente poliziesca, lettere, informazioni, interviste, mettersi al
corrente di tutti i vantaggi e di tutti gli inconvenienti del posto
dove si deve andare. In quel paese, fa più caldo che in città: in
quest'altro paese, ci piove sempre: in quell'altro, manca l'acqua:
in quell'altro, ancora, gli indigeni odiano i villeggianti.... Tutto
questo si può sapere, a marzo, ad aprile e, così, possibilmente,
trovare un posto meno caldo, o meno piovoso, o dove ci sia l'acqua,
o dove non manchi lo spirito di ospitalità. Dopo di che, lunga
corrispondenza epistolare con albergatori, con locatori di ville, di
villini, di appartamenti: dispute minuziose: finzione di rifiuto,
pel prezzo troppo caro: ripresa di trattative: conclusione, quasi
soddisfacente. Poi, affrontare la grande battaglia familiare, poichè
questo problema della villeggiatura, è un vero pomo di discordia,
in casa. Che pensa, che desidera, che vuole e che non vuole, la
signora moglie, per questa villeggiatura? Discutiamo: cerchiamo di
comprenderci: accomodiamoci: e stabiliamo tutto, il numero dei vestiti,
il numero dei mantelli, il baule nuovo, il giorno della partenza,
quello del ritorno, va bene, va bene, quel che la signora moglie
chiede, si tenterà di fare come meglio si può, per contentarla. Che
pensa il signor figlio primogenito, che decide, che farà di sè stesso,
del suo tempo, in villeggiatura, che cosa bisognerà fornirgli in abiti
e in denaro? E la signorina figlia, la grande, la più pretensiosa, la
più _posatrice_, che ne dice, qual è la sua opinione, quali sono i
suoi gusti, qual è il suo capriccio, avanti, si spieghi, chiarisca,
dia il suo consenso, o metta il suo veto. E dei servi, che faremo,
Dio mio, terribile idea condurli seco, anche più terribile quella
di lasciarli indietro, quadratura del cerchio, tu non sei nulla, al
confronto di questo ultimo problema.... Dopo di che, o marito, o capo
di famiglia, non ti scoraggiare più oltre: sii ottimista, anche per
questa villeggiatura, che ti sembra una croce estiva, che ti piomba
sulle spalle, ogni anno. Può darsi che essa faccia bene alla tua
salute; può darsi che ti dia l'occasione di un buon affare; può darsi
che tua figlia trovi un buon marito, colà; può darsi che tua moglie
guarisca i suoi nervi, sempre vacillanti; può darsi che tuo figlio
si conduca quasi bene, per eccezione; può darsi che, in cambio di una
pessima cameriera che se ne è andata, per la villeggiatura, tu ne trovi
un'altra, quasi possibile: chi sa, chi sa, chi sa! La villeggiatura non
è, forse, una parte dell'ignoto?
IX.
IL CALDO: I DUE METODI.
Poichè, moltissima gente, per isvariate ragioni, di cui una, possente,
la mancanza di denaro, è costretta di restare in città e ad affrontare
il caldo cittadino, con cui non si scherza; poichè anche quelli che
vanno in campagna, hanno caldo; e hanno caldo anche quelli che vanno
sulle spiagge del mare; poichè su milioni e milioni di persone,
nel mondo civilizzato, solo dieci o quindicimila salgono a duemila
metri, in montagna, per battere i denti dal freddo, in pieno agosto,
e sono ritenuti per pazzi; poichè questo problema del caldo bisogna
affrontarlo, studiamo i due metodi con cui si può trascorrere la vita,
nel sommo del calore, fra il quindici luglio e il quindici settembre.
Primo metodo: ovunque si sia, in città, in campagna, al mare, sulla
collina, nel bosco, fuggire il caldo. Cioè, dalla mattina alle nove,
dopo aver fatto circolare l'aria mattinale per la casa, chiudere
ermeticamente le persiane, i cristalli e le imposte di tutte le
finestre e di tutti i balconi. Non uscire, assolutamente, dalle nove
alle cinque pomeridiane. Vivere chiuso fino a che il sole saetti: non
obbligarsi a portare i colletti alti e duri se uomo, dei _plastron_
soffocanti, se donna: vivere, all'ombra o in penombra, in vestaglia,
in veste da camera, in pianelle. Fra mezzogiorno e l'una, fare una
colazione o un pranzo, leggieri ma sostanziosi, di uova, latticinii,
pesci, verdure, frutta, cucinati finemente: dopo fumare, leggere,
passeggiare, sempre in casa, sempre in penombra: e, infine, andare a
letto, per la siesta, ma come ci si va di notte, spogliandosi, cioè, e
sentendo tutto il refrigerio della tela fresca e fine. Rinviare tutti i
bagni, le passeggiate, le escursioni, alle sei pomeridiane, quando il
forte caldo, è trascorso: aggirarsi in campagna, o in città, di sera,
di notte: rientrare stanco, ma rinfrescato dall'aria notturna, dormire
subito. In caso che si debba assolutamente escire, quando vi è il sole,
ripararsi contro esso con veli, con vestiti bianchissimi, con guanti
ermetici, con nessun angolo di pelle, del collo, delle braccia, delle
mani, esposto al sole e alla polvere. Cambiarsi di vestito, due tre
volte al giorno: aspergere sè stesso e la propria camera sei volte al
giorno, di acqua di Colonia. Non bever freddo, è peggio: non prender
granite o gelati, è molto peggio. È un metodo che dà buoni risultati,
se non ottimi. Vedremo, poi, il secondo metodo.
X.
IL CALDO: IL SECONDO METODO.
È quello che fa affrontare il caldo, in tutta la sua violenza. Lasciare
che, dalla mattina, penetri l'aria nelle stanze, ma che vi penetri
anche il sole: esso uccide, dicono, tutti i microbi, e le case ne sono
piene! Uscire coraggiosamente nelle ore più ardenti e a piedi, magari,
attraversare le piazze più bruciate dal sole; o, in carrozza, non far
neppure sollevare il soffietto: e rientrare abbrustolito, e grondante
sudore. Dicono che si deve sudare, in estate: dicono che il sudore sia
una salvazione: e che chi non suda, ha molta probabilità di tenersi in
corpo una malattia infettiva. Prendere il bagno di mare fra le nove e
le undici della mattina, cioè nell'ora in cui più Apollo, chiamiamolo
così, dardeggia i suoi raggi infuocati, sulle acque azzurre e
scintillanti: avere un costume con le maniche corte, cioè che lascia le
braccia nude, e, magari che lasci libero il collo, per poter respirar
bene l'aria di mare, per poter nuotare, per agitarsi in tutti i modi,
finchè il bagno di mare diventi giovevolissimo. Invece di rientrare in
camerino, per rivestirsi, stare un po' disteso sull'arena calda: dicono
che faccia molto bene. Dopo, rientrare in _tram_, attraverso le vie
infuocate, agitando un ventaglio giapponese da due soldi. E mangiare
le cose che più piacciono, in estate, che più lusingano il palato: cioè
dei vermicelli al pomodoro, o risotto giallissimo, o minestrone magari
due volte al giorno: cioè dei pollastrelli alla diavola; cioè delle
costolette alla _pizzaiuola_, panate, alla milanese; cioè dei peperoni
ripieni; cioè delle fritture di pesce e andare, anche, a mangiar
questo, nelle trattorie delle spiaggie, nelle piccole taverne di moda,
in estate. Prendere moltissime bibite fresche; sciroppi alla neve:
menta alla soda: _cock tails_ americani carichi di ghiaccio: bere molta
birra: bere molt'acqua: prendere molte granite, qualche gramolata,
qualche gelato. Fare delle escursioni per ferrovia, la domenica: fare
delle escursioni per mare: concertare dei _pique-niques_; organizzare
delle serenate con mandolini e chitarre: dimenarsi da mattina a sera,
come se si fosse nell'inverno più rigido. E il caldo, pare, finisca,
per esser vinto: il viso, le mani, il collo si fanno bruni, ma il
bianco d'uovo battuto ci pensa: invece di dimagrare, s'ingrassa:
e, forse qualche indigestione ci si prende, forse, qualche furioso
mal di capo, o una insolazione ci scappa. E forse, si sta meglio di
prima, alla fine dell'estate. Dio è provvido, sovra tutto con la gente
semplice, che prende il mondo come viene, si acconcia con tutto e si
diverte di tutto!
XI.
LA VILLEGGIATURA: I LAVORI DONNESCHI.
Lavori, per modo di dire, lettrici mie, giacchè è impossibile che
una villeggiante, abbia quindici anni o ne abbia settanta, lavori,
sul serio, quando può chiacchierare con un'amica, fare la partita
col cappellano, _flirtare_ con un giovanotto: è impossibile che
l'uncinetto, o l'ago di ricamo, o i ferri da far maglie, o la
tappezzeria, possano troppo andar d'accordo con la conversazione, col
giuoco, col _flirt_. Se voi siete sola, solissima in un villaggio, in
un'isola abbandonata (e non si è mai assolutamente soli, anche in un
deserto e anche in un'isola, esempio Robinson Crusoè), allora potrete
anche fare una intera coltre al _filet_, potrete ricamare un intero
mobile di un salotto, a punto antico, potrete, persino, fare degli
arazzi di alto liccio; ma, se appena siete in tre, in quattro, in
cinque, sarà una gran cosa, se metterete cinquanta punti nel vostro
ricamo, se potrete fare due quadretti di _filet_, se potrete dare una
sola stella di colori argentei alla vostra bizzarra tapezzeria, che
imita l'antico. Non lo sperate, i vostri lavori domestici ritorneranno
in ottobre, quasi intatti, alla città. Eppure, dovete portarli con
voi! Vi sono momenti, vi sono ore, in cui un lavoro fra le mani, sotto
gli occhi, è di una necessità assoluta: esso è una scusa, un pretesto,
un diversivo, un derivativo; esso è una salvezza, per esso gli occhi
possono abbassarsi o alzarsi come vogliono, le mani sono occupate, la
persona sembra distratta: esso calma i nervi, regola la voce, mette
delle pause sapienti nella conversazione. Una donna che ricama è venti
volte più padrona di sè stessa, accanto a un uomo, che una donna,
la quale non faccia nulla: una donna, che fa l'uncinetto, è molto
più la padrona di suo marito, che non una donna disoccupata.... Io
non approfondisco il soggetto, perchè voi già lo avete tutto inteso,
care lettrici: il lavoro è, dunque, un'arma di difesa e di offesa, in
villeggiatura. E chi di voi vorrebbe andare alla guerra, senza corazza
e senza spada?
XII.
SI BALLA PIÙ CHE MAI, IN ESTATE.
Come se si fosse nel più pieno inverno, come non si fosse ballato tutto
l'inverno e tutta la primavera, si balla, in estate, in ogni salone di
albergo, grande o piccolo, sulle rotonde degli stabilimenti di bagni,
sulle terrazze delle ville e nei giardini odorosi. E tutti coloro, che
sono restati, in città di buona voglia o per forza, tutti coloro che
hanno scelto un paese di bagni dove non fiorisce nessun divertimento,
o che sono capitati in un albergo pieno di gente di malumore, tutti
costoro, sorpresi e disgustati, esclamano: come è mai possibile ballare
anche in estate? O gente malinconica, o gente sempre scontenta, o gente
scettica, per voi la spensieratezza, la gaiezza, il bel fremito della
gioventù e della salute, non esistono, in nessuna stagione! Sappiate
che non solo si balla molto in estate, ma si balla, anche, con maggior
gusto, con maggior trasporto. Quando i vecchi sono andati a giocare
alle carte e i mariti si sono collocati intorno a un biliardo, che
cosa fare, quando si ha da sedici, da diciotto, da venti a cinquanta
anni — sì, anche cinquanta — o la serata è bella, e il pianoforte
suona una vivace _fox-trot_ o l'orchestrina un _one-step?_ Quando, in
una giornata, si è già preso il bagno, si è fatto una passeggiata,
si è fatta colazione, si è andati in giro, per cercar fiori, si è
chiacchierato, si è riso, si è pranzato, e, durante tutte queste cose,
si è sempre leggermente _flirtato_, che cosa fare, alla sera, quando
l'aria è dolce, la luna è dolce, e l'ampiezza del salone v'invita a
_flirtare_, ballando, o a ballare _flirtando_, che è precisamente
lo stesso? Quando vi sono delle stelle nel cielo, dei lampioncini
sospesi sugli alberi di un giardino o alla ringhiera di una terrazza,
e degli occhi, più seducenti di qualunque lanterna giapponese o di
qualunque costellazione, che cosa fare, se non ballare? Quando le donne
sono belle e giovani, e gli uomini hanno la fantasia sana e il cuore
sanissimo, e il vento del mare è profumato, e i leggeri abiti bianchi
sembrano di neve, che cosa fare, se non ballare? Quando non vi è altro
mezzo per toccare la mano di una donna, per circondarle col braccio la
cintura sottile, per tenerla con sè, in una illusione fugace, e quando
la notte è piena di farfalle nere, volitanti intorno alle lampade, e i
suoi profumi sono irresistibili, come fare a non ballare?
XIII.
SAPER VIVERE: RITORNO DALLA VILLEGGIATURA.
E adesso, care donne, cari uomini, che siete tutti tornati dalla
villeggiatura, come volete voi «liquidare», diciamo così, l'assenza
e il ritorno? Avete una idea delle visite che dovete fare e di
quelle che dovete ricevere? Sapete voi a chi dovete chiedere scusa,
e da chi dovete ricevere scusa? È una materia piuttosto delicata,
questa, ed è proprio in questa «liquidazione della villeggiatura»
che bisogna portare molto tatto. Anzi tutto, voi avete fatto molte,
troppe, troppissime conoscenze, colà, perchè è impossibile non
conoscere tutta la umanità villeggiante, quando si è sovra una
spiaggia frequentata, sovra una montagna celebre, sovra una collina
famosa: troppissime conoscenze! E alcune, così poco accettabili,
alcune così _indesiderabili!_ Ebbene, già verso gli ultimi giorni
della villeggiatura bisogna, con garbo, escludere, pian piano, i non
accettabili, i non desiderabili: e, infine, partendo, dimenticare di
averli mai conosciuti, di aver parlato, scherzato e persino ballato
con loro. In città, essi non esistono più, per voi: voi non esistete
più per loro. Vi è una seconda categoria, che si può raccogliere in una
zona neutra, gruppi di persone simpatiche, così e così, importanti così
e così, con cui, in fondo, non fa nè male nè bene, essere in rapporti:
e, allora, con costoro, prima di tornare in città, si scambiano saluti
cortesi, ci si promette di ritrovarsi, di rivedersi, ci si dà qualche
vaga promessa, qualche vago convegno: e, dopo, man mano, in città,
tutto questo impallidisce, svanisce, si dilegua. Ma rimane un piccolo
gruppo, tre a quattro persone, molto interessanti, molto simpatiche,
abbastanza importanti, con cui si ha desiderio e necessità sociale di
restare in rapporti, in città. E ci si resta! Ci si resta! Talvolta,
care donne, cari uomini, queste persone, è _una sola_. Su questo, nulla
debbo soggiungere. Quando si è ritornati in città, bisogna dividere in
due categorie parenti e amici che si debbono rivedere: parenti e amici
a cui si tiene molto, di riguardo e a cui si va a far visita: parenti
e amici che tengono, essi, molto, a voi e voi, molto meno a loro e,
allora, sono essi che vi debbono venire a salutare al vostro ritorno
della villeggiatura. Vi è gente di riguardo, a cui avete dimenticato
di mandare anche una sola cartolina con finezza, con grazia, bisogna
riparare quest'oblio. Vi è gente che vi ha dimenticato: bisogna
aspettarne le scuse e accettarle con disinvoltura. Dopo di che badare
molto a non commettere la indelicatezza di esaltare la villeggiatura a
tutti coloro che non si son potuti muovere dalla città.
INTERMEZZO: POSSONO, DEBBONO FUMARE, LE DONNE?
LA SIGARETTA: LE DONNE POSSONO, DEBBONO FUMARE?
Una simile domanda, fatta quindici o venti anni or sono, avrebbe
scandalizzato le persone di idee più liberali: viceversa, adesso, è
una domanda oziosa. Moltissime signore fumano e molto: e fumano anche
le signorine. Fanno male, fanno bene, dove è la verità, e la via? La
verità è questa: che la sigaretta può essere fumata da una signora e
anche da una signorina, ma non per regola costante di vita. Ogni tanto,
in campagna, in viaggio, in una gaia brigata, una signora può fumare
una sigaretta, senza che la poesia della sua immagine ne sia offuscata;
allora, come non mettersi nell'unisono dell'ambiente, della lietezza,
della libertà generale? E come avere questo riserbo, dove tutti gli
uomini fumano, e dove già molte e molte signore fumano? Oramai per le
donne che si son date a tanti esercizi maschili, bisogna saper anche
fumare, ma non fumare sempre. Si può sempre accettare una sigaretta, ma
non fumarne dieci o quindici al giorno. Il fumo, anche della sigaretta,
fa male alla bocca, e sopratutto ai denti delle donne, e lo sa Iddio se
una donna ha sempre bisogno di una bocca bella e sana, per sorridere,
per parlare, per baciare! L'alito di una donna non dovrebbe odorare
di fumo, come quello di un uomo, perchè verrebbe a mancare una delle
grazie più ineffabili della seduzione femminile. Certo, una donna
che fuma può spesso avere un aspetto grazioso, ma quanto non è anche
graziosa una donna che non fuma? D'altronde è anche da tenersi conto
del genere della propria beltà e del proprio carattere, se bisogna
decidersi a fumare o a non fumare. Una donna dalla beltà classica,
imponente, dalla persona giunonica, è senz'altro ridicola, con una
sigaretta tra le labbra; mentre una donna piccola, viva, irrequieta,
dalla beltà più espressiva che lineare, può adottare la sigaretta,
senza commettere stonature. Una donna sentimentale, malinconica,
diciamo la parola, piagnolosa, non dovrebbe mai fumare, mentre tutte
le donne di buon umore, spensierate, superficiali, possono adottare la
sigaretta. Essa è in generale un sicuro calmante de' nervi femminili;
e i mariti infidi, gli amanti perfidi, dovrebbero insegnare alle loro
donne a fumare, perchè è una salvaguardia contro molte scene. Però,
il fumo è anche uno stupefacente, e toglie allo spirito femminile
quella lucidità e quella vivezza, che ne formano il pregio. Per questa
ragione, e per tante altre, alle signore che già hanno cominciato a
fumare, è consigliabile di non abusarne. In quanto alle signorine,
un solo consiglio si dovrebbe dare: di non fumare. Ma esse non
obbediranno!
FRA NATALE E CAPO D'ANNO.
I.
DONI, DONI, DONI!
Infine, eccoci a quel simpatico periodo dell'anno, che i francesi
chiamano, con frase molto efficace, la _trève des confiseurs_; essi
vogliono indicare, con queste parole zuccherine, quei giorni che
passano, fra il quindici dicembre ed il sei di gennaio, tempi in cui
si fa tregua ad ogni noia, ad ogni disgusto, ad ogni preoccupazione,
per abbandonarsi alle tenerezze natalizie e di Capo d'Anno, tenerezze
che sono rappresentate dai doni, principalmente, e i doni sono
principalmente rappresentati da' dolci; dunque _trève des confiseurs_,
tregua dei confetturieri, cioè riassunto delle affettuosità annuali,
troppo dimenticate e troppo trascurate, in una somma breve e intensa
di affettuosità. I francesi hanno usi leggermente diversi dai nostri,
perchè essi, imitando i tedeschi, fanno l'albero di Natale e non
fanno il presepe, mentre da noi, nelle provincie meridionali, il
presepio gode assai più grande popolarità. I bimbi francesi mettono
la scarpettina, sotto il camino, la vigilia di Natale, e i nostri
bimbi mettono una calzetta, la notte dell'Epifania. Il colmo dei doni
francesi si riunisce nel giorno di Capo d'Anno, giorno più o meno
fatale, secondo la capacità delle borse, mentre, da noi, i doni alle
persone grandi si usano, sì, ma non generalmente e non hanno un giorno
ben determinato. Ed è quest'ultimo costume, che dovrebbe acclimarsi
più largamente tra noi: vale a dire, che ognuno, nella misura del suo
affetto e dei suoi denari, doni qualche cosa alle persone che ama.
Non solo i bimbi sono felici di aver de' doni, ma tutti, più o meno,
abbiamo un delicato piacere nel ricevere, un delicatissimo piacere nel
dare. È vero, che i bimbi hanno studiato, si son condotti bene tutto
l'anno, hanno sopportato, con pazienza, le loro piccole indisposizioni,
hanno prese le medicine, hanno rinunziato, senza mormorare, a ficcarsi
le dita nel naso; ed è anche vero che il bambino Gesù viene per essi, e
che il Capo d'Anno è, sopratutto per essi, una data gioconda, perchè i
loro anni sono pochi; ma, Dio mio, anche i grandi, durante l'anno, si
sono seccati, ed hanno sofferto, hanno ingoiato pillole amare, hanno
usato un'interminabile pazienza nei disgusti dell'esistenza, e un certo
premio anche lo meritano. Il bimbo Gesù viene pure pei grandi, ed è
apportatore di consolazione, di amore e di benessere; e se il Capo
d'Anno è una data un po' triste, pei grandi, perchè non rallegrarla,
con qualche dono gentile? Il valore, poco importa, ma l'uso delle
strenne da Natale a Capo d'Anno, dovrebbe diventare più popolare, più
largo fra noi: procurare una gioia, anche fugace, alle persone, che noi
amiamo, non è, infine, fare un dono anche a noi stessi? Sorridere di un
sorriso, quale cosa ineffabile!
II.
IL DONO: A CHI SI DEVE DONARE?